Natale di luci e colori (tutti)

Qualche giorno fa mi sono divertito con Francesco e Mariasole ad attaccare a porte e finestre alcune vetrofanie natalizie molto allegre. Facendolo mi sono accorto della traccia lasciata da quelle degli anni scorsi, nonostante la pulizia dei vetri e lo scorrere del tempo. Il contrasto tra quei colori caldi e accesi e quelle vaghe linee indistinte era molto forte. E’ una sensazione che avverto interiormente altrettanto forte in questo Natale. Mente e cuore sono sballottati: si spostano tra chi è in attesa di accogliere una vita e chi ha improvvisamente perso il papà o la mamma o un’altra persona importante, tra la gioia travolgente di vivere il periodo con dei bambini e chi sta attraversando paure e tribolazioni di una malattia, tra l’entusiasmo di chi sta preparando un viaggio o un trasferimento all’estero e la sensazione di sconfitta di chi non riesce a far quadrare i conti a fine mese. Cerco di tenere insieme tutti questi pezzi, ma è razionalmente difficile. E allora faccio quello che viene più facile a una persona che ha la fede: appoggio tutto quello che ho nel cuore davanti a quel bambino che viene, davanti a quella luce che si fa largo nel buio della notte, davanti a quella nascita che troverà il suo senso nella resurrezione (un’altra luce che segue la notte). Ottengo in restituzione i colori della vita e ci sono tutti, quelli accesi e quelli spenti, quelli sgargianti e quelli pastello, quelli coprenti e quelli trasparenti. Non è in bianco e nero quest’esistenza: ci sono anche il bianco e il nero, ma insieme a tutte le altre sfumature cromatiche. E durante questo periodo che ci è dato di vivere vi auguro di usare tutta la tavolozza per dipingere i vostri giorni, magari osando con i colori come Matisse con i suoi rossi o Monet e Renoir con il giallo cromo e il blu cobalto. A chi la fede non ha e vive diversamente il Natale suggerisco le parole della cantante Alice nell’ultima strofa di Prospettiva Nevski, composta da Franco Battiato: “il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Curioso come i due momenti di inizio e fine giornata siano caratterizzati da colori simili…

A tutte voi, a tutti voi, alle persone che amate e che sono una benedizione nelle vostre vite, auguro buon Natale.

Ti ho amato

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Il 4 ottobre è stata firmata “Dilexi te” la prima esortazione apostolica da Robert Francis Prevost, papa Leone XIV. Prendo la notizia e un articolo di presentazione da Vatican News. Il testo integrale si può trovare qui, sul sito della Santa Sede.

Dilexi te, “Ti ho amato”. L’amore di Cristo che si fa carne nell’amore ai poveri, inteso come cura dei malati; lotta alle schiavitù; difesa delle donne che soffrono esclusione e violenza; diritto all’istruzione; accompagnamento ai migranti; elemosina che “è giustizia ristabilita, non un gesto di paternalismo”; equità, la cui mancanza è “radice di tutti i mali sociali”. Leone XIV firma la sua prima esortazione apostolica, Dilexi te, testo in 121 punti che sgorga dal Vangelo del Figlio di Dio che si è fatto povero sin dal suo ingresso nel mondo e che rilancia il Magistero della Chiesa sui poveri negli ultimi centocinquant’anni. “Una vera miniera di insegnamenti”.

Sul solco dei predecessori
Il Pontefice agostiniano con questo documento firmato il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, il cui titolo è tratto dal Libro dell’Apocalisse (Ap 3,9), si inserisce così sul solco dei predecessori: Giovanni XXIII con l’appello ai Paesi ricchi nella Mater et Magistra a non rimanere indifferenti davanti ai Paesi oppressi da fame e miseria (83); Paolo VI, la Populorum progressio e l’intervento all’Onu “come avvocato dei popoli poveri”; Giovanni Paolo II che consolidò dottrinalmente “il rapporto preferenziale della Chiesa con i poveri”; Benedetto XVI e la Caritas in Veritate con la sua lettura “più marcatamente politica” delle crisi del terzo millennio. Infine, Francesco che della cura “per i poveri” e “con i poveri” ha fatto uno dei capisaldi del pontificato.

Un lavoro iniziato da Francesco e rilanciato da Leone
Proprio Francesco aveva iniziato nei mesi prima della morte il lavoro sull’esortazione apostolica.
Come con la Lumen Fidei di Benedetto XVI, nel 2013 raccolta da Jorge Mario Bergoglio, anche questa volta è il successore a completare l’opera che rappresenta una prosecuzione della Dilexit Nos, l’ultima enciclica del Papa argentino sul Cuore di Gesù. Perché è forte il “nesso” tra amore di Dio e amore per i poveri: tramite loro Dio “ha ancora qualcosa da dirci”, afferma Papa Leone. E richiama il tema della “opzione preferenziale” per i poveri, espressione nata in America Latina (16) non per indicare “un esclusivismo o una discriminazione verso altri gruppi”, bensì “l’agire di Dio” che si muove a compassione per la debolezza dell’umanità.
Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo (9).

I “volti” della povertà
Numerosi gli spunti per la riflessione, numerose le spinte all’azione nella esortazione di Robert Francis Prevost, in cui vengono analizzati i “volti” della povertà. La povertà di “chi non ha mezzi di sostentamento materiale”, di “chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità”; la povertà “morale”, “spirituale”, “culturale”; la povertà “di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà” (9).

Nuove povertà e mancanza di equità
Di fronte a questo scenario, il Papa giudica “insufficiente” l’impegno per rimuovere le cause strutturali della povertà in società segnate “da numerose disuguaglianze”, dall’emergere di nuove povertà “più sottili e pericolose” (10), da regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza, “ma senza equità”.
La mancanza di equità è la radice dei mali sociali (94).

La dittatura di un’economia che uccide
“Quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa misurandola con criteri di altre epoche non paragonabili con la realtà attuale”, afferma Leone XIV (13). Da questo punto di vista, saluta “con favore” il fatto che “le Nazioni Unite abbiano posto la sconfitta della povertà come uno degli obiettivi del Millennio”. La strada tuttavia è lunga, specie in un’epoca in cui continua a vigere la “dittatura di un’economia che uccide”, in cui i guadagni di pochi “crescono esponenzialmente” mentre quelli della maggioranza sono “sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice” e in cui sono diffuse le “ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria” (92).

Cultura dello scarto, libertà del mercato, pastorale delle élite
È segno, tutto questo, che ancora persiste – “a volte ben mascherata” – una cultura dello scarto che “tollera con indifferenza che milioni di persone muoiano di fame o sopravvivano in condizioni indegne dell’essere umano” (11). Il Papa stigmatizza allora i “criteri pseudoscientifici” per cui sarà “la libertà del mercato” a portare alla “soluzione” del problema povertà, come pure quella “pastorale delle cosiddette élite”, secondo la quale “al posto di perdere tempo con i poveri, è meglio prendersi cura dei ricchi, dei potenti e dei professionisti” (114).
Di fatto, i diritti umani non sono uguali per tutti (94).

Trasformare la mentalità
Ciò che invoca il Papa è, dunque, una “trasformazione di mentalità”, affrancandosi anzitutto dalla “illusione di una felicità che deriva da una vita agiata”. Cosa che spinge molte persone a una visione dell’esistenza imperniata su ricchezza e successo “a tutti i costi”, anche a scapito degli altri e attraverso “sistemi politico-economico ingiusti” (11).
La dignità di ogni persona umana dev’essere rispettata adesso, non domani (92).

In ogni migrante respinto c’è Cristo che bussa
Ampio lo spazio che Leone XIV dedica poi al tema delle migrazioni. A corredare le sue parole, l’immagine del piccolo Alan Kurdi, il bimbo siriano di 3 anni divenuto nel 2015 simbolo della crisi europea dei migranti con la foto del corpicino senza vita su una spiaggia. “Purtroppo, a parte una qualche momentanea emozione, fatti simili stanno diventando sempre più irrilevanti come notizie marginali” (11), constata il Pontefice.
Al contempo ricorda l’opera secolare della Chiesa verso quanti sono costretti ad abbandonare le proprie terre, espressa in centri accoglienza, missioni di frontiera, sforzi di Caritas Internazionale e altre istituzioni (75).
La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza. E sa che in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità (75).
Sempre in tema migrazioni, Robert Prevost fa suoi i famosi “quattro verbi” di Papa Francesco: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. E di Papa Francesco mutua pure la definizione dei poveri non solo oggetto della nostra compassione ma “maestri del Vangelo”.
Servire i poveri non è un gesto da fare “dall’alto verso il basso”, ma un incontro tra pari… La Chiesa, quindi, quando si china a prendersi cura dei poveri, assume la sua postura più elevata (79).

Le donne vittime di violenza ed esclusione
Il Successore di Pietro guarda poi all’attualità segnata da migliaia di persone che ogni giorno muoiono “per cause legate alla malnutrizione” (12). “Doppiamente povere”, aggiunge, sono “le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti” (12).

“I poveri non ci sono per caso…”
Papa Leone XIV traccia una approfondita riflessione sulle cause stesse della povertà: “I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà”, sottolinea (14). “Ovviamente tra i poveri c’è pure chi non vuole lavorare”, ma ci sono anche tanti uomini e donne che magari raccolgono cartoni dalla mattina alla sera giusto per “sopravvivere” e mai per “migliorare” la vita. Insomma, si legge in uno dei punti focali di Dilexi te, non si può dire “che la maggior parte dei poveri lo sono perché non hanno acquistato dei meriti, secondo quella falsa visione della meritocrazia dove sembra che abbiano meriti solo quelli che hanno avuto successo nella vita” (14).

Ideologie e orientamenti politici
Talvolta, osserva Papa Leone, sono gli stessi cristiani a lasciarsi “contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti”.
C’è chi continua a dire: “Il nostro compito è di pregare e di insegnare la vera dottrina”. Ma, svincolando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, oppure che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, insegnando loro piuttosto a lavorare (114)

L’elemosina spesso disdegnata
Sintomo di questa mentalità è il fatto che l’esercizio della carità risulti talvolta “disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale” (15). A lungo il Papa si sofferma sulla elemosina, raramente praticata e spesso disdegnata (115).
Come cristiani non rinunciamo all’elemosina. Un gesto che si può fare in diverse maniere, e che possiamo tentare di fare nel modo più efficace, ma dobbiamo farlo. E sempre sarà meglio fare qualcosa che non fare niente. In ogni caso ci toccherà il cuore. Non sarà la soluzione alla povertà nel mondo, che va cercata con intelligenza, tenacia, impegno sociale. Ma noi abbiamo bisogno di esercitarci nell’elemosina per toccare la carne sofferente dei poveri (119).

Indifferenza da parte dei cristiani
Sulla stessa scia, il Papa denota “la carenza o addirittura l’assenza dell’impegno” per la difesa e promozione dei più svantaggiati in alcuni gruppi cristiani (112). Se una comunità della Chiesa non coopera per l’inclusione di tutti, ammonisce, “correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti” (113).
Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri (36)

La testimonianza di santi, beati e ordini religiosi
A controbilanciare questo atteggiamento di indifferenza, c’è un mondo di santi, beati, missionari che, nei secoli, hanno incarnato l’immagine di “una Chiesa povera per i poveri” (35). Da Francesco d’Assisi e il suo gesto di abbracciare un lebbroso (7) a Madre Teresa, icona universale della carità dedita ai moribondi dell’India “con una tenerezza che era preghiera” (77). E ancora San Lorenzo, San Giustino, Sant’Ambrogio, San Giovanni Crisostomo, il suo Sant’Agostino che affermava: “Chi dice di amare Dio e non ha compassione per i bisognosi mente” (45).
Leone ricorda ancora l’opera dei Camilliani per i malati (49), delle congregazioni femminili in ospedali e case di cura (51). Ricorda l’accoglienza nei monasteri benedettini a vedove, bambini abbandonati, pellegrini e mendicanti (55). E ricorda pure francescani, domenicani, carmelitani, agostiniani che hanno avviato “una rivoluzione evangelica” attraverso uno “stile di vita semplice e povero” (63), insieme a trinitari e mercedari che, battendosi per la liberazione dei prigionieri, hanno espresso l’amore di “un Dio che libera non solo dalla schiavitù spirituale, ma anche dall’oppressione concreta” (60).
La tradizione di questi Ordini non si è conclusa. Al contrario, ha ispirato nuove forme di azione di fronte alle schiavitù moderne: il traffico di esseri umani, il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, le diverse forme di dipendenza. La carità cristiana, quando si incarna, diventa liberatrice (61).

Il diritto all’educazione
Il Pontefice richiama inoltre l’esempio di San Giuseppe Calasanzio, che diede vita alla prima scuola popolare gratuita d’Europa (69), per rimarcare l’importanza dell’educazione dei poveri: “Non è un favore, ma un dovere”.
I piccoli hanno diritto alla conoscenza, come requisito fondamentale per il riconoscimento della dignità umana (72).

La lotta dei movimenti popolari
Nell’esortazione il Papa fa cenno pure alla lotta contro gli “effetti distruttori dell’impero del denaro” da parte dei movimenti popolari, guidati da leader “tante volte sospettati e addirittura perseguitati” (80). Essi, scrive, “invitano a superare quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri” (81).

Una voce che svegli e denunci
Nelle ultime pagine del documento, Leone XIV fa appello all’intero Popolo di Dio a “far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga anche a costo di sembrare degli stupidi”.
Le strutture d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene, attraverso il cambiamento delle mentalità ma anche, con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società (97).

I poveri, non un problema sociale ma il centro della Chiesa
È necessario che “tutti ci lasciamo evangelizzare dai poveri”, esorta il Papa (102). “Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una questione familiare. Sono dei nostri”. Pertanto “il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa” (104).
I poveri sono nel centro stesso della Chiesa (111).”

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Gemma n° 2713

“La mia gemma sono queste lettere che i miei compagni delle elementari mi hanno scritto quando sono tornata in Italia dal Brasile. Dopo essere stata via così a lungo, non mi aspettavo che qualcuno si ricordasse ancora di me. Invece, tornare e trovare persone che mi stavano aspettando è stato come riscoprire un legame che pensavo di aver perso. Mi ha fatto capire che, nonostante i tanti cambiamenti e i trasferimenti, un pezzo di me era rimasto lì, con loro. Quelle lettere mi hanno fatto sentire accolta, come se avessi davvero un posto a cui appartenere. Questo mi fa pensare che, anche con la distanza, sarai sempre nei pensieri di qualcuno in un senso positivo anche se non te ne rendi conto” (A. classe quarta).

Gemma n° 2680

“Come gemma quest’anno ho deciso di portare questa foto scattata durante la gita di classe a Bruxelles. Ho deciso di portare questa foto come gemma perché  durante quella gita sono potuta essere davvero me stessa, cosa che non mi succede spesso. Di mio sono una persona molto timida e introversa e mi apro solamente con le poche persone di cui mi fido e con cui ho confidenza. L’anno scorso, e quindi anche durante questa gita, io ero ancora nella mia vecchia classe, nella quale non mi sentivo accettata e voluta da nessuno. L’anno scorso è stato un anno difficile per me poiché ero spesso, o quasi sempre, da sola, nonostante io provassi a farmi della amicizie. Questa gita è stata una vera liberazione per me perché ho potuto passarla insieme a delle persone che mi accettavano per quello che ero e che, anche se ero in un’altra classe, mi sono state più vicine di chiunque altro. Non credo di aver riso mai così tanto come durante questa gita. Sono potuta essere me stessa, senza aver paura di essere giudicata. È proprio anche grazie a questa gita che ho deciso di cambiare classe e ogni giorno mi rendo conto che non potevo fare scelta migliore” (E. classe quarta).

Gemma n° 2598

“Per quest’anno come gemma ho scelto il gruppo di teatro di cui faccio parte da 4 anni. In questi 4 anni sono cresciuta e sono diventata una persona migliore. All’inizio pensavo di non legare con nessuno, ma mi sbagliavo. Quelle nella foto sono le persone con cui ho legato di più. Ho imparato a essere me stessa e a non rimanere chiusa, anche se con le persone nuove ho sempre difficoltà ad esprimermi. Il gruppo del teatro mi ha fatto capire che essere se stessi non è una cosa brutta, anzi è  bella. Essere diversi significa diversificare un ambiente o un gruppo. Ho partecipato a diversi spettacoli, il mio preferito è Grease. Ricordo quando ero alle elementari e vedevo gli spettacoli a cui mio fratello partecipava, rimanevo sempre a bocca aperta. Sempre alle elementari avevo partecipato ad alcuni laboratori, io mi divertivo e ancora mi diverto. Se dovessi incontrare la me bambina, le direi “non preoccuparti del futuro, tu incontrerai delle persone magnifiche che non ti giudicano per quello che tu sei; forse non avrai un buon finale, ma almeno ti sentirai sicura e avrai tutte quelle amicizie che la tua fanciullezza ti ha negato”. L’unica cosa che so dire è: grazie a tutte quelle persone che mi hanno aiutato” (L. classe seconda).

Gemma n° 2143

“Ho scelto di portare come gemma questa immagine scattata dalla finestra della mia camera in Irlanda. Quando sono andata a fare il soggiorno linguistico, l’estate scorsa, mi sono innamorata totalmente di questo Paese, delle sue città, della sua gente, delle sue strade, delle sue scogliere, delle sue case colorate, del cielo limpido e di tutti gli altri suoi aspetti. Ho un ricordo speciale di questa esperienza, poiché è stato il mio primo viaggio all’estero completamente da sola, dove ho potuto conoscere un sacco di persone provenienti da altri paesi e dove ho potuto sentirmi completamente indipendente e libera, esplorando ciò che mi circondava. È stata un’esperienza che mi ha fatto maturare e crescere, perché, essendo stata completamente fuori dai vincoli familiari, mi sono sentita più responsabile e, allo stesso tempo, più sicura di me stessa.
Un posto speciale nel mio cuore ce l’ha la mia famiglia ospitante che mi ha accolta in casa con un affetto ed un calore inaspettati, mi ha fatto sentire parte della comunità anche attraverso piccoli gesti, come, per esempio, le passeggiate nel parco alla sera, che sono uno dei ricordi più belli che ho di questo soggiorno e che ho deciso di condividere proprio attraverso questa foto” (C. classe terza).

Mandi Pierluigi

In alcune classi, talvolta, faccio un gioco che si chiama testa, cuore e mano. Lo utilizzo per cercare di comprendere che l’intelligenza di una persona può essere molteplice e avere molti luoghi di residenza, e che ciascuno di noi può coltivare molti talenti e che alla domanda “dimmi un po’, tu cosa sei capace di fare?” ci sono tante belle risposte da poter dare e che “so ascoltare”, “so amare”, “so ricamare”, “so zappare”, “so costruire ponti”, “so insegnare”, “so leggere” ecc ecc sono risposte bellissime. Ecco, ogni volta che faccio quel gioco mi vieni in mente Pierluigi. Mi viene in mente la testa: quando ancora andavo al Liceo a inizi anni ‘90 e a bordo di una sgangherata auto, in compagnia di altri amici, raggiungevo Zugliano per ascoltare persone che arrivavano da tutto il mondo e il convegno non era ancora il convegno che è diventato poi (penso la prima volta in vita mia in cui abbia sentito ‘benvenuta e benvenuto a ciascuna e ciascuno di voi’, un doppio saluto che suonava strano allora). Mi viene in mente il cuore: quello capace di generare forza e durezza con i potenti (coloro che hanno in mano le leve), sensibilità e ascolto con il mio cuore addolorato di una grigia domenica mattina dopo messa nella tua sacrestia. Mi viene in mente la mano: quella capace di creare un luogo di accoglienza, di relazioni, di impegno. Ti sono profondamente debitore don Pierluigi e, nel dolore, ho il cuore colmo di gioia per tutte le esperienze che mi hai fatto vivere e le persone che mi hai fatto conoscere, per quanto mi hai fatto crescere, per la speranza che sempre ti ha animato e che spinge chiunque abbia incrociato il tuo cammino a continuare l’impegno per l’accoglienza, la giustizia e la pace. Mandi Pierluigi

Gemma n° 1779

“Negli anni scorsi le mie gemme sono state molto più riduttive e molto più personali. Vi ho raccontato la storia dell’“Uccello Grifò” che mia nonna mi raccontava prima di andare a letto, vi ho raccontato della notte più bella della mia vita, della collana a forma di tartaruga con l’anello legato al laccio. Erano cose personali che riguardavano me: ci avevo lavorato per massimo una settimana. Quest’anno, invece, sto pensando alla mia ultima gemma ormai da mesi: volevo renderla più speciale, meno improvvisata, più comprensibile a tutti e soprattutto una gemma che non avrebbe ispirato solo me, ma anche magari altre persone. In questa foto (mostrata in classe) ci sono tante storie di cui vale la pena parlare, ci sono tante altre storie invece che riguardano l’altra parte della mia famiglia che non è ritratta qui ma volevo soffermarmi sulla storia di Laura, una ragazza che, pur non avendo nessun legame di sangue con noi, ha sempre fatto parte della nostra famiglia.
Laura nacque a … nel …. Condivise i suoi primi anni di vita con sua madre e suo padre e poco tempo dopo anche con Sandra, sua sorella. Purtroppo le sorelle rimasero orfane di madre quando erano ancora piccole e il padre rimase profondamente traumatizzato dalla perdita di sua moglie talmente tanto che i suoi parenti decisero di prendere in custodia Sandra e lasciare Laura alla famiglia della madre.
Caso vuole che Laura andò a vivere da sua nonna, sullo stesso pianerottolo di mia nonna in via ….
Una piccola Laura andava a scuola, giocava nel cortile con mio zio, si divertiva e cresceva. Mia nonna andava a casa sua ad aiutare lei e sua nonna anziana e in compenso Laura, quando sua nonna dormiva, andava a casa di mia nonna a fare i suoi soliti pasticci. Una cosa che ricordano tutti bene di quei momenti è la voce alta e potente di quella ragazzina e le sue risate contagiose.
Laura era innamorata dei miei genitori, ancora adolescenti quando lei era bambina. Li guardava come se fossero gli innamorati delle fiabe. Poi mia madre rimase incinta, i miei si sposarono e dopo qualche mese nacqui io, uno dei giocattoli preferiti di Laura. L’innamoramento di una bambina divenne presto ammirazione.
Laura mi aveva dato un soprannome e penso che mi abbia chiamato pochissime volte con il mio nome vero. Mi ricordo le domeniche mattina passate alle riunioni condominiali a casa di sua nonna, i pomeriggi in cui disturbavo i suoi studi e quando arrivavano a casa sua i suoi parenti da….
Però poco dopo la nonna iniziò a non camminare più e Laura era l’unica persona che se ne poteva prendere cura. In realtà c’erano anche i suoi zii che potevano badare a lei, ma per un motivo o per un altro decisero di lasciare Laura e sua nonna da sole. Così la sua adolescenza la passò insieme alla nonna spingendola di qua e di là per la casa sulla sedia a rotelle, mentre nel frattempo si occupava delle faccende di casa, della spesa, del cucinare, dell’igiene della nonna, dello studiare, del vedere gli amici quando capitava e lavorare appena poteva. Diventò presto un’adulta a tutti gli effetti.
La storia di Laura, per ora, sembra una storia di difficoltà passate con leggerezza, la storia di un’adolescente cresciuta più velocemente in maniera diversa dalle sue coetanee. Ma dobbiamo ricordare che quando sua sorella Sandra aveva bisogno di andare dal dentista, questa era accompagnata e seguita, Laura invece non ci è mai stata portata. Quando Sandra aveva problemi agli occhi, subito le venivano comprati gli occhiali, Laura ha dovuto prima guadagnarsi i soldi per poi andare a prenderli. Diciamo che il confronto le pesava un po’ ma non lo dava a vedere, si accontentava e cercava di impegnarsi al massimo per essere una persona migliore, per lei stessa e per chi le era attorno.
Un giorno Laura si accorge che le persone che l’hanno cresciuta e che dicevano di volerle bene (come i parenti di … e altri zii) le nascondevano cose. Una di questi addirittura rubava la pensione alla nonna e le portava via anche gli ultimi ricordi fisici della madre di Laura. Non so perché la odiasse così tanto: litigavano, urlavano e Laura veniva a casa di mia nonna piangendo. Cercava aiuto dai miei nonni, dai miei zii, e infine dai miei genitori.
Un litigio in particolare cambiò radicalmente la vita di Laura. Era il … e ricevette un’aggressione da parte della parente che la odiava e suo figlio. Ricordo mio padre e mio zio che andarono a soccorrerla e la portarono in pronto soccorso. Sporsero denuncia. Anche la sua parente sporse denuncia: maltrattamento e aggressione verso la nonna erano i capi di accusa. Laura cercò di capire se la nonna avesse acconsentito a questa denuncia e scoprì che anche la persona con cui aveva condiviso la sua vita le aveva voltato le spalle. Ricevette anche un ordine restrittivo nel quale non poteva più avvicinarsi alla nonna. Praticamente non poteva nemmeno andare a trovare i miei nonni. Laura rimase sola.
La sera dell’aggressione venne a dormire a casa nostra. Pensavo che sarebbe capitato un’altra volta o due, mai mi sarei aspettata che avremmo comprato un armadio e un letto solo per lei. Laura era diventata a tutti gli effetti la sorella minore dei miei genitori e una sorella maggiore per me e mio fratello.
Per i primi tempi la situazione per lei è stata difficile, piangeva e si sentiva abbandonata, ma dopo qualche tempo il sorriso le tornò di nuovo in volto. Mi ricordo quando una mattina stava parlando con mia mamma sul divano, erano una accanto all’altra. A un certo punto mia madre si alzò e fece il giro del divano per andare a prendere una cosa nell’altra stanza: solo dopo un’oretta di chiacchierata si era accorta che il trucco dell’occhio che non riusciva a vedere dal suo posto sul divano era tutto completamente sbavato. Mi ricordo quando io e lei andammo a yoga insieme, o la cameretta e il bagno messi sotto sopra poco prima che lei uscisse di casa. Mi ricordo anche quando aiutò mia madre a mettere la spesa a posto e, nel tentativo di salvare un uovo che si stava per spiaccicare sul pavimento, gli diede un calcio. Inutile descrivere il pasticcio che aveva combinato sui mobili e le strisce di tuorlo finite sulla lavatrice.
Laura era davvero al centro delle nostre giornate ed era davvero il sole in casa nostra.
Nel … il locale in cui lavorava da anni chiuse, lei non sapeva più cosa fare e dove andare, di nuovo si sentì abbandonata, ma vide una luce: fece i bagagli e partì per la …, senza sapere niente della lingua, cultura o di come avrebbe vissuto una volta arrivata lì. Poi tornò in Italia e dopo qualche tempo partì per …. Quante lacrime versammo insieme…
Ora Laura è libera dal suo passato, è libera da ogni cosa che le era stata imposta e dalle persone che era costretta a frequentare. È una donna adulta e sono molto felice di considerarla come una sorella. Ci vediamo praticamente solo d’estate quando entrambe andiamo a trovare i miei nonni e passiamo tanto tempo a parlarci: lei mi ha sempre aiutata quando io avevo problemi e io ho sempre cercato di farle capire quanto questo fosse importante per me. Ora non mi dà più fastidio il mio soprannome, anzi, mi preoccupo se lei mi chiama per nome. So che detto da me può sembrare poco, ma sono davvero orgogliosa di tutto ciò che lei è riuscita ad ottenere dal nulla da cui era partita. Il suo obiettivo di ora? Farsi un intervento ai denti per riparare al danno della negligenza dei suoi famigliari di quando era ancora piccola.
Laura a volte mi manca, soprattutto quando mi vengono in mente i suoi abbracci e le sue grida di gioia quando ci vede. Mi viene ancora da piangere quando ripenso a quando ci siamo salutate questa estate prima che io partissi: ho dovuto farle forza perché singhiozzava a non finire anche se avrei voluto singhiozzare pure io, ma forse più forte. Io la vedo come un esempio da ammirare e seguire: una ragazza che dal niente, con l’aiuto di poche persone, si è costruita il suo sentiero ed è diventata la splendida donna che è in questo momento.
Ti voglio bene Laura, ci vediamo presto.❤”

Questa la gemma di G. (classe quinta). Ho utilizzato nomi di fantasia e fatto piccolissime modifiche al testo per non rendere riconoscibili persone e luoghi. La gemma è già molto lunga e ricca di suo. Mi sento di aggiungere un’unica piccola frase di Charles Peguy: “È sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione”.

La figura di Adriana Zarri

Su Settimana News ho recuperato un articolo di Giannino Piana (pubblicato sulla rivista Il gallo) sulla figura di Adriana Zarri, che nel mese di aprile avrebbe compiuto 100 anni.

“Il mondo interiore di Adriana Zarri, una vera mistica del nostro tempo, non è facile da decifrare. Sebbene siano molti i testi di spiritualità che ci ha lasciato – alcuni dei quali di rara intensità (È più facile che un cammello… Gribaudi, Torino 1975; Nostro Signore del deserto. Teologia e antropologia della preghiera, Cittadella, Assisi 1978; Erba della mia erba. Resoconto di vita, Cittadella, Assisi 1981; Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino 2011; Quasi una preghiera, Einaudi, Torino 2012) – la sua figura di donna votata alla vita monastica risulta a chi l’ha conosciuta da vicino (e per un lunghissimo periodo della sua esistenza) caratterizzata da mille sorprendenti sfaccettature che non si lasciano imbrigliare dentro una scrittura, sia pure carica sempre di un’impronta fortemente personale, come la sua.
La ricchezza della personalità e la estrema varietà degli interessi coltivati confluivano in lei attorno a un asse fondamentale, che dava unità alla sua esistenza: la ricerca insonne di Dio in un rapporto stretto con la terra in tutte le sue componenti, dagli uomini agli animali al mondo vegetale, aderendo alle radici contadine, che hanno segnato profondamente la sua identità umana e religiosa (Cf. Con quella luna negli occhi, Einaudi, Torino 2014). È sufficiente ricordare la passione di Adriana per i gatti e, finché le è stato concesso dalla salute, l’allevamento degli animali da cortile e la coltivazione dell’orto.

Ad avvalorare questa visione vi è poi il suo essere donna: l’appartenenza di genere si riflette decisamente anche sulla sua spiritualità, che ha i connotati di una spiritualità al femminile. Anche a questo proposito emerge tuttavia l’originalità di Adriana: la sua adesione alle lotte femministe è stata infatti sempre contrassegnata da un vero (e profondo) coinvolgimento e insieme dalla rivendicazione di una grande libertà e indipendenza di giudizio.
La spiritualità di Adriana coinvolge dunque – come si è accennato – la realtà in tutte le sue dimensioni. Il profumo dei campi nelle diverse stagioni, il colore variegato dei fiori, il fruscio delle fronde e il verso degli animali e, soprattutto, le vicende degli uomini, quelle dei poveri in particolare, segnano l’incontro con un Dio che è dentro la storia: il Dio che si è definitivamente manifestato nella persona di Gesù di Nazaret. Ma l’aspetto che contraddistingue, in modo speciale, il suo approccio, e che la avvicina alla spiritualità francescana, è l’accento posto sull’importanza che ha avuto, nel «farsi carne» (sarx) del Figlio di Dio, la dimensione «spaziale», e non solo «temporale»; il «divenire natura», e non solo storia.
Il creato, in tutta la ricchezza delle sue espressioni, assume il carattere di habitat (spazio opportuno) che, rapportandosi al kairòs (tempo opportuno), conferisce alla dimensione contemplativa un orizzonte cosmico. L’esperienza di Dio nel mondo fa della vita quotidiana, nella molteplicità delle sue espressioni, non solo la sorgente, ma anche la modalità secondo la quale vivere la relazione con il divino. Vi è dunque una profonda continuità tra vita spirituale e vita quotidiana, perché il Dio della rivelazione è – come ci ricorda la lettera ai Filippesi da Adriana spesso citata – colui che in Gesù Cristo «svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» e «facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 7-8).
Dio e mondo sono dunque per Adriana in un rapporto di circolarità: da un lato, la immagine del Dio cristiano non può prescindere dalla sua relazione con il mondo di cui è entrato a far parte; dall’altro, il mondo è da questa relazione riscattato; diviene anticipazione del Regno. Questa visione della realtà, che sollecita l’impegno nel presente e l’attesa del futuro, ha per Adriana una perfetta esplicitazione nella preghiera del Padre nostro, dove alla richiesta del pane quotidiano («Dacci oggi il nostro pane quotidiano») corrisponde l’invocazione del compiersi del Regno («Venga il tuo Regno») e dell’adempimento della volontà del Padre («Sia fatta la tua volontà») (Mt 6, 9-13).

La dinamica relazionale, che è l’asse portante della spiritualità di Adriana, ha poi nel mistero trinitario le sue radici. Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana, che Gesù di Nazaret ha reso trasparente nella sua persona e attraverso la sua azione, è il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo: un Dio nel quale la relazione coincide con la stessa natura: le persone che costituiscono il mistero divino sono in quanto si rapportano tra loro.
La definizione che di Dio fornisce la prima lettera di Giovanni: «Dio è carità» (1Gv 4,8) ha qui la sua più profonda motivazione. Trinità e carità sono strettamente correlate e interdipendenti. Solo di un Dio che vive in comunione di persone è infatti possibile dire che è Amore (e non semplicemente che ha l’amore), perché l’amore implica la relazione tra persone, che si costituiscono nel reciproco donarsi. In un libro di preghiere (o di quasi preghiere) che reca significativamente il titolo Tu (Tu. Quasi preghiere, Gribaudi, Torino 1973), Adriana si rivolge a Dio come a Qualcuno cui è possibile dare del tu, giungendo a livelli di intimità che ricordano le grandi esperienze mistiche – da maestro Eckhart a Giovanni della Croce e a Teresa d’Avila – alle quali spesso Adriana fa riferimento nei suoi scritti.
L’incontro profondo, ma sempre inevitabilmente limitato, con il tu divino – la conoscenza di Dio è quaggiù parziale («per speculum et in aenigmate») – è la molla che spinge Adriana ad accostarsi alla morte, che ella considera una componente essenziale della vita – il contatto con la natura cui è stata abituata fin dall’infanzia facilitava la consapevolezza di questa continuità – come al passaggio da questa vita alla vita nuova, nella quale diviene finalmente possibile entrare in una relazione «faccia a faccia» con il Signore, che consente di conoscerlo come egli è («sicuti est»).

La spiritualità di Adriana non si esaurisce tuttavia nella sola adesione ai presupposti fondativi ricordati; si rende concreta in una serie di attitudini esistenziali, due delle quali meritano di essere particolarmente ricordate.
La prima è l’ascolto. Le religioni del Libro sono religioni dell’ascolto: «Ascolta Israele» è l’invito che, fin dall’inizio, Dio rivolge al suo popolo. Ma l’ascolto – Adriana lo mette bene in evidenza – non si esaurisce (e non può esaurirsi) in un semplice sentire; esige un ridimensionamento dell’io per fare spazio all’accoglienza dell’altro e alla comprensione del suo messaggio. Esige la creazione di un clima di silenzio e la disponibilità a fare propria la povertà evangelica, che è insieme sobrietà nei confronti delle cose e apertura fiduciale alla grazia divina. La scoperta del mondo degli altri e dell’Altro è legata all’abbandono di ogni forma di autoreferenzialità, quale frutto di una profonda trasformazione interiore, una vera metanoia.
Una seconda attitudine, particolarmente cara ad Adriana, è la ricettività, che considera un habitus esistenziale in stretta sintonia con il vissuto femminile. Destinata a essere custode della vita, la donna ha sviluppato una maggiore sensibilità nei confronti di tale attitudine, la quale, lungi dall’identificarsi con la passività, è l’espressione (forse) più alta di attività, in quanto esige, per potersi esplicare, un processo di interiorizzazione, che consenta di riconoscere l’altro nella sua alterità, senza proiezioni mistificatorie. D’altra parte, la ricettività non è soltanto una virtù umana, per quanto grande; è anche – a questo va soprattutto ricondotta l’importanza che Adriana le attribuisce – la condizione fondamentale per vivere la relazione con il Dio cristiano, il quale viene costantemente incontro all’uomo, andando alla sua ricerca anche quando si è colpevolmente allontanato da Lui. La fede non comporta dunque un andare verso Dio, ma un disporsi a riceverlo, creando le condizioni per accoglierlo, lasciandosi fare e amare da Lui.

L’esperienza spirituale fin qui evocata ha per Adriana il suo momento più alto nella preghiera, o meglio nel pregare, il quale, lungi dal ridursi a fare o a dire preghiere, è un vero e proprio modo di essere-al-mondo. Il Dio della rivelazione biblica è il Dio dell’alleanza, che entra in comunione vitale con l’uomo, ma che, al tempo stesso, gli impone di non raffigurarlo né nominarlo, rivendicando in questo modo la sua assoluta Alterità.
La preghiera è dunque ascolto, incontro e relazione, ma è anche rispetto di una distanza che non può mai essere del tutto colmata. È un vivere alla presenza di Dio, fare esperienza dell’essere abitati da Lui, ma è anche riconoscimento dell’assenza; è rifiuto di catturarlo per servirsene, evitando di assumersi fino in fondo la propria responsabilità nel mondo.
La preghiera è una cosa seria che non deve essere separata dal contesto in cui si sviluppa l’esistenza e che implica la confidenza, ma che non può essere viziata da sdolcinature impudiche: il tema del pudore ricorre con frequenza nei testi spirituali di Adriana come un’istanza che deve connotare ogni espressione religiosa.
L’incontro con Dio rinvia all’impegno nel mondo; l’atto cultuale non ha alcun significato se non si traduce in culto spirituale, nella capacità di coniugare incontro con Dio e fedeltà all’uomo e alla terra, immettendo nel dialogo religioso le inquietudini e le speranze umane. La preghiera di Adriana ha questo timbro; da essa scaturisce la militanza che ha contrassegnato l’intera sua esistenza, con la partecipazione diretta alle battaglie contro le diseguaglianze sociali e per la promozione dei diritti civili. L’eremo non è stato per lei un luogo separato dal mondo, ma un angolo appartato dal quale guardare con lucidità e partecipazione le vicende umane e mondane. La solitudine del monaco – Adriana preferiva definirsi così, al maschile, per l’accezione equivoca acquisita dal termine femminile – non è isolamento; è un processo di riappropriazione del mondo interiore, che restituisce all’uomo la libertà, rendendolo capace di esercitare il discernimento profetico nei confronti della realtà.
Una spiritualità, quella di Adriana, la cui grande linearità e coerenza ha suscitato talora forti contestazioni da parte di ambienti ecclesiastici tradizionalisti; ma che ha, nel contempo, favorito la nascita di profonde amicizie religiose e laiche – come non ricordare dom Benedetto Calati e Rossana Rossanda? – che hanno concorso ad arricchire la sua esperienza religiosa e civile (e di cui hanno fruito quanti hanno frequentato i suoi incontri). Una spiritualità, soprattutto, nella quale la tensione alla trascendenza, lungi dal vanificare la dedizione nei confronti dell’uomo e della terra, ha fornito piuttosto lo stimolo all’esercizio di una limpida e feconda testimonianza in favore della città degli uomini.”

Gemme n° 450

The Migrant Journey Through The Eyes Of An Eight Year Old Syrian Girl
Shaharzad Hassan mostra un suo disegno, fotografato nel campo profughi di Idomeni, Grecia, 18 marzo 2016 (Matt Cardy/Getty Images)

La mia gemma consiste in alcune foto dei disegni fatti da Shaharzad Hassan, una bambina di Idomeni, campo profughi in Grecia. Lei è siriana, ha 8 anni e così sta raccontando l’esperienza della diaspora siriana. Sono rimasta colpita perché i disegni raccontano la storia di questi profughi attraverso i suoi occhi. Da un lato emerge la tenerezza, dall’altro quanto loro capiscano la situazione. Penso sia una visione molto realistica dei fatti.” Questa è stata la gemma di G. (classe quinta).
Magnus Wennman è un fotoreporter svedese. In un’intervista alla CNN, presentando il proprio lavoro “Where The Children Sleep” che potete vedere qui, ha detto: “Il conflitto e la crisi possono anche essere difficili da capire , ma non è difficile capire che questi bambini hanno bisogno di un posto sicuro per dormire. Questo è facile da comprendere. Hanno perso la speranza, e ci vuole molto perché un bambino smetta di essere tale e smetta di essere felice, anche nei posti veramente brutti”.

Gemme n° 421

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La mia gemma è il libro “Wonder”, semplice e poco impegnativo. L’ho letto in II media, e mi è rimasto impresso il suo messaggio: non giudicare un libro dalla copertina e quindi le persone dal loro aspetto esteriore. Invece, purtroppo noi lo facciamo spesso, quasi un istinto, e dovremmo cercare di limitarci. Il libro racconta la storia di ragazzino con la sindrome di Treacher-Collins che rende sua faccia diversa, quasi deforme: chiunque lo guardi resta impressionato e ha voglia di girarsi dall’altra parte. Dopo anni di studio assistito a casa il protagonista va a scuola e si deve confrontare con i compagni che faticano a vederlo come una persona normale; ma poi lo conoscono e le relazioni cambiano. Volevo leggere la motivazione dell’autrice: “Un giorno ero seduta su una panchina con i miei due figli e ho visto passare una bambina che aveva evidentemente la sindrome di Treacher-Collins, una rara malattia ereditaria che colpisce le fattezze di una persona lasciando inalterato tutto il resto. Ciò che mi ha colpito non è stata la ragazzina, ma la mia reazione: sono stata presa dal panico, temevo che mio figlio di tre anni vedendola avrebbe reagito urlando, come aveva fatto alla festa di Halloween. Mi sono alzata di scatto, come punta da una vespa, ho chiamato l’altro figlio e mi sono allontanata di corsa. Alle mie spalle ho sentito la madre della ragazzina che, con voce molto calma diceva: “Forse è ora di tornare a casa”. Mi sono sentita un verme e non sono riuscita a dimenticare questa esperienza”. Con queste parole C. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Un leggero racconto di Anthony de Mello per riflettere sui preconcetti:
Lo zio Joe era loro ospite per il fine settimana e il piccolo Jimmy era estasiato all’idea che il suo eroe preferito avrebbe dormito nel suo letto. Appena ebbero spento la luce, Jimmy si ricordò di una cosa. «Accipicchia!» esclamò. «a momenti me ne dimenticavo!»
Saltò giù e si inginocchiò accanto al letto. Per non dare cattivo esempio al piccolo, lo zio Joe scese faticosamente dal letto e si inginocchiò dall’altra parte. «Ehi!» mormorò il bambino intimorito, «domani, quando la mamma se ne accorge, vedrai che cosa ti succederà! Il vasino è da questa parte».”

Gemme n° 267

Mi è stato difficile scegliere cosa portare, perché volevo trattare di qualcosa che mi stesse veramente a cuore e non sono poche le cose in questo senso. Questo però è uno dei temi a cui tengo maggiormente.


Ero indecisa perché trovo la fine un po’ forzata (ma è un corto). Per me è ottimo modo per far capire situazione di queste persone. Di solito non si rispetta o si tende a non rispettarle per l’evidenza del genere sessuale. Ma non è giusto nei loro confronti. Ho conosciuto persone come Emile ed è dura, difficile mettersi nei loro panni. Ci vuole sensibilità e rispetto nel rapportarsi con loro. Non è un genitale a rendere il sesso di una persona. Sentirsi nati nel corpo sbagliato deve essere durissima; è un percorso lungo da affrontare quello di chi vuole cambiare sesso. Servono rispetto e comprensione”.
George Bernard Shaw affermava: “L’unico uomo che conosco che si comporta sensibilmente è il mio sarto; ogni volta che mi vede prende di nuovo le mie misure. Gli altri invece vanno avanti con le loro vecchie misure e si aspettano che io faccia altrettanto”. Penso che sensibilità, rispetto e delicatezza invocate da A. (classe quinta) siano alcuni dei vestiti necessari che dobbiamo ricordarci di indossare quando ci approcciamo alle altre persone per far sì che il nostro cuore diventi per loro luogo di calore accogliente e non freddo antro respingente.

Gemme n° 265

Sono in panico. Non so se sia una gemma quella che presenterò. Ma è una cosa importante e non voglio nascondermi. In 3-4 elementare avevo un diario e vi avevo appuntato uno stralcio di dialogo con la suora che mi faceva catechismo. Lei aveva detto che ognuno merita di essere se stesso perché Dio ci ha fatti giusti. Al che le avevo chiesto se esistono persone sbagliate e nella mia mente avevo pensato ai ladri o ad un killer. Lei mi aveva risposto che esistono persone che sono se stesse nel modo sbagliato. La mia domanda era stata: in quale modo? La risposta era stata: fanno finta di essere quello che non sono per attirare vantaggi e attirare l’attenzione come gli omosessuali o i bambini che dicono le parolacce per sembrare più grandi. Adesso, dopo anni mi accorgo che non ci sono modi sbagliati per essere se stessi ma solo persone che non lo accettano. Quando una persona decide di essere sè e di mostrarsi per quello che è (e magari non come vorrebbe la società), c’è chi reagisce bene e chi reagisce male. Guardandomi ora intorno, ho paura che qualcuno di voi reagisca male e non mi accetti, perché, è vero, si può essere orgogliosi di quello che si è, ma si ha anche bisogno dell’accettazione degli altri. E a proposito di reazioni, vorrei mostrare questo video che può far capire come si sentano le persone che si devono farsi largo tra i giudizi di chi gli sta attorno.

Oggi vorrei provare la stessa sensazione di libertà e liberazione. Voglio fare un po’ come i bambini che dicono le cose e lasciano gli altri ad arrangiarsi, a decidere se accettare o meno, perché tanto quello che volevano dire, l’hanno detto. Quindi oggi voglio fare il mio coming out, che non è nulla di speciale, ma per me è davvero importante. Io sono _____ , lo sono sempre stata e sempre lo sarò, e sono pansessuale.” Questa è stata la gemma di (classe seconda).
Sant’Agostino affermava: “Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi”. Ed Henry Miller “Siamo tutti parte della creazione. Siamo tutti dei re, dei poeti, dei musicisti; e non resta che aprirsi come un loto per scoprire cosa si nasconde dentro di noi.” Guardarsi dentro non è sempre facile, così come decidere di mostrarne una parte agli altri perché si sente che anche quello fa parte della costruzione della propria identità; può essere una tappa nel percorso dal conoscere se stessi all’essere se stessi.

Esplorando

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Foto tratta da http://flickrhivemind.net/Tags/portonogaromargreth/Interesting

Il termometro della mia auto segna 40° alle 16.15 di mercoledì 22 luglio. Parcheggio nello spiazzo davanti a Porto Margreth, a 5 km circa dal centro di San Giorgio di Nogaro. Aspetto che arrivi Sara, con cui ho appuntamento per visitare il Centro Stella Maris. Non so nulla: né delle attività de centro, né di come funzionino le cose dentro un porto commerciale. E non lo scriverò qui, perché penso sia bello poter toccare con mano, fare incontrare ai propri occhi quei luoghi. Appoggio sulla tastiera solo alcune parole che ho sentito risuonare là e che mi voglio portare dentro come suggestioni: casa, mare, accoglienza, famiglia, distanza, lontananza, lavoro, fatica, sorriso, parola, dialogo, ascolto, sicurezza, burocrazia, sequestro, permesso, trasporto, compagni, etnie, globalizzazione, cose, internet, paga, diritti, salario, mondo, collaborazione, gruppo, capitaneria, volontari, bicicletta, a bordo, timore, coraggio, caritas, legno, acciaio, container, mesi, lingue, russia, ucraina, filippine, siria, egitto, marittimi, sea star, turchia, bandiere ombra, abbandono, isolamento, sindacato.
Non desidero aggiungere altro, perché vorrei portarci delle classi e preferisco sentano parlare i testimoni diretti. Un grazie a Fausta, Sara ed Eugenio per questa esperienza, rinfrescante per l’anima.

Gemme n° 198

Cappella SistinaLa gemma di D. (classe seconda) inizia con la lettura di parte di un articolo preso dal blog di Gabriele Norcia “beativoiblog“:
Molti dei nostri sorrisi sono alimentati da lacrime altrui. Questo è un fatto, non mera retorica.
Dunque, il problema di dove trovare i mezzi per gestire il fenomeno delle migrazioni è un falso problema, come quello con cui si confronta una maestra se di due bimbi uno ha dieci giocattoli e l’altro nessuno. Non esiste un numero ‘troppo alto’ di migranti, non esiste una ‘risorsa non adeguata’ ad accoglierli. Chi viene qua ha tutto il diritto di farlo, di chiederci da quale terra violata proviene il Coltan dei nostri cellulari, il rame dei nostri fili elettrici, l’oro dei nostri gioielli, il legno dei nostri parquet.
Chi viene non fugge da guerre combattute con archi frecce e catapulte, ma da armi che noi produciamo, fabbrichiamo e vendiamo, ricavandone quanto basta per organizzare una scuola e una sanità pubbliche per i nostri peones, e ville a Montecarlo per i grassi furboni che gestiscono l’affare, indisturbati, rispettati, ascoltati, autorevoli sostenitori di chi vorrebbe affondare i barconi. Con le armi che distruggono le scuole di figli altrui, noi costruiamo le scuole per i nostri, le strade asfaltate per gli Scuolabus che ce li portano e le piscine dove imparano a nuotare.
Cosa vogliamo respingere? Cosa vogliamo impedire? E soprattutto, cosa vogliamo risparmiare, sulla pelle degli altri?
La mia soluzione è più semplice. È naturale, è cristiana ( ma abbiamo ancora il coraggio di pronunciare il nome di Cristo, come ispiratore della nostra cultura, se poi pensiamo e agiamo così?) è buddista, è… umana. Accogliere. Tutti. Chiunque arrivi. Sempre.
Quel che abbiamo è pure loro, se condividerlo significherà non poter più avere un tablet, la pelliccia di finto visone, la Spa o due bistecche al giorno, pazienza. Davvero. Che importa? Ci saranno nuovi amici, tante lingue da imparare, magari un solo paio di scarpe vecchie, ma per giocarci tutti insieme a pallone. Il nostro Dna godrà di corroboranti rimpasti e la nostra lacerata e imbrattata coscienza di un’epoca d’oro. E magari tra mille anni qualche bimbo romano o milanese dalla pelle scura e gli occhi a mandorla, studierà i versi di un Poeta meticcio, vate di una nuova cultura e, in una gita gratuita con la scuola rimarrà qualche minuto assorto a contemplare gli affreschi di chissà quale novella, meravigliosa, cappella Sistina, in cui uomini di tutti i colori si abbraccino in un Giudizio davvero universale”.
Così poi D. ha motivato la propria scelta: “Mi è capitato di leggere questo articolo, mi ha fatto venire i brividi perché sembra una realtà molto lontana dalla nostra e volevo condividerlo con la classe”.
Nel caso in cui ci si chiedesse perché Norcia faccia riferimento a una soluzione cristiana, mi limito a citare il vangelo di Matteo: «Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”». (Mt 25, 37-40)

L’ottavo sacramento

Non so se papa Francesco scriverà dei libri come i suoi due predecessori o emanerà delle encicliche, certo è che se qualcuno desidera conoscere il suo pensiero può ascoltare o leggere le omelie che ogni giorno sta dicendo nella chiesa di Santa Marta alla messa del mattino. Ieri mattina ha esemplificato in maniera molto semplice il concetto di fede: “Ricordo una volta, uscendo nella città di Salta, la Festa patronale, c’era una signora umile che chiedeva a un prete la benedizione. Il sacerdote le diceva: ‘Bene, ma signora lei è stata alla Messa!’ e le ha spiegato tutta la teologia della benedizione nella Messa. Lo ha fatto bene … ‘Ah, grazie padre; sì padre’, diceva la signora. Quando il prete se ne è andato, la signora si rivolge ad un altro prete: ‘Mi dia la benedizione!’. E tutte queste parole non sono entrate, perché lei aveva un’altra necessità: la necessità di essere toccata dal Signore. Quella è la fede che troviamo sempre e questa fede la suscita lo Spirito Santo. Noi dobbiamo facilitarla, farla crescere, aiutarla a crescere”.

E a proposito del facilitare la fede ha fatto una serie di esempi che lasciano capire molto bene il cambio di atteggiamento che si sta verificando all’interno della Chiesa:

Roma0065fb.jpgIl Papa cita poi l’episodio del cieco di Gerico, rimproverato dai discepoli perché gridava verso il Signore: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!”:

Il Vangelo dice che volevano che non gridasse, volevano che non gridasse e lui gridava di più, perché? Perché aveva fede in Gesù! Lo Spirito Santo aveva messo la fede nel suo cuore. E loro dicevano: ‘No, non si può! Al Signore non si grida. Il protocollo non lo permette. E’ la seconda Persona della Trinità! Guarda cosa fai…’ come se dicessero quello, no?”.

E pensa all’atteggiamento di tanti cristiani:

Pensiamo ai cristiani buoni, con buona volontà; pensiamo al segretario della parrocchia, una segretaria della parrocchia… ‘Buonasera, buongiorno, noi due – fidanzato e fidanzata – vogliamo sposarci’. E invece di dire: ‘Ma che bello!’. Dicono: ‘Ah, benissimo, accomodatevi. Se voi volete la Messa, costa tanto…’. Questi, invece di ricevere una accoglienza buona – ‘E’ cosa buona sposarsi!’ – ricevono questo: ‘Avete il certificato di Battesimo, tutto a posto…’. E trovano una porta chiusa. Quando questo cristiano e questa cristiana ha la possibilità di aprire una porta, ringraziando Dio per questo fatto di un nuovo matrimonio… Siamo tante volte controllori della fede, invece di diventare facilitatori della fede della gente”. E’ una tentazione che c’è da sempre – spiega il Papa – che è quella “di impadronirci, di appropriarci un po’ del Signore”. E racconta un altro episodio:

Pensate a una ragazza madre, che va in chiesa, in parrocchia e al segretario: ‘Voglio battezzare il bambino’. E poi questo cristiano, questa cristiana le dice: ‘No, tu non puoi perché non sei sposata!’. Ma guardi, che questa ragazza che ha avuto il coraggio di portare avanti la sua gravidanza e non rinviare suo figlio al mittente, cosa trova? Una porta chiusa! Questo non è un buon zelo! Allontana dal Signore! Non apre le porte! E così quando noi siamo su questa strada, in questo atteggiamento, noi non facciamo bene alle persone, alla gente, al Popolo di Dio. Ma Gesù ha istituito sette Sacramenti e noi con questo atteggiamento istituiamo l’ottavo: il sacramento della dogana pastorale!”.

Gesù si indigna quando vede queste cose” – sottolinea il Papa – perché chi soffre è “il suo popolo fedele, la gente che Lui ama tanto”. “Pensiamo oggi a Gesù, che sempre vuole che tutti ci avviciniamo a Lui; pensiamo al Santo Popolo di Dio, un popolo semplice, che vuole avvicinarsi a Gesù; e pensiamo a tanti cristiani di buona volontà che sbagliano e che invece di aprire una porta la chiudono … E chiediamo al Signore che tutti quelli che si avvicinano alla Chiesa trovino le porte aperte, trovino le porte aperte, aperte per incontrare questo amore di Gesù. Chiediamo questa grazia”.

Molto ora si affrettano a dire: “E’ sempre stata così all’interno della Chiesa, si son sempre dette queste cose”. Proprio no.

Noi bussiamo alla soglia

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I primi soldi di quest’anno 2013 mia moglie ed io li abbiamo spesi in una libreria: spero sia di buon auspicio. Tra i nove libri portati a casa ho iniziato a leggere “Tu, mio” di Erri De Luca e sono rimasto affascinato, tra le altre cose, da queste parole:

“Non ho avuto intimità col fondo, con quelli che s’immergono coi fucili. Nicola non sapeva nuotare e mi ha trasmesso il rispetto per il fondo. Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi, dai pescatori. Chi va sotto a prendersela con le sue mani la risposta, fa il prepotente col mare. A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua. Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell’acqua, non dobbiamo entrare in casa sua da padroni.”

Mi sono venute in mente le relazioni tra le persone, le prepotenze che talvolta si manifestano senza il rispetto per le varie profondità che si custodiscono dentro gli uomini, le violenze di piegare gli altri ai propri fini e alle proprie aspettative. Mi sono venute alla mente le parole di Henri Nouwen che sembrano essere quasi un controcanto di accoglienza verso chi si ama: “A volte immagino che il mio intimo sia come un posto irto di aghi e di spilli. Come accogliere qualcuno se non vi può riposare pienamente? Un cuore agitato di preoccupazioni, rabbia e gelosia, causa delle ferite a chi vi entra. Devo creare in me una zona libera per poter invitare gli altri ad entrare e a guarire… Ciò significa una interiorità dolce e non un cuore di carne e non un cuore di pietra, uno spazio dove si camminare a piedi nudi” (Al di là dello specchio).