Ti ho amato

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Il 4 ottobre è stata firmata “Dilexi te” la prima esortazione apostolica da Robert Francis Prevost, papa Leone XIV. Prendo la notizia e un articolo di presentazione da Vatican News. Il testo integrale si può trovare qui, sul sito della Santa Sede.

Dilexi te, “Ti ho amato”. L’amore di Cristo che si fa carne nell’amore ai poveri, inteso come cura dei malati; lotta alle schiavitù; difesa delle donne che soffrono esclusione e violenza; diritto all’istruzione; accompagnamento ai migranti; elemosina che “è giustizia ristabilita, non un gesto di paternalismo”; equità, la cui mancanza è “radice di tutti i mali sociali”. Leone XIV firma la sua prima esortazione apostolica, Dilexi te, testo in 121 punti che sgorga dal Vangelo del Figlio di Dio che si è fatto povero sin dal suo ingresso nel mondo e che rilancia il Magistero della Chiesa sui poveri negli ultimi centocinquant’anni. “Una vera miniera di insegnamenti”.

Sul solco dei predecessori
Il Pontefice agostiniano con questo documento firmato il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, il cui titolo è tratto dal Libro dell’Apocalisse (Ap 3,9), si inserisce così sul solco dei predecessori: Giovanni XXIII con l’appello ai Paesi ricchi nella Mater et Magistra a non rimanere indifferenti davanti ai Paesi oppressi da fame e miseria (83); Paolo VI, la Populorum progressio e l’intervento all’Onu “come avvocato dei popoli poveri”; Giovanni Paolo II che consolidò dottrinalmente “il rapporto preferenziale della Chiesa con i poveri”; Benedetto XVI e la Caritas in Veritate con la sua lettura “più marcatamente politica” delle crisi del terzo millennio. Infine, Francesco che della cura “per i poveri” e “con i poveri” ha fatto uno dei capisaldi del pontificato.

Un lavoro iniziato da Francesco e rilanciato da Leone
Proprio Francesco aveva iniziato nei mesi prima della morte il lavoro sull’esortazione apostolica.
Come con la Lumen Fidei di Benedetto XVI, nel 2013 raccolta da Jorge Mario Bergoglio, anche questa volta è il successore a completare l’opera che rappresenta una prosecuzione della Dilexit Nos, l’ultima enciclica del Papa argentino sul Cuore di Gesù. Perché è forte il “nesso” tra amore di Dio e amore per i poveri: tramite loro Dio “ha ancora qualcosa da dirci”, afferma Papa Leone. E richiama il tema della “opzione preferenziale” per i poveri, espressione nata in America Latina (16) non per indicare “un esclusivismo o una discriminazione verso altri gruppi”, bensì “l’agire di Dio” che si muove a compassione per la debolezza dell’umanità.
Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo (9).

I “volti” della povertà
Numerosi gli spunti per la riflessione, numerose le spinte all’azione nella esortazione di Robert Francis Prevost, in cui vengono analizzati i “volti” della povertà. La povertà di “chi non ha mezzi di sostentamento materiale”, di “chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità”; la povertà “morale”, “spirituale”, “culturale”; la povertà “di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà” (9).

Nuove povertà e mancanza di equità
Di fronte a questo scenario, il Papa giudica “insufficiente” l’impegno per rimuovere le cause strutturali della povertà in società segnate “da numerose disuguaglianze”, dall’emergere di nuove povertà “più sottili e pericolose” (10), da regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza, “ma senza equità”.
La mancanza di equità è la radice dei mali sociali (94).

La dittatura di un’economia che uccide
“Quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa misurandola con criteri di altre epoche non paragonabili con la realtà attuale”, afferma Leone XIV (13). Da questo punto di vista, saluta “con favore” il fatto che “le Nazioni Unite abbiano posto la sconfitta della povertà come uno degli obiettivi del Millennio”. La strada tuttavia è lunga, specie in un’epoca in cui continua a vigere la “dittatura di un’economia che uccide”, in cui i guadagni di pochi “crescono esponenzialmente” mentre quelli della maggioranza sono “sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice” e in cui sono diffuse le “ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria” (92).

Cultura dello scarto, libertà del mercato, pastorale delle élite
È segno, tutto questo, che ancora persiste – “a volte ben mascherata” – una cultura dello scarto che “tollera con indifferenza che milioni di persone muoiano di fame o sopravvivano in condizioni indegne dell’essere umano” (11). Il Papa stigmatizza allora i “criteri pseudoscientifici” per cui sarà “la libertà del mercato” a portare alla “soluzione” del problema povertà, come pure quella “pastorale delle cosiddette élite”, secondo la quale “al posto di perdere tempo con i poveri, è meglio prendersi cura dei ricchi, dei potenti e dei professionisti” (114).
Di fatto, i diritti umani non sono uguali per tutti (94).

Trasformare la mentalità
Ciò che invoca il Papa è, dunque, una “trasformazione di mentalità”, affrancandosi anzitutto dalla “illusione di una felicità che deriva da una vita agiata”. Cosa che spinge molte persone a una visione dell’esistenza imperniata su ricchezza e successo “a tutti i costi”, anche a scapito degli altri e attraverso “sistemi politico-economico ingiusti” (11).
La dignità di ogni persona umana dev’essere rispettata adesso, non domani (92).

In ogni migrante respinto c’è Cristo che bussa
Ampio lo spazio che Leone XIV dedica poi al tema delle migrazioni. A corredare le sue parole, l’immagine del piccolo Alan Kurdi, il bimbo siriano di 3 anni divenuto nel 2015 simbolo della crisi europea dei migranti con la foto del corpicino senza vita su una spiaggia. “Purtroppo, a parte una qualche momentanea emozione, fatti simili stanno diventando sempre più irrilevanti come notizie marginali” (11), constata il Pontefice.
Al contempo ricorda l’opera secolare della Chiesa verso quanti sono costretti ad abbandonare le proprie terre, espressa in centri accoglienza, missioni di frontiera, sforzi di Caritas Internazionale e altre istituzioni (75).
La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza. E sa che in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità (75).
Sempre in tema migrazioni, Robert Prevost fa suoi i famosi “quattro verbi” di Papa Francesco: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. E di Papa Francesco mutua pure la definizione dei poveri non solo oggetto della nostra compassione ma “maestri del Vangelo”.
Servire i poveri non è un gesto da fare “dall’alto verso il basso”, ma un incontro tra pari… La Chiesa, quindi, quando si china a prendersi cura dei poveri, assume la sua postura più elevata (79).

Le donne vittime di violenza ed esclusione
Il Successore di Pietro guarda poi all’attualità segnata da migliaia di persone che ogni giorno muoiono “per cause legate alla malnutrizione” (12). “Doppiamente povere”, aggiunge, sono “le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti” (12).

“I poveri non ci sono per caso…”
Papa Leone XIV traccia una approfondita riflessione sulle cause stesse della povertà: “I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà”, sottolinea (14). “Ovviamente tra i poveri c’è pure chi non vuole lavorare”, ma ci sono anche tanti uomini e donne che magari raccolgono cartoni dalla mattina alla sera giusto per “sopravvivere” e mai per “migliorare” la vita. Insomma, si legge in uno dei punti focali di Dilexi te, non si può dire “che la maggior parte dei poveri lo sono perché non hanno acquistato dei meriti, secondo quella falsa visione della meritocrazia dove sembra che abbiano meriti solo quelli che hanno avuto successo nella vita” (14).

Ideologie e orientamenti politici
Talvolta, osserva Papa Leone, sono gli stessi cristiani a lasciarsi “contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti”.
C’è chi continua a dire: “Il nostro compito è di pregare e di insegnare la vera dottrina”. Ma, svincolando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, oppure che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, insegnando loro piuttosto a lavorare (114)

L’elemosina spesso disdegnata
Sintomo di questa mentalità è il fatto che l’esercizio della carità risulti talvolta “disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale” (15). A lungo il Papa si sofferma sulla elemosina, raramente praticata e spesso disdegnata (115).
Come cristiani non rinunciamo all’elemosina. Un gesto che si può fare in diverse maniere, e che possiamo tentare di fare nel modo più efficace, ma dobbiamo farlo. E sempre sarà meglio fare qualcosa che non fare niente. In ogni caso ci toccherà il cuore. Non sarà la soluzione alla povertà nel mondo, che va cercata con intelligenza, tenacia, impegno sociale. Ma noi abbiamo bisogno di esercitarci nell’elemosina per toccare la carne sofferente dei poveri (119).

Indifferenza da parte dei cristiani
Sulla stessa scia, il Papa denota “la carenza o addirittura l’assenza dell’impegno” per la difesa e promozione dei più svantaggiati in alcuni gruppi cristiani (112). Se una comunità della Chiesa non coopera per l’inclusione di tutti, ammonisce, “correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti” (113).
Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri (36)

La testimonianza di santi, beati e ordini religiosi
A controbilanciare questo atteggiamento di indifferenza, c’è un mondo di santi, beati, missionari che, nei secoli, hanno incarnato l’immagine di “una Chiesa povera per i poveri” (35). Da Francesco d’Assisi e il suo gesto di abbracciare un lebbroso (7) a Madre Teresa, icona universale della carità dedita ai moribondi dell’India “con una tenerezza che era preghiera” (77). E ancora San Lorenzo, San Giustino, Sant’Ambrogio, San Giovanni Crisostomo, il suo Sant’Agostino che affermava: “Chi dice di amare Dio e non ha compassione per i bisognosi mente” (45).
Leone ricorda ancora l’opera dei Camilliani per i malati (49), delle congregazioni femminili in ospedali e case di cura (51). Ricorda l’accoglienza nei monasteri benedettini a vedove, bambini abbandonati, pellegrini e mendicanti (55). E ricorda pure francescani, domenicani, carmelitani, agostiniani che hanno avviato “una rivoluzione evangelica” attraverso uno “stile di vita semplice e povero” (63), insieme a trinitari e mercedari che, battendosi per la liberazione dei prigionieri, hanno espresso l’amore di “un Dio che libera non solo dalla schiavitù spirituale, ma anche dall’oppressione concreta” (60).
La tradizione di questi Ordini non si è conclusa. Al contrario, ha ispirato nuove forme di azione di fronte alle schiavitù moderne: il traffico di esseri umani, il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, le diverse forme di dipendenza. La carità cristiana, quando si incarna, diventa liberatrice (61).

Il diritto all’educazione
Il Pontefice richiama inoltre l’esempio di San Giuseppe Calasanzio, che diede vita alla prima scuola popolare gratuita d’Europa (69), per rimarcare l’importanza dell’educazione dei poveri: “Non è un favore, ma un dovere”.
I piccoli hanno diritto alla conoscenza, come requisito fondamentale per il riconoscimento della dignità umana (72).

La lotta dei movimenti popolari
Nell’esortazione il Papa fa cenno pure alla lotta contro gli “effetti distruttori dell’impero del denaro” da parte dei movimenti popolari, guidati da leader “tante volte sospettati e addirittura perseguitati” (80). Essi, scrive, “invitano a superare quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri” (81).

Una voce che svegli e denunci
Nelle ultime pagine del documento, Leone XIV fa appello all’intero Popolo di Dio a “far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga anche a costo di sembrare degli stupidi”.
Le strutture d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene, attraverso il cambiamento delle mentalità ma anche, con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società (97).

I poveri, non un problema sociale ma il centro della Chiesa
È necessario che “tutti ci lasciamo evangelizzare dai poveri”, esorta il Papa (102). “Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una questione familiare. Sono dei nostri”. Pertanto “il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa” (104).
I poveri sono nel centro stesso della Chiesa (111).”

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D’amore, di morte, di potere, ma soprattutto d’amore

Pubblico un altro editoriale di Fabio Cantelli Anibaldi scritto su Lavialibera. Parte da una considerazione della saggista Anne Applebaum (di cui ho apprezzato il libro Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici) su Vladimir Putin per poi considerare una paura che accomuna tutti gli uomini ma che viene affrontata in modi molto diversi: la paura della morte. Riflette su come il potere e il suo esercizio possano regalare l’illusione di dominare il tempo e, di conseguenza, sottomettere la morte. Solo facendo pace con il proprio limite, con le proprie paure, con il proprio bisogno d’amore, si può arrivare ad amare sorella morte e apprezzare la vita come “un’avventura di amore e di pace, di passione e di conoscenza”. Ritengo che gli spunti di riflessione siano veramente molti.

Sembra ossessionato e pieno d’odio. Sembra entrato in una fase nuova. Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere. Di certo è vissuto isolato per due anni, a causa della pandemia. Mi chiedo cos’abbia fatto, cos’abbia letto e guardato, per tutto quel tempo, da solo. Oggi sembra un uomo malato, disturbato. Così parla di Vladimir Putin la saggista americana Anne Applebaum, vincitrice nel 2004 del Pulitzer con un monumentale studio sui Gulag sovietici, intervistata dal Corriere della Sera.
Parole che dicono l’incapacità e insieme il timore dell’Occidente a indagare le radici della guerra, limitandosi a una scontata condanna morale corroborata da manifestazioni in cui urlare la propria indignazione. Non metto in dubbio la buona fede di chi è “sceso in piazza” né la buona volontà del Papa che invita anche i non cristiani a digiunare il primo giorno di Quaresima. Penso solo che non serva a nulla, che la guerra non si ferma denunciandone l’orrore – quante migliaia di volte è stato fatto? – e che chi la fa troverà sempre una buona ragione o almeno un alibi per continuare a farla, tanto più se i suoi accusatori lo definiscono un criminale: cosa che, lungi dal ferirli, esalta i criminali.
Le parole di Applebaum sono in tal senso emblematiche. La studiosa si avvicina al nocciolo della questione quando osserva che, dopo la pandemia, Putin pare entrato in una fase nuova: ossessiva, disturbata, malata. Ma subito se ne allontana quando commenta: “non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere”.

È proprio questa presunta alternativa a impedirle di capire che le due paure sono, in realtà, una: paura della morte e di perdere il potere sono facce di una stessa medaglia quando l’esercizio del potere assume forme patologiche, ossia quando diventa, come perlopiù accade, una droga.  In tal senso per Putin – come per tutti i potenti della Terra – la lunga stagione del covid dev’essere stata un incubo. Non tanto o non solo perché ha sentito la propria incolumità in pericolo, ma perché il covid ha dimostrato un potere sulle vite degli altri infinitamente maggiore del suo. Per un uomo di potere – politico o economico che sia – la morte è pietra d’inciampo, smacco, scandalo perché è l’unica cosa sulla quale il suo potere non può nulla. La morte rivela la natura fittizia, teatrale del delirio di onnipotenza degli esseri umani quando non sono educati a riconoscere il loro limite costitutivo, il loro essere irrimediabilmente mortali. Delirio che però non riguarda solo gli uomini che concentrano su di sé enormi quantità di potere. Troppo bello se il problema fosse riducibile ai Putin, ai Bolsonaro e alle loro imitazioni in salsa pseudodemocratica tipo Johnson. O ancora, spostandosi in ambito economico-finanziario, ai vari Bezos, Musk, Zuckerberg… Il problema si estende agli innumerevoli che, se fossero al posto dei succitati, si comporterebbero allo stesso modo se non peggio. Se concentrato nelle mani di un autocrate vero o potenziale – cioè di qualunque persona si identifichi con un “io” non avendo scoperto come Rimbaud che «io è un altro» – il potere è droga che fa sentire onnipotenti perché decide sulla vita e la morte degli altri, considerati alla stregua di sudditi, soldati o impiegati di quel potere. 
Lo stesso vale per il denaro. Il time is money di Rockfeller e dei primi miliardari moderni si è capovolto in money is time: possedere denaro dà l’illusione di vivere più a lungo, accumularlo quella di vivere per sempre. Il predominio del capitale poggia su una garanzia di durata: se sono ricco potrò fronteggiare gli imprevisti della vita, se ho miliardi di euro o dollari ne uscirò indenne da quasi tutti. Quel “quasi” allude all’incontro con la morte, eventualità che i super-ricchi e gli autocrati rimuovono costantemente dal loro orizzonte psichico e esistenziale proprio perché la temono come nulla al mondo. La morte: screanzata guastafeste che osa presentarsi nella sala dove il potente e la sua cricca stanno ridendo, ballando, gozzovigliando, fornicando per ricordare a tutti che la festa un giorno finirà. Magnati e dittatori sono accomunati dalla stessa priorità: rimuovere il pensiero della morte per abbandonarsi spensierati all’ebbrezza che procura l’eccesso di soldi e di potere.
Chissà cos’ha fatto, si chiede Applebaum, Putin durante l’epidemia? Cosa avrà pensato nei momenti infinitamente lunghi in cui il suo potere non valeva quasi più nulla? In cui non poteva più addobbarsi di costumi magniloquenti o intimidatori, in cui era stato sottratto alla sua scena?  Se non fosse l’omuncolo tronfio e anche pavido che è, si sarebbe sentito mancare il terreno da sotto i piedi e, abbandonandosi al vuoto, avrebbe fatto pace con il suo limite, con le sue paure, con il suo bisogno d’amore, il bisogno d’amore che segna il soggiorno degli umani su questa Terra perché nasce dalla consapevolezza di esserne ospiti contingenti, viandanti mortali.  Ma è come togliere a un tossicomane l’eroina: superata la crisi d’astinenza si pone per lui il vero problema, cioè avere il coraggio di cambiare davvero, di andare al fondo delle sue paure – in primis quella di morire – e scoprire cosa c’è alla radice della dipendenza, il bisogno di amare e di essere amato, di sentirsi nutrito e protetto come nel grembo materno. Se questo coraggio non c’è e se non c’è nemmeno l’umiltà di chiedere sostegno affinché maturi in lui, il canto delle sirene della droga diventa richiamo ammaliante e irresistibile. Putin questo coraggio non ce l’ha avuto, come miliardi di uomini su questa Terra, ed ecco allora che il mondo dopo la pandemia si prospetta minacciosamente simile se non uguale al precedente, come se la lezione della pandemia – siete tutti interdipendenti, siete tutti vulnerabili – non fosse servita a nulla. Uscire da una crisi ma uscirne uguali è il peggio che ci si possa augurare: una crisi è, sempre, un’occasione di cambiamento cioè di vita, perché la vita è nella sua essenza divenire. La vita gira al largo dalle anime cristallizzate, si ritira dagli uomini che non mollano la presa da sé stessi, gli uomini che si preoccupano soltanto  di affermarsi e durare.
Tornando alla guerra, è la rimozione della mortalità a rendere crudele il potere e intrinsecamente violento il sistema che gli fa capo. Chi detiene il potere ma disconosce la sua mortalità per ciò stesso si costruisce un’immunità psicologica dalla morte uccidendo o facendo uccidere. La logica che, a loro insaputa – ne sono vittime ma non lo sanno – guida tutti i Putin di questa Terra può essere espressa così: ti faccio uccidere quindi prendo il posto della morte impersonale che colpisce a caso, la morte che accade a tutti e per tutti meno che a me, che la eguaglio per onnipotenza. Una civiltà che non riconosce la morte la infligge, e quel che resta dell’Occidente è un infliggere la morte per sentirsi onnipotenti e, finché si può, immortali.
Poi c’è modo e modo d’infliggere la morte e in tal senso mi pare che si debba almeno riconoscere a Putin il merito di giocare a carte scoperte, usando gli eserciti e le armi. C’è un modo più subdolo e vigliacco di uccidere con l’economia. Si parla in questi giorni di “sanzioni” contro la Russia come se il sistema economico neoliberista non fosse di per sé sanzionatorio, mosso da una logica selettiva che prevede diritti ridotti a privilegi, appannaggi riservati a chi se li può permettere, cioè a chi ha i soldi per acquisirli. Il “mercato” è una prosecuzione su vasta scala della logica dei lager o dei gulag, dove, tolti i comandanti dei campi e le loro cricche – i Rudolf Höss, gli Franz Stangl, i Naftaly Frenkel – non veniva subito ucciso solo chi era in grado di lavorare, venendo ucciso poi dal carico di lavoro, dalla fame, dalle malattie. 
In conclusione, come uscire da questo circolo vizioso che riguarda non solo autocrati e magnati ma la natura umana in generale, come ci racconta da sempre la grande arte e letteratura, affascinata di come basti un po’ di potere per corrompere l’animo dell’uomo, essere in gran parte codardo, incapace di guardare in faccia la sua fragilità?È evidente che non se ne esce senza una nuova cultura ed educazione che, a differenza di quelle tecnologiche/tecnocratiche, tutte volte a formare impiegati del “sistema mercato”, insegni a riconoscere e a rispettare la morte, a tenerne conto. E infine a volerle bene, perché è per lei, grazie a lei, che sentiamo il bisogno di amare e di essere amati, è solo per lei che la vita può essere una meravigliosa avventura di amore e di pace, di passione e di conoscenza.”

9. Non tradire il patto fiscale

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi. Il nono è esplicato da Maurizio Ferrera, professore di Scienza Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano. Lo si può trovare a questo link.

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“Quando il pastore americano Jonathan Mayhevv, in un sermone del 1750, pronunciò la celebre frase No Taxation without Representation, non immaginava d’aver appena definito il fondamento del patto fiscale democratico: lo Stato può tassare solo se espressamente autorizzato dai cittadini. Nato per limitare il potere pubblico, il principio dell’autorizzazione democratica ha in realtà consentito nel tempo un incessante aumento del prelievo. Dagli anni Cinquanta le entrate dello Stato italiano sono più che raddoppiate in percentuale sul Pil (oggi al 48%). I sondaggi segnalano che quote crescenti di elettori, non solo in Italia, ritengono un simile carico eccessivo e vessatorio.
Questa «alienazione» fiscale ha innanzitutto motivazioni utilitariste: pensiamo di pagare troppo per i benefici che riceviamo. Un calcolo preciso è impossibile, ma è vero che molti servizi pubblici sono di qualità scadente e potrebbero essere trasferiti al mercato. La psicologia cognitiva insegna tuttavia che tendiamo inevitabilmente a sovrastimare le perdite e a sottostimare i guadagni, soprattutto se potenziali (ad esempio assistenza gratuita in caso di malattia). Siamo inoltre continuamente tentati dal cosiddetto free riding: la corsa gratis, cioè ottenere qualcosa senza pagarla. La sensazione di essere tartassati è in parte frutto di simili disposizioni. Lo Stato non può rinunciare al «bastone» per farci pagare le tasse. Deve usare forme di controllo capaci di contrastare l’evasione, cercando però di non diventare oppressivo.
Il patto fiscale è oggi in crisi anche per ragioni di natura culturale: si sono affievoliti i sentimenti di appartenenza collettiva sui quali hanno storicamente poggiato le «etiche dei doveri». Uso il plurale perché nella cultura europea ci sono etiche diverse. Nei Paesi nordici la parola tassa vuol dire anche tesoro condiviso. Nei Paesi latini il termine imposta (impôt, impuesta) evoca invece la sottrazione forzosa di ciò che è nostro. È proprio in Sud Europa che il generale indebolimento delle appartenenze, combinandosi con tradizioni conflittuali, pone oggi al patto fiscale una sfida di particolare intensità.
La tassazione (livelli, modalità, equità) è destinata a rimanere una questione politica centrale. Per contenere il rischio di alienazione (e protesta) fiscale, il principio di autorizzazione democratica da solo non basta più. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, modernizzare l’esazione rendendola più equa e, soprattutto, recuperare soglie minime di etica della cittadinanza, ricordando che non ci possono essere diritti senza doveri.”

Tra futuri possibili e probabili, tra utopie e distopie

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Qualche settimana avevo letto un articolo molto interessante di Giovanni Bitetto su L’Indiscreto. Oggi l’ho ripreso in mano e ho deciso di pubblicarlo sul blog. Vi si tratta di tecnologia, di presente e futuro, di utopie e distopie, di visioni e decisioni politiche, di aziende e stato, di economia e open source. L’ultima frase del pezzo desidero inserirla qui, in modo da fornire un’idea concisa ed efficace dei temi toccati: “Se virtuale e reale sono legati indissolubilmente – al punto che non è  più necessario fare una distinzione – allora la prospettiva di mondi alternativi, di futuri possibili, di utopie immaginabili,  si configura come un campo di battaglia importante per la governabilità del presente”.
“Quando usiamo lo smartphone accediamo a un universo più ampio, che travalica il semplice utilizzo di una tecnologia. Nel perimetro del touchscreen si succedono diversi spazi virtuali, e noi possiamo accedere in contesti differenti: dai social network come Facebook, Instagram o Twitter, alle dating app quali Tinder o Happn, agli shop online di Amazon e Apple. Attraverso l’artefatto dello smartphone – che in poco più di dieci anni è diventato il simbolo della nostra epoca – ci connettiamo a un cosmo esteso di saperi, che potenzia le nostre possibilità di agire nel quotidiano e allo stesso tempo ci condiziona sottilmente. Il flusso dell’informazione digitale ci investe e occupa uno porzione sempre più cospicua della nostra quotidianità, modifica le categorie cognitive dell’uomo, espandendo e frammentando la nozione di spazio, usurando e disgregando i concetti di vecchio e nuovo. Se Georg Simmel parlava di «intensificazione della vita nervosa» agli albori della modernità metropolitana, ora che l’uomo vive in uno spazio virtuale – e che le stesse città, seguendo la retorica capitalista delle “smart city”, si stanno attrezzando per diventare nient’altro che hub per l’accesso al mondo digitale – la quotidianità si sintetizza in una sequela frenetica di stimoli. L’uomo contemporaneo deve controllare molteplici saperi, è spinto a stare al passo con un ciclo di obsolescenza e aggiornamento tecnologico in cui le nozioni di passato e futuro si assottigliano fino a svanire in un eterno e nebuloso presente.
Lo studioso di media Henry Jenkins parla di “cultura convergente”, ovvero un cambiamento del paradigma culturale in cui i consumatori sono stimolati a ricercare nuove informazioni e ad attivare connessioni tra contenuti mediatici differenti. La convergenza avviene nel cervello dei singoli consumatori nonché nelle loro reciproche interazioni sociali. Ognuno di noi si crea una personale visione del mondo dai frammenti di informazione estratti dal flusso mediatico, che sono poi reinterpretati nell’orizzonte di senso della vita di ciascuno. Visto che abbiamo a disposizione, su qualsiasi tema, più dati di quelli che ognuno di noi può immagazzinare, siamo maggiormente incentivati a parlare di ciò che fruiamo.
Eppure, a ben guardare, la convergenza non è solo una dinamica cognitiva propiziata dalle nuove tecnologie, bensì una meccanica concreta che dà modo alle stesse tecnologie di interagire fra loro, di strutturarsi in un nuovo sistema coeso e indeterminato, in sostanza di creare dei vettori che si intersecano e si configurano come una rete onnipresente. Tale processo di unificazione viene indicato come “internet delle cose”. Il modello dell’internet delle cose riassume in sé una molteplicità di protocolli, piattaforme, capacità tecnologiche, spazi reali e virtuali. Tutto ciò che collega i diversi dispositivi, i servizi, i fornitori e le performance implicate in tale assemblaggio è il tentativo di rendere sensibili, e disponibili per l’analisi e l’elaborazione, le situazioni della vita quotidiana.
Quando compriamo qualcosa su Amazon la nostra scelta è registrata e immagazzinata assieme a miliardi di altre, la grande mole di dati è ridotta a modelli e tendenze che vengono usati per strutturare la nostra esperienza digitale futura. Così Amazon ci consiglia cosa potrebbe suscitare la nostra attenzione, cosa interesserebbe al “tipo”che incarniamo (un tipo le cui scelte, per la macchina, non sono altro che una sequenza di dati). Allo stesso modo su Facebook sono indicizzate le nostre interazioni, strutturate secondo un paradigma che va a rafforzare i feedback positivi di utenti coevi al nostro sentire, e dunque mira a consolidare idee e consumi, in modo da renderci più riconoscibili e incasellabili in una determinata categoria. L’internet delle cose estende l’influenza immateriale delle informazioni al mondo dei dispositivi fisici, a essere indicizzati sono i percorsi che facciamo e che registriamo grazie alla nostra app contapassi, oppure le strade che percorriamo con le auto a tecnologia “driveless” prossime venture.
Il paradosso di uno sviluppo tecnologico così repentino appare chiaro: da una parte la possibilità di allargare la nostra area di influenza a campi materiali e del sapere che nemmeno avremmo immaginato di prendere in considerazione, dall’altra la sconfortante sensazione di essere ridotti a dati, scomposti in una serie di parametri che riducono la sfera umana alla mera intersezione di svariati fattori catalogabili. E la catalogazione va di pari passo con la commercializzazione, le componenti dell’umano si uniformano al discorso della merce in maniera sempre più mimetica, una delle cause è da ricercare nello sviluppo tecnologico. Proprio la tecnologia non è un fattore neutro, come vuole la vulgata comune, non dipende “da che utilizzo se ne fa” o “ per quali scopi la si usa”. Occorre piuttosto chiedersi chi eroga i servizi di cui usufruiamo, chi disegna il campo di possibilità dello spazio digitale, quali sono i confini e le interazioni ipotizzabili nell’internet delle cose, come si configurano allo stato dell’arte attuale; e soprattutto che visione del mondo ha chi eroga questi servizi, chi commercializza tali dispositivi, chi ci spinge a propendere per un determinato assetto dei rapporti umani, economici e sociali.
I progetti e le credenze di chi presiede le principali aziende della Silicon Valley – i cosiddetti GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) – non sono facilmente decifrabili, eppure gli sforzi di queste multinazionali sembrano orientati a estendere la propria sfera di influenza in più settori possibili, e con gradi di penetrazione sempre maggiori. Quando ci occupiamo di tecnologia dimentichiamo di prendere in considerazione i modi di produzione e l’ideologia che ne sostiene l’utilizzo e i criteri di applicabilità. L’orizzonte in cui le tecnologie si sviluppano – almeno nell’occidente contemporaneo – è quello del capitalismo di matrice neoliberista. Come vuole un vecchio adagio di stampo modernista, la tecnologia dovrebbe emancipare l’uomo dalla sua condizione di natura, cosa che forse sta effettivamente accadendo. Le protesi tecnologiche stanno espandendo le capacità dell’umano, ma nella nostra esperienza quotidiana l’effetto più lampante è l’aumento della competitività, il radicarsi del dogma della performatività, l’ansia crescente della prestazione. Le tecnologie odierne, iscritte in questo sistema di valori e in questi modi di produzione, sono elementi che rafforzano la grammatica del neoliberismo. Non muta la scala di valori su cui si applicano i nuovi ritrovati della tecnica, ma si rende più evidente lo scarto fra le performance dell’uomo e quelle della macchina; non è la macchina ad adeguarsi all’uomo, ma è l’uomo che si deve sforzare di tenere il ritmo della macchina.
Come ricorda Adam Greenfield in “Tecnologie radicali”: «Ogni volta che ci viene propinata una qualche aspirazione al post-umano, dobbiamo riconoscere gli impulsi prevedibilmente dozzinali e fin troppo umani che vi sono alla base, tra i quali la brama di guadagnare dallo sfruttamento degli altri e la mera volontà di potere e controllo». Dietro la retorica della presunta emancipazione si nasconde l’ennesima mutazione del discorso neoliberista, Greenfield continua: «L’aspetto più fuorviante di questo corpus retorico risiede nel divario continuamente esistente tra le affermazioni tecno utopiche riguardo cosa “può” o “potrebbe” produrre una qualche innovazione emergente, da un lato, e tutto quello che in realtà riscontriamo che ha fatto dall’altro. Molto spesso i presunti vantaggi non si concretizzano affatto, mentre le conseguenze negative, facilmente prevedibili (e di fatto esplicitamente previste), spuntano invariabilmente fuori, e deve occuparsene qualcun altro». Lo sfruttamento delle risorse tecnologiche a favore dell’ordine di cose esistente è una dinamica che favorisce ciò che Mark Fisher chiama “realismo capitalista”, ovvero l’incapacità dell’individuo contemporaneo di immaginare un sistema economico diverso da quello vigente. Per Fisher – lo spiega proprio nel libro omonimo del 2009, di recente pubblicato in Italia da Nero Editions – l’ideologia ci pervade a un livello di penetrazione tale da intaccare le nostre categorie cognitive, e rendere vera quella massima di Fredric Jameson per cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.
L’analisi del capitalismo in Fisher è impietosa e si concentra principalmente sul rapporto fra individuo e percezione del reale: «Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine».
Per Fisher, il discorso neoliberista “annichilisce” ogni idea di futuro, le nuove tecnologie sono utilizzate come mera appendice di un capitalismo disumano. È davvero impossibile – alla luce dei recenti sviluppi e di quelli prossimi – ripensare il mondo che verrà in un’ottica antagonista, più aderente agli ideali di liberazione ed emancipazione dell’uomo? Per Nick Srnicek e Alex Williams mettere la tecnologia al centro del dibattito politico è un passo indispensabile per la costruzione di una nuova sinistra vincente. I due – già autori del Manifesto per una politica accelerazionista – tentano di iscrivere i saperi e le tecnologie legate all’automazione in un discorso che vede nella società del post-lavoro il raggiungimento dell’ideale di emancipazione dell’uomo. Lo scopo è tornare a padroneggiare il potenziale utopico insito nel discorso tecnologico, epurandolo tanto dalla retorica neoliberista, quanto dalla reazione della retorica antimoderna. In “Inventare il futuro” – anch’esso a breve pubblicato da Nero (editato il 14 febbraio, ndr) – i due studiosi affermano senza mezzi termini: «Questo libro vuole proporre un’alternativa: una politica che provi a riconquistare il controllo del nostro futuro, che nutra l’ambizione di immaginare un mondo ben più moderno di quello che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Le potenzialità utopiche latenti nelle tecnologie del XXI secolo non possono rimanere schiave della ristretta mentalità capitalista, ma vanno liberate in direzione di un’ambiziosa alternativa di sinistra».
In questa sede non voglio discutere le proposte concrete degli accelerazionisti (che pure ci sono, come la piena automazione dei modi di produzione, la riduzione della settimana lavorativa, il reddito di base universale, e il rifiuto dell’etica del lavoro come principio regolatore della società capitalista), né tantomeno verificarne i criteri di applicabilità. Eppure dovrebbe essere un elemento cardine del discorso umanista tentare di uscire dall’ordine di idee per cui il futuro che immaginiamo è solo un’intensificazione distopica del nostro presente. D’altronde risulta essere una tendenza ben visibile nei prodotti di fantascienza pop che tentano di immaginare il futuro prossimo. Black Mirror al momento è forse il più famoso, la scrittura di ogni puntata si basa su dinamiche abbastanza semplici: vengono portate alle estreme conseguenze negative le specificità di una tecnologia già presente al giorno d’oggi. Se virtuale e reale sono legati indissolubilmente – al punto che non è  più necessario fare una distinzione – allora la prospettiva di mondi alternativi, di futuri possibili, di utopie immaginabili,  si configura come un campo di battaglia importante per la governabilità del presente”.

Gemme n° 383

Non sapevo bene cosa portare come gemma, e allora propongo qualche pensiero. Da piccolo chiedevo a mio papà se avessimo bisogno veramente di denaro; oggi gli stessi argomenti fanno iniziare lunghi dibattiti su socialismo e comunismo e mi interessa parlare di queste cose. Mi sento socialista e per marinaledaquesto i miei fratelli mi prendono un po’ in giro. Ho trovato diversi articoli su società che funzionano senza denaro; tali società non favoriscono il consumismo e lo spreco. Penso anche che alcune idee socialiste abbiano radici nel cristianesimo, certo non tutte. Ho letto dell’esperienza dei kibbutz, di quella di Nomadelfia e poi di quella spagnola di Marinaleda sulla quale voglio leggere insieme alla classe un breve articolo. Mi chiedo spesso: cos’è che fa di una cosa, di un pezzo di terra, una tua proprietà? Come è stato deciso? Dire che è mia non significa niente.” Questa è stata la gemma di G. (classe quinta).
Correvano gli anni a cavallo tra 1400 e 1500 quando Thomas More affermava “Mi sembra che dovunque vige la proprietà privata, dove misura di tutte le cose è la pecunia, sia alquanto difficile che mai si riesca ad attuare un regime politico basato sulla giustizia o sulla prosperità.” Nei secoli i dibattiti sono stati numerosi, variegati, approfonditi. Personalmente penso che si tratti sempre di come uno si regoli nel suo rapporto con l’esterno, che siano persone o cose. Posso diventare schiavo di qualcuno o di qualcosa in qualsiasi situazione: posso assoggettarmi al denaro, posso farne una ragione di vita fine a se stessa, posso utilizzarlo per fini positivi. Lo stesso vale per le persone: posso arrivare a idealizzare la persona con cui ho liberamente scelto di vivere facendone un idolo davanti al quale chinare sempre il capo. Idem per un ideale, un credo… Ancora una volta penso che a fare la differenza sia l’atteggiamento umano.

Globalizzazione e povertà

poverty

Globalizzazione? Crescita? Decrescita? Ricchezza? Povertà? Martedì mattina stavo entrando nel cortile della scuola, quando, durante il mio zapping radiofonico, mi sono imbattuto in un accenno a un fondo di Pierluigi Battista sul Corriere a proposito dei meriti della globalizzazione. Sono andato ad acquistare il quotidiano con l’idea di leggere il pezzo e magari condividerne una parte con le quinte in cui sto trattano l’argomento. Subito sotto pubblicherò una “replica” di Igor Giussani. Infine tornerò al Corriere con alcuni dati riportati da Sara Gandolfi. Ecco le parole di Battista (qui la fonte):

Noi che stiamo nella parte privilegiata del pianeta possiamo borbottare, testi di Piketty alla mano, contro gli effetti della vituperata globalizzazione. Ma 200 milioni di esseri umani potrebbero non essere d’accordo. Secondo le stime della Banca mondiale, infatti, in tre anni il numero complessivo dei poveri nel mondo è passato da 902 a 702 milioni. Un numero ancora mostruoso. Ma non poteva esserci smentita più squillante per chi, seguace di qualche «Occupy» nel mondo, sostiene che la globalizzazione sia la causa delle peggiori nefandezze sociali ed economiche.
Nel 2015 c’è anche una percentuale simbolica che è stata raggiunta: la povertà globale si attesta sotto il 10 per cento della popolazione.
Ci sono 200 milioni di affamati in meno, nel mondo. Ci sono 200 milioni di disperati che sono usciti dall’inferno della miseria assoluta, dell’indigenza più umiliante, dei bambini che muoiono per inedia, a cominciare dall’Africa sub-sahariana. E non per gli aiuti internazionali che spesso vanno ad ingrassare le corrotte oligarchie locali. Ma perché l’economia, il dinamismo economico, quel poco di libero mercato e di libero commercio che riesce ad imporsi pur in condizioni ambientali tanto ostili, sono il peggior nemico della miseria frutto dell’immobilità, della staticità assoluta, della mancanza di libertà. La «narrazione», come usa dire, sulla globalizzazione è suggestiva ma spesso è troppo condizionata dai pregiudizi ideologici anticapitalisti e della retorica che vede nel «liberismo selvaggio» la fonte di ogni male.
poverty2È una narrazione che unisce economisti che conoscono lo statalismo e il dirigismo come unico dogma, cattolici pauperisti, e ultimamente galvanizzati dalle parole papali, che ritengono il libero mercato un’invenzione diabolica, interi ceti sociali che nella libera concorrenza della globalizzazione sentono minacciata la loro posizione. Ma a conti fatti, se davvero abbiamo a cuore la sorte degli esseri umani, dovremmo ammettere che la globalizzazione è la via d’uscita dalla povertà per tanti, troppi dannati della terra. 702 milioni di esseri umani ancora intrappolati nella prigione della miseria assoluta sono ancora uno scandalo morale inaccettabile.
Ma 200 milioni di esseri umani salvati dalla povertà dovrebbe essere una notizia da accogliere con meno cinismo e con un’intelligenza che prevede la non subalternità agli schemi correnti del conformismo culturale. La povertà delle idee, anche questa sarebbe auspicabile che diminuisse.”

Ecco la replica di Giussani su Decrescita felice:
Sono particolarmente grato a Pierluigi Battista perché, con l’articolo sul Corriere dal titolo ‘Una vittoria dell’«odiata» globalizzazione sulla miseria’, mi ha fatto per un attimo tornare indietro di almeno una quindicina d’anni, quando ero un giovane militante altermondista e politici, economisti e giornalisti ripetevano ossessivamente i mantra delle meravigliose sorti progressive della ‘globalizzazione’, parola oramai quasi bandita dai media. Apprezzo inoltre che Battista, a differenza di altri più noti pifferai del neoliberismo – i vari Thomas Friedman e Jeffrey Sachs, che per inseguire la moda si sono tinteggiati di verde approdando ai lidi dello sviluppo sostenibile – non abbia improvvisamente abiurato il suo credo economico. Cosa ancora più importante, tutti quanti dovremmo essergli riconoscenti perché, in poco più di una trentina di righe, fornisce un’ottima lezione di mistificazione della realtà.
Noi che stiamo nella parte privilegiata del pianeta possiamo borbottare, testi di Piketty alla mano, contro gli effetti della vituperata globalizzazione. Ma 200 milioni di esseri umani potrebbero non essere d’accordo. Secondo le stime della Banca mondiale, infatti, in tre anni il numero complessivo dei poveri nel mondo è passato da 902 a 702 milioni. Un numero ancora mostruoso. Ma non poteva esserci smentita più squillante per chi, seguace di qualche «Occupy» nel mondo, sostiene che la globalizzazione sia la causa delle peggiori nefandezze sociali ed economiche”. Non fosse per i riferimenti a Occupy, si direbbero parole scritte dopo il meeting del WTO di Seattle 1999 o il G8 di Genova 2001. Forse la prevenzione mi acceca, ma non mi pare di aver visto questi 200 milioni di esseri umani (più di tutta la popolazione della federazione russa, per avere un’idea) manifestare in favore della globalizzazione; mi risulta che i fenomeni violenti di reazione alla globalizzazione si siano fatti sempre più virulenti, vedi il fondamentalismo islamista e i rigurgiti nazionalisti; ma chissà, forse i ‘pro-global’ sono più timidi e riservati dei contestatori.
Battista, ansioso di comunicare al mondo i benefici della globalizzazione, è abbastanza impreciso sulla fonte dei dati che sta fornendo, cioé il Global Monitoring Report (GMR) 2015/16, realizzato da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, liberamente scaricabile on line (lo ammetto: malgrado l’avversione profonda per BM e FMI, ne ho sempre apprezzato l’estrema trasparenza. Affamatori di popoli sì, ma con grande classe: questo documento è addirittura distribuito su licenza Creative Commons! Governi di tutto il mondo, imparate!).
Il giornalista del Corriere parla genericamente di ‘poveri’ e ‘povertà’ senza mai specificare esattamente che cosa si intenda con questi termini, mentre il GMR è molto chiaro in proposito: ‘povero’ è chi percepisce un reddito inferiore a due dollari al giorno, meno di 700 dollari all’anno. Chiaramente, una soglia simile non è proponibile in tantissime nazioni, occidentali e no, dove il costo della vita è tale per cui due dollari (o anche tre o più) al giorno sono un biglietto di sola andata per la miseria più nera; la Banca d’Italia, ad esempio, fissa la soglia di povertà intorno ai 10 Euro al giorno. Tutti coloro che nel mondo hanno visto il proprio reddito fortemente danneggiato dalla crisi economica ma riescono ancora a guadagnare almeno 60 dollari al mese, stando ai canoni del GMR non sono poveri. Secondo i criteri dell’ISTAT, che sono ovviamente più consoni al nostro paese di quelli della BM, in Italia i poveri tra il 2011 e il 2014 sono aumentati di più di un milione; l’Eurostat stima che le persone vittime di grave deprivazione materiale nella UE siano passate da più di 41 milioni del 2010 a oltre 48 milioni nel 2014. Nell’euforia di comunicare la buona novella economica, a Battista tutto ciò è completamente sfuggito.
Il pensiero della decrescita ha sempre criticato le concezioni economiciste della povertà, preoccupate solo di quantificare il reddito monetario, perché, se riesci ad autoprodurti gran parte dei beni fondamentali o ti trovi inserito in una rete familiare o comunitaria tale per cui riesci a procurarteli in modo informale, anche con meno di due dollari al giorno si può affrontare vittoriosamente la sfida della povertà. Tenendo a mente ciò, osserviamo il prossimo grafico, tratto dal GMR e relativo all’andamento della povertà nel tempo per aree geografiche:

povertà

E’ evidente come il calo più considerevole della povertà sia avvenuto nell’Asia orientale: in termini assoluti, si tratta di circa 65 milioni di persone, quasi un terzo dei 200 milioni complessivi, dove la Cina ovviamente fa la parte del leone. Tutto ciò mette non poco in crisi le concezioni di Battista.
In primo luogo, la Cina e l’Asia orientale sono state protagoniste di massicci esodi dalle campagne, testimoniati dalla creazione di numerose megalopoli da più di 5 milioni di abitanti: in città il reperimento dei beni fondamentali può avvenire solo tramite scambi monetari, (almeno legalmente: non è un caso che tali realtà iper-sovraffolate subiscano altissimi tassi di criminalità) per cui due dollari o poco più al giorno possono non bastare per un’esistenza dignitosa. Concetto troppo astratto e nebuloso? Cerchiamo allora di dargli una consistenza numerica.
Secondo L’indice globale della fame 2014, 805 milioni di persone assumono una quantità di cibo insufficiente, mentre altre due miliardi soffrono di ‘fame nascosta’, seguono cioè una dieta carente di vitamine e minerali fondamentali. Insomma, 103 milioni di persone si trovano nella strana situazione per cui non sono più povere ma rischiano costantemente l’inedia, mentre un paio di miliardi ha superato la soglia di povertà ma evidentemente non se n’è accorta.
In secondo luogo, il giornalista nel suo articolo presenta la riduzione della povertà come il trionfo di “dinamismo economico, quel poco di libero mercato e di libero commercio che riesce ad imporsi pur in condizioni ambientali tanto ostili”, a dispetto della narrazioni di “economisti che conoscono lo statalismo e il dirigismo come unico dogma”. Sarebbe riduttivo affermare che in Cina statalismo e dirigismo sono “l’unico dogma”, di sicuro però le politiche economiche si sono sempre contraddistinte per il totale disinteresse del verbo neoliberista predicato da BM e FMI e sempre sostenuto a spada tratta da Battista e il suo giornale. Non è un caso che l’India, altra grande nazione emergente la quale però ha seguito una strategia economica un po’ più ‘ortodossa’, patisca un tasso di povertà del 21,2% contro il 6,5% cinese (anche il GMR, malgrado la cruda esposizione dei dati, preferisce glissare e non approfondire).
Il peggio però deve ancora arrivare. E’ sempre antipatico mettere in dubbio la correttezza intellettuale e/o la capacità di comprensione di chicchessia, anche quando si tratta di critici della della crescita e apologeti del neoliberismo, i quali molto spesso ti costringono a pensar male e dubitare di loro. Scrive infatti Battista: “Ci sono 200 milioni di disperati che sono usciti dall’inferno della miseria assoluta, dell’indigenza più umiliante, dei bambini che muoiono per inedia, a cominciare dall’Africa sub-sahariana”.
Rivedendo il grafico appena esposto, è evidente che la curva della povertà rappresentante l’Africa sub-sahariana è proprio l’unica che non accenna a diminuire, fatto a cui il GMR dà per altro molto risalto, dimenticandosi però che quelle nazioni africane – a differenza dell’Asia orientale – hanno pressoché seguito fedelmente i dettami di BM e FMI, in particolare l’adozione dei famigerati piani di aggiustamento strutturale.
Siccome non vogliamo credere che un giornalista serio e preparato come Battista si sia limitato a leggere poche righe di una notizia d’agenzia per dedurne il brillante sillogismo ‘diminuzione delle persone che vivono con meno di due dollari al giorno > riduzione della povertà > trionfo della globalizzazione sui suoi critici’, è evidente che, causa i numerosi impegni, non ha potuto leggere il GMR con la dovuta attenzione e soprattutto con il giusto atteggiamento critico, dal momento che proviene da un’istituzione non certo neutrale sul piano ideologico (per quanto molto più obiettiva di tanti giornalisti, va detto). Per il resto, lo ringraziamo per la preziosa lezione di mistificazione, involontaria o meno che fosse.”

Infine Sara Gandolfi, sempre dal Corriere:

WASHINGTON – Il pianeta è ogni giorno un po’ più ricco e, forse, l’ambizione di sconfiggere la miseria non è un’utopia irrealizzabile. Il numero di persone che vive in povertà estrema scenderà infatti entro fine anno sotto il 10 per cento della popolazione globale. Lo assicura la Banca mondiale che ieri ha presentato le sue ultime proiezioni e ha aggiornato la soglia per definire il problema: è in estrema povertà chi ha meno di 1,90 dollari al giorno (non più 1,25), tenuto conto del reale potere d’acquisto dei singoli Paesi.
Erano 902 milioni — il 12,8% della popolazione — nel 2012 e secondo le ultime stime scenderanno a 702 milioni, ossia il 9,6%, nel 2015. «Siamo la prima generazione nella storia dell’umanità che può porre fine alla povertà estrema», ha commentato il presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, sottolineando che questo sorprendente risultato è dovuto soprattutto ai sostenuti tassi di crescita economica nei Paesi emergenti, come India e Cina, oltre che agli investimenti nell’educazione e nella sanità.
Solo pochi giorni fa, l’Onu ha varato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. La fine della povertà estrema, entro 15 anni, è il primo dei 17 obiettivi e in qualche modo abbraccia gli altri, dalla giustizia sociale alla sfida «Zero fame». Per la prima volta sono chiamati ad agire tutti i 193 Paesi membri, sia quelli ricchi sia quelli poveri e a medio reddito. E, come ottavo obiettivo, figura pure la crescita economica «inclusiva, sostenuta e sostenibile» nonché «un lavoro dignitoso per tutti».
Non sarà una sfida facile, ammette Jim Yong Kim, «in un periodo di crescita globale rallentata, mercati finanziari instabili, guerre, alti tassi di disoccupazione giovanile e cambiamenti climatici». Soprattutto, in alcune aree del mondo. Nel 1990, oltre la metà dei poveri viveva in Asia orientale e circa il 15% nell’Africa subsahariana. Oggi la situazione è ribaltata. Milioni di asiatici godono di un migliore tenore di vita, grazie al dirompente sviluppo della Cina e dei suoi vicini, mentre l’Africa è ancora prigioniera di guerre, corruzione e sottosviluppo. E nessun dato recente è disponibile per Medio Oriente e Nord Africa dove i conflitti e il boom demografico creano ostacoli insormontabili nella lotta alla povertà, come sostiene il Global Monitoring Report che la Banca mondiale lancerà dopodomani.
Non sono gli unici motivi di cautela. «C’è turbolenza davanti a noi. Le previsioni economiche per il prossimo futuro sono meno brillanti del previsto», avverte l’indiano Kaushik Basu. La lotta a povertà, fame, malattie passa da una crescita economica pari almeno al 7% del Pil nei Paesi meno sviluppati, sostiene l’Onu. Un obiettivo troppo ambizioso di questi tempi?”

Non tutti in crisi…

oxfamPubblico un estratto del Rapporto “Grandi disuguaglianze crescono” elaborato da Oxfam, una rete di 17 organizzazioni di paesi diversi volta a ottenere un maggior impatto nella lotta globale contro la povertà e l’ingiustizia.
Secondo il Rapporto Grandi disuguaglianze crescono di Oxfam, la ricchezza detenuta dall’1% della popolazione mondiale supererà nel 2016 quella del restante 99%. Il fatto che questa disuguaglianza sia in continua e costante crescita rende necessarie misure dirette a invertire la tendenza. Alla vigilia del World Economic Forum di Davos, il Rapporto denuncia il fatto che l’esplosione della disuguaglianza frena la lotta alla povertà in un mondo dove oltre un miliardo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno, e 1 su 9 non ha nemmeno abbastanza da mangiare. Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, userà quest’anno tutta l’influenza che deriva dal suo ruolo di co-chair al Forum per chiedere un’azione urgente volta ad arginare la marea crescente della disuguaglianza, partendo da una proposta di contrasto reale all’elusione fiscale delle multinazionali e da una spinta verso l’adozione di un trattato globale di lotta ai cambiamenti climatici.
Grandi disuguaglianze crescono è il documento di analisi pubblicato oggi da Oxfam, da cui emerge che l’1% della popolazione ha visto la propria quota di ricchezza mondiale crescere dal 44% del 2009 al 48% del 2014 e che a questo ritmo si supererà il 50% nel 2016. Gli esponenti di questa elite avevano una media di 2,7 milioni di dollari pro capite nel 2014. Del rimanente 52% della ricchezza globale, quasi tutto era posseduto da un altro quinto della popolazione mondiale più agiata, mentre il residuale 5,5% rimaneva disponibile per l’80% del resto del mondo: vale a dire 3,851 dollari a testa, 700 volte meno della media detenuta dal ricchissimo 1%.
Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% possiede più di tutti noi messi insieme? – ha detto Winnie Byanyima – La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e nonostante le molte questioni che affollano l’agenda globale, il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem, con ritmi di crescita preoccupanti.”
Negli ultimi 12 mesi, i leader mondiali – dal Presidente Obama a Christine Lagarde – hanno più volte ribadito quanto necessario e importante sia affrontare il tema della grande disuguaglianza. Ma ancora poco è stato fatto in termini concreti ed è arrivato il momento per i nostri leader di prendersi carico degli interessi della stragrande maggioranza per intraprendere un cammino verso un mondo più giusto per tutti.”
Se il quadro rimane quello attuale anche le elite ne pagheranno le conseguenze – afferma Roberto Barbieri, Direttore Generale di Oxfam Italia – perché non affrontare il problema della disuguaglianza riporterà la lotta alla povertà indietro di decenni. I più poveri sono poi colpiti 2 volte: perché hanno accesso a una fetta più piccola della torta e perché in assoluto ci sarà sempre meno torta da spartirsi, visto che la disuguaglianza estrema impedisce la crescita.”
Lo scorso anno, Oxfam ha dominato la scena a Davos, rivelando che gli 85 paperon de’ paperoni del mondo detenevano la ricchezza del 50% della popolazione più povera (3,5 miliardi di persone). Quest’anno il numero è sceso a 80, una diminuzione impressionante dai 388 del 2010. La ricchezza di questi 80 è raddoppiata in termini di liquidità tra il 2009-2014. Oxfam chiede ai governi di adottare un piano di sette punti per affrontare la disuguaglianza:
1. contrasto all’elusione fiscale di multinazionali e individui miliardari;
2. investimento in servizi pubblici gratuiti, come salute e istruzione;
3. distribuzione equa del peso fiscale, spostando la tassazione da lavoro e consumi verso capitali e ricchezza;
4. introduzione di salari minimi e graduale adozione di salari dignitosi per tutti i lavoratori;
5. introduzione di una legislazione ispirata alla parità di retribuzione, e politiche economiche che prevedano una giusta quota per le donne;
6. reti di protezione sociale per i più poveri, incluso un reddito minimo garantito;
7. un obiettivo globale di lotta alla disuguaglianza.
Il documento di analisi di oggi, che arriva dopo il rapporto di ottobre Partire a pari merito: eliminare la disuguaglianza estrema per eliminare la povertà estrema, fa luce sul fatto che le grandi ricchezze siano passate alle generazioni successive e che le elite mobilitino ingenti risorse per piegare regole e leggi a loro favore. Più di un terzo dei 1.645 miliardari della classifica Forbes ha ereditato parte o tutta la ricchezza che detiene. Il 20% dei miliardari ha interessi nei settori finanziario e assicurativo, un gruppo che ha visto la propria liquidità crescere dell’11% nei 12 mesi precedenti a marzo 2014. Questi settori hanno speso 550 milioni di dollari per fare lobby sui decisori politici a Washington e Bruxelles nel 2013. Nel 2012 negli Stati Uniti solo durante il ciclo elettorale, il settore finanziario ha speso 571 milioni di dollari in contributi per le campagne.
I miliardari che hanno interessi nei settori farmaceutico e sanitario hanno visto il loro patrimonio netto collettivo crescere del 47% in un solo anno. Questi settori, durante il 2013, hanno speso oltre 500 milioni di dollari in lobby a Washington e Bruxelles.
La preoccupazione di Oxfam è che il potere di lobby di questi settori possa essere un ostacolo alla riforma del sistema fiscale globale e all’adozione di regole sulla proprietà intellettuale che non precludano l’accesso dei più poveri a medicine salva-vita. Come più volte ribadito da più parti, Fondo Monetario Internazionale in primis, la disuguaglianza estrema non è soltanto una pessima notizia per gli ultimi del mondo ma anche un danno enorme per la crescita economica.”
Per chi desidera un approfondimento maggiore:
Paper-Davos-2015_finale

Qualche pensiero di Grün

Un po’ in seconda, un po’ in terza, un po’ in quinta, sono argomenti che stiamo trattando: valori, etica, crescita, fede, preghiera, religione. L’articolo è di Claudio Gallo ed è preso da La Stampa di venerdì 14 febbraio: ne pubblico solo alcune parti, sufficienti a offrire notevoli spunti di discussione.
“Si è appena conclusa la preghiera di mezzogiorno all’abbazia benedettina di Münsterschwarzach, ventidue chilometri da Würzburg, Baviera settentrionale, Franconia per la gente del posto. Capelli fluenti ormai scappati dalla fronte, la lunga barba incanutita, Anselm Grün, 69 anni, ha scritto trecento libri sulla psiche e sullo spirito, vendendo in tutto il mondo 20 milioni di copie.

Perché dovrei avere dei valori morali quando l’obiettivo supremo della nostra società, lagrun ricchezza, si raggiunge più facilmente senza?
«Al monastero mi capita spesso di fare conferenze a manager e banchieri. Ci sono due atteggiamenti: uno che non rispetta e non crede ai valori, l’altro che invece ha capito come sia importante salvaguardarli, perché alla fine un mondo senza valori danneggia anche l’economia».
L’economia rincorre la crescita illimitata, la morale del mercato è il desiderio infinito. Lei invece parla di senso del limite, perché?
«Come dice il Papa, il capitalismo puro diventa disumano. Per fortuna in Germania abbiamo l’economia di mercato sociale dove il capitalismo è sottoposto a una critica, a certe limitazioni. Limite ha due significati diversi: il primo è il limite personale, i miei limiti umani. Il secondo è la finitezza della natura, per cui ogni crescita è limitata e destinata a finire, a morire. Questo tipo di crescita naturale dovrebbe essere il modello dell’economia. La concezione di una crescita senza limiti è una idea malata».

Che cos’è la fede?
«La fede è un’esperienza. Quando un non-credente mi dice: io non posso credere, gli dico: non devi credere, prova! Gesù dice: Dio è il pastore, non manco di nulla. Non bisogna credere ma provare se questa parola è vera. Poi c’è un altro aspetto: che cosa vedo quando vedo la bellezza della natura, che cosa ascolto quando ascolto Mozart. Non è solo chimica. Nella bellezza della natura e nella bellezza della cultura riluce la bellezza assoluta. Questo è Dio. Quando uno dice non credo a Dio, in genere si riferisce a un’immagine particolare di Dio. Ma Dio è totalmente altro, mistero, come dice il teologo Karl Rahner. Quando uno ha il senso del mistero ha anche il senso di Dio».

Che cos’è la preghiera?
«La preghiera è un incontro con Dio. Mostro la mia verità a Dio. Alcuni credono che la preghiera serva a chiedere qualcosa, ma ciò che conta è l’incontro: offro la mia verità e le mie ombre a Dio perché lui le accetti».
Che cos’è la meditazione?
«La meditazione è un metodo. Una cinquantina di anni fa abbiamo riscoperto la meditazione dall’Oriente, grazie al buddhismo, ma la tecnica esisteva già nella nostra tradizione, nei padri del deserto o nell’esicasmo degli ortodossi. A volte bisogna andare lontano per trovare le cose vicine».”

Quant’è grande la mia fetta?

2Un interessante articolo di Rainews24 a firma Roberta Rizzo sulla distribuzione della ricchezza.
“La forbice tra ricchi e poveri nel mondo si allarga sempre di più. Pochi forse sanno, però, che gli 85 uomini più ricchi del pianeta detengono una ricchezza pari a quella di metà della popolazione mondiale. A dirlo è il rapporto di ricerca Working for The Few, diffuso dall’ong Oxfam alla vigilia del World Economic Forum di Davos. Lo studio intreccia la lista dei milionari stilata da Forbes nel 2013 con un rapporto Credit Swisse (la banca sivzzera), il Global Wealth Report 2013, che analizza i trend della ricchezza globale.
L’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implica anche un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza. In pratica, secondo Oxfam, le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e generando un mondo in cui 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale.
Una situazione che non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo ma anche quelli dell’Occidente e che vede in primo piano il nostro Paese. Uno studio condotto della Paris School of Echonimcs evidenzia come in Italia le diseguaglianze tra la fascia ricca e quella più povera della popolazione dal 1976 al 1985 fosse in diminuzione per poi invertire la rotta e aumentare in maniera costante dal 1986 fino al 2009.
L’opinione pubblica ha sempre più consapevolezza della concentrazione di potere e privilegi nelle mani di pochissimi. Dai sondaggi che Oxfam ha condotto in India, Sud Africa, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, la maggior parte degli intervistati è convinta che le leggi siano scritte e concepite per favorire i più ricchi.
Nel continente africano le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà; in India il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di politiche fiscali altamente regressive, mentre il paese è tra gli ultimi del mondo se si analizza l’accesso globale a un’alimentazione sana e nutriente.
Negli Stati Uniti, il reddito dell’1% della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione. Recenti studi statistici hanno dimostrato che, proprio negli USA, gli interessi della classe benestante sono eccessivamente rappresentati dal governo rispetto a quelli della classe media: in altre parole, le esigenze dei più poveri non hanno impatto sui voti degli eletti. Come non ricordare la denuncia pubblica fatta dal multimiliardario Warren Buffet nel 2012 durante la discussione della riforma fiscale disse “Non è possibile che la mia segretaria in proporzione paghi più tasse di me”.
“Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli” afferma Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International.
Il rapporto di Oxfam evidenzia, ad esempio, come sin dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi sia diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati. Ovvero: in molti paesi, i ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse. Il tutto a spese delle classi povere e medie che ci conduce a dove siamo oggi: nel mondo 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni, e dove l’1% delle famiglie possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari).
“Se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul concetto di pari opportunità, in favore di un mondo dove vige la regola dell’asso pigliatutto'”, conclude Winnie Byanima. Negli ultimi anni il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell’agenda globale: Obama lo ha identificato come una priorità del 2014, e proprio il World Economic Forum ha posto le disparità di reddito diffuse come il secondo maggiore pericolo nei prossimi 12-18 mesi, mettendo in guardia su come stia minando la stabilità sociale e ”minacciando la sicurezza su scala globale”.”

Dal PIL alla FNL

In quinta stiamo parlando di globalizzazione. Sono emerse varie ipotesi e possibilità riguardo allo sviluppo economico: crescita, decrescita, pausa… Pubblico un articolo di Vandana Shiva, preso da questo sito e originariamente comparso su The Guardian.

coca-cola-india.jpg“La crescita illimitata è la fantasia di economisti, imprese e politici. La vedono come una misura del progresso. Come risultato, il prodotto interno lordo (PIL), che dovrebbe misurare la ricchezza delle nazioni, è diventato sia il numero più potente che il concetto dominante del nostro tempo. Tuttavia, la crescita economica nasconde la povertà creata attraverso la distruzione della natura, la quale a sua volta porta a comunità incapaci di provvedere a se stesse. Durante la seconda guerra mondiale il concetto di crescita fu presentato come una misura per la movimentazione delle risorse. Il PIL si basa sulla creazione di un confine artificiale e fittizio, il quale parte dal presupposto che se produci ciò che consumi, non produci. In effetti, la “crescita”, misura la trasformazione della natura in denaro e dei beni comuni in merci.

Così i magnifici cicli naturali di rinnovamento dell’acqua e delle sostanze nutritive sono qualificati non produttivi. I contadini di tutto il mondo, che forniscono il 72% del cibo, non producono; le donne che coltivano o fanno la maggior parte dei lavori domestici non rispettano questo paradigma di crescita. Una foresta vivente non contribuisce alla crescita, ma quando gli alberi vengono tagliati e venduti come legname, abbiamo la crescita. Le società e le comunità sane non contribuiscono alla crescita, ma la malattia crea crescita attraverso, ad esempio, la vendita di medicine brevettate.

L’acqua disponibile come bene comune condiviso liberamente e protetto da tutti viene 20050609_cokeprotesters.jpgfornita a tutti. Tuttavia, essa non crea crescita. Ma quando la Coca-Cola impone una pianta, estrae l’acqua e con essa riempie le bottiglie di plastica, l’economia cresce. Ma questa crescita è basata sulla creazione di povertà – sia per la natura sia per le comunità locali. L’acqua estratta al di là della capacità della natura di rigenerarsi crea una carestia d’acqua. Le donne sono costrette a percorrere lunghe distanze in cerca di acqua potabile. Nel villaggio di Plachimada nel Kerala, quando la passeggiata per l’acqua è diventata 10 km, la tribale donna locale Mayilamma ha detto che il troppo è troppo. Non possiamo camminare ulteriormente, l’impianto della Coca-Cola deve chiudere. Il movimento che le donne incominciarono ha portato infine alla chiusura dello stabilimento.

Nella stessa ottica, l’evoluzione ci ha regalato il seme. Gli agricoltori lo hanno selezionato, allevato e lo hanno diversificato – esso è la base della produzione alimentare. Un seme che si rinnova e si moltiplica, produce semi per la prossima stagione, così come il cibo. Tuttavia, il contadino di razza e il contadino che salva i semi non sono visti come un contributo alla crescita. Ciò crea e rinnova la vita, ma non porta a profitti. La crescita inizia quando i semi vengono modificati, brevettati e geneticamente resi sterili, portando gli agricoltori ad essere costretti a comprare di più ogni stagione. La natura si impoverisce, la biodiversità è erosa e una risorsa aperta libera si trasforma in una merce brevettata. L’acquisto di semi ogni anno è una ricetta per l’indebitamento dei poveri contadini dell’India. E da quando è stato istituito il monopolio dei semi, l’indebitamento degli agricoltori é aumentato. Dal 1995, oltre 270.000 agricoltori in India sono stati presi nella trappola del debito e si sono suicidati.

La povertà è anche ulteriore spreco quando i sistemi pubblici vengono privatizzati. La privatizzazione di acqua, elettricità, sanità e istruzione genera crescita attraverso i profitti. Ma genera anche povertà, costringendo la gente a spendere grandi quantità di denaro per ciò che era disponibile a costi accessibili come bene comune. Quando ogni aspetto della vita è commercializzato e mercificato, vivere diventa più costoso, e la gente diventa più povera.

Sia l’ecologia che l’economia sono nate dalla stessa radice – “oikos”, la parola greca per casa. Fino a quando l’economia è stata incentrata sulla famiglia, essa riconosceva e rispettava le sue basi nelle risorse naturali e i limiti del rinnovamento ecologico. Essa era focalizzata a provvedere ai bisogni umani di base all’interno di questi limiti. L’economia basata sulla famiglia era anche incentrata sulle donne. Oggi l’economia è separata sia dai processi ecologici che dai bisogni fondamentali e si oppone ad ambedue. Mentre la distruzione della natura veniva motivata da ragioni di creazione della crescita, la povertà e l’espropriazione aumentavano. Oltre ad essere insostenibile, è anche economicamente ingiusta.

Il modello dominante di sviluppo economico è infatti diventato contrario alla vita. Quando le economie sono misurate solo in termini di flusso di denaro, i ricchi diventano più ricchi e i poveri sempre più poveri. E i ricchi possono essere ricchi in termini monetari – ma anche loro sono poveri nel contesto più ampio di ciò che significa essere umani. Nel frattempo, le richieste del modello attuale dell’economia stanno portando a guerre per le risorse come quelle per il petrolio, guerre per l’acqua, guerre alimentari. Ci sono tre livelli di violenza implicati nello sviluppo non sostenibile. Il primo è la violenza contro la terra, che si esprime come crisi ecologica. Il secondo è la violenza contro l’uomo, che si esprime come povertà, miseria e migrazioni. Il terzo è la violenza della guerra e del conflitto, come potente caccia alle risorse che si trovano in altre comunità e paesi per i propri appetiti illimitati.

L’aumento del flusso di denaro attraverso il PIL si è dissociato dal valore reale, ma coloro che accumulano risorse finanziarie possono poi reclamare pretese sulle risorse reali delle persone – la loro terra e l’acqua, le foreste e i semi. Questa sete conduce essi all’ultima goccia d’acqua e all’ultimo centimetro di terra del pianeta. Questa non è la fine della povertà. É la fine dei diritti umani e della giustizia. Gli economisti e premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, hanno riconosciuto che il PIL non coglie la condizione umana e hanno sollecitato la creazione di altri strumenti per misurare il benessere delle nazioni. Questo è il motivo per cui paesi come Bhutan hanno adottato la felicità nazionale lorda al posto del prodotto interno lordo per calcolare il progresso. Abbiamo bisogno di creare misure che vadano oltre il PIL, ed economie che vadano al di là del supermercato globale, per ringiovanire la ricchezza reale. Dobbiamo tener presente che la vera valuta della vita è la vita stessa.”

Belando di economia

Articolo di Roberta Scorranese nella sezione “Cultura” del Corriere di oggi. Lo consiglio, soprattutto agli studenti del Les e a quelli che hanno apprezzato il tema della globalizzazione. L’articolo lo trovate qui in pdf.

“Ogni famiglia felice si fraintende a proprio modo. E così succede che, mentre una mamma e un papà della buona borghesia credono il giovane e intelligente Filippo intento nei suoi alti studi di economia a Stanford, questi irrompa in un convegno a Oxford accompagnato da un gregge belante di pecore. Pecore vere. È spiazzante l’inizio di “Non so niente di te”, il romanzo che segna il passaggio di Paola Mastrocola da Guanda a Einaudi. Spiazzante non solo nella combinazione narrativa, ma anche nella «metafisica del racconto». Si parte dallo stupore di Guido e Nisina Cantirami, lui avvocato benestante, lei arredatrice per diletto, che scoprono un’ombra sulla vita apparentemente regolare del loro figlio maggiore. Da email, sms, conversazioni via Skype, lui offre un ritratto rassicurante da studente di economia come tanti. Ma, da un’improvvisa falla, una realtà ben diversa irrompe con veemenza crescente, tratteggiando una vita differente. Emerge una scelta netta, da rivoluzionario moderno che mette in discussione la «vecchia» economia. Inizia qui il faticoso viaggio della famiglia alla ricerca del «vero» Filippo, in un crescendo di tensione alla Dürrenmatt, nell’indagine più difficile che esista: conoscere i propri figli.

Nei suoi romanzi precedenti, ma soprattutto nei saggi (come nel Saggio sulla libertà di non studiare, edito da Guanda), Paola Mastrocola ha costruito, negli anni, una visione alternativa al conformismo sociale: un’istruzione malata e un sistema culturale in declino (è la sua riflessione) forse hanno alle spalle un modello di sviluppo da rivedere. E in questo racconto la sensazione è che la scrittrice torinese abbia saputo condensare le riflessioni su economia, società, desertificazione culturale in una storia complessa, tesa e scritta con la consueta eleganza. Proprio come un progressista dostoevskiano, Filippo Cantirami non sceglie la piazza, ma la resistenza morale. La strada individualista alla Ayn Rand e non la risonanza mediatica di Occupy Wall Street. Convinto che l’attuale crisi economico-finanziaria sia innanzitutto un’apocalisse morale. Paola Mastrocola così appaia i destini dei personaggi (indimenticabile quello di zia Giuliana, una «ragazza di mezza età», fallita solo per chi ha lo sguardo ottuso) ad un manifesto economico in controluce. Che va oltre la decrescita felice: invita ad un consolidamento dei volumi attuali, a una valorizzazione di «quel che si ha», contrapposta a un desiderio che si autoriproduce. C’è l’eco di Nikolaj Berdjaev, con la sua lotta al «medioevo dei valori» e la sua difesa della creatività; più che di Serge Latouche, paladino della decrescita, si sente l’influenza colta di Fritjof Capra, il fisico austriaco che, ne “Il punto di svolta” (Feltrinelli) auspica una visione globale delle cose, non settoriale. Ecco lo «scontro» tra il perbenismo convenzionale dei coniugi Cantirami, il «puro» Filippo e la giovinezza agée di Giuliana. E la famiglia resta sullo sfondo, attonita.

 

suffolk Rams.jpgUn estratto del libro:

Alle dieci e trenta di quel mattino di novembre, la sala più capiente del Balliol College era già gremita da centinaia di persone che, compostamente sedute, aspettavano l’inizio della conferenza. Giovani studenti di varie nazionalità e professori di mezza e tarda età, dai capelli più o meno grigi, sciarpe scozzesi strette al collo e morbide giacche di shetland. Un vocio disciplinato animava la sala.

Il primo relatore, un giovane economista italiano già assurto a fama internazionale per i suoi studi sulla teoria dello sviluppo, arrivò puntuale, alle undici meno cinque. Era un ragazzo dalla capigliatura riccia scombinata e dall’aria timida e confusa. Una giacchetta corta, sgualcita. Salì sul palco, salutò il decano del college che lo avrebbe di lì a poco presentato; si sedette al tavolo e dispose fogli e computer davanti a sé. Si chiamava Jeremy Piccoli e l’università di Oxford lo aveva invitato a parlare della sua sorprendente scoperta, un particolare algoritmo, noto ormai al mondo accademico come algoritmo di Jerfil. Un procedimento di calcolo che forse, se opportunamente applicato, avrebbe potuto secondo alcuni cattedratici ottimisti favorire la ripresa della crescita degli Stati occidentali, fortemente provati dalla recente crisi dei mercati. Il secondo relatore invece era in ritardo e nessuno lo conosceva. Il suo nome era stato aggiunto all’ultimo, perché Jeremy Piccoli aveva chiesto agli organizzatori della conferenza, come condizione imprescindibile, che fosse invitato anche lui a parlare, spiegando che si trattava di un suo brillante compagno di studi nonché amico, al quale doveva in massima parte l’invenzione dell’algoritmo.

Alle undici in punto Jeremy Piccoli si avvicinò al microfono. Annunciò che solo dopo l’arrivo del collega avrebbe cominciato (…). Dopo qualche videata di PowerPoint, entrarono le pecore. Si sentì dapprima un insolito trapestio provenire dall’esterno. Poi sulla porta, dietro al pubblico, apparve un giovane alto e bruno, i capelli corti. Indossava un completo di fustagno grigio e, buttata per traverso, una sciarpa a righe con gli stemmi, stile college. Procedeva lento, le mani in tasca. E gli venivano dietro quelle pecore. Cioè, a vederlo comparire per primo sulla porta, nessuno avrebbe fatto una piega: ecco l’altro giovane relatore, ma guarda che aria distinta, che bel vestito. Peccato che si portava dietro decine e decine di pecore. Bianche e lanose, ammassate le une alle altre: un gregge. Un gregge di pecore cinerine, per l’esattezza: una massa compatta di lana biancosporco da cui uscivano il muso nero e le zampe nere. Pecore di quella particolare razza, molto comune in area britannica, denominata Suffolk.

Centinaia di pecore Suffolk invasero dunque la sala conferenze del Balliol. Procedendo sempre ordinate, moderatamente belanti, cominciarono a occupare ogni spazio. Alcune già s’intrufolavano tra le poltrone, affollavano il proscenio; altre indietro, ancora sulle scale. Tutte comunque discrete, composte. Jeremy Piccoli sbiancò e smise di parlare. Alle sue spalle, sul megaschermo, lampeggiava inerte l’ultima frase del suo discorso introduttivo. Arrivato sotto il palco, il giovane in abito grigio salì i pochi scalini, strinse la mano ai professori esterrefatti, abbracciò come nulla fosse l’amico e collega Jeremy e si sedette sulla poltrona lasciata libera, davanti alla quale, sul lungo tavolo, troneggiava la targhetta col suo nome: FILIPPO CANTIRAMI.

E si fa largo la deglobalizzazione

Prendo dal Corriere un lungo ma ricco articolo di Danilo Taino su globalizzazione e deglobalizzazione. A mio avviso è molto interessante per puntualizzare alcuni fenomeni che stiamo vivendo e sui quali non sempre abbiamo modo di fermarci a riflettere.

“Che la Storia non fosse finita lo abbiamo saputo l’11 settembre 2001. Ora possiamo globo.jpganche dire che nemmeno la Geografia è finita. Che il mondo non è «piatto» come sosteneva Thomas Friedman del «New York Times». Non solo i confini ci sono ancora: con la Grande Crisi sono diventati più difficili da valicare. La globalizzazione sta tornando indietro. Si è fermata nel 2007 e da allora ha iniziato una marcia a ritroso, non per le proteste dei sindacati, non per le manifestazioni No Global, non per il buon sapore del chilometro zero. Perché il vento che le gonfiava le vele ha cambiato direzione: nella finanza, nei commerci, nelle scelte delle aziende, ma anche nelle istituzioni, nella politica e, soprattutto, nelle idee che danno forma al mondo.

Per alcuni è un bene. Più probabilmente è un pericolo. Anche la prima globalizzazione si arrestò, e lo stop fu drammatico, cristallizzato nella Grande guerra e in quasi tre decenni di trincee, di morti e di odi nazionalisti. Non che debba finire così anche questa volta: un pianeta più chiuso, però, non promette bene.

La nostra Belle Époque è durata un quarto di secolo, forse una trentina d’anni. Anni selvaggi. Belli e spietati. Miliardi di persone sono uscite dall’indigenza: le Nazioni Unite dicono che nel 2015 sotto la linea di povertà ci saranno 920 milioni di persone, la metà che nel 1990, nonostante la popolazione del mondo sia passata dai 5,2 miliardi di allora agli oltre sette di oggi. La democrazia e la libertà hanno preso piede: i Paesi dove si vota sono 117 e l’organizzazione Freedom House calcola che nel 2012 le nazioni ad alto tasso di libertà sono state 90, contro le 44 del 1985. I viaggi si sono decuplicati. Internet ha messo in rete la Terra. La finanza e le banche globali hanno portato capitali in ogni angolo, e ciò ha fatto crescere decine di economie. La Cina, fino al 1978 del tutto chiusa, è diventata la fabbrica del mondo. L’India, nel 1990 ancora un’economia di piano in stile socialista, è il Paese emergente più giovane e con il futuro più brillante, se saprà affrontare le sue immense contraddizioni. E via così, in decine di luoghi, con il pianeta delle meraviglie.

Che naturalmente aveva anche una faccia oscura. In Occidente in quel quarto di secolo molte fabbriche hanno chiuso perché spostate dove il lavoro costa meno. Gli sweatshop del Terzo Mondo, popolati da donne e bambini sfruttati, si sono moltiplicati: anche la vergogna è diventata un fenomeno globale. Persino le malattie — ricordate la Sars? — prendevano l’aereo per spostarsi da un continente all’altro. La cultura era solo americana, uguale ovunque, senza sfumature. «Nonostante diverse culture, la gioventù della classe media di tutto il mondo sembra passare la propria vita come se fosse in un universo parallelo, scriveva nel 1999 Naomi Klein nel suo bestseller No Logo. Si svegliano al mattino, indossano i Levi’s e le Nike, afferrano i loro cappellini e i loro zaini e il Sony personal Cd e se ne vanno a scuola». Nonostante Apple abbia dato altro pane di riflessione alla signora Klein e l’i-Phone sia diventato l’oggetto di maggiore concupiscenza di massa del secolo, con la Grande Crisi questo mondo con tante luci e parecchie ombre si è fermato. Prima là dove la catastrofe è scoppiata, poi via via quasi ovunque.

Dopo il crollo della Lehman Brothers nell’autunno del 2008, gli Stati sono intervenuti per salvare e spesso nazionalizzare le banche, hanno imposto nuove regole alla loro espansione, hanno spinto, soprattutto in Europa, per limitare le attività degli istituti di credito dentro i confini domestici. Il risultato è che il modello di banche con una spinta globale è tramontato. Alla fine del 2011, i prestiti non nazionali delle banche sono crollati di 799 miliardi di dollari, 584 dei quali per la ritirata in casa di quelle europee. E la tendenza è continuata nel 2012. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che entro la fine di quest’anno gli istituti di credito della Ue potrebbero ridurre le loro attività di 2.600 miliardi di dollari (il 7 per cento del totale) e che un quarto di questa cifra potrebbe venire dal taglio dei prestiti fatti fuori dai confini di casa, in aggiunta alla vendita di titoli internazionali.

In parallelo, i due grandi collanti «fisici» della globalizzazione si sono fermati. Il commercio internazionale — che nei decenni passati cresceva a ritmi impressionanti, spesso sopra al 10 per cento l’anno, e trascinava la crescita del mondo — ha rallentato dopo una certa ripresa nel 2010. L’anno scorso l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) ha rivisto per due volte al ribasso le sue previsioni per il 2012: gli scambi mondiali non dovrebbero essere cresciuti più del 2-2,5 per cento; e il Cpb World Trade Monitor ha calcolato che nel dicembre scorso sono addirittura diminuiti, dello 0,5 per cento rispetto a novembre.

L’altro grande fenomeno dei decenni passati, il decentramento produttivo, non solo si è fermato, ma molte imprese americane e europee stanno riportando a casa le produzioni che avevano esportato nei Paesi emergenti. Un po’ perché si sono accorte che non sempre l’outsourcing è stato redditizio, un po’ perché i salari in Cina sono molto cresciuti e non sono più attraenti come quando l’onda dell’offshoring — dello spedire fabbriche e posti di lavoro nel Terzo Mondo — era il vangelo dei grandi manager, soprattutto americani, ma anche europei. Questo ritiro nazionale ha provocato la rottura della cosiddetta catena globale delle forniture, cioè di quella rete di aziende produttrici di beni intermedi che nei decenni scorsi aveva consentito il decollo di intere economie dei Paesi poveri.

La società di trasporti Dhl, che ogni anno produce un indice della connettività globale, ha calcolato che nel 2012 «il mondo è meno integrato che nel 2007»: i mercati dei capitali si sono frammentati; il commercio dei servizi è stagnante; la «connettività globale è anche più debole di quanto sia comunemente percepito»; «la distanza e i confini contano ancora», con le connessioni online che sono per lo più domestiche. Lo studio della Dhl sostiene che «i guadagni potenziali derivanti dall’incremento della connettività globale possono raggiungere miliardi di dollari»: ciò nonostante, l’opportunità non viene sfruttata.

L’indice di gradimento dei governi per la globalizzazione non è mai stato elevato, dal momento che essa erode il loro potere, rimasto nazionale. Nei tempi più recenti, spinti anche in questo caso dal dover fare qualcosa per affrontare la recessione, hanno accentuato la loro refrattarietà all’apertura e in più di un caso hanno imboccato strade protezioniste, per quanto camuffate. L’ultimo G7, due settimane fa, ha dovuto riunirsi per discutere di possibili guerre valutarie, intese come mezzi per abbassare il valore di una moneta allo scopo di favorire le esportazioni. Mercantilismo valutario, con germi da anni Trenta, insomma. I dibattiti sull’opportunità di reintrodurre vincoli ai movimenti di capitale in situazioni di crisi, d’altra parte, hanno riguadagnato quota anche nel dibattito accademico. Per riassumere le tendenze in corso nella finanza, ma non solo, l’economista britannico Howard Davies sostiene che il 2013 sarà un anno «decisivo per la deglobalization». In questa cornice, persino la democrazia arretra, come raccontano le strade repressive prese dalle rivoluzioni arabe: Freedom House calcola che nel 2012, per il settimo anno consecutivo, il numero di Paesi in cui l’indice della libertà è peggiorato supera il numero di quelli in cui è migliorato.

Non sorprende che, con queste tendenze così accentuate, anche sul piano delle idee l’internazionalismo non sia in forma. Le Nazioni Unite non solo deludono di fronte al massacro della Siria: non ispirano più e, anzi, la superburocrazia del Palazzo di Vetro deprime l’antica e nobile idea di governo mondiale. Dopo la crisi del debito, l’Unione Europea è vista, nel mondo, meno come modello di superamento delle frontiere e sempre più come aggregazione litigiosa e incapace di decidere. Il G7 si è ridotto a un ruolo marginale, ma anche il G20, che l’ha sostituito nel 2009, ha presto perso la sua capacità di dare risposte ai problemi del mondo. Persino la questione più globale che si dovrebbe affrontare, il cambiamento del clima, si trascina da vertice inutile a vertice inutile, segno dell’incapacità del mondo di accordarsi anche di fronte alle sfide più importanti.

La Wto — simbolo della globalizzazione nell’immaginario No Global fin dagli anni Novanta — da oltre dieci anni non riesce a portare a termine il Doha Round, la trattativa per liberalizzare ulteriormente il commercio mondiale che darebbe una spinta rilevante all’economia del mondo, a costo zero. L’idea stessa di multilateralismo — cioè di accordi generali aperti a tutti i Paesi su basi paritarie, pilastro della ripresa post-bellica — è in ritirata: la proposta di Obama, accettata con entusiasmo da molti leader europei, di aprire i negoziati per una zona transatlantica di libero scambio si muove in una logica bilaterale, tra Stati Uniti ed Europa, e rischia di provocare irritazioni e reazioni in altri Paesi, Cina in testa ma non solo.

L’anno scorso, l’analista geopolitico Robert Kaplan ha pubblicato un libro — The Revenge of Geography («La rivincita della geografia»), Random House — nel quale sosteneva la necessità di tornare a studiare i confini naturali, la loro influenza sulle culture e sulle politiche, le risorse del sottosuolo per capire le grandi scelte delle nazioni: mappe più rivelatrici delle dichiarazioni politiche, dei documenti top secret, delle ideologie — a suo parere. Perché — sosteneva citando Paul Bracken di Yale — la dimensione finita della Terra è una forza di instabilità. La globalizzazione, in altri termini, ha un limite nella tendenza espansiva delle nazioni, soprattutto degli imperi vecchi e nuovi: quando si raggiunge il punto in cui non è più possibile andare oltre con un grado di armonia che soddisfi tutti, perché la Terra è in qualche modo finita, si ritorna sui passi compiuti, riprendono i vecchi meccanismi che si possono sfogare solo sulla faccia del nostro pianeta.

Non siamo già arrivati al momento in cui la Terra è finita e non si può andare oltre. Sembra però sempre più difficile, nella Grande Crisi, mantenere quel livello di armonia e di apertura nel quale tutti hanno dei vantaggi, come negli anni d’oro della globalizzazione: l’ombra della somma zero — quel che guadagni tu lo perdo io — comincia a fare paura. Così, la vecchia, polverosa Geografia torna a misurare confini e distanze del nostro piccolo mondo.”

Il peso del futuro… e dello spreco…

Difficilmente scrivo dei post per il gusto di fare polemica. Ora, sono 5 giorni che aspetto di scrivere questo post. Nel nostro liceo, come nelle altre scuole superiori, sta arrivando il libercolo “Vie al futuro” prodotto (e deduco finanziato) dalla nostra Regione (o quantomeno pagato da un altro ente pubblico). Lo sconcerto nasce dalla grammatura della carta: sono anni che non mi capita di sentire uno spessore del genere all’interno di un libro! L’ho anche messo sul dorsetto: sta in piedi da solo… In un periodo come questo è necessario? Essendo diretto a ragazzi di quinta, che su internet ci navigano come Giovanni Soldini sul mare, si potrebbero iniziare a immaginare dei canali informativi che utilizzino tali strumenti… a tutto vantaggio di toner e carta risparmiati. Mi scuso per lo sfogo, ma era una cosa a cui tenevo.

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Altri mercati

Riccardo Barlaam è un giornalista che scrive per Il sole 24ore e per Nigrizia. Stamattina in classe, parlando di globalizzazione, abbiamo letto un suo interessante articolo sui nuovi modi di consumare che si stanno espandendo nei paesi africani contraddistinti da un’economia ruspante. Eccolo qui.

images.jpeg“Il miglioramento delle condizioni economiche in molti paesi africani sta facendo crescere, lentamente, una vera e propria middle class all’americana. Una fascia di popolazione che ha un lavoro, un reddito e una capacità di spesa tra i 2 e i 20 dollari al giorno. Secondo gli ultimi dati dell’African development bank, tra il 2000 e il 2010 sono diminuiti i poveri, a favore della classe media che si è allargata. Un trend in ascesa. Più in dettaglio, il livello di popolazione che ha una capacità di spesa inferiore ai 2 dollari al giorno è sceso dal 64 al 60% nel decennio in esame. Mentre la fascia di chi, appunto, può spendere fino a 20 dollari al giorno, si è estesa al 34% della popolazione, vale a dire a 326 milioni di persone (dal 27% del 2000). L’Africa ha un’economia che vale 18mila miliardi di dollari l’anno (fonte The Economist). Il dato, nonostante la crisi internazionale, è in crescita. Le economie dei “leoni” africani, come Ghana, Rwanda, Angola, crescono velocemente come quelle di Sud Corea, Taiwan e delle altri “tigri” asiatiche, seppur partano da livelli di sviluppo più bassi. Cosa succede? Succede che dove c’è più reddito aumentano i consumi. Si diffondono nuove abitudini, stili di vita, aprono negozi e supermercati, nelle città, simili a quelli occidentali. Cambiano i servizi, anche per il tempo libero. Nel centro di Addis Abeba, accanto alla grande rotonda e all’ingresso della Cattedrale ortodossa della Santissima Trinità, c’è un grattacielo con sale giochi, bar, ristoranti e perfino un cinema multisala che offre film a 3d.

Le multinazionali che producono alimentari e cosmetici fanno a gara per conquistare fette di mercato in questa popolazione con nuova capacità di spesa, tanto più in un periodo come questo dove i consumi in occidente languono. Unilever, ad esempio, sta sviluppando una serie di prodotti pensati specialmente per i consumatori africani: shampoo e balsamo per i capelli ricci, creme di bellezza per la pelle nera e così via. A Johannesburg il colosso anglo-olandese dei beni di consumo ha aperto una vera e propria scuola dedicata agli acconciatori professionali africani. Nel primo anno di attività la Motion Accademy ha tenuto corsi di formazione a circa 5mila parrucchieri e barbieri africani. Artigiani che spesso hanno i loro laboratori all’aperto nelle strade dei mercati e che hanno potuto provare questi prodotti per capelli pensati per un pubblico di consumatori africani sempre più attenti alla qualità. Nello stesso modo nelle grandi città si diffondono le catene di supermercati, i negozi di prodotti tecnologici. E anche la distribuzione migliora. Nestlé sta investendo molto nella distribuzione diretta dei propri prodotti nelle strade dei mercati in Sudafrica, anche nei più remoti villaggi dell’Africa rurale. La multinazionale svizzera ha aperto 18 centri logistici che seguono la distribuzione dei prodotti con dei furgoncini dedicati anche nei più remoti spazas (negozietti familiari) sudafricani. Non è stato facile. Si sono dovuti affrontare anche una serie di problemi legati alla sicurezza, sia nei centri di stoccaggio fortificati con antifurto e sistemi di sorveglianza, ma anche nell’allestimento dei camioncini che per evitare i furti molto frequenti soprattutto nelle township ora sono senza brand, dei semplici furgoni bianchi non riconoscibili. Il sistema di micro distribuzione sta funzionando ma è molto costoso. Anche Danone ha organizzato un sistema di distribuzione in Sudafrica che raggiunge due volte a settimana 8.500 punti vendita con i suoi yogurt freschi e altri prodotti a scadenza (latte fresco e derivati). La cosa è facilitata dal fatto che in Sudafrica le strade e le ferrovie sono in condizioni migliori rispetto al resto dell’Africa. In ogni caso, per le multinazionali occidentali il Sudafrica è una buona base per testare i sistemi di distribuzione, limitare gli errori, eliminare le inefficienze. Il primo passo per poi pensare di penetrare nei mercati del resto del continente a partire, appunto, da quei paesi a più rapida crescita, dove aumenta la capacità di spesa pro-capite.

Loro stanno comunque bene

A breve nelle quinte parleremo di globalizzazione: per chi volesse portarsi avanti col lavoro consiglio questo articolo di Altreconomia sulle multinazionali e soprattutto il file qui sotto elaborato dal Centro Nuovo Modello Sviluppo.

Top200 2a edizione.pdf

A quattro anni di distanza

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Una bella giornata ventosa, di quelle che piacciono a me. Così, dopo la mattinata passata dal dentista, sono andato a fare un giro con Mou per la campagna. Come al solito, mi sono portato dietro la radiolina e mi sono sintonizzato su Radiotre e ho dovuto alzare un po’ il volume per contrastare il rumore delle canne di granoturco piegate dal vento. C’era il giornalista Stefano Feltri che faceva memoria del 14 settembre di quattro anni fa, quando il governo americano decideva di abbandonare al fallimento la banca d’affari Lehman Brothers. Ho pensato fosse utile segnalare questa puntata di Wikiradio, a me è piaciuta. Qui il link all’elenco dei podcast da poter scaricare.