Violenza sulle donne

e61e945b09bb73729590fd8114a1570b.jpgLavorando in un istituto che ha un alto numero di studentesse, penso possa essere molto interessante questo articolo pubblicato sull’ultimo numero di Rocca, nello spirito citato nel pezzo stesso, di iniziare a mettere delle crepe nel muro di silenzio che avvolge le violenze sulle donne. Inoltre non manca poi molto all’8 marzo e mi mette molta tristezza la pubblicità sulle radio locali della festa dell’8 macho… Buona lettura

La violenza sulle donne.doc

A morte per stregoneria!

ARABIA SAUDITA

Quraiyat (AsiaNews/Agenzie) – La caccia alle streghe non è una cosa di altri tempi. Il verdetto della corte saudita che ha condannato a morte Fawza Falih con l’accusa di stregoneria ha suscitato perplessità e fermenti e l’organizzazione non governativa Human Rights Watch  è intervenuta appellandosi a re Abdullah perché fermi l’esecuzione.
La donna, arrestata nel 2005 dalla polizia religiosa, è analfabeta ed è accusata di essere responsabile dell’improvvisa impotenza di un uomo che l’ha poi tacciata di stregoneria.
I metodi con cui sono avvenuti gli interrogatori sembrano essere stati poco ortodossi: Fawza Falih ha sostenuto di essere stata picchiata e costretta a firmare con impronte digitali confessioni e documenti che, non sapendo leggere, non poteva capire.
In Arabia Saudita non c’è un codice penale scritto e la stregoneria non è definita un crimine. La corte che l’ha condannata alla pena capitale l’ha fatto sulla base discrezionale per proteggere i principi, l’anima, e l’identità della Nazione. 
Joe Stork, direttore di Human Rights Watch in Medio Oriente, ha commentato circa la precarietà del sistema giudiziario nel Paese che in questo caso ha palesemente fallito. Il processo a Fawza Falih non è avvenuto secondo norma e “dimostra come i giudici siano interessati a tutto tranne che al perseguimento della giustizia”.

LA TEOLOGIA DEI SIMPSON

Dio, Homer e la ciambella
di Brunetto Salvarani
  

La famiglia a fumetti più sgangherata e irriverente del piccolo schermo non ha soltanto una sua filosofia e una sua morale. Esprime anche, con acuta ironia, una sua visione del cosmo e del Trascendente che va al di là dei consueti luoghi comuni.
  

«Di solito non sono un uomo religioso, ma se tu sei lassù, salvami… Superman!». Lo spiazzamento offertoci dalla battuta di Homer Simpson sottintende due cose: entrambe cruciali. La prima, che il microcosmo del sacro, all’interno della saga a cartoni animati attualmente più famosa sul pianeta (23 Emmy e l’omaggio della rivista Time, che l’ha eletta a «migliore serie televisiva del ventesimo secolo»), ha un peso specifico notevole: proprio come capita negli Stati Uniti, unica porzione del mondo occidentale in cui le fedi risultano in gran spolvero e in evidente aumento. La seconda, che il motivo del successo che essa sta ottenendo, in buona misura, risiede nell’aver intercettato con straordinaria felicità espressiva il cuore di quella che ci siamo abituati a chiamare postmodernità: vale a dire il gioco della citazione, del rimando, dell’allusione insistita a linguaggi, temi, generi, opere d’arte note o notissime.

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Cosa sarebbe la nostra giornata senza la famiglia Simpson? Personalmente, sono disposto a sostenere sotto giuramento che, se nel lontano anno di grazia 1987 il versatile fumettista yankee Matt Groening non avesse fatto irruzione nel panorama delle tivu americane (da noi qualche anno dopo) con la sua tribù di facce gialle, molti miei amici, me compreso, sarebbero più tristi, più rompiscatole e, probabilmente, anche più accidiosi.

Un fulmineo ripasso per chi – nessuno è perfetto – si fosse perso le (oltre quattrocento, ad oggi) puntate della serie. I Simpson rappresentano la tipica famiglia della middle class che da sempre affolla l’immaginario cinematografico e televisivo a stelle e strisce. Distante anni luce dal canonico modello mieloso delle sit-com di maniera, essa appare connotata in particolare di uno smisurato spirito dissacratorio, pur essendo a propria volta quanto mai massificata.

eaa796791c511ca0ea989ba83d41773f.jpgIntegralmente schiava del piccolo schermo, dei fenomeni di massa e di una cospicua messe di pregiudizi parossistici, col suo stile di vita per nulla politicamente corretto, la sit-com dei Simpson spolpa però alla radice ogni mito e ogni consuetudine, riscattandosi così dal baratro dell’assoluta mediocrità. Con l’istituzione-famiglia che permane al centro di tutto il plot narrativo: sbeffeggiata di continuo, ovvio, ma anche riconosciuta come l’unico (e l’ultimo) autentico punto di riferimento in chiave sociale, e a conti fatti il più solido, con un reciproco e ben saldo attaccamento fra ogni suo membro.

Il papà, grasso, pigro e devoto a birra e a ciambelle, Homer; la mamma, la casalinga perbenista e azzurrocrinita Marge; i tre figlioletti (Bart lo scavezzacollo impenitente, Lisa la saputella ecologista e l’ancora bebè Maggie): ecco la formazione base per intessere un’enorme quantità di ministorie, con mille ingredienti ulteriori fatti di altri personaggi e di situazioni solo all’apparenza paradossali. Tra fantasia sfrenata e rassicurante serialità.

Il primo segreto della loro accoglienza così universalmente positiva è ciò che Umberto Eco ci ha definitivamente rivelato a proposito di Mike Bongiorno in anni lontani (nel Diario minimo, 1963): il fatto che Mike – e Madame Bovary, e papà Homer, appunto – c’est moi. Ci siamo noi nell’ingenua fiducia nel consumismo di quest’ultimo, nel suo tentativo reiterato di sgattaiolare lontano dai doveri lavorativi, nella ricerca continua di un quarto d’ora di celebrità, nella bulimia rassegnata davanti al frigorifero o alla scatola della tele. Ci piaccia o no; lo vogliamo confessare apertamente, oppure no.

c0538f15858b6faae54ffab90ba633b0.jpgC’è, però, un secondo filone di lettura più raffinato, che non contrasta il primo ma anzi – a mio parere – lo arricchisce di parecchio. Non è difficile leggere in quelle sgangherate esistenze, infatti, il sogno antico dell’uguaglianza e delle pari opportunità. Con Homer uomo qualunque, Bart teppistello qualunque, e la famiglia intera famiglia qualunque, tuttavia capaci di dichiarare in controluce l’eccezionalità di ogni storia, ogni vicenda umana: persino della più (apparentemente) banale, frustrata, patetica, demenziale. Come appare la loro e quella della compagnia di giro della loro stralunata Springfield: il nonno più di là che di qua e l’integralista ultras della fede vicino di casa, il preside frustrato e mammone perennemente dedito a rimpiangere l’epopea del Vietnam e l’induista gestore di minimarket alla ricerca di un’anima gemella, il mefistofelico industriale disinteressato dei disastrosi esiti ambientali della sua produzione e il bullo della scuola bisognoso di affetto.

Da questo punto di vista, i Simpson mettono in scena l’ansia e la possibilità di un riscatto dall’abisso in cui quotidianamente rischiano (rischiamo?) di cadere. E soprattutto, l’irripetibilità assoluta delle infinite biografie che si danno nel mondo. Lo fanno, beninteso, con leggerezza e ironia, tenerezza e irriverenza, tenendoci avvinti al tubo catodico per quei poco più di venti minuti di ogni puntata, e dimostrando definitivamente (ce n’era bisogno?) che cartoons e fumetti non sono solo e necessariamente cibo infantile.

Basterebbe, per convincersene, dare un’occhiata veloce a un ponderoso libro uscito nel 2005 da noi, e quattro anni prima negli Usa, dal titolo I Simpson e la filosofia (Isbn Edizioni), firmato da tre serissimi docenti di filosofia, Irwin, Canard e Skoble (che insegna addirittura all’Accademia militare di West Point…). C’è dentro di tutto! Ad esempio, chi si occupa di quel miserabile musone del signor Burns (l’industriale vampiresco di cui sopra) per capire se possiamo o no imparare qualcosa sulla natura della felicità umana dalla sua sostanziale infelicità. E chi si chiede se il rigetto dell’etica tradizionale da parte di Nietzsche giustifichi in qualche modo la cattiva condotta del discolo Bart («Non sono stato io!», dice, con le dita nel barattolo della marmellata). E, ancora, chi si spinge a recuperare il vecchio Marx (Karl, non Groucho) per comprendere le dinamiche profonde della società di Springfield. Ma non è finita qui.

2881d47ad6390966d7f75b3768cd8cc4.jpgPoiché l’esperimento ha dato buoni frutti, e il marchio-Simpson pare funzionare, ora un giornalista scientifico italiano, Marco Malaspina, ha realizzato un curioso – e per nulla peregrino – La scienza dei Simpson (Sironi Editore), sottotitolo “Guida non autorizzata all’Universo in una ciambella”. D’altra parte, gli episodi sono costellati di riferimenti ai traguardi della ricerca e all’attualità tecnico-scientifica: nucleare, emergenza rifiuti, psicofarmaci, ogm, missioni spaziali. Non manca neppure – come potrebbe, di questi tempi? – il dibattito tra evoluzionisti e creazionisti; e affiorano qui e là parodie di grandi scienziati più o meno noti.

Non stupirà troppo, a questo punto, che, più modestamente ma forti di tali illustri precedenti, si sia tentati di abbozzare le tracce di una teologia simpsoniana. Sì, perché i personaggi scaturiti dalla matita di Groening (nato da famiglia ebraica ma autodefinitosi agnostico), in effetti, interpretano come pochi altri il bisogno di socializzazione, di legami sociali in genere oggi negati, ma anche di andare oltre, di cieli almeno parzialmente aperti in tempi di cieli chiusi, della generazione del dopo 11 settembre: considerandola capace di sentimenti, preda di paure irrisolte, aperta al racconto di storie che prendono di petto il groviglio che alberga in tante vite.

Gli abitanti di Springfield dimostrano, infatti, a ogni piè sospinto di essere in primo luogo una vera e propria comunità, una compagnia di amici più che di concittadini, con tanto di mito fondatore, feste ricorrenti e tradizioni locali. E fungono da conferme viventi che il soprannaturale e le sue deviazioni fanno parte a pieno titolo del teatro della quotidianità, ed è assai più interessante imparare a gestirli che temerli ossessivamente. Certo, irridendo, il più dei casi, gli scenari del sacro, a partire dalla civil religion di marca squisitamente americana («Ma Marge, e se avessimo scelto la religione sbagliata? Ogni settimana faremmo solo diventare Dio più furioso!», dice Homer alla moglie per sfuggire alla funzione domenicale; mentre Lisa si scandalizza della strumentalizzazione delle orazioni al Cielo del fratello con un perentorio: «La preghiera: l’ultimo rifugio di una canaglia!»; ed è ancora Homer a lasciarsi scappare un «Dio è il mio personaggio immaginario preferito»).

491bdbf62619012809584d4c25d82415.jpgAl tempo stesso, si inneggia esplicitamente a un dialogo interreligioso fatto di prassi più che di riflessioni metafisiche, come nell’episodio che vede unirsi le forze dell’ebreo Krusty il Clown, dell’indù Apu e del cristiano fondamentalista Ned Flanders per salvare la casa dei Simpson ormai carbonizzata a causa dell’incorreggibile negligenza del pater familias. E ci si rivolge in presa diretta a Dio (raffigurato secondo i crismi dell’iconografia classica come un uomo enorme dotato di lunga barba bianca, di cui non si vede il volto) nei momenti di maggiore crisi. Mentre il reverendo Lovejoy, pastore di una non meglio precisata chiesa evangelica cittadina, regolarmente sbeffeggiato dal duo Homer/Bart, e più intento a conservare una qualche autorità sociale che a rispondere alle richieste dei suoi fedeli: tanto che a un certo punto sarà la stessa Marge a prenderne il posto, come Signora Ascolta, per replicare attivamente ai loro dubbi e problemi.

In realtà, a essere presa di mira non è tanto l’istituzione Chiesa, ma i suoi rappresentanti. La domenica, infatti, c’è tutto il paese alla funzione, magari con livelli di attenzione diversi al sermone: come nell’episodio in cui il solito Homer si isola da tutto, grazie a una minuscola radio, per non perdersi l’esito finale di un match sportivo. Mentre Bart convoca l’Altissimo anche in relazione alla propria passione preferita: «Fino a oggi non sapevo perché Dio mi aveva messo sulla terra. Ora lo so: per comprare quel fumetto!».

Come osserva l’esperto Luca Raffaelli, il fatto è che «i Simpson sono l’unica serie televisiva animata che si permette di parlare di Dio, e di quello con la D maiuscola». E i contatti diretti di Homer con Lui, del resto, gli confermano l’inutile prolissità delle prediche di Lovejoy, in un episodio in cui il capofamiglia si rifiuta di accettare la noiosità del rito di ogni domenica. Mentre Homer litiga con Marge che fa la parte di quella ligia a ogni dovere civilreligioso, è infatti lo stesso Padreterno che – dalle nuvole in cui abita con veste fluente e sandali ultracomodi – lo rassicura sull’effettiva insignificanza di una partecipazione puramente rituale. Quasi un monito sull’urgenza di rinfrescare il linguaggio ecclesiale!

Ma il passaggio più esilarante è forse, al riguardo, un monologo homeriano, in uno dei suoi (rari) momenti di grazia, che produce la seguente preghiera, davvero sui generis: «Caro Dio: gli dei sono stati benevoli con me. Per la prima volta nella mia vita, ogni cosa è assolutamente perfetta. Quindi ecco il patto: tu fermi ogni cosa così com’è, e io non ti chiederò mai più niente. Se è ok, per favore non darmi assolutamente nessun segno… (silenzio). Ok, affare fatto. In gratitudine, io ti offro questi biscotti e questo latte, se vuoi che li mangi per te, non darmi nessun segno… (silenzio) sarà fatto!».

Esauritesi le preoccupazioni degli inizi degli anni Novanta – quando la serie sbarcò in sordina nel Belpaese – con le riserve di genitori e pedagogisti sul linguaggio un po’ crudo e qualche scena violenta (Grattachecca e Fichetto), oggi il consenso sembra unanime. Il turpiloquio, a ben vedere, è ridotto al minimo; mentre gli accenni di violenza sono caricaturali e grotteschi, e dunque pieni di autoironia, fino a schiudersi in un effetto catartico.

La morale dei Simpson – sì, c’è anche una morale! – e insieme la loro idea vincente è, lo si accennava, che, alla fine, dopo il classico tsunami di peripezie e disavventure, ciò che può salvare il salvabile è solo il focolare domestico. Il nucleo familiare, per sgarrupato che sia, come bene-rifugio, investimento a lungo termine, àncora di salvezza in un universo denso di trappole: per dirla con un proverbio inglese, «east, west, / home’s best».

Anche il film uscito nei cinema, approdato in Italia nel settembre scorso, ce ne dà conferma: è attorno al desco di cucina che vengono ricompattate le tensioni e si ricompone l’ordine sociale, mentre tra un tacchino da ringraziamento e una bisteccona succulenta fioriscono le discussioni e le proposte più balzane. In una parola, c’è dialogo. Frizzante, altalenante, in grado di produrre sorprese e novità. Il che non è davvero poco, se ci pensiamo, di questi tempi malati di pochi happy end e di troppe banalità, per un universo fatto a forma di ciambella.

27 gennaio, giornata della memoria, di tutte le memorie

CRONACHE DALL’INFERNO:

I GULAG E I KATORGI DELL’IMPERO SOVIETICO

Pubblico alcune pagine di “In Siberia” dedicate ai campi di prigionia (gulag) e di sterminio (katorgi) della Russia comunista.

VORKUTA

“Poi raggiungemmo il guscio della miniera 17. È qui che nel 1943 fu creato il primo dei katorgi, i campi di sterminio di Vorkuta. Nel giro di un anno, dei 30 campi di Vorkuta 13 divennero katorgi: il loro obiettivo era quello di liquidare i reclusi. In un inverno in cui la temperatura precipitava a 40° sotto zero, e ululavano le tempeste di neve, i katoršane vivevano in tende con un fondo di assi leggere cosparse di segatura… Lavoravano 12 ore al giorno, senza tregua, trainando carrelli di carbone: nel giro di tre settimane erano distrutti. Entro un anno erano morti già 28.000 uomini… In inverno i cadaveri venivano ammucchiati in baracche aperte finché non erano abbastanza perché valesse la pena di seppellirli; a quel punto un ufficiale del NKVD, l’antenato del KGB, fracassava i crani con un piccone, e quindi i corpi venivano scaricati in una fossa scavata d’estate per l’occorrenza”.

LA KOLYMA

“Nella memoria dell’uomo contemporaneo quella vastità era solo un continente di campi di sterminio. Nel 1931, qualche mese dopo la scoperta di immensi giacimenti auriferi, una regione che abbracciava tutta la Siberia nordorientale oltre il fiume Lena – un territorio più vasto del Messico – fu messa sotto il controllo di un’agenzia che si chiamava Dal’stroj e che divenne ben presto una branca del ministero dell’interno e della polizia. Dal’stroj era una legge a parte. Sotto la sua giurisdizione la Costituzione sovietica non entrava in vigore. Governò un incubo a occhi aperti… Questa terra della Kolyma ricevette in dono ogni anno decine di migliaia di prigionieri arrivati via mare, la gran parte innocente. Nel punto in cui arrivarono costruirono il porto, poi la città di Magadan, poi la strada verso l’interno fino alle miniere, dove morirono. All’inizio i prigionieri erano contadini kulaki e criminali comuni, poi – quando la paranoia di Stalin dilagò – presunti sabotatori e controrivoluzionari di ogni classe: funzionari di partito, soldati, scienziati, medici, insegnanti, artisti… Perirono nelle gallerie delle miniere, uccisi dai crolli o dai carichi, dai fumi di ammonio e dalla silicosi, dallo scorbuto e dalla pressione del sangue troppo alta, sputando sangue e tessuti polmonari… Dopo meno di 10 anni la Kolyma arrivò a fornire 1/3 della produzione mondiale di oro. Ma il numero dei morti rimane di fatto sconosciuto. Si è ipotizzata una cifra oltre i due milioni… I primi dirigenti del Dal’stroj furono fucilati come spie nel 1937. Da allora si instaurò un regime di pura crudeltà. Gli indumenti di pelliccia e gli stivali dei prigionieri vennero sostituiti con calzature di tela e giacche imbottite che si ridussero ben presto a brandelli. L’intenzione era quella di uccidere. Si passò a una dieta da fame: 800 grammi di pane con l’aggiunta di qualche pezzetto di pesce salato o di cavolo in salamoia… La giornata lavorativa raggiunse le 14 ore, le condanne da scontare i 25 anni… Ogni sera e ogni mattina gli ufficiali, levando la brina dai fogli che tenevano in mano, leggevano gli elenchi dei condannati a morte e di quelli già giustiziati… A volte intere squadre venivano prelevate sul lavoro e fucilate all’istante… In alcuni campi non ci fu nemmeno un superstite”.

SERPENTINKA

“Su uno sperone sopra la strada che scendeva serpeggiando fino al fiume ci accolse Serpentinka. Pavlov e Garanin, i nuovi signori del Dal’stroj, ne avevano fatto un centro di tortura e sterminio… Su uno strapiombo vicino alle celle d’isolamento, due trattori venivano tenuti con i motori al massimo per soffocare gli spari e le grida delle esecuzioni. Nel 1938 vi morirono 26.000 prigionieri, centinaia per mano dello stesso Garanin. I corpi venivano trascinati dietro la collina su slitte trainate dai trattori, oppure i prigionieri erano condotti ancora vivi a occhi bendati sull’orlo delle fosse e uccisi con un colpo di fucile alla testa. Poi, in linea con la politica di Stalin di liquidare i responsabili degli apparati di sicurezza, anche Garanin fu fucilato, e con lui tutto il personale di Serpentinka, e il campo venne raso al suolo”.

Shoah

Ecco la dispensa “A proposito di Auschwitz”: nella II parte in particolare sono presenti alcuni errori in quanto non ho tempo ora per sistemare il lavoro.

A PROPOSITO DI AUSCHWITZ.doc

Shoah

Ecco la dispensa “A proposito di Auschwitz”: nella II parte in particolare sono presenti alcuni errori in quanto non ho tempo ora per sistemare il lavoro.

A PROPOSITO DI AUSCHWITZ.doc

Shoah

Ecco la dispensa “A proposito di Auschwitz”: nella II parte in particolare sono presenti alcuni errori in quanto non ho tempo ora per sistemare il lavoro.

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Ecco la dispensa “A proposito di Auschwitz”: nella II parte in particolare sono presenti alcuni errori in quanto non ho tempo ora per sistemare il lavoro.

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Si ricomincia

Nonostante la promessa, il blog è rimasto fermo fermo!

Intanto si ricomincia: forza e coraggio!!!

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Buon Natale

Dopo una settimana di febbre torno giusto per fare gli auguri per le vacanze.a4a288c077fef7db474e65cae2af313d.gif

Il blog non chiude durante il periodo natalizio, anzi cercherò di inserire qualcosa di utile…

Aloa!

Rapporto Unicef

E’ uscito in dicembre il rapporto statistico dell’Unicef sulla situazione dell’infanzia. Potete scaricarlo da qui

PROG.INF.n.6.pdf

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E’ uscito in dicembre il rapporto statistico dell’Unicef sulla situazione dell’infanzia. Potete scaricarlo da qui

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Rapporto Unicef

E’ uscito in dicembre il rapporto statistico dell’Unicef sulla situazione dell’infanzia. Potete scaricarlo da qui

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incontro con Dalai Lama

Mi piacerebbe provaste a esprimere qui riflessioni, suggestioni, emozioni, impressioni dopo gli incontri di martedì e mercoledì…

incontro con Dalai Lama

Mi piacerebbe provaste a esprimere qui riflessioni, suggestioni, emozioni, impressioni dopo gli incontri di martedì e mercoledì…

incontro con Dalai Lama

Mi piacerebbe provaste a esprimere qui riflessioni, suggestioni, emozioni, impressioni dopo gli incontri di martedì e mercoledì…

Dalai Lama in Italia

Governo tibetano: l’economia è importante, ma i diritti umani vengono prima
Commentando l’accoglienza riservata al Dalai Lama dal governo italiano, il portavoce del Dipartimento rapporti internazionali del governo tibetano in esilio spiega ad AsiaNews che non si vuole mettere in imbarazzo nessuno, ma questo non giustifica che la causa dei diritti umani sia sottoposta ai vantaggi commerciali. Importante il sostegno popolare al leader buddista: dimostra che la causa tibetana non è morta. 

4e68cea41c571b59e55bd21e84e661ab.jpgRoma (AsiaNews) – I governi europei “hanno tutto il diritto di pensare alla loro stabilità e crescita economica, ma non dovrebbero dimenticare che questi fattori si fondano sui diritti umani e sulla libertà di espressione:  il Dalai Lama è uno dei campioni di questi valori, e non incontrarlo significa metterli in secondo piano”. E’ quanto dice ad AsiaNews Thubten Samphel, portavoce del Dipartimento rapporti internazionali del governo tibetano in esilio, commentando l’accoglienza ricevuta dal leader buddista in Italia.
Secondo il rappresentante tibetano, “il Dalai Lama non vuole mettere in situazioni imbarazzanti nessun governo o politico, se questi non possono riceverlo: eppure, sarebbe un buon modo per conoscere la reale situazione del popolo e della regione tibetana”. E’ inoltre “comprensibile il nuovo atteggiamento di tanti governi, che cercano di limitare o comunque dare meno peso alla presenza del Dalai Lama nel loro territorio. La Cina ha aumentato il suo peso internazionale, economico e diplomatico, ed è noto l’atteggiamento paranoico di Pechino nei confronti dei tibetani”.
I governi europei “devono però ricordare che il commercio e l’economia sono molto importanti, ma non sono la base di una civiltà: il primo posto l’avranno sempre il rispetto dei diritti umani, della libertà personale e di quella di espressione. Avere un’economia stabile è possibile soltanto se gli uomini che la mantengono sono liberi”. Per questo, “bisogna guardare al governo tedesco, che gioca un ruolo importante nell’economia mondiale ma è allo stesso tempo fermo sulla questione dei diritti umani e non ha mai fatto passi indietro, nei confronti del Dalai Lama ma anche di tante altre situazioni in cui l’essere umano è perseguitato o in catene”.
Tuttavia, “noi siamo molto felici e diamo molta importanza al fatto che il nostro leader venga sempre accolto con sentimenti di simpatia e di rispetto dalle popolazioni di tutto il mondo, che dimostrano il loro affetto nei confronti suoi e della causa che rappresenta”. Proprio queste manifestazioni “ci consentono di andare avanti, nonostante l’esilio e la dominazione cinese della nostra regione. Sono la dimostrazione che vi è una preoccupazione internazionale per la questione tibetana, e che la nostra battaglia non è perduta. Sono molto importanti”.
Per quanto riguarda le ultime polemiche, legate alla partecipazione di Miss Tibet ad un concorso di bellezza internazionale, Samphel ha un atteggiamento chiaro: “Noi, di base, non apprezziamo queste manifestazioni e riteniamo poco opportuno che questa elezione avvenga a Dharamsala, la casa del Dalai Lama. Ritengo inoltre che la cosiddetta Miss Tibet, chiunque essa sia, viene invitata in giro per il mondo perché si sa che questo scatenerà Pechino, portando pubblicità all’evento. E’ comunque pesante dover sostenere che la Cina non consente mai, in nessuna occasione, l’affermazione di un’identità tibetana”.

Wall Street

NON LEGGETE SE NON VOLETE SAPERE IL FINALE!!! 

1f9793173baae4c84af64ec2a3a93228.jpgBud Fox, un giovane ambizioso che lavora in Borsa con scarso profitto, volendo arricchire al più presto, riesce, dopo molti tentativi, a conoscere Gordon Gekko, un uomo d’affari molto ricco e potente, assolutamente senza scrupoli, e a fornirgli un tipo di informazioni riservate, che in America sono proibite dalla legge. Ottenuto qualche brillante risultato, si sente sicuro di sé: compra una casa di lusso e se la fa arredare in modo sensazionale da una ragazza bella e intelligente. Darien Taylor, presentatagli da Gordon, la quale presto diventa la sua amante. Il padre di Bud, un uomo assolutamente onesto, operaio e sindacalista in una fabbrica di aeroplani, disapprova il suo modo di agire, e, in un duro scontro, gli predice che Gekko si servirà di lui senza pietà. I due si lasciano in urto, e poco dopo il padre ha un infarto e viene ricoverato in gravi condizioni all’ospedale. Allora Bud si pente di ciò che ha fatto, anche perché ha saputo che Gordon sulla base delle sue informazioni, vuole comprare la piccola fabbrica in cui lavora suo padre, e poi rivenderla subito per speculazione, mettendo sul lastrico gli operai. Il giovanotto, allora, alleandosi con Larry Wildman il peggiore rivale di Gekko, gli fa perdere l’affare. Darien, per questo motivo, rompe la relazione con Bud, temendo la vendetta di Gordon. Nel frattempo Bud viene arrestato sotto l’accusa di aver violato in molti modi la legge. Quando Bud viene rilasciato provvisoriamente Gekko s’incontra con lui, lo aggredisce e con grande violenza, picchiandolo duramente, perché si sente tradito, e infine gli rinfaccia la sua ingratitudine per tutto ciò che ha avuto da lui: il successo, il denaro e perfino Darien, sua ex amante. Nella collera, però, Gekko rivela anche molte importanti notizie su di sé, che serviranno ad incriminarlo.

– OSCAR 1987 PER IL MIGLIOR ATTORE A MICHAEL DOUGLAS.

– DAVID DI DONATELLO 1988 PER MIGLIOR ATTORE STRANIERO A MICHAEL DOUGLAS.

Wall Street

NON LEGGETE SE NON VOLETE SAPERE IL FINALE!!! 

1f9793173baae4c84af64ec2a3a93228.jpgBud Fox, un giovane ambizioso che lavora in Borsa con scarso profitto, volendo arricchire al più presto, riesce, dopo molti tentativi, a conoscere Gordon Gekko, un uomo d’affari molto ricco e potente, assolutamente senza scrupoli, e a fornirgli un tipo di informazioni riservate, che in America sono proibite dalla legge. Ottenuto qualche brillante risultato, si sente sicuro di sé: compra una casa di lusso e se la fa arredare in modo sensazionale da una ragazza bella e intelligente. Darien Taylor, presentatagli da Gordon, la quale presto diventa la sua amante. Il padre di Bud, un uomo assolutamente onesto, operaio e sindacalista in una fabbrica di aeroplani, disapprova il suo modo di agire, e, in un duro scontro, gli predice che Gekko si servirà di lui senza pietà. I due si lasciano in urto, e poco dopo il padre ha un infarto e viene ricoverato in gravi condizioni all’ospedale. Allora Bud si pente di ciò che ha fatto, anche perché ha saputo che Gordon sulla base delle sue informazioni, vuole comprare la piccola fabbrica in cui lavora suo padre, e poi rivenderla subito per speculazione, mettendo sul lastrico gli operai. Il giovanotto, allora, alleandosi con Larry Wildman il peggiore rivale di Gekko, gli fa perdere l’affare. Darien, per questo motivo, rompe la relazione con Bud, temendo la vendetta di Gordon. Nel frattempo Bud viene arrestato sotto l’accusa di aver violato in molti modi la legge. Quando Bud viene rilasciato provvisoriamente Gekko s’incontra con lui, lo aggredisce e con grande violenza, picchiandolo duramente, perché si sente tradito, e infine gli rinfaccia la sua ingratitudine per tutto ciò che ha avuto da lui: il successo, il denaro e perfino Darien, sua ex amante. Nella collera, però, Gekko rivela anche molte importanti notizie su di sé, che serviranno ad incriminarlo.

– OSCAR 1987 PER IL MIGLIOR ATTORE A MICHAEL DOUGLAS.

– DAVID DI DONATELLO 1988 PER MIGLIOR ATTORE STRANIERO A MICHAEL DOUGLAS.