“Talent” alternativi


Nel nostro paese, da qualche anno, vanno di moda i talent-scout: si va alla ricerca di nuovi protagonisti del mondo televisivo. Angelo Calianno, sul numero di maggio di Popoli, ci fa conoscere un tipo diverso di scopritori di talenti giovanili…
somalilandL’immagine del terrorismo islamico più diffusa ci rimanda spesso all’Asia e al Medio oriente: talebani in Afghanistan, Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano. Le cose però stanno cambiando. L’organizzazione e la formazione di nuovi «combattenti» sono in continua evoluzione e una buona parte dei terroristi del futuro partono e partiranno sempre più spesso dall’Africa e da una delle sue zone nevralgiche: il Corno d’Africa. Nel settembre 2013 il mondo ha conosciuto meglio al-Shabaab, organizzazione di estremisti islamici somali, che ha attaccato un centro commerciale di Nairobi uccidendo 72 civili. Al-Shabaab (parola originata dall’arabo che significa «la gioventù») si è affiliata ad al-Qaeda nel 2012, ma opera in maniera indipendente e i miliziani nelle proprie fila sono sempre più numerosi. Ma questi ragazzi come si trasformano in terroristi? Chi li recluta? Da dove?
Qualche anno fa a nord di Londra un ragazzo di origine somala, con regolare passaporto inglese, viene arrestato per aver fabbricato ordigni esplosivi artigianali. La notizia diventa, per chi scrive, la prima traccia di una pista che ci porterà lontano. Seguendo la storia a ritroso siamo infatti arrivati nel Corno d’Africa da dove comincia tutto, dove veri e propri talent scout cercano nuove reclute da arruolare tra le file dei combattenti del jihad. Ci troviamo così a viaggiare sulla frontiera tra Somaliland, Puntland e Somalia per conoscere le storie di quelle che saranno le nuove leve di al-Shabaab. Nei giorni in cui ci spostiamo via terra dall’Etiopia verso il Somaliland fino al Golfo di Aden la situazione è molto tesa, non è passato molto tempo dall’attentato di Nairobi. I confini vengono chiusi al primo allarme. L’M16 (l’intelligence britannica) staziona da tempo a Berbera, in Somaliland.
Spostandoci verso Sud-Est riusciamo, per caso, a entrare in contatto con alcuni emissari affiliati ad al-Shabaab. Sono in tre, viaggiano su un pick-up rosso con vetri scuri e si sistemano nello stesso albergo in cui dormiamo anche noi. Riusciamo ad avvicinarli subito dopo la preghiera della sera e si offrono di darci un passaggio. In questa zona non è facile vedere bianchi senza scorta, questo rende più facile avvicinare i somali. I reclutatori masticano voracemente qat, la droga locale in foglie che qui è legale. Dicono abbia proprietà afrodisiache, certamente ha effetti allucinogeni. Gli uomini ne hanno fatto una buona scorta anche perché si dice che le foglioline del Somaliland siano della qualità migliore. Ce ne offrono un po’. Noi rifiutiamo, ma approfittiamo della confidenza che si è creata per fare loro qualche domanda.
Siete in viaggio per lavoro? Dove siete diretti? «Giriamo per i villaggi, cerchiamo ragazzi che hanno problemi, sono poveri e non hanno un lavoro. Offriamo loro una possibilità, un’istruzione e un’educazione militare». Ma dove li portate? E come avviene il training militare? «Offriamo loro la possibilità di entrare nelle file del nostro esercito, per combattere contro i nemici del popolo e della libertà. Paghiamo loro il viaggio fino ai campi d’addestramento in Somalia. Prima esistevano più campi e scuole in Sudan, Eritrea, Somaliland, ora gli infedeli ci hanno costretto a chiuderli».
Non menzionano mai il nome dell’organizzazione ma, mentre parlano, uno di loro ci mostra su un cellulare la foto del campo di addestramento dove sventola la bandiera di al-Shabaab. «Emissari come noi lavorano in tutta l’Africa, noi ci occupiamo solo di questa zona, ma ce ne sono in Eritrea, Etiopia, Gibuti, Somaliland, Puntland e Somalia. Cerchiamo ragazzi di fede islamica. Di solito li reclutiamo attorno agli 11-12 anni, è una buona età per formarli. Cerchiamo ragazzi sani e robusti, non li prendiamo mai troppo piccoli perché da queste parti molto spesso i bambini sono malnutriti, molti altri invece hanno problemi di cuore, nei campi vengono anche visitati da medici».
È facile trovare ragazzi da reclutare in Africa, molto più facile che in qualsiasi altro continente del mondo. La promessa di tre pasti al giorno, un piccolo aiuto economico per i genitori e un’educazione islamica sono elementi così allettanti che gli emissari non hanno bisogno di insistere molto per convincere i combattenti del futuro.
Questi emissari non sono necessariamente membri dell’organizzazione affiliata ad al-Qaeda. «Alcuni sono legati all’organizzazione – spiega la nostra fonte -. Noi veniamo solo pagati per cercare nuovi ragazzi. Siamo liberi, ma crediamo in questa guerra. Riusciamo a trovare molti ragazzi e tanti sono contenti di unirsi a noi così come i loro genitori che ricevono un aiuto economico. La maggior parte arrivano dalle zone rurali dove la povertà è più dura e l’opportunità di avere un addestramento militare e studiare rappresenta una nuova vita».
Le nuove leve vengono portate in Somalia approfittando degli scarsi controlli alle frontiere con Somaliland e Puntland e della facilità con la quale si possono corrompere gli agenti e i funzionari delle polizie di confine. Una volta nei campi di addestramento, viene offerta una formazione di base di matrice islamica, ai miliziani è poi consegnata una copia del Corano che i jihadisti porteranno sempre con sé. L’addestramento militare è molto duro e prevede impegnative sessioni di ginnastica e un intenso training all’uso delle armi. Raggiunta un’età adeguata si passa al vero corso di combattimento che dura sei mesi. I più bravi e meritevoli entrano nella brigata suicida: la trafila per entrare in questa brigata è più lunga. Dopo un indottrinamento così intenso e pervasivo, il martirio è il premio più ambito.
Qualche giorno dopo aver incontrato i reclutatori, parliamo con un funzionario della polizia governativa nel Somaliland, che conosce bene la situazione di al-Shabaab. È lui a raccontarci che cosa succede dopo l’addestramento. «Ci sono diversi ruoli da ricoprire nelle file di al-Shabaab – spiega -. Molti diventano pirati e attaccano le navi nel Golfo di Aden. La pirateria è un’importante fonte di finanziamento per i terroristi. Altri combattono in Somalia, mentre un numero sempre maggiore cerca di raggiungere la Libia o le coste del Nord. Da lì provano ad arrivare in Europa per entrare poi nelle cellule dormienti, pronte a colpire in qualsiasi momento. Da quando è diventato indipendente (1998), il Somaliland è uno Stato pacifico. Molti parenti dei leader ricercati di al-Shabaab però si trovano ancora qui. Noi cerchiamo di sorvegliarli, ma i nostri confini sono ancora molto deboli a livello di sicurezza».
Oggi al-Shabaab conta circa 15mila combattenti, non tutti africani: ci sono anche cittadini britannici, svedesi, tedeschi di origine africana tornati qui per combattere la guerra santa. Il movimento fondamentalista è una sorta di holding impegnata su vari fronti. I corsi di formazione, così come gli attentati, vengono finanziati con la pirateria (si parla di 30 milioni di dollari l’anno provenienti da rapimenti e attacchi alle navi), il traffico di armi, minerali preziosi e ultimo, ma non meno redditizio, dal bracconaggio. Squadre specializzate di al-Shabaab cacciano animali nelle riserve di Kenya e Tanzania per poi rivendere pelli e avorio.
Da queste scuole escono i «terroristi del futuro», come li hanno definiti da queste parti. Difficile controllare questa nuova ondata perché molti di questi ragazzi possono agire in modo autonomo e in qualsiasi momento; sono fisicamente preparati e, come ci raccontava uno degli emissari, hanno molto talento: il talento per la morte.”

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