Cane gatto

Pubblico una simpatica breve presentazione sull'”amicizia”

amico.pps

Musica e Dio / 3

Tanti falsi agnelli di Dio, tante false vittime della storia vengono messe in luce da De Gregori prima di arrivare all’agnello di Dio riconosciuto dai cristiani, la reale vittima di soprusi, violenze e inganni.

L’AGNELLO DI DIO

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Ecco l’agnello di Dio / che toglie i peccati del mondo / disse la ragazza slava / venuta allo sprofondo, / disse la ragazza africana sul Raccordo Anulare.

Ecco l’agnello di Dio / che viene a pascolare / e scende dall’automobile per contrattare

Ecco l’agnello di Dio / all’uscita della scuola / ha gli occhi come due monete / il sorriso come una tagliola. / Ti dice che cosa ti costa / ti dice che cosa ti piace / prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace / e intanto due poliziotti / fanno finta di non vedere.

Oh, aiutami a fare come si può / prenditi tutto quello che ho / insegnami le cose che ancora non so, non so. / Dimmi quante maschere avrai / e quante maschere avrò.

Ecco l’agnello di Dio / vestito da soldato / con le gambe fracassate / col naso insanguinato. / Si nasconde dentro la terra / tra le mani ha la testa di un uomo.

Ecco L’agnello di Dio / venuto a chiedere perdono / si ferma ad annusare il vento / e nel vento sente odore di piombo.

Percosso e benedetto / ai piedi di una montagna / chiuso dentro una prigione / braccato per la campagna / nascosto dentro a un treno / legato sopra un altare.

Ecco L’agnello di Dio / che nessuno lo può salvare / perduto nel deserto / che nessuno lo può trovare.

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove stare

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove andare

Ecco L’agnello di Dio / senza un posto dove stare

Oh, aiutami a stare dove si può / e prenditi tutto quello che ho / insegnami le cose che ancora non so, non so

E dimmi quante maschere avrai / regalami i trucchi che fai / insegnami ad andare dovunque sarai sarò

E dimmi quante maschere avrò / se mi riconoscerai / dovunque sarò sarai.

Musica e Dio/2

Chi prende l’Inter?

Dove mi porti?

E poi soprattutto perché?

Ligabue accusa Dio: non risponde! O, quantomeno, lui non riesce a sentirlo. Sente di avere qualcosa in cui credere ma non riesce a ricordare cosa esso sia. Si sente solo come solo, in fondo si deve sentire Dio.

E allora, per lo meno, vorrebbe sapere se il viaggio (= la vita) sia unico. Cosa c’è dall’altra parte?

Sono i perché esistenziali dell’uomo…

HAI UN MOMENTO DIO 

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C’è un po’ di traffico nell’anima

Non ho capito che or’è

E c’ho il frigo vuoto

Ma voglio parlare perciò paghi te

Che tu sia un angelo od un diavolo

Ho tre domande per te

Chi prende l’Inter

Dove mi porti

E poi dì soprattutto perché

Forse la vita capisce

Chi è più pratico

Hai un momento Dio

Non perché sono qua

Insomma ci sarei anch’io

Hai un momento Dio

O te o chi per te

Avete un attimo per me

Li pago tutti io i miei debiti

Se rompo pago per tre

Quanto mi costa una risposta da te

Dì su! Quant’è

Ma tu sei lì

Per non rispondere

E indossi un gran bel gilet

E non bevi niente

O io non ti sento com’è perché

Perché

Ho qualche cosa in cui credere perché

Non riesco mica a ricordare che cos’è

Hai un momento Dio

non perché sono qua

se vieni sotto offro io

hai un momento Dio

lo so che fila c’è

ma tu hai un attimo per me

nel mio stomaco son sempre solo

nel tuo stomaco sei sempre solo

ciò che sento

ciò che senti

non lo sapranno mai

almeno dì se il viaggio è unico

e se c’e il sole di là

se stai ridendo

io non mi offendo però perché

perché

nemmeno una risposta ai miei perché

perché

non mi fai fare almeno un giro

col tuo bel gilet

hai un momento Dio

non perché sono qua

insomma ci sarei anch’io

hai un momento Dio

o te o chi per te

avete un attimo per me

ueh ueh ueh ueh

ueh ueh ueh ueh

Musica e Dio/1

Dice Antonello Venditti:

Sono comunista, ma ciò non toglie che sia anche profondamente cattolico. Credo fermamente che alla base della nostra vita ci sia il Cristo e la Croce. Questi due mondi possono coesistere e compenetrarsi l’un l’altro. Per me è così…  Vorrei che tutti fossimo accomunati nel nome di Cristo… Un tema che mi sta a cuore è la solidarietà, ma credo anche che la solidarietà con le canzoni sia un terribile inganno. Nessuna azione è vera se non è sorretta dallo spirito di carità. La solidarietà è vera solo se ha un contenuto spirituale. L’impegno più vero è quello personale e non andrebbe mai reso pubblico”

DIMMI CHE CREDI 
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“Se tu ragazzo cercherai nella stagione dei tuoi guai

un po’ d’amore un po’ d’affetto,
e nella notte griderai, in fondo al buio troverai
solo il cuscino del tuo letto,
non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
per ogni anima, per ogni lacrima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Molti si bucano, altri si estasiano,
e non troviamo mai giustizia,
e non si parlano, e poi si perdono,
perché non amano abbastanza.
Tu non ti arrendere, non ti confondere,
apri il tuo cuore all’universo,
che questo mondo, sai, bisogna prenderlo
solo così sarà diverso.
Dimmi che credi, dimmi che credi,
come ci credo io,
in questa vita, in questo cielo,
come ci credo io.
Il tuo sorriso tra la gente
passerà forse indifferente,
ma non ti sentirai più solo,
sei diventato un uomo.
 

E nella notte cercherai, nella stagione dei tuoi guai,
un po’ d’amore, un po’ d’affetto,
e disperato griderai, e in fondo al buio stringerai
solo il cuscino del tuo letto,
non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
Per ogni lacrima, per ogni anima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Dimmi che credi, dimmi che credi,
come ci credo io,
in questa vita, in questo mondo,
come ci credo io.
Tu non ti arrendere, non ti confondere,
apri il tuo cuore all’universo,
che questo mondo, sai, bisogna prenderlo
solo così sarai diverso.
Non devi piangere, non devi credere
che questa vita non sia bella,
per ogni anima, per ogni lacrima,
nel cielo nasce un’altra stella.
Che sia. Che sia.”

Modifica

Visto la scarsa partecipazione alle categorie divise per classi ho deciso di eliminarle… restano le categorie normali. Eventualmente più avanti proverò a suddividerle meglio. Mandi

Essere donna in Afghanistan

Da www.corriere.it

La prigione delle ragazze afghane: schiave, spose forzate, suicide

Il governo di Kabul ammette: «Le figlie restano proprietà delle tribù»

HERAT—Sorride dolce Leilah, l’assassina. Arrossisce Fatemeh, l’adultera. Si nasconde Guldestan che in un paio di settimane ha perso tutto: papà, mamma, tre sorelle, l’intera rete familiare, probabilmente il futuro. Ha visto il padre uccidere la madre perché sospettava che sotto il burqa covasse il tradimento; ha visto lo zio uccidere il padre per vendicare l’onore della sorella; lei stessa è diventata assassina sparando a quello stesso zio che aveva adottato lei e le sorelle. L’uomo dormiva dopo averla stuprata. Guldestan è in prigione, le sorelline, dai 3 agli 11 anni, in orfanotrofio.

La maggior parte delle detenute del carcere minorile di Herat non sono arrivate a tanto. Sono colpevoli di aver disobbedito alla legge tribale e alla tradizione. Ragazze in fuga da matrimoni forzati con uomini che non avevano mai visto, più o meno vecchi, danarosi o poligami, comunque decisi a portarsi a casa manodopera gratuita e compagnia notturna. Sono ragazze pagate al padre-padrone 5-6 mila dollari oppure tre tappeti, otto capre e due paia di scarpe, come nel caso di Sarah. Ragazze che a 13-14 anni si sono trovate una mattina il mullah in casa che chiedeva loro se volevano fidanzarsi, il padre che le minacciava e l’aspirante sposo che le blandiva con un vestito nuovo in mano. «La famiglia prepara tutto in segreto—racconta Chiara Ciminello, cooperante per l’Ong italiana Intersos — e senza capire quel che succede le bambine si ritrovano fidanzate. A quel punto dire “no” diventa reato».

Se l’adulterio viene consumato, in teoria, la condanna è ancora la lapidazione prevista dalla Sharia, ma il governo di Kabul ha imposto una moratoria. Gli ospedali funzionano abbastanza da verificare la verginità e, se non c’è stato tradimento, la condanna per la ribellione di una minorenne varia da 3 mesi a un anno di carcere. Il peggio viene dopo. Le famiglie non vogliono riaccogliere chi, con la disobbedienza, ha portato il disonore. La Ong inglese World Child lavora a Herat per aiutare proprio il reinserimento delle reprobe. Ma il problema è enorme. Lo stigma della rivolta mette queste ragazze ai margini della società. Chi non ha una rete familiare attorno non può lavorare, affittare casa, vivere sola. L’esito della ribellione per amore o libertà diventa così la prostituzione.

Meglio morire. Lo pensano in tante. Così a Kabul le fidanzate a sorpresa o le giovani spose si danno fuoco al ritmo di due-tre a settimana. In tutto l’Afghanistan si calcola che le suicide siano minimo una al giorno. Herat, forse la provincia più sviluppata del Paese, non fa eccezione. Nel 2006, una (rara) Commissione governativa ha contato una media di 7 torce umane al mese. «Il nodo è che le figlie sono considerate una proprietà. Prima dalla famiglia del padre poi da quella del marito — spiega ancora Ciminello —. A Herat la situazione è particolare a causa della vicinanza all’Iran. Mentre tra i sunniti, soprattutto se pashtun, le cifre sono importanti, tra gli sciiti di influenza iraniana l’uso di pagare la moglie è quasi simbolico. A volte lo sposo firma una sorta di caparra, la shirbaha, per cui in caso di divorzio si impegna a risarcire la donna con una buona uscita che le permetta di tirare avanti. Ma quel che manca in entrambi i gruppi è il rispetto della volontà delle ragazze».

Andrea Nicastro

07 febbraio 2009

La scuola oggi

Prendo questo interessante pezzo da www.ilsussidiario.net

Pubblichiamo il giudizio espresso dallo studente di un liceo romano in merito alla situazione educativa attuale nel nostro Paese. In queste righe si svela la sorprendente maturità di un alunno a confronto con la logica “protettiva” che riduce la classe docente a fornire informazione senza più educare

Anno 2009, qual è la missione della scuola italiana? Quali gli obiettivi da perseguire se ancora ce n’è rimasto qualcuno?

Partiamo dal mio punto di vista, quello di studente. Dunque, sono convinto che la scuola debba essere protagonista nella vita dell’adolescente, nel sapergli lasciare non solo una quantità più o meno cospicua di informazioni, ma soprattutto delle risposte, dei valori, delle certezze che siano utili e veri per il ragazzo una volta uscito dall’istituto e immesso nel fiume della vita, perché egli possa relazionarsi con il lavoro, con gli amici e con tutte le sfide che la quotidianità gli proporrà.

Tuttavia, come spesso accade, se guardiamo la teoria rischiamo di evadere dalla realtà, e questo perché da noi le cose non vanno esattamente così: la scuola si configura, nel migliore dei casi, sempre più come semplice veicolo di informazioni e conoscenze, uno sterile strumento che spesso non riesce nemmeno a fornire un’adeguata preparazione. Male, a maggior ragione oggi, quando l’istituzione scuola dovrebbe rispondere allo studente, alle sue incertezze, al suo desiderio di vivere visto che il compito di porlo davanti alla realtà è indubbiamente della famiglia e degli educatori, chiamati a svolgere una compito davvero importante e unico nella società.

Tuttavia oggi educare è forse la missione più ardua, i governanti fanno orecchie da mercante e non ascoltano l’eco di un’emergenza educativa sempre più grave, il relativismo diventa l’unico principio appreso a scuola: tutto è vero, tutto non è vero, ognuno la pensa come vuole, secondo il suo punto di vista… ma, è sempre vero tutto ciò?

Senza dubbio ognuno deve maturare liberamente un proprio senso critico e delle convinzioni ma il dialogo può iniziare solamente se alla base vi sono dei fattori comuni, valori forti e concreti che, almeno loro, non siano in balia di relativismo e compagnia bella.

Qualcuno potrebbe asserire che dare risposte vorrebbe dire che i professori “impongano” il loro credo, le loro idee, il loro pensiero. No, non è così, non si tratta infatti di plagiare o plasmare nuovi ragazzi, si tratta invece di testimoniare loro ciò che di bello e di vero ha incontrato nella propria esperienza l’insegnante, si tratta di proporre loro ciò che per lui è davvero importante, si tratta di volere il loro bene.

Perché educare vuol dire accompagnare i ragazzi, aprire loro gli occhi, dar loro risposte, saperli ascoltare ma anche far sì che essi diventino uomini in tutto e per tutto, ma questa serie di “miracoli” non si può realizzare se alla base del rapporto non vi è l’amore e l’interesse per l’altro, perché educare è amare. Più semplice di così.

Quand’è che un governo si sveglierà e si impegnerà realmente per sostenere i nostri educatori, perché una società senza educazione è instabile e precaria, senza un futuro certo, perché da quelle essenziali acquisizioni nasce un popolo consapevole e maturo, esattamente il contrario della nostra classe dirigente odierna!

(Marco Fattorini)

Perdono

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Storie dalla Russia

Dalla Russia nove storie di eroi

Roberto Fontolan giovedì 29 gennaio 2009

Venti anni dopo l’89, cosa sappiamo della Russia? Il crollo del muro di Berlino aprì una fase conclusa e drammatica: le incertezze di Gorbaciov e l’improvviso eroismo di Eltsin capace di issarsi su un carro armato per bloccare, quasi da solo, il tentativo golpista; il caos minaccioso e incontrollabile che sembrava impadronirsi di una società senza più anima e talmente depressa da precipitare in una crisi demografica paurosa, con aspettativa di vita a livello “africano”; l’emergere di un cocktail di poteri forti e fortissimi composto da ex comunisti e miliardari dalle sospette fortune. Per un decennio la Russia è stata nel panico e ha seminato il panico: chi e come avrebbe controllato il suo arsenale nucleare? Chi e come avrebbe avuto ragione delle variegate mafie che si disputavano il cadavere dell’ex “impero del male”? In questo 2009 “celebriamo” anche i dieci anni del sorgere della stella di Vladimir Putin, entrato nella stanza del potere nel 1999 grazie a Boris Eltsin e oggi capo supremo e solidissimo, incontrastabile (nel senso che chi ci ha provato è finito male) manager del Cremino e dei suoi segreti. Il doppio “anniversario” consentirà di affrontare approfonditamente i grandi temi della Russia odierna, che per tanti aspetti resta un continente misterioso.

Ma prima delle analisi geopolitiche e delle esplorazioni sulla personalità di Putin, non si può cominciare a parlare di Russia senza leggere un magnifico libro, recentemente pubblicato da Rizzoli nella collana “I libri dello spirito cristiano”. Lo ha scritto Giovanna Parravicini, “russologa” di grande valore, animatrice del Centro Biblioteca dello Spirito di Mosca e da pochissimo nominata consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura. Il libro, che ha come titolo “Liberi”, racconta nove biografie di uomini e donne della Russia recente e contemporanea, personalità che hanno vissuto in parte o per intero i lunghi decenni del potere comunista e che non hanno mai rinunciato. A cosa? Al proprio desiderio umano. Storie commoventi e sconvolgenti. La pianista Marija Veniaminovna Judina, ad esempio, artista straordinaria, adorata dai grandi russi del secolo scorso, da Bachtin a Pasternak, interprete geniale di Bach e Stravinski. Sciostakovic narra che una sua esecuzione radiofonica di Mozart incantò Stalin al punto che il dittatore pretese di avere immediatamente il disco, ma il disco non esisteva e il concerto era stato eseguito dal vivo; perciò i commissari della radio organizzarono in fretta e furia un nuovo concerto che venne registrato e mandato all’impaziente “padre della patria”. Egli ne fu grato al punto che fece avere alla Judina l’incredibile somma di ventimila rubli. Lei lo ringraziò con queste parole: «Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso e la perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado». Ma il libro è ricco di pagine intense e sorprendenti. Come quelle dedicate a Vera Laskova, la “dattilografa del samizdat”, la cui storia fa rivivere la stagione del dissenso e ci riporta i volti e i nomi, che noi smemorati di Occidente abbiamo dimenticato, della rivolta giovanile anticomunista degli anni Sessanta. E la figura schiva e immensa di Sergej Averincev, un vero “uomo colto” del XX secolo, alla pari di De Lubac e di von Balthasar, capace di ipnotizzare centinaia di studenti parlando dell’estetica bizantina.

Le storie raccontate da Giovanna Parravicini ci fanno attraversare un tempo segnato dalla Grande Menzogna (Evgenija Ginzburg) e da un dolore senza fine: la morte, la violenza, la prigionia, le vessazioni, l’ostracismo, la solitudine, la perdita delle persone amate. Nessuno potrà mai risarcire i russi di tutto questo. Eppure queste storie dicono che la luce non si spegne mai del tutto, che la speranza si attacca alla vita non come un augurio ma come un fatto vivente persino nel campo di concentramento. A venti anni dall’89 la Russia di oggi dovrebbe tornare a guardare i suoi veri e non retorici eroi. E noi con lei.

Mandi Onorio

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Le cose per le quali siamo disposti a morire sono anche le cose per le quali viviamo:

ciò che da un senso alla vita, lo da anche alla morte.

Antoine De Saint-Exupery

La forza della vita

Posto un articolo di Claudio Risé comparso su Il Mattino di Napoli il 19 gennaio scorso

 

I bravi ragazzi ci sono ancora. Le loro buone azioni, però, fanno notizia per un solo giorno, diventano un breve spot pubblicitario sul «bene», per lasciar subito spazio alle consuete celebrazioni dei soliti «cattivi e cattive ragazze» che, come dicono molte pubblicità: «Vanno dappertutto».

Come mai questo diverso trattamento del sistema di comunicazione, che a parole deplora il male, ma poi non si occupa granché di chi lo contrasta, non presenta la sua vita come esempio per gli altri? Prendiamo la storia di Ermir.

Diciassette anni, vive e studia al quartiere Laurentino di Roma, dove è arrivato dall’Albania 10 anni fa con la mamma, che ha potuto allora ricongiungersi al marito, meccanico. Ermir qualche giorno fa ha rischiato di farsi ammazzare per difendere un compagno, aggredito sul campo di basket del liceo da tre bulli con coltello e pistola. Un fendente gli ha perforato il polmone; è grave, ma ce la farà.

«Non potevo restare fermo e lasciarlo solo», ha raccontato uscendo dalla sala operatoria, «volevano fare del male al mio amico». Questa è la visione della vita del bravo ragazzo: il male da contrastare, il bene da favorire, gli affetti, come, appunto, l’amicizia, da mettere sempre al primo posto. Una visione molto semplice, netta, senza tante storie e tanti ragionamenti.

Anche se non la conosce, né ci pensa, un ragazzo così mette in pratica istintivamente l’esortazione di Gesù nel vangelo di Matteo: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il resto viene dal diavolo».

Forse è proprio per questa semplicità, così lontana dagli intorcinamenti pseudo psicologici dei trionfatori dei reality show, che il sistema delle comunicazioni punisce questi eroi di tutti i giorni, lasciandoli affacciare alla cronaca quando salvano la vita a qualcuno, ma poi condannandoli rapidamente al silenzio. Come si fa, infatti, a costruire una «tendenza» sulla semplice bontà?

Per fare tendenza ci vogliono (si pensa) cose complicate: bizzarrie sessuali, pettegolezzi, dispetti, carognate di cui i media possano parlare a lungo; raccogliendo testimonianze, personaggi di contorno; promuovendo consumi, gadgets, luoghi di ritrovo, meglio se un po’ ambigui e «maledetti».

Nel personaggio Ermir, invece, tutto questo manca. Qui non c’è nulla di superfluo, non ci sono optional. Una storia di autenticità: la lotta per la sopravvivenza nella povertà, il padre meccanico che viene da Durazzo a Roma, la famiglia che lo raggiunge, tutti che fanno la loro parte, con intelligente prontezza, e, di nuovo, senza far storie.

Ermir, per esempio, che è bravissimo a smontare e rimontare i motorini, per ora impara a scuola tutto quello che c’è da imparare, e poi farà l’ingegnere meccanico. Tutto semplice e lineare. Com’è caratteristico della forza vitale: una volta riconosciuta, e nutrita con gli affetti e le spinte elementari dell’esistenza (la fame, l’amore, la volontà di affermarsi per come si è), si sviluppa e si esprime. Il resto, il superfluo (che spesso è la materia prima dei commenti mediatici), qui manca del tutto.

Infatti, la forza è, da sempre, nelle cose, sentimenti e personaggi, semplici. «O sole mio», canzone tra le più amate e cantate in tutto il mondo, è semplicissima: «’O sole mio sta nfronte a te». Elementare, ogni innamorato lo pensa, da sempre.

«Non potevo restare fermo e lasciarlo solo, volevano fargli del male». Quintali di discorsi inutili polverizzati da un sentimento, e un comportamento conseguente. Persone così, fedeli alla forza elementare della vita, possono andare più lontano che da Durazzo a Roma: possono, con qualche rischio, costruire una vita felice.

Gesù e Mario Luzi

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Mario Luzi

 

 

Mario Luzi (n. 1914) in Epifania (1955, in M. Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1988, pp. 243-244) descrive la realtà terrena piena di questa attesa di un Avvenimento e disseminata dei semi, dei germi dell’Eterno. Chi, come i Magi è andato, ha visto che il tempo si è aperto a un futuro nuovo. L’Incarnazione è questo momento umano e divino, comprensibile non in modo intellettuale ma con la sensibilità umana di chi vede la Grazia nell’istante presente. Il verso conclusivo ricorda che il mistero della manifestazione di Dio in Cristo (“epifania”) non è remoto o lontano, ma vicino, prossimo, presente:

“Non più tardi di ieri, ancora oggi”.

In La vita cerca la vita (in M. Luzi, Frasi e incisi di un canto salutare, Garzanti, Milano 1990, pp. 23-26) c’è il confronto tra le persone massificate, che hanno dimenticato Cristo e le folle che ascoltano Gesù “in tempi di meraviglia e desiderio” e “ne avevano pace, pace e tormento”.

La mancanza di speranza è vista come la colpa più grave perché Cristo ha già salvato; anche il “punto estremo del declivio” e il più basso, è il primo passo “per l’ascesa nella misericordiosa orbita”.

Nei versi finali riecheggiano le parole di Giovanni: “ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3, 1) e quelle di Paolo: “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che con viene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13).

“[…] Non sperano. È il peccato più tremendo –

deprecavano nei loro antichissimi

ammonimenti

quelle lingue che ad essi non parlano,

quelle valve forte brusicanti del mare

di sapienza

Punto

estremo del declino

e per questo

infimo gradito per l’ascesa

nella misericordiosa orbita?

Non sappiamo ancora.

Cresce ciascuno alla sua statura,

camminano i suoi passi nella sua andatura.”

In questa visione della realtà, Luzi afferma che solo attraverso Cristo è possibile parlare di Dio; Cristo è la nostra misura. Il suo Cristo è una presenza costante, che lavora sotterraneo, nella clandestinità, una presenza reale ma mai clamorosa, evidente, senza retorica. Il Cristo di Luzi è un combattente, venuto a svegliare le coscienze, che cerca la vita e la risveglia. Ma è anche un Cristo sofferente, segnato dalla passione, la cui morte è reale, infamante, totale. Da questo punto inizia la scommessa sulla risurrezione (cfr. l’intervista a M. Luzi in E. Ferri, Quel che resta di Cristo dopo duemila anni, Edizioni Paoline, Milano 1995).

Epifania

I Magi

Ora come in ogni tempo io posso vedere con l’occhio della mente,

nei loro abiti rigidi, dipinti, i pallidi insoddisfatti

apparire e scomparire nell’azzurra profondità del cielo

con tutti i loro volti antichi simili a pietre solcati dalla pioggia,

e tutti i loro elmi d’argento che ondeggiamo l’uno accanto all’altro,

e i loro occhi ancor fissi, sperando di trovare ancora una volta,

essendo insoddisfatti del tumulto del Calvario,

l’incontrollabile mistero sul pavimento bestiale.

W.B. Yeats

Gesù e Salvatore Quasimodo

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Salvatore Quasimodo

 

 

Salvatore Quasimodo (1901-68) appartiene alla “scuola ermetica”, che si caratterizza anche per la sua capacità di introdurre al Mistero attraverso una “poesia nutrita di stupore”. Troviamo in Quasimodo una suggestiva limpidezza e una gradevole orecchiabilità nel suo modo di scrivere. Ed è subito sera è un esempio di tutto questo:

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

Ed è subito sera.”

Nella lirica Al tuo lume naufrago il poeta si confronta con se stesso e si scopre naufrago, sradicato dai vivi, cuore provvisorio, limite vano, uomo solo.

“[…] Tu m’hai guardato dentro

nell’oscurità delle viscere:

nessuno ha la mia disperazione

nel suo cuore.

Sono un uomo solo,

un solo inferno.”

Questa poesia riprende il tema del Salmo 138, dove Dio conosce tutto dell’intimo dell’uomo. Da qui nasce la sua invocazione: “Destami dai morti”. Il poeta sa di avere da Dio il dono di “parlare” (“il tuo dono di parole”), ma è una missione che gli costa.

Con l’esperienza della II guerra mondiale Quasimodo si “converte” ai temi sociali, innanzitutto il tema del dolore e della catastrofe bellica, con riferimenti cristiani e anche al tema della risurrezione:

“E si rovescia la tua pietra

Dove esita l’immagine del mondo”

(S. QUASIMODO, Di un altro Lazzaro)

Alle fronde dei salici apre questa seconda “stagione” della produzione poetica di Quasimodo. La lirica riprende le parole del Salmo 136, che racconta la desolazione del popolo ebreo deportato a Babilonia; qui il poeta parla dello strazio della guerra e delle sue vittime, che sono descritte come Cristo sofferente. Il lamento dei fanciulli è come quello “d’agnello” e il figlio trucidato è “crocifisso”. “Le vittime rievocate dalla figura dell’agnello, vengono ora definite dal riferimento alla vittima per eccellenza, il Cristo. […] nella morte di tanti innocenti si rinnovano il sacrificio di Cristo e la sofferenza di Maria ai piedi della croce” (R. Filippetti, Gettare ponti tra poesia e vita: la Scuola ermetica e Quasimodo, in “Insegnare religione”, maggio-agosto 1999, p. 71).

Il riferimento a Cristo diventa esplicito in Uomo del mio tempo:

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo.”

L’uomo continua a essere violento e a uccidere come gli animali; il progresso scientifico e tecnologico hanno accresciuto questo potere di morte e la scienza esatta, senza amore, difficilmente può frenare l’istinto omicida. L’accostamento immediato “senza amore, senza Cristo” induce l’idea che Cristo sia quasi un sinonimo fatto persona della parola “amore”. Solo alla luce dell’esempio di Cristo l’uomo scopre che cosa sia la vera fraternità e non la semplice fratellanza che accomunava anche Caino e Abele, una fratellanza ricordata perché diventata il primo omicidio della storia.

L’invito finale a dimenticare pare sintonizzarsi con l’invito di Cristo: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio” (Lc 9, 60). Non è quindi un invito a lasciare cadere la memoria ma a guardare al futuro.

La leggenda della luna piena

Grazie a Stefano che mi ha fatto scoprire questo bel racconto

La leggenda della Luna Piena
In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.
In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.
Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:
– Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
– Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! – rispose il lupo.
La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.
– Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto – disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.
Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.
I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.

Buon Natale

Natale

Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti dal gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende,
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.

(David Maria Turoldo)

Gesù ed Eugenio Montale

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Eugenio Montale

 

 

Di Eugenio Montale (1896-1981) si ricordano raccolte famose di poesie come Ossi di seppia (1925) e Le Occasioni (1938). Dal 1967 fu sentore a vita e nel 1975 ricevette il Nobel per la letteratura.

Meriggiare pallido e assorto (del 1916) è la più famosa poesia di Montale. E’ una “lirica costruita sintatticamente su una serie di infiniti, collocati a capoverso. …dal punto di vista metrico l’ultima strofa, di cinque versi, si stacca dalle tre precedenti quartine: il gioco di rime (AABB / CDCD / EEFF / GHXGH) ci permette di scoprire il verso chiave, il 15°, l’unico non in rima sebbene mimetizzato nel fitto delle assonanze (abbaglia – meraviglia – TRAVAGLIO – muraglia – bottiglia): “com’è tutta la vita e il suo travaglio”. Pertanto al riconoscimento della vita come “travaglio” voleva condurci il poeta. Travaglio: viaggio (travel) sofferto (il latino tripalium è uno strumento di tortura), faticoso (travailler, trabajar), teso a dare alla luce, o in attesa che venga alla luce (travaglio del parto) il senso ultimo del reale, che dimora, però, irraggiungibilmente, oltre la muraglia” (R. Filippetti, Eugenio Montale: Oltre la muraglia?, in “Insegnare religione” novembre 1994, pp. 50-51).

La raccolta La Bufera e altro (1956) è il libro più religioso di Montale, dove ripetute volte compare il nome di Dio e la poesia Iride connota in senso cristiano questa religiosità. Iride nella mitologia è l’inviata di Giunone; nella Bibbia l’iride è il segno dell’alleanza tra Dio e Noé dopo il diluvio. Iride è una poesia difficile: la donna (il riferimento è a Irma Brandeis, incontrata attorno il 1932 e il 1933 e la cui figura è presente in molte poesie), chiamata in altre liriche con il nome di Clizia, è investita di una missione di salvezza che la unisce e assimila a Cristo. In apertura troviamo subito un accenno a Cristo:

“[…] il Volto insanguinato sul sudario

che mi divide da te”.

Il poeta ricorda la condizione del mondo e l’atrocità della guerra “nella lotta che me sospinge in un ossario” e nemmeno la speranza di una terra promessa impedisce di vedere questa condizione di desolazione. Che cosa dunque motiva la presenza e la missione di Clizia? Non è soltanto l’attaccamento sentimentale al poeta:

“[…] è forse quella maschera sul drappo bianco,

quell’effige di porpora che t’ha guidata?

Perché l’opera tua (che della Sua

è una forma) fiorisse in altre luci

Iri del Canaan ti dileguasti”

(E. MONTALE, Iride, in Poesia italiana del Novecento, a cura di E. Gioanola, Librex Marietti, Milano 1989, pp. 430-433)

Iride/Clizia dà forma presente all’opera di Cristo e ne continua la missione; gli ultimi due versi sottolineano come un cristiano vivo sia continuazione dell’opera di Cristo stesso. Iride diventa quindi la donna che “porta Cristo”, portatrice di senso ultimo e figura “ponte” tra Dio e il mondo, che assume deliberatamente su di sé il ruolo di vittima, facendosi continuatrice dell’opera di Cristo.

Gesù e Ada Negri

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Ada Negri

 

Ada Negri (1870-1945), secondo alcuni critici, è la più grande poetessa italiana del XX secolo e infatti godette di grande fama internazionale durante la sua vita. Nella poesia Atto d’amore esprime tutta la sua libera e convinta adesione al mistero di Dio. E’ un atto d’amore, una dichiarazione d’amore non verso una idea astratta di Dio ma verso una “persona”. L’uso di evidenziare in nero il pronome personale indica che Dio è una persona che si può incontrare, cioè Cristo. Infatti la lirica chiude con l’invito “Resta con me”, che richiama direttamente l’incontro tra i discepoli di Emmaus e Gesù risorto (cfr. Lc 24, 13-35):

“[…] tutto

per me Tu fosti e sei, mi fa tremante

d’una gioia più grande della morte.

Resta con me, poi che la sera scende

sulla mia casa con misericordia

d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco

umile il poco pane e l’acqua pura

della mia povertà. Resta Tu solo

accanto a me tua serva; e, nel silenzio

degli esseri, il mio cuore oda Te solo.”

(A. NEGRI, Mia giovinezza, Rizzoli, Milano 1995, pp. 70-71)

 

Gesù e Ungaretti

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Giuseppe Ungaretti

 

Nel 1928, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) trascorre una settimana nel monastero di Subiaco, ospite di un suo amico monaco: è la settimana santa e l’attenzione è concentrata sul mistero della passione e morte di Cristo. L’interrogativo su Dio è chiaro fin dalle composizioni del 1916 come Peso e soprattutto Dannazione (1916):

“Chiuso fra cose mortali

(Anche il cielo stellato finirà)

Perché bramo Dio?”

Tale interrogativo sul mistero di Dio si era reso più urgente durante le ore difficili della guerra del 1914-18 a cui aveva partecipato come soldato (cfr. poesie come Veglia, Soldati). Ma in alcune liriche l’attenzione si sposta sulla figura di Cristo.

In La Preghiera (del 1928) le prime tre strofe descrivono la condizione umana di peccatori; poi inizia l’invocazione tre volte ripetuta: “Fa’ che…” . Il poeta domanda che l’uomo riconosca il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione che Cristo ha portato a termine: è l’“infinita sofferenza” che dà senso al dolore umano, ma

“L’uomo si sottrae, folle,

Alla purezza della tua passione.”

All’uomo che “deifica” la propria ragione e pretende di essere il metro di giudizio e di avere la spiegazione di tutto, il poeta prega Cristo: “Sii la misura, sii il mistero”. E’ questo un verso decisivo, in cui si contesta la pretesa moderna dell’uomo di essere il centro e la misura di tutto.

“[…] Fa’ che l’uomo torni a sentire

Che, uomo, fino a te salisti

Per l’infinita sofferenza

Sii la misura, sii il mistero.”

Mio fiume anche tu è una composizione del 1943-44, durante la seconda guerra mondiale, dopo che il poeta era rientrato dal Brasile nel 1942. Il fiume Tevere, e quindi la città di Roma, è visto come il punto di incontro tra la cultura classica e la fede cristiana. L’interrogativo sul dolore si apre e diventa un inno alla sofferenza umana che Cristo ha preso su di sé con la propria morte. Sempre in Cristo è svelato il volto di Dio. Il poeta può dire: “Vedo ora chiaro nella notte triste / Vedo ora nella notte triste, imparo”. E’ il passaggio alla chiarezza e alla certezza della salvezza in Cristo “pensoso palpito / Astro incarnato nell’umane tenebre”. Il cuore di Cristo è la fonte dell’amore vero, non quello vano e vuoto. Negli ultimi versi riecheggia in modo evidente il Sanctus della Messa e più ancora la visione di Isaia che vede i cherubini glorificare Dio tre volte Santo (cfr. Is 6, 3): qui la maestà e la grandezza di Dio sono nella sua sofferenza: “come fratello t’immoli” per riedificare l’uomo e liberare dalla morte.

“[…] “Cristo, pensoso palpito,

Perché la Tua bontà

S’è tanto allontanata?”. […]

L’uomo si sottrae, folle,

Alla purezza della Tua passione […]

Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell’umane tenebre,

Fratello che t’immoli

Perennemente per riedificare”

(G. UNGARETTI, Mio fiume anche Tu, in Vita d’un uomo, I Meridiani, Mondadori, Milano 1977)

Cristo resta il modello di giustizia insuperabile; per questo Ungaretti scrive:

“Bisogna riuscire a unire, a fondere il sentimento della giustizia e dell’uguaglianza con il sentimento della libertà, che è poi il sentimento che ci ricongiunge all’insegnamento più profondo del Vangelo. E credo che l’adempimento del messaggio di Gesù sia la missione alla quale deve tendere ogni uomo di buona volontà.”

(G. UNGARETTI, in La guerra di Ungaretti, in “Avvenire”, 15 agosto 2000, p. 25)

Musica e libertà

Gli studenti che mi conoscono sanno bene (I lezione del I anno) che Laura Pausini non è nelle mie priorità musicali; tuttavia pubblico il testo di una sua canzone, la prima del nuovo album, visto che parla di libertà…

Mille braccia
(Carta/ Pausini – Cheope)
Prodotto da Laura Pausini e Paolo Carta
Pieno di energia, questo brano è la scarica di gioiosa adrenalina di chi oggi sente “sulla faccia un vento nuovo” e vuole cercare la consapevole libertà “in ogni centimetro dell’anima”. Contagiosa, irresistibile.
«E’ dedicata a tutte le persone che usano la fantasia come rimedio all’ottusità e alla mancanza di libertà di espressione. E’ un inno all’autoconsapevolezza nato con l’idea di aprire i miei concerti.»

Anche d’estate nevicaPAUSINI%205.jpg
se la tua mente immagina
se la tua casa è un albero
di gommapiuma e canapa

Senti l’aria del mattino
che sa di incenso e di primula
ti rivedi in quel bambino
che rincorre una libellula

Alzando le sue braccia verso il cielo
come simbolo di libertà
del diritto naturale che ogni uomo ha
sentendo sulla faccia un vento nuovo
bell’istinto che non se ne va
l’esigenza che oggi provo
e che grida già

In libertà

Anche l’inverno illumina
se il tuo pensiero naviga
se ti lasci trasportare
oltre il male di chi giudica
oltre il muro di un frastuono
senza voce e senza musica

Alzando mille braccia verso il cielo
come simbolo di libertà
del diritto di sognare che ogni uomo ha
sentendo sulla faccia un vento nuovo
una nuova possibilità
l’esigenza di cercare una rivincita
che grida già

“Un’altra via
ora sarà
l’alternativa sola e unica
da oggi sia
in libertà
ogni centimetro dell’anima”

Liberamente alzandomi
un’altra via ora sarà
l’alternativa sola e unica
da oggi sia
in libertà

Ogni centimetro dell’anima
con tutta l’anima