nuovo inizio

benvenuti! partite da qui per scrivere quello che volete…

Nuovo anno

Inizia un nuovo anno scolastico. Ho messo una sola novità nel blog, ed è lo spazio per ex studenti ed ex studentesse del Percoto… Fatevi vivi ancora! Cercherò di aggiornare un più spesso i post ma il tempo è veramente poco… A presto e buon inizio di anno

E l’Armenia?

48b2fbbd97bf77beb1a321911a28d589.jpgSi celebra oggi 24 aprile 2008, la 93esima “Giornata della memoria del popolo armeno” per ricordare il “Metz Yeghern” , lo sterminio di un milione e mezzo di armeni ad opera dei “Giovani turchi”, a partire proprio dal 24 aprile del 1915. La Comunità Armena italiana ha già lanciato in questi giorni una campagna di sensibilizzazione dal titolo “Una tragedia che non ha parole”.

Si legge nel comunicato che “Il Consiglio per la comunità armena di Roma, sempre attento, vigile e sensibile alla salvaguardia della memoria del Metz Yeghern (Grande Male) e avverso ad ogni sorta di negazionismo, vuole sensibilizzare l’opinione pubblica ed in particolare le giovani generazioni perché tragedie simili non accadano mai più e affinché la memoria di un milione e mezzo di armeni non sia calpestata in nome di biechi interessi politici od economici”.

Fenomenali bambini

Rassegna di preghierine

 

– Caro Gesù, per noi la messa è molto noiosa. Perché non ci aggiungi anche dei cartoni? (Andrea)
– Caro Gesù, ti prego, prenditi cura del mondo. Ci sono due grandi problemi, l’inquinamento e la guerra. Comincia pure con quello che vuoi (Nicola)
– Caro Gesù, con chi ti vedi nel tempo libero, con gli apostoli? (Valentina)
– Caro Gesù, posso mandare delle preghiere per il campionato? (Edoardo)
– Caro Gesù bambino, grazie per i gormiti che mi hai portato, scommetto che piacciono anche a te. Chi è il tuo preferito? Il mio è Helicon (Leo)
– Caro Gesù, perché hai fatto quelle bestie brutte come gli scarafaggi e i ragni? Ti servivano a qualcosa? (Teresa)
– Caro Gesù, cosa ne pensi di chi dice che non esisti? Li consideri come tifosi di un’altra squadra? Per esempio “milanisti”? (Paolo)
– Caro Gesù, mi piace tanto disegnare e vorrei farti un ritratto. Puoi venire giù dal cielo così ti guardo bene da vicino? (Carolina)
– Caro Gesù bambino, ci vediamo a Natale, non vedo l’ora…(Clara)
– Caro Gesù Bambino, era bella la sveglia di Pooh che hai portato a me e a mia sorella. Peccato che era rotta. La prossima volta puoi controllare prima, per favore? (Amalia)
– Caro Gesù, secondo me il wrestling è tutto una finta. Giusto? (Giovanna)
– Caro Gesù, il papà dice che il calcio è diventato brutto perché girano troppi soldi. Puoi prenderne un po’? Così ritorna più bello (non dire che sono stato io a darti l’idea) (Enrico)
– Caro Gesù, vado in una scuola di suore. Sono gentili, ma non potevi farle vestire un po’ meglio? I preti invece sono eleganti secondo me (Lucia)
– Caro Gesù, ti voglio chiedere una cosa: più pace nel mondo. E già che ci siamo, un paio di Reebok per Natale (Edoardo)

Ecstasy

Visto che ne stiamo parlando in II …

 

 

Droghe: 19enne uccisa dall’ecstasy, arrestato lo spacciatore

(Il Giorno, 16 aprile 2008) Sono state due pasticche di ecstasy acquistate in discoteca da un ventitreenne di Lecco a uccidere Kristel Marcarini, la 19enne di Clusone (BG) morta ieri mattina agli Ospedali Riuniti di Bergamo dopo due giorni di coma. In serata i carabinieri della compagnia di Clusone hanno eseguito un decreto di fermo a carico del giovane, M.P., 23 anni, residente nella provincia di Lecco, che sabato notte, avrebbe venduto alla ragazza le pasticche all’interno della discoteca Fluid di Orio al Serio, in provincia di Bergamo.
L’inchiesta condotta dai Carabinieri e coordinata dal pubblico ministero Mauro Clerici, è stata avviata dopo il ricovero in ospedale della ragazza, le cui condizioni, già nella giornata di domenica, erano apparse molto gravi. Le indagini hanno permesso ai militari di ricostruire la serata trascorsa da Kristel Marcarini insieme ad alcune amiche nel locale alle porte di Bergamo, che, peraltro, era già stato chiuso più volte dagli stessi carabinieri, proprio a causa delle attività di spaccio di stupefacenti.
Il giovane arrestato, già pregiudicato per reati legati allo spaccio di stupefacenti, al momento è rinchiuso nel carcere di Lecco. Per le stesse ipotesi di reato i carabinieri hanno denunciato a piede libero un altro giovane lecchese, anche lui di 23 anni, che al momento della cessione delle due pasticche si trovava in compagnia dell’arrestato.

 

Lotta USA contro il terrorismo

Visto che in quinta stiamo parlando di terrorismo ho trovato sul sito di Limes questo articolo, magari un po’ complicato, ma decisamente interessante se qualcuno vuole approfondire l’argomento

 

Nuova strategia antiterrorismo cercasi

di Fabrizio Maronta

Il consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley presenta una nuova politica antiterrorismo. A prima vista niente di nuovo, ma in realtà la novità c’è e non è di poco conto.

Lo scorso 8 febbraio, presso il Center for International Security and Cooperation dell’università di Stanford, il consigliere per la Sicurezza nazionale Stephen Hadley ha pronunciato un discorso passato quasi inosservato nel clamore dello sfibrante duello Clinton-Obama. È un peccato, perché le implicazioni potenziali di quel discorso vanno ben oltre il voto presidenziale del prossimo novembre.
Di fronte ad un uditorio selezionato, Hadley ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno adottato recentemente “una nuova politica per scoraggiare i terroristi dall’usare armi di distruzione di massa contro gli Stati Uniti, i loro amici ed alleati”. La novità consiste nel minacciare di serie ritorsioni “quegli Stati, organizzazioni o anche singoli individui che possano consentire o facilitare l’acquisizione e l’uso di armi di distruzione di massa da parte dei terroristi”. A prima vista, niente di nuovo sotto il sole. In realtà, la novità c’è e – come alcuni analisti statunitensi hanno segnalato – non è di poco conto.
Il nuovo approccio contraddice uno dei capisaldi della politica antiterrorista fin qui seguita dall’amministrazione Bush, secondo il quale la deterrenza (ovvero la minaccia di ritorsioni) verso l’ambiente di “coltura” del terrorismo sarebbe quasi o del tutto ininfluente sulle capacità offensive degli attori ostili agli Stati Uniti. Le quali, viceversa, possono essere fiaccate solo mediante un’azione offensiva, meglio se preventiva (ovvero precedente al verificarsi dell’azione terroristica ostile). Nel suo discorso, invece, Hadley non solo conferma la necessità di fare pressione sugli “Stati-santuario” del terrorismo internazionale, ma si spinge più in là, estendendo la minaccia di ritorsione agli attori non statali che si rendessero colpevoli di complicità con il nemico o anche solo di negligenza rispetto ai loro compiti di controllo.
La svolta parte dalla constatazione che dietro ogni attentatore suicida vi è una rete di persone che finanzia, sostiene, rifornisce, addestra gli esecutori materiali dell’attentato. Una rete fatta di falsari, corrieri, doganieri corrotti, addestratori, magazzinieri, impresari compiacenti e quant’altro, senza i quali gli attentatori, per quanto fanaticamente motivati, non andrebbero lontano. Da qui la consapevolezza di dover far sentire ad ogni potenziale “complice”, più o meno diretto e volontario, dell’azione terroristica, la minaccia della vendetta statunitense.
Hadley è rimasto sul vago per quanto concerne la natura e l’estensione della ritorsione americana, salvo specificare che questa sarà “schiacciante”. Al suo discorso, peraltro, non sono seguite altre esternazioni dell’amministrazione Bush al riguardo, ragion per cui i contorni della nuova strategia rimangono sfumati. La loro definizione spetterà, probabilmente, alla prossima amministrazione, che erediterà una situazione non facile in Iraq, Afghanistan e sugli altri fronti aperti della guerra al terrorismo.
In ogni caso, la correzione di rotta disegnata da Hadley rappresenta insieme un’opportunità e un rischio. L’opportunità sta nell’apparente presa di coscienza, da parte dell’amministrazione in carica, dell’effettivo peso dell’elemento “sociale” nella fisionomia della minaccia terroristica. Un peso, questo, ripetutamente sottolineato da più parti, negli Stati Uniti e non. L’incognita risiede nel modo in cui il governo americano farà fronte a quest’aspetto, finora sottovalutato, della guerra asimmetrica: con un’“offensiva” d’intelligence, ovvero (come le parole di Hadley sembrerebbero indicare) con l’ulteriore estensione dell’approccio punitivo, prettamente militare, alle entità sub-statali, ivi compresi i singoli individui? Su questa non trascurabile alternativa potrebbe giocarsi, in parte, lo scontro politico per la Casa Bianca.

Preoccupazioni

Traggo da peacereporter l’inizio di 2 notizie di oggi:

Mattatoio Sri Lanka

Ieri la più feroce battaglia degli ultimi anni

E’ stata la più feroce battaglia da un anno e mezzo a questa parte. Ieri, migliaia di soldati dell’esercito governativo e guerriglieri delle Tigri tamil (Ltte) si sono scontrati sul fronte nord, nella penisola di Jaffna, lungo quella che viene chiamata la Linea Muhamalai : sette chilometri di trincee scavate nella sabbia e bunker di cemento nascosti tra prati riarsi dal sole e punteggiati da poche palme. Ieri pomeriggio, al termine dei combattimenti, che sono durati per dieci ore consecutive e hanno visto il massiccio impiego di artiglieria pesante da entrambe le parti, sul terreno sono rimasti almeno centocinqunata, forse duecento morti e un migliaio di feriti.

6193820926e4bc918cfb84756667f173.jpg

Somalia, la fine delle speranze

Dopo i 100 morti del weekend i colloqui di pace sono in pericolo

“La situazione oggi in città è calma rispetto ai giorni scorsi” riferisce a PeaceReporter Bashiir Yusuf, residente a Mogadiscio, “Ma in generale la situazione peggiora in continuazione”. Più di cento morti in tre giorni di scontri, uno tra i bilanci più pesanti degli ultimi due anni di guerra. Dopo mesi di un conflitto a bassa intensità, i miliziani vicini alle Corti islamiche da una parte e gli eserciti somalo ed etiope dall’altra, sono tornati a darsi battaglia per le strade di Mogadiscio. Compromettendo, soprattutto, il lavoro diplomatico degli inviati Onu, che puntavano ai colloqui di pace del prossimo 10 maggio, in programma a Gibuti. 

 

 

Io non guardo le Olimpiadi

Qualche settimana fa avevo già manifestato sul blog l’idea di non guardare le Olimpiadi di Pechino come forma di contrapposizione alla politica cinese nei confronti del Tibet. Chi mi conosce sa quanto mi costi rinunciare allo sport…

Ieri sera ho ricevuto da Marta questa mail che volentieri condivido con tutti coloro che sono interessati.

 

Cari amici,

Non guardiamo le Olimpiadi di Pechino 2008
La CINA sta perpetrando un GENOCIDIO in TIBET dal 1959,
Non lasciamo che genocidi passino in silenzio, non premiamo i colpevoli con l’onore di ospitare le ‘OLIMPIADI’, antichi giochi nati in segno di CIVILTA’ e PACE !

Diamo un segnale noi che abbiamo ancora una voce………..
Ribelliamoci pacificamente:
– in memoria del Tibet, una volta cuore pulsante della spiritualità mondiale (più di 6000 monasteri distrutti, rimasti circa 15)
– in onore di tutti i Tibetani pacifici e disarmati uccisi a sangue freddo (più di 1milione di vittime, circa 1/6 della popolazione, e decine di migliaia esiliati, imprigionati, torturati e deportati nei campi di concentramento)3bd8250c979b87ef37dbec3aa89f9ace.jpg
– ribelliamoci alla sterilizzazione subita dalle donne Tibetane per non aver accettato matrimoni con l’invasore (più di 7.5 milioni di Cinesi vivono in Tibet)
– ribelliamoci all’incapacità dell’ONU (per mancati poteri effettivi) di difendere i diritti civili, assistendo impotenti ad uno sterminio di massa ed alla cancellazione di una civiltà, nonostante le continue accuse di genocidio mosse ufficialmente dalle Nazioni Unite alla Cina fin dal 1959.
Insieme di fatti che rendono la Cina luogo’inadeguato’ad ospitare le Olimpiadi… Sarebbe bello se tutto questo non fosse vero, ma tutti i documenti ufficiali dell’ONU parlano chiaramente, vedi sito
www.tibet.com
– MANIFESTIAMO IL NOSTRO DISSENSO EVITANDO DI SEGUIRE LE OLIMPIADI 2008 IN CINA
– TENIAMO SPENTI TUTTI I MONITOR/TV IN DIRETTA DA PECHINO PER TUTTO IL TEMPO DELLA CERIMONIA INAUGURALE
Se volete unirvi a questo abbraccio di solidarietà in nome di tutte le vittime del male e della follia del potere, comunichiamo via mail questo pensiero a chi crediamo lo possa ‘condividere’.
L’ONU siamo noi, gli stati siamo noi, il pianeta siamo noi.
L’autodeterminazione è un diritto di tutti i popoli E anche se pensiamo che ci sia poco da fare…, come disse Ghandi ‘sii tu il cambiamento che vorresti dal mondo’.
Copia questo testo e incolla su nuovo msg per inoltrarlo a più persone possibile.
NON SI GIOCA CON I DIRITTI UMANI……….. NON GUARDIAMO LE OLIMPIADI DI PECHINO 2008.
www.sostibet.org
Grazie a tutti

Materiale 5Cl

Ciao ragazzi. Ecco il materiale che avete prodotto: non ho avuto tempo di guardarlo, quindi lo metto così come me l’avete trasmesso. A martedì

Action Directe.doc

Al Kaeda.doc

Al Qaeda.doc

Banda Stern.doc

Brigate Rosse.doc

ETA.doc

HAMAS.doc

Hezbollah.doc

Irish Republican Army.doc

Rote Armee Fraktion 2.doc

Settembre Nero + OLP.doc

Ancora sul Tibet

Ho ricevuto questa mail dal centroi buddhistico di Polava

 

 

Vi invito a guardare la foto!0245037013cef6287324ec740ef34ca2.jpg

(via satellite, from:Britain’s GCHQ, the government
communications agency)scattata prima degli scontri
e la rivolta di Lhasa in Tibet.

Questi monaci hanno causato violenze a in tibet?

Pechino orchestrava la rivolta nel Tibet.
Canada Free Press [Venerdi, 21 Marzo, 2008 10:20]

Tibet

marcia di solidarietà

per il popolo tibetano

UDINE 

giovedì 3 aprile 2008

ore 19.30/20.00

ritrovo e partenza

da piazza matteotti

“la non violenza non è solo assenza della violenza. Essere

non-violenti significa astenersi dal far male quando se ne avrebbe

l’occasione. La non-violenza è come il riflesso dell’espressione

dell’amore umano e della compassione umana”

S.S. il XIV° Dalai Lama

Perché è venuto Gesù e non Dio?

Molto interessante questo articolo di Luigi Accattoli preso da Il Regno 

«Perchè Dio Padre non è venuto lui?»

Le domande impossibili che assediano i credenti

Perché Dio Padre non è venuto lui invece di mandare il Figlio? A lui avrei creduto»: è la domanda più straordinaria che mi sia stata fatta al termine di una conferenza. L’ho ascoltata a Opera (Milano), giovedì 3 maggio, da un operaio con la quinta elementare. «Credere oggi» era il tema dell’incontro che si teneva presso la Biblioteca comunale. Altre domande a cui nessuno potrebbe rispondere mi ero sentito rivolgere in altre serate. «Perché Dio non si fa sentire anche oggi in maniera chiara, come quando chiamò Mosè dal roveto ardente?». «Perché i miracoli li dobbiamo leggere solo sui libri? Se io vedessi un morto che torna in vita allora sì che crederei!».

f095fc0602bd193192b357b58e242afb.jpgSe avremo un corpo perché non potremo amarci?

«Perché non ci sono intorno a noi delle persone con il dono delle guarigioni? Io credo che sarebbe un grande aiuto a credere se il Signore ne mandasse almeno una in ogni città». «Come conciliare il dolore fisico e l’inferno con l’affermazione che Dio è amore?». «In paradiso riconosceremo le persone?». «Se avremo un corpo perché non potremo amarci?». «Come farò a riconoscere il mio bambino che è nato morto e che non mi hanno fatto vedere?». «Nel Regno dei cieli ritroveremo gli animali?».

C’è anche chi mi prende da parte e m’interroga sull’apertura alla vita perché ha già tre figli e il prete gli ha detto che non può usare contraccettivi. Su come comportarsi con una figlia ribelle. O con una sorella «prodiga». Chi mi chiede se non tradisca la moglie morta risposandosi e me lo chiede perché ha sentito che io mi sono risposato. Come perdonare il tradimento del marito. Come si fa a essere cristiani lavorando a Repubblica e al Corriere della sera.

Le domande sui comportamenti le accetto tutte e propongo la mia riflessione. Ma le domande teologiche mi lasciano ammutolito e per fortuna non sono un teologo!

Perché non è venuto il Padre? Chi potrebbe rispondere? Dio nessuno mai l’ha veduto e nessuno può vederlo e restare vivo. Nessuno può azzardare un ragionamento mettendosi dal suo punto di vista. Quando toccò a Mosè entrare in contatto con lui dovette limitarsi a vederlo «di spalle». E ciononostante il suo volto divenne «raggiante» tanto che doveva «velarsi» quando si mostrava al popolo.

Ho provato a dire così a Opera ma il mio interlocutore insisteva: «Se si faceva vedere, io gli credevo».

«Si è fatto conoscere attraverso il Figlio. “Chi vede me vede il Padre”, ci ha detto Gesù».

«Provi a convincermi che debbo credere a quello che degli uomini ci hanno raccontato riguardo a uno che ci ha parlato del Padre».

Ci ho provato ma non ci sono riuscito. Ho detto che ne andava di mezzo la nostra libertà. Che Dio vuole essere amato e non vuole imporsi con la potenza. Manda dunque il Figlio a parlare ai figli. Alcuni ne convince e questi trasmettono agli altri il messaggio, da uomo a uomo. Questa è la via di Dio tra noi. L’uomo è la sua via. Il mio interlocutore scuoteva la testa. Gli ho chiesto se mai avesse posto quella domanda ad altri e mi ha detto che era la prima volta che la faceva in pubblico, ma da tanto la pensava. Proprio a me doveva farla!

I deboli segnali che manda nel mondo

La domanda sul perché Dio parli sottovoce e non si preoccupi di farsi udire bene e da tutti mi era invece arrivata spesso. L’ultima volta ho potuto rispondere seguendo la traccia più autorevole: quella fornita da Joseph Ratzinger – Benedetto XVI nel libro Gesù di Nazaret (Rizzoli, Milano 2007).

Ci assicura il papa – facendoci avvertiti che ognuno può contraddirlo, in quanto parla da cristiano e non da vescovo di Roma – che Dio non tace ma il suo è un «silenzioso parlarci». E’ necessario il dono di una particolare «sensibilità interiore» che ci renda «capaci di udire e vedere i deboli segnali che Dio manda nel mondo».

Sono riflessioni che trovo alle pagine 117 e 116 del volume del papa. A pagina 56 svolge una riflessione più ampia sulla fioca parola di Dio, invitandoci ad accettarne il mistero, che possiamo penetrare solo con lo «slancio del cuore» e come uscendo da noi stessi: «Naturalmente ci si può chiedere perché Dio non abbia creato un mondo in cui la sua presenza fosse più manifesta; perché Cristo non abbia lasciato dietro di sé un ben altro splendore della sua presenza, che colpisse chiunque in modo irresistibile. Questo è il mistero di Dio e dell’uomo, che non possiamo penetrare. Noi viviamo in questo mondo nel quale appunto Dio non ha l’evidenza di una cosa che si possa toccare con mano, ma può essere cercato e trovato solo attraverso lo slancio del cuore, l’esodo dall’Egitto».

Più indifesi di quanto vorremmo

Fin dalla prima lettura del volume questi richiami all’accettazione del mistero sono le righe che più mi hanno segnato. Il papa c’invita a considerare la condizione indifesa in cui i cristiani si trovano nel mondo. Più indifesa di quanto non vorremmo. Privi di qualsiasi prova provata, chiamati a gettare le reti sulla parola del Signore che giunge a noi – appunto – come un «debole segnale».

Dio che parla sottovoce fa parte dunque del mistero. E da qui si può capire la ribellione dell’uomo tecnologico, teso alla funzionalità dei gesti e dei concetti. Di questa ribellione del-l’umanità contemporanea aveva già detto sapientemente l’altro papa in una delle sue parole più profonde: «L’uomo non è capace di sopportare l’eccesso del mistero. Non vuole esserne pervaso e sopraffatto» (GIOVANNI PAOLO II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, 44).

Se si sceglie di stare di fronte al mistero anche solo per breve tempo – come forse si addice a un giornalista – si raccolgono rapidamente contrarietà e sberleffi, non tanto in occasione di conferenze ma poniamo con il blog (www.luigiaccattoli.it). Ecco un visitatore agnostico che denuncia «tutta questa enfasi sul mistero», controproponendo una sua idea del cristianesimo come «religione sperimentale», che si fonda «su un fatto tecnico, la risurrezione di un morto, che in sé non ha niente di misterioso».

Prima che nella fede il mistero è nella realtà

Con questo visitatore ho insistito a dire che la parola «mistero» non è affatto inflazionata e andrebbe meglio intesa e amata. Perché dovrebbe disturbare? Chi non crede potrà anzi gradirla come segnale di una minor pretesa del credente, il quale dicendo «mistero» rimanda – per la lingua corrente – a una realtà più grande di cui non sa rendere ragione.

Il visitatore ribatte che di veramente «misterioso» egli conosce solo il coraggio dei cristiani di «credere a tutte le storie» che vengono a noi dalla Bibbia. Controreplico che anche rifiutando le «storie» cristiane il «mistero» resta comunque centrale nella vita dell’uomo: ognuno può capirmi se parlo di mistero della vita, della morte, dell’amore o dell’universo. Prima di essere nella fede il mistero è nella realtà e anche abbandonando la fede biblica il più e il decisivo resta sconosciuto alla nostra mente. Invece di accogliere l’idea di un Padre e Creatore immagineremo di essere capitati per caso in un mondo venuto dal caso, ma «credere» in questo «mistero» della casualità non sarà meno impegnativo.

Anche la speranza nel ritrovamento oltre la morte può essere oggetto di satira da parte di chi pur prova lo strazio della separazione ma ironizza così – con commenti lasciati nel blog – sull’aldilà cristiano: «Se quelli che “partono” e che volevano tanto bene a quelli che restano fossero andati veramente da qualche parte, come pensarli così crudeli da lasciarci qui a piangere disperati quando basterebbe una qualche specie di telefonata?».

Un argomento – questo dell’aldilà – che ci riconduce al concetto di «mistero». Chi crede in Dio – rispondo al visitatore – non crede a un cielo dal quale i beati ci possano raggiungere con qualche sistema fastweb o wireless. Crede a un mistero d’amore dove nulla va perso e ognuno si ritrova, certamente. Ma crede a un «mistero», non a una favola, e dunque si affida a qualcosa che va oltre ogni esperienza e conoscenza. Ciò che troverà il credente sarà «altro» dalla sua aspettativa – impreveduto, strabiliante – tanto quanto quella stessa realtà risulterà sconcertante per il non credente.

Riferisco queste diatribe per dire che nel blog e nelle conferenze mi sono capitati antagonisti decisi, ma nessuno mi è parso più determinato di quell’operaio di Opera che avrebbe preferito fosse venuto il Padre invece del Figlio. A ripensarci, mi sembra di poter dire che il libro del papa sia la migliore risposta a quell’obiezione: in particolare l’introduzione e il capitolo sulle «grandi immagini giovannee», al centro delle quali è quella della vite e del vino, con la parabola dei vignaioli, magistralmente applicata all’oggi dal papa teologo a p. 299: «Dichiariamo Dio morto, così saremo noi stessi Dio!» L’antefatto è appunto quello del proprietario della vigna che invia a trattare con i vignaioli ribelli il suo «figlio diletto».

Approfittiamo del libro su Gesù per amare il papa

Penso che tornerò sul libro del papa ma da subito butto là un’idea per i lettori che hanno qualche contenzioso con Benedetto XVI: approfittino di questo libro per amarlo. Il papa che parla di Gesù non è ciò che tutti attendiamo? Egli ci dà ora questo volume e ne promette un altro. Se non ci va granché il papa che batte sulle «radici cristiane dell’Europa» o sui «principi non negoziabili», non potremmo sintonizzarci con lui ora che affronta l’argomento degli argomenti?

In nulla Benedetto mi risulta vicino come nell’interrogazione sulla fede che caratterizza la sua predicazione. Da papa si è chiesto in che modo possiamo divenire «certi di Dio anche se tace», e ha risposto che la via è la preghiera (cf. Discorso ai vescovi svizzeri, 9.11.2006). La «forza della preghiera, della fede e dell’amore» l’aveva indicata da cardinale come via per «sollecitare Dio» a «lasciarsi coinvolgere» nella storia del mondo (Dio e il mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2001, 62).

IDENTITÀ E SVENTURA IL SISTEMA DELLE CASTE IN INDIA

In quarta abbiamo affrontato l’induismo e questo articolo di Stefano Vecchia è piuttosto interessante. E’ tratto dal sito di Missione Oggi

 

Radicato, al punto da essere inattaccabile da evoluzione culturale, progresso, leggi e nuove consuetudini, il sistema della caste in India è insieme identità e dannazione. Dipende, ovviamente, in quale contesto socio-religioso si nasce all’interno della multiforme società indiana o all’esterno di essa. E a quale livello di una teoricamente infinita scala evolutiva le azioni precedenti di un individuo (karma) lo pongono alla rinascita.541c292820401538af27305607904e9a.jpg

“Si è sempre cercato di spiegare il fenomeno delle conversioni di tribali o fuoricasta, verso cristianesimo, islam e buddismo come un fenomeno che tendeva alla ricerca di giustizia e uguaglianza. Ma se questo fosse vero, come spiegare e ancor più accettare il permanere di una logica castale nelle fedi dei convertiti, Chiesa cattolica compresa?” – si chiede padre Nithiya Sagayam, segretario esecutivo della Commissione nazionale per la giustizia, la pace e lo sviluppo della Conferenza episcopale indiana -. La discriminazione si situa in profondità nella psiche degli indiani, nella convinzione che quella indiana non sia una società ‘divisa’ (né tantomeno discriminatoria, secondo concezioni occidentali), bensì ‘integrata’. Stabilito per ciascuno un ruolo dalla nascita e messo ciascuno in condizione attraverso l’adesione al Dharma, legge eterna di ispirazione divina, di liberarsi da un carico originario di negatività nel trascorrere delle esistenze, niente altro può esservi al di fuori. Non esistono scappatoie: la salvezza è nella condivisione del sistema castale, nella rinascita sul sacro suolo indiano, nella partecipazione a cerimonie e riti, nel non opporsi all’ineluttabilità del fato in versione hindu.

LE CASTE REGOLANO ANCORA LA VITA DEGLI INDIANI

Forse il sistema della caste va indebolendosi in un’India che macina mode e record, e che sempre più si identifica con le esigenze e le aspirazioni della sua classe media. Tuttavia continua a restare la maggiore e la più solida tra le cornici che definiscono la vita degli indiani, e questo a partire dalla politica. Dove s’incontra uno e forse il maggiore dei paradossi della democrazia indiana. La discriminazione è fuorilegge, ma è legale il riconoscere la sua esistenza e agire per limitarne le conseguenze.

Uno Stato che combatte in nome della democrazia e dell’uguaglianza la discriminazione gestisce un complesso sistema di caste e di tribù regolarmente registrate, e di altri gruppi “arretrati”, distribuendo posti di lavoro pubblico, seggi parlamentari e iscrizioni universitarie.

“Molti sostengono che i cambiamenti, la maggiore mobilità sociale e le più vaste informazioni disponibili favorirebbero la scomparsa delle caste, ma non è vero. Esse si ripropongono invece in nuove forme. Il sistema di sanzioni delle caste sta forse perdendo lentamente terreno, ma nel suo complesso il sistema discriminatorio si riproduce automaticamente – dice ancora padre Sagayam -. Se nei villaggi la discriminazione resta scritta nei luoghi e nelle attività umane, sancita dalle necessità cerimoniali, perpetuata insieme agli interessi che da sempre la sottintendono, quello che inquieta è il suo trasferirsi nelle periferie cittadine e l’associarsi a nuove divisioni, come quelle politiche, economiche, di opportunità”.

LA”CASTALIZZAZIONE” INTERNA ALLA CHIESA

Che nel contesto indiano la Chiesa rappresenti insieme uno stimolo allo sviluppo socio-economico e alla giustizia in un’ottica universale e non solo di stampo occidentale (come viene spesso accusata) è indubbio. Una cartina di tornasole può essere l’opposizione che si trova a fronteggiare da parte di gruppi religiosi radicali e ancor più delle forze politiche ed economiche che li utilizzano a loro beneficio. Tuttavia non si possono ignorare anche altri due aspetti. Il primo è il posto che spetta alla comunità cristiana nel contesto castale; il secondo è la “castalizzazione” interna alla stessa Chiesa. Fenomeni storici non alieni da interessi estranei alla fede ma che hanno finito, ancora una volta, con il diventare tratti precisi e non eludibili della stesa Chiesa indiana, in un contesto che sfuma mito e storia ma che tutto schematizza e organizza. Il raduno di leader cattolici e protestanti che si è tenuto il 29 novembre 2007 a Nuova Delhi (ultimo in ordine di tempo di queste dimensioni) ha voluto ancora una volta sollevare il problema del riconoscimento, anche per i cristiani di origine castale inferiore, dei benefici concessi per legge agli omologhi di altre religioni. I circa 300 partecipanti, membri della Conferenza episcopale dell’India e del Consiglio nazionale delle Chiese (che riunisce diverse denominazioni protestanti e gli ortodossi) si sono radunati all’interno del complesso del Parlamento, normalmente interdetto a qualunque manifestazione. Il segretario della Commissione della Conferenza episcopale per dalit e tribali, padre Cosmon Arokiaraj, ha definito i dalit (un tempo chiamati “intoccabili” o “fuoricasta”) “umiliati, sottoposti ad abusi e considerati arretrati, oltre che essere privati dei diritti costituzionali”. Ha poi proseguito: “Per questo chiediamo giustizia”.

La legge indiana garantisce quote nel pubblico impiego e nei diversi gradi d’istruzione scolastica agli appartenenti alle caste più basse e ai fuoricasta, benefici non riconosciuti a cristiani e musulmani, religioni ugualitarie al cui interno, tuttavia, permangono antiche e spesso dolorose discriminazioni. La Costituzione, se da un lato abolisce il sistema castale, dall’altro prevede iniziative di supporto ai gruppi meno favoriti della popolazione. In India il 60% dei 25 milioni di cristiani sono di bassa casta o fuoricasta e la richiesta sempre più insistente dei cattolici di equiparazione alle caste più basse o ai fuoricasta della galassia hindu indica più una necessità di sviluppo e benessere che la volontà di partecipare a un sistema discriminatorio. La Chiesa non può fare altro che assecondare questa necessità, anche per non vedere crescere al proprio interno le contraddizioni.

PER I CRISTIANI DELLE CAMPAGNE NON C’È SICUREZZA

In ogni religione le caste giocano un ruolo fondamentale. E al loro interno si ripropongono in nuove forme, senza all’apparenza accusare i colpi del tempo e dei mutamenti sociali. Il sistema di sanzioni delle caste sta lentamente perdendo terreno, ma il sistema si riproduce automaticamente. Questo fenomeno, per quanto riguarda fedi egualitarie e di origine esterna al contesto indiano, avviene soprattutto mediante un procedimento di assimilazione di elementi sociali marginali. Come, ad esempio, per i tribali (8% della popolazione), comunemente non considerati hindu (nonostante le pretese in tal senso degli hindu e il loro inserimento come hindu nei censimenti e il loro corteggiamento da parte dei nazionalisti). La maggioranza della conversioni arrivano però, non casualmente, dai dalit. L’associazione a una tradizione universalistica, e a condizioni socioeconomiche in genere migliori, garantiscono loro un’opportunità, ma diventano presto conferma di antiche discriminazioni.

Come dice il leader cattolico di Mumbay, Dolphy D’Souza, “una delle cose che è facile osservare è che per i cristiani delle campagne, sia nelle regioni controllate dal Bharatiya Janata Party (la maggiore espressione politica del nazionalismo hindu), sia dal Partito del Congresso (di ispirazione laicista e oggi presieduto da Sonia Gandhi), non c’è sicurezza. Violenza e insicurezza prevalgono ovunque. Il governo tende a non avere un approccio ‘morbido’ ai nostri problemi, in quanto politicamente contiamo poco. I musulmani ricevono molta più attenzione e riescono ad ottenere di più. Per questo lottiamo, affinché i dalit cristiani vengano inclusi nel sistema delle quote, come è successo nel 1990 per i buddisti”. Ma quali sono le ragioni di questa insensibilità da parte delle istituzioni? Continua ancora D’Souza: “Fondamentalmente i dalit cristiani sono segregati e chiunque può rendersene conto. La loro è una duplice segregazione: all’interno del sistema socio-religioso indiano e all’interno della nostra Chiesa. La Commissione Mishra, istituita negli anni scorsi per valutare l’opportunità di includere nel sistema di quote di cristiani e musulmani, ha stabilito che non ci sono obiezioni all’esclusione dei dalit nel sistema di caste schedate, ma noi non ci arrendiamo e siamo pronti ad arrivare fino alla Corte Suprema. Non capiamo come mai ci vengano negati benefici concessi ad altri. I musulmani sono ora inclusi tra le classi arretrate. La scusa per noi è che i cristiani non credono nel casteismo, ma è un dato di fatto che per i nostri dalit lo status sociale non cambia per il fatto di essere cristiani”.

Crudeltà contro le foche

E’ iniziato venerdì 28 marzo e continuerà per due settimane il massacro delle foche da parte del governo canadese. La denuncia è stata fatta da alcuni gruppi ambientalisti. Per Greenpeace nelle prossime due settimane saranno 275mila le foche uccise. Secondo il ministro canadese “senza crudeltà”, in modo “assolutamente incomprensibile” per gli ambientalisti che per dimostrarlo hanno diffuso un video che visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=pSAca-qq06s

Da segnalare che anche la Russia oggi dà inizio alla stessa pratica crudele.

Armi vendute dall’Italia

Armi: nuovo record per il made in Italy

estratto di un articolo Riccardo Bagnato (http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=91764)

Nuovo record per l’esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006. Sono queste le prime anticipazioni del Rapporto annuale previsto dalla legge 185 del ’90, e rese note dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione dell’incontro fra alcuni rappresentanti della Rete Disarmo e la Segreteria tecnica del sottosegretario Enrico Letta.

Una crescita contenuta rispetto all’anno passato, quando le autorizzazioni alle esportazioni erano invece aumentate di oltre il 60% sul 2005, ma pur sempre “un trend di crescita dell’export alquanto preoccupante” ha commentato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo presente all’incontro.

Fra gli esportatori primeggia, come volume finanziario, l’MBDA ITALIA con oltre il 18,49% , pari a circa 442,9 milioni di euro, seguita da:

INTERMARINE con il 10,22%, pari a circa 244,8 milioni di euro;

FINCANTIERI con il 7.99%, pari a circa 191,6 milioni di euro

AGUSTAWESTLAND con il 7,93%, pari a circa 190,0 milioni di euro;

OTO MELARA con il 7,0%, pari a circa 167,65 milioni di euro;

GALILEO AVIONICA con il 6,72%, pari a circa 160,99 milioni di euro;

AVIO con il 5,97%, pari a circa 143,1 milioni di euro;

IVECO con il 4,48%, pari a circa 107,3 milioni di euro.

ALENIA AERMACCHI con il 3,98%, pari a circa 95,3 milioni di euro;

ORIZZONTE Sist. Nav. con l’2,48%, pari a circa 59,4 milioni di euro.

Per quanto riguarda, invece, i principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di materiale d’armamento (non considerando le operazioni da compiere nell’ambito dei Programmi Intergovernativi per lo più destinate a Paesi Europei), dopo il Pakistan, al primo posto, merito soprattutto di un’autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA, controllata Finmeccanica), si scopre qualche altro nome a dir poco imbarazzante come Turchia, Malaysia e Iraq. Ma ecco la classifica completa fino al decimo posto:

PAKISTAN con il 19,91% delle operazioni pari a circa 471,6 milioni di euro;

FINLANDIA con il 10,59%, pari 250,96 milioni di euro;

TURCHIA con il 7,37%, pari a circa 174,57 milioni di euro;

REGNO UNITO con al 5,98%, pari a 141,77 milioni di euro;

STATI UNITI con il 5,81%, pari a circa 137,72 milioni di euro;

AUSTRIA con il 5,05%, pari a 119,72 milioni di euro;

MALAYSIA con il 5,04%, pari a 119,28 milioni di euro;

SPAGNA con il 5,02%, pari a circa 118,84 milioni di euro;

IRAQ con il 3,55%, pari a circa 84,0 milioni di euro;

FRANCIA con il 3,48%, pari a 82,39 milioni di euro.

Record, infine, anche per le operazioni autorizzate alle banche che salgono ad oltre 1,2 miliardi di euro. Il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di “uscita progressiva dal settore” annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato, Alessandro Profumo, in attesa, dopo l’acquisito di Capitalia l’anno scorso di definire una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni.

Diminuiscono, invece, le operazioni del gruppo Intesa San Paolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi.

“Preoccupa invece soprattutto la crecita di operazioni di istituti esteri come Deutsche BankBear-Stearns-Troubles  (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) – ha sottolineato Giorgio Beretta della Campagna ‘banche armate’ in occasione della presentazione del Rapporto – e BNP ParibasMassive-Bailout-Planned-for-Banks  (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia – ha aggiunto Beretta – dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere”.

Ma ecco la classifica completa delle prime dieci banche per attività:

UNICREDIT Banca d’Impresa (14,96%)

Deutsche Bank (14,20%)

Banca INTESA SAN PAOLO (11,81%)

Citibank (6,86%)

Banca Nazionale del Lavoro (5,21%)

ABC International Bank PLC (4,74%)

Cassa di Risparmio in Bologna (4,38%)

BNP Paribas (3,95%)

HSBC Bank (2,22%)

Commerz Bank (2,20%)

I sentimenti giocano a nascondino

Inserisco per le prime, visto che stiamo parlando delle relazioni, una versione più completa del racconto letto in classe… 

 

Raccontano che un giorno si riunirono in un luogo della terra tutti i sentimenti e le qualità degli uomini.

Quando la noia si fu presentata per la terza volta, la pazzia come sempre un po’ folle propose: “Giochiamo a nascondino!”.

L’interesse alzò un sopracciglio e la curiosità senza potersi contenere chiese: “A nascondino? di che si tratta?”

“E’ un gioco -spiegò la pazzia – in cui io mi copro gli occhi e mi metto a contare fino a 1.000.000 mentre voi vi nascondete; quando avrò terminato di contare il primo di voi che scopro prenderà il mio posto per continuare il gioco”.65be1558e8274043dc7ded63cc87b1d0.jpg

L’entusiasmo si mise a ballare, accompagnato dall’euforia. L’allegria fece tanti salti che finì per convincere il dubbio e persino l’apatia, alla quale non interessava mai niente…. però non tutti vollero partecipare.

La verità preferì non nascondersi. Perché se poi tutti alla fine la scoprono?

La superbia pensò che fosse un gioco molto sciocco (in fondo ciò che le dava fastidio era che non fosse stata una sua idea) e la codardia preferì non arricchirsi.

“UNO, DUE, TRE…” cominciò a contare la pazzia.

La prima a nascondersi fu la pigrizia che si lasciò cadere dietro la prima pietra che trovò sul percorso.

La fede volò in cielo e l’invidia si nascose all’ombra del trionfo che con le proprie forze era riuscito a salire sull’albero più alto.

La generosità quasi non riusciva a nascondersi. Ogni posto che trovava le sembrava meraviglioso per qualcuno dei suoi amici.

Che dire di un lago cristallino? Ideale per la bellezza.

Le fronde di un albero? Perfetto per la timidezza.

Le ali di una farfalla? Il migliore per la voluttà.

Una folata di vento? Magnifico per la libertà.

Così la generosità finì per nascondersi in un raggio di sole.

L’egoismo, al contrario trovò subito un buon nascondiglio, ventilato, confortevole e tutto per sé.

La menzogna si nascose sul fondale degli oceani (non e’ vero, si nascose dietro l’arcobaleno!).

La passione e il desiderio al centro dei vulcani.

L’oblio….non mi ricordo…dove?

Quando la pazzia arrivò a contare 999.999, l’amore non aveva ancora trovato un posto dove nascondersi poiché li trovava tutti occupati; finché scorse un cespuglio di rose e alla fine decise di nascondersi tra i suoi fiori.

“Un milione!” – contò la pazzia. E cominciò a cercare.

La prima a comparire fu la pigrizia, solo a tre passi da una pietra.

Poi udì la fede, che stava discutendo con Dio su questioni di teologia, e sentì vibrare la passione e il desiderio dal fondo dei vulcani.

Per caso trovò l’invidia e poté dedurre dove fosse il trionfo.

L’egoismo non riuscì a trovarlo: era fuggito dal suo nascondiglio essendosi accorto che c’era un nido di vespe.

Dopo tanto camminare, la pazzia ebbe sete e nel raggiungere il lago scoprì la bellezza.

Con il dubbio le risultò ancora più facile, giacché lo trovò seduto su uno steccato senza avere ancora deciso da che lato nascondersi.

Alla fine trovò un po’ tutti: il talento nell’erba fresca, l’angoscia in una grotta buia, la menzogna dietro l’arcobaleno e infine l’oblio che si era già dimenticato che stava giocando a nascondino.

Solo l’amore non le appariva da nessuna parte. La Pazzia cercò dietro ogni albero, dietro ogni pietra, sulla cima delle montagne e quando stava per darsi per vinta scorse il cespuglio di rose e cominciò a muovere i rami. Quando, all’improvviso, si udì un grido di dolore: le spine avevano ferito gli occhi dell’amore! La pazzia non sapeva più che cosa fare per discolparsi; pianse, pregò, implorò, domandò perdono e alla fine gli promise che sarebbe diventata la sua guida.

Da allora, da quando per la prima volta si giocò a nascondino sulla terra, l’amore è cieco e la pazzia sempre lo accompagna…

Giovedì Santo

Non c’è niente da fare, ogni volta che leggo questo brano di Turoldo mi prende una roba dentro che è qualcosa di impressionante…

Avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava. (Mt 26,39)

I
«Ed ora a noi due», avanti
di aprire per l’estremo giudizio le carte:

anche Tu
inoltrando ti ormai nella Notte
solo, assenti
i tuoi o lontani,
gravati gli occhi dal sonno;

solo
anche tu con la mole
del mondo sul cuore;

solo,
sotto la cupa volta del cielo,
un cielo ancor più assente
e sordo
e lontano;

e la Notte nera,
via via ancor più nera; e gli occhi
un grumo di lacrime e fango,
lacrime e sangue:
sangue dalla fronte, dal viso,
dalle mani, sangue e terra
e fili d’erba sulla bocca;

anche Tu, solo:
solo uomo, perfettamente uomo, pienezza
di umanità: «Per questo,
per questo…».

Interrompa
il novello scriba le ciance,
ritorni il silenzio!
Mai nessuno ha saputo.
Pur voi, o Teologi, lasciate…

II
Perfino gli olivi piangevano
quella Notte, e le pietre
erano più pallide e immobili,
l’aria tremava tra ramo e ramo
quella Notte.

E dicevi:
«Padre, se è possibile…». Così
da questa ringhiera
quale un reticolato da campo
di concentramento, iniziava
la tua Notte.

Si è levata la più densa Notte
sul mondo: tra questa
e l’altra preghiera estrema:

«Perché, ma perché, mio Dio…».
Notte senza un lume: disperata
tua e nostra Notte. «Perché…?».

III
[… ]
Anche Tu
hai urlato «perché» dall’alto
di quella Cima, e nessuna
risposta è venuta (allora!).
E l’urlo si spandeva a onde
nel cielo cupo e sordo;
un cielo – almeno allora – vuoto,
squarciato dal tuo grido cui
una eco interminabile
ancora si effonde
di balza in balza su clivi
di millenni: «perché, perché…».
E dunque,

anche Tu
finivi con la certezza di essere
un abbandonato.

Anche Tu
non sapevi! E hai gridato il perché
di tutti i maledetti, appesi
ai patiboli. E non era
desiderio di sapere le ragioni del morire:
non questo, non la morte è l’enigma (oh,
la bella morte di chi
operoso e carico di anni
saluta i figli e tramonta come
dopo lungo giorno il sole
si cala a sera).

Mistero è che nessuno comprende
come tu possa, Dio, coesistere
insieme al Male, insieme al lungo
penare di un bimbo, insieme
alla interminabile agonia del Giusto;
quando la certezza di essere soli divampa

dagli occhi del torturato (e Tu
non intervieni); quando
il sospetto del Nulla ti avvinghia e navighi,
mozzato il respiro, entro irreali abissi.
È questo tuo abbandono
il più nero enigma, o Cristo.

IV

E dunque
anche Tu
ateo? … Fu questa
la tua vera Notte, Signore,
la tua discesa agl’Inferi
avanti che ti accogliesse
nel suo ventre la Terra.

Le notizie in Italia

Ecco la prima pagina del Corriere…

La stretta di mano tra Mancini e Vieira e l’opinione di Marina Berlusconi su Luxuria contano più di quanto succede in Tibet…

ec404546dce6ceab004dc77a970cecd0.jpg

Il Tibet piange

Senza aiuto, di fronte all’aggressione cinese

di Nirmala Carvalho


Così il Dalai Lama descrive sé e il suo popolo, mentre scade oggi a mezzanotte (ora di Lhasa) l’ultimatum di Pechino per la fine delle proteste. Un attivista pro Tibet commenta la grave situazione. L’appello alla comunità internazionale e l’India “troppo prudente”.

Dharamsala (AsiaNews) – “E’ importante che la comunità internazionale chieda alla Cina [cosa accade in Tibet] e faccia pressioni perché Pechino consideri le richieste dei tibetani e fermi le violenze a Lhasa”. Tsewang Rigzin, presidente del Congresso dei giovani tibetani, uno dei gruppi organizzatori della Marcia di ritorno degli esuli dall’India al nativo Tibet, parla ad AsiaNews della situazione in Tibet e della posizione del Dalai Lama.
“La Cina – dice – parla di rivoltosi ma le proteste erano pacifiche. La Cina vuole diffondere notizie false”. Ma non è d’accordo con il Dalai Lama, quando dice che i tibetani non vogliono l’indipendenza da Pechino ma solo una maggior autonomia. “Noi tibetani vogliamo l’indipendenza, ognuno deve lottare per un Tibet libero, è un nostro dovere. Comunque il Dalai Lama predica la non violenza e noi seguiamo la stessa strada”.
Rigzin è uno dei 100 che hanno iniziato la marcia a Dharamsala l’11 marzo. Non è d’accordo quando il Dalai Lama dice che le Olimpiadi non vanno boicottate perché sono comunque un evento positivo per la Cina. “La Cina – commenta – non merita di ospitare le Olimpiadi, per le violazioni dei diritti umani, nell’intero Paese e ancor più in Tibet. Il Paese ha promesso di migliorare la situazione dei diritti, mentre le violazioni dei diritti da parte del governo cinese sono innumerevoli”.
Ieri il Dalai Lama in una conferenza stampa a Dharamsala aveva detto che “la Cina in Tibet sta realizzando una sorta di genocidio culturale, intenzionale o meno”. Richiesto di cosa farà per fermare la violenza ha risposto che “non ho tale potere, mi sento privo di aiuto”. Si è appellato alle organizzazioni internazionali perché intervengano e “dicano cosa è successo in Tibet” e ha espresso preoccupazione per cosa accadrà allo scadere dell’ultimatum cinese di oggi, perché “se le autorità cinesi vogliono fermare le proteste con l’aiuto delle armi, anche i tibetani sono ugualmente determinati a proseguire le proteste”. Ha espresso il “sospetto” che ci sono stati “intorno a 100 morti”. Ha anche commentato che la confinante India è “troppo prudente” sul problema.
Intanto l’India, con una dichiarazione molto attenta, ha soltanto auspicato che “tutte le parti coinvolte operino per migliorare la situazione e rimuovere le cause degli attuali problemi in Tibet, che è una regione autonoma della Cina, attraverso il dialogo e con metodi non violenti”.

 

Personalmente penso che il Dalai Lama non possa assentire al boicottaggio delle Olimpiadi in quanto la reazione cinese sarebbe durissima e si abbatterebbe sul popolo tibetano. Tuttavia reputo che noi possiamo farlo: presonalmente ho preso la decisione di non guardare alla tv alcun evento legato ai giochi olimpici. E’ una piccola cosa, ma qualcosa dev’essere fatto…

Mi farebbe piacere condividere la mia scelta. Chi decide di farlo lo comunichi con un commento a questo post, così ci contiamo e ci diamo coraggio. Simo

Gulag

Inserisco per le quinte il materiale che abbiamo letto in classe.46e2e4bbea0b4e58c7c75dc556896a0f.jpg

 

GULAG.doc