Dalla terra bruta

Amore_e_Psiche“Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’arte.” (James Joyce, Dedalus)

Ti auguro un incontro

aphrodite-1Prima la quattordicenne che si è suicidata a Cittadella, poi il ragazzino di terza media che ha tentato di farlo a Trieste, e infine quelli di cui non si sa. Oggi ho letto questo breve articolo di Cristina Carpinelli su uno dei blog legati a Radio24. Non c’entra nulla con le parole appena scritte, almeno apparentemente:
“Rodrigo ha 40 anni, dice di essere uno con la ‘Capa pazza’, ma se passi mezz’ora con lui pensi a un saggio travestito da clown. Rodrigo è un medico clown, un signore che entra nel reparto di oncologia pediatrica e va a stanare il dolore. I bambini lo aspettano: “arriva il dottor Strettoscopio” urlano. Rodrigo Morganti ha iniziato a fare questo lavoro quando aveva 20 anni. E’ stato uno dei primi. “La prima volta che sono entrato da solo in una stanza ero pronto. Avevo visto in faccia la dolcezza che un medico clown aveva portato a un bimbo malato terminale. Quella dolcezza era come quando assaggi per la prima volta il cioccolato. Io volevo fare quel lavoro, l’ho capito in quel momento. Fino a poco prima ero pronto a fuggire, a me gli ospedali facevano paura”. E ora, gli chiedo, non hai più paura? “Ho imparato a guardarla in faccia” mi risponde. Questa è la storia di un uomo che ha incontrato il dolore, la morte, il pianto, la disperazione li ha presi in braccio e li ha trasformati in un sorriso forte come una ventata d’aria fresca. Quella di Rodrigo è la storia di un ragazzo generoso, oggi uomo, che da questo lavoro dice: “Sono più le cose che ricevo che quelle che do”. Mi racconta di un episodio avvenuto qualche giorno. Era sull’ascensore dell’istituto dei tumori di Milano, un ragazzo sui venti anni sale all’ultimo, inizia a fissare Rodrigo e poi: “Ma lei è il dottor Strettoscopio?” e lui sorridendo: “Si, sono io.” “Io sono uno dei suoi bambini, 15 anni fa ero in oncologia. Ora mi sto laureando in medicina”. L’ascensore si apre l’ex bambino scende.
La vittoria più bella, la vita che non si spezza e che trasforma il dolore in risorsa, in bellezza piena, altruista.”

Ecco, la sola cosa che mi viene da pensare col cuore in mano è che mi piacerebbe che i ragazzi che sentono di non trovare ragioni o forze per andare avanti e pensano di togliersi la vita possano fare un incontro con qualcuno in grado di far loro percepire e vivere “la vittoria più bella, la vita che non si spezza e che trasforma il dolore in risorsa, in bellezza piena, altruista”. E che magari quel qualcuno possa essere ciascuno di noi.

Quel limite di cui abbiamo bisogno

Matrimonio Cate e Vince_0080fbNe stiamo discutendo o ne abbiamo discusso in quarta. Oggi ho trovato queste parole nel libro che sto terminando di leggere: “… ma credo che sia un errore perdere il senso della morte, persino la paura. La morte non costituisce proprio il limite di cui abbiamo bisogno? Non ti sembra che dia una consistenza preziosa alla vita, un senso di chiarezza? Bisogna chiedere a se stessi se tutto ciò che si fa in questa vita avrebbe le stesse caratteristiche di bellezza e significanza senza la consapevolezza che si tende a una linea finale, a un confine, a un limite” (Rumore bianco, Don DeLillo). Certo altri interrogativi attraversano la nostra mente quando l’esperienza della morte è vissuta da vicino, in particolar modo quando tocca vite giovani ancora in attesa di essere vissute nelle loro piene potenzialità…

Cercatori d’oro

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Brigitte Tregouet è medico generico in un quartiere popolare di La Roche-sur-Yon: tenta di vivere nel quotidiano il doppio comandamento dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Su www.lavie.fr dà dei consigli semplici ma molto preziosi; vengono tradotti da www.finesettimana.org e me li ha spediti dal Brasile un caro amico, Federico, che ringrazio.

“Non giudicate: si può eventualmente giudicare un atto, in particolare gli atti di violenza, ma non si può mai giudicare una persona. Sbagliamo sempre quando giudichiamo. Non siamo al posto di quelle persone. Sono loro che giocano la loro partita. Noi siamo solo quelli che incoraggiano, che accompagnano. Il non-giudizio è come la muscolatura. Deve essere mantenuta ogni giorno.

Cercate la bellezza nell’altro: quando abbiamo difronte una persona alcolizzata o paranoica, se vogliamo che la nostra cura abbia senso, dobbiamo riuscire a trovare la bellezza di quell’uomo, di quella donna. Bisogna diventare, in un certo senso, dei cercatori d’oro. A volte si cerca nel fango una pepita. A volte è complicato, ma ogni persona possiede questa parte di dignità inviolabile che bisogna saper proteggere e valorizzare.

Abbiate cura di voi stessi: non ci si può prender cura degli altri se non si prende cura di se stessi. Ognuno deve trovare il proprio modo per farlo: comperarsi qualcosa nel periodo dei saldi, guardare una trasmissione, suonare il pianoforte, correre… Se la mia gioia di vivere non ha valore, come può averne quella degli altri?

Condividete la vostra esperienza: non si vive da soli. Bisogna confrontare la propria azione di persona che cura con altri professionisti, attraverso scambi profondi. Per prendere una certa distanza dalla propria attività. È anche l’occasione di ricevere consigli perché la propria azione di cura sia più efficace.

Leggete “grandi” testi: ognuno sceglie il proprio testo: il Vangelo per un credente, scritti di grandi pensatori per gli altri. Testi che permettono di rileggere la propria attività di cura, di inserirla in una storia e, così, di avere una prospettiva più ampia. Mettere delle parole sulla propria esperienza.”

Questo acconsentire è l’amore

Oggi ho voglia di distogliere lo sguardo e seguire Simone Weil: “Privarsi della propria falsa divinità, negare se stessi, rinunciare a essere nell’immaginazione il centro del mondo, distinguere tutti i punti del mondo come centri allo stesso titolo e il vero centro come esterno al mondo, significa acconsentire al regno della necessità meccanica nella materia e della libera scelta al centro di ogni anima. Questo acconsentire è l’amore. Il volto di questo amore rivolto alle persone pensanti è carità del prossimo; il volto che guarda la materia è amore dell’ordine del mondo, o, che poi è la stessa cosa, amore della bellezza del mondo.”

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Accanto alla bellezza

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La bellezza non è una cosa nella quale si possa penetrare immediatamente.

O meglio, e più precisamente, ci si può penetrare anche subito, ma dopo esserci

rimasti accanto per un po’, e dopo che nell’animo i vari elementi assimilati

progressivamente si sono composti insieme in maniera organica.

(Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi)

Sono belle le cose

Sono belle le cose, belli i contorni degli occhi

e i contorni del rosso

gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci

le ciglia delle dive, le bolle di sapone,

il cerchio del mondo è bello

l’ossigeno delle stelle e la poesia dei ritorni,

di emigranti e isole,

cercando l’invisibile: l’appartenenza

E’ bello il fuoco

e il sonno

e il buio petulante gola dei fantasmi

e il brodo primordiale padre nostro

che cola in questi nomi.

(Sono belle le cose, Gianmaria Testa)