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Rewind: domenica

Caravaggio_-_Cena_in_Emmaus
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-1602, olio su tela, 139×195 cm, National Gallery, Londra

Infine, ecco la domenica.
Semplice è l’origine.
«Dio onnipotente, cerca / (sforzati), a furia d’insistere / – almeno – d’esistere». Così il poeta Giorgio Caproni scriveva in una delle sue poesie, e commentava in un’intervista: «Dio è il mistero di tutti i misteri, non si sa nulla di lui. È inafferrabile, ci vivifica e ci uccide. Eppure ricerco la sua presenza da anni».
Dove è questo Dio? Su quali strade? Su quella di Emmaus. Un santo contemporaneo ha detto infatti che tutte le strade del mondo sono diventate Emmaus (san Josemaría Escrivá, “Cristo presente nei cristiani”). Si riferisce, con intuizione folgorante, ad una delle pagine del Vangelo più belle, con la quale non a caso Luca (cap. 24) conclude il suo Vangelo e dà il “la” alla storia del cristianesimo così come sarà sempre.
Vi si narra la scena in cui due discepoli dopo la morte di Gesù se ne tornano, disperati, da Gerusalemme al loro paesino, Emmaus, con il cuore pesante dopo essersi illusi che Cristo fosse veramente il Salvatore.
La morte ha spazzato via tutto: l’ennesimo fuoco fatuo. Ora rimane solo il tempo della tristezza e il ritorno al grigiore di prima. Ma proprio su quella strada, Cristo risorto, senza essere riconosciuto dai loro occhi tristi, come uno qualsiasi si mette a camminare con loro e chiede perché sono così appesantiti. Li tira fuori da dove si trovano, dalla loro tristezza, non con l’evidenza schiacciante della resurrezione (si sente dare persino dell’ignorante perché non sa nulla di ciò che è successo a Gesù Cristo: mi è sempre piaciuto il gioco che fa con noi, la sua paziente ironia per farci arrivare da soli alla realtà, senza schiacciarci), ma con una chiacchierata pacata e forte di amico, sul far della sera, come quando nella Genesi si narra che Dio passeggiava con gli uomini al fresco della sera: è ricominciato tutto. Poi fa per andar via quando loro si fermano alla locanda per mangiare, non si impone, si fa desiderare, la sua delicatezza verso la nostra libertà mi appassiona e mi appassiona che l’unica vera preghiera che lo costringe a rimanere sia il nostro semplice desiderio che resti con noi.
E a tavola, mentre mangiano come amici, li sorprende e si fa riconoscere nello spezzare il pane, come per due volte Caravaggio ha raccontato nelle sue tele in età diverse della sua vita con un realismo che non è altro che il realismo del cristianesimo: il quotidiano trasfigurato dall’incarnazione di Cristo. In quel momento lo riconoscono e proprio in quel momento lui si sottrae alla loro vista.
Paradossalmente se ne va, rimanendo: proprio in quel pane.
Tutte le strade del mondo sono percorse da uomini e donne impegnati nelle loro battaglie quotidiane, con il volto tirato, presi dai loro pensieri, dalle loro lotte, dalle loro tristezze, dalle loro incertezze, dalla caduta quotidiana delle loro umanissime speranze. Magari hanno inseguito l’ennesima che li ha delusi e sono a caccia di un’altra o di qualcosa che lenisca la delusione, che possa dare senso al ripetersi dei giorni, rinnovandoli sempre, qualcosa per cui valga veramente la pena alzarsi la mattina. Su quelle strade qualcuno con uno sguardo diverso li raggiunge, è esattamente come loro, condivide le loro lotte e pensieri, ma ha una luce negli occhi. Si affianca con la normalità di chi sa essere amico, fa la stessa strada, lo stesso lavoro, condivide le stesse passioni, sogni e sconfitte. Non giudica, ma guarda gli occhi e chiede: perché sei triste? Sa ascoltare la tristezza del volto degli altri, che si sentono tranquilli a confidarsi lungo il cammino, perché finalmente hanno trovato qualcuno a cui possono affidare il peso del loro cuore: un amore tradito, una relazione familiare piena di dolore, un lavoro insopportabile, una condizione fisica critica, un pianto mai affiorato…
Hanno sperato per anni che tutto potesse cambiare, avevano creduto con tutto il loro slancio alla vita come promessa, ma niente: è stata un’illusione. Adesso si limitano a sopravvivere perché vivere fa troppo male, perché per vivere bisogna sperare e non ci sono più le forze, né la voglia di essere ancora delusi e si accontentano di piccolissimi noiosissimi rituali. Eppure l’amico che ascolta ha una luce che illumina proprio quella situazione, una luce che non gli appartiene e che non viene meno, proprio per questo non è triste, anche se porta sul viso gli stessi segni di stanchezza degli altri, perché la vita è dura anche per lui, proprio allo stesso modo. Parla di un modo di guardare il mondo pieno di passione e fuoco, come se avesse il potere di trovare la bellezza in ogni angolo, anche il più oscuro. Non pretende di cambiare il mondo, ma il modo di guardare il mondo: dice le cose con forza, senza lesinare sulla verità, ma lo fa con un tale affetto che non ci sente amari, ma amati. Ci libera dalla tristezza, perché è oltre la tristezza, che ben conosce perché l’ha attraversata, ma che ha disinnescato con una formula che ora ci intriga, ci seduce, ci attira, come una promessa. Il dialogo continua lungo il cammino, ed è fatto di giorni, di settimane, di mesi, stagioni e anni e di cose ordinarie. E quella luce non viene meno e illumina ogni età e stagione, ogni fatica e ogni gioia, ogni sconfitta e ogni desiderio.
Il mondo è lo stesso per tutti, ma per quell’amico il modo di guardarlo è sempre da innamorato. Come fa? Da dove trae origine questa forza ardente e appassionata? Come fa ad essere così pieno di eros? La curiosità e il calore sperimentati portano a chiedere di rimanere di più, di approfondire l’amicizia, di arrivare al segreto che guida quella vita, perché un segreto deve esserci se è così capace di far ardere il cuore e le speranze, in mezzo a tutte queste rovine. Si sta insieme, si cena insieme, si condividono non solo le lotte ma anche il riposo, un bicchiere di vino e il pane. E proprio in quella intimità d’amicizia, il vero dono che un cristiano deve fare al mondo, si fa strada la verità sconvolgente, quasi incredibile proprio per il suo essersi nascosta nella vita di tutti i giorni ed essere lì accessibile, a tavola, e non nei recessi e nelle altezze in cui gli uomini hanno cercato inutilmente Dio per secoli. No, ci dice Caravaggio, è qui, a tavola, con te e me.
Il segreto è che l’Emmanuele è Dio con noi, per questo l’amico non ha paura, perché lui ha scoperto che Dio è con lui, tutti i giorni, sino alla fine, è il Dio vicino, di strada e di tavola: parola e pane. Sentiamo le forze rinvigorirsi e le parole di prima non rimanere fuori di noi, ma entrare dentro di noi, anzi di più: farsi noi, trasformandoci in Parola e Pane per gli altri, per questo lui è sparito, ci sei tu, tocca a te. Così di corsa torniamo per strada a dirlo a tutti, la strada dell’andata, piena di tristezza, la ripercorriamo a ritroso con lena nuova, anche se è notte fonda, anche se siamo stanchi, perché adesso è cambiato tutto, c’è una ragione per camminare, anzi c’è una ragione per correre, c’è una ragione per alzarci ogni mattina. E la ragione è che Dio è mio e io sono suo, nelle 24 ore che ho disposizione, con tutto quello che ci sta dentro, perché l’unità di misura del Vangelo, fateci caso, è “ogni giorno”. Adesso siamo pieni di vita, come uno che ogni giorno s’innamora, perché questo innamoramento non dipende principalmente da noi, ma è dato, se lo vogliamo. Qualcosa ci fa rinascere dall’alto ogni giorno, ed è capace di far rinascere altri.
Non ci sono più strade anonime, c’è solo Emmaus: ogni strada umana, ogni lavoro umano, ogni amore umano, ogni tristezza umana è proprio il luogo dove Cristo cammina con noi, magari con il volto ordinario di un amico, di un’amica. E quell’amico o amica sei tu per gli altri, che cammini con loro (dopo aver camminato e mangiato con Lui), tu che ascolti le loro tristezze e riporti il cuore ad ardere (come Lui ha fatto con te), fino a metterli faccia a faccia con Cristo, in una catena senza fine. Quello è il momento in cui devi farti da parte, adesso tocca a lui. La Resurrezione non è una lezione, non è uno sfolgorare schiacciante, ma è una passeggiata accorata tra amici con parole vere, fino a trovare l’origine di ogni speranza nella Parola e nel Pane. E subito ripartire, perché è tutto troppo bello, tutto troppo grande, per restarsene paralizzati e tristi. Adesso è tutto nuovo. E tu e io sappiamo il segreto.
Niente è più erotico del cristianesimo, perché nessuno ama come Cristo e il cristianesimo è diventare un altro Cristo, lo stesso Cristo, tanto da poter dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».”

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Un dono spezzato

La scorsa settimana, nell’occasione del triduo pasquale, Avvenire ha pubblicato tre riflessioni di Alessandro D’Avenia. Pensavo di raccoglierle in un testo unico e metterle a disposizione, ma temo che in questa maniera le leggano in pochi. Allora, visto che oggi è giovedì, a una settimana di distanza, le pubblico con gli stessi tempi del quotidiano: in fin dei conti, i cristiani rivivono il triduo ogni domenica. La vita, il viaggio, l’amicizia, l’amore, la risposta alla domanda “chi è l’uomo?” sono al centro di questa riflessione; l’Odissea, Vasilij Grossman, Dante e, ovviamente, la Bibbia ne sono le fonti.

GIOVEDI’ SANTO
Giovedì Santo: l’uomo è quello che spezza il pane
Odisseo8«L’eroe multiforme, raccontami, Musa, che tanto vagò: / di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, / molti dolori patì sul mare nell’animo suo, / per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. / Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo: / con la loro empietà si perdettero». Nell’originale greco la prima parola dell’Odissea è «uomo», la seconda «raccontami».
Il poeta chiede alla Musa di dire, all’alba della cultura occidentale, “chi è l’uomo?”. Ci vorranno ben 24 libri per “raccontare” la risposta, anche se ci viene offerta un’eccellente sintesi nei pochi versi proemiali. Il poeta tratteggia tre caratteristiche: conoscere città e pensieri/costumi di uomini, patire dolori, al fine di acquistare la vita a sé e ai compagni. La poesia omerica dice l’essenziale: l’uomo è viaggiatore, curioso conoscitore del mondo, chiamato a “patire”, per tornare a casa. Casa è: “aver salva la vita” (psyché), ma non solo la propria, ma anche quella dei compagni (etàiroi): coloro con cui si condivide un obiettivo. Lo traduciamo con “compagno”, la cui radice (cum più panis) indica “qualcuno con cui si divide il pane”. L’identità dell’eroe non è ripiegata su se stessa, ma proiettata verso l’altro, salvare sé e i compagni sono un tutt’uno.
Dire Ulisse è dire i suoi compagni, i suoi amici, la sua terra. Itaca. Amico non è qualcuno da “aggiungere” su un social, ma con cui condividere il pane (non l’apparenza) nel tentativo di salvarsi e salvare. L’uomo è dato all’altro uomo per la salvezza. È un dato originario quanto la creazione, e quindi fonte insostituibile di originalità: gli amici ci costringono ad essere reali, custodendo e coltivando la nostra identità, unicità, vocazione. Gli amici ci tirano fuori dalle apparenze e ci ricordano che i nostri talenti non sono per auto-realizzare, ma per etero-realizzare. Lo dice in modo perfetto Vasilij Grossman in Vita e Destino: «L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso… Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui. L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti. E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi. L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede».
Noi cristiani a volte riduciamo la Rivelazione a un programma morale, quando invece è il movimento (Amor che move dice Dante) che Dio ha impresso nel Ecce Homocreato, nel quale abbiamo il privilegio di essere inseriti e che possiamo assecondare o rifiutare. Solo chi si lascia catturare da questo movimento amoroso può portare la realtà a pieno compimento, la sua e quella degli altri: l’unico “pregiudizio” che un cristiano può avere sulla realtà è l’amore. Se ci si sottrae a questo movimento si diventa meno reali e si priva di realtà la realtà. L’amicizia, cioè l’affidamento dell’uomo all’altro uomo, è il versante umano di questo movimento. Chi è l’uomo? Risponde Pilato mostrando il flagellato: «Ecco l’uomo». Non è più il bell’eroe odissiaco, eppure anche Cristo ha conosciuto le città degli uomini e i loro pensieri, ha patito nel viaggio dell’incarnazione. A quale fine? Anche lui per salvare la vita dei suoi compagni, ma con una novità: rinunciando alla sua. Per questo non può trattarsi di un mito. Dice: «Non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono». Lo scherniscono: «È stato capace di salvare gli altri, e non può salvare se stesso». Ulisse aveva salvato sé e i suoi compagni erano morti per la loro empietà. Cristo fa il contrario: rinuncia a salvare se stesso e salva noi: per la nostra empietà si fa empio lui. Infatti proprio nell’ultima cena ci definisce amici: «Vi ho chiamati amici perché vi ho detto le cose del Padre mio».
Il racconto di Cristo è la sua identità, il Figlio mostra il Padre: un racconto costato la vita. A uno dei suoi, che in quella cena dice «Mostraci il Padre e ci basta», risponde: «Chi vede me, vede il Padre». Ci chiama amici e, a tavola spezzando il pane, ci rende compagni del suo poema: l’obiettivo è salvare. E questo non solo nel suo breve passaggio sulla terra, ma oggi e sempre, diventato lui stesso “pane” per la compagnia (i due di Emmaus e tutti lo riconosceranno così). Chi non mangia quel pane non ha vita, non ha passione per il mondo, non ha l’amore come pregiudizio, non rende – attraverso l’amicizia – la realtà reale, ma la lascia precipitare nell’inconsistenza della morte.”

emmausConcludo con un mio piccolo contributo citando Cesare Pavese:
Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra “riavere” noi dagli altri… Tu sei solo e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro… non basti da solo, e lo sai”.