Gemma n° 1804

“Ho portato una clip di Maniac, una mini-serie Netflix: l’ho guardata durante la quarantena. Cercavo qualcosa che mi confondesse un po’ le idee e l’ho trovata perché c’ho messo qualche tempo a capire questa serie. Una casa farmaceutica sviluppa un farmaco sperimentale grazie anche all’aiuto di un software avanzato; il farmaco fa rivivere i traumi a dei pazienti volontari. Tra di essi vi sono i due protagonisti Annie e Owen. La scena che ho portato si svolge nella mente di Annie che è sotto l’effetto della terza pasticca, la pasticca C, che sta per “Confronto” col trauma più grande della propria vita. Sta parlando con la sorella Ellie, deceduta in un incidente stradale mentre erano in auto insieme e stavano litigando a causa di una foto che Ellie desiderava scattare per avere un ricordo della sorella prima di trasferirsi mentre Annie rifiutava perché non voleva restare sola. La mia gemma è l’ultima frase che viene detta: Sometimes people leave and we don’t know why, A volte le persone vanno via e noi non sappiamo perché. Molte volte non si accetta l’idea di perdere qualcuno e io fino a pochi anni fa non avrei accettato l’idea di allontanarmi da qualcuno o di avere un amico in meno da un giorno all’altro. Ora sto cominciando a capire che le persone importanti della vita faranno di tutto per farne parte e non saranno coloro che ti lasciano o ti ignorano alla prima litigata. Le persone che vanno per la propria strada, che non coincide con la tua o che non prevede la tua presenza, forse è meglio lasciarle andare perché è meglio salutarsi una volta per tutte che continuare a prendersi in giro.”

Questa la gemma di V. (classe quarta). Non ho potuto fare a meno di pensare a Gio Evan e alla sua Finita la festa dall’album Natura molta
“Papà mi diceva, “Per capire chi è un buon amico, organizza una festa, fai una festa bellissima, prendi buone birre e dei vini sopra i 13, prendi del buon cibo, e che la musica di sottofondo sia bella e che possa accogliere tutti. Mettila alta da poter far dire ‘Bellissimo sto pezzo! Che gruppo è?’ ma non troppo alta, lascia che i vostri dialoghi non vengano coperti dagli assoli”. “Invita amici”, mi diceva, “Invitane tanti, invita tutti gli amici che conosci e poi, finita la festa, lascia che ognuno prenda la via che preferisce. Non forzare mai nessuno a rimanere, non convincere, non prolungare mai la festa, che le feste hanno origini più antiche di noi, sanno loro quando finire. Tu saluta e augura la buonanotte a tutti e osserva, osserva bene chi di sua volontà resta ad aiutarti, chi ti aiuterà a lavare i piatti, chi ti aiuterà a rimettere a posto, a sistemare le cose. Questi saranno i tuoi buoni amici, quelli che non ti staranno accanto quando la musica e il vino gioiranno con le tue buone lune; questi sono i buoni amici, quelli che rimarranno anche quando la tua vita avrà da offrire solo briciole e disordine”. “E alla fine di tutto”, mi diceva papà “ricorda, alla fine di ogni bellissima festa, alla fine di ogni momento epico, di ogni grande successo e di ogni impresa riuscita, vedrai che accanto a te resteranno sempre pochissime persone. Ma quelle pochissime, ricordalo sempre, valgono tutto”

Gemma n° 1802

“Ogni volta che ascolto Ci sarò mi vengono in mente tutte le persone che mi vogliono bene e ci saranno sempre”.

La canzone di Alfa è la gemma di E. (classe prima). Mi sento di commentarla attraverso una delle scene più toccanti di WALL•E, film d’animazione del 2008 ma sempre attualissimo.

Gemma n° 1800

“Ho portato una foto del viaggio fatto in Croazia con un’amica questa estate. E’ stata una delle settimane che hanno reso la mia estate più bella; era da molto che volevamo fare un viaggio e si è realizzato così un piccolo sogno. Vuole essere il primo di tanti viaggi che abbiamo in mente di fare. E’ stato anche divertente perché parlavano o francese o tedesco o inglese: provare a farsi capire dalle altre persone è stato simpatico. Insomma, un viaggio che mi ha segnato”

Guy de Maupassant dice che “Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”. Penso si adatti bene alla gemma di M. (classe quarta).

Gemma n° 1798

C. (classe quinta) ha presentato così la sua gemma: “Quest’anno per la gemma ho voluto portare il sonetto 18 di Shakespeare (nell’immagine) e la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare questo passo: L’amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso… l’amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L’amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta.
Sono particolarmente significativi per me e considero il loro messaggio fondamentale nella vita di tutti i giorni. Bisognerebbe capire il potere di queste parole, che potrebbero veramente cambiare il mondo. Se ognuno di noi, in amore ma anche in amicizia e in tutte le relazioni tenesse a mente questi principi, il mondo sarebbe un posto migliore. Inoltre, quando mi sento triste o ansiosa, ripeto il sonetto di Shakespeare: questo riesce a calmarmi e a darmi energia positiva”.

Premesso che la versione del capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinti è quella del film I passi dell’amore, ora faccio una pazzia per commentare questa gemma e se non volete uno spoiler grande come una casa su di un film, fermatevi qui. C’è un film che in più di vent’anni di scuola ho fatto vedere una sola volta ad una classe del Liceo Classico di Cividale (inizio anni 2000): Film blu di Krzysztof Kieślowski (mi piacerebbe tantissimo, qualche volta, fermarmi a vedere un film come questo con qualche classe e discuterne; una volta lo si faceva, poi si è smesso). Racconta la storia di Julie, sopravvissuta all’incidente stradale che le ha portato via il marito e la figlia di 7 anni. Julie inizia un percorso di autodistruzione, ostacolata nel suo intento dalla forza della vita che le si para davanti in continuazione. Il video che pubblico qui sotto è la sequenza finale: l’ho rivista ora dopo tanti anni dalla visione del film e mi sono commosso ancora. Perché lo uso per commentare la gemma? Le parole sono quelle del capitolo 13 della Prima lettera ai Corinti di San Paolo.

Gemma n° 1797

“La mia gemma è un oggetto molto importante per me. Non uso molto i braccialetti, ma questo, prima che mia sorella lo rompesse, lo usavo tutto il tempo, perché il suo ruolo era quello di accompagnarmi ovunque e in qualsiasi momento. E’ un semplice braccialetto, direi anche infantile e non molto bello, ma molto significativo. Mia cugina è cresciuta con questo braccialetto al polso, ma un anno fa ha deciso di regalarmelo. L’anno scorso non è stato un bel periodo e non lo è tuttora, mia cugina è praticamente l’unica persona che mi è stata veramente accanto e riesco a confidarmi solo con lei. Mi ha promesso che sarebbe andato tutto bene, che lei ci sarà sempre per me e che quando sto male basterà pensare che c’è lei accanto a me, non fisicamente, ma con il suo braccialetto è come se lo fosse. Ci tengo molto e quando si è rotto ho cercato di aggiustarlo con le lacrime agli occhi. Direte ‘Mamma mia come sei drammatica’: sì lo sono, lo ammetto, ma è l’unica cosa che mi ricorda che ho qualcuno a cui importa se sto bene e che spero continuerà a farlo”. 

Con queste parole C. (classe seconda) ha presentato la sua gemma. La commento attraverso una canzone che parla di amicizia e di vicinanza: “Lights will guide you home and ignite your bones and I will try to fix you” (Fix You, Coldplay).

Gemma n° 1793

“Da quando ci è stato assegnato questo compito ho pensato spesso a cosa avrei potuto portare come gemma. Ho optato prima per un orso di peluche che mi accompagna da quando sono piccola e nel quale cerco conforto quando non posso farlo con chi vorrei in quel momento. Poi avevo deciso di portare il biglietto di un concerto, purtroppo annullato a causa covid, al quale sarei dovuta andare con le mie tre più care amiche in quanto sia loro che il gruppo musicale sono estremamente importanti per me.
Entrambe queste idee però non si sono concretizzate.
Giorni fa mi sono sfogata con queste mie amiche perché è un periodo caotico, per così dire.
Fortunatamente ho delle persone al mio fianco che mi rendono felice nonostante il contesto. Tra queste ce n’è una che proprio in quel mio momento di sfogo ha deciso di dedicarmi la frase di una canzone: “E per quanta strada ancora c’è da fare, amerai il finale”. Quando ho letto quel messaggio i miei occhi sono diventati lucidi, mi ha scaldato il cuore e ho pensato “la mia Gemma sarà proprio questa frase”. Con essa in mente percepisco una voglia più forte di spingere me stessa a continuare a impegnarmi e andare avanti perché quel traguardo felice voglio raggiungerlo.
Un’altra frase che completa la mia gemma l’ho sentita da un video apparsomi nella sezione “per te” di un social. Il video non l’ho salvato perché sapevo mi sarei ricordata questa citazione. È infatti da qualche tempo che mi accompagna nei momenti di insicurezza. Dice: “She never looked nice. She looked like art, and art wasn’t supposed to look nice; it was supposed to make you feel something.”
Il significato è “Lei non è mai stata carina. Lei sembrava arte. E l’arte non è fatta per essere semplicemente carina, l’arte è fatta per farti provare qualcosa”.
Quando l’ho sentita e quando ci ripenso, mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”.”

Questa la gemma di A. (classe terza). Oggi pomeriggio ho seguito una formazione online durante la quale è stato mostrato un pezzo di un video che qui inserisco per intero (sono 6 minuti più o meno). Si tratta di un’intervista fatta a Mattia, uno studente di liceo scientifico. Non voglio paragonare A. e Mattia, proprio no, non è questo il punto. Ma ho sentito risuonare alcune delle parole di A. (“è un periodo caotico… mi ha scaldato il cuore… quel traguardo felice voglio raggiungerlo… mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”) in alcune di quelle usate da Mattia: “i professori mi guardavano negli occhi… avrei voluto che qualcuno mi guardasse negli occhi e mi dicesse puoi essere fragile, puoi dirlo che non stai bene”. E ho pensato alla bellezza di quando si incontra qualcuno che è un’opera d’arte, che ti fa provare qualcosa, che ti guarda negli occhi, che ti sussurra “sei speciale” e ti fa sentire libero di essere fragile.

https://sgq.io/l/Hcg0EEYl

Gemma n° 1791

“E’ una foto che ho fatto alle mie migliori amiche questa estate: mi piace il fatto di essere stata io a fare la foto e non ad essere ritratta, preferisco avere un’immagine del ricordo piuttosto che esserne parte”.

Questa è stata la gemma di A. (classe terza). Il fotografo Marco Scataglini ha detto una frase che penso si adatti bene a questa gemma: “La fotografia sei tu, è ciò che sei nel momento in cui la scatti.” Felice, direi.

Gemma n° 1788

“Per la gemma mi sono ispirata ad un’altra gemma. Ho portato My blood dei Twenty One Pilots, non tanto per la canzone in sé, che comunque è molto bella, ma per il video che mi ha colpito nel profondo, non come tanti altri che sono belli e basta e magari restano in superficie. La prima volta che l’ho visto mi ha lasciato un po’ perplessa, anche perché è un video che si presta a molteplici letture. Uno dei significati importanti è che quando nelle nostre vicende succede qualcosa che ci segna nel profondo abbiamo bisogno di un aiuto e quando non lo troviamo ci proviamo da soli.”

Questa la gemma di A. (classe terza). Nel video ho colto la soluzione adottata dal protagonista che, di fronte ad un dolore molto forte, la perdita della madre, si crea un fratello immaginario; e ho pensato alle mille strategie che ciascuno di noi può o tenta di mettere in atto quando è in difficoltà. E mi è venuta in mente una cosa molto tenera successa venerdì mattina. E’ un giorno in cui siamo a casa sia io che Sara; ci stiamo preparando per uscire e Mariasole, che ha la passione per le scarpe, mi prende per mano per andare a prendere le scarpe per Sara. Nel frattempo Sara dice “Prendi quelle nere”. Mariasole non è convinta e quando io prendo le scarpe nere inizia a ripetere ossessivamente e con preoccupazione “nonononononononononono!”. Restiamo stupiti e ci guardiamo; dico a Mariasole “Tata, è un paio di scarpe, e la mamma vuole indossarle, non puoi decidere tu” e porto le scarpe a Sara. Mariasole inizia un pianto irrefrenabile e inconsolabile cercando di afferrare le scarpe bianche e non ci capacitiamo della cosa, anche perché è una bimba che sorride sempre e piange pochissimo. Ad un certo punto: un lampo! Sei giorni prima Sara era scivolata all’ingresso di un bar facendo un brutto ruzzolone e Mariasole si era spaventata: Sara indossava le scarpe nere. “Mariasole, hai paura che la mamma cada di nuovo?” le chiede Sara. “Sìììììììììì” le risponde piangendo cercando consolazione tra le braccia. Una tenerezza immensa ed un pensiero: Mariasole aveva trovato la sua strategia per risolvere la paura, le scarpe bianche.

Gemma n° 1784

“La canzone che ho scelto è Someone like you di Adele. Questa canzone mi fa ricordare quel periodo che per molti è stato di intralcio ma per me è uno dei ricordi più belli che ho. In quel periodo non si poteva uscire dai confini del proprio paese se non per lavoro, fare la spesa o per esigenze di salute. Per me non è stato un grosso problema non vedere i miei amici di scuola, che abitavano in un paese diverso dal mio, perché  in qualche modo ogni tanto riuscivamo a vederci, anche se di rado. Data la scarsa presenza dei miei amici a casa mi sarei annoiata tutto il giorno, visto che non avrei avuto voglia di fare compiti tutto il giorno, per tutte le settimane, per tutti i mesi di DAD. Ma non mi sono annoiata, anzi, sono stata quasi sempre in compagnia; infatti quasi tutti i giorni uscivo con i miei vicini, che hanno rispettivamente 2 e 1 anno meno di me, ma ogni tanto c’erano altre persone del mio paese, che conoscevo già. Durante quei lunghi mesi di DAD abbiamo fatto moltissime cose: giocato a calcio, sradicato il boschetto, siamo stati in bici, siamo quasi stati denunciati dal proprietario del boschetto, e ci siamo divertiti molto. Con mio fratello non andava molto bene, litigavamo troppo spesso, ma quel periodo ci ha aiutato a riappacificarci. Finita la quarantena ognuno ha preso strade diverse: mio fratello ha continuato ad uscire con i suoi amici e i miei vicini ora sono in 2^, e 3^ media. La DAD non mi ha affatto aiutato per quanto riguarda la scuola, infatti preferivo e preferisco tutt’ ora la scuola in presenza. I miei voti non erano altissimi, anzi, piuttosto bassi”.

Questa è stata la gemma di S. (classe prima). Sto leggendo Cedi la strada agli alberi, un libro di poesie di Franco Arminio e mi sono imbattuto in questa:

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro, vai a fargli visita prima di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

Sono alcune delle cose che vorrei portarmi dietro anche quando tutta questa emergenza sarà finita.

Gemma n° 1780

“Questi siamo io e mio papà, non ricordo quanti anni fa, e qui sono con mia mamma sopra la cupola del Duomo di Firenze: con entrambi ho un rapporto di amore e odio come penso in tutte le famiglie anche se su ognuno ha un effetto diverso. Io ho sempre voluto, metaforicamente, cercare delle mele da un pero; ultimamente, lavorando su me stessa, ho capito che non posso ottenere quello che una persona non è in grado di darmi ma prendere quello che può darmi e magari livellarlo e farlo diventare una mela. Per me è sempre molto difficile parlare della mia famiglia, dei miei trascorsi, però come gemma mi sento di condividere un’esperienza che può essere positiva ma anche estenuante in base a come la si vive per far capire che non dipende da quello che tu sei ma da come tu guardi le cose: in base a quello che tu hai bisogno per te stesso puoi vedere le cose in un certo modo, è una scelta che fa ognuno.
In quest’altra foto sono insieme al cavallo che sto accudendo da sola; lui si è fatto male al posteriore sinistro e quindi non viene utilizzato per fare le lezioni. E’ stata la mia prima responsabilità da persona quasi adulta; sono abbastanza orgogliosa del percorso che sto facendo perché sembrava molto facile vedere gli altri fare, banalmente, il giro alla lunghina lunga, anche semplicemente medicare la ferita è stata abbastanza intrepida come sfida, ma è gratificante vedere i risultati che si ottengono quando si fatica per guadagnarsi qualcosa. Sono andati via tre mesi d’estate ma è una rinuncia che rifarei: con l’impegno si possono raggiungere i traguardi che uno si prefissa.
Poi una foto di mia cugina, tre anni, un terremoto di bambina: ultimamente la vedo pochissimo perché ha cominciato l’asilo. Le poche volte che ci vediamo, in particolare il sabato sera a cena dai nonni, lei si appiccica a me come una cozza. Mi manca il suo rompermi le scatole, il pretendere che giochi continuamente con lei a far finta di preparare il tea. Mi piacerebbe molto vederla più spesso.
Infine la foto di G. con uno dei miei due gatti: è una foto emblematica, il sunto di un intero pomeriggio. Sono la mia migliore amica e la mia fonte di affetto gattile.”

Uno dei più grandi fotografi al mondo, ormai scomparso da decenni, è sicuramente Ansel Adams. A lui è attribuita questa frase: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Ecco, penso che nella breve carrellata di foto proposte da A. (classe quinta) ci fosse un po’ tutto questo.

Gemma n° 1779

“Negli anni scorsi le mie gemme sono state molto più riduttive e molto più personali. Vi ho raccontato la storia dell’“Uccello Grifò” che mia nonna mi raccontava prima di andare a letto, vi ho raccontato della notte più bella della mia vita, della collana a forma di tartaruga con l’anello legato al laccio. Erano cose personali che riguardavano me: ci avevo lavorato per massimo una settimana. Quest’anno, invece, sto pensando alla mia ultima gemma ormai da mesi: volevo renderla più speciale, meno improvvisata, più comprensibile a tutti e soprattutto una gemma che non avrebbe ispirato solo me, ma anche magari altre persone. In questa foto (mostrata in classe) ci sono tante storie di cui vale la pena parlare, ci sono tante altre storie invece che riguardano l’altra parte della mia famiglia che non è ritratta qui ma volevo soffermarmi sulla storia di Laura, una ragazza che, pur non avendo nessun legame di sangue con noi, ha sempre fatto parte della nostra famiglia.
Laura nacque a … nel …. Condivise i suoi primi anni di vita con sua madre e suo padre e poco tempo dopo anche con Sandra, sua sorella. Purtroppo le sorelle rimasero orfane di madre quando erano ancora piccole e il padre rimase profondamente traumatizzato dalla perdita di sua moglie talmente tanto che i suoi parenti decisero di prendere in custodia Sandra e lasciare Laura alla famiglia della madre.
Caso vuole che Laura andò a vivere da sua nonna, sullo stesso pianerottolo di mia nonna in via ….
Una piccola Laura andava a scuola, giocava nel cortile con mio zio, si divertiva e cresceva. Mia nonna andava a casa sua ad aiutare lei e sua nonna anziana e in compenso Laura, quando sua nonna dormiva, andava a casa di mia nonna a fare i suoi soliti pasticci. Una cosa che ricordano tutti bene di quei momenti è la voce alta e potente di quella ragazzina e le sue risate contagiose.
Laura era innamorata dei miei genitori, ancora adolescenti quando lei era bambina. Li guardava come se fossero gli innamorati delle fiabe. Poi mia madre rimase incinta, i miei si sposarono e dopo qualche mese nacqui io, uno dei giocattoli preferiti di Laura. L’innamoramento di una bambina divenne presto ammirazione.
Laura mi aveva dato un soprannome e penso che mi abbia chiamato pochissime volte con il mio nome vero. Mi ricordo le domeniche mattina passate alle riunioni condominiali a casa di sua nonna, i pomeriggi in cui disturbavo i suoi studi e quando arrivavano a casa sua i suoi parenti da….
Però poco dopo la nonna iniziò a non camminare più e Laura era l’unica persona che se ne poteva prendere cura. In realtà c’erano anche i suoi zii che potevano badare a lei, ma per un motivo o per un altro decisero di lasciare Laura e sua nonna da sole. Così la sua adolescenza la passò insieme alla nonna spingendola di qua e di là per la casa sulla sedia a rotelle, mentre nel frattempo si occupava delle faccende di casa, della spesa, del cucinare, dell’igiene della nonna, dello studiare, del vedere gli amici quando capitava e lavorare appena poteva. Diventò presto un’adulta a tutti gli effetti.
La storia di Laura, per ora, sembra una storia di difficoltà passate con leggerezza, la storia di un’adolescente cresciuta più velocemente in maniera diversa dalle sue coetanee. Ma dobbiamo ricordare che quando sua sorella Sandra aveva bisogno di andare dal dentista, questa era accompagnata e seguita, Laura invece non ci è mai stata portata. Quando Sandra aveva problemi agli occhi, subito le venivano comprati gli occhiali, Laura ha dovuto prima guadagnarsi i soldi per poi andare a prenderli. Diciamo che il confronto le pesava un po’ ma non lo dava a vedere, si accontentava e cercava di impegnarsi al massimo per essere una persona migliore, per lei stessa e per chi le era attorno.
Un giorno Laura si accorge che le persone che l’hanno cresciuta e che dicevano di volerle bene (come i parenti di … e altri zii) le nascondevano cose. Una di questi addirittura rubava la pensione alla nonna e le portava via anche gli ultimi ricordi fisici della madre di Laura. Non so perché la odiasse così tanto: litigavano, urlavano e Laura veniva a casa di mia nonna piangendo. Cercava aiuto dai miei nonni, dai miei zii, e infine dai miei genitori.
Un litigio in particolare cambiò radicalmente la vita di Laura. Era il … e ricevette un’aggressione da parte della parente che la odiava e suo figlio. Ricordo mio padre e mio zio che andarono a soccorrerla e la portarono in pronto soccorso. Sporsero denuncia. Anche la sua parente sporse denuncia: maltrattamento e aggressione verso la nonna erano i capi di accusa. Laura cercò di capire se la nonna avesse acconsentito a questa denuncia e scoprì che anche la persona con cui aveva condiviso la sua vita le aveva voltato le spalle. Ricevette anche un ordine restrittivo nel quale non poteva più avvicinarsi alla nonna. Praticamente non poteva nemmeno andare a trovare i miei nonni. Laura rimase sola.
La sera dell’aggressione venne a dormire a casa nostra. Pensavo che sarebbe capitato un’altra volta o due, mai mi sarei aspettata che avremmo comprato un armadio e un letto solo per lei. Laura era diventata a tutti gli effetti la sorella minore dei miei genitori e una sorella maggiore per me e mio fratello.
Per i primi tempi la situazione per lei è stata difficile, piangeva e si sentiva abbandonata, ma dopo qualche tempo il sorriso le tornò di nuovo in volto. Mi ricordo quando una mattina stava parlando con mia mamma sul divano, erano una accanto all’altra. A un certo punto mia madre si alzò e fece il giro del divano per andare a prendere una cosa nell’altra stanza: solo dopo un’oretta di chiacchierata si era accorta che il trucco dell’occhio che non riusciva a vedere dal suo posto sul divano era tutto completamente sbavato. Mi ricordo quando io e lei andammo a yoga insieme, o la cameretta e il bagno messi sotto sopra poco prima che lei uscisse di casa. Mi ricordo anche quando aiutò mia madre a mettere la spesa a posto e, nel tentativo di salvare un uovo che si stava per spiaccicare sul pavimento, gli diede un calcio. Inutile descrivere il pasticcio che aveva combinato sui mobili e le strisce di tuorlo finite sulla lavatrice.
Laura era davvero al centro delle nostre giornate ed era davvero il sole in casa nostra.
Nel … il locale in cui lavorava da anni chiuse, lei non sapeva più cosa fare e dove andare, di nuovo si sentì abbandonata, ma vide una luce: fece i bagagli e partì per la …, senza sapere niente della lingua, cultura o di come avrebbe vissuto una volta arrivata lì. Poi tornò in Italia e dopo qualche tempo partì per …. Quante lacrime versammo insieme…
Ora Laura è libera dal suo passato, è libera da ogni cosa che le era stata imposta e dalle persone che era costretta a frequentare. È una donna adulta e sono molto felice di considerarla come una sorella. Ci vediamo praticamente solo d’estate quando entrambe andiamo a trovare i miei nonni e passiamo tanto tempo a parlarci: lei mi ha sempre aiutata quando io avevo problemi e io ho sempre cercato di farle capire quanto questo fosse importante per me. Ora non mi dà più fastidio il mio soprannome, anzi, mi preoccupo se lei mi chiama per nome. So che detto da me può sembrare poco, ma sono davvero orgogliosa di tutto ciò che lei è riuscita ad ottenere dal nulla da cui era partita. Il suo obiettivo di ora? Farsi un intervento ai denti per riparare al danno della negligenza dei suoi famigliari di quando era ancora piccola.
Laura a volte mi manca, soprattutto quando mi vengono in mente i suoi abbracci e le sue grida di gioia quando ci vede. Mi viene ancora da piangere quando ripenso a quando ci siamo salutate questa estate prima che io partissi: ho dovuto farle forza perché singhiozzava a non finire anche se avrei voluto singhiozzare pure io, ma forse più forte. Io la vedo come un esempio da ammirare e seguire: una ragazza che dal niente, con l’aiuto di poche persone, si è costruita il suo sentiero ed è diventata la splendida donna che è in questo momento.
Ti voglio bene Laura, ci vediamo presto.❤”

Questa la gemma di G. (classe quinta). Ho utilizzato nomi di fantasia e fatto piccolissime modifiche al testo per non rendere riconoscibili persone e luoghi. La gemma è già molto lunga e ricca di suo. Mi sento di aggiungere un’unica piccola frase di Charles Peguy: “È sperare la cosa più difficile. La cosa più facile è disperare, ed è la grande tentazione”.

Gemma n° 1778

“Da un anno a questa parte sto ascoltando spesso Chlorine dei Twenty One Pilots: non è un periodo molto bello per me e questa canzone mi sta aiutando a star meglio”

Questa la gemma di V. (classe seconda). Ho fatto fatica a comprendere il testo in classe, nonostante V. avesse scelto il video che lo riportava. Allora ho fatto una ricerca in rete, mi sono visto il video originale che metto qui sotto e ho trovato questo su Auralcrave:
“Si intitola Chlorine, uno dei singoli dei Twenty One Pilots, estratti da Trench, quinto fortunato album in studio del duo formato da Tyler Joseph e Josh Dun. La clip è una delle più criptiche mai viste. Nel filmato che accompagna il brano, vediamo Tyler e Josh che puliscono e riempiono d’acqua una piscina sporca, mentre vengono osservati da una piccola creatura bianca fantastica, di nome Ned. “Ned è una persona molto importante per noi. È stato un nostro amico per un po’, ora lo stiamo presentando al mondo certi che i nostri fan lo adotteranno e faranno loro”, ha spiegato il duo in un’intervista rilasciata al magazine russo VK. L’importanza di Ned e di quello che simboleggia è racchiuso tutto in questa frase pronunciata da Tyler: “Sì, Ned ci ha salvato.”
Il mistero aumenta. Cosa mai rappresenterà questo strano personaggio?
Ned è il potere purificatore che la musica ha. Il cloro, pur essendo una sostanza chimica pericolosa, viene utilizzato per eliminare sostanze indesiderate. Ned aspetta che la vasca sia colma per tuffarsi, quasi a indicare la via di purificazione anche per i due ragazzi che appaiono tristi e appesantiti da pensieri e scorie della vita. Ned è l’amico che tutti vorremmo avere accanto, quello che nel momento del bisogno è lì a indicarci il modo per riprenderci in mano la vita e scrollarci di dosso le negatività.
“Sorseggiando direttamente cloro lascio che le vibrazioni mi scivolino addosso” (“Sippin’ on straight chlorine let the vibe slide over me”) “Il momento è medicina, il momento è medicina sorseggiando direttamente cloro” (“The moment is medical, moment is medical sippin’ on straight chlorine”).
Nel commovente intermezzo Tyler canta “I’m so sorry I forgot you”. Ma quello di cui si è dimenticato non è qualcuno esterno. È lui stesso che ha dimenticato di guardarsi dentro, di capire che ormai è un insieme di frammenti, brandelli di una bandiera segnata dalle intemperie che si trova vicino al mare (“A weathered flag that’s by the sea”). Ha dimenticato di ascoltare i suoi bisogni e di rispettare i suoi sogni.
Cosa può aiutare Tyler e tutti noi in una situazione del genere? Lasciare che le vibrazioni (“Let the vibe, let the vibe”) ci avvolgano, che cicatrizzino le ferite della vita dandoci conforto al cuore. Lasciare che sia la musica a colorare i nostri sogni e che il suono ci indichi una via di resurrezione. Questo è il messaggio profondo del brano che mi sento di definire come un inno alla musicoterapia.”

Gemma n° 1775

“Ho portato questa canzone perché come persona sono abbastanza emotiva anche se non lo do a vedere. Sabato questa canzone mi ha aiutato mentre tornavo a casa perché dovevo vedermi con un mio amico: ero molto in ansia perché entrambi dovevamo parlare dei nostri traumi, solo che io ancora non ce la faccio a parlarne apertamente. Mentre ascoltavo il brano pensavo: e se dopo che gli ho parlato cambia qualcosa? se non oggi, magari in futuro? e se si incrina qualcosa? se mi guarda con occhi diversi? Alla fine abbiamo evitato il discorso ed è stato un bel pomeriggio. Questa canzone quindi un po’ la dedico a lui: non ci conosciamo dalla prima elementare ma dal primo anno delle superiori e penso sia una delle persone che mi conosce meglio insieme alla nonna e alla mia migliore amica. Ma il pezzo lo dedico anche alla nonna perché l’anno scorso non mi vedeva quasi mai ridere: erano più le giornate in cui mi alzavo piangendo o di malumore che quelle in cui ero felice e quando mi vedeva sorridere mi diceva “Oddio, un sorriso! Un miraggio!”. L’estate l’ho passata quasi tutta andando a dormire piangendo e passando nello stesso modo la notte per colpa di persone che ora come ora penso non si meritino nemmeno la metà delle lacrime che ho versato. La canzone la dedico infine anche a me perché mi ha aiutato a crescere, a capire quali siano le persone che ho bisogno di tenere nella mia vita e quali ho bisogno di allontanare da me: riesce a esternare quello che io non riesco a dire.”

Pastello bianco dei Pinguini tattici nucleari è stata la gemma di S. (classe quinta). Non so quanti di coloro che leggono queste righe si metteranno ad ascoltare la canzone; allora ne riporto alcuni passaggi per comprendere quanto si adatta perfettamente a essere la colonna sonora dei pensieri di S. “E se m’hai visto piangere sappi che era un’illusione ottica, stavo solo togliendo il mare dai miei occhi perché ogni tanto per andare avanti sai, bisogna lasciar perdere i vecchi ricordi […] Mi chiedi come sto e non te lo dirò: il nostro vecchio gioco era di non parlare mai come due serial killer interrogati all’FBI. I tuoi segreti poi a chi li racconterai? […] E scrivevo tutti i miei segreti col pastello bianco sul diario, speravo che venissi a colorarli e ti giuro, sto ancora aspettando. E se m’hai visto ridere sappi che era neve nel deserto”. La canzone si conclude con un augurio che va benissimo con la seconda parte della gemma di S.: “E ti auguro il meglio, i cieli stellati, le notti migliori”. Concludo con una frase di un compositore che amo, Leonard Cohen “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce”. Buona luce S.!

Gemma n° 1771

“Ho scelto di portare questa canzone perché ha caratterizzato molto la mia estate, andava molto e la sentivo ovunque, anche alle feste. Mi ricorda momenti sia belli che brutti: belli perché ho passato una bella estate, brutti perché mi fa ricordare delle persone a cui mi sono legata e che ora non vedo e non sento più”.

M. (classe terza) ha commentato così la scelta di portare Notti in bianco di Blanco (sua la scelta di portare il video con il testo e non l’originale). E’ effettivamente una canzone da ritmo e musicalità trascinanti, difficile star fermi durante il ritornello. Certo il testo non mi regala particolari suggestioni, ma è così per molti tormentoni estivi, italiani e non: non è propriamente il loro compito. Hanno più che altro la funzione ricordata da M.: fare da colonna sonora alla stagione più spensierata, soprattutto quando hai la sua età.

Gemma n° 1770

“Ho deciso di portare questo insieme di disegni che per me rappresenta la mia gemma. Si tratta di bigliettini sui quali mia sorella mi ha dedicato quei 5 minuti tra una lezione e l’altra. Li conservo nella cover del telefono e dell’iPad per portarli sempre con me e per ricordarmi della felicità che anche le piccole cose possono dare: a volte nascondono un significato immenso. Li reputo i miei portafortuna, senza i quali probabilmente andrei male nelle verifiche o interrogazioni. A prova di questo, all’interno della cannuccia della penna che utilizzo per svolgere i compiti in classe, ho incastrato l’origami inferno-paradiso, sempre fatto da mia sorella. Abbiamo 5 anni di differenza, non parecchi, e a volte hanno causato dei litigi non indifferenti. Con il tempo tuttavia abbiamo imparato a stare insieme, ad imparare dai nostri sbagli e cosa più importante di tutte, a chiedere scusa”.

Ecco la gemma di G. (classe terza). Lascio qui il videoclip di Ti voglio tanto bene di Gianna Nannini, una canzone che può valere per i rapporti in famiglia, per le amicizie… Mi emoziona

Gemma n° 1769

“Ho scelto la canzone degli Abba Gimme! Gimme! Gimme! perché mi piace molto il ritmo, mi dà molta carica, soprattutto in questo periodo in cui sono sempre demotivata e stanca. Proprio ieri sera ho scoperto grazie a mio padre che mio nonno era un grande fan degli Abba e questa era la sua canzone preferita e io non lo sapevo! Poi ho voluto anche portare delle foto: tre me le ha regalate C., la mia migliore amica, e rappresenta il nostro gruppo di amiche. Per me sono speciali: la terza media è stato un brutto perido, ero sempre triste per vari motivi che non voglio riportare, ed è stata una fortuna conoscerle. Queste foto sono un bellissimo ricordo di loro e del compleanno. Infine una foto in cui ci siamo mia madre ed io: me l’ha regalata lei, a cui sono molto legata perché è la persona a cui tengo di più. Siamo entrambe molto testarde e litighiamo spesso perché vogliamo entrambe avere ragione. Lei ha fatto molti sacrifici per me ed è la persona per la quale darei anche la vita”.

Composita la gemma di G. (classe seconda). Quella degli Abba è in realtà una canzone il cui testo sembra andare in direzione diversa da quella suggerita dal ritmo: sonorità da disco music che sembrano anticipare il grande periodo della musica elettronica anni ‘80 e che accompagnano un testo che parla di solitudine (“mi rende così depressa guardare l’oscurità, non c’è un’anima là fuori, nessuno che ascolti la mia preghiera”) e della ricerca di una compagnia (qualcuno che scacci le ombre e che faccia attraversare il buio verso le prime luci del giorno). Buon ascolto e buona ricerca!

Gemma n° 1768

“Ho portato un peluche che mi ha portato mia zia quando ero piccola e lei ha sempre viaggiato molto: quando ero più piccola era in Messico, poi è andata a Barcellona, dove è andata di nuovo ora. Per me questo peluche è molto importante, anche se è soltanto un peluche, perché mi ricorda di mia zia: anche se non la vedo ho un legame molto forte con lei.”
E. (classe seconda) ha portato in classe un peluche, uno di quegli oggetti che hanno il delicato ma fondamentale compito di farci sentire vicino chi è fisicamente lontano. Mi è venuto in mente un libricino di Richard Bach (si sta pochissimo a leggerlo) dal titolo Nessun luogo è lontano. Contiene questa frase: “Nessun luogo è lontano. Può forse una distanza materiale separarci davvero dagli amici? Se desideri essere accanto a qualcuno che ami non ci sei forse già?”.

Gemma n° 1764

“Ho portato questo braccialetto che ho acquistato l’estate scorsa insieme alle mie amiche: mi ricorda la bella estate che ho trascorso e in particolare la settimana passata al mare insieme a loro. E’ stata un’estate più allegra e più felice rispetto a quella dell’anno prima, più condizionata dal Covid”.

Questa è stata la gemma di S. (classe terza). Guardo la foto del braccialetto e noto che il braccialetto non ha una fantasia simmetrica (l’occhio mi cade sempre su queste cose). Mi viene in mente una frase di Christiane Singer: “Oggi, seduta davanti alla mia casa, mentre guardavo il vento nel grande tiglio, ho capito che tutto è già perfetto, meglio: che niente è ancora perfetto”.

Gemma n° 1757

“La mia gemma è un peluche che mi ha regalato mia nonna quand’ero piccolina e che ho chiamato con il suo nome. Questo peluche è stato cucito da una sua amica e la nonna mi ha raccontato che rappresenta la speranza e il fatto di non aver mai paura e di andare sempre avanti. Adesso mia nonna non c’è più e io ho voluto lasciare questo peluche in casa sua come simbolo di speranza”.

Il gesto di A. (classe seconda) di voler lasciare il peluche in casa della nonna mi ha portato alla mente una scena del film Sette anni in Tibet: due amici si stanno salutando perché uno è in partenza per il viaggio di rientro. Vengono versate due tazze di tea: la prima viene consumata, la seconda resta intatta, in attesa del suo ritorno. Certo la nonna di A. non può ritornare ma quel legame con il peluche, quel gesto di lasciarlo nella casa è un mantenerne la memoria, un continuare l’amore.

Lui chiamare me fratello

“laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello…”
Utilizzo Twitter in maniera poco social: praticamente non ho interazioni. Ogni tanto pubblico qualcosa, la maggior parte delle volte lo uso come strumento di scoperta. Come in questo caso… Grazie a un articolo di Maria Elena Murdaca su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa ho scoperto il libro Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso di Anatolij Pristavkin, la storia di due orfani russi che si ritrovano coinvolti nelle tragiche vicende del 1944 conseguenti alla deportazione forzata dei ceceni ad opera di Stalin.

“… è un romanzo di recupero della memoria, ambientato all’epoca di una delle pagine più nere della storia dell’Unione Sovietica: le deportazioni staliniane durante la Seconda guerra mondiale. Gli spostamenti obbligati di intere popolazioni, ancora oggi, rimangono un evento poco conosciuto dal grande pubblico. L’opera, ricca di spunti autobiografici, racconta l’esodo di massa dal punto di vista di una categoria particolare di deportati: i russi. Le varie etnie caucasiche tramandano l’epopea di generazione in generazione, alimentandone il ricordo: ogni nazionalità ha il proprio giorno della memoria (il 23 febbraio per i ceceni, l’8 marzo per i balkari).
Diversamente, il trasferimento forzato, o quantomeno fortemente incentivato, dei russi non è rimasto impresso nella memoria nazionale collettiva, né gode della considerazione di tragedia. Ciò non cambia il fatto che lo fu. A essere trasferiti nel Caucaso, per modificarne la composizione etnica, dopo lo sradicamento delle popolazioni autoctone, furono gli indifesi. Sfilano, nella narrazione, orfani, vedove, mutilati, invalidi, persone sole, ognuna di loro con una storia di miseria e solitudine, come l’educatrice Regina Petrovna:
“Le mogli degli aviatori rientrati a casa dovevano andare dalle famiglie di quelli che non erano tornati. Era la regola. La cosa più terribile era entrare in una casa, dove ancora non sapevano niente, e far finta di esserci capitate per caso. […] E le mogli degli altri piloti vennero da me […] I tedeschi si avvicinavano: il nostro villaggio di aviatori fu trasferito. Non avevo nessun motivo per seguire gli altri. Ero vedova e per di più con la responsabilità dei due piccoli… Sono andata all’orfanotrofio, dove i miei bambini sarebbero stati insieme a quelli degli altri, e io me la sarei cavata più facilmente. Si faceva la fame! Poi ho deciso di venire quaggiù… pensando che sarebbe stato un po’ più semplice”
O, ancora, Demjan, un altro diseredato:
“Si ricordava del giorno in cui, ricoverato in un ospedale militare nei dintorni di Bijsk, una città della regione dell’Altaj, era andato al fiume con l’intenzione di annegarsi: aveva ricevuto una lettera dove gli comunicavano che sua moglie e i suoi figli erano stati bruciati vivi dai nazisti nella loro isba… E lui era storpio e ormai non serviva più a nessuno […] Ad un tratto la dottoressa disse che nel Caucaso c’erano terre fertili e disabitate. Aspettavano gente che le lavorasse. Perché non provare!…”
Attraverso le rocambolesche avventure dei gemelli Saška e Kol’ka Kuz’min, due scavezzacollo russi spediti in Caucaso alla colonia, Pristavkin rielabora e ripropone la propria esperienza.
“Naturalmente i Kuz’min non sapevano che gli organi regionali avevano avuto la bella idea di decongestionare gli orfanotrofi dei dintorni di Mosca – nella primavera del ’44 ce n’era un centinaio sparso per la regione. A questi ragazzi andavano aggiunti i besprizornye, che vivevano alla bell’e meglio dove capitava.”
I Kuz’min, Saška e Kol’ka, pur essendo identici, indistinguibili e inseparabili, non conoscono il significato del termine “famiglia”, che a loro risulta sempre ostile. In compenso, tutto il loro notevole ingegno è teso al procacciamento di generi alimentari allo scopo di non morire di inedia, tanto a Tomilino, nei dintorni di Mosca, quanto nel fertile e ricco Caucaso. Per questo motivo le loro trovate e la loro inventiva non suscitano il riso: la morte per fame incombe ad ogni momento su di loro, e per il lettore è impossibile dimenticarsene.
Con l’intento di recuperare un tassello, Pristavkin sottolinea vigorosamente come la sofferenza e le prevaricazioni subite da russi e ceceni siano parallele e di eguale intensità. Il “gemellaggio” fra russi e ceceni, entrambi vittime del medesimo tiranno, è incarnato dal personaggio di Alchuzur, giovane ceceno, orfano a causa dei soldati russi, che subentra a Saška, a sua volta vittima della crudele rappresaglia cecena, fino ad assumerne la funzione di “gemello” e persino il nome, al fianco del superstite Kol’ka.
“Nel nostro dormitorio c’erano anche due fratelli, i Kuz’min, che noi chiamavamo i gemelli Kuz’min. E benchè non si somigliassero affatto: uno era un vero russo, biondo col naso all’insù, l’altro era scuro e aveva i capelli neri, corti, gli occhi neri e spiccicava soltanto qualche parola in russo… ma i gemelli Kuz’min affermavano, anche se nessuno glielo chiedeva, di essere fratelli di sangue!”
Lo struggente sodalizio fra Kol’ka e Alchuzur-Saška, in uno scenario desolato e dolente, è il mezzo che assicura a entrambi la sopravvivenza, in una realtà di guerra, in cui essere bambini e innocenti non offre alcuna garanzia, e russi e ceceni possono essere egualmente crudeli.
“- Giù! – gridò forte l’uomo. O sparo!
Puntò nuovamente il fucile su Kol’ka e Kol’ka si distese a faccia in giù. Rimase immobile e sentiva urlare l’uomo e Alchuzur. Ma Alchuzur gridava forte nella sua lingua e l’uomo rispondeva in russo, sicuramente perché voleva che anche Kol’ka sentisse. Perché gli fosse chiaro che adesso l’avrebbe ucciso. […]- Ma tochna cumna!- gridava Alchuzur. -Non ucciderlo! Lui salvato me da soldati… Lui chiamare me fratello…”

Scene oniriche e di fantasia intridono tutta la narrazione, che ha un tono malinconico e nostalgico: mentre la nostalgia del ceceno Alchuzur ha per oggetto la famiglia e il villaggio, distrutti dalla guerra, quella di Saška e Kol’ka è universale, per una condizione umana da paradiso perduto in cui tutti gli uomini sono fratelli:
“- Ho fatto amicizia con Alchuzur – avrebbe detto Kol’ka.- Anche lui è nostro fratello!
– Penso che tutti gli uomini siano fratelli – avrebbe risposto Saška, e loro sarebbero andati lontano lontano, laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello”