IF GOD WILL SEND HIS ANGELS (U2, Pop) Nessun altro qui, baby, nessun altro da biasimare Nessuno su cui puntare il dito…Solo tu ed io e la pioggia Nessuno te l’ha fatto fareNessuno ti ha messo le parole in bocca Nessuno qui prendeva ordini Quando l’amore ha preso un treno per il Sud E’ il cieco che guida la biondaE’ roba, roba da canzoni country Ehi se Dio mandasse i suoi angeliE se Dio mandasse un segno E se Dio mandasse i suoi angeliSarebbe tutto a posto? Dio ha il telefono staccato, bimbaPrenderebbe mai su se potesse? E’ passato un po’ di tempo da quando si è visto quel bimbo In giro da queste parti.Vedi Sua madre spacciare in un portone Vedi Babbo Natale con un piattino dell’elemosina. Gli occhi della sorella di Gesù sono piaghe… La strada maestra non è mai sembrata così meschina E’ il cieco che guida la biondaSono i poliziotti che riscuotono i soldi delle truffe Così dov’è la speranza e dov’è la fede… e l’amore?Cos’è che mi dici? L’amore… accende il tuo albero di Natale?Un minuto dopo, ti scoppia un fusibile Ed il “cartoon network” diventa il telegiornale Ehi se Dio mandasse i suoi angeliEhi se Dio mandasse un segno Beh se Dio mandasse i suoi angeliDove andremmo? Gesù non lasciarmi mai andareSai che Gesù mi spiegava come stanno le cose Poi hanno coinvolto Gesù nello “show business” Adesso è difficile entrare da quella portaE’ roba, è roba da canzoni country Ma immagino che fosse qualcosa per cui continuare Ehi se Dio mandasse i suoi angeliSicuramente potrei usarli qui proprio adesso Beh se Dio mandasse i suoi angeliDove andremmo?… (…) Le cose non stanno andando affatto bene e sorge la classica domanda contenuta nei libri dei Profeti: Dio che fa? Beh, la risposta di Bono è durissima: Dio ha il telefono staccato. Ricorda molto il Dio di Ligabue a cui viene chiesto un momento per rispondere a tre domande; il rocker di Correggio conclude con “quanto mi conta una risposta da te, di su, quant’è? ma tu sei lì per non rispondere… perché nemmeno una risposta ai miei perché”. Certo, un telefono staccato è angosciante: la possibilità di comunicazione c’è, il mezzo c’è e potrebbe pure funzionare, ma colui che è all’altro capo del filo ha deciso di non voler essere disturbato, o comunque di non voler parlare. Il verso successivo degli U2 è una domanda che spalanca un’altra serie di interrogativi: “prenderebbe mai su se potesse?”. Dio non può rispondere? Non è onnipotente? E’ onnipotente ma non si immischia? E potendo, perché non rispondere? Non vuole? Non ascolta per non essere angustiato nella sua impotenza? Non ascolta perché non gli interessa? Il bambino che non si vede in giro da un po’ di tempo è Gesù; seguono due figure legate chiaramente a lui nel testo, “Sua madre” e una sorella, e un personaggio che pare non c’entrare nulla come Babbo Natale ma che colpisce in quanto Babbo posto tra una madre e una figlia: insomma può apparire un ritratto di famiglia! Certo “decadentino”: Maria che spaccia, Babbo Natale che invece di donare i regali agli altri fa l’elemosina e la sorella di Gesù con gli occhi piagati! Insomma il panorama non è per nulla godibile, tanto che gli U2 si chiedono dove siano finite le tre virtù teologali: “Così dov’è la speranza e dov’è la fede… e l’amore (carità)?”. L’unica possibilità resta Gesù, quello vero però, e non quello dei telepredicatori e delle show business.
Questa ci sarebbe stata bene in una quinta stamattina.
VISSI D’ARTE (Roberto Vecchioni, da In Cantus) Vissi d’arte, vissi d’amore, non feci mai male ad anima viva! Con man furtiva quante miserie conobbi, aiutai. Sempre con fe’ sincera, la mia preghiera ai santi tabernacoli salì. Sempre con fe’ sincera diedi fiori agli altar. Nell’ora del dolore perché, perché Signore, perché me ne rimuneri così? Diedi gioielli della Madonna al manto, e diedi il canto agli astri, al ciel, che ne ridean più belli. Nell’ora del dolore, perché, perché Signore, perché me ne rimuneri così? Quando le cose non vanno come noi vorremmo o non vanno bene proprio, vien spesso da chiedersi perché. A volte ci si ferma lì, alla domanda e non si cerca neppure la risposta. Altre volte si tira in ballo il caso, il destino, la sfiga. Altre volte ancora la nostra domanda scavalca l’umano e desidera interrogare il divino. Ci aveva provato anche Ligabue con una domanda banale (chi prende l’Inter?) e due esistenziali (dove mi porti? soprattutto perché?). Ma il perché l’uomo se lo pone fin dall’inizio dei tempi e allora vado all’indietro anche con la musica… Siamo nel 1800 e la famosa cantante Floria Tosca viene ricattata dal barone Scarpia, capo delle guardie del papa: se ella non gli si concederà, il fidanzato di lei, il pittore Mario Cavarodossi, morirà. Tosca si rivolge allora a Dio, quasi a rimproverarlo, a ribellarsi: mi sono sempre comportata bene, non ho mai fatto male ad alcuno, ho aiutato chi era nella miseria e l’ho fatto in maniera discreta (Mt 6,3-4: “Invece mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”), ho sempre avuto una fede sincera e non ho mai fatto mancare né la mia preghiera né fiori sugli altari, col mio canto ho abbellito il creato, il cielo. Perché ora, nel momento del dolore e della prova, Dio mi ringrazia così? E’ questa la sua ricompensa? Estendendo il discorso: qual è la ricompensa che un uomo si attende? quali aspettative abbiamo sulla remunerazione? Il brano “Vissi d’arte” è stato recentemente ripreso da Roberto Vecchioni quale prima traccia del cd “In Cantus”.
Ancora un post con video (ho scelto la versione live per la gustosa intro del Guccio), testo e mia riflessione.
SHOMÈR MA MI-LLAILAH (Francesco Guccini, Guccini) La notte è quieta senza rumore, c’è solo il suono che fa il silenzio e l’aria calda porta il sapore di stelle e assenzio, le dita sfiorano le pietre calme calde d’un sole, memoria o mito, il buio ha preso con sé le palme, sembra che il giorno non sia esistito… Io, la vedetta, l’illuminato, guardiano eterno di non so cosa cerco, innocente o perché ho peccato, la luna ombrosa e aspetto immobile che si spanda l’onda di tuono che seguirà al lampo secco di una domanda, la voce d’uomo che chiederà: Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell… Sono da secoli o da un momento fermo in un vuoto in cui tutto tace, non so più dire da quanto sento angoscia o pace, coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare… e li avverto (sento), radi come le dita, ma sento voci, sento un brusìo e sento d’essere l’infinita eco di Dio e dopo innumeri come sabbia, ansiosa e anonima oscurità, ma voce sola di fede o rabbia, notturno grido che chiederà: Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell… La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato, sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato… Ma io veglio sempre, perciò insistete, voi lo potete, ridomandate, tornate ancora se lo volete, non vi stancate… Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni e resteranno di uomini e idee, polvere e segni, ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà: Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell…
L’ispirazione è la Bibbia, e precisamente pochi versi di Isaia 21,11-12, definiti da Guccini “una pagina di un’umanità incredibile”:
“Oracolo su Duma. Mi gridano da Seir: «Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?». La sentinella risponde: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!».” Sono versi piuttosto criptici che qualcuno non riesce neppure ad attribuire al profeta Isaia. In effetti alla domanda posta da alcuni viandanti, pellegrini o semplicemente dei passanti (potrebbero essere degli abitanti della Duma, un’oasi della parte settentrionale dell’Arabia) alla sentinella, al guardiano, si contrappone una risposta ben poco convincente: si chiede quanto manca all’alba, anzi quante ore ci sono ancora di buio (probabilmente in riferimento al dominio assiro), e si ottiene quella che pare una banalità, cioè che il mattino verrà e poi ad esso seguirà di nuovo la notte (ci sarà sollievo all’oppressione assira, ma seguirà un’ulteriore periodo buio). Nient’altro se non l’invito a continuare a domandare, a non scappare, e a convertirsi… La canzone si apre con un’ambientazione notturna desertica aperta ai sensi: il suono del silenzio, il calore dell’aria e delle pietre, il sapore di assenzio, il buio che nasconde le palme e fa dimenticare il giorno passato. Il protagonista che parla in prima persona è la sentinella, la vedetta, il custode illuminato di non si sa cosa: è in ricerca della luna ombrosa, una ricerca che sembra vana visto il buio che inghiotte tutto. La sentinella è ferma, immobile: ci sarà una domanda come un lampo secco e accecante che genererà un’onda di tuono. “A CHE PUNTO E’ LA NOTTE?”. La sentinella è in un non-spazio (“fermo in un vuoto in cui tutto tace… coi sensi tesi fuori dal mondo) e non-tempo e non-sentire (“da secoli o da un momento fermo… non so più dire da quanto sento angoscia o pace, coi sensi tesi fuori dal tempo”) in attesa della domanda. Inizia a sentire qualcosa, confuso e vago, un brusio: percepisce anche sé non come chiara voce di Dio (il profeta), ma una sua eco infinita. Già l’eco rimanda al senso dell’eternità, del ripetersi continuo: qui è accentuato dall’aggettivo infinita. E arriva la domanda, misto di fede e rabbia, comunque non sussurrata, ma gridata: “A CHE PUNTO E’ LA NOTTE?”.
Mi vengono alla mente le parole di Turoldo nella sua “La notte del Signore” (qui per intero). “Perfino gli olivi piangevano quella Notte, e le pietre erano più pallide e immobili, l’aria tremava tra ramo e ramo quella Notte. E dicevi: «Padre, se è possibile…». Così da questa ringhiera quale un reticolato da campo di concentramento, iniziava la tua Notte. Si è levata la più densa Notte sul mondo: tra questa e l’altra preghiera estrema: «Perché, ma perché, mio Dio…». Notte senza un lume: disperata tua e nostra Notte. «Perché…?».
Il post che segue è lungo, ne spiego brevemente la struttura: nell’ordine compaiono il video, la traduzione, la storia raccolta da varie fonti internet, il mio commento in corsivo.
PEACE ON EARTH (U2, All that you can’t leave behind) Paradiso Terrestre, ne abbiamo bisogno adesso Sono stanco di tutto questo girarci intorno Stanco del dispiacere, stanco del dolore Stanco di sentire, ripetuto all’infinito che ci sarà pace in Terra Dove sono cresciuto io non c’erano tanti alberi Dove ce n’erano li abbiamo abbattuti ed usati contro i nostri nemici Dicono che ciò di cui ti beffi sicuramente ti sorpasserà E tu diventa un mostro così il mostro non ti distruggerà Ed è già andato troppo oltre chi diceva Che se entri duramente non ti farai male Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega Pace in Terra Parlane a quelli che non sentono nessun suono I cui figli vivono nella terra di pace in Terra Niente “chi” o “perché” Nessuno piange come piange una madre per la pace in Terra Lei non è mai riuscita a dire addio a vedere il colore nei suoi occhi Ora lui è in terra, questa è la pace in Terra Stanno leggendo dei nomi alla radio Tutta la gente, noialtri, non arriveremo a saperlo Sean e Julia, Gareth, Ann e Breda Le loro vite sono più grandi di qualunque grande idea Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega Pace in Terra Di parlare a quelli che non sentono nessun suono I cui figli vivono nella terra di pace in Terra Gesù questa canzone che tu scrivesti Le parole mi si appiccicano alla gola Pace in Terra, lo sento ad ogni Natale Ma speranza e storia non faranno rima Allora a cosa vale? Questa pace in Terra Pace in Terra Pace in Terra Pace in Terra Driiiin Driiiin. Il telefono squilla nella sede di Ulster Television. Sono le 14.30 di sabato 15 agosto 1998. Margareth Hall solleva la cornetta. Dall’altra parte del filo giungono solo poche parole: “C’è una bomba, vicino al palazzo di giustizia a Omagh, 500 libbre, esplosione tra 30 minuti”. Alle 14.32 il telefono squilla anche all’ufficio di Coleraine dei Samaritani. Un uomo comunica alla centralinista che “questo è un allarme-bomba. Esploderà in 30 minuti, a Omagh”. Dopo tre minuti una nuova telefonata giunge all’Ulster Television: “Bomba, Omagh, 15 minuti”. Mezz’ora prima una Vauxhall Chevalier, targata MDZ 5211 – rubata a Carrickmackross, in Contea Monaghan, due giorni prima – viene parcheggiata in Market Street , accanto al negozio SD Kells. Due uomini scendo tranquillamente. I passanti ignorano che, chiusi nel bagagliaio, ci sono 140 chili di esplosivo a base di fertilizzante. Le informazioni sono passate all’agente William Hall a Omagh. La polizia agisce rapidamente. Sgombra l’area, recinta la zona con quelle strisce bianche e gialle diventate un simbolo di lutto, e spinge centinaia di donne e bambini fiduciosi dalla parte opposta di Market Street, la strada principale di questo villaggio del Far West irlandese, quattrocento metri più in là, lontano dalla bomba presunta e proprio sulla bomba vera. Stanno lì, a godersi il sole di Ferragosto, eccezionale a questa latitudine, e il carnevale del paese, con tanto di sfilata e zucchero filato. Stanno lì a fare spese, l’ultima festa prima dell’inizio della scuola, le mamme con i bambini per mano, a scegliere uniformi, quaderni, zainetti. Stanno lì ad aspettare per quaranta lunghi minuti che tutto finisca, magari accasciati per la noia su quella Vauxhall Astra marrone, parcheggiata tra un negozio di tappezzeria e uno di biciclette. Alle 15.10 l’autovettura esplode nel centro della folla. La detonazione fa volare pezzi dell’auto a parecchie decine di metri: 29 morti e oltre 200 feriti. L’intera facciata di SD Kells viene distrutta ed il tetto collassa sul piano superiore. Molte vittime sono all’interno del negozio. Nella parte opposta della strada il Pine Emporium, un negozio di mobili, viene investito in pieno dall’onda d’urto. La proprietaria, Elisabeth Rush, muore all’istante. La potenza della bomba è tale che molti corpi non verranno mai trovati. Scoppiano degli incendi, dovuti al calore. Schegge di vetro e metallo piombano, incandescenti, sulla folla. Esplode anche una tubatura dell’acqua posta sotto la strada. Qualcuno ha fatto schizzare via la vita dai corpi martoriati di ventotto esseri umani scambiati per animali da macello, quattordici donne, nove bambini, cinque uomini. E duecentoventi feriti. Fortunati quelli che già sanno che il loro caro è morto. Pochi, ancora pochi. Le vittime di un tale massacro non hanno più un corpo, tratti distintivi, identità. Le famiglie dei parenti aspettano in un silenzio irreale, con gli occhi rossi e il fazzoletto sulla bocca, nel centro sportivo trasformato in ricovero dei disperati, per sapere se devono piangere un morto, pregare per un ferito, sperare nel miracolo di una riapparizione. E’ stata la strage delle donne e dei bambini. Gli uomini erano giù al fiume per la grande pesca al salmone che è il loro Ferragosto. Le mamme a fare compere. Tre generazioni di donne di una stessa famiglia, Mary di 65 anni, la figlia Avril di 30, e la nipotina Maura di appena 18 mesi, sono morte l’una affianco all’altra. Altre due bambine, due gemelle non ancora nate, sono rimaste per sempre lì, nel ventre della giovane donna uccisa. Anche lei doveva fare compere quel sabato pomeriggio. Lascia un marito che avrebbe dovuto ed ora vorrebbe essere stato con loro. Famiglia cattolica anche questa, uno zio prete ha officiato il rito funebre. «Sono andato subito da loro per far sentire la partecipazione di tutta la nostra comunità. Erano inconsolabili, distrutti. Poi ho visitato i feriti e i parenti nel centro di emergenza, perché il dolore e lo sgomento è di tutti, senza differenze», ci dice il Primate della Chiesa d’Irlanda, Sean Brady, arcivescovo di Armagh, la culla del cattolicesimo irlandese, la patria di san Patrizio. Ha 59 anni e parla l’italiano imparato nei lunghi anni passati a Roma come Rettore del Collegio irlandese. Si arrabbia quando gli chiediamo cosa prova a sentire associare il nome di cattolico e protestante a questa guerra sanguinosa: «Quante volte dovremo ripetere che questa non è una guerra di religione, che le radici di questo conflitto sono solo politiche e storiche? Nell’accordo di pace firmato da tutti i partiti il Venerdì santo, non c’è un solo aggettivo che si riferisca a questioni di religione o alle due comunità. Qui non sono in gioco questioni di fede o il primato del Papa, qui si lotta per una convivenza pacifica tra chi vuole stare con Londra e chi vuole riunire l’isola sotto Dublino. Chi fa ancora riferimento a divisioni religiose è in malafede o agita un facile alibi. Le differenze religiose le affrontiamo con l’ecumenismo, ma qui le questioni sono politiche. Con l’accordo di pace e con il referendum che lo ha ratificato, la stragrande maggioranza dei nordirlandesi ha finalmente deciso che l’unica strada per risolvere queste questioni è il dialogo. I terroristi non hanno più alcun appoggio popolare, sono sempre più isolati. I tempi sono maturi per dire basta a questa violenza. Dopo questa nuova tragedia la gente ha reagito con una grande compostezza, con un lutto comune, non ci sono stati distinguo da parte di nessuno». C’era una comitiva di studenti spagnoli, in visita per un “gemellaggio”, che avevano creduto ai depliant turistici del Nord Irlanda: tornate, venite, finalmente c’è la pace. Un’insegnante e uno studente sono morti, un’altra dozzina in ospedale, i nomi scritti a mano sui fogli appesi alle pareti: Teresa Blanco, Bonita Blanco… Con loro c’erano tre ragazzi irlandesi che li ospitavano, due dodicenni e un amichetto di otto. Sono morti anche loro. Fernando Blasco, un ragazzino spagnolo di 12 anni con la faccia da scugnizzo e un sorriso furbo che sbuca da tutto quello che resta di lui, le sue foto. Il padre era stato ferito gravemente nel 1972 a Madrid in un attentato dell’Eta, i separatisti baschi. Fernando è morto in Ulster. L’amicizia senza frontiere, l’Europa unita dei giovani, ha avuto le sue vittime sacrificali in Ulster. La gente non urla, non grida di dolore, non piange. Non è la rabbia il loro stato d’animo. E’ qualcosa di peggio: stupore, e rassegnazione. L’idea che tanto non c’è verso, che in Irlanda niente mai cambierà. «Sono una persona semplice, non so dire cosa ne sarà della pace in Nord Irlanda dopo questi morti»: non bisogna chiedere a Michael Gallagher del futuro, lui ormai vive del passato, del ricordo di quell’unico figlio maschio, Adrian, un ragazzone alto un metro e novanta, portato via a 21 anni dalla bomba di Ferragosto. Bisogna solo chiedergli di lui, di quel giovane allegro e semplice come il padre, che aveva finito la scuola e faceva il meccanico. Era andato in centro ad Omagh, a Market Street, nella zona dei negozi, per comprare un paio di jeans e delle scarpe da lavoro. Aveva finito gli acquisti, stava tornando alla sua auto quando la polizia lo ha dirottato, assieme ad altre centinaia di persone, verso l’edificio della biblioteca, verso la morte. Tre telefonate di avvertimento dei terroristi segnalavano l’auto-bomba davanti al Tribunale. Invece era parcheggiata all’altro estremo della strada maledetta. Famiglia cattolica, i Gallagher. Famiglia martoriata dal terrorismo. Michael Gallagher quattordici anni fa aveva visto suo fratello morire colpito da un cecchino dell’Ira. «Ci sono voluti anni per superare quella tragedia, per tornare ad una vita normale, serena», racconta distrutto dal dolore. «Adesso tutto ci ripiomba addosso. L’esplosione è stata così forte che si è sentita a dieci chilometri di distanza. Ho capito subito che era successo qualcosa di terribile. Una delle mie figlie ha accesso la televisione, ho rivisto quelle scene di morte che ci tormentano da sempre. Le ho detto: spegni, spegni. Poi, mentre passava il tempo e Adrian non tornava, sono andato all’ospedale. Adrian non era nemmeno lì, solo a sera tardi ci hanno dato la notizia, ma io avevo già capito». Michael Gallagher è un uomo semplice. Piange mentre parla con i giornalisti nella sala della sua villetta appena fuori città, nel verde. La moglie è al primo piano con le due figlie, non vuole vedere nessuno. Michael Gallagher ha una tipografia, stampa biglietti da visita e annunci funebri. Non immaginava certo di dover stampare anche quelli di suo figlio. Questa è l’ambientazione in cui si colloca “Peace on earth” e la sua profonda disillusione. Gli U2 dicono basta, dicono di essere stufi e stanchi di dispiaceri e di dolori, ma soprattutto non ne possono più della continua e infinita promessa che ci sarà pace sulla terra. Basta promesse, la pace è necessaria ora, subito: “Paradiso terrestre ne abbiamo bisogno adesso”. Bono non capisce, non ce la fa più a ingoiare, a mandare giù, a stare a galla: sta annegando e si rivolge all’unico appiglio “Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega?”. Poi segue un’altra richiesta a Gesù, quella di provare a intercedere presso coloro che hanno creato tanto dolore e che non sono in grado di provare nessun suono, nessun dolore, nessuna compassione e i cui figli comunque vivono sulla terra e avrebbero potuto essere per le strade di Omagh. Non vogliono andare alla ricerca di colpevoli o di ragioni, se mai possono essercene, gli U2: “nessun chi o perché”. Mi viene naturale associare al grido di Bono nei confronti di Dio quello di Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah:
“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.” (Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1980, p. 19) Passano dei nomi alla radio. Sean McLaughlin è uno studente dodicenne di Buncrana. Fa parte della comitiva di ragazzini irlandesi e spagnoli che partecipano a uno scambio. Gioca a calcio, tifa Manchester United ed è un chierichetto. Con lui muoiono anche i compagni Oran Doherty and James Barker (a quest’ultimo si riferiscono i versi “Lei non è mai riuscita a dire addio, a vedere il colore nei suoi occhi”; al funerale la mamma dice di essere rimasta devastata dallo sguardo del figlio morto, uno sguardo che la stava aspettando attraverso dei bellissimi occhi verdi la cui bellezza non era mai riuscita a cogliere). Julia Hughes è una studentessa ventunenne all’ultimo anno della Dundee University: è in vacanza e ha trovato un lavoro stagionale in un negozio di fotografie. E’ stata allontanata dal negozio dalla polizia per essere più al sicuro. Il padre chiede al Reverendo metodista David Kerr perché sua figlia sia stata assassinata: “A questa domanda non c’è assolutamente risposta in questa parte di eternità” è la risposta che ottiene. Gareth Conway è di Carrickmore, ha 18 anni e sta aspettando i risultati del suo esame di ingegneria; gioca a calcio. E’ a Omagh per comprare delle lenti a contatto e un paio di jeans. Sua sorella lavora all’ospedale: è lei a trovare il suo nome nella lista dei dispersi. Gareth muore immediatamente in quanto molto vicino all’autobomba. Ann McCombe, ha 48 anni, è sposata ed è madre di due ragazzi di 18 e 22 anni. Fa parte del coro della Chiesa Presbiteriana. Lavora in un negozio di vestiti e sta passeggiando durante una pausa insieme alla sua collega Geraldine Breslin. La bomba esplode mentre loro vi passano accanto: muoiono istantaneamente. Breda Devine ha venti mesi: la mamma sta acquistando un regalo per il matrimonio del fratello. La mamma avrà bruciature sul 60% del corpo e sarà incosciente per sei settimane, ignara della sorte della figlioletta. Nessuna idea, per quanto importante e nobile, può essere più grande della vita di una persona; nessun ideale può valere il costo di quelle esistenze, di qualunque esistenza. Eppure speranza e storia non sono mai sembrate tanto lontane… (citazione del poeta premio Nobel Seamus Heaney)
Una riflessione di Assunta Staccanella: un’altra profonda voce tra quelle che abbiamo letto insieme in questi giorni. Conoscere, leggere, capire, immedesimarsi: non conosco altra via in questi casi.
“Una babele di voci, alla cui torre ogni giorno si aggiungono nuovi mattoni, verbali e grafici: “Io sono Charlie!” “Un attacco al valore europeo della libertà!” “Sono morte diciassette persone!” (… e altre tre …) “Dietro tutto questo ci sono delle manovre degli americani, è un complotto!” “Le solite ipocrisie: i sauditi frustano un blogger e tutti tacciono!” “Ma perché non c’è una marcia di milioni di persone anche per la Nigeria?” “La religione è alla base della strage di Parigi!” “In nome di un pugno di Dei ci si è sempre combattuti!” “Siamo in guerra santa, siamo in guerra santa!!!” “Dieu n’existe pas – Sì” Oggi, durante la pausa caffè, tra Marta che è stata promossa e Chiara che aspetta un bambino, hanno fatto capolino Boko Haram e Charlie Hebdo, mescolandosi senza soluzione di continuità ai mille discorsi quotidiani. La chiacchiera. Immediata, limpida e amara mi coglie la percezione di essere immersa nella chiacchiera. Heidegger diceva che essa si palesa quando il discorso perde il rapporto autentico con il reale, diffondendosi e ripetendosi in cerchi sempre più ampi, dai quali trae autorità. La chiacchiera è la possibilità di credere di aver compreso tutto, senza alcun vero confronto con la cosa da comprendere: “le cose stanno così perché così si dice”. Per la chiacchiera non esiste più nulla di incerto. Vorrei saper smettere di fabbricare mattoni… ma in questa torre artificiale è tanto difficile sostare, perché cambia continuamente, si ingigantisce in nuovi piani e stanze e scale ed androni, tutti aperti e intercomunicanti, in cui fatico a trovare lo spazio necessario alla riflessione, all’autentica appropriazione, al lavorio che occorre per provare a capire. Devo fare ordine. Comincio dal principio. Torno a pensare in compagnia dei grandi. Dio. Che piccola, immensa parola. Karl Rahner, nel suo Corso fondamentale sulla fede, scrive: “per l’uomo la cosa più semplice e inevitabile nella questione di Dio è il fatto che nella sua esistenza spirituale esista la parola Dio”. L’uomo infatti non ha esperienza immediata della realtà di Dio, come può averla di un albero, o di un sentimento interiore. Queste realtà vengono a noi per prime, quasi evocando una parola che le nomini. Per Dio non è così. La parola “Dio” è il primo, generalissimo modo in cui facciamo esperienza del mistero di Dio stesso. L’esistenza di questa parola è attestata in tutte le lingue e in tutte le culture, indica sempre un essere superiore, causa e ordine della realtà. Anche l’ateismo – o la satira! – contribuisce a far sì che essa viva: nel momento stesso in cui nega l’esistenza di Dio, infatti, l’ateo lo nomina rinnovandone la presenza. Paradossalmente, per sperare che essa scompaia, egli dovrebbe tacere in maniera radicale, non dichiarandosi neppure a-teo. Nella nostra cultura però questa parola è quasi divenuta opaca, dice troppo poco, per cui senza pensarci le affianchiamo degli attributi: padre, signore, celeste … Eppure proprio la sua spaventosa mancanza di contorni ci fa intuire la natura di ciò che indica: qualcosa di ineffabile, il silente, colui che è nel mondo in modo assolutamente diverso, presente e non visto, il tutto fondante. La parola Dio risulta essere l’unica parola che pone l’uomo, ogni uomo credente o meno, di fronte all’ipotesi, o alla possibilità, che la realtà sia sensata, organica e armoniosa, frutto di un progetto unitario in cui sentirsi inseriti, l’unica parola che rende possibile chiedersi “perché” sperando in una risposta. È una parola potente, da non nominare invano. Abita il fondo dell’umanità, è un appello ancestrale, può suscitare rabbia o nostalgia, fastidio o invocazione, ma raramente lascia indifferenti, piuttosto convoca e scuote. E’ una parola attiva, capace di muovere al dono di sé come alla guerra, con intensità impensata. Anche per questo sono sorte le religioni: la religione compone, mette ordine, collega intuizioni ed istinti, regola e incanala. Ha ragione il card. Tauran (Avvenire, 10/01/15), quando dice che le religioni non sono il problema, sono parte della soluzione. Solo che troppo spesso gli uomini non le conoscono, le religioni. Molte volte neppure la propria. “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). Non trovo preghiera più urgente, oggi: “Rabbunì, che noi vediamo” (Mc 10,51).”
Pubblico l’articolo di Matteo Andriola che abbiamo letto in quinta stamattina. Una riflessione molto interessante sfiorando Nietzsche, Kierkegaard e Marx, tra storia e filosofia.
Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, probabilmente non esagero ritenendo la satira lo specchio della libertà di un Paese. Tristemente attuale, il dibattito relativo agli eventuali limiti che essa dovrebbe imporsi tiene banco in maniera piuttosto vigorosa. La presenza di un limite negherebbe il concetto stesso di satira, questo è vero, ma ciò che spesso, troppo spesso, viene sottovalutato è il fatto che non sia possibile né corretto fare i conti esclusivamente con il livello di tolleranza del proprio Paese o della propria confessione, facendone l’unico termine di paragone. La recente tragedia cui abbiamo assistito impotenti, altro non è se non l’ennesima dimostrazione di quanto la vita sia oramai subordinata ad interessi differenti, un valore non più inalienabile e imprescindibile, quanto piuttosto una merce di scambio da utilizzare in una guerra destinata a concludersi senza vincitori né vinti. Le vittime del terribile attentato al periodico Charlie Hebdo pagano un dazio infinitamente salato, capri espiatori di una situazione di esacerbata intolleranza che li ha visti diventare un subdolo e abietto pretesto nelle mani di un fanatismo sempre più becero e ingiustificabile.
In situazioni come questa, la banalizzazione e la generalizzazione sono i nemici più ostici da fronteggiare, e l’ignoranza induce sempre più di frequente a ritenere che il colpevole di un gesto tanto efferato quanto vigliacco non sia il singolo in quanto tale, ma piuttosto ciò che esso rappresenta.
La Storia è però una maestra troppo autorevole e competente quando si tratta di fornire un insegnamento, e con il consueto rigore didattico ci ricorda come la religione, anche quella cristiana, abbia mietuto vittime con clamorosa regolarità nel corso dei secoli. Gli esempi sono troppi e sarebbe impossibile riportarli tutti in questa sede, ma pescando in un passato neanche troppo lontano, credo che alle popolazioni centroamericane massacrate dai conquistadores, i cattolici Cortes e Pizarro non dovessero apparire molto diversi da come appaiono oggi coloro che si rendono colpevoli di ingiustificabili barbarie in nome di un profeta che non può neppure essere raffigurato. Gli spagnoli tuttavia, e non è un mistero, non avrebbero neppure levato un’ancora se nel nuovo mondo non vi fosse stata l’opportunità di allungare le mani su enormi quantitativi d’oro, né i crociati dal canto loro avrebbero preso la strada di Gerusalemme se a Roma non avessero intravisto in questi pellegrinaggi armati la possibilità di un lauto guadagno. La religione, oggi come allora, a conti fatti, risulta il pretesto più valido e facilmente vendibile, in grado di rendere accettabile anche ciò che razionalmente non potrebbe mai esserlo. Il ricordo dell’attentato alle torri gemelle o le sconvolgenti immagini delle decapitazioni dell’ISIS sono ancora davanti agli occhi di tutti, e per quanto mi sforzi di trovare un senso a tutto ciò che da sempre accade, concludo sempre la mia ricerca a mani vuote. Tutti agiscono in nome di un dio, qualunque sia, caritatevole e misericordioso, ma per soddisfare le sue richieste, travisando e maneggiando ad arte il suo messaggio, ricorrono al contraddittorio strumento della violenza. Il superamento di Dio auspicato da Nietzsche, in questo senso, prescindendo dalla posizione religiosa di ciascuno, responsabilizzerebbe l’individuo, ponendolo di fronte a se stesso senza condizioni, privandolo di uno strumento che, snaturandosi, troppo spesso si tramuta in pretesto. Non è oggetto dell’intervento l’opportunità di credere o meno, ma partendo dal presupposto di scegliere la strada della Fede, qualunque essa sia, non si potrà fare a meno di constatare come nessun dio possa pretendere il sacrificio del sangue, di cui è invece perennemente assetato soltanto l’uomo, capace di perpetrare orribili violenze in nome di un credo, senza voler ammettere che il reale problema risieda in realtà nell’innata inclinazione dell’individuo a non accettare l’altro poiché ritenuto diverso, e di conseguenza inferiore. L’impressionante manifestazione di solidarietà tenutasi a Parigi dovrebbe configurarsi non come una manifestazione anti islamica, quanto piuttosto come una presa di posizione contro una situazione insostenibile in cui sono sempre gli innocenti a fare le spese di un disegno perverso in cui potere e interessi scavalcano con inconcepibile noncuranza il valore di quella vita che ogni uomo dovrebbe amare più di qualunque altra cosa, sia che creda sia che non creda. Come accennato, non mi preme in questa sede entrare in merito alla questione della Fede, poiché credo di non aver titolo se non per sostenere la mia intima posizione al riguardo; quello della Fede è un argomento delicato, la cui verità, come sosteneva Kierkegaard, è un discorso del singolo, suo e soltanto suo. Da qualunque angolazione la si osservi però, la violenza come strumento religioso risulta una contraddizione nei termini, e un mondo che si professa civile e moralmente evoluto, non può fare a meno in nessun caso di poggiare sulle solide fondamenta della tolleranza, in cui il rispetto della vita altrui è e sarà sempre il viatico migliore per raggiungere il rispetto di se stessi. In un Paese laico e democratico, la scelta religiosa rappresenta uno straordinario esempio di libertà che tutti dovrebbero proteggere gelosamente, ma la società ha sprecato troppo spesso l’occasione per riscattarsi e temo se la lascerà sfuggire anche questa volta, calpestando il prossimo e il diritto di espressione, preferendo mantenere in vita una tensione sempre più pericolosa e retrograda. Nel riscontrare il potenziale ottenebrante della religione, Marx colse nel segno definendola “oppio dei popoli”, e mai come oggi tale espressione risulta di sconvolgente attualità. Non mi illudo che la situazione possa cambiare, poiché non riconosco al genere umano la preziosa dote della tolleranza, ma sono certo di non sbagliare sostenendo che nessun dio, qualora dovesse esistere, possa accettare che un suo figlio muoia a causa di un disegno, a causa di una matita. Per quanto io mi possa sforzare, non intravedo nulla di religioso in ciò che sta accadendo, né riuscirò mai a convincermi del fatto che un dio possa pretendere ciò che la Storia ha voluto e vuole farci credere che pretenda.
L’Illuminismo ci ha lasciato in eredità molte teorizzazioni, ma il suo merito più grande è stato quello di rifiutare l’accettazione passiva di convinzioni secolari, e nessun filosofo del tempo potrebbe sentirsi offeso per il fatto che, per l’occasione, io scelga di rispolverare Voltaire, che sarebbe sicuramente sceso in piazza per manifestare la propria solidarietà alle vittime della tragedia parigina e che, senza remore né timori di sorta, avrebbe certamente ripetuto, gridandola a squarciagola, una delle più note affermazioni a lui attribuite: “Non sono d’accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee”.”
Ritengo che Raimon Panikkar (1918-2010) sia stato uno dei pensatori che maggiormente hanno contribuito al rispetto e al dialogo interreligioso. Pubblico oggi un articolo, non di semplice lettura per la verità, di Fausto Ferrari tratto dal sito Dimensione Speranza, a sua volta sintesi di una conferenza tenuta da Panikkar nel novembre del 2004 a Montserrat.
“Credere che le nostre categorie occidentali rendano possibile capire tutto è una chiara dimostrazione d’imperialismo culturale, se non di colonialismo culturale. Questa forma di violenza si è diffusa ovunque; dobbiamo costantemente chiederci se abbia o meno anche influenza su di noi. 1. I rischi di un modo di pensare occidentale a) Un’analisi della situazione attuale C’era una volta un amante sconsolato il quale, per molti, molti anni, aveva mandato appassionate lettere d’amore alla sua bella in una terra lontana. Un bel giorno, lei finalmente gli rispose informandolo che aveva sposato il postino… Come la bella della favola, l’Occidente si è innamorato del proprio messaggero. Si è infatuato di un approccio razionale alla realtà. La ragione, però, il regno della razionalità, è solo un intermediario. La religione in Occidente le ha sacrificato troppo. È ora di rendersi conto che il nostro compito è di dimenticare la lettera e aggrapparci al Signore. L’Occidente ha insistito anche sull’importanza della Storia. Si vedono missionari che cercano di convincere gli hindū che il cristianesimo è vero perché Gesù era un personaggio storico, mentre Krishna è solo un mito. Ma questo modo di pensare, per un hindū, non ha alcun senso. Anche Napoleone era un personaggio storico… e allora? «Krishna vive nel mio cuore!». Culture diverse hanno una diversa nozione del tempo. In sanscrito, la stessa parola può significare «oggi» o «domani». Del pari, l’Occidente ha praticamente divinizzato la legge. Ma un Dio legislatore è assai poco significativo per un non-occidentale. In Occidente ci sforziamo sempre di mettere in risalto ciò che è essenziale e specifico. Il vantaggio di questo approccio riduzionistico alla realtà è che ci consente di dominarla. Il successo della cultura occidentale dimostra quanto sia efficace questo metodo. Ma che senso ha che i monaci tentino di dare risalto alla «specificità del dialogo interreligioso monastico»? Dobbiamo infine evidenziare il rischio insito nella tendenza a sottolineare sempre il dato misurabile e quantitativo. Che senso può avere riferirsi a un incontro in termini di percentuale? «Il mio pensiero è ora al 50% buddhista»! b) Che cosa comporta questo modo di pensare È assolutamente necessario prendere in considerazione i rischi che comporta un modo di pensare che è stato usato per giustificare l’imperialismo ed esclude ogni possibilità di dialogo. Credere che le nostre categorie occidentali rendano possibile capire tutto è una chiara dimostrazione d’imperialismo culturale, se non di colonialismo culturale. Questa forma di violenza si è diffusa ovunque; dobbiamo costantemente chiederci se abbia o meno anche influenza su di noi. Quando diciamo che Brahman è il Dio degli hindū, diamo per implicito di sapere esattamente che cosa sia un dio. Tuttavia, per gli hindū, Brahman non è un creatore né esercita alcuna provvidenza. Brahman non è maschile, non è trascendente. Riusciremo mai ad ammettere che ci sono dei limiti nell’idea di Dio che ci viene dalle tradizioni semitica e greco-romana? Abbiamo il coraggio di ammettere che è limitata anche la nostra idea di religione (quando ad esempio ci chiediamo se il buddhismo lo sia) e di preghiera (quando ci chiediamo se possiamo pregare con chi non crede che Dio sia Persona)? Dovrebbe essere chiaro che l’aspetto interreligioso e quello interculturale sono inseparabili. Inoltre, malgrado i suoi lati positivi, il modo di pensare occidentale ha impedito lo sviluppo di alcuni aspetti del cristianesimo. Quando il «Simbolo» degli apostoli è diventato l’«insegnamento» degli apostoli, il cristianesimo si è avviato a diventare un’ideologia. Una riflessione critica sul significato e sui rischi del nostro modo occidentale di pensare è quindi indispensabile quando partecipiamo a un dialogo interreligioso. 2. Il compito dei contemplativi nel terzo millennio I monaci hanno una missione storica. Oggi il loro compito, come tutti i contemplativi, è quello di liberare la fede cristiana dai lacci della cultura occidentale. Il che non significa una nuova forma d’iconoclastia, quanto piuttosto la continuazione del processo iniziato con il Concilio di Gerusalemme. Saremo in grado di andare oltre la cultura occidentale solo se la ragione, che ha esercitato su di essa un dominio così profondo, sarà rimessa al posto che le compete. In ogni caso, il dialogo interreligioso avviene sempre in un determinato contesto culturale. Prima di fornire indicazioni più precise sul metodo tipico di questa forma di dialogo, dobbiamo però richiamare alcuni punti basilari. a) Abbracciare l’intera realtà Una «riforma» non basta: dobbiamo impegnarci in una «trasformazione» – ancora meglio, un cambiamento di mente e di cuore. Letteralmente, il termine metanoia indica un superamento della razionalità. I mistici dell’Occidente sanno bene che cosa è in gioco qui. Già i teologi vittorini del XII secolo dicevano che, oltre all’oculus sensuum e all’oculus rationis, c’è l’oculus fidei. È vero che la parola «misticismo» ha assunto connotazioni negative, ma, fino a quando non avremo trovato un’espressione migliore per indicare questa realtà, non potremo farne a meno. Il misticismo non è un sostituto della verità o qualcosa di extra… un lusso per gente che abbia un sacco di tempo libero. Esso è parte integrante della realtà; senza di esso, la realtà viene deformata. Dio non è una monade, una sostanza, ma è Trinità, relazione. Ecco perché dobbiamo andare oltre un monoteismo che si lascia esprimere mediante una semplicistica reductio ad unum. Meister Eckhart disse che Dio, è al tempo stesso, incommunicabilis e omnicommunicabilis. Se il «terzo occhio» mistico è aperto, si può vedere Dio dovunque. Per questo motivo possiamo dire che il pluralismo, correttamente inteso, è uno degli aspetti migliori del misticismo. Se mettere in evidenza e isolare il dato specifico significa semplicemente identificare ciò che differenzia una cosa da un’altra (ad esempio, ciò che distingue il dialogo monastico interreligioso da altri tipi di dialogo), c’è ben poco da ricavarci. L’essenza di qualcosa non consiste in ciò che lo rende diverso, quanto piuttosto nel suo aroma, in ciò che lo rende unico – e questo è ineffabile. Se proprio insistiamo a voler parlare della specificità dei monaci, allora dirò che essa consiste nel fatto che il monachesimo va oltre ogni specificità! L’unità a cui aneliamo è quella della «beata semplicità» e della «nuova innocenza». Advaita non significa «non dualità» (un rifiuto della dualità, che implicherebbe che esiste qualcos’altro «là fuori»), ma a-dualità (con la a privativa). Di conseguenza, non è molto sensato definire «doppia appartenenza» l’atteggiamento che si riscontra in alcuni ambiti religiosi, perché così dicendosi dimostra di avere ancora un punto di partenza dualistico. La saggezza la si ottiene trasformando tensioni distruttive in polarità feconde. Ma, se ti senti interiormente diviso nella tua appartenenza, allora decidi per una delle due parti. Non puoi restare sospeso nel mezzo. b) Accettazione della kenosis Nel corso di due millenni, la tradizione cristiana dell’Occidente ha elaborato una simbiosi tra due o tre culture. Possiamo a ragione andare orgogliosi di questo risultato. Ma, in questo inizio terzo millennio, anche se gran parte dell’umanità è bombardata di messaggi promozionali dell’American way of life, sappiamo che i tre quarti della popolazione mondiale rimangono sostanzialmente estranei alla nostra cultura cristiana e postcristiana. Perciò, se crediamo nel mistero di Cristo, è giunto il momento di diventare veramente «cattolici», ossia appartenenti al mondo intero. Perché ciò avvenga non è necessario inventare nuovi modi di esprimere il Mistero, quanto piuttosto acconsentire a un «impoverimento» e perfino a una «spogliazione». Sì, dobbiamo cominciare con lo spogliare Cristo di tutti i paramenti occidentali di cui lo abbiamo rivestito. Saremo allora in grado di porre in atto un cambiamento analogo a quello che gli apostoli osarono compiere quando esentarono i cristiani dalla circoncisione, al primo Concilio di Gerusalemme. È tempo di prepararci a un Gerusalemme II! Ma la via della kenosis è estremamente esigente. Superare convinzioni profondamente radicate comporta una rigorosa ascesi spirituale. Si rischia di perdere tutto. Per essere più esatti, la kenosis esige che ci si impegni a una revisione radicale della propria fede. A questo punto è importante fare una distinzione tra fede e credenza. Le credenze sono molte e spesso incompatibili. (Possiamo annotare en passant che, anche se esse sono incommensurabili – come il raggio di un cerchio e la sua circonferenza –, sono tuttavia in relazione reciproca, quindi si può stabilire tra loro un dialogo). In quanto alla fede, essa si situa al di là di queste incompatibilità perché non ha, propriamente parlando, un oggetto: è piuttosto un atto di adesione. Per diventare veramente liberi, dobbiamo sviluppare una fedeltà che non conosce limiti. Tuttavia, il rifiuto di assolutizzare le nostre credenze non implica affatto l’intenzione di assolutizzare i nostri dubbi! Fede e dubbio non sono incompatibili, come l’acqua e il fuoco. Fanno ambedue parte della vita. c) Elaborare un metodo per il dialogo A che tipo di dialogo sono quindi chiamati i monaci? Sarebbe bene ricordare il genere di dialogo in cui molte comunità monastiche sono già state coinvolte. Prima di tutto, si deve accettare una conversione «senza se e senza ma», se si vuole davvero accogliere l’alterità dell’altro. L’altro non è solo another (uno dei tanti, un caso all’interno di una serie) ma an other, «un altro», qualcuno che è diverso, unico. Di questi tempi non possiamo pretendere di conoscere la nostra stessa religione, se non ne conosciamo un’altra. Come spesso si dice oggi, per essere religiosi bisogna essere interreligiosi. Le parole possono ingannare. Le traduzioni sono spesso approssimazioni, e i termini si evolvono nel corso della storia. L’insegnamento di Confucio sulla «politica delle parole» è valido ancora oggi. Sappiamo quanto spesso le nostre incomprensioni – peggio, le nostre caricature – abbiano sfigurato le altre religioni. La prima cosa da fare è rimediare a questa situazione, ed evitare ogni genere di distorsione. Se, da una parte, è evidente che dobbiamo studiare le altre religioni, è importante in particolare ricordare che l’essenza del dialogo è l’incontro tra persone. Per capire (under-stand) gli altri dobbiamo «stare al di sotto» (stand-under), ascoltando con umiltà. Un incontro ha luogo quando i partecipanti sono vulnerabili. Questi incontri portano all’amicizia. O più precisamente: senza contatti interpersonali amichevoli e fiduciosi, il dialogo non può nemmeno cominciare. La caratteristica precipua del dialogo interreligioso tra monaci e monache è che esso è un «dialogo di esperienza». Ci si raduna in silenzio, si lavora insieme senza aspettarsi alcun profitto personale, ci si impegna nel dialogo intrareligioso – ogni forma di dialogo che non sia esclusivamente intellettuale è un’esperienza, un’esperienza comune. Sebbene non si dia mai un’esperienza pura e semplice, talvolta è possibile percepire una profonda comunione nel silenzio. Qual è il significato di queste esperienze? A un certo punto ci toccherà cercare di spiegarle, ma sappiamo che il nucleo di tali eventi non può essere espresso a parole. In breve, potremo dire che queste esperienze ci avvincono più strettamente gli uni agli altri. Questo tipo di dialogo richiede una specifica «metodologia», che però non è stata ancora messa a punto. Infine, va aggiunto che per questo genere di dialogo occorre tempo, magari molti anni. Coloro che si sentono chiamati a lasciarsi più profondamente coinvolgere nell’opera del dialogo interreligioso, devono compiere una full immersion in un’altra religione. Per evitare che questa immersione si riduca a una forma di turismo spirituale – o peggio, a una forma di «inculturazione» colonialista – occorrerà almeno un anno. Non molti sono in grado di affrontare questo impegno. Ma evitiamo di cedere alla tirannia dei numeri. La Storia dimostra che un manipolo di pionieri può fare miracoli. […] Raimon Panikkar (Traduzione dallo spagnolo di Milena Carrara Pavan).
“Ho portato come gemma una cosa che porto sempre con me. E’ un anello particolare: è la fede di mio papà, che mi ha dato poco prima di andarsene. Sono fiero di portarla e la sento molto mia anche perché l’ho scelta io insieme alla mamma e l’ho portata io al loro matrimonio. Quando sono giù, mi dà la forza, mi aiuta a pensare al passato, a come lui abbia combattuto fino all’ultimo e ne sia uscito comunque vincitore, nonostante tutto.” Forte è stata la commozione di A. (classe terza) e di tutti mentre presentava la sua gemma. Penso che ricordare nell’amore chi non c’è più sia una delle maniere per mantenere viva quella persona; mi piace immaginare che chi se ne va lasci un testamento d’amore aperto che spetta a chi rimane portare a termine, col ricordo ma anche col proprio essere e il proprio fare. Quello di A. è stato un modo di dare ancora vita a suo padre.
“Con la mia gemma desidero affrontare un tema serio in modo leggero”. Così B. (classe quarta) ha voluto presentare la sua gemma, un’intervista a Jim Carrey al David Letterman Show (fino al min. 4,30).
“Anche io penso che il paradiso sia qua, ma credo che vada cercato e costruito, attraverso il modo in cui si affrontano le cose. Si possono creare situazioni in cui c’è il paradiso. In estate ho avuto un brutto litigio con una carissima amica, e in conseguenza di quello ci siamo staccate a lungo. Tre settimane fa, ho deciso di vivere il mio paradiso, sono andata da lei e l’ho solo abbracciata: abbiamo iniziato a tremare e a ridere, era come se fossimo in paradiso. Non serve aspettare per arrivare in paradiso”. Mi sono venuti in mente la sequenza finale di Una settimana da Dio e un racconto:
“Una volta un samurai grosso e rude andò a visitare un piccolo monaco. “Monaco”, gli disse “insegnami che cosa sono l’inferno e il paradiso!”. Il monaco alzò gli occhi per osservare il potente guerriero e rispose con estremo disprezzo: “Insegnarti che cosa sono l’inferno e il paradiso? Non potrei insegnarti proprio niente. Sei sporco e puzzi, la lama del tuo rasoio si è arrugginita. Sei un disonore, un flagello per la casta dei samurai. Levati dalla mia vista, non ti sopporto.” Il samurai era furioso. Cominciò a tremare, il volto rosso dalla rabbia, non riusciva a spiccicare parola. Sguainò la spada e la sollevò in alto, preparandosi a uccidere il monaco. “Questo è l’inferno”, mormorò il monaco. Il samurai era sopraffatto. Quanta compassione, quanta resa in questo ometto che aveva offerto la propria vita per dargli questo insegnamento, per dimostrargli l’inferno! Lentamente abbassò la spada, pieno di gratitudine e improvvisamente colmo di pace. “E questo è il paradiso”, mormorò il monaco.” (Bruno Ferrero, L’importante è la rosa)
“Qualche anno fa mi aveva colpito il cortometraggio «Il circo della farfalla». E’ lungo per proporlo interamente e allora mostro questo video che riguarda sempre la testimonianza di Nick Vujicic. Mi hanno stupito la sua forza di volontà, il suo voler continuare a lottare, la fiducia.” Queste sono state le parole di M. (classe quarta) e questo il video che ha fatto conoscere ai compagni di classe:
Aggiungo una citazione dello stesso Vujicic e il video del cortometraggio di cui è stato protagonista: “Non dovete mai pensare che basti semplicemente credere in qualcosa. Va bene credere nei propri sogni, ma bisogna agire affinché si realizzino. Si può avere fiducia nei propri talenti e fede nelle proprie capacità, ma se non si fa nulla per svilupparli e sfruttarli, quale utilità avranno? Forse vi ritenete persone buone e gentili, ma se non trattate gli altri con bontà e gentilezza, dov’è la prova di ciò che asserite? Ognuno di noi può scegliere di credere o di non credere. Ma se avete scelto di credere (non importa in cosa), dovete assolutamente agire. In caso contrario, perché credere?”
“Ho portato questa poesia di Madre Teresa perché penso possa aiutare nei momenti bui in cui si fa fatica a cogliere il senso della vita: la vita va assaporata in ogni suo momento. Sono parole che mi tirano su e mi fanno riflettere”. Con queste parole S. (classe seconda) ha presentato “Vivi la vita”:
“La vita è un’opportunità, coglila. La vita è bellezza, ammirala. La vita è beatitudine, assaporala. La vita è un sogno, fanne una realtà. La vita è una sfida, affrontala. La vita è un dovere, compilo. La vita è un gioco, giocalo. La vita è preziosa, abbine cura. La vita è una ricchezza, conservala. La vita è amore, godine. La vita è un mistero, scoprilo. La vita è promessa, adempila. La vita è tristezza, superala. La vita è un inno, cantalo. La vita è una lotta, accettala. La vita è un’avventura, rischiala. La vita è felicità, meritala. La vita è la vita, difendila.” Mi è venuto in mente questo racconto riportato da Anthony De Mello:
“Un giovane era inseguito da una tigre. Arrivato al bordo di un precipizio, iniziò a scivolare, ma riuscì ad aggrapparsi ad un ramo che cresceva lungo il pendio del precipizio. Guardò in alto e vide la tigre che lo osservava: non c’era modo di risalire. Guardò in basso e vide uno strapiombo di circa duecento metri e al suo fianco un arbusto con delle bacche mature. Ne prese una, se la portò alla bocca e ne gustò il sapore!”.
Nel settimo capitolo di “E l’eco rispose” Khaled Hosseini fa pensare così Adel, uno dei protagonisti: “Intuiva nell’ansia che la gente aveva di compiacere suo padre, il timore e la paura che erano all’origine del rispetto e della deferenza.” Mi è capitato spesso di osservare persone avere questo tipo di ansia legata al timore e alla paura nei confronti del rapporto con la divinità. Sentimenti che esteriormente appaiono come rispetto e deferenza, ma che interiormente si vivono con disagio, tremore, senso di costrizione (e inoltre: Dio vuole o ha bisogno di essere compiaciuto?). Sicuramente può essere legato all’educazione ricevuta, tuttavia penso che poi arrivi il momento in cui quell’educazione deve essere fatta propria accettandone o respingendone alcuni aspetti, nella convinzione che la strada del rapporto possibile o meno con la divinità non è solo una. Un pensiero forte e provocatorio per concludere questi pensieri sparsi e lasciare spazio ad altre possibili riflessioni: “Le religioni sono necessarie al popolo, e sono per esso un inestimabile beneficio. Quando però esse vogliono opporsi ai progressi dell’umanità nella conoscenza della verità, allora debbono essere messe da parte con la massima deferenza possibile. E pretendere che anche uno spirito grande – uno Shakespeare, un Goethe – faccia entrare nella propria convinzione, implicite, bona fide et sensu proprio, i dogmi di una qualche religione, è come pretendere che un gigante calzi la scarpa di un nano.” (Arthur Schopenhauer, Supplementi al mondo come volontà e rappresentazione, 1844)
Un interessante post di Matteo Andriola, trovato sul suo blog: “Se l’avessi incontrato ad un evento mondano, probabilmente l’avrei invidiato per la sua aria scanzonata e sovente guascona; l’eleganza mescolata allo snobismo che di consuetudine sciorinava in pubblico faceva di Søren Kierkegaard un perfetto mentitore, un dissimulatore capace di nascondere la propria reale condizione a quella che era solito chiamare “folla bestiale”. Senza remore, oggi posso dire di essermi convinto che fosse un bugiardo, e la sua maschera era senz’altro piuttosto ingannevole se si considera che dietro di essa si celava uno degli individui che non è esagerato annoverare tra i più tormentati dell’intera Danimarca. Nato nel 1813, ricevette una rigida educazione religiosa che personalmente credo l’abbia condizionato più di quanto si voglia credere; nell’arco di circa sette anni perse il padre e cinque fratelli, in quella che interpretò come un’autentica punizione divina per una colpa a noi ignota commessa dal genitore. Sentimentalmente non si può dire che il giovane fosse meno inquieto, se si considera che interruppe il fidanzamento con Regina Olsen, a causa di un mai specificato turbamento interiore che funestava il suo animo senza dargli tregua. Che Kierkegaard fosse un animo profondamente turbato non è in alcun modo opinabile, ma non sono mai riuscito a giudicarlo instabile o illogico, e il frequente ricorso agli pseudonimi fa di lui un filosofo tanto grande quanto sfuggente. La questione degli pseudonimi è in realtà più complessa di quanto si pensi e il ricorso ad essi non è altro che un geniale stratagemma per responsabilizzare il lettore, privandolo di qualunque condizionamento. Alla luce di quanto accadutogli, Kierkegaard doveva sentirsi decisamente in credito con Dio, eppure, sostenendo la “verità del singolo”,ci fornisce una delle più alte e pure dimostrazioni di fede che la Filosofia ricordi. Secondo lui, è il “singolo” ad elevarsi sulla collettività, anche e soprattutto in materia di fede, e la verità ha come proprio compito l’affermazione assoluta dell’individualità. Attaccando Hegel, Kierkegaard si scaglia contro le ricerche metafisiche indirizzate alla ricerca di verità universali e concetti assoluti ( quali ad esempio la coscienza ) che non possono avere senso a meno che non vengano rigidamente contestualizzati alla soggettività del singolo individuo. Una conoscenza che scavalchi l’individualità è un’assurdità, in quanto tale individualità si concretizza proprio in relazione ad altre singolarità, e non in rapporto all’umanità intesa come entità autonoma dotata di vita propria. Una simile concezione dell’umanità negherebbe in assoluto la singolarità dell’individuo, potendo peraltro perpetrare crimini orrendi, semplicemente celandosi dietro la spersonalizzante maschera della moltitudine; ed infatti, è la folla ad aver ucciso Gesù Cristo, non il singolo. Paradossalmente, in materia religiosa, la conoscenza diviene secondo Kierkegaard uno strumento fuorviante, in quanto essa nulla ha a che vedere con la fede, ma al più con un nozionismo fine a se stesso. Il singolo individuo può e deve ricercare la salvezza, rimanendo però consapevole di poterla raggiungere esclusivamente attraverso la fede, e la conoscenza storica del Cristianesimo, in questo senso, può tranquillamente valere molto meno della totale ignoranza in materia. È in Cristo soltanto che si trova la chiave della salvezza, e non nei proseliti di una Chiesa come quella danese che Kierkegaard non ha remore nel definire “pagana”. Il rapporto con Gesù è intimo e personale e tale intimità rappresenta agli occhi del filosofo l’unica strada possibile per la salvezza; ogni uomo, inteso nella propria individualità, instaura con Cristo un rapporto esclusivo che di fatto costituisce, e non potrebbe essere altrimenti, l’unico viatico possibile per ottenere la salvezza. A ben vedere, al di fuori di questo privilegiato rapporto, la religione può addirittura risultare contraddittoria nella sua incomprensibilità. Che Dio, a cui sarebbe sufficiente una parola, si faccia uomo e decida di morire per salvare l’umanità, è un controsenso dal quale è impossibile uscire per mezzo della ragione; la storia di Cristo è propedeutica alla fede, ma non indispensabile per la salvezza. Il rapporto dell’uomo con Dio è un mistero che accomuna tutti i singoli, affermandone l’individualità. Ecco perchè, secondo Kierkegaard, la verità può risiedere soltanto nel singolo.”
A cinquant’anni dalla sua morte, Gerolamo Fazzini, su Vatican Insider, fa conoscere in questo breve articolo la figura di Madeleine Delbrêl.
“È passato esattamente mezzo secolo dalla sua morte, avvenuta il 13 ottobre 1964. Eppure, anche a distanza di tanti anni, l’eredità spirituale di Madeleine Delbrêl – laica francese, attivista sociale, scrittrice e mistica – non si è affatto spenta. Anzi. Promotrice di un’esperienza originale di fraternità missionaria nella periferia operaia di Parigi, tra le prime assistenti sociali del Paese, la Delbrêl è stata senza dubbio protagonista della vita ecclesiale francese del ‘900 e tuttora continua ad esercitare un fascino che non si affievolisce. In Francia i suoi libri continuano ad essere letti con successo; è in corso la pubblicazione dell’opera omnia giunta al XIV volume. Alcuni testi – “Noi delle strade”, “La gioia di credere” e “Comunità secondo il Vangelo”, apparsi fra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta – sono ormai dei classici della spiritualità del XX secolo. Ma anche in Italia – dove i suoi testi sono noti grazie a Gribaudi – la Delbrêl conta su un pubblico di affezionati lettori (in qualche libreria cattolica esiste pure uno scaffale a lei dedicato). Non smettono, inoltre, di uscire tesi di laurea e pubblicazioni specialistiche a lei dedicate. L’ultima biografia è in arrivo da Edb: scritta da Bernard Pitaud e Gilles Francois, si intitola “Madeleine Delbrêl. Biografia di una mistica tra poesia e impegno sociale”: un titolo che la dice lunga sulla complessità della Delbrel. […] Approdata alla fede dopo un’autentica conversione, passando da un ateismo convinto all’adesione altrettanto totale al Vangelo, la Delbrêl ha individuato una strada originale, che ha nella centralità del protagonismo laicale, della dignità battesimale e della vocazione universale alla missione i suoi fulcri. Basti leggere come la stessa Delbrêl presentava la sua fraternità: «Il nostro gruppo non è legato ad alcuna organizzazione. Non prevede voti né promesse ufficiali. È la vita comune, molto intensa, a segnarne nettamente la nascita e a rendere in qualche maniera “pubblico” il suo impegno. Coloro che ne fanno parte praticano i tre consigli evangelici. (…) Lo scopo è unirsi il più possibile a Cristo in pieno mondo, imitare la sua vita, obbedire al suo Vangelo e trasmetterlo». Teatro dell’azione della Delbrêl fu Ivry, nei pressi di Parigi, per la quale la coraggiosa Madeleine e le sue compagne partono il 15 ottobre 1933. «La festa di santa Teresa d’Avila – ha commentato un biografo – è stata scelta appositamente, perché è un monastero nuovo quello che vanno a fondare: è una vita contemplativa nuova quella che le attende». Ivry, per Madeleine, è una terra dove «regna Satana», come scrive a due mesi dal suo arrivo. Ma col tempo proprio lì avvierà un’esperienza di testimonianza della fede di straordinario spessore evangelico, così come genuino e fecondo sarà il di dialogo con i non credenti – tra cui molti esponenti del Partito comunista – che la Delbrêl e le compagne riusciranno a tessere nel corso degli anni. Un’esperienza del passato che, come detto, non ha esaurito la sua spinta propulsiva, non foss’altro per il contributo da lei dato alla causa genuinamente “femminista” nella Chiesa. «La Nave della Chiesa non ha finito il suo viaggio – ha lasciato scritto in una lettera -. Agli uomini il ponte, lo scafo, gli alberi…, ma per le vele, non c’è modo di fare a meno di noi». Alcune compagne di Madeleine sono ancora presenti a Parigi e ad Amiens. Un comitato di Amici di Madeleine Delbrêl raccoglie un gruppo di oltre cinquecento persone e, in Francia ma non solo, continua a diffondere la sua spiritualità e a tener desta la memoria di questa donna eccezionale, di cui nel 1996 è stato avviato il processo di beatificazione.”
Avverto che c’è il bisogno di un post di alleggerimento (almeno in apparenza…) con un brevissimo racconto.
«“Una volta il diavolo andò a passeggio con un amico. Videro un uomo davanti a loro che si chinava e raccoglieva qualcosa dalla strada.
“Che cos’ha trovato quell’uomo?” chiese l’amico.
“Un pezzo di verità” rispose il diavolo.
“E non ti dispiace?” chiese l’amico.
“No” disse il diavolo. “Gli permetterò di farne un credo religioso.”» (A. De Mello, “Il canto degli uccelli”)
Ho trovato questo interessante articolo di Francesca Bellino su Reset: l’argomento è quello degli italiani convertitisi all’Islam.
“Quando si convertono scelgono un nome della tradizione musulmana e lo aggiungono al proprio, ma lo usano soprattutto con “i fratelli e le sorelle di fede”. Da parenti, amici e colleghi d’ufficio continuano a farsi chiamare con il nome della nascita. Sono italiani che hanno scelto l’Islam in età adulta e, per completare il loro ampliamento d’identità, hanno aggiunto anche un nome al loro percorso (se pur la richiesta non sia obbligatoria). Aver fatto shahada (testimonianza di fede verso Dio e il profeta Muhammad) per la maggior parte di loro è una scelta intima, da non condividere con tutti. Di questi tempi poi, meglio tenere nascosto il proprio credo e quel nome straniero, portatore di fobie, paure e pregiudizi in aumento dopo la nascita dello stato islamico in Iraq e le notizie del reclutamento di jihadisti in Europa e anche in Italia. Il convertito italiano è, dunque, una figura spesso invisibile, poco conosciuta, incompresa o dipinta dai mass media con un’unica sfumatura, quella violenta ed estremista, usata per parlare di terroristi, tagliagola e indottrinatori. Le molteplici differenze presenti nella religione islamica si riflettono anche nella galassia dei convertiti d’Italia, che è in grande trasformazione rispetto al passato. Ci sono i praticanti e i non praticanti, quelli che seguono le confraternite africane, chi ha “avuto la chiamata”, chi si è convertito per sposarsi, chi per “sfuggire alle contraddizioni della Chiesa” e chi perché ha sentito un bisogno di spiritualità.
“Se trenta anni fa erano gli intellettuali e i pensatori a diventare musulmani, oggi si convertono all’Islam soprattutto persone che vivono nelle periferie, spesso ignoranti ed emarginate. Oggi il fenomeno della conversione nasce dal disagio e dall’esclusione sociale, non più da una ricerca spirituale raffinata. In questa fase assistiamo, inoltre, a un gran ridimensionamento delle conversioni rispetto al passato” spiega Gianpiero Ahmad Vincenzo, sociologo e scrittore napoletano, docente all’Università di Catania, convertito nel 1990. Il numero dei convertiti in Italia è impreciso perché non esiste un albo. “Non tutti frequentano la comunità religiosa in moschee o centri di culto, dunque non tutti si dichiarano o si registrano”, sottolinea Alessandro Ahmad Paolantoni, segretario nazionale dell’UCOII (Unione delle comunità islamiche d’Italia), convertito dal 2001. “Si può dire che i musulmani italiani siano 40/50 mila, ma è un dato parziale. Tra questi purtroppo ci sono anche tante cattive conversioni: persone che cercano nell’Islam la risoluzione di problemi personali e non la spiritualità. Persone con percorsi accidentati che provano a salvarsi con l’Islam, senza arrivare ai casi estremi di chi decide di partire per il jihad. In quel caso parliamo di eccezioni. Gente indottrinata attraverso il web, con un percorso solitario, “fai da te”, senza alcun contatto con gli imam. Il lavoro dell’UCOII al momento è concentrato molto sulla formazione degli imam sui territori, oltre che sul cercare di accelerare l’intesa con lo Stato che finora non è stata possibile per motivi politici e pratici”. Alessandro è approdato all’Islam attraverso i libri. Aveva 33 anni e non praticava alcuna religione. Aveva lavorato prima nella tabaccheria dei genitori, poi nel campo delle decorazioni d’interni. Curioso, seguiva la geopolitica, e tra una lettura e l’altra si è imbattuto nell’Islam e ne ha subito apprezzato il concetto di responsabilità individuale, l’assenza di intermediario tra Dio e il credente e il prendere in considerazione tutti i profeti e le rivelazioni precedenti all’arrivo di Muhammad. “Non ho mai sentito di tradire o abbandonare qualcosa – dice – ma solo di aggiungere. Con naturalezza e normalità”. Stessa sensazione che ha avuto Carlo Ahmed, 27 anni, romano, impiegato, convertito nel 2008 dopo essere stato “affascinato dalla disciplina che c’è nell’Islam”. “Sono sempre stato un appassionato di viaggi e culture – racconta – così un giorno acquistai una copia del Corano. All’epoca frequentavo la facoltà di economia all’università e venivo da un percorso scolastico salesiano. Più leggevo e più scoprivo che Islam, Ebraismo e Cattolicesimo hanno tante cose in comune. Appartengono tutte allo stesso ceppo, ma l’Islam mi è sembrata subito la religione più completa. La mia famiglia all’inizio ha avuto alcune perplessità, poi ha capito che, anche se musulmano, rimanevo la stessa persona di prima. Purtroppo c’è disinformazione che confonde le persone. Quello di cui si parla in giro non è l’Islam”.
“I musulmani non sono tutti jihadisti” tengono a precisare i convertiti italiani che, nella maggior parte dei casi, hanno trovato nell’Islam un senso di completezza e di semplicità. “Mi è sembrata subito una religione immediata ed elementare. Per me è stato un passaggio indolore. Più difficile è stato far capire alla famiglia che non stavo per diventare terrorista” spiega Enrico Karim, 53 anni, ingegnere di Catania, musulmano da 2 anni, noto come “il generoso”. “Convertendomi ho completato il puzzle della mia vita. Ho aggiunto il pezzo mancante che stavo cercando da tempo” racconta Catia Aysha, 57 anni di Modena, madre di 4 figli oggi residente in provincia di Viterbo con il marito palestinese. “Sono sempre stata dubitativa verso la religione cattolica”, spiega. “A scuola facevo molte domande all’insegnante e lei mi rispondeva sempre che “la fede è un mistero e bisogna avere l’umiltà di credere”. Questa risposta non mi convinceva così ho cominciato a seguire le adunate dei testimoni di Geova che non credono nella trinità, ma mi rimanevano sempre dubbi, spesso mi sentivo presa in giro. Quando ho scoperto l’Islam, invece, ha sentito che il discorso filava soprattutto nel punto in cui Gesù non è figlio di Dio, ma un profeta come gli altri. Sono passati quasi 40 anni dal giuramento, in quel momento ho sentito di andare avanti, di evolvermi, senza rinnegare nulla”. Incontro Catia alla moschea al-Huda di Centocelle a Roma dove il sabato pomeriggio molti italiani interessati alla conversione o già convertiti si riuniscono per confrontarsi con l’imam. Nel gruppo ci sono molte donne, tutte con il velo, tra cui anche alcune convertite da poco come Roberta Aysha, 47 anni, romana, musulmana da 8 mesi. “Non sopportavo più le contraddizioni della Chiesa cattolica, soprattutto dopo aver avuto l’annullamento del matrimonio alla sacra rota – racconta – E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non riuscivo a capire com’è possibile che la Chiesa non accetti il divorzio, mentre lascia che ci si butti fango addosso incolpandosi durante gli annullamenti. Così, dopo un viaggio in Turchia, ho sentito il richiamo dell’Islam”. Giancarlo Mohammed, 64 anni, romano, divorziato, convertito e oggi sposato con una donna marocchina, anche lui pieno rancori verso la Chiesa cattolica, sintetizza il fenomeno dicendo: “Un tempo si andava verso l’anticlericalismo, oggi si va verso l’Islam”. Diversa è la storia di Lauretta Amina Decaro, 45 anni, ex dipendente di banca, atea, romana, riceve in regalo una copia del Corano da un amico del marito, lo legge durante un lungo periodo di malattia a letto e ne rimane colpita, poi fa un viaggio in Egitto, conosce il suo futuro marito, divorzia dal precedente e dal 2004, dopo un sogno per lei significativo, si converte. Più immediata, invece, la conversione di Anna Fatma, 38 anni, pugliese, sposata con un egiziano. Quando conosce il suo attuale marito e scopre l’Islam, fa subito shahada (2 anni fa). “Non sapevo di essere musulmana” esclama soddisfatta e oggi che ha addirittura scelto di mettere sulla tessera dell’autobus una sua foto con il velo, così come Catia Aysha l’ha scelta per la carta d’identità. “Ora siamo libere di scegliere una foto con velo per i nostri documenti, così come le suore e i sikh, e allora perché non farlo!”. Non ha ancora scelto un nome musulmano da aggiungere a quello di battesimo, invece, Antonio, 49 anni, palermitano, residente a Londra dove ha fatto il giuramento 2 anni fa. “Da quando mi sono convertito sono diventato più allegro, più sociale, più umano e mi sento più vicino alla gente, disposto ad aiutare chi ha bisogno” tiene a sottolineare, così come Sokhana Diarra Daniela, 30 anni, di Carbonia in provincia di Cagliari, dice che da quando è musulmana (da 4 anni) ha “trovato la pace”. Il suo incontro è stato con la confraternita di Mouridyia che nasce in Senegal e “si basa sui 5 pilastri dell’Islam, sulla umma e sul lavoro”. “Vengo da una famiglia atea, mi sono sempre sentita libera di scegliere qualcosa di diverso da quello che mi è stato inculcato e sono felice di aver scelto l’Islam. Mi sono convertita prima di incontrare mio marito che è senegalese. L’unica cosa che non accetto è la poligamia. Con mio marito abbiamo messo le cose in chiaro ma in Sardegna conosco molte occidentali che accettano di essere seconde mogli. Non posso che rispettare la loro scelta”. Anche Donatella Amina, 54 anni, assistente amministrativo al Ministero della Salute, si è sentita libera di scegliere e di cambiare strada, dalla militanza nella sinistra rivoluzionaria all’Islam. “Negli anni 80 frequentavo la facoltà di sociologia alla Sapienza a Roma, non accettavo le ingiustizie sociali e avevo molti dubbi sulla religione cattolica – racconta – Frequentavo un gruppo di atei, anche se atea non sono mai stata, appoggiavo tutte le lotte dei popoli, partecipavo alle manifestazioni fino a quando ho capito che l’azione politica non cambiava nulla né nella mia vita, né intorno a me. Le contraddizioni restavano. La sinistra rivoluzionaria poi mi sembrava il ghetto dei ghetti e avevamo capito che il comunismo era finito, così ho cercato altro”. Donatella ha incontrato l’Islam con Abdul, il marocchino che poi ha sposato ma che non le raccontava nulla sull’Islam. “Ho studiato tutto da sola, lui non voleva sentirsi responsabile della mia scelta. E un giorno, 21 anni fa, ho fatto shahada alla Grande Moschea. In questi anni ho visto molte persone rialzarsi grazie alla fede. Chi parla di jihad non è un vero convertito all’Islam. È un convertito a un’ideologia. È come convertirsi al nazismo”.
Nella rubrica Ădāmà su Jesus di maggio 2014, Gabriella Caramore scrive:
“Perché le religioni, mi chiedevo il mese scorso in Ădāmà, se il mondo sembra procedere, per lo più, senza bisogno di riferirsi a un Dio, o a una sapienza codificata, o a grandi figure spirituali, e sembra non avere sete d’altro che di sé stesso, e del proprio inoltrarsi convulso e inconsapevole verso la catastrofe? Una prima risposta la rinvenivo nel fatto che ciò che ha dato vita alle grandi tradizioni religiose è la stessa sete di conoscenza che ha dato origine al sapere filosofico, scientifico, morale, politico di tutta la storia dell’umanità.
Ma vi è un’altra “spinta” che ha contribuito al sorgere delle religioni, alle loro scritture, alle loro storie, alle loro aggregazioni: quella di alleviare le sofferenze di uomini e donne, di dare un senso al dolore, quando non lo si possa estinguere del tutto, quella di contenere le forze distruttive che abitano il cuore dell’uomo. In una parola, il tentativo di fare comunità, di creare società, di costruire convivenza.
Quando a Gesù viene chiesto – come si racconta nei Vangeli sinottici – quale sia il comandamento più grande, in una sintesi geniale accosta due versetti della Bibbia ebraica, e risponde che, alla fine, vi è un solo comandamento: quello di amare l’unico Dio e di amare chiunque ci si presenti come prossimo. Se ci si china sul prossimo con amore, si ama anche Dio. E se si ama Dio, questo amore si manifesta nella cura del prossimo. Ma se noi allarghiamo lo sguardo al di fuori dell’orizzonte giudaico e cristiano, troviamo affermazioni analoghe in tutte – ma davvero tutte – le altre sapienze: nei grandi poemi indiani e nei discorsi del Buddha, nei pensieri di Confucio e nelle massime del Dao, nel jainismo e nello zoroastrismo, nella sapienza latina e nei discorsi del profeta Muhammad. Questo, in definitiva, il “programma” di ogni religione, che sfocia fino al grande mare della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Ciò che tu non vuoi che ti venga fatto, non farlo a nessun altro”.”
Un libro iniziato il 7 aprile e finito il 9. La storia è quella di un ebreo nato e cresciuto all’interno di una famiglia ebrea ortodossa e che inizia a ribellarsi. Riporto una citazione che fa assaporare la vivacità del testo e che getta sul foglio una ridda di idee suscettibili di molti approfondimenti. “Meglio non provocarLo. Sono stato sulla scacchiera di Dio abbastanza a lungo da sapere che ogni mossa in avanti, ogni piccola buona notizia – Successo! Matrimonio! Figlio! – è soltanto un «trucco divino», una finta, un falso, una trappola. Sembra che io mi stia facendo strada sulla scacchiera, ma in men che non si dica Dio dà scacco matto e la società che mi aveva assunto fallisce, la moglie muore, il figlio neonato soffoca nel sonno. Il «pick-and-roll» di Dio. Il bluff a poker del Signore. «Dio è qui. Dio è lì. Dio è ovunque in ogni dì.»
«Dammi retta» dice il Topo A, «quel cazzo di formaggio è una trappola.»
«Ma la pianti?» mugola il Topo B. «Quanto sei pessim… zac!»”.
(Il lamento del prepuzio, Shalom Auslander)
Il 7 luglio 1973, nel giorno di un suo compleanno, Marc Chagall, all’inaugurazione del Museo con alcune delle suo opere, ha detto queste parole: “Se ogni vita va inevitabilmente verso la fine, dobbiamo, durante la nostra, colorarla, con i nostri colori di amore e di speranza… Forse in questa casa verranno i giovani e i meno giovani a cercare un’ideale di fraternità e d’amore, così come i miei colori e le mie linee l’hanno sognato… Forse non ci saranno più nemici…”.
Mi piacciono perché le posso pensare abbinate a un luogo fisico (una casa, una città, un ufficio, un atelier, uno studio, un luogo di culto, un parco) e a un luogo meno fisico se non addirittura metafisico (la mente, il proprio lavoro, un libro, un quadro, una canzone, un film, una poesia, un sorriso, una relazione, una storia d’amore, una fede, il cuore di ognuno…)
“Come una madre con amore e dolore mette al mondo un bambino, i giovani e i meno giovani costruiranno il mondo dell’amore con un nuovo colore e tutti, qualsiasi religione abbiamo, potranno venirvi e parlare di questo sogno, lontano dalle malvagità e dalla violenza. Vorrei che in questo luogo si esponessero opere d’arte e testimonianze della spiritualità di tutti i popoli; che si facesse udire la musica e la poesia dettate dal cuore di tutto il mondo. E’ possibile questo sogno? Ma nell’arte come nella vita, tutto è possibile se, alla base, c’è l’Amore”