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IDENTITÀ E SVENTURA IL SISTEMA DELLE CASTE IN INDIA


In quarta abbiamo affrontato l’induismo e questo articolo di Stefano Vecchia è piuttosto interessante. E’ tratto dal sito di Missione Oggi

 

Radicato, al punto da essere inattaccabile da evoluzione culturale, progresso, leggi e nuove consuetudini, il sistema della caste in India è insieme identità e dannazione. Dipende, ovviamente, in quale contesto socio-religioso si nasce all’interno della multiforme società indiana o all’esterno di essa. E a quale livello di una teoricamente infinita scala evolutiva le azioni precedenti di un individuo (karma) lo pongono alla rinascita.541c292820401538af27305607904e9a.jpg

“Si è sempre cercato di spiegare il fenomeno delle conversioni di tribali o fuoricasta, verso cristianesimo, islam e buddismo come un fenomeno che tendeva alla ricerca di giustizia e uguaglianza. Ma se questo fosse vero, come spiegare e ancor più accettare il permanere di una logica castale nelle fedi dei convertiti, Chiesa cattolica compresa?” – si chiede padre Nithiya Sagayam, segretario esecutivo della Commissione nazionale per la giustizia, la pace e lo sviluppo della Conferenza episcopale indiana -. La discriminazione si situa in profondità nella psiche degli indiani, nella convinzione che quella indiana non sia una società ‘divisa’ (né tantomeno discriminatoria, secondo concezioni occidentali), bensì ‘integrata’. Stabilito per ciascuno un ruolo dalla nascita e messo ciascuno in condizione attraverso l’adesione al Dharma, legge eterna di ispirazione divina, di liberarsi da un carico originario di negatività nel trascorrere delle esistenze, niente altro può esservi al di fuori. Non esistono scappatoie: la salvezza è nella condivisione del sistema castale, nella rinascita sul sacro suolo indiano, nella partecipazione a cerimonie e riti, nel non opporsi all’ineluttabilità del fato in versione hindu.

LE CASTE REGOLANO ANCORA LA VITA DEGLI INDIANI

Forse il sistema della caste va indebolendosi in un’India che macina mode e record, e che sempre più si identifica con le esigenze e le aspirazioni della sua classe media. Tuttavia continua a restare la maggiore e la più solida tra le cornici che definiscono la vita degli indiani, e questo a partire dalla politica. Dove s’incontra uno e forse il maggiore dei paradossi della democrazia indiana. La discriminazione è fuorilegge, ma è legale il riconoscere la sua esistenza e agire per limitarne le conseguenze.

Uno Stato che combatte in nome della democrazia e dell’uguaglianza la discriminazione gestisce un complesso sistema di caste e di tribù regolarmente registrate, e di altri gruppi “arretrati”, distribuendo posti di lavoro pubblico, seggi parlamentari e iscrizioni universitarie.

“Molti sostengono che i cambiamenti, la maggiore mobilità sociale e le più vaste informazioni disponibili favorirebbero la scomparsa delle caste, ma non è vero. Esse si ripropongono invece in nuove forme. Il sistema di sanzioni delle caste sta forse perdendo lentamente terreno, ma nel suo complesso il sistema discriminatorio si riproduce automaticamente – dice ancora padre Sagayam -. Se nei villaggi la discriminazione resta scritta nei luoghi e nelle attività umane, sancita dalle necessità cerimoniali, perpetuata insieme agli interessi che da sempre la sottintendono, quello che inquieta è il suo trasferirsi nelle periferie cittadine e l’associarsi a nuove divisioni, come quelle politiche, economiche, di opportunità”.

LA”CASTALIZZAZIONE” INTERNA ALLA CHIESA

Che nel contesto indiano la Chiesa rappresenti insieme uno stimolo allo sviluppo socio-economico e alla giustizia in un’ottica universale e non solo di stampo occidentale (come viene spesso accusata) è indubbio. Una cartina di tornasole può essere l’opposizione che si trova a fronteggiare da parte di gruppi religiosi radicali e ancor più delle forze politiche ed economiche che li utilizzano a loro beneficio. Tuttavia non si possono ignorare anche altri due aspetti. Il primo è il posto che spetta alla comunità cristiana nel contesto castale; il secondo è la “castalizzazione” interna alla stessa Chiesa. Fenomeni storici non alieni da interessi estranei alla fede ma che hanno finito, ancora una volta, con il diventare tratti precisi e non eludibili della stesa Chiesa indiana, in un contesto che sfuma mito e storia ma che tutto schematizza e organizza. Il raduno di leader cattolici e protestanti che si è tenuto il 29 novembre 2007 a Nuova Delhi (ultimo in ordine di tempo di queste dimensioni) ha voluto ancora una volta sollevare il problema del riconoscimento, anche per i cristiani di origine castale inferiore, dei benefici concessi per legge agli omologhi di altre religioni. I circa 300 partecipanti, membri della Conferenza episcopale dell’India e del Consiglio nazionale delle Chiese (che riunisce diverse denominazioni protestanti e gli ortodossi) si sono radunati all’interno del complesso del Parlamento, normalmente interdetto a qualunque manifestazione. Il segretario della Commissione della Conferenza episcopale per dalit e tribali, padre Cosmon Arokiaraj, ha definito i dalit (un tempo chiamati “intoccabili” o “fuoricasta”) “umiliati, sottoposti ad abusi e considerati arretrati, oltre che essere privati dei diritti costituzionali”. Ha poi proseguito: “Per questo chiediamo giustizia”.

La legge indiana garantisce quote nel pubblico impiego e nei diversi gradi d’istruzione scolastica agli appartenenti alle caste più basse e ai fuoricasta, benefici non riconosciuti a cristiani e musulmani, religioni ugualitarie al cui interno, tuttavia, permangono antiche e spesso dolorose discriminazioni. La Costituzione, se da un lato abolisce il sistema castale, dall’altro prevede iniziative di supporto ai gruppi meno favoriti della popolazione. In India il 60% dei 25 milioni di cristiani sono di bassa casta o fuoricasta e la richiesta sempre più insistente dei cattolici di equiparazione alle caste più basse o ai fuoricasta della galassia hindu indica più una necessità di sviluppo e benessere che la volontà di partecipare a un sistema discriminatorio. La Chiesa non può fare altro che assecondare questa necessità, anche per non vedere crescere al proprio interno le contraddizioni.

PER I CRISTIANI DELLE CAMPAGNE NON C’È SICUREZZA

In ogni religione le caste giocano un ruolo fondamentale. E al loro interno si ripropongono in nuove forme, senza all’apparenza accusare i colpi del tempo e dei mutamenti sociali. Il sistema di sanzioni delle caste sta lentamente perdendo terreno, ma il sistema si riproduce automaticamente. Questo fenomeno, per quanto riguarda fedi egualitarie e di origine esterna al contesto indiano, avviene soprattutto mediante un procedimento di assimilazione di elementi sociali marginali. Come, ad esempio, per i tribali (8% della popolazione), comunemente non considerati hindu (nonostante le pretese in tal senso degli hindu e il loro inserimento come hindu nei censimenti e il loro corteggiamento da parte dei nazionalisti). La maggioranza della conversioni arrivano però, non casualmente, dai dalit. L’associazione a una tradizione universalistica, e a condizioni socioeconomiche in genere migliori, garantiscono loro un’opportunità, ma diventano presto conferma di antiche discriminazioni.

Come dice il leader cattolico di Mumbay, Dolphy D’Souza, “una delle cose che è facile osservare è che per i cristiani delle campagne, sia nelle regioni controllate dal Bharatiya Janata Party (la maggiore espressione politica del nazionalismo hindu), sia dal Partito del Congresso (di ispirazione laicista e oggi presieduto da Sonia Gandhi), non c’è sicurezza. Violenza e insicurezza prevalgono ovunque. Il governo tende a non avere un approccio ‘morbido’ ai nostri problemi, in quanto politicamente contiamo poco. I musulmani ricevono molta più attenzione e riescono ad ottenere di più. Per questo lottiamo, affinché i dalit cristiani vengano inclusi nel sistema delle quote, come è successo nel 1990 per i buddisti”. Ma quali sono le ragioni di questa insensibilità da parte delle istituzioni? Continua ancora D’Souza: “Fondamentalmente i dalit cristiani sono segregati e chiunque può rendersene conto. La loro è una duplice segregazione: all’interno del sistema socio-religioso indiano e all’interno della nostra Chiesa. La Commissione Mishra, istituita negli anni scorsi per valutare l’opportunità di includere nel sistema di quote di cristiani e musulmani, ha stabilito che non ci sono obiezioni all’esclusione dei dalit nel sistema di caste schedate, ma noi non ci arrendiamo e siamo pronti ad arrivare fino alla Corte Suprema. Non capiamo come mai ci vengano negati benefici concessi ad altri. I musulmani sono ora inclusi tra le classi arretrate. La scusa per noi è che i cristiani non credono nel casteismo, ma è un dato di fatto che per i nostri dalit lo status sociale non cambia per il fatto di essere cristiani”.

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