Io non guardo le Olimpiadi

Qualche settimana fa avevo già manifestato sul blog l’idea di non guardare le Olimpiadi di Pechino come forma di contrapposizione alla politica cinese nei confronti del Tibet. Chi mi conosce sa quanto mi costi rinunciare allo sport…

Ieri sera ho ricevuto da Marta questa mail che volentieri condivido con tutti coloro che sono interessati.

 

Cari amici,

Non guardiamo le Olimpiadi di Pechino 2008
La CINA sta perpetrando un GENOCIDIO in TIBET dal 1959,
Non lasciamo che genocidi passino in silenzio, non premiamo i colpevoli con l’onore di ospitare le ‘OLIMPIADI’, antichi giochi nati in segno di CIVILTA’ e PACE !

Diamo un segnale noi che abbiamo ancora una voce………..
Ribelliamoci pacificamente:
– in memoria del Tibet, una volta cuore pulsante della spiritualità mondiale (più di 6000 monasteri distrutti, rimasti circa 15)
– in onore di tutti i Tibetani pacifici e disarmati uccisi a sangue freddo (più di 1milione di vittime, circa 1/6 della popolazione, e decine di migliaia esiliati, imprigionati, torturati e deportati nei campi di concentramento)3bd8250c979b87ef37dbec3aa89f9ace.jpg
– ribelliamoci alla sterilizzazione subita dalle donne Tibetane per non aver accettato matrimoni con l’invasore (più di 7.5 milioni di Cinesi vivono in Tibet)
– ribelliamoci all’incapacità dell’ONU (per mancati poteri effettivi) di difendere i diritti civili, assistendo impotenti ad uno sterminio di massa ed alla cancellazione di una civiltà, nonostante le continue accuse di genocidio mosse ufficialmente dalle Nazioni Unite alla Cina fin dal 1959.
Insieme di fatti che rendono la Cina luogo’inadeguato’ad ospitare le Olimpiadi… Sarebbe bello se tutto questo non fosse vero, ma tutti i documenti ufficiali dell’ONU parlano chiaramente, vedi sito
www.tibet.com
– MANIFESTIAMO IL NOSTRO DISSENSO EVITANDO DI SEGUIRE LE OLIMPIADI 2008 IN CINA
– TENIAMO SPENTI TUTTI I MONITOR/TV IN DIRETTA DA PECHINO PER TUTTO IL TEMPO DELLA CERIMONIA INAUGURALE
Se volete unirvi a questo abbraccio di solidarietà in nome di tutte le vittime del male e della follia del potere, comunichiamo via mail questo pensiero a chi crediamo lo possa ‘condividere’.
L’ONU siamo noi, gli stati siamo noi, il pianeta siamo noi.
L’autodeterminazione è un diritto di tutti i popoli E anche se pensiamo che ci sia poco da fare…, come disse Ghandi ‘sii tu il cambiamento che vorresti dal mondo’.
Copia questo testo e incolla su nuovo msg per inoltrarlo a più persone possibile.
NON SI GIOCA CON I DIRITTI UMANI……….. NON GUARDIAMO LE OLIMPIADI DI PECHINO 2008.
www.sostibet.org
Grazie a tutti

Materiale 5Cl

Ciao ragazzi. Ecco il materiale che avete prodotto: non ho avuto tempo di guardarlo, quindi lo metto così come me l’avete trasmesso. A martedì

Action Directe.doc

Al Kaeda.doc

Al Qaeda.doc

Banda Stern.doc

Brigate Rosse.doc

ETA.doc

HAMAS.doc

Hezbollah.doc

Irish Republican Army.doc

Rote Armee Fraktion 2.doc

Settembre Nero + OLP.doc

Ancora sul Tibet

Ho ricevuto questa mail dal centroi buddhistico di Polava

 

 

Vi invito a guardare la foto!0245037013cef6287324ec740ef34ca2.jpg

(via satellite, from:Britain’s GCHQ, the government
communications agency)scattata prima degli scontri
e la rivolta di Lhasa in Tibet.

Questi monaci hanno causato violenze a in tibet?

Pechino orchestrava la rivolta nel Tibet.
Canada Free Press [Venerdi, 21 Marzo, 2008 10:20]

Tibet

marcia di solidarietà

per il popolo tibetano

UDINE 

giovedì 3 aprile 2008

ore 19.30/20.00

ritrovo e partenza

da piazza matteotti

“la non violenza non è solo assenza della violenza. Essere

non-violenti significa astenersi dal far male quando se ne avrebbe

l’occasione. La non-violenza è come il riflesso dell’espressione

dell’amore umano e della compassione umana”

S.S. il XIV° Dalai Lama

Perché è venuto Gesù e non Dio?

Molto interessante questo articolo di Luigi Accattoli preso da Il Regno 

«Perchè Dio Padre non è venuto lui?»

Le domande impossibili che assediano i credenti

Perché Dio Padre non è venuto lui invece di mandare il Figlio? A lui avrei creduto»: è la domanda più straordinaria che mi sia stata fatta al termine di una conferenza. L’ho ascoltata a Opera (Milano), giovedì 3 maggio, da un operaio con la quinta elementare. «Credere oggi» era il tema dell’incontro che si teneva presso la Biblioteca comunale. Altre domande a cui nessuno potrebbe rispondere mi ero sentito rivolgere in altre serate. «Perché Dio non si fa sentire anche oggi in maniera chiara, come quando chiamò Mosè dal roveto ardente?». «Perché i miracoli li dobbiamo leggere solo sui libri? Se io vedessi un morto che torna in vita allora sì che crederei!».

f095fc0602bd193192b357b58e242afb.jpgSe avremo un corpo perché non potremo amarci?

«Perché non ci sono intorno a noi delle persone con il dono delle guarigioni? Io credo che sarebbe un grande aiuto a credere se il Signore ne mandasse almeno una in ogni città». «Come conciliare il dolore fisico e l’inferno con l’affermazione che Dio è amore?». «In paradiso riconosceremo le persone?». «Se avremo un corpo perché non potremo amarci?». «Come farò a riconoscere il mio bambino che è nato morto e che non mi hanno fatto vedere?». «Nel Regno dei cieli ritroveremo gli animali?».

C’è anche chi mi prende da parte e m’interroga sull’apertura alla vita perché ha già tre figli e il prete gli ha detto che non può usare contraccettivi. Su come comportarsi con una figlia ribelle. O con una sorella «prodiga». Chi mi chiede se non tradisca la moglie morta risposandosi e me lo chiede perché ha sentito che io mi sono risposato. Come perdonare il tradimento del marito. Come si fa a essere cristiani lavorando a Repubblica e al Corriere della sera.

Le domande sui comportamenti le accetto tutte e propongo la mia riflessione. Ma le domande teologiche mi lasciano ammutolito e per fortuna non sono un teologo!

Perché non è venuto il Padre? Chi potrebbe rispondere? Dio nessuno mai l’ha veduto e nessuno può vederlo e restare vivo. Nessuno può azzardare un ragionamento mettendosi dal suo punto di vista. Quando toccò a Mosè entrare in contatto con lui dovette limitarsi a vederlo «di spalle». E ciononostante il suo volto divenne «raggiante» tanto che doveva «velarsi» quando si mostrava al popolo.

Ho provato a dire così a Opera ma il mio interlocutore insisteva: «Se si faceva vedere, io gli credevo».

«Si è fatto conoscere attraverso il Figlio. “Chi vede me vede il Padre”, ci ha detto Gesù».

«Provi a convincermi che debbo credere a quello che degli uomini ci hanno raccontato riguardo a uno che ci ha parlato del Padre».

Ci ho provato ma non ci sono riuscito. Ho detto che ne andava di mezzo la nostra libertà. Che Dio vuole essere amato e non vuole imporsi con la potenza. Manda dunque il Figlio a parlare ai figli. Alcuni ne convince e questi trasmettono agli altri il messaggio, da uomo a uomo. Questa è la via di Dio tra noi. L’uomo è la sua via. Il mio interlocutore scuoteva la testa. Gli ho chiesto se mai avesse posto quella domanda ad altri e mi ha detto che era la prima volta che la faceva in pubblico, ma da tanto la pensava. Proprio a me doveva farla!

I deboli segnali che manda nel mondo

La domanda sul perché Dio parli sottovoce e non si preoccupi di farsi udire bene e da tutti mi era invece arrivata spesso. L’ultima volta ho potuto rispondere seguendo la traccia più autorevole: quella fornita da Joseph Ratzinger – Benedetto XVI nel libro Gesù di Nazaret (Rizzoli, Milano 2007).

Ci assicura il papa – facendoci avvertiti che ognuno può contraddirlo, in quanto parla da cristiano e non da vescovo di Roma – che Dio non tace ma il suo è un «silenzioso parlarci». E’ necessario il dono di una particolare «sensibilità interiore» che ci renda «capaci di udire e vedere i deboli segnali che Dio manda nel mondo».

Sono riflessioni che trovo alle pagine 117 e 116 del volume del papa. A pagina 56 svolge una riflessione più ampia sulla fioca parola di Dio, invitandoci ad accettarne il mistero, che possiamo penetrare solo con lo «slancio del cuore» e come uscendo da noi stessi: «Naturalmente ci si può chiedere perché Dio non abbia creato un mondo in cui la sua presenza fosse più manifesta; perché Cristo non abbia lasciato dietro di sé un ben altro splendore della sua presenza, che colpisse chiunque in modo irresistibile. Questo è il mistero di Dio e dell’uomo, che non possiamo penetrare. Noi viviamo in questo mondo nel quale appunto Dio non ha l’evidenza di una cosa che si possa toccare con mano, ma può essere cercato e trovato solo attraverso lo slancio del cuore, l’esodo dall’Egitto».

Più indifesi di quanto vorremmo

Fin dalla prima lettura del volume questi richiami all’accettazione del mistero sono le righe che più mi hanno segnato. Il papa c’invita a considerare la condizione indifesa in cui i cristiani si trovano nel mondo. Più indifesa di quanto non vorremmo. Privi di qualsiasi prova provata, chiamati a gettare le reti sulla parola del Signore che giunge a noi – appunto – come un «debole segnale».

Dio che parla sottovoce fa parte dunque del mistero. E da qui si può capire la ribellione dell’uomo tecnologico, teso alla funzionalità dei gesti e dei concetti. Di questa ribellione del-l’umanità contemporanea aveva già detto sapientemente l’altro papa in una delle sue parole più profonde: «L’uomo non è capace di sopportare l’eccesso del mistero. Non vuole esserne pervaso e sopraffatto» (GIOVANNI PAOLO II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, 44).

Se si sceglie di stare di fronte al mistero anche solo per breve tempo – come forse si addice a un giornalista – si raccolgono rapidamente contrarietà e sberleffi, non tanto in occasione di conferenze ma poniamo con il blog (www.luigiaccattoli.it). Ecco un visitatore agnostico che denuncia «tutta questa enfasi sul mistero», controproponendo una sua idea del cristianesimo come «religione sperimentale», che si fonda «su un fatto tecnico, la risurrezione di un morto, che in sé non ha niente di misterioso».

Prima che nella fede il mistero è nella realtà

Con questo visitatore ho insistito a dire che la parola «mistero» non è affatto inflazionata e andrebbe meglio intesa e amata. Perché dovrebbe disturbare? Chi non crede potrà anzi gradirla come segnale di una minor pretesa del credente, il quale dicendo «mistero» rimanda – per la lingua corrente – a una realtà più grande di cui non sa rendere ragione.

Il visitatore ribatte che di veramente «misterioso» egli conosce solo il coraggio dei cristiani di «credere a tutte le storie» che vengono a noi dalla Bibbia. Controreplico che anche rifiutando le «storie» cristiane il «mistero» resta comunque centrale nella vita dell’uomo: ognuno può capirmi se parlo di mistero della vita, della morte, dell’amore o dell’universo. Prima di essere nella fede il mistero è nella realtà e anche abbandonando la fede biblica il più e il decisivo resta sconosciuto alla nostra mente. Invece di accogliere l’idea di un Padre e Creatore immagineremo di essere capitati per caso in un mondo venuto dal caso, ma «credere» in questo «mistero» della casualità non sarà meno impegnativo.

Anche la speranza nel ritrovamento oltre la morte può essere oggetto di satira da parte di chi pur prova lo strazio della separazione ma ironizza così – con commenti lasciati nel blog – sull’aldilà cristiano: «Se quelli che “partono” e che volevano tanto bene a quelli che restano fossero andati veramente da qualche parte, come pensarli così crudeli da lasciarci qui a piangere disperati quando basterebbe una qualche specie di telefonata?».

Un argomento – questo dell’aldilà – che ci riconduce al concetto di «mistero». Chi crede in Dio – rispondo al visitatore – non crede a un cielo dal quale i beati ci possano raggiungere con qualche sistema fastweb o wireless. Crede a un mistero d’amore dove nulla va perso e ognuno si ritrova, certamente. Ma crede a un «mistero», non a una favola, e dunque si affida a qualcosa che va oltre ogni esperienza e conoscenza. Ciò che troverà il credente sarà «altro» dalla sua aspettativa – impreveduto, strabiliante – tanto quanto quella stessa realtà risulterà sconcertante per il non credente.

Riferisco queste diatribe per dire che nel blog e nelle conferenze mi sono capitati antagonisti decisi, ma nessuno mi è parso più determinato di quell’operaio di Opera che avrebbe preferito fosse venuto il Padre invece del Figlio. A ripensarci, mi sembra di poter dire che il libro del papa sia la migliore risposta a quell’obiezione: in particolare l’introduzione e il capitolo sulle «grandi immagini giovannee», al centro delle quali è quella della vite e del vino, con la parabola dei vignaioli, magistralmente applicata all’oggi dal papa teologo a p. 299: «Dichiariamo Dio morto, così saremo noi stessi Dio!» L’antefatto è appunto quello del proprietario della vigna che invia a trattare con i vignaioli ribelli il suo «figlio diletto».

Approfittiamo del libro su Gesù per amare il papa

Penso che tornerò sul libro del papa ma da subito butto là un’idea per i lettori che hanno qualche contenzioso con Benedetto XVI: approfittino di questo libro per amarlo. Il papa che parla di Gesù non è ciò che tutti attendiamo? Egli ci dà ora questo volume e ne promette un altro. Se non ci va granché il papa che batte sulle «radici cristiane dell’Europa» o sui «principi non negoziabili», non potremmo sintonizzarci con lui ora che affronta l’argomento degli argomenti?

In nulla Benedetto mi risulta vicino come nell’interrogazione sulla fede che caratterizza la sua predicazione. Da papa si è chiesto in che modo possiamo divenire «certi di Dio anche se tace», e ha risposto che la via è la preghiera (cf. Discorso ai vescovi svizzeri, 9.11.2006). La «forza della preghiera, della fede e dell’amore» l’aveva indicata da cardinale come via per «sollecitare Dio» a «lasciarsi coinvolgere» nella storia del mondo (Dio e il mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2001, 62).

IDENTITÀ E SVENTURA IL SISTEMA DELLE CASTE IN INDIA

In quarta abbiamo affrontato l’induismo e questo articolo di Stefano Vecchia è piuttosto interessante. E’ tratto dal sito di Missione Oggi

 

Radicato, al punto da essere inattaccabile da evoluzione culturale, progresso, leggi e nuove consuetudini, il sistema della caste in India è insieme identità e dannazione. Dipende, ovviamente, in quale contesto socio-religioso si nasce all’interno della multiforme società indiana o all’esterno di essa. E a quale livello di una teoricamente infinita scala evolutiva le azioni precedenti di un individuo (karma) lo pongono alla rinascita.541c292820401538af27305607904e9a.jpg

“Si è sempre cercato di spiegare il fenomeno delle conversioni di tribali o fuoricasta, verso cristianesimo, islam e buddismo come un fenomeno che tendeva alla ricerca di giustizia e uguaglianza. Ma se questo fosse vero, come spiegare e ancor più accettare il permanere di una logica castale nelle fedi dei convertiti, Chiesa cattolica compresa?” – si chiede padre Nithiya Sagayam, segretario esecutivo della Commissione nazionale per la giustizia, la pace e lo sviluppo della Conferenza episcopale indiana -. La discriminazione si situa in profondità nella psiche degli indiani, nella convinzione che quella indiana non sia una società ‘divisa’ (né tantomeno discriminatoria, secondo concezioni occidentali), bensì ‘integrata’. Stabilito per ciascuno un ruolo dalla nascita e messo ciascuno in condizione attraverso l’adesione al Dharma, legge eterna di ispirazione divina, di liberarsi da un carico originario di negatività nel trascorrere delle esistenze, niente altro può esservi al di fuori. Non esistono scappatoie: la salvezza è nella condivisione del sistema castale, nella rinascita sul sacro suolo indiano, nella partecipazione a cerimonie e riti, nel non opporsi all’ineluttabilità del fato in versione hindu.

LE CASTE REGOLANO ANCORA LA VITA DEGLI INDIANI

Forse il sistema della caste va indebolendosi in un’India che macina mode e record, e che sempre più si identifica con le esigenze e le aspirazioni della sua classe media. Tuttavia continua a restare la maggiore e la più solida tra le cornici che definiscono la vita degli indiani, e questo a partire dalla politica. Dove s’incontra uno e forse il maggiore dei paradossi della democrazia indiana. La discriminazione è fuorilegge, ma è legale il riconoscere la sua esistenza e agire per limitarne le conseguenze.

Uno Stato che combatte in nome della democrazia e dell’uguaglianza la discriminazione gestisce un complesso sistema di caste e di tribù regolarmente registrate, e di altri gruppi “arretrati”, distribuendo posti di lavoro pubblico, seggi parlamentari e iscrizioni universitarie.

“Molti sostengono che i cambiamenti, la maggiore mobilità sociale e le più vaste informazioni disponibili favorirebbero la scomparsa delle caste, ma non è vero. Esse si ripropongono invece in nuove forme. Il sistema di sanzioni delle caste sta forse perdendo lentamente terreno, ma nel suo complesso il sistema discriminatorio si riproduce automaticamente – dice ancora padre Sagayam -. Se nei villaggi la discriminazione resta scritta nei luoghi e nelle attività umane, sancita dalle necessità cerimoniali, perpetuata insieme agli interessi che da sempre la sottintendono, quello che inquieta è il suo trasferirsi nelle periferie cittadine e l’associarsi a nuove divisioni, come quelle politiche, economiche, di opportunità”.

LA”CASTALIZZAZIONE” INTERNA ALLA CHIESA

Che nel contesto indiano la Chiesa rappresenti insieme uno stimolo allo sviluppo socio-economico e alla giustizia in un’ottica universale e non solo di stampo occidentale (come viene spesso accusata) è indubbio. Una cartina di tornasole può essere l’opposizione che si trova a fronteggiare da parte di gruppi religiosi radicali e ancor più delle forze politiche ed economiche che li utilizzano a loro beneficio. Tuttavia non si possono ignorare anche altri due aspetti. Il primo è il posto che spetta alla comunità cristiana nel contesto castale; il secondo è la “castalizzazione” interna alla stessa Chiesa. Fenomeni storici non alieni da interessi estranei alla fede ma che hanno finito, ancora una volta, con il diventare tratti precisi e non eludibili della stesa Chiesa indiana, in un contesto che sfuma mito e storia ma che tutto schematizza e organizza. Il raduno di leader cattolici e protestanti che si è tenuto il 29 novembre 2007 a Nuova Delhi (ultimo in ordine di tempo di queste dimensioni) ha voluto ancora una volta sollevare il problema del riconoscimento, anche per i cristiani di origine castale inferiore, dei benefici concessi per legge agli omologhi di altre religioni. I circa 300 partecipanti, membri della Conferenza episcopale dell’India e del Consiglio nazionale delle Chiese (che riunisce diverse denominazioni protestanti e gli ortodossi) si sono radunati all’interno del complesso del Parlamento, normalmente interdetto a qualunque manifestazione. Il segretario della Commissione della Conferenza episcopale per dalit e tribali, padre Cosmon Arokiaraj, ha definito i dalit (un tempo chiamati “intoccabili” o “fuoricasta”) “umiliati, sottoposti ad abusi e considerati arretrati, oltre che essere privati dei diritti costituzionali”. Ha poi proseguito: “Per questo chiediamo giustizia”.

La legge indiana garantisce quote nel pubblico impiego e nei diversi gradi d’istruzione scolastica agli appartenenti alle caste più basse e ai fuoricasta, benefici non riconosciuti a cristiani e musulmani, religioni ugualitarie al cui interno, tuttavia, permangono antiche e spesso dolorose discriminazioni. La Costituzione, se da un lato abolisce il sistema castale, dall’altro prevede iniziative di supporto ai gruppi meno favoriti della popolazione. In India il 60% dei 25 milioni di cristiani sono di bassa casta o fuoricasta e la richiesta sempre più insistente dei cattolici di equiparazione alle caste più basse o ai fuoricasta della galassia hindu indica più una necessità di sviluppo e benessere che la volontà di partecipare a un sistema discriminatorio. La Chiesa non può fare altro che assecondare questa necessità, anche per non vedere crescere al proprio interno le contraddizioni.

PER I CRISTIANI DELLE CAMPAGNE NON C’È SICUREZZA

In ogni religione le caste giocano un ruolo fondamentale. E al loro interno si ripropongono in nuove forme, senza all’apparenza accusare i colpi del tempo e dei mutamenti sociali. Il sistema di sanzioni delle caste sta lentamente perdendo terreno, ma il sistema si riproduce automaticamente. Questo fenomeno, per quanto riguarda fedi egualitarie e di origine esterna al contesto indiano, avviene soprattutto mediante un procedimento di assimilazione di elementi sociali marginali. Come, ad esempio, per i tribali (8% della popolazione), comunemente non considerati hindu (nonostante le pretese in tal senso degli hindu e il loro inserimento come hindu nei censimenti e il loro corteggiamento da parte dei nazionalisti). La maggioranza della conversioni arrivano però, non casualmente, dai dalit. L’associazione a una tradizione universalistica, e a condizioni socioeconomiche in genere migliori, garantiscono loro un’opportunità, ma diventano presto conferma di antiche discriminazioni.

Come dice il leader cattolico di Mumbay, Dolphy D’Souza, “una delle cose che è facile osservare è che per i cristiani delle campagne, sia nelle regioni controllate dal Bharatiya Janata Party (la maggiore espressione politica del nazionalismo hindu), sia dal Partito del Congresso (di ispirazione laicista e oggi presieduto da Sonia Gandhi), non c’è sicurezza. Violenza e insicurezza prevalgono ovunque. Il governo tende a non avere un approccio ‘morbido’ ai nostri problemi, in quanto politicamente contiamo poco. I musulmani ricevono molta più attenzione e riescono ad ottenere di più. Per questo lottiamo, affinché i dalit cristiani vengano inclusi nel sistema delle quote, come è successo nel 1990 per i buddisti”. Ma quali sono le ragioni di questa insensibilità da parte delle istituzioni? Continua ancora D’Souza: “Fondamentalmente i dalit cristiani sono segregati e chiunque può rendersene conto. La loro è una duplice segregazione: all’interno del sistema socio-religioso indiano e all’interno della nostra Chiesa. La Commissione Mishra, istituita negli anni scorsi per valutare l’opportunità di includere nel sistema di quote di cristiani e musulmani, ha stabilito che non ci sono obiezioni all’esclusione dei dalit nel sistema di caste schedate, ma noi non ci arrendiamo e siamo pronti ad arrivare fino alla Corte Suprema. Non capiamo come mai ci vengano negati benefici concessi ad altri. I musulmani sono ora inclusi tra le classi arretrate. La scusa per noi è che i cristiani non credono nel casteismo, ma è un dato di fatto che per i nostri dalit lo status sociale non cambia per il fatto di essere cristiani”.

Crudeltà contro le foche

E’ iniziato venerdì 28 marzo e continuerà per due settimane il massacro delle foche da parte del governo canadese. La denuncia è stata fatta da alcuni gruppi ambientalisti. Per Greenpeace nelle prossime due settimane saranno 275mila le foche uccise. Secondo il ministro canadese “senza crudeltà”, in modo “assolutamente incomprensibile” per gli ambientalisti che per dimostrarlo hanno diffuso un video che visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=pSAca-qq06s

Da segnalare che anche la Russia oggi dà inizio alla stessa pratica crudele.

Armi vendute dall’Italia

Armi: nuovo record per il made in Italy

estratto di un articolo Riccardo Bagnato (http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=91764)

Nuovo record per l’esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006. Sono queste le prime anticipazioni del Rapporto annuale previsto dalla legge 185 del ’90, e rese note dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione dell’incontro fra alcuni rappresentanti della Rete Disarmo e la Segreteria tecnica del sottosegretario Enrico Letta.

Una crescita contenuta rispetto all’anno passato, quando le autorizzazioni alle esportazioni erano invece aumentate di oltre il 60% sul 2005, ma pur sempre “un trend di crescita dell’export alquanto preoccupante” ha commentato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo presente all’incontro.

Fra gli esportatori primeggia, come volume finanziario, l’MBDA ITALIA con oltre il 18,49% , pari a circa 442,9 milioni di euro, seguita da:

INTERMARINE con il 10,22%, pari a circa 244,8 milioni di euro;

FINCANTIERI con il 7.99%, pari a circa 191,6 milioni di euro

AGUSTAWESTLAND con il 7,93%, pari a circa 190,0 milioni di euro;

OTO MELARA con il 7,0%, pari a circa 167,65 milioni di euro;

GALILEO AVIONICA con il 6,72%, pari a circa 160,99 milioni di euro;

AVIO con il 5,97%, pari a circa 143,1 milioni di euro;

IVECO con il 4,48%, pari a circa 107,3 milioni di euro.

ALENIA AERMACCHI con il 3,98%, pari a circa 95,3 milioni di euro;

ORIZZONTE Sist. Nav. con l’2,48%, pari a circa 59,4 milioni di euro.

Per quanto riguarda, invece, i principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di materiale d’armamento (non considerando le operazioni da compiere nell’ambito dei Programmi Intergovernativi per lo più destinate a Paesi Europei), dopo il Pakistan, al primo posto, merito soprattutto di un’autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA, controllata Finmeccanica), si scopre qualche altro nome a dir poco imbarazzante come Turchia, Malaysia e Iraq. Ma ecco la classifica completa fino al decimo posto:

PAKISTAN con il 19,91% delle operazioni pari a circa 471,6 milioni di euro;

FINLANDIA con il 10,59%, pari 250,96 milioni di euro;

TURCHIA con il 7,37%, pari a circa 174,57 milioni di euro;

REGNO UNITO con al 5,98%, pari a 141,77 milioni di euro;

STATI UNITI con il 5,81%, pari a circa 137,72 milioni di euro;

AUSTRIA con il 5,05%, pari a 119,72 milioni di euro;

MALAYSIA con il 5,04%, pari a 119,28 milioni di euro;

SPAGNA con il 5,02%, pari a circa 118,84 milioni di euro;

IRAQ con il 3,55%, pari a circa 84,0 milioni di euro;

FRANCIA con il 3,48%, pari a 82,39 milioni di euro.

Record, infine, anche per le operazioni autorizzate alle banche che salgono ad oltre 1,2 miliardi di euro. Il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di “uscita progressiva dal settore” annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato, Alessandro Profumo, in attesa, dopo l’acquisito di Capitalia l’anno scorso di definire una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni.

Diminuiscono, invece, le operazioni del gruppo Intesa San Paolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi.

“Preoccupa invece soprattutto la crecita di operazioni di istituti esteri come Deutsche BankBear-Stearns-Troubles  (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) – ha sottolineato Giorgio Beretta della Campagna ‘banche armate’ in occasione della presentazione del Rapporto – e BNP ParibasMassive-Bailout-Planned-for-Banks  (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia – ha aggiunto Beretta – dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere”.

Ma ecco la classifica completa delle prime dieci banche per attività:

UNICREDIT Banca d’Impresa (14,96%)

Deutsche Bank (14,20%)

Banca INTESA SAN PAOLO (11,81%)

Citibank (6,86%)

Banca Nazionale del Lavoro (5,21%)

ABC International Bank PLC (4,74%)

Cassa di Risparmio in Bologna (4,38%)

BNP Paribas (3,95%)

HSBC Bank (2,22%)

Commerz Bank (2,20%)

I sentimenti giocano a nascondino

Inserisco per le prime, visto che stiamo parlando delle relazioni, una versione più completa del racconto letto in classe… 

 

Raccontano che un giorno si riunirono in un luogo della terra tutti i sentimenti e le qualità degli uomini.

Quando la noia si fu presentata per la terza volta, la pazzia come sempre un po’ folle propose: “Giochiamo a nascondino!”.

L’interesse alzò un sopracciglio e la curiosità senza potersi contenere chiese: “A nascondino? di che si tratta?”

“E’ un gioco -spiegò la pazzia – in cui io mi copro gli occhi e mi metto a contare fino a 1.000.000 mentre voi vi nascondete; quando avrò terminato di contare il primo di voi che scopro prenderà il mio posto per continuare il gioco”.65be1558e8274043dc7ded63cc87b1d0.jpg

L’entusiasmo si mise a ballare, accompagnato dall’euforia. L’allegria fece tanti salti che finì per convincere il dubbio e persino l’apatia, alla quale non interessava mai niente…. però non tutti vollero partecipare.

La verità preferì non nascondersi. Perché se poi tutti alla fine la scoprono?

La superbia pensò che fosse un gioco molto sciocco (in fondo ciò che le dava fastidio era che non fosse stata una sua idea) e la codardia preferì non arricchirsi.

“UNO, DUE, TRE…” cominciò a contare la pazzia.

La prima a nascondersi fu la pigrizia che si lasciò cadere dietro la prima pietra che trovò sul percorso.

La fede volò in cielo e l’invidia si nascose all’ombra del trionfo che con le proprie forze era riuscito a salire sull’albero più alto.

La generosità quasi non riusciva a nascondersi. Ogni posto che trovava le sembrava meraviglioso per qualcuno dei suoi amici.

Che dire di un lago cristallino? Ideale per la bellezza.

Le fronde di un albero? Perfetto per la timidezza.

Le ali di una farfalla? Il migliore per la voluttà.

Una folata di vento? Magnifico per la libertà.

Così la generosità finì per nascondersi in un raggio di sole.

L’egoismo, al contrario trovò subito un buon nascondiglio, ventilato, confortevole e tutto per sé.

La menzogna si nascose sul fondale degli oceani (non e’ vero, si nascose dietro l’arcobaleno!).

La passione e il desiderio al centro dei vulcani.

L’oblio….non mi ricordo…dove?

Quando la pazzia arrivò a contare 999.999, l’amore non aveva ancora trovato un posto dove nascondersi poiché li trovava tutti occupati; finché scorse un cespuglio di rose e alla fine decise di nascondersi tra i suoi fiori.

“Un milione!” – contò la pazzia. E cominciò a cercare.

La prima a comparire fu la pigrizia, solo a tre passi da una pietra.

Poi udì la fede, che stava discutendo con Dio su questioni di teologia, e sentì vibrare la passione e il desiderio dal fondo dei vulcani.

Per caso trovò l’invidia e poté dedurre dove fosse il trionfo.

L’egoismo non riuscì a trovarlo: era fuggito dal suo nascondiglio essendosi accorto che c’era un nido di vespe.

Dopo tanto camminare, la pazzia ebbe sete e nel raggiungere il lago scoprì la bellezza.

Con il dubbio le risultò ancora più facile, giacché lo trovò seduto su uno steccato senza avere ancora deciso da che lato nascondersi.

Alla fine trovò un po’ tutti: il talento nell’erba fresca, l’angoscia in una grotta buia, la menzogna dietro l’arcobaleno e infine l’oblio che si era già dimenticato che stava giocando a nascondino.

Solo l’amore non le appariva da nessuna parte. La Pazzia cercò dietro ogni albero, dietro ogni pietra, sulla cima delle montagne e quando stava per darsi per vinta scorse il cespuglio di rose e cominciò a muovere i rami. Quando, all’improvviso, si udì un grido di dolore: le spine avevano ferito gli occhi dell’amore! La pazzia non sapeva più che cosa fare per discolparsi; pianse, pregò, implorò, domandò perdono e alla fine gli promise che sarebbe diventata la sua guida.

Da allora, da quando per la prima volta si giocò a nascondino sulla terra, l’amore è cieco e la pazzia sempre lo accompagna…

Giovedì Santo

Non c’è niente da fare, ogni volta che leggo questo brano di Turoldo mi prende una roba dentro che è qualcosa di impressionante…

Avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava. (Mt 26,39)

I
«Ed ora a noi due», avanti
di aprire per l’estremo giudizio le carte:

anche Tu
inoltrando ti ormai nella Notte
solo, assenti
i tuoi o lontani,
gravati gli occhi dal sonno;

solo
anche tu con la mole
del mondo sul cuore;

solo,
sotto la cupa volta del cielo,
un cielo ancor più assente
e sordo
e lontano;

e la Notte nera,
via via ancor più nera; e gli occhi
un grumo di lacrime e fango,
lacrime e sangue:
sangue dalla fronte, dal viso,
dalle mani, sangue e terra
e fili d’erba sulla bocca;

anche Tu, solo:
solo uomo, perfettamente uomo, pienezza
di umanità: «Per questo,
per questo…».

Interrompa
il novello scriba le ciance,
ritorni il silenzio!
Mai nessuno ha saputo.
Pur voi, o Teologi, lasciate…

II
Perfino gli olivi piangevano
quella Notte, e le pietre
erano più pallide e immobili,
l’aria tremava tra ramo e ramo
quella Notte.

E dicevi:
«Padre, se è possibile…». Così
da questa ringhiera
quale un reticolato da campo
di concentramento, iniziava
la tua Notte.

Si è levata la più densa Notte
sul mondo: tra questa
e l’altra preghiera estrema:

«Perché, ma perché, mio Dio…».
Notte senza un lume: disperata
tua e nostra Notte. «Perché…?».

III
[… ]
Anche Tu
hai urlato «perché» dall’alto
di quella Cima, e nessuna
risposta è venuta (allora!).
E l’urlo si spandeva a onde
nel cielo cupo e sordo;
un cielo – almeno allora – vuoto,
squarciato dal tuo grido cui
una eco interminabile
ancora si effonde
di balza in balza su clivi
di millenni: «perché, perché…».
E dunque,

anche Tu
finivi con la certezza di essere
un abbandonato.

Anche Tu
non sapevi! E hai gridato il perché
di tutti i maledetti, appesi
ai patiboli. E non era
desiderio di sapere le ragioni del morire:
non questo, non la morte è l’enigma (oh,
la bella morte di chi
operoso e carico di anni
saluta i figli e tramonta come
dopo lungo giorno il sole
si cala a sera).

Mistero è che nessuno comprende
come tu possa, Dio, coesistere
insieme al Male, insieme al lungo
penare di un bimbo, insieme
alla interminabile agonia del Giusto;
quando la certezza di essere soli divampa

dagli occhi del torturato (e Tu
non intervieni); quando
il sospetto del Nulla ti avvinghia e navighi,
mozzato il respiro, entro irreali abissi.
È questo tuo abbandono
il più nero enigma, o Cristo.

IV

E dunque
anche Tu
ateo? … Fu questa
la tua vera Notte, Signore,
la tua discesa agl’Inferi
avanti che ti accogliesse
nel suo ventre la Terra.

Le notizie in Italia

Ecco la prima pagina del Corriere…

La stretta di mano tra Mancini e Vieira e l’opinione di Marina Berlusconi su Luxuria contano più di quanto succede in Tibet…

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Il Tibet piange

Senza aiuto, di fronte all’aggressione cinese

di Nirmala Carvalho


Così il Dalai Lama descrive sé e il suo popolo, mentre scade oggi a mezzanotte (ora di Lhasa) l’ultimatum di Pechino per la fine delle proteste. Un attivista pro Tibet commenta la grave situazione. L’appello alla comunità internazionale e l’India “troppo prudente”.

Dharamsala (AsiaNews) – “E’ importante che la comunità internazionale chieda alla Cina [cosa accade in Tibet] e faccia pressioni perché Pechino consideri le richieste dei tibetani e fermi le violenze a Lhasa”. Tsewang Rigzin, presidente del Congresso dei giovani tibetani, uno dei gruppi organizzatori della Marcia di ritorno degli esuli dall’India al nativo Tibet, parla ad AsiaNews della situazione in Tibet e della posizione del Dalai Lama.
“La Cina – dice – parla di rivoltosi ma le proteste erano pacifiche. La Cina vuole diffondere notizie false”. Ma non è d’accordo con il Dalai Lama, quando dice che i tibetani non vogliono l’indipendenza da Pechino ma solo una maggior autonomia. “Noi tibetani vogliamo l’indipendenza, ognuno deve lottare per un Tibet libero, è un nostro dovere. Comunque il Dalai Lama predica la non violenza e noi seguiamo la stessa strada”.
Rigzin è uno dei 100 che hanno iniziato la marcia a Dharamsala l’11 marzo. Non è d’accordo quando il Dalai Lama dice che le Olimpiadi non vanno boicottate perché sono comunque un evento positivo per la Cina. “La Cina – commenta – non merita di ospitare le Olimpiadi, per le violazioni dei diritti umani, nell’intero Paese e ancor più in Tibet. Il Paese ha promesso di migliorare la situazione dei diritti, mentre le violazioni dei diritti da parte del governo cinese sono innumerevoli”.
Ieri il Dalai Lama in una conferenza stampa a Dharamsala aveva detto che “la Cina in Tibet sta realizzando una sorta di genocidio culturale, intenzionale o meno”. Richiesto di cosa farà per fermare la violenza ha risposto che “non ho tale potere, mi sento privo di aiuto”. Si è appellato alle organizzazioni internazionali perché intervengano e “dicano cosa è successo in Tibet” e ha espresso preoccupazione per cosa accadrà allo scadere dell’ultimatum cinese di oggi, perché “se le autorità cinesi vogliono fermare le proteste con l’aiuto delle armi, anche i tibetani sono ugualmente determinati a proseguire le proteste”. Ha espresso il “sospetto” che ci sono stati “intorno a 100 morti”. Ha anche commentato che la confinante India è “troppo prudente” sul problema.
Intanto l’India, con una dichiarazione molto attenta, ha soltanto auspicato che “tutte le parti coinvolte operino per migliorare la situazione e rimuovere le cause degli attuali problemi in Tibet, che è una regione autonoma della Cina, attraverso il dialogo e con metodi non violenti”.

 

Personalmente penso che il Dalai Lama non possa assentire al boicottaggio delle Olimpiadi in quanto la reazione cinese sarebbe durissima e si abbatterebbe sul popolo tibetano. Tuttavia reputo che noi possiamo farlo: presonalmente ho preso la decisione di non guardare alla tv alcun evento legato ai giochi olimpici. E’ una piccola cosa, ma qualcosa dev’essere fatto…

Mi farebbe piacere condividere la mia scelta. Chi decide di farlo lo comunichi con un commento a questo post, così ci contiamo e ci diamo coraggio. Simo

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La filosofia di Charlie Brown

Alcune cose non le condivido, ma penso sia comunque interessante

Charlie Brown esistenzialista

L’assenza del Grande Cocomero

di Nathan Radke

Il successo di un anti-eroe

Il nostro anti-eroe è seduto e abbattuto, è solo, sia fisicamente sia psicologicamente, lontano dai suoi simili sta aspettando impaurito la punizione per le sue azioni. Disperato, cerca conforto e speranza in Dio. Invece l’angoscia lo pervade e si manifesta come dolore fisico. Non trova conforto. Povero Charlie Brown: sta fuori dell’ufficio del direttore, aspettando di sentire che cosa gli succederà. Formula una piccola preghiera, ma tutto quello che ottiene è un mal di stomaco. Quando si è abituati a qualcosa, si può perderne di vista il valore: i lettori di giornali hanno avuto sott’occhio le strisce di Charles Schulz, Peanuts, per più di mezzo secolo. Anche adesso, dopo pochi anni dalla morte di Schulz, molti giornali continuano a pubblicare le sue strisce e le librerie offrono collezioni dei Peanuts. I suoi personaggi sono molto utilizzati nella pubblicità, e in dicembre i networks programmano lo speciale Charlie Brown Natale. Quale teoria può vantare una diffusione così grande e duratura?

Il Vangelo secondo i Peanuts

Si è molto dibattuto se i Peanuts possano essere considerati come una voce del cristianesimo conservatore e sono anche stati pubblicati parecchi libri, come quello del 1965 The Gospel According To Peanuts. Ciò non è senza motivo: anche uno sguardo superficiale ad un’antologia Peanuts evidenzia moltissimi riferimenti biblici. Però sarebbe un errore pensare che i riferimenti filosofici di Schulz si limitino alla religione. Schulz aveva un grande interesse per la Bibbia e gli insegnamenti di Gesù Cristo, ma era anche molto diffidente rispetto agli atteggiamenti religiosi dogmatici. In un’intervista del 1981, rifiutò di definirsi religioso sostenendo di “non sapere che cosa significa religione”. Charlie Brown non è stato certo un missionario a fumetti, votato a diffondere per il mondo la religione. Se ci si riflette, le esperienze e i dispiaceri del piccolo eroe forniscono riferimenti all’esistenzialismo molto profondi e toccanti. Una tale miscela di pensiero religioso ed esistenzialista non è comune. Il filosofo danese cristiano Soren Kierkegaard fu uno dei primi esistenzialisti, ma le sue credenze religiose influenzarono la sua filosofia, anziché limitarla. Egli pose a confronto la sua profonda certezza dell’esistenza di Dio con il silenzio assoluto che echeggiava dalle preghiere degli uomini e il risultato fu la sua teoria della fede e della libertà. Per quanto riguarda Schulz, non si considerava né religioso né esistenzialista. Non ebbe dimestichezza con questo termine fino alla metà degli anni cinquanta, quando lesse qualche articolo di giornale su Jean Paul Sartre. Certamente non aveva una gran preparazione filosofica, eppure i suoi disegni semplici e lineari forniscono lumi sulle domande e i problemi posti dall’esistenzialismo. Per capire le attitudini filosofiche di Schulz basta far riferimento ai suoi fumetti.

Bambini senza adulti, gettati nel mondo

Nel suo lavoro del 1946, L’esistenzialismo è un umanesimo, Sartre mette in evidenza alcuni aspetti fondamentali delle sue teorie: una delle idee forti è quella dell’abbandono. Kierkegaard sentiva la presenza di un abisso incolmabile tra l’uomo e Dio, Sartre aggiunge che, anche ammessa l’esistenza di un Dio inconoscibile e irraggiungibile, non ne consegue alcuna differenza per la condizione umana. In ultima analisi noi esistiamo in uno stato di libertà e abbandono, siamo responsabili delle nostre azioni e, poiché Sartre sostiene che non esiste un Dio creatore della natura umana, noi siamo responsabili della nostra stessa creazione. Quale relazione esiste tra tutto questo e i Peanuts? Come gli esistenzialisti in un mondo di divinità silenziose e assenti, i personaggi di Schulz sono immersi in un mondo in cui l’autorità degli adulti è silenziosa e assente. In effetti, lo stile della striscia, con i piccoli attori che occupano tutta l’inquadratura, esclude la presenza degli adulti. L’autore sostiene che, se nelle strisce comparissero degli adulti, i racconti perderebbero significato. Anche se talvolta compaiono riferimenti agli adulti, quasi sempre insegnanti, queste figure rimangono sempre estranee e silenziose; i bambini dei Peanuts sono lasciati ai loro impulsi, a sperimentare e a capire il mondo nel quale si trovano immersi e devono darsi una mano l’un l’altro – vedi il fiorente chiosco psichiatrico di Lucy (cinque cents a consultazione, un prezzo davvero buono).

Linus e la divinità assente

L’esempio ideale d’abbandono è la relazione tra Linus e il Grande Cocomero: alla festa di Halloween Linus aspetta fiducioso vicino al campo delle zucche nella speranza di essere benedetto dalla santa esperienza della visita del Grande Cocomero, che ovviamente non si mostra mai e non risponde alle sue lettere. Nonostante ciò, Linus rimane fermo nelle sue convinzioni, anzi va in giro a parlare della sua divinità assente. Esiste il Grande Cocomero? Non si può mai sapere. Ma da un punto di vista esistenzialista questo non importa, la cosa più importante è che Linus è solo e abbandonato nel suo campo di zucche. Sartre malvolentieri nega l’esistenza di Dio, invece considera “estremamente svantaggioso che Dio non esista, perché ciò fa sparire ogni possibilità di trovare valori in un paradiso conoscibile”. Senza Dio, tutto ciò che noi facciamo come umani è assurdo e senza significato, e lo sarebbe anche passare una notte intera in un campo di zucche. In assenza di qualsiasi indirizzo da parte delle famiglie, i personaggi dei Peanuts sono diventati così esperti di filosofia da stabilire da soli che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Quando Linus ha una spina nel dito, scoppia un conflitto tra il determinismo teologico di Lucy – egli è punito per qualche sua azione malvagia- e l’indeterminatezza filosofica di Charlie Brown. Poi, quando il dito guarisce, la posizione di Lucy crolla. A Natale Linus in una lettera a Babbo Natale ne mette in discussione i principi etici riguardo alle azioni buone o cattive d’ogni singolo bambino. “Che cosa è bene e che cosa è male?” chiede Linus. Buone domande.

Codardia, disperazione e malafede

Dall’enorme libertà, che deriva dall’abbandono, scaturisce un’altra considerazione importante e drammatica. Nel nostro piccolo mondo, noi siamo ciò che facciamo e siamo responsabili delle nostre azioni, quindi siamo responsabili della nostra stessa creazione. Ciò che siamo è la somma di tutto ciò che abbiamo fatto, niente di meno e niente di più. Ma perché questo provoca disperazione? Per rispondere a questa domanda Sartre esamina le caratteristiche della codardia e del coraggio. Quando illustra la posizione opposta alla sua, sottolinea che non essere responsabili della propria creazione può far comodo: “Se tu sei nato vigliacco puoi essere contento, perché non puoi far niente per cambiare e rimarrai vigliacco per tutta la vita, qualsiasi cosa tu faccia; se invece sei nato eroe puoi stare altrettanto contento perché sarai eroe tutta la vita e mangerai e berrai da eroe. Invece l’esistenzialista afferma che il vigliacco rende se stesso vigliacco e l’eroe rende se stesso eroe e che c’è sempre la possibilità per il vigliacco di superare la codardia e per l’eroe di non esserlo più”. E’ proprio questa possibilità la causa della disperazione. Perché Charlie Brown si strugge per la ragazzina dai capelli rossi? La possibilità reale di trovare la forza per parlarle è molto più penosa della sua stessa incapacità ed egli deve prendere atto del proprio fallimento. Quando lei è vittima di un bullo nel cortile della scuola, la disperazione di Charlie Brown esplode: egli non soffre perché non può aiutarla, ma perché potrebbe aiutarla, ma non n’è capace. “Perché non posso correre là a salvarla? Perché finirei fatto a pezzi, ecco perché!”. Quando in sua difesa interviene Linus, capace di far uso della propria libertà d’azione, egli cade in depressione. Per reagire contro la malinconia, Charlie Brown si abbandona alla malafede, mettendo in dubbio la propria libertà: “Mi chiedo che cosa succederebbe se io andassi là e tentassi di parlarle! Tutti riderebbero…anche lei sarebbe insultata…”. Solo rinnegando la sua libertà può resistere alla disperazione. Ma nascondendosi dietro la propria malafede non fa un favore a se stesso: trascorre un’altra pausa pranzo da solo, su una panchina, con il solito panino al burro d’arachidi.

L’orrore di sentire la propria lingua

La vita è problematica e faticosa. In una striscia Schulz descrive succintamente l’orrore di scoprire la propria esistenza nel mondo. Linus: “Sono consapevole della mia lingua….E’ una sensazione terribile! Ogni tanto m’accorgo di avere in bocca una lingua, poi mi sembra d’averla ingoiata….Non posso farci niente…Non posso scacciare la sensazione… Comincio a pensare dove sarebbe la mia lingua se io non la pensassi e poi comincio a sentirla premere contro i denti…” Sartre dedicò un’opera intera a questa sensazione, il suo romanzo del 1938, La nausea, nel quale il personaggio Roquentin è spaventato nello scoprire la propria stessa esistenza. Linus esprime il concetto molto bene in poche vignette.

Continuare a giocare, nonostante tutto

L’esistenzialismo è stato accusato d’essere disfattista e depressivo, e Sartre ha confermato questa posizione con l’uso di termini come “abbandono”, “disperazione” e “nausea”, ma i Peanuts presentano anche l’aspetto ottimistico della filosofia. Perché Charlie Brown continua a giocare a baseball, nonostante cinquanta anni di lanci perdenti? Perché tentare ancora un tiro, quando Lucy gli ha sempre soffiato la palla all’ultimo secondo? Perché c’è sempre una cesura tra passato e presente: senza tener conto di ciò che è già successo, c’è sempre la possibilità di cambiare. La libertà è un’arma a doppio taglio: noi esistiamo e siamo responsabili. Questo è insieme liberatorio e terrificante. Schulz potrebbe essere considerato membro del gruppo d’autori attivi nel periodo della seconda guerra mondiale, come Joseph Heller, Kurt Vonnegut e lo stesso Sartre, e non sarebbe giustificabile escluderlo solo perché i suoi lavori si pubblicano nelle pagine dei quotidiani dedicate allo svago. I semplici disegni di Schulz e i suoi dialoghi contengono tante considerazioni sulla condizione umana quante interi scaffali di libri. Mentre è difficile affermare che cosa avrebbe pensato Sartre dei Peanuts, si conosce ciò che Schulz pensava di Sartre: “Ho letto di lui sul New York Times, dove ha definito la condizione umana come molto dura e che l’unico modo per superare le difficoltà è condurre una vita attiva, il che è proprio vero”. Se c’è un personaggio che ha descritto le difficoltà dell’esistenza, questo è proprio Charlie Brown. (Traduzione di Vera Nicola dal n. 44 di Philosophy now. A magazine od ideas).

un senso

Per le quarte e per chi vuole posto questo articolo, che penso interessante, anche se non condivido alcune cose.

 

 

di Angelo Crespi
Spesso solo la morte restituisce dignità alla vita. “Un bel morir, tutta la vita onora” epigrammava Petrarca. Ma al di là della retorica e delle frasette, molti saggi e molti santi hanno insegnato che la vita davvero è un prepararsi al morire. Pur essendo il morire un fatto prettamente individuale (“Non è che ho paura di morire, solo che non voglio esserci quando accadrà” ironizza Woody Allen), resta il fatto che la morte da sempre ha risvolti sociali, perché il morto è morto, mentre i vivi restano. Sarà per questo che ogni civiltà ha tramandato modi e forme per elaborare il lutto sempre più rivolti ai vivi che ai morti. Gli egiziani approntavano di cibo le tombe per il defunto, duemila anni dopo i Sepolcri del Foscolo servivano soprattutto ai vivi perché ne traessero insegnamenti e aspirazioni.
Oggi le cose sono ancora cambiate. La morte da costante della vita si è trasformata in una variabile sociale sempre meno considerata. Ciò nonstante, sembra incredibile, si continua a morire. Allontanata dall’orizzonte di una società inconsapevole, scacciata in termini collettivi, resta un fatto privato difficile da gestire. Si muore in silenzio, da soli, si viene tumulati in fretta e furia, senza preci, nessun corteo funebre per non intralciare il traffico, nessuna prefica. Che a pensarci bene, viene da chiedersi: perché dunque morire?
Ci sono però casi eclatanti, in cui la morte diventa di nuovo fatto pubblico: morti eccellenti, morti tragiche di bambini o soldati. Proprio qui ci si accorge che i riti difettano, che non abbiamo più neanche la mimica per celebrare il defunto. Spesso a questi funerali, quando transita il feretro la folla applaude, come si applaude allo stadio. I visi degli astanti si irrigidiscono in espressioni di circostamza.
Nei giorni scorsi, una foto sui giornali ci spinge a qualche ulteriore riflessione. Il funerale di un attore hollywoodiano, il ventottenne Heath Ledger, si è concluso con una festa, una sorta di beach party stile australiano. Ledger pare sia morto per un’overdose accidentale di farmaci. Nessuno ci toglie dalla mente l’idea che il giovane attore, nonostante il successo mondiale, non avesse trovato ragione per vivere, come molti altri della sua generazione, della mia generazione, di tante altre generazioni precedenti. è sempre una scommessa la vita, un gioco il cui scopo è trovare le regole del gioco.
Vedere gli amici di Ledger spiaggiati, l’ex compagna, l’attrice Michelle Williams, concedersi un bagno tra spruzzi e risa, genera un senso di spaesamento. Quasi che la morte non fosse nulla. Ma non perché la combriccola ridanciana e miliardaria abbia dato senso definitivo alla morte, o possa chiamarla “sorella” al pari di San Francesco. Piuttosto, ci sembra, perché non sono riusciti a dare un senso neppure alla vita.

Ideali

LA FIGLIA DEL MARESCIALLO UCCISO
 UNA RAGAZZA CI INSEGNA COS’È L’IDEALE

di  DAVIDE RONDONI

P
oi arriva Giusy, che ha solo di­ciott’anni e un dolore che non si può capire. Perché le hanno ammazzato il padre mentre faceva il soldato. Arriva lei e con addosso un dolore che non si può capire dice una cosa che invece si capisce benissimo. Arriva con addosso un amore che non si può capire e dice una cosa che si capisce benissimo. Di­ce cos’è un ideale. Dice ‘non ti voglio ricordare in una bara’. Dice ‘continuerò il tuo lavoro’. Dice cose così umane da mettere quasi paura. Perché ormai sia­mo così rattrappiti nel cuore e nella mente da pensare che cose così esista­no solo nei film o nei momenti specia­li. E invece questa è l’Italia, questa è Giu­sy.
 
In piedi signori presidenti, signori pro­fessori, signori dei signori di questo Pae­se che troppo spesso avete ridotto nei vostri pensieri prima ancora che nelle vostre azioni a selva di retorica e di gio­chi di potere, a noia, a banalità. Deve arrivare ancora una ragazza a dirci co­sa è l’ideale. Che è cosa diversa dall’e­mozione. Diversa dal sogno. E diversa dall’ideologia. L’e­mozione non ba­sta a far parlare così. I sogni passa­no col tempo, l’i­deale invece in lei è cresciuto nel tempo, anche gra­zie a quel padre vi­cino e lontano. L’i­deologia vuole ca­pire e possedere il mondo, l’ideale invece vuole servi­re. Per ideologia si diventa potenti o intellettuali. Per i­deale si diventa soldati, servitori con la maiuscola.
  Non prendete in giro Giusy, non tratta­tela come se fosse un ‘bel momento di retorica’. I suoi diciotto anni non sono per nulla retorici. Il taglio doloroso di essere rubata in tal modo del padre non è retorica, è vita durissima. E l’ideale è fatto della stessa pasta della vita. Ma non si conosce cosa è l’ideale se non si co­noscono uomini che ne vivono davve­ro.
 
 
 Giusy conosceva suo padre. Come lo conosceva sua madre, che ha chiesto ve­nisse avvolta nel tricolore la bara. E non per consuetudine retorica o militaresca, ma ‘perché lui lo amava’. Fermiamoci un attimo, un attimo prima della cam­pagna elettorale, prima di guardare fuo­ri dalla finestra, un attimo prima di di­re il nome delle persone che ci sono ca­re, dei luoghi che ci sono cari. Per guar­dare cosa c’è dentro queste frasi di fi­glia e di madre. Cosa c’è dentro questo ritratto di padre e marito. E di donna e di ragazza. Se non si considera quanto pesa, e quanto s’innalza la natura del­l’ideale, se non si considera quanto be­ne e quanta giustizia e quanta verità il cuore di queste persone ha visto e vede in un ideale, non si capisce più niente dell’Italia. Se non si onora questo idea­le, si finisce per disprezzare tutto.
  Giusy ha capito di più l’Italia di tanti po­litici, di tanti presidenti, di tanti anali­sti economici o sociali. Ha capito che la vita di un uomo è innanzitutto il suo i­deale. Cioè l’obbedienza a quel che il cuore desidera veramente. Non il suo conto in banca, non quante tasse paga, non che tipo di contratto ha. Ha capito che la vita di suo padre ha un anticipo di infinito già ora perché ha vissuto un ideale. E che se non si nutre, se non lo si continua, se non lo si assume come responsabilità la vita sa già di morte, co­me l’Italia di tanti tromboni della poli­tica o della cultura o della tv sa già di mummia. Giusy è arrivata senza orgo­glio a dire queste cose. Ha chiesto aiu­to, perché l’ideale non lo si sostiene da soli. Ha chiesto a suo padre di starle vi­cino. Anche ora che non è in un lonta­no Afghanistan, ma così vicino come quando abbracci una persona e non la vedi più.

Essere cristiani oggi

A fine dicembre su Adista è comparsa questa intervista a Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, ripresa poi a fine gennaio da Rocca. Non è molto semplice e, pur consigliandone la lettura a tutti, la suggerisco alle V visto l’argomento che stiamo trattando (il concetto di Dio dopo Auschwitz)

 

Adista Contesti N.90 – 22 Dicembre 2007

POCHI MA BUONI

intervista a Enzo Bianchi a cura di Jean-Marie Guénois per “ La Croix ”

Lei arriva ad affermare che la fine della cristianità è una chance per il cristianesimo…

E lo confermo, perché il cristianesimo ha vissuto su una ambiguità, quella di «essere» cristiani senza doverlo diventare, di essere praticante senza vivere veramente un cammino di fede personale. La coincidenza fra fede e società non esiste più, e la nuova situazione di minoranza dei cristiani è una chance per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà e per amore. La libertà e l’amore sono infatti le condizioni della fede cristiana. Non sono più un caso o una necessità.

Il diventare minoritari può essere un passo verso la scomparsa: questo non la preoccupa?

Essere minoritari non vuol dire essere insignificanti.

Ci sono minoranze efficaci, che agiscono nella società perché sia compreso il messaggio cristiano. Bisogna vigilare perché questo statuto di minoranza non conduca ad uno spegnimento, ma sia come il sale o la luce del mondo. Bisogna che la minoranza cristiana abbia la possibilità reale di esercitare una vera influenza evangelica in seno all’umanità.

Da minoritari, i cristiani devono cercare di esercitare un’influenza sulla società?

Intanto non bisogna avere l’ossessione dell’influenza, come non bisogna averne paura.

La vera vita cristiana porta in sé un messaggio di umanizzazione. La spiritualità cristiana è, in fondo un’arte di vivere umanamente. Se gli uomini percepiscono che i cristiani hanno una vita buona, vera e felice, si porranno la questione del fondamento di questa vita, e l’annuncio di Gesù Cristo diventerà quasi naturale. Si farà nel dialogo, senza imporsi.

La transizione da un’epoca segnata da un cristianesimo dominante a questo nuovo statuto di minoranza è vissuta come un trauma da molti nella Chiesa. E da lei?

È un passaggio doloroso e una prova, ma non bisogna avere paura. I nostri occhi fanno fatica a discernere e non bisogna fidarsi delle statistiche, perché la fede non è misurabile. Nessuno, nella nostra società secolarizzata, è in effetti capace di misurare quanto dura l’influenza del Vangelo quando tocca il cuore di un uomo.

Lei perciò non è preoccupato per il futuro?

Io ho una grande fiducia, perché se crediamo che il cristianesimo è una forma di umanizzazione, allora gli uomini si interesseranno al cristianesimo. Se ci fossero degli ostacoli a questo, verrebbero da noi, non dal mondo. Siamo noi che non siamo capaci di dire la nostra speranza, di dare entusiasmo con la nostra arte di vivere e di fare della nostra vita umana con Cristo un autentico capolavoro.

Lo stato di minoranza può accompagnarsi ad un complicato riflesso comunitario: che ne pensa?

Bisogna riconoscere che il dialogo, l’apertura agli altri, l’esercizio dell’alterità sono diventati più difficili, perché suscitano diffidenza e noi stiamo attraversando una specie di inverno in tutte le religioni. Ma è un pericolo che passerà. Se la Chiesa resiste alla mondanità, se la Chiesa capisce che pregare Gesù per l’unità non è una moda ma appartiene all’essenza stessa della vita cristiana, allora avremo una nuova primavera dell’ecumenismo, un tempo nuovo per il dialogo.

È ottimista!

Ho davvero speranza. È un momento che passerà. Una volta ancora, il cristianesimo supererà tutte queste contraddizioni.

Ma come evitare il peggio?

Siamo condannati alla dinamica della Pentecoste. Il crsitianesimo è plurale. Deve imparare la diversità e non l’uniformità. E spero che si troverà nel ministero di Pietro un ministero di unità che è necessaria per tutte le Chiese, come ha voluto il Signore. Il papa in effetti può avere un suo ruolo da giocare perché si realizzi la comunione delle

Chiese. Così è stato durante il primo millennio del cristianesimo. Oggi soffro per lo spirito ecumenico perché nelle Chiese ci sono persone che lavorano contro l’unità o mettono in atto prassi difensive. Non prevarranno, perché lo spirito del Vangelo vincerà queste opposizioni. Ma diffidiamo del disprezzo per le altre culture: non è lo spirito cristiano. Cristo è stato capace di sedersi alla tavola dei peccatori, è morto fra due malfattori… La Chiesa è il suo corpo, non può seguire altra rotta che quella del suo Signore! Ma deve avere il coraggio di essere uno spazio di incontro e di ascolto di ogni uomo allora il Vangelo potrà dilatarsi e raggiungere tutti.

L’avvenire dei cristiani passa anche attraverso un accresciuto dialogo con le altre religioni?

Bisogna essere molto chiari su questo punto.

Io non sono d’accordo quando si afferma che il cristianesimo è uno dei tre monoteismi. Il cristianesimo è un monoteismo speciale, perché la via che ci porta a Dio come comunione e Trinità è un uomo. È per l’umanità di Cristo che possiamo andare a Dio.

Un’altra specificità è che il cristianesimo ha stabilito tre rotture: fra il sangue e la famiglia, fra la terra e la patria, fra il tempio e la religione. Queste tre rotture impediscono ai cristiani di essere fondamentalisti, nazionalisti e uniformi…

Certo, la verità resta una – è Cristo! – ma l’antropologia cristiana è plurale, e deve assolutamente passare attraverso un’interpretazione umana.

Una terza specificità crsitiana consiste nel credere che ogni uomo è ad immagine e somiglianza di Dio. Anche se un uomo perde la somiglianza con Dio, conserva in sé l’immagine di Dio e resta perciò sempre capace di fare il bene.

A partire da queste specificità, e con questa capacità di ascolto, è necessario che portiamo avanti un dialogo per essere insieme fratelli. Questo non vuol dire progredire nel dialogo interreligioso con spirito irenico, ma condurre questi dialoghi sul piano dell’umanità e sul piano della ragione.

Avendo il coraggio del confronto, e di chiedere all’Islam come all’ebraismo di leggere i testi come parole umane dove si può ritrovare la parola di Dio, ma senza dare spazio al fondamentalismo o a letture senza rapporto con la realtà.

Pensa che il futuro del cristianesimo possa essere offuscato dallo scontro di civiltà?

È sull’etica che si avrà lo scontro di civiltà. In Italia, per esempio, vedo montare un anticlericalismo che non c’era dieci anni fa, si trasforma anche in anticristianesimo.

Come evitarlo?

Bisogna cercare uno stile di ascolto. I cristiani – e soprattutto i cattolici – ascoltano troppo poco. Senza ascolto, niente comunicazione e niente avvenire comune. Solo l’esercizio dell’ascolto può condurre alla comunicazione, e poi la comunicazione portare alla comunione. La Chiesa , nel campo etico, vuole essere al servizio della dignità dell’uomo: com’è possibile che certe volte passi per fondamentalista? Ci espriamiamo con interdetti, e allora non siamo capiti. Dobbiamo parlare ai credenti e ai non-credenti con altri termini che non siano quelli della catechesi. Se noi presentiamo la legge naturale come l’abbecedario della qualità umana dell’uomo, potremo partecipare alla costruzione di un’etica mondiale.