Che si sposino!

Nella mia lingua c’è un detto: “Al è pies al tapon da buse”. Insomma a danno si aggiunge danno. E’ quello che ho pensato leggendo questo articolo di Edoardo Vigna.

indiantrain.jpg«Il miglior modo per evitare lo stupro delle ragazze? Facciamole sposare presto». E per presto, Sube Singh, potente rappresentante del Khap Panchayats, uno dei consigli politici locali dello Stato indiano dell’Haryana, intende prima dei 15 anni. La Giornata delle Bambine dichiarata dall’Onu è appena passata, con i suoi buoni propositi, ma le prevaricazioni nei confronti delle giovanissime continuano imperterrite. Come la violenza che ha spinto nell’abisso una povera 16enne dell’Haryana, appunto. Violata – da 5 uomini, fra cui un poliziotto – e poi incapace di reggere la vergogna, al punto di suicidarsi. «Che si sposino», ha detto sprezzante il leader del Khap, di fatto fra i veri padroni dei villaggi. Solo che, quando si superano certi limiti, anche le leadership possono vacillare. “15 stupri, 30 giorni, Zero sensibilità” ha titolato un programma tv seguitissimo, sottolineando l’insopportabile sequenza di violenze carnali subite dalle donne dell’Haryana nell’ultimo mese e l’insufficienza dell’azione di governo. «Gli stupratori dovranno subire le pene più severe. Agiremo contro di loro»: così ha voluto dichiarare con forza Sonia Gandhi, la donna più potente dell’India, capo del Partito del Congresso (formazione che guida la maggioranza, alle prese in questi giorni con un delicato rimpasto di governo), andando a trovare i genitori dell’ultima vittima. Il fatto è che non solo l’India è in cima alle classifiche per i matrimoni di bimbe, con una quota del 40%, ma l’escalation di violenza sulle donne è inarrestabile: dal 2006 al 2011 si è passati da 19.300 aggressioni (denunciate) a 24.600 l’anno. E nell’Haryana in 5 anni si è saliti da 608 a 733. La dichiarazione del leader locale ha portato reazioni forti. «Così, con un sopruso si legittimano le nozze delle minorenni», ha sottolineato Indira Jaising, avvocato alla Corte Suprema e attivista. «Alla fine porta a concludere che anche le nozze giustificano lo stupro. Ma se già un’adulta fa fatica a difendersi, all’interno di un matrimonio, dalla violenza del marito, come potrebbero farlo delle bambine?».

“Sia circonciso tra voi ogni maschio”

Cosa deve fare un medico se si presenta una coppia che chiede di circoncidere il figlio? Ferdinando Fava è Antropologo all’Università di Padova e su Popoli ha risposto alla domanda, facendo riferimento alla sentenza di un tribunale tedesco.

circoncisione (copia).jpg“È lecito per un medico circoncidere un bambino per motivi religiosi su richiesta dei suoi genitori? Secondo un tribunale tedesco, questa pratica contiene alcuni elementi per la configurazione di un reato, ma poiché la giurisprudenza al riguardo non è uniforme, se il medico accettasse commetterebbe un inevitabile errore di diritto, proprio per questa mancanza di omogeneità. Egli agirebbe dunque non solo senza intenzionalità dolosa, ma neppure per negligenza o superficialità. Così si conclude la sentenza pronunciata il 7 maggio 2012 dal tribunale regionale di Colonia, resa pubblica il 26 giugno successivo, e che è immediatamente rimbalzata, in parte deformata, nel circuito mediatico scatenando reazioni molto contrastanti e dai toni molto duri. Perché questa sentenza e questa risonanza? I fatti cui si riferisce risalgono al novembre 2010. I giudici del tribunale respingevano il ricorso della procura contro l’assoluzione, in primo grado, di un medico incriminato di avere arrecato lesioni personali a un bambino di quattro anni, nella sentenza indicato come «K1» (per tutelarne la minore età), circoncidendolo nel proprio ambulatorio. I genitori del bambino, a distanza di due giorni dall’intervento, erano dovuti ricorrere al pronto soccorso del dipartimento pediatrico dell’ospedale universitario della città per arginare un’inarrestabile emorragia. Il perito esterno cui i giudici si erano rivolti confermava che il medico aveva agito correttamente secondo gli standard sanitari correnti (l’anestesia locale, la sutura di quattro punti e la visita domiciliare la sera stessa del giorno dell’intervento) ma asseriva anche che la circoncisione, almeno in Europa centrale, non è assolutamente necessaria come cura profilattica. I giudici respingevano l’appello confermando il giudizio di assoluzione del tribunale di primo grado.

Il dispositivo della sentenza è proprio ciò che è all’origine del dibattito che ne è seguito, multiforme e dai toni molto aspri. Ci sembra utile ripercorrerlo brevemente. La corte stabiliva che il bisturi usato con perizia dal medico incriminato non poteva essere considerato uno strumento pericoloso (come sostenuto invece dalla procura), ma riconosceva ciononostante che al bambino era stata certo arrecata una lesione personale. Secondo il tribunale, l’adeguatezza sociale della circoncisione per motivi religiosi, anche se operata in modo corretto da un medico su un bambino incapace di dare il proprio consenso e quindi solo grazie a quello dei suoi genitori, non la assicura dal non presentare elementi di reato. Detto diversamente, per la circoncisione non si prospetta apparentemente il problema della sua corrispondenza a un’ipotesi di reato, perché essa «va da sé» cioè è «socialmente invisibile, generalmente accettata e storicamente approvata e quindi non soggetta allo stigma formale della legge». Questo, però, non implica che la sua conformità alla aspettativa sociale la preservi dalla presenza di possibili elementi di reato: per il tribunale questa conformità dice proprio l’impossibilità di formulare un giudizio di disapprovazione legale. L’azione del medico inoltre, secondo il tribunale, non può essere giustificata dal consenso: il bimbo di quattro anni non ha la maturità per darlo, e quello dei genitori non giustifica la lesione personale che ne consegue. Il diritto all’educazione dei figli concerne quelle misure prese nel loro migliore interesse e questo non può risolversi in una lesione personale permanente.

Pertanto per il tribunale, a questo punto facendo appello alla letteratura accademica, la circoncisione di un bambino non capace di consenso non è una pratica che promuove il suo più grande interesse, che sia quello di evitare la sua esclusione dalla sua stessa comunità religiosa o di adempiere il diritto costituzionale dei genitori alla sua educazione. Questo diritto fondamentale è, infatti, secondo la corte, ristretto da quello altrettanto fondamentale del bambino alla propria integrità fisica e all’autodeterminazione. I diritti civili e politici non sono limitabili dall’esercizio della libertà religiosa: vi sarebbe dunque una fondamentale «barriera costituzionale» al diritto all’educazione dei genitori. Nel giudizio di proporzionalità cui ricorrere quando questi due diritti fondamentali vengono a collidere, la violazione irrimediabile dell’integrità fisica del bambino dovuta alla circoncisione implicata per la sua educazione religiosa, non è commisurata a questo fine anche se necessaria. Essa, infatti, cambia il suo corpo in modo irreversibile e irreparabile: cambiamento che potrebbe in seguito essere contrario agli interessi stessi del bambino, al suo decidersi indipendente, più avanti negli anni, circa la propria appartenenza religiosa. Il diritto fondamentale dei genitori, secondo i giudici, non sarebbe inaccettabilmente meno leso nel chiedere loro di aspettare il momento in cui il figlio possa decidere da se stesso l’assunzione di un segno visibile della propria affiliazione alla religione, in questo caso, musulmana. Il tribunale confermava così l’assoluzione del medico, senza colpa, per avere commesso allora un inevitabile errore sulla legge penale.

Il dibattito che la sentenza ha scatenato è apparso subito composito, sviluppandosi su piani interpretativi molteplici e correlati: quello giuridico, quello religioso, quello socio-culturale e politico. Ma non poteva essere diversamente. Nella sentenza, infatti, si cristallizzano le tensioni chiave che segnano il divenire oggi delle nostre democrazie liberali e i cui tentativi di soluzione, a loro volta, contribuiscono a costruirne la coesione e l’identità: la tensione e l’articolazione tra i diritti universali (umani, civili e politici) e quelli particolari (religiosi e culturali), tra il diritto del singolo, quello del suo gruppo culturale e della società più ampia in cui sono situati, la natura e i limiti dell’intervento dello Stato sull’educazione dei figli nella privacy famigliare. E tutto questo in una congiuntura storica nella quale i giudici, bisogna notarlo, proprio per l’oggetto, il dispositivo della sentenza e il contesto politico e geografico, si espongono all’accusa, tanto superficiale quanto politicamente strumentale, di islamofobia, di antisemitismo, o più in generale d’intolleranza alla religione di matrice razionalistica e liberale.

La sentenza tenta di definire una posizione terza non riconducibile alla separazione rigida e riduttiva che pone in tensione la legge dello Stato da una parte e le pratiche culturali e religiose dei suoi cittadini dall’altra. Essa appare molto più articolata delle caricature che di essa sono state fatte in molte delle sue critiche roventi. Non è nostro obiettivo valutare se essa riesca a salvare tutti i diritti in gioco e se l’argine che pone, la priorità dell’integrità fisica del bambino, sia giuridicamente fondato. Ma certo è che essa, mettendo in primo piano la circoncisione maschile religiosa, non solo ci invita ad approfondire il senso di una pratica che agli orecchi europei suona ancora scontata, innocua o salutistica, sopratutto nella sua versione medicalizzata routinaria, ma anche – e da qui allargando il cerchio dell’analisi -, a sollevare il problema dell’equità di genere rispetto alla facile criminalizzazione della sola circoncisione religioso-culturale femminile o ancora, estendendo l’ascolto e lo sguardo, ad analizzare l’iscrizione corporea del rapporto tra individuo e società come esso si configura proprio nella sempre più diffusa e invadente chirurgia estetica genitale. Insomma, è l’occasione per interrogarci oggi sulle pratiche di manipolazione dei corpi. Anche attraverso queste, il «corpo sociale» ormai globalizzato mantiene le sue molteplici gerarchie e pone in essere i propri confini, inscrivendoli nel corpo individuale proprio perché corpo sessuato. Quest’ultimo è portatore, infatti, rispetto al primo, di un’irriducibile ambiguità: fonte rassicurante della riproduzione del corpo sociale, esso è anche la costante minaccia del suo disfacimento. L’iscrizione corporea ordina il corpo sessuato al corpo sociale, ma di quest’ultimo ne dissimula così la radicale precarietà e dipendenza. Queste pratiche del corpo sono dunque «fatti ambivalenti»: sono fatti sicuramente religiosi e culturali, i cui rituali cristallizzano ideologie e dotano gli individui d’istruzioni per agire circa la personalità, i rapporti di genere, la cosmologia, lo status sociale, ma sono anche «fatti» irriducibilmente fisio-anatomici, modifiche irreversibili, che non possono non interpellare la riflessione etica e l’impalcatura giuridica, trovando nei diritti umani quel possibile fondamento condiviso, tanto universale quanto precario e problematico.”

Il terrorismo del Dalai Lama…

La Cina non sa più cosa fare per bloccare le auto immolazioni di coloro che manifestano a favore del Tibet. Ecco l’ultima trovata che ho letto su La Stampa.

“Taglia” anti-immolazioni da parte di Pechino: dopo più di un anno in cui decine di tibetani 2012_08_29_grabb_11804_0_rsz.jpge tibetane si sono dati alle fiamme per protestare contro le politiche cinesi sull’altipiano del Tibet, ecco che le autorità cinesi in alcuni villaggi tibetani hanno annunciato una sorprendente misura per contrastare il fenomeno, annunciando una ricompensa di 8000 dollari americani a chiunque sia in grado di fornire notizie su persone che stanno progettando di autoimmolarsi in protesta. Tremila dollari andranno invece a chi saprà fornire informazioni sui recenti casi già avvenuti – che hanno portato a 58 il numero di “torce umane” che hanno cercato di dimostrare la loro opposizione al controllo cinese del Tibet in modo così cruento, 48 delle quali sono morte. Già tre sono le persone che si sono date alle fiamme negli ultimi cinque giorni, dimostrando che l’ondata di tragici suicidi non fa che aumentare, e che i controlli sempre maggiori sull’altipiano non sono riusciti a invertire la tendenza. Le ultime autoimmolazioni sono avvenute nei dintorni del tempio di Labrang, nel Gansu, considerato una delle maggiori “università” della spiritualità tibetana, con una delle maggiori biblioteche di studio sul lamaismo (per quanto gli stessi monaci non abbiano accesso diretto alle scritture, la cui consultazione deve essere approvata da autorità laiche appartenenti al Partito, preposte alla sorveglianza del tempio). Pechino, fin d’ora, ha dato la colpa per i tragici eventi al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio, descrivendo le autoimmolazioni come “atti terroristici” ispirati dalla volontà di separare il Tibet dalla Cina del Dalai Lama. Come misura preventiva invece la polizia paramilitare cinese pattuglia le città e i villaggi tibetani con estintori, che sono stati aggiunti alle armi e divise d’ordinanza. E per quanto le autorità cinesi stiano cercando di moltiplicare i controlli preventivi per prevenire i suicidi, nessuna apertura politica che tocchi le ragioni profonde di tanto scontento è per il momento presa in considerazione. Anzi: mentre la Cina prepara l’apertura del 18esimo Congresso del Partito Comunista, a Pechino, il prossimo 8 novembre, nel corso del quale verrà selezionata la nuova classe dirigente cinese, sia le regioni a forte presenza di gruppi etnici minoritari, che le altre, stanno subendo un giro di vite per contrastare dissenso e proteste. (articolo di Ilaria Maria Sala)

Mi viene naturale chiedermi cosa ne possa essere di coloro additati come possibili auto immolatori da parte di qualcuno ingolosito dagli 8000 dollari…

Una tarda primavera rosa

Una settimana fa, quindi prima della vicenda successa a Sonia Dridi, la giornalista francese molestata in diretta tv in piazza Tahrir in Egitto, su Limes è apparso questo articolo di Luca Attanasio. Fa impressione leggere: “La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita”. Il pezzo, di cui riporto solo un estratto, parla del ruolo delle donne nel dopo primavera araba in Tunisia, Egitto e Libia.

“A quasi due anni di distanza, la situazione delle donne dei paesi travolti dalla primavera araba è cambiata? Se sì, il cambiamento è stato in meglio? Cosa pensano le donne dell’avvento al potere di partiti islamisti? Che posto si sono guadagnate nelle loro società storicamente patriarcali? Ne abbiamo parlato con alcune delle voci più rappresentative dei movimenti femminili in Egitto, Tunisia e Libia.

egitto_donne.jpgSecondo Youad Ben Rejeb, direttrice dell’Università femminista Ilhem Marzouki e membro del direttivo dell’Association tunisienne des femmes démocrates, al grande sforzo garantito dalle donne per liberarsi del regime e dare un corso più democratico alla Tunisia non è corrisposto il dovuto riconoscimento politico, economico e sociale. “Abbiamo giocato un ruolo primario nel preparare il terreno alla rivoluzione e nel condurla in porto, siamo state protagoniste nell’Haute instance pour la réalisation des objectifs de la Révolution (una sorta di costituente, ndr) riuscendo a imporre liste con quote ‘rosa’ al 50% e il principio dell’alternanza (nella composizione delle liste a un candidato uomo segue obbligatoriamente un candidato donna o viceversa, ndr) e abbiamo girato il paese per convincere i cittadini a registrarsi nelle liste elettorali, giungendo allo storico risultato di 3.890.000 tunisini over 18 iscritti (il 45% donne, ndr). Dopo tutto questo lavoro abbiamo avuto solo il 7% di donne capolista, mentre nell’Assemblea nazionale costituente siedono 58 donne, il 26%” (in Italia circa il 20%!, ndr). C’è stata, in ogni caso, una netta inversione di tendenza e cresce, tra le donne, la consapevolezza di poter giocare un ruolo sempre più determinante nella scena politica nazionale. Si spiegano così la continua partecipazione massiccia a forme di protesta contro i tentativi di ‘confessionalizzare’ il nuovo Stato e l’incessante pressione sul governo e l’Assemblea costituente che, proprio in queste settimane, ha portato al ritiro dell’emendamento alla costituzione che puntava a sostituire la parola “uguaglianza” con il termine “complementarietà”.

Va peggio alle donne egiziane. Dopo aver partecipato in massa alle dimostrazioni pacifiche che hanno condotto alla caduta di Mubarak, aver conquistato a caro prezzo visibilità e spazi, essere assurte a leader politiche e mediatiche della rivolta, nel periodo della giunta militare (Scaf) sono passate attraverso repressioni, violenze di ogni tipo, test di verginità, volgari e continue derisioni, e registrano oggi arretramenti nei diritti oltre a una presenza molto inferiore a quella di cui godevano sotto il regime in ogni sfera decisionale (anche se, all’epoca, quella presenza era spesso di mera facciata). “Le donne elette – denuncia Bothaina Kamel, unica donna a correre per le presidenziali, arrestata, maltrattata, allontanata dalla conduzione del notiziario della televisione per cui lavorava e minacciata – raggiungono a malapena il 2%; la loro presenza nei gangli decisionali è davvero minima, mentre le uniche tre donne facenti parte della commissione governativa non sono particolarmente rappresentative della società civile femminile”. “La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita e uno dei primi effetti di ciò è il fatto che, come suggeriscono gli ultimi indicatori, le ragazze vanno meno a scuola: di conseguenza, i matrimoni in giovane età per le donne sono nuovamente in ascesa”. Preoccupano le impunità dei crimini perpetrati dallo Scaf, le scelte anti-democratiche del governo Morsi – che “ha vinto solo perché moltissima gente non è andata a votare o ha scelto lui perché vedeva in Shafik l’assurda riposizione del vecchio regime” – e proposte di emendamenti alla nuova costituzione in cui si prevede l’uguaglianza tra uomo e donne senza, però, “contraddire i precetti della Legge Islamica”. “Ma il tabù sulle capacità femminili di presenza in politica, economia e vita sociale è infranto – è sicura la Soliman – e da qui in poi non si tornerà più indietro”.

La Libia è un caso davvero singolare nel panorama dei paesi travolti dalla primavera araba. Similmente all’Albania post Enver Hoxha, esce da un periodo lunghissimo di dittatura durante la quale ha sperimentato repressione, povertà e chiusura pressoché totale al mondo esterno. Inoltre, in Libia, si è combattuta una lunga e sanguinosissima guerra. “Questo – spiegano due rappresentanti di una ong che richiedono l’anonimato per le continue minacce subite – ha un’immediata, drammatica ricaduta sulla questione femminile”. Sì, perché all’arretratezza sociale ed economica endemica di questo paese che ha relegato la donna a un ruolo di esclusione si aggiunge il fenomeno degli stupri di massa consumati lungo tutto il conflitto (perpetrati, in realtà, anche su uomini e bambini). Nella cultura islamica lo stupro subìto comporta il definitivo isolamento della donna, mentre parlare di violenza sessuale è praticamente impossibile. Il ruolo delle donne libiche che affrontano con grande coraggio, tra i tanti, anche quest’ultimo tema, è cresciuto in maniera esponenziale nell’ultimo anno, e la loro presenza nelle istituzioni, la partecipazione alla politica, l’economia, la società, è senza precedenti. Alle ultime elezioni le donne andate alle urne sono state tra il 40 e il 50% “e in parlamento – racconta Amina Megheirbi, eletta con The National Force Alliance – abbiamo conquistato 33 seggi su 200, il 16,5%. Le ong femminili, poi, sono letteralmente esplose dalla metà del 2011 in poi, andando a riempire gli enormi vuoti di potere”.

Photoshop in salsa araba

La notizia girava in rete già qualche giorno fa, ma mi ero dimenticato di riprenderla. Oggi mi è arrivato il tweet di Internazionale e allora metto qui il breve pezzo di Christian Caujolle.

catalogo-ikea.jpg“Ikea – il gigante svedese del mobile facile da montare e delle decorazioni di interni sobriamente eleganti, adatte a qualsiasi ambiente, possibilmente arredato con mobili svedesi dal nome bizzarro che si possono comprare in tutto il mondo – fa nuovamente parlare di sé. Questa volta però gli svedesi c’entrano poco. I concessionari sauditi del marchio – che in questo caso ha dimostrato di non esercitare un controllo particolarmente stretto sui suoi rappresentanti locali – hanno candidamente cancellato, con un rapido tocco di Photoshop, tutte le donne presenti nell’ultimo catalogo. Il risultato di questa pensata surreale è tanto desolante quanto buffo. In un’immagine che mostra un bagno si vedono dei piccoli orfanelli che tendono le mani verso il vuoto originariamente riempito dalle loro madri. Ancora più assurda e clamorosa l’immagine che mostra tre uomini in un salotto, seduti a una certa distanza l’uno dall’altro, in posizioni assurde. La loro goffagine è però più evidente della loro solitudine. Trattandosi di un paese in cui le donne non hanno il diritto di mostrarsi senza velo né di guidare l’automobile, questa autocensura è dannosa solo per il marketing. Ma le ministre svedesi hanno immediatamente reagito definendo “medievale” questa “pulizia di genere”. Chissà se le donne saudite hanno ancora voglia di comprare certi mobili.”

L’altra Istanbul

Ho già avuto modo di scrivere che mi piace molto questo genere di articoli, dove si raccontano storie, e tramite quelle storie si conoscono realtà. Sono gli articoli che ti fanno sentire parte di un viaggio che non hai fatto. Questo pezzo è di Lorenzo Posocco, appena comparso sul sito di Limes. Buona lettura.

DSC_7403.jpg“Gentrification, povertà, lavoro minorile, tre fenomeni strettamente connessi. Il legame certamente non è dei più espliciti ma la realtà è davanti agli occhi di tutti e ad Istanbul si manifesta nei dintorni di Şişli, nel centrale Beyoğlu e in altri quartieri, come tra i Rom di Sulukule. Questi fenomeni filano su tre binari che, come linee parallele in una geometria riemanniana, ovviamente s’incontrano. Percorro Tarlabaşı Boulevard, lungo viale che inizia in Taksim Square e si snoda tra immensi cartelloni-bugia raffiguranti donne e uomini al passo coi tempi, felici, sorridenti in un quartiere anch’esso moderno, tra architetture che anticipano una nuova realtà fatta di Starbucks e di McDonald’s. L’occidentalizzazione passa di qui, passa per la gentrificazione, la distruzione forzata d’interi quartieri storici della città. In previsione della crescita economica gli immobili di aree povere vengono acquistati dalla fascia benestante della popolazione, con le alterazioni socio-culturali che seguono in casi del genere. Le famiglie che risiedevano in queste zone non ce la fanno, non reggono i costi dei nuovi appartamenti, e sono costrette a emigrare o mandare i bambini a lavorare per le strade. Sono su Tarlabaşı Boulevard, a poche centinaia di metri dal centro città, tra il rumore assordante del traffico e il caldo che in questi giorni si mescola all’umidità autunnale. Avverto un forte odore di escrementi. Alla mia destra è la seconda guerra mondiale: case distrutte, immondizia all’interno, cani e gatti che s’aggirano su pavimenti di spazzatura, ma anche persone. Mi addentro in una delle arterie di Tarlabaşı Boulevard e la prima cosa che scorgo, tra la miseria delle abitazioni, sono i bambini. Alcuni giocano, si rincorrono, urlano, mentre le mamme li controllano da lontano rinchiuse nelle loro case, sbraitando dalle finestre sbarrate; altri lavorano sodo; alcuni non hanno famiglia. I bambini di strada sono lustrascarpe, vendono soğuk su (acqua fresca) per venticinque centesimi a bottiglia o lavano automobili in posti improvvisati, spesso proprio sul ciglio della strada. Vivono in una città congestionata dal traffico, esposti alle polveri sottili. Rischiano di essere travolti dagli autoveicoli. Possono essere volontariamente o involontariamente coinvolti in furti o abuso di droga, contrarre malattie come l’epatite A o B o l’HIV. Corrono il rischio di essere picchiati e abusati dalle gang o dai clienti cui vendono le loro merci. Il piccolo Bedrettin, cinque anni, picchiato per aver oltrepassato il territorio di altri bambini, è solo uno dei tanti. Durante il giorno i bambini lavorano, quindi non beneficiano dell’istruzione scolastica. Il lavoro minorile sembra essere autorizzato, a Istanbul: lavorare in strada è considerato una sorta di apprendistato per la vita adulta, un modo per imparare a superare le difficoltà che, si sa, si presenteranno sempre. È preferito all’elemosina ed è considerato una forma di solidarietà domestica in caso di necessità. Ho visto bambini di cinque anni suonare una pianola di plastica nel bel mezzo di un torrente di volti in Istiklal Caddesi, meravigliosa via di collegamento tra Galata, il vecchio quartiere genovese, e Taksim, quartiere multiculturale. Suonano piccoli strumenti fatti per piccoli bambini, ma con i piccoli strumenti si gioca, non si elemosina. Sono i figli di Istanbul e delle vicine aree rurali, come magistralmente ha dichiarato Imre Azem, direttore di quella magnifica opera d’arte che è il documentario Ekümenopolis. La nuova politica voluta dalla Toki (ente amministratore dello sviluppo urbano), arteria pulsante e onnipotente del governo turco, viene qui a mietere le sue vittime.

Terribile, spaventosa realtà in tanta bellezza. Com’è possibile? “Siamo ad Istanbul. Non lo dimenticare”, risponde l’anziano Ohran, che si guadagna da vivere suonando il saz e vendendo quel poco che possiede. Eppure dietro le parole di Ohran si cela una realtà difficile da accettare: sembra che la semplice equazione gentrificatione-povertà-bambini-di-strada non sia poi tanto semplice, e che tali dinamiche rientrino nello spettro di ciò che Gramsci definì con il termine egemonia. Non si può contrastare ciò che non si comprende. Anche i turisti, o soprattutto loro, trovano solo ciò che cercano. Racconteranno del Medio Oriente una volta tornati a casa; nel Bazar compreranno dei regali. I turisti spendono, così la Turchia sfrutta l’onda. Mostra strade principali pulite e moderne, nasconde quelle secondarie dietro immensi cartelloni-bugia. Sfoggia una storia limpida, attraente nei colori dei giannizzeri di Sultan Fatih, musicale nelle rotazioni dei dervisci, mette da parte quella sporca; nel frattempo si occidentalizza. Mentre cammino per Tarlabaşı Boulevard, l’immagine di un buffo conduttore di circo si fa largo nella mia mente. È un ometto basso dai baffi prussiani, doppiopetto rosso e bombetta. Esclama: “A voi il nuovo numero signori! Assistete all’ultimo ritrovato: la fusione funzionale di tecnologia e scienza dei media applicati alla speculazione edilizia! Non senza una piccola spruzzatina di cinismo, s’intende.” La magia è compiuta ed ecco che Istanbul diventa una metropoli europea in cui all’Occidente, diciamo, piace specchiarsi. In fondo a Istanbul ci si può andare. Così si dice: Istanbul è europea.

Poi accade che di domenica, nel quartiere di Harbyie, abbia sede un mercato pubblicizzato su diversi giornali. Al mercato delle pulci di Harbyie vanno i turisti che poi scappano via terrorizzati dalla povertà, dai volti di chi tenta di sopravvivere al caro immobili della politica straight-to-the-West. I turisti cambiano strada, non s’inoltrano tra le vie periferiche, scelgono quelle principali, ma se non cercassero ciò che cercano, vedrebbero i volti di Ali, Alpay, Koray, Aziz, tutti intenti a lucidare i cerchioni delle automobili o le loro scarpe. I turisti mostrano una sovrana insofferenza per realtà del genere: eppure, tutto fa credere che cose del genere siano accadute un tempo anche da loro. E che forse accadano ancora.”