Pubblicato in: Gemme, musica, Società

Gemma n° 1811


“Lei è mia cugina, ha 14 anni, e qui siamo in una foto di questa estate durante la vacanza insieme. Quando qualcuno mi chiede cosa sia la felicità, ecco, per me è il suo benessere. L’anno scorso ha avuto una delle cose peggiori che possano succedere ad una persona, soprattutto quando è molto piccola: è stata ricoverata per due mesi e mezzo in ospedale per depressione e atti di autolesionismo perché ha provato più volte a togliersi la vita. In quelle due settimane che siamo state insieme era così felice e spensierata che è stato un sollievo vederla così dopo mesi in cui era stata tanto male”.

Queste parole pronunciate da B. (classe quarta) sono state, pur nella tranquillità del tono di voce e del lieto fine, un pugno nello stomaco, l’ennesimo che arriva in questi anni. Inutile girarci intorno, inutile non parlarne o far finta di niente. Insegno da più di vent’anni e sono state tante le ragazze e tanti i ragazzi che hanno un vissuto uguale o simile e la grandissima maggioranza di loro ne sono uscite e usciti. Poco più di due mesi fa mio nipote mi ha mandato un link su Wa; alcune delle parole che lo accompagnavano erano “potrebbe essere un ascolto intrigante. è un inedito portato da questo ragazzino 2002 ieri ad xfactor”.

Laura, Marco, Pietro e Anna, i nomi citati dal cantante gIANMARIA, forse vivono situazioni distanti o non assimiliabili a quelle vissute da chi mi è passato davanti agli occhi, ma certo rappresentano i vissuti di tante, troppe persone che ad un certo punto avvertono che la sofferenza che stanno vivendo sia troppa, che il non senso che che le accompagna sia senza ritorno. Il pezzo si conclude con la ripetizione di queste parole: “e cosa vuoi per questo sabato sto in sto palazzo, a parlar con loro e a guardar che si ammazzano, nel mio film si ripete fino a qui tutto bene, per ogni piano e ad ogni piano perché è così che gli conviene”. Vi colgo un rimando diretto al film L’odio di Kassovitz, in cui, verso la fine una voce fuori campo pronuncia queste parole: “È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani… A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l’atterraggio.” Nella vita succede di cadere e durante la caduta ci sono tante fasi e tanti stati d’animo; sicuramente a fare la differenza è l’atterraggio che ti può dar modo di rialzarti più o meno facilmente o purtroppo di non rialzarti proprio. So solo che mentre sono lì a guardare la caduta e cerco di fare quanto è nelle mie possibilità spero solo che o si apra un paracadute che qualcuno ti lancia o che si aprano quelle benedette ali presenti in ciascuno e che magari non sai di avere o che magari sono solo troppo rattrappite o deboli per spalancarsi e trasformare la caduta in volo. Perché è così che ti conviene.

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