Gemme n° 141

La gemma di J. (classe terza): “Grazie all’ultima edizione di «Ballando con le stelle» ho avuto la fortuna di conoscere il mio idolo, una delle persone più coraggiose, dinamiche, forti e da un carisma e un’energia innati: lei è Giusy Versace, atleta paralimpica italiana, nonché vincitrice di «Ballando». Ciò che la rende così straordinariamente unica e speciale è sicuramente il grande messaggio di vita e felicità che vuole lanciare, nonostante le sue condizioni fisiche di disabile, poiché nel 2005 ha perso entrambe le gambe in seguito ad un grave incidente in macchina. Lei è la mia gemma, perché mi fa riflettere e sentire in colpa ogni volta che il mio turbinio di pensieri contorti si dirama verso una prospettiva di vita negativa caratterizzata dagli esiti scolastici deludenti, dalla solitudine e dai dolori muscolari e talvolta un po’ dall’ipocondria, paura di cui soffro da quando ho scoperto che mia mamma era ammalata di cancro. Giusy Versace è la mia eroina, e ogni volta che la penso mi viene da associarle una particolare frase della canzone «Gioia» dei Modà, ossia «pensare di star male è non avere rispetto per chi sta peggio»: proposizione vera e realistica, poiché ogni volta che penso di star male, mi sento in colpa e mi vergogno pensando a Giusy Versace che nonostante la tragedia successa, ha sempre quella luce negli occhi che mette allegria e quell’amore per la vita che tutti dovrebbero avere.
Infine, il fatto che Giusy abbia vinto «Ballando con le stelle» contro concorrenti in condizioni fisiche migliori, se non veri e propri sportivi come Andrew Howe, sta a dimostrare che la disabilità è negli occhi di chi guarda e che con la buona volontà e la determinazione si può raggiungere qualsiasi cosa!”.

Non nascondo che mi piaccia ascoltare storie come quella di Giusy o di Alex Zanardi o di Stephen Hawking e sicuramente fungono da stimolo e da sprone ad affrontare la vita con coraggio, energia ed entusiasmo. Eppure il mio pensiero va sempre contemporaneamente a tutte quelle persone che stanno vivendo un disagio fisico o psichico o entrambi e che non hanno all’interno della loro cartucciera un colpo speciale da sparare. Quantomeno lo “speciale” che risponde al pensiero della maggior parte delle persone e che significa “straordinario, fuori dall’ordinario, incredibile, utile, di successo”. Penso a chi fa fatica a percepirsi come essere speciale, unico, irripetibile, che sia diversamente abile o meno, ed è nella sofferenza. Ha scritto Diego Cugia: “La vita e la morte fanno di noi quello che vogliono. L’unica carta che possiamo giocare è stabilire che cosa noi vogliamo dalla vita e dalla morte e questo io l’ho già scelto da bambino: tutta la luce e tutto il buio che io potessi sopportare, e allora devi accogliere e devi reggere, accogliere e reggere, solo questo puoi fare. E la felicità e il dolore ti porteranno su e giù come gli oceani le navi. E il dolore ti insegnerà ogni volta a contenere ancora più oceano e il tuo pianto non lo tratterrà, lo restituirà fino a che sarai parte di un unico respiro e imparerai a raccordarti col fiato lungo delle maree. E’ qui che credi di morire, mentre è qui, se sei riuscito a reggere tutte le bordate senza colare a picco, che comincia la vera vita. Perché resistere alla morte non serve a nulla, a niente servono i lifting, le bugie, i colpi di testa, i viaggi del miracolo, a niente serve resistere se non impari anche ad assecondare. E come si impara questo? non lo so, accogliendo il dolore degli altri, per me è così. La mia bussola siete solo voi. Chi soffre più di me, e c’è sempre purtroppo, lui è il mio medico, gli altri. Tutto quello che ho, e non è poco, l’ho sempre ricavato per sottrazione, guardando chi aveva molto di meno. Solo questo è l’amore che torna, l’amore che dai”.

La tempesta

LA TEMPESTA (Angelo Branduardi, Senza spina)
Non c’è più vento per noi tempo non ci sarà
per noi che allora cantavamo con voci così chiare.
Non c’è più tempo per noi vento non ci sarà
per noi che abbiamo navigato quel mare così nero.
Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.
Non c’è più vento per noi tempo non ci sarà
per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.
Si alzerà il vento per noi tempo per noi sarà
il nostro viaggio, la guida, la mano del destino.
Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà
Un vento poi soffierà dentro le nostre vele
qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa
Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele
è perché la rotta giusta solo il Signore la sa.
Non c’è più vento per noi tempo non è per noi
che nella notte senza luce misuravamo il mare.
Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.
Un vento poi soffierà dentro le nostre vele
qual è la rotta giusta solo il Signore lo sa
Un vento poi si alzerà dentro le nostre vele
perché la rotta giusta solo il Signore la sa.
Ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà.
Branduardi dedica questo brano “a tutti coloro che hanno affrontato la tempesta, rischiando di perdere la rotta, ed hanno saputo attendere che il vento buono gonfiasse le loro vele ed hanno ripreso le vie del mare, verso nuove tempeste”. Quindi, una prima cosa da notare è che la tempesta va affrontata e non evitata: siamo lontani dal protagonista dell’epitaffio dell’“Antologia di Spoon River” di cui si legge:
“Una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita.
Perché, l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio;
è una barca che anela al mare eppure lo teme.”
(E. L. Masters, Antologia di Spoon River)
Questa, semmai, è la situazione cantata all’inizio da Branduardi, quella di coloro per i quali non c’è più né vento né tempo; la differenza è che, per i protagonisti di questo brano, la navigazione c’è stata e ha riguardato un mare buio, “nero”, che loro hanno tentato di scrutare col canto di voci “chiare”. Oltre al mare nero c’era anche un “cielo scuro” dove cercavano di intravvedere le stelle che potevano dar loro la rotta. Ne “La linea d’ombra” canta Jovanotti: “è dolce stare in mare quando son gli altri a fare la direzione, senza preoccupazione, soltanto fare ciò che c’è da fare, e cullati dall’onda notturna sognare la mamma, il mare”.
Infine, c’è un’altra cosa che facevano i marinai descritti nella canzone con il “noi”: nella notte buia e senza luce misuravano il mare. Già misurare il mare è impresa ardua se non impossibile vista la vastità, farlo senza alcuna luna o stella presente in cielo è del tutto inutile. Calcolare l’infinito non ha senso, non tutto può essere calcolato dall’uomo. Ma ecco che il vento si alza a segnare la possibilità del viaggio: con la bonaccia non si naviga, serve il vento che soffi dentro alle vele e le gonfi (come fa un cristiano a non pensare allo Spirito?).
A questo punto dobbiamo però introdurre due elementi importanti: la tempesta e la guida del viaggio. Branduardi non ha paura della tempesta, non la fugge, sa che sarebbe inutile. Viene in mente un personaggio biblico che, in fuga da Dio, si imbarca a bordo di una nave e durante una tempesta si rifugia nel ripostiglio più remoto e si addormenta profondamente. In questo caso Dio non è colui che salva dalla tempesta, ma colui che l’ha mandata per suscitare una reazione nel suo profeta, cosa che effettivamente accade. Giona spiega ai marinai della nave che la tempesta è causa sua perché egli è in rotta con Dio e li invita a gettarlo in mare, dimostrando pentimento per la sua fuga e anche la volontà di gettarsi a corpo nudo nella tempesta tra le braccia di Dio.
E poi c’è la guida: “la rotta giusta solo il Signore la sa” canta Branduardi. Tre immagini mi si formano davanti agli occhi:
1. Marco 4, 35-41: «In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”.»
Gesù non evita che la tempesta si costituisca e che le onde riempiano di acqua la barca; averlo dalla propria parte, averlo a bordo, non è garanzia di pace e tranquillità, di assenza di difficoltà. Gesù, mentre sulla barca possiamo immaginare il lavorio frenetico dei pescatori per cercare di governarla e di buttare in mare l’acqua, dorme (come Giona)! Egli, poi, addirittura rimprovera i suoi compagni per averlo costretto a riportare la calma. La tempesta con la fede si può affrontare, ma forse la fede dei discepoli non è ancora abbastanza salda.
2. Matteo 14, 22-33: «Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra sponda, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro, scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.»
La tempesta diventa il luogo dove la fede è necessaria, il luogo dove l’uomo sperimenta che non ha più mezzi utili per uscire dalla situazione in cui è finito se non l’affidarsi a colui che salva.
3. Infine un frammento di “Novecento”, il film di Giuseppe Tornatore tratto dall’omonimo libro di Alessandro Baricco
«Quella notte, nel bel mezzo della burrasca, con quell’aria da signore in vacanza, mi trovò là, perso in un corridoio qualunque, con la faccia di un morto, mi guardò, sorrise, e mi disse: “Vieni”.
Ora, se uno che su una nave suona la tromba incontra nel bel mezzo di una burrasca uno che gli dice “Vieni”, quello che suona la tromba può fare una sola cosa: andare. Gli andai dietro. Camminava, lui. Io… era un po’ diverso, non avevo quella compostezza, ma comunque… arrivammo nella sala da ballo, e poi rimbalzando di qua e di là, io ovviamente, perché lui sembrava avesse i binari sotto i piedi, arrivammo vicino al pianoforte. Non c’era nessuno in giro. Quasi buio, solo qualche lucina, qua e là. Novecento mi indicò le zampe del pianoforte.
“Togli i fermi,” disse. La nave ballava che era un piacere, facevi fatica a stare in piedi, era una cosa senza senso sbloccare quelle rotelle.
“Se ti fidi di me, toglili.”
Questo è matto, pensai. E li tolsi.
“E adesso vieni a sederti qua, mi disse allora Novecento.
Non lo capivo dove voleva arrivare, proprio non lo capivo. Stavo lì a tenere fermo quel pianoforte che incominciava a scivolare come un enorme sapone nero… Era una situazione di merda, giuro, dentro alla burrasca fino al collo e in più quel matto, seduto sul suo seggiolino – un altro bel sapone e le mani sulla tastiera, ferme.
“Se non sali adesso, non sali più,” disse il matto sorridendo.
“Okay. Mandiamo tutto in merda, okay? tanto cosa c’è da perdere ci salgo, d’accordo, ecco, sul tuo stupido seggiolino, ci son salito, e adesso?”
“E adesso, non aver paura.”
E si mise a suonare.
Ora, nessuno è costretto a crederlo, e io, a essere precisi, non ci crederei mai se me lo raccontassero, ma la verità dei fatti è che quel pianoforte incominciò a scivolare, sul legno della sala da ballo, e noi dietro a lui, con Novecento che suonava, e non staccava lo sguardo dai tasti, sembrava altrove, e il piano seguiva le onde e andava e tornava, e si girava su se stesso, puntava diritto verso la vetrata, e quando era arrivato a un pelo si fermava e scivolava dolcemente indietro, dico, sembrava che il mare lo cullasse, e cullasse noi, e io non ci capivo un accidente, e Novecento suonava, non smetteva un attimo, ed era chiaro, non suonava semplicemente, lui lo guidava, quel pianoforte, capito?, coi tasti, con le note, non so, lui lo guidava dove voleva, era assurdo ma era così. E mentre volteggiavamo tra i tavoli, sfiorando lampadari e poltrone, io capii che in quel momento, quel che stavamo facendo, quel che davvero stavamo facendo, era danzare con l’Oceano, noi e lui, ballerini pazzi, e perfetti, stretti in un torbido valzer, sul dorato parquet della notte. Oh yes.»

Rejoice

REJOICE (U2, October)
Sta cadendo, sta cadendo e fuori un palazzo sta crollando
E dentro un bambino per terra dice che lo farà ancora
E dimmi tu come dovrei fare? Cosa dovrei dire nel mondo?
Non c’è nient’altro da fare.
Lui dice che cambierà il mondo un giorno, Io gioisco.
Stamattina sono caduto dal letto qando ho realizzato quello che lui aveva detto
E’ tutta una pazzia ma sono troppo pigro per stare sdraiato.
E dimmi tu come dovrei fare? Dimmi solo cosa dovrei dire?
Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare il mondo in me.
Io gioisco
Bono, a 14 anni, ha vissuto un episodio che l’ha segnato per la vita: nel settembre del 1974, festeggia il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei suoi nonni materni e, durante i festeggiamenti, il nonno muore. Al funerale del nonno, il 6 settembre, la madre di Bono viene colpita da un aneurisma cerebrale e muore 4 giorni dopo, il 10 settembre. Le domande sul senso del dolore e delle ingiustizie costellano molti dei testi del gruppo irlandese, soprattutto nella prima parte della produzione. Durante il concerto del 28/11/1981 a Los Angeles, Bono introduce così questa canzone: “A Dublino stanno abbattendo le case nel centro città e stanno spingendo le persone fuori dal centro e le stanno gettando in quartieri fuori città come se fossero qualcosa di non umano. Ma io dico: rallegratevi!”.
In pochi versi son racchiusi interi libri profetici della Bibbia:
“E dimmi tu come dovrei fare?
Cosa dovrei dire nel mondo?
Non c’è nient’altro da fare.
Lui dice che cambierà il mondo un giorno
Io gioisco.”
La domanda di ribellione, di rivolta; la rassegnazione; la promessa di Dio; la gioia e la fiducia. Alla fine anche il ruolo dell’uomo, la conversione: “Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare il mondo in me.” Sembra il riassunto del breve libro di Abacuc…
Il profeta parte da un “classico” biblico (vedi Giobbe): la domanda a Dio sul mancato intervento a favore del giusto che viene oppresso.
“Fino a quando, Signore, implorerò aiuto
e non ascolti,
a te alzerò il grido: “Violenza!”
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Non ha più forza la legge
né mai si afferma il diritto.
Il malvagio infatti raggira il giusto
e il diritto ne esce stravolto.”
L’intervento di Dio in realtà c’è: “Dio interverrà mediante i Caldei”, un popolo molto violento, potente, forte e crudele. Abacuc è il profeta che osa un po’ più degli altri: chiede a Dio di rendere conto del modo in cui governa il mondo.
“Non sei tu fin da principio, Signore,
il mio Dio, il mio Santo?
…
Tu dagli occhi così puri
che non puoi vedere il male
e non puoi guardare l’oppressione,
perché, vedendo i perfidi, taci,
mentre il malvagio ingoia chi è più giusto di lui?
Tu tratti gli uomini come pesci del mare,
come animali che strisciano e non hanno padrone.”
Come fa Dio, che è giusto e puro, che non sopporta il male e l’oppressione, a tacere vedendo le perfidie? E tutto mentre chi è malvagio si accanisce su chi è meno malvagio di lui? Perché Dio legittima una tale forza ingiusta? Abacuc sembra dire: “Ho l’impressione che non te ne importi molto… Non stai facendo niente per risolvere la questione nonostante tu potresti fare molto… Se io fossi Dio, cercherei di fare le cose in modo differente. Quello che stai facendo non mi sembra comunque giusto”.
La risposta di Dio arriva in 2,4:
“Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede”
Sembrano riecheggiare gli U2: “Non posso cambiare il mondo ma posso cambiare il mondo in me.”
E ci sarà la difesa di Dio, forte e potente, non immediata ma certa. Abacuc può gioire mentre il mondo attorno crolla e muore:
“Ho udito. Il mio intimo freme,
a questa voce trema il mio labbro,
la carie entra nelle mie ossa
e tremo a ogni passo,
perché attendo il giorno d’angoscia
che verrà contro il popolo che ci opprime.
Il fico infatti non germoglierà,
nessun prodotto daranno le viti,
cesserà il raccolto dell’olivo,
i campi non daranno più cibo,
le greggi spariranno dagli ovili
e le stalle rimarranno senza buoi.
Ma io gioirò nel Signore,
esulterò in Dio, mio salvatore”
Ancora gli U2:
“Sta cadendo, sta cadendo e fuori un palazzo sta crollando
… Non c’è nient’altro da fare. Lui dice che cambierà il mondo un giorno. Io gioisco.”

Le rose blu

LE ROSE BLU (Roberto Vecchioni, Di rabbia e di stelle)
Vedi, darti la vita in cambio sarebbe troppo facile,
tanto la vita è tua e quando ti gira la puoi riprendere;
io, posso darti chi sono, sono stato o chi sarò,
per quello che sai, e quello che io so.
Io ti darò tutto quello che ho sognato, tutto quello che ho cantato,
tutto quello che ho perduto, tutto quello che ho vissuto,
tutto quello che vivrò,
e ti darò ogni alba, ogni tramonto, il suo viso in quel momento
il silenzio della sera e mio padre che tornava io ti darò.
Io ti darò il mio primo giorno a scuola, l’aquilone che volava
il suo bacio che iniziava, il suo bacio che moriva io ti darò,
e ancora sai, le vigilie di Natale quando bigi e ti va male,
le risate degli amici, gli anni, quelli più felici io ti darò.
Io ti darò tutti i giorni che ho alzato i pugni al cielo
e ti ho pregato, Signore, bestemmiandoti perché non ti vedevo,
e ti darò la dolcezza infinita di mia madre,
di mia madre finita al volo nel silenzio di un passero che cade,
e ti darò la gioia delle notti passate con il cuore in gola,
quando riuscivo finalmente a far ridere e piangere una parola…
Vedi, darti solo la vita sarebbe troppo facile
perché la vita è niente senza quello che hai da vivere;
e allora, fa che non l’abbia vissuta neanche un po’,
per quello che tu sai, e quello che io so.
Fa che io sia un vigliacco e un assassino, un anonimo cretino,
una pianta, un verme, un fiato dentro un flauto che è sfiatato
e così sarò, così sarò,
non avrò mai visto il mare non avrò fatto l’amore,
scritto niente sui miei fogli, visto nascere i miei figli che non avrò.
Dimenticherò quante volte ho creduto e ho amato, sai,
come se non avessi amato mai,
mi perderò in una notte d’estate che non ci sono più stelle,
in una notte di pioggia sottile che non potrà bagnare la mia pelle,
e non saprò sentire la bellezza che ti mette nel cuore la poesia
perché questa vita adesso, quella vita non è più la mia.
Ma tu dammi in cambio le sue rose blu
fagliele rifiorire le sue rose blu
Tu ridagli indietro le sue rose blu.
Sono tre i personaggi di questo brano: chi parla, Dio e un lui che compare solo negli ultimi tre versi della canzone. E’ una preghiera, una richiesta che Vecchioni pone a Dio, un’offerta. Dare la vita non sarebbe difficile, non sarebbe neppure un regalo visto che è stato Dio a darla all’uomo (“tanto la vita è tua e quando ti gira la puoi riprendere”). Quello che il cantante vuol dare a Dio è la sua esistenza, è quello che lui ha vissuto e che vivrà, le sue esperienze, i suoi sogni, le sue canzoni, i suoi ricordi del padre e della madre, i suoi amori, i suoi rapporti, i suoi affetti, i suoi dolori, i giorni della ribellione… Senza queste cose la vita sarebbe nulla a pertanto sarebbe anche facile darla a Dio. Senza queste cose l’uomo si svuoterebbe di senso, il “fiato dentro a un flauto sfiatato”. Allora l’offerta è davvero grande, importante, preziosa, l’unica offerta che un uomo può fare per cercare di ottenere qualcosa di importante da Dio, addirittura qualcosa che non si potrebbe neppure ottenere (le rose blu in natura non esistono…).
Spiega Vecchioni: “Adesso farò una cosa che non è nemmeno una canzone… è molto di più… ed è una cosa nata in un momento di grande sofferenza nella vita di uno dei miei figli. Non credo che esista al mondo un dolore più grande di vedere soffrire una persona che si ama, soprattutto se è un figlio. Te ne stai lì, ti chiudi, il sangue che scorre, i nervi si accavallano, i muscoli fermi. E allora mandi una preghiera che sembra una bestemmia, o una bestemmia che sembra una preghiera, all’unica cosa che pensi che ti possa ascoltare, che poi si chiama Dio… E devi dare a Dio tantissimo per avere in cambio qualcosa per tuo figlio, non gli puoi dare in cambio solo la vita, è troppo facile… e allora gli dai in cambio tutto quello che hai vissuto, che è differente, come se non avessi mai amato, mai sognato, mai cantato, mai visto una donna, mai visto un bambino, mai visto la Primavera, mai visto il mare, come se non fossi mai nato oppure fossi nato ma come un lombrico, un verme, una schifezza di essere. E gli chiedi in cambio, per questo dare via tutto, quell’altra cosa. Perché arriva un momento che non te ne frega niente della bellezza della poesia, dei sogni e di tutte le piccole cose importanti che hanno fatto la tua esistenza”.

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

MA CHE RAZZA DI DIO C’E’ NEL CIELO (Roberto Vecchioni, Il lanciatore di coltelli)
L’infinito silenzio sopra un campo di battaglia quando il vento ha la pietà di accarezzare;
l’inspiegabile curva della moto di un figlio che a vent’anni te lo devi scordare…
Sentire d’essere noi le sole stelle sbagliate in questa immensa perfezione serale;
e non capirci più niente nel viavai di messia discesi in terra per semplificare.
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando col nostro dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore, lo potrà mai consolare?
Aprire gli occhi e morire in un fruscio di farfalla neanche il tempo di una ninna nanna;
l’idiozia della luna, la follia di sognare, la sterminata noia che prova il mare;
e a questa assurda preghiera di parole, musica, colori, che Gli continuiamo a mandare,
non c’è nessuna risposta, salvo che è colpa nostra e che ci dovevamo pensare.
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di Dio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore, può tagliare la notte e il dolore?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo respirare, più di tutto lo strisciare? più di questo insensato dolore?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di buio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo insensato dolore?
Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di buio c’è nel cielo?
Ma che razza di disperato, disperato amore più di questo non capire, non sapere sbagliare e lasciarsi perdonare? Ma chi è l’altro Dio che ho nel cuore?
Ma che razza d’altro Dio c’è nel mio cuore, che lo sento quando viene, che lo aspetto non so come che non mi lascia mai, non mi perde mai e non lo perdo mai.

La canzone si apre con due brevi istantanee: la prima è un campo di battaglia ormai silenzioso dopo i duri scontri di cui è stato palcoscenico; finalmente un vento carico di pietà lo sta accarezzando quasi a consolarlo dell’assurdità dei gesti umani che l’hanno violentato.
La seconda è quella della morte dovuta a un incidente stradale in cui viene coinvolto non solo un giovane, ma un figlio: il dolore più grande che possa provare un genitore.
La conseguenza di queste due fotografie è una percezione: il ritrovarsi davanti a una serata perfetta, magari di quelle primaverili né troppo calde, né troppo fresche, terse in cui si colgono i profumi della natura e i suoni, eppure sentirsi del tutto fuori posto, sentirsi stelle sbagliate che non hanno nulla a che fare con quella perfezione e che, anzi, la possono rovinare. E tutti coloro che cercano di spiegare, di razionalizzare, di dare un senso, di rendere le cose comprensibili e magari semplici sono solo dei falsi messia, dei moderni santoni che generano unicamente maggiore confusione.
Si apre la domanda: che tipo di Dio c’è in cielo? quale Dio permette tutto questo? è un attore comico e gigione che si prende gioco della sofferenza dell’uomo? è un clown disperato che non potrà essere consolato da alcun amore? anche Dio ha bisogno di essere consolato?
Una terza istantanea: un’altra sofferenza difficile da digerire, quella generata dalla morte di un bimbo vissuto per breve tempo, neanche l’occasione di qualche ninna nanna, come una farfalla la cui vita difficilmente supera il mese.
Anche la natura non è di alcuna consolazione: la luna è idiota e il mare è annoiato. Lasciare andare i pensieri verso la speranza, sognare è poi follia. Eppure l’uomo ci prova a instaurare un dialogo con Dio, a pregare, a inviare parole, musica e colori, ma si tratta di un monologo perché nessuna risposta arriva se non un senso di colpevolezza e un grande rimorso per quanto è stato e non è più.
E le domande ora si fanno ancora più incalzanti e numerose e vertono, ancor più delle precedenti, sull’amore: solo l’amore può essere la via d’uscita, la possibilità di speranza, un amore che deve riuscire a superare la notte, il buio del dolore, il respirare a fatica, lo strisciare di chi è caduto, il nonsenso, il non capire; difficile è anche comprendere come lasciarsi investire dall’amore per accettare la possibilità di sbagliare e di lasciarsi perdonare dagli altri (non il semplice essere perdonati!).
Eppure nel cuore del cantante c’è spazio per un altro Dio, decisamente diverso dal precedente: un Dio la cui presenza si sente, si avverte, si coglie, un Dio che è atteso e che non lascia mai l’uomo da solo, che non lo perde mai di vista e che si fa trovare, che non si nasconde all’uomo. E’ un Dio-con.

Gemme n° 120

La gemma proposta da G. è stata particolare. Ha raccontato sulle note di “Wish you were here” due fatti della propria vita che l’hanno fatta molto riflettere. “Tante volte capita di chiedersi come mai ci capitano molte cose nella vita e perché noi non possiamo fare qualcosa per cambiare la situazione. Posso fare un primo esempio: come la maggior parte delle persone che lavorano in proprio, sia mia madre che mio padre, purtroppo hanno dei debiti da saldare. Questo però ha portato ad un altro problema, il pagamento degli alimenti che mio padre dovrebbe dare a mia madre per me. Ormai erano tantissimi mesi che lui non ci dava nulla e così mia mamma ha deciso di mandargli una lettera… ciò vuol dire che se nemmeno ora mio padre sarà in grado di darci qualcosa potrebbe persino finire in prigione. La sera che gli è arrivata la lettera lui è venuto a casa mia per parlare con mia mamma. Vedere il proprio padre che piange non è la cosa più rassicurante del mondo… lui che è sempre stato forte era lì in lacrime a dire che non era colpa sua se il lavoro va male. Questo mia mamma lo sapeva ma come possiamo vivere senza nulla? Sono arrivata alla conclusione che forse quando Oscar Wilde diceva “Dove la vita ti conduce devi andare” non aveva tutti i torti. La vita mi ha portata a questa situazione e io più che stare vicina ad entrambi non è che posso fare molto. Nonostante ciò la forza per andare avanti dobbiamo trovarla e credo che le piccole cose possano fare tanto. Un secondo esempio potrebbe essere ciò che è accaduto a mia nonna due venerdì fa…faccio una premessa: lei è stata sposata per molti anni con mio nonno che l’ha tradita due volte ed ha avuto anche il coraggio di dichiarare che la casa dove vive mia nonna resterà di sua proprietà. Mia nonna non possiede nulla e non ha la pensione…mi stupisco del fatto che una persona possa essere così insensibile e lasciar vivere una signora in una casa che è sempre più logora. Tutto ciò perché lui non la vuole aiutare nemmeno economicamente… ma lei è innamorata di lui come il primo giorno che si sono visti e perciò non ha nemmeno chiesto il divorzio. Questa ragione l’ha portata a fare un uso sproporzionato di alcol e giorno dopo giorno la situazione peggiora. Tutta la famiglia ce la mette tutta per aiutarla per farle capire che così starà solo più male. Ma torniamo a quel bruttissimo giorno… verso le 18/18:30 ha chiuso la porta a chiave, gli scuretti delle finestre ed ha messo sul fuoco l’acqua con la pasta. Anche quel venerdì aveva bevuto…in salotto, è caduta ed è rimasta lì per più di quattro ore. La casa si è riempita di gas, la pentola era tutta bruciata, la pasta cenere e il canarino era morto per asfissia. Per fortuna ha raggiunto il telefono ed ha chiamato mio padre… se non ce l’avesse fatta ora non sarebbe ancora qui. Parlare della propria nonna in questo modo non è di certo positivo ma la realtà è questa e io ho sempre più paura di perderla per questo suo vizio maledetto. Anche in questa situazione più di parlarle e farle capire che potrebbe passare l’ultimo periodo della sua vita molto meglio di come lo sta vivendo. Eppure non bastano queste piccole cose…dove ti conduce la vita devi andare. In fondo se una persona è convinta di ciò che fa e non vuole cambiare si può dire tutto ciò che si vuole senza che questa cambi idea. Io le voglio bene lo stesso anche se non ci ascolta e le starò vicina in ogni situazione, come cerco di fare con tutti.”

Commento questa gemma con un brano di Diego Cugia sul dolore. Solitamente lo leggo in quarta, ma ora, nonostante la sua lunghezza, mi sento di condividerlo qui:

“Il dolore è come il postino, suona sempre due volte. Nei mio caso è un postino suonato, un postino suonato che suona una terza volta, anche vent’anni dopo. Io piango solo e sempre quando sto per cambiare pelle, quando sono sul punto in cui credo di morire e che puntualmente corrisponde al punto di rinascere. E ieri il postino ha suonato per la terza volta, mi ha consegnato un pacco di dolori vecchi e se ne è andato. Che vuol dire dolori vecchi?
Il postino del dolore suona subito e poi ripassa: quella è la volta che piangi sul serio. La prima è d’obbligo; muore tua madre, perdi un figlio in un incidente, hai una malattia o vieni licenziato. Il postino suona, ti consegna il pacco, chiudi la porta, lo apri, piangi. Sembra finita lì. Invece non è neppure incominciata, o meglio: quello è il primo movimento della sinfonia che porterà magari dopo qualche anno di musica al gran finale, il dolore è sempre una grandissima scoperta. Solo “grazie”, si fa per dire, passamela, solo grazie a un tumore, per esempio, hanno scoperto di avere un corpo; prima, avere un pancreas, o un cervello sano, un fegato, due polmoni era acquisito come un diritto. Come guardare gli alberi: è naturale che tu guardi gli alberi o il mare, così naturale, che pur guardandoli, non ti accorgi della loro esistenza, ossia che essi, alberi, mare, sono e sono fatti per te. Passa una petroliera e scarica in mare una lunga, terribile onda nera, come un cancro; solo ora tu cominci ad avere percezione del mare, solo ora. Perché lo stai perdendo. Con la malattia è uguale. Così con i lutti. I tuoi genitori se ne vanno, tua moglie o il tuo ragazzo muoiono. All’inizio è un dolore fulgente, come una stella, una stella nera. Poi ricominci a vivere senza, ricominci a guardare il cielo stellato con un buco nero che sai ma ancora non sai quanto lo sai.
Infine il postino ritorna. E’ la consegna dell’atto finale. Di colpo il firmamento è un buio; lo sapevi già di non avere più tuo padre o tua moglie o tuo figlio.., e come se lo sapevi. Anche di aver perduto l’amore di quella donna, lo sapevi da due anni, lei è viva, ma non ti vuole più, e tu stai già con un’altra… E invece, il postino ritorna. Consegna il pacco di lacrime vecchie, esce, lo apri, sai già tutto stavolta; invece qui, ora, dopo magari qualche anno dall’evento lo fai tuo, completamente, ineluttabilmente e scoppi in un pianto disperato, irrefrenabile, infinito. E’ proprio il tuo corpo che piange, tu non puoi farci niente, puoi solo assecondarlo, lasciarti trascinare come un tronco da questo fiume in piena. Questo, che ti sembra il tuo punto di morte, la tua notte più orribile, è invece l’annuncio dell’alba, il punto di fuga della vita, la rinascita, il sole, la liberazione.
Beh, così per me è stato ieri.., ho pianto la lettera di una ragazza che nella solitudine dipingeva maschere. Ho pianto la morte di mia madre che nelle ultime ore parlava come una bambina e le sembrava di star aspettando il treno che da Napoli la portava sei anni alla spiaggia di Torre del Greco… E da quella stanza sul Tevere per malati terminali credeva di essere davanti al mare di Napoli. Ho pianto per voi, ho pianto per me, ho pianto per Gerusalemme e l’Afghanistan, ho pianto con i nervi urlanti, scoperti come sono solo i dolori primari e non quelli inutili che ci creiamo per sopravvivere. Ho pianto per le due torri, per Israele senza pace, per te che mi scrivi “non lasciarmi” e io che ti vorrei gridare “non lasciarmi tu viso che non conosco, labbra di cui non so il suono”. Ho pianto tutti i bimbi senza padre, tutti gli animali abbandonati, tutti gli sguardi innocenti della terra.
Non so che mi ha preso, ma non ero esaurito, né impaurito, né stanco; non avevo difese, questo sì, perché ho accettato da tempo di non averne. Non esistono difese alla vita e alla morte, sono palle! La vita e la morte fanno di noi quello che vogliono. L’unica carta che possiamo giocare è stabilire che cosa noi vogliamo dalla vita e dalla morte e questo io l’ho già scelto da bambino: tutta la luce e tutto il buio che io potessi sopportare, e allora devi accogliere e devi reggere, accogliere e reggere, solo questo puoi fare. E la felicità e il dolore ti porteranno su e giù come gli oceani le navi. E il dolore ti insegnerà ogni volta a contenere ancora più oceano e il tuo pianto non lo tratterrà, lo restituirà fino a che sarai parte di un unico respiro e imparerai a raccordarti col fiato lungo delle maree. E’ qui che credi di morire, mentre è qui, se sei riuscito a reggere tutte le bordate senza colare a picco, che comincia la vera vita. Perché resistere alla morte non serve a nulla, a niente servono i lifting, le bugie, i colpi di testa, i viaggi del miracolo, a niente serve resistere se non impari anche ad assecondare. E come si impara questo? non lo so, accogliendo il dolore degli altri, per me è così. La mia bussola siete solo voi. Chi soffre più di me, e c’è sempre purtroppo, lui è il mio medico, gli altri. Tutto quello che ho, e non è poco, l’ho sempre ricavato per sottrazione, guardando chi aveva molto di meno. Solo questo è l’amore che torna, l’amore che dai”.

Vissi d’arte

Questa ci sarebbe stata bene in una quinta stamattina.

VISSI D’ARTE (Roberto Vecchioni, da In Cantus)
Vissi d’arte, vissi d’amore,
non feci mai male ad anima viva!
Con man furtiva
quante miserie conobbi, aiutai.
Sempre con fe’ sincera,
la mia preghiera
ai santi tabernacoli salì.
Sempre con fe’ sincera
diedi fiori agli altar.
Nell’ora del dolore
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?
Diedi gioielli
della Madonna al manto,
e diedi il canto
agli astri, al ciel, che ne ridean più belli.
Nell’ora del dolore,
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?
Quando le cose non vanno come noi vorremmo o non vanno bene proprio, vien spesso da chiedersi perché. A volte ci si ferma lì, alla domanda e non si cerca neppure la risposta. Altre volte si tira in ballo il caso, il destino, la sfiga. Altre volte ancora la nostra domanda scavalca l’umano e desidera interrogare il divino. Ci aveva provato anche Ligabue con una domanda banale (chi prende l’Inter?) e due esistenziali (dove mi porti? soprattutto perché?). Ma il perché l’uomo se lo pone fin dall’inizio dei tempi e allora vado all’indietro anche con la musica…
Siamo nel 1800 e la famosa cantante Floria Tosca viene ricattata dal barone Scarpia, capo delle guardie del papa: se ella non gli si concederà, il fidanzato di lei, il pittore Mario Cavarodossi, morirà. Tosca si rivolge allora a Dio, quasi a rimproverarlo, a ribellarsi: mi sono sempre comportata bene, non ho mai fatto male ad alcuno, ho aiutato chi era nella miseria e l’ho fatto in maniera discreta (Mt 6,3-4: “Invece mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”), ho sempre avuto una fede sincera e non ho mai fatto mancare né la mia preghiera né fiori sugli altari, col mio canto ho abbellito il creato, il cielo. Perché ora, nel momento del dolore e della prova, Dio mi ringrazia così? E’ questa la sua ricompensa? Estendendo il discorso: qual è la ricompensa che un uomo si attende? quali aspettative abbiamo sulla remunerazione? Il brano “Vissi d’arte” è stato recentemente ripreso da Roberto Vecchioni quale prima traccia del cd “In Cantus”.

Peace on earth

Il post che segue è lungo, ne spiego brevemente la struttura: nell’ordine compaiono il video, la traduzione, la storia raccolta da varie fonti internet, il mio commento in corsivo.

PEACE ON EARTH (U2, All that you can’t leave behind)
Paradiso Terrestre, ne abbiamo bisogno adesso
Sono stanco di tutto questo girarci intorno
Stanco del dispiacere, stanco del dolore
Stanco di sentire, ripetuto all’infinito che ci sarà pace in Terra
Dove sono cresciuto io non c’erano tanti alberi
Dove ce n’erano li abbiamo abbattuti ed usati contro i nostri nemici
Dicono che ciò di cui ti beffi sicuramente ti sorpasserà
E tu diventa un mostro così il mostro non ti distruggerà
Ed è già andato troppo oltre chi diceva
Che se entri duramente non ti farai male
Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega
Pace in Terra
Parlane a quelli che non sentono nessun suono
I cui figli vivono nella terra di pace in Terra
Niente “chi” o “perché”
Nessuno piange come piange una madre per la pace in Terra
Lei non è mai riuscita a dire addio a vedere il colore nei suoi occhi
Ora lui è in terra, questa è la pace in Terra
Stanno leggendo dei nomi alla radio
Tutta la gente, noialtri, non arriveremo a saperlo
Sean e Julia, Gareth, Ann e Breda
Le loro vite sono più grandi di qualunque grande idea
Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega
Pace in Terra
Di parlare a quelli che non sentono nessun suono
I cui figli vivono nella terra di pace in Terra
Gesù questa canzone che tu scrivesti
Le parole mi si appiccicano alla gola
Pace in Terra, lo sento ad ogni Natale
Ma speranza e storia non faranno rima
Allora a cosa vale? Questa pace in Terra
Pace in Terra Pace in Terra Pace in Terra
Driiiin Driiiin. Il telefono squilla nella sede di Ulster Television. Sono le 14.30 di sabato 15 agosto 1998.
Margareth Hall solleva la cornetta. Dall’altra parte del filo giungono solo poche parole: “C’è una bomba, vicino al palazzo di giustizia a Omagh, 500 libbre, esplosione tra 30 minuti”.
Alle 14.32 il telefono squilla anche all’ufficio di Coleraine dei Samaritani. Un uomo comunica alla centralinista che “questo è un allarme-bomba. Esploderà in 30 minuti, a Omagh”.
Dopo tre minuti una nuova telefonata giunge all’Ulster Television: “Bomba, Omagh, 15 minuti”.
Mezz’ora prima una Vauxhall Chevalier, targata MDZ 5211 – rubata a Carrickmackross, in Contea Monaghan, due giorni prima – viene parcheggiata in Market Street , accanto al negozio SD Kells. Due uomini scendo tranquillamente. I passanti ignorano che, chiusi nel bagagliaio, ci sono 140 chili di esplosivo a base di fertilizzante.
Le informazioni sono passate all’agente William Hall a Omagh. La polizia agisce rapidamente. Sgombra l’area, recinta la zona con quelle strisce bianche e gialle diventate un simbolo di lutto, e spinge centinaia di donne e bambini fiduciosi dalla parte opposta di Market Street, la strada principale di questo villaggio del Far West irlandese, quattrocento metri più in là, lontano dalla bomba presunta e proprio sulla bomba vera. Stanno lì, a godersi il sole di Ferragosto, eccezionale a questa latitudine, e il carnevale del paese, con tanto di sfilata e zucchero filato. Stanno lì a fare spese, l’ultima festa prima dell’inizio della scuola, le mamme con i bambini per mano, a scegliere uniformi, quaderni, zainetti. Stanno lì ad aspettare per quaranta lunghi minuti che tutto finisca, magari accasciati per la noia su quella Vauxhall Astra marrone, parcheggiata tra un negozio di tappezzeria e uno di biciclette.
Alle 15.10 l’autovettura esplode nel centro della folla. La detonazione fa volare pezzi dell’auto a parecchie decine di metri: 29 morti e oltre 200 feriti.
L’intera facciata di SD Kells viene distrutta ed il tetto collassa sul piano superiore. Molte vittime sono all’interno del negozio. Nella parte opposta della strada il Pine Emporium, un negozio di mobili, viene investito in pieno dall’onda d’urto. La proprietaria, Elisabeth Rush, muore all’istante.
La potenza della bomba è tale che molti corpi non verranno mai trovati. Scoppiano degli incendi, dovuti al calore. Schegge di vetro e metallo piombano, incandescenti, sulla folla. Esplode anche una tubatura dell’acqua posta sotto la strada.
Qualcuno ha fatto schizzare via la vita dai corpi martoriati di ventotto esseri umani scambiati per animali da macello, quattordici donne, nove bambini, cinque uomini. E duecentoventi feriti. Fortunati quelli che già sanno che il loro caro è morto. Pochi, ancora pochi. Le vittime di un tale massacro non hanno più un corpo, tratti distintivi, identità. Le famiglie dei parenti aspettano in un silenzio irreale, con gli occhi rossi e il fazzoletto sulla bocca, nel centro sportivo trasformato in ricovero dei disperati, per sapere se devono piangere un morto, pregare per un ferito, sperare nel miracolo di una riapparizione.
E’ stata la strage delle donne e dei bambini. Gli uomini erano giù al fiume per la grande pesca al salmone che è il loro Ferragosto. Le mamme a fare compere. Tre generazioni di donne di una stessa famiglia, Mary di 65 anni, la figlia Avril di 30, e la nipotina Maura di appena 18 mesi, sono morte l’una affianco all’altra. Altre due bambine, due gemelle non ancora nate, sono rimaste per sempre lì, nel ventre della giovane donna uccisa. Anche lei doveva fare compere quel sabato pomeriggio. Lascia un marito che avrebbe dovuto ed ora vorrebbe essere stato con loro. Famiglia cattolica anche questa, uno zio prete ha officiato il rito funebre.
«Sono andato subito da loro per far sentire la partecipazione di tutta la nostra comunità. Erano inconsolabili, distrutti. Poi ho visitato i feriti e i parenti nel centro di emergenza, perché il dolore e lo sgomento è di tutti, senza differenze», ci dice il Primate della Chiesa d’Irlanda, Sean Brady, arcivescovo di Armagh, la culla del cattolicesimo irlandese, la patria di san Patrizio. Ha 59 anni e parla l’italiano imparato nei lunghi anni passati a Roma come Rettore del Collegio irlandese. Si arrabbia quando gli chiediamo cosa prova a sentire associare il nome di cattolico e protestante a questa guerra sanguinosa: «Quante volte dovremo ripetere che questa non è una guerra di religione, che le radici di questo conflitto sono solo politiche e storiche? Nell’accordo di pace firmato da tutti i partiti il Venerdì santo, non c’è un solo aggettivo che si riferisca a questioni di religione o alle due comunità. Qui non sono in gioco questioni di fede o il primato del Papa, qui si lotta per una convivenza pacifica tra chi vuole stare con Londra e chi vuole riunire l’isola sotto Dublino. Chi fa ancora riferimento a divisioni religiose è in malafede o agita un facile alibi. Le differenze religiose le affrontiamo con l’ecumenismo, ma qui le questioni sono politiche. Con l’accordo di pace e con il referendum che lo ha ratificato, la stragrande maggioranza dei nordirlandesi ha finalmente deciso che l’unica strada per risolvere queste questioni è il dialogo. I terroristi non hanno più alcun appoggio popolare, sono sempre più isolati. I tempi sono maturi per dire basta a questa violenza. Dopo questa nuova tragedia la gente ha reagito con una grande compostezza, con un lutto comune, non ci sono stati distinguo da parte di nessuno».
C’era una comitiva di studenti spagnoli, in visita per un “gemellaggio”, che avevano creduto ai depliant turistici del Nord Irlanda: tornate, venite, finalmente c’è la pace. Un’insegnante e uno studente sono morti, un’altra dozzina in ospedale, i nomi scritti a mano sui fogli appesi alle pareti: Teresa Blanco, Bonita Blanco… Con loro c’erano tre ragazzi irlandesi che li ospitavano, due dodicenni e un amichetto di otto. Sono morti anche loro. Fernando Blasco, un ragazzino spagnolo di 12 anni con la faccia da scugnizzo e un sorriso furbo che sbuca da tutto quello che resta di lui, le sue foto. Il padre era stato ferito gravemente nel 1972 a Madrid in un attentato dell’Eta, i separatisti baschi. Fernando è morto in Ulster.
L’amicizia senza frontiere, l’Europa unita dei giovani, ha avuto le sue vittime sacrificali in Ulster.
La gente non urla, non grida di dolore, non piange. Non è la rabbia il loro stato d’animo. E’ qualcosa di peggio: stupore, e rassegnazione. L’idea che tanto non c’è verso, che in Irlanda niente mai cambierà.
«Sono una persona semplice, non so dire cosa ne sarà della pace in Nord Irlanda dopo questi morti»: non bisogna chiedere a Michael Gallagher del futuro, lui ormai vive del passato, del ricordo di quell’unico figlio maschio, Adrian, un ragazzone alto un metro e novanta, portato via a 21 anni dalla bomba di Ferragosto. Bisogna solo chiedergli di lui, di quel giovane allegro e semplice come il padre, che aveva finito la scuola e faceva il meccanico. Era andato in centro ad Omagh, a Market Street, nella zona dei negozi, per comprare un paio di jeans e delle scarpe da lavoro. Aveva finito gli acquisti, stava tornando alla sua auto quando la polizia lo ha dirottato, assieme ad altre centinaia di persone, verso l’edificio della biblioteca, verso la morte. Tre telefonate di avvertimento dei terroristi segnalavano l’auto-bomba davanti al Tribunale. Invece era parcheggiata all’altro estremo della strada maledetta.
Famiglia cattolica, i Gallagher. Famiglia martoriata dal terrorismo. Michael Gallagher quattordici anni fa aveva visto suo fratello morire colpito da un cecchino dell’Ira. «Ci sono voluti anni per superare quella tragedia, per tornare ad una vita normale, serena», racconta distrutto dal dolore. «Adesso tutto ci ripiomba addosso. L’esplosione è stata così forte che si è sentita a dieci chilometri di distanza. Ho capito subito che era successo qualcosa di terribile. Una delle mie figlie ha accesso la televisione, ho rivisto quelle scene di morte che ci tormentano da sempre. Le ho detto: spegni, spegni. Poi, mentre passava il tempo e Adrian non tornava, sono andato all’ospedale. Adrian non era nemmeno lì, solo a sera tardi ci hanno dato la notizia, ma io avevo già capito».
Michael Gallagher è un uomo semplice. Piange mentre parla con i giornalisti nella sala della sua villetta appena fuori città, nel verde. La moglie è al primo piano con le due figlie, non vuole vedere nessuno. Michael Gallagher ha una tipografia, stampa biglietti da visita e annunci funebri. Non immaginava certo di dover stampare anche quelli di suo figlio.
Questa è l’ambientazione in cui si colloca “Peace on earth” e la sua profonda disillusione. Gli U2 dicono basta, dicono di essere stufi e stanchi di dispiaceri e di dolori, ma soprattutto non ne possono più della continua e infinita promessa che ci sarà pace sulla terra. Basta promesse, la pace è necessaria ora, subito: “Paradiso terrestre ne abbiamo bisogno adesso”. Bono non capisce, non ce la fa più a ingoiare, a mandare giù, a stare a galla: sta annegando e si rivolge all’unico appiglio “Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega?”. Poi segue un’altra richiesta a Gesù, quella di provare a intercedere presso coloro che hanno creato tanto dolore e che non sono in grado di provare nessun suono, nessun dolore, nessuna compassione e i cui figli comunque vivono sulla terra e avrebbero potuto essere per le strade di Omagh. Non vogliono andare alla ricerca di colpevoli o di ragioni, se mai possono essercene, gli U2: “nessun chi o perché”.
Mi viene naturale associare al grido di Bono nei confronti di Dio quello di Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah:
“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.” (Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1980, p. 19)
Passano dei nomi alla radio.
Sean McLaughlin è uno studente dodicenne di Buncrana. Fa parte della comitiva di ragazzini irlandesi e spagnoli che partecipano a uno scambio. Gioca a calcio, tifa Manchester United ed è un chierichetto. Con lui muoiono anche i compagni Oran Doherty and James Barker (a quest’ultimo si riferiscono i versi “Lei non è mai riuscita a dire addio, a vedere il colore nei suoi occhi”; al funerale la mamma dice di essere rimasta devastata dallo sguardo del figlio morto, uno sguardo che la stava aspettando attraverso dei bellissimi occhi verdi la cui bellezza non era mai riuscita a cogliere).
Julia Hughes è una studentessa ventunenne all’ultimo anno della Dundee University: è in vacanza e ha trovato un lavoro stagionale in un negozio di fotografie. E’ stata allontanata dal negozio dalla polizia per essere più al sicuro. Il padre chiede al Reverendo metodista David Kerr perché sua figlia sia stata assassinata: “A questa domanda non c’è assolutamente risposta in questa parte di eternità” è la risposta che ottiene.
Gareth Conway è di Carrickmore, ha 18 anni e sta aspettando i risultati del suo esame di ingegneria; gioca a calcio. E’ a Omagh per comprare delle lenti a contatto e un paio di jeans. Sua sorella lavora all’ospedale: è lei a trovare il suo nome nella lista dei dispersi. Gareth muore immediatamente in quanto molto vicino all’autobomba.
Ann McCombe, ha 48 anni, è sposata ed è madre di due ragazzi di 18 e 22 anni. Fa parte del coro della Chiesa Presbiteriana. Lavora in un negozio di vestiti e sta passeggiando durante una pausa insieme alla sua collega Geraldine Breslin. La bomba esplode mentre loro vi passano accanto: muoiono istantaneamente.
Breda Devine ha venti mesi: la mamma sta acquistando un regalo per il matrimonio del fratello. La mamma avrà bruciature sul 60% del corpo e sarà incosciente per sei settimane, ignara della sorte della figlioletta.
Nessuna idea, per quanto importante e nobile, può essere più grande della vita di una persona; nessun ideale può valere il costo di quelle esistenze, di qualunque esistenza. Eppure speranza e storia non sono mai sembrate tanto lontane… (citazione del poeta premio Nobel Seamus Heaney)

Quello che non

La vedi nel cielo quell’alta pressione, la senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d’un fiato che il dio dell’inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova?
Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato…
Conosci l’odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,
e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose,
e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un’ex terza classe?
L’angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita…
Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo…
Si fa a strisce il cielo e quell’alta pressione è un film di seconda visione,
è l’urlo di sempre che dice pian piano:
“Non siamo, non siamo, non siamo…”
Puntualizzazione: a detta dello stesso Guccini la sua negazione non è montaliana “Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Non chiederci la parola) ma “è lo sfogo di uno che scopre di vivere con una persona che non lo considera più molto”.
Il brano si apre con l’alta pressione nel cielo, che significa solitamente bel tempo, ma subito, a far da contraltare arriva la nebbia notturna che mal si concilia col sereno, e la nebbia annuncia l’arrivo dell’inverno. Da qui in poi tutta la canzone è costruita attorno a dei contrasti, a dei contraltari, a delle affermazioni seguite immediatamente dalle loro negazioni. Soffermiamoci sulle situazioni descritte:
• un aereo porta lontano (a sottolineare l’esigenza o il desiderio di andarsene?)
• un pianista non particolarmente dotato prova e riprova a suonare Mozart, ma nonostante tutti i tentativi non riesce a trovare il vero senso delle cose, della vita, di se stesso
• cortili umidi, auto abbandonate, cicatrici di vecchie ferite appena percettibili e occasioni perse rinchiuse in vecchie lettere mai inviate: rimorsi? rimpianti?
• favole spente che quindi non lasciano spazio ai sogni, alle speranze, alla consolazione
• strade senza nessuno, solitarie che tristemente portano a luoghi già conosciuti e che non danno più l’emozione della prima volta
• binari che pervicacemente si perdono verso il nulla con vagoni di terza classe nella nebbia di una distesa uniforme e sterminata: angoscia
Il tutto si conclude con un urlo doloroso e triste che non riesce neppure a farsi sentire, tanto è orrido l’abisso davanti al quale si trova. Mi ricorda il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”:
“Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.”
O anche il tratto de “La nascita della tragedia” di Friedrich Nietzsche in cui Mida si mette alla ricerca di Sileno:
“L’antica leggenda narra che il re Mida per molto tempo inseguì nella foresta il saggio Sileno, il compagno di Dioniso, senza prenderlo. Quando questo infine gli cadde nelle mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile tace il demone; finché, costretto dal re, uscì finalmente fra risa sibilanti in queste parole;
“Stirpe misera ed effimera, figlia del caso e della fatica, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non udire?
La cosa migliore è per te totalmente irragiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.
Ma la seconda cosa migliore per te è – morire presto.”

Gemme n° 113

“La canzone che ho fatto ascoltare va pensata al femminile con una mamma e una figlia. L’ho sentita la prima volta a Sanremo nel 2009, e ha molto colpito mia madre e me. Si parla anche di un rapporto di amicizia, e l’ho scelta per un problema personale che ora lei sta affrontando. Con questo video voglio dire a mia madre «Sono fiera di te»: nel brano viene detto due volte e una volta è cantato insieme. Dedico la canzone a mia mamma perché sono orgogliosa di lei, proprio per il fatto di essermi amica e spero che il suo problema si risolva il più presto possibile. Ne sento molto la mancanza soprattutto come amica”. Così, emozionandosi, A. (classe quinta) ha presentato la sua gemma. Mi ha portato alla mente una delle canzoni più famose tra un padre e un figlio, la nota “Father and son” di Cat Stevens, e in particolare una delle scene più clamorose di un film che adoro e che mi ha profondamente emozionato. “I love radio rock” è un film sulle radio pirata dell’Inghilterra anni ’60. Nella sequenza che pubblico, una barca che ospita “Radio Rock” sta imbarcando acqua ed è lì lì per affondare: un ragazzo, Carl, si preoccupa perché non vede il padre Bob, che sta ascoltando musica con le cuffie nella sua cabina. Lo trova e fa di tutto per salvarlo, nonostante il padre cada nell’acqua con tutti i suoi vinili e… La dedica musicale di A. per la madre mi ha ricordato da vicino il gesto d’amore di Carl per il padre.

Gemme n° 104

Afferma M. (classe quarta): “Tendo a legare le canzoni che ascolto al periodo che sto vivendo in quel momento. Questo brano è importante ora: mi fa pensare a una persona in particolare e in certi punti rivedo anche la mia personalità. Mi piace Emma, la sua forza mi aiuta molto soprattutto quando mi sento a terra.” Appare essere la storia di un amore finito (“mi illudo ancora di non averti perso”) con la scarsa voglia di risollevarsi, anzi… (“non voglio trovare la pace ma restare a guardare il confine tra il mio cuore ed il tuo… amo sbagliare, amo farmi del male…”). Poi però sembra che la storia continui, tra alti e bassi, tra avvicinamenti e allontanamenti: “Le nostre mani non si toccano ma la mia bocca chiede ancora della tua, da te che non mi cerchi e non mi vuoi ma poi mi prendi mi riprendi e poi mi mandi via”. Per contrasto mi sono venute in mente le parole di “Io amo”, il libro di Vito Mancuso che ho terminato di leggere pochi giorni fa: “Fare spazio. Alla fine, a pensarci bene, l’amore significa fare spazio. Fare spazio dentro di sé a un’altra persona, aprirle la nostra anima e farle piantare la sua tenda nel mezzo. Non pensare più, non sentire più, non vedere più solo sulla base dell’io, ma cercare, ogni giorno di nuovo, di farlo sulla base del noi”.

Gemme n° 96

“Life Starts Now è una canzone che ascolto sempre. Dice di vivere la propria vita e questo mi fa continuare a essere positivo e ottimista e ad andare avanti”. Lo ha detto T. (classe seconda).


La canzone dei Three Days Grace (che sembra rispondere immediatamente alla gemma 95) incoraggia chi sta attraversando un brutto periodo: “Tutto questo dolore, prendi questa vita e falla tua, tutto questo odio, prendi il tuo cuore e lascia che ami ancora, tu in qualche modo sopravviverai a questo”. E’ una spinta a lasciarsi il dolore alle spalle, prendere la vita e piene mani e buttarsi con coraggio e fiducia verso il futuro. C’è una frase di Hemingway che mi pare calzare bene qui: “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi” (Per chi suona la campana).

Gemme n° 95

“Ho scelto la canzone Weight of Living dei Bastille perché rappresenta un’amicizia importante. Il peso della vita citato nel titolo rappresenta entrambi perché non abbiamo avuto una vita facilissima: avrei potuto scegliere altre tremila amicizie, ma questa è quella più importante, anche se ci conosciamo da poco. Il mio amico mi ha aiutato e supportato in ogni cosa”. Questo è quanto è riuscita a dire D. (classe terza) commuovendosi e trasmettendo la sua emozione ai compagni di classe. Cantano i Bastille: “Tutto ciò che desideravi quando eri un bambino era essere grande, era essere grande. Adesso che lo sei, improvvisamente temi di aver perso il controllo, hai perso il controllo. Ti piace la persona che sei diventato?”. Ecco allora che mi sento di citare un pensiero di Gandhi che spesso è stato fonte d’aiuto e d’ispirazione:
“Mantieni i tuoi pensieri positivi,
perché i tuoi pensieri diventano parole.
Mantieni le tue parole positive,
perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti.
Mantieni i tuoi comportamenti positivi,
perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini.
Mantieni le tue abitudini positive,
perché le tue abitudini diventano i tuoi valori.
Mantieni i tuoi valori positivi,
perché i tuoi valori diventano il tuo destino.”

Gemme n° 92

“La mia gemma è mia madre” ha detto C. (classe quinta). “E’ la persona per me più importante, è il mio voceesempio. Da piccola ho avuto la leucemia e i ricordi di quel periodo sono legati a lei. Ho il registratore della bambola che usavo quella volta: l’ho trovato qualche mese fa e mia madre si è commossa a sentirne la voce. Ne è anche nato un gioco, il bacio nell’orecchia per far ridere una persona”.
Nicolás Gómez Dávila afferma: “L’uomo primitivo trasforma gli oggetti in soggetti, quello moderno i soggetti in oggetti. Possiamo supporre che il primo si illuda, ma sappiamo con certezza che il secondo si sbaglia”. Penso che sia bello che a volte ci leghiamo a piccoli oggetti insignificanti agli occhi dei più, ma profondamente significativi per pochi: sottendono relazioni, emozioni, pensieri, immagini che bazzicano i luoghi della memoria e gli angoli del cuore.

Gemme n° 81

“Ho scelto questa canzone perché mi ha fatto riflettere molto sull’importanza della famiglia e della relazione tra genitore e figlio e o capito che, anche se apparteniamo a due mondi differenti e magari noi ci sentiamo incompresi e soli, dobbiamo ritenerci fortunati ad avere persone come loro che ci aiutano ad affrontare la vita proteggendoci, come dice la canzone, dalle nostre paure, dai turbamenti e dalle ingiustizie e ci sostengono nei dolori e nei fallimenti.”
E’ così che S. (classe seconda) ha presentato e poi commentato “La cura” di Franco Battiato. Personalmente uno degli aspetti che più mi piace di questo brano è quello del sollevamento-sollievo, parole che hanno la stessa etimologia e che fanno riferimento alla dinamica dell’innalzamento a cui mi pare corrisponda il verso “Supererò le correnti gravitazionali”. Quello di allontanarsi verso l’alto dalle vicende terrene, anche solo per osservarle da lontano per valutarle meglio, è un tema molto caro a Battiato e a molti uomini spirituali. Afferma Richard Bach ne “Il gabbiano Jonathan Livingston”: “Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano”.

Gemme n° 67

fede

“Ho portato come gemma una cosa che porto sempre con me. E’ un anello particolare: è la fede di mio papà, che mi ha dato poco prima di andarsene. Sono fiero di portarla e la sento molto mia anche perché l’ho scelta io insieme alla mamma e l’ho portata io al loro matrimonio. Quando sono giù, mi dà la forza, mi aiuta a pensare al passato, a come lui abbia combattuto fino all’ultimo e ne sia uscito comunque vincitore, nonostante tutto.” Forte è stata la commozione di A. (classe terza) e di tutti mentre presentava la sua gemma. Penso che ricordare nell’amore chi non c’è più sia una delle maniere per mantenere viva quella persona; mi piace immaginare che chi se ne va lasci un testamento d’amore aperto che spetta a chi rimane portare a termine, col ricordo ma anche col proprio essere e il proprio fare. Quello di A. è stato un modo di dare ancora vita a suo padre.

Gemma n° 65

Mani  rugose

Non pubblico la gemma di C. (classe seconda) in quanto si tratta di una foto privata: “Ho portato l’unica foto con mio nonno che se n’è andato questa estate, il 23 agosto, dopo un anno e mezzo di malattia. Per me, avendo passato l’infanzia con lui, è come un padre e l’ho assistito fino alla fine. Questa foto è stata scattata in Slovenia, all’ultimo pranzo fatto in famiglia.”

Dice Alex Haley: “Nessuno può fare per i bambini quel che fanno i nonni: essi spargono polvere di stelle sulla vita dei più piccoli.”

Gemme n° 62

La gemma di K. (classe terza) è la storia del suo rapporto col padre: “Non è mai stato un rapporto facile, fin da piccola; in seguito si è ancora di più complicato. A un certo punto mi sono trovata davanti a una scelta: o mi dimenticavo di lui o dovevo perdonarlo. Ho scelto quest’ultima strada che ho fatto. Ho scritto la nostra storia su questo foglio che le chiedo di leggere: non arriverei fino in fondo.”
E’ stata forte l’emozione in classe. Così si conclude lo scritto di K.: “Credo che la mia esperienza come molte altre possa rappresentare un invito a scegliere con il cuore riconoscendo che il segreto è nel presente e se prestiamo attenzione al presente possiamo migliorarlo, e se miglioriamo il presente anche quello che accadrà dopo sarà migliore.”
C’è una canzone di Francesco Guccini che ho sempre trovato molto struggente e il cui testo è ricco di suggestioni e immagini. Certo non corrisponde alla lettera a quanto descritto da K., ma quelle ultime quattro parole sono tutte per lei:
«E un giorno ti svegli stupita e di colpo ti accorgi che non sono più quei fantastici giorni all’asilo di giochi, di amici e se ti guardi attorno non scorgi le cose consuete, ma un vago e indistinto profilo. E un giorno cammini per strada e ad un tratto comprendi che non sei la stessa che andava al mattino alla scuola, che il mondo là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola. E tuo padre ti sembra più vecchio e ogni giorno si fa più lontano, non racconta più favole e ormai non ti prende per mano, sembra che non capisca i tuoi sogni sempre tesi fra realtà e sperare e sospesi fra voglie alternate di andare e restare. E un giorno ripensi alla casa e non è più la stessa in cui lento il tempo sciupavi quand’eri bambina, in cui ogni oggetto era un simbolo ed una promessa di cose incredibili e di caffellatte in cucina. E la stanza coi poster sul muro ed i dischi graffiati, persi in mezzo ai tuoi libri e a regali che neanche ricordi, sembra quasi il racconto di tanti momenti passati come il piano studiato e lasciato anni fa su due accordi. E tuo padre ti sembra annoiato e ogni volta si fa più distratto, non inventa più giochi e con te sta perdendo il contatto. E tua madre lontana e presente sui tuoi sogni ha da fare e da dire, ma può darsi non riesca a sapere che sogni gestire, che sogni gestire.
Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro, capirai che altra gente si è fatta le stesse domande, che non c’è solo il dolce ad attenderti, ma molto d’amaro e non è senza un prezzo salato diventare grande. I tuoi dischi, i tuoi poster saranno per sempre scordati, lascerai sorridendo svanire i tuoi miti felici come oggetti di bimba, lontani ed impolverati, troverai nuove strade, altri scopi ed avrai nuovi amici. Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po’ folle un po’ saggio nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio, la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato, la paura e il coraggio di dire: “io ho sempre tentato”».

Gemme n° 56

“La prima volta che ho visto questo filmato mi sono commossa perché mi ha colpito molto: contiene un messaggio forte, con temi anche pesanti e impegnativi, ma verso la fine c’è un messaggio molto bello.” Sono le parole di E. (classe seconda), che così ha continuato: “Penso che nella vita si soffra, capiti di essere derisi, però bisogna andare oltre, senza credere a quanto ci viene detto. Se siamo qui, c’è un motivo; coloro che dicono queste cattiverie hanno torto, perché noi abbiamo un valore. Mi piacciono molto il tono di voce e la scelta delle parole.”

Propongo una storiella raccolta da Bruno Ferrero: basta poco, veramente poco a far scoppiare chi ha raggiunto il limite. Basta poco, altrettanto poco, a farlo stare meglio. Perché sempre più persone fanno fatica a vedere i talenti che hanno dentro?
“Dimmi, quanto pesa un fiocco di neve?”, chiese la cinciallegra alla colomba.
“Meno di niente”, rispose la colomba.
La cinciallegra, allora, raccontò alla colomba una storia: “Riposavo sul ramo di un pino quando cominciò a nevicare. Non una bufera, no, una di quelle nevicate lievi lievi, come un sogno. Siccome non avevo niente di meglio da fare, cominciai a contare i fiocchi che cadevano sul mio ramo. Ne caddero 3.751.952. Quando, piano piano, lentamente sfarfallò giù il 3.751.953esimo – meno di niente, come hai detto tu – il ramo si ruppe…”
Detto questo la cinciallegra volò via.”

Gemme n° 29

“Ho visto questo filmato in estate e mi è venuto in mente appena il prof ci ha proposto questo lavoro delle gemme. Mi piace l’idea che c’è dietro, quella di dare speranza, di regalare un sorriso e dei sogni a chi ne ha bisogno. La vita è troppo breve per essere sprecata, dice la canzone. Penso che noi possiamo e dobbiamo essere il cambiamento per chi ha perso la speranza.”

Ecco il video proposto da C. (classe quarta).

Nelle spiegazioni del video i ragazzi spiegano che per questo filmato hanno utilizzato ceciliaun attore perché non trovavano giusto filmare una persona nel disagio senza chiedere l’autorizzazione né sapere chi fosse. Mi sono venute in mente le pagine del libro che sto leggendo: “Ballando con Cecilia” di Pino Roveredo. Si racconta l’approccio di una persona a un ex Manicomio e ai suoi abitanti, un approccio che si basa su cose semplici, essenziali: “E’ anche vero che le sigarette, come i calici di vino o i caffè che si offrono alle soste indigenti appoggiate al bancone, diventano un ottimo motivo per frequentare il saluto, la discussione breve, o la battuta che muove la noia”. Il protagonista riesce a far breccia con una cioccolata bianca nella scontrosa difesa di Cecilia, che afferma “Sì, le cioccolate, e tutto quello che ha a che fare con il gusto dolce… Io ho sempre pensato che se mettessero lo zucchero sopra il dolore si soffrirebbe di meno e si guarirebbe prima, ma molto prima…”.