Il ritorno di Socrate

socrate

Lo scrittore spagnolo Marcos Chicot immagina, in un pezzo pubblicato domenica 3 settembre su La Lettura, il ritorno di Socrate ai giorni d’oggi. Un brano divertente e ricco di spunti di riflessione.
Nei suoi primi giorni nel XXI secolo, probabilmente Socrate si incamminerebbe a piedi scalzi verso una biblioteca, in cui si rinchiuderebbe per un po’ in modo da aggiornarsi su quanto avvenuto dopo la sua morte nel 399 a.C. Vestito con la sua abituale tunica austera, forse sorriderebbe soddisfatto nello scoprire che oggi consideriamo l’Epoca Classica (499-323 a.C.) il periodo più straordinario nella storia dell’umanità.
In effetti ha dell’incredibile che in così pochi anni, quasi avessero ricevuto un’illuminazione improvvisa, i Greci abbiano creato tanti elementi che oggi sono la base della nostra civiltà. Riassumendo: 1) la medicina giunse al rango di scienza per mano di Ippocrate; 2) in architettura furono eretti alcuni capolavori universali dell’ingegneria come il Partenone; 3) apparvero il teatro e i grandi drammaturghi; 4) Mirone e Fidia reinventarono in modo definitivo il modo di fare scultura; 5) infine, in fatto di politica, i Greci sorpresero il mondo sviluppando una forma di governo fino ad allora ignota: la democrazia.
Ora, in quella biblioteca Socrate si acciglierebbe nel leggere che denominiamo «presocratici» i filosofi che lo hanno preceduto, facendo di lui una pietra miliare, il confine che segna un prima e un dopo nella storia del pensiero e, pertanto, dell’umanità. Secondo Platone, l’oracolo di Delfi affermò che Socrate era il più saggio tra gli uomini. La reazione di questi anziché gonfiarsi d’orgoglio come avrebbe fatto qualsiasi mortale consistette nel rifiutare con umiltà il significato letterale di quelle parole, domandandosi come avrebbe potuto essere il più saggio se sapeva solo… di non sapere.
L’ammissione della propria ignoranza, al pari della ricerca incessante della conoscenza, lo trasformarono nel paradigma del filosofo. E, come se non bastasse, la sua dialettica rigorosa lo innalzò al ruolo di padre del Razionalismo. Inoltre, aver scelto come elementi principali di riflessione il bene e il male, la virtù e la felicità, ce lo fa considerare il padre della filosofia etica. Infine, essere stato il primo a porre l’uomo al centro dell’attenzione lo rende il padre dell’Umanesimo. Sopraffatto da tanti riconoscimenti, Socrate chiuderebbe i libri e abbandonerebbe la biblioteca per interessarsi alla nostra società. Ci guarderebbe in prospettiva, accarezzandosi irrequieto la barba folta, sorpreso che molte delle conquiste della sua epoca siano scomparse per tanti anni e siano state riscoperte solo di recente, facendo somigliare il nostro mondo al suo: la democrazia, perduta per due millenni fino alla Rivoluzione francese; lo sviluppo di arti e scienze dell’antichità classica, il cui recupero dà il nome al Rinascimento; o lo stesso Umanesimo socratico, riportato alla luce da grandi maestri come Petrarca e Leonardo. «Saranno consapevoli gli abitanti del mondo di oggi che tutto potrebbe andare perduto di nuovo?», si domanderebbe.
Aggiornatosi sul passato e sul presente, Socrate si porrebbe gli stessi obiettivi della sua prima vita: dialogare con i concittadini sulle nozioni di base – il bene, la virtù o la giustizia come concetti universali, al di sopra degli interessi particolari. E tornerebbe a impegnarsi nella formazione dei futuri dirigenti, sognando di risvegliare in loro l’idea di giustizia e di fare in modo che non perdano la strada proprio una volta raggiunto il potere. Il filosofo non frequenterebbe più l’agorà come una volta, ma si adatterebbe ai tempi e condurrebbe un programma tv in prima serata (e chi non metterebbe sotto contratto un personaggio così famoso?). In base alle sue linee guida, la trasmissione avrebbe un carattere divulgativo, cui si unirebbe una sezione di interviste tanto a cittadini comuni quanto a personaggi di rilievo della società. Le puntate di maggior successo sarebbero di certo i dibattiti con i politici. Tuttavia Socrate non tarderebbe a scoprire che l’uomo di governo più importante della sua epoca, l’ateniese Pericle, sarebbe un’eccezione oggi come lo era tra i politici dell’Epoca Classica. Non solo perché, nei tre decenni in cui fu alla testa dell’Assemblea della sua polis, l’impero di Atene raggiunse l’apogeo, ma anche perché – allora come oggi – la norma erano i demagoghi, intenti solo a istigare le masse per ottenere un appoggio che soddisfacesse le loro ambizioni di potere, spesso con conseguenze disastrose.
«Pericle era l’unico politico che convinceva il popolo con la verità», ricorderebbe nostalgico il filosofo. «E l’unico il cui patrimonio non sia aumentato di una dracma in tutti i suoi anni di governo», aggiungerebbe rattristato, leggendo le ultime notizie sulla corruzione. Lascerebbe cadere i giornali e rifletterebbe sulla somiglianza tra la democrazia ateniese e quelle attuali. La divisione del popolo incoraggiata dai politici, i problemi economici, le famiglie rovinate… dietro tutto ciò vedrebbe l’eterno problema di questo sistema di governo: l’incapacità o il disinteresse della classe dirigente. Ricorderebbe ciò che disse il suo amico Euripide quando lasciò Atene disgustato: «La democrazia è la dittatura dei demagoghi».
In ogni caso, Socrate si rallegrerebbe di essere tornato a una società democratica con libertà di espressione e facilità di accesso all’istruzione. Da questo punto di vista, molti Paesi gli sembrerebbero forse al livello della sua vecchia patria ateniese o persino superiori. Lo deluderebbe tuttavia constatare che l’informazione non implica la conoscenza. Resterebbe affascinato dai progressi nella medicina, dal dominio sulla natura, l’energia, la genetica… eppure le domande che porrebbe nel suo programma sulle diverse questioni etiche o sulle conseguenze a lungo termine metterebbero spesso in imbarazzo gli interlocutori. Potrebbe colpirlo l’intreccio fra la tecnologia e la vita quotidiana, ma se si presentasse con il suo abbigliamento sobrio nel reparto delle novità elettroniche di un qualsiasi centro commerciale, allargherebbe le braccia e proclamerebbe allegro, come faceva nel mezzo del mercato di Atene: «Quante cose di cui non ho bisogno!».
Dopodiché inviterebbe nella sua trasmissione imprenditori, rettori di università e ministri dell’Istruzione, e dialogando con loro metterebbe il dito nella piaga del sistema: il fatto che gli uomini siano concepiti sempre più come unità di produzione e consumo. Sottolineerebbe preoccupato che la riflessione e il dubbio sono minacciati ogni giorno di più, tanto che ne viene rimosso l’insegnamento dai piani di studio. Come uomo di cultura, potrebbe mettere a disagio i suoi interlocutori usando le parole azzeccate di Francisco de Quevedo: «Un popolo idiota è la sicurezza del tiranno». E, con lo sguardo rivolto ai telespettatori, ci direbbe che la società non ha soltanto un bisogno disperato della filosofia, ma anche di cittadini che difendano e promuovano il pensiero critico.
Nessun politico vorrebbe essere ospite della trasmissione, ma il magnetismo del conduttore ne farebbe il programma con l’audience più alta e finirebbero tutti seduti accanto a lui davanti alla telecamera. Politici in vista sarebbero dissezionati e smascherati dalla sua ironia acuta e agile e dalle sue domande in apparenza ingenue. Socrate dimostrerebbe di volta in volta che un idolo è solo una persona comune rivestita dell’ammirazione altrui. Ammirazione di cui rimuoverebbe gli strati, lasciando agli interlocutori un senso di vulnerabilità e risentimento. Le sue interviste risulterebbero esemplari, dimostrando con grande chiarezza che al potere non arriva chi ne sa fare l’uso migliore, bensì chi è più abile nel conquistarlo. E, al tempo stesso, nei suoi dialoghi televisivi proverebbe che per raggiungere il potere si richiedono capacità opposte a quelle necessarie per un suo buon esercizio: in sostanza, ambizione e mancanza di scrupoli.
Ma il filosofo non si limiterebbe a parlare con i suoi interlocutori nel programma. Ci guarderebbe attraverso la telecamera («Oh, popolo greco-romano…») e ci rammenterebbe che una delle forme più insidiose di sottomissione è il silenzio, questo grande complice. Socrate non agì mai mosso da interessi propri e non lo farebbe nemmeno ora. Il suo unico obiettivo è stato e sarebbe la ricerca della conoscenza e del comportamento giusto. Per toglierlo di mezzo si indagherebbe sul suo passato a caccia di panni sporchi, ma si troverebbero soltanto un marito fedele alla giovane moglie, padre di tre figli, e un soldato che difese con grande valore la propria patria nella lunga guerra che mise a confronto Atene e Sparta.
Tutto ciò vorrebbe dire che Socrate stavolta vincerebbe la sua battaglia contro i sofisti e i demagoghi? Il suo ritorno porterebbe alla sognata rigenerazione della democrazia? Temo che, come in passato, la somma di scomodità, incomprensione e risentimento che si creerebbero intorno al filosofo porterebbero alle stesse conseguenze. Anche stavolta, Socrate sarebbe assassinato.”

Gemme n° 372

La prima volta che ho visto questo video mi sono quasi commossa; si pensa che coloro che per strada ci fermano per elemosinare qualcosa non siano sempre persone giuste e leali e che noi siamo comunque meglio di loro. Il filmato secondo me vuol anche dire di non avere pregiudizi e di non dare giudizi affrettati. E’ importante riuscire a distinguere le persone buone da quelle cattive.” Questa è stata la gemma di S. (classe terza).
Ricordo questa vecchia storiella: “Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno.
Forse da quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?”. “No”, disse il rabbino. “Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”. “No”, ripeté il rabbino.
Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: “E’ quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore.”

Gemme n° 300

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Ho portato il libro I segreti di Gray mountain di John Grisham non tanto per il contenuto quanto per la professione della protagonista. Lei, giovane avvocato, è costretta a trasferirsi a causa della crisi del 2008 da New York ai monti Appalachi, dove lavora gratis come assistente legale. Io vorrei diventare avvocato o giudice per garantire anche chi non può permettersi un avvocato: sono persone che vanno tutelate. Per me la giustizia è alla base di tutto; non so come mi sia nata questa mia passione. Farei di tutto per raggiungere l’obiettivo. Mi pongo però una domanda quando sento di alcuni giudici corrotti: come fanno dopo tanti studi e preparazione?”. Questa la gemma di E. (classe terza).
Amo i libri di Grisham, ne ho letti parecchi. Riporto da uno di essi, L’ultimo giurato, una citazione che mi sta molto a cuore: “Questi due capisaldi del diritto, la presunzione d’innocenza e la prova oltre ogni ragionevole dubbio, erano fattori di garanzia per tutti, giurati inclusi, sanciti da quegli uomini depositari di saggezza che avevano scritto la nostra Costituzione e la Carta dei diritti.”

Alla ricerca della fiducia

FiduciaPubblico spesso riflessioni, idee, pensieri molto differenti tra loro, ma che trovo utili per suscitare altre riflessioni, idee, pensieri. L’articolo che segue lo metto come stimolo a me stesso; cerco nelle parole di Enzo Bianchi la spinta verso qualcosa che faccio fatica a ritrovare in me, la fiducia generalizzata nelle istituzioni politiche. Mentre avverto un’immediata sintonia con quanto il priore di Bose scrive collegandolo alla mia esperienza professionale, sento un’enorme difficoltà nel provare passione e fiducia politiche che un tempo sentivo forti in me. Ecco allora questo articolo pubblicato il 2 gennaio su La Repubblica come auspicio.
Molti leggono la crisi attuale come crisi di fiducia in campo finanziario, economico e politico ma, più in profondità, a livello culturale ed etico. È la diagnosi che emerge anche dall’indagine “Gli italiani e lo stato” condotta da Demos per Repubblica e commentata da Diamanti su queste pagine. Ritengo perciò che, all’apertura di un nuovo anno, valga la pena riflettere ancora sulla fiducia: sentimento, atteggiamento ed esperienza che appare decisiva nell’esistenza di ogni persona così come nella vita sociale della polis.
Non possiamo vivere senza porre la fiducia in qualcuno né senza ricevere fiducia da qualcuno, dagli altri. Ognuno di noi è nato perché sentiva questa spinta ad avere fiducia nella vita, in chi lo portava in grembo, in chi lo poteva accogliere. E ciascuno è venuto al mondo proprio grazie alla fiducia originaria posta nei genitori o in chi ci ha accompagnato nella nascita. Parimenti le nostre storie d’amore sono possibili solo quando uno sa mettere la fiducia in un altro, in un’altra e da questi riceverla. La fiducia è la realtà che rende possibile il vivere e il vivere in relazione: nell’amicizia, nell’amore, nel rapporto maestro-discepolo, nella relazione medico-paziente… Se una persona non riesce a fidarsi di nessuno, è condannata all’isolamento, imprigionata in una situazione mortifera.
È proprio la fiducia che può creare il legame sociale e generare la comunità: a livello politico la mancanza di fiducia genera una stanchezza nella democrazia e quindi ne mina la credibilità, aprendo lo spazio alla barbarie. Se la fiducia oggi difetta lo si deve in particolare a un triplice disincanto, sul piano economico, politico e identitario. Il senso del vivere insieme è compromesso dalla logica del mercato che privilegia l’interesse particolare e nega l’istanza di solidarietà; la vita politica offre il triste spettacolo di uno scollamento rispetto ai cittadini e di una autoreferenzialità elettiva che genera diffidenza e inaffidabilità; l’identità collettiva è smarrita e regredisce in un appiattimento su comunanze di tipo tribale.
Dobbiamo allora porci una domanda: come mai siamo precipitati in questa situazione in cui si afferma che è meglio diffidare, diffidare sempre, diffidare di chiunque? Quali sono i fattori che hanno minato la fiducia che si era creata sulle macerie della seconda guerra mondiale? Quella fiducia sociale che ci aveva dato la possibilità di una convivenza capace di assumere un progetto comune e di condividere una speranza?
Tra i fattori decisivi va annoverata l’illegalità crescente che si è espansa come un’epidemia, dalla quale nessun potere e gruppo sociale è restato immune. L’illegalità macroscopica, quasi sempre impunita, ha autorizzato un’illegalità quotidiana e minuta, che sembra rispondere al “così fan tutti”. Questa illegalità ha minato il senso di sicurezza e il bisogno di protezione dei cittadini, immettendo in loro una sfiducia e tentandoli, seducendoli fino a condurli a non darsi pena della collettività, a scambiare l’etica con il “fare i moralisti”, a lasciar correre… Insieme ai fattori ricordati di autoreferenzialità e di mancanza di senso del bene comune e del servizio alla polis, l’illegalità ha reso inaffidabili molti soggetti politici e le stesse istituzioni di rappresentanza democratica. I cittadini si sentono sempre più lontani dalla politica e finiscono per non partecipare più all’edificazione della polis che sembra invece sequestrata dai partiti, da forze o gruppi di potere sovente nascosti e dunque viene valutata come non possibile, ormai preda dei corrotti.
Qualcuno sostiene che viviamo già nell’epoca della post-democrazia e, a causa di questa debolezza della politica, si affermano il populismo, il sorgere del “salvatore” di turno, la smobilitazione dei corpi sociali, il conformismo e la degradazione dell’etica incapace di competere con illusioni che catturano le masse. La consapevolezza di essere cittadini di una polis comune ha ceduto il passo alla rassegnazione di essere consumatori in un mercato dopato, in cui la libera concorrenza è divenuta corsa alla sopraffazione, al dominio del più forte o del più furbo. E in questo precipitare della qualità della convivenza politica, vanno in frantumi e sono calpestate la solidarietà, l’attenzione ai deboli e alle vittime della storia.
Così i cittadini-consumatori continuano a credere ad annunci e promesse dei soggetti politici, nonostante non se ne vedano le condizioni e tanto meno i segnali di attuazione. Paure e illusioni sono fabbricate un giorno, esasperate quello successivo e dimenticate o mutate il giorno dopo ancora. Le persone sono sempre meno capaci di critica, il dibattito ragionato viene considerato una perdita di tempo e sostituito da urla tra sordi, l’incalzare di sondaggi di ogni tipo e qualità ha rimpiazzato il faticoso delinearsi di una “opinione pubblica”: così si passa d’inganno in inganno, perdendo sempre più il contatto con la realtà. Fino a quando? Sì perché, come ci insegna la storia, a un certo momento sopraggiunge un punto di rottura in cui all’incapacità di indignarsi e di impegnarsi segue la reazione irrazionale di chi si nutre di violenza.
Allora, che fare? Si tratta ora più che mai di rischiare la fiducia a partire dalle nostre relazioni personali, di ribadire la necessità della fiducia come fondamento della vita sociale. “Camminando si apre cammino”, così avendo fiducia si fa crescere la fiducia. I dati dell’inchiesta commentata da Diamanti dovrebbero suonare per tutti come un allarme: l’assuefazione alla sfiducia nelle istituzioni, negli altri, nel futuro non fa che asfaltare la strada alla barbarie e alla violenza. Sta a noi aprire un percorso diverso, resistendo, mettendo fiducia in noi stessi, esercitandoci con convinzione ad avere fiducia negli altri e a non tradire la loro, a partire da chi ci sta accanto. Il primo passo per amare gli altri come se stessi consiste proprio nell’avere fiducia negli altri almeno come in se stessi. La fiducia va cercata alla sorgente: nelle modalità dei nostri rapporti con noi stessi, con gli altri, con il futuro, con la storia, con il fatto stesso di vivere. Sì, la fiducia nella vita è ancora possibile, è un dovere e una promessa di cui siamo debitori verso gli altri e verso noi stessi.”

Un tale Caino

Riprendo con il secondo personaggio di Buon Sangue. Jovanotti entra nella prima parte cainoeabele.jpgdella Bibbia e cita due episodi: l’uccisione di Abele da parte di Caino e la costruzione della torre di Babele. Mi fermo su Caino. Nella tradizione cristiana si è tramandata l’idea che Dio abbia rifiutato l’offerta agreste di Caino preferendo quella animale di Abele per riconoscere la bontà di quest’ultimo rispetto alla cattiveria del primogenito. Jovanotti riporta l’attenzione su un dato che emerge dal testo biblico: “Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello. Perché Dio quella mattina preferì mio fratello?”. Nel libro della Genesi non vi è alcun riferimento a presunti meriti o demeriti dei due fratelli. E’ la domanda dell’uomo davanti all’incomprensibile. Ieri un’amica scriveva su fb “Questo preciso istante è uno di quei tanti momenti nella vita di un individuo che richiedono (più di ogni altro giorno) una manna dal cielo, un aiuto provvidenziale, un conforto disinteressato, un ‘segno’ ormai insperato”. E’ il momento in cui si percepisce la lontananza, quello del “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, quello della profonda solitudine, del “Padre, se possibile allontana da me questo calice”. Qui Jovanotti apre alla consolazione: “Ma nei giorni più cupi, nei momenti più bui, lui sentiva che invece il più amato era lui”. La speranza è possibile anche là dove pare esserci solo disperazione, c’è luce anche nell’oscurità. Anche per l’assassino di suo fratello? Risponde la canzone: “come segno di amore gli era stato concesso il dolore e la colpa per il male commesso”. Ciò che Caino ha fatto non viene cancellato, non viene rimosso, ma gli viene fatto un gesto d’amore: la possibilità di espiare la propria colpa, il provare dolore per quanto ha fatto (attenzione: il male di Caino inizia con l’assassinio, non prima come spesso si pensa). Senza questo non è possibile vivere l’esperienza dell’essere perdonati. Senza pentimento ed espiazione del reo, quale perdono?

Tra i miei antenati più illustri c’è un tale Caino,

fondò la prima città e fu il primo assassino.

Una domanda insanguinava il suo cuore e cervello.

perché Dio quella mattina preferì mio fratello?

Ma nei giorni più cupi, nei momenti più bui,

lui sentiva che invece il più amato era lui

e come segno di amore gli era stato concesso

il dolore e la colpa per il male commesso.

Quanto la giustizia esige

A volte ho bisogno di ricaricare le pile, di rimotivare il mio lavoro, le mie ricerche, il mio percorso. A volte ho bisogno di fare il punto della situazione, di mettere le cose a una certa distanza per osservarle meglio nel loro complesso. Però mi capita anche di smarrirmi nel fare questo e di faticare a trovare il bandolo della matassa; e allora, aprendo un libro succede di leggere le parole giuste, quelle che ti mettono la pace nel cuore. “Non bisogna mai cercare di fare al prossimo altro bene che trattarlo con giustizia. Per provare una gratitudine pura (il caso dell’amicizia a parte) ho bisogno di pensare che mi si tratta bene non per pietà o per simpatia o per capriccio o a titolo di favore o di privilegio, e neppure per un effetto naturale del temperamento; ma per desiderio di fare quanto la giustizia esige” (Simone Weil).

giustizia, motivazioni, etica, bene, male, agire, buonismo, realismo

Convegno sulle mafie in FVG

Segnalo il convegno

mafia, legalità, giustizia

“Le mafie in Friuli Venezia Giulia: dal passaggio a nord est verso l’insediamento”.

UDINE, SALA AJACE (Palazzo D’Aronco, Piazza Libertà)

SABATO 2 FEBBRAIO 2013

9,30-17.30

PRIMA SESSIONE (mattina ore 9.30/13.00)

Saluti delle autorità locali

Introduzione e avvio dei lavori (Roberto DECLICH, segretario regionale SIULP FVG)

Le mafie e la teoria delle “isole felici” (Lorenzo FRIGERIO, coordinatore nazionale di Libera Informazione)

La diffusione delle organizzazioni mafiose nel nord Italia (Enzo CICONTE, storico, scrittore e già consulente della Commissione Parlamentare Antimafia)

La presenza delle cosche nell’area del Triveneto (Roberto PENNISI, magistrato della Direzione Nazionale Antimafia)

Il ruolo degli enti locali nel contrasto alle mafie (Pierpaolo ROMANI, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico)

Un primo bilancio (Felice ROMANO, segretario generale nazionale SIULP)

SECONDA SESSIONE (pomeriggio ore 14.30/17.30)

I delitti di criminalità organizzata in F.V.G.: l’attività di contrasto da parte della D.D.A. (Pietro MONTRONE. Direzione Distrettuale Antimafia, Procura della Repubblica di Trieste)

Il contrasto da parte delle forze dell’ordine (Giacomo MOROSO, capo sezione operativa della DIA di Trieste)

Le vittime delle mafie e i mercati del dolore (Don Pierluigi DI PIAZZA, Centro di accoglienza e di promozione culturale “Ernesto Balducci”)

La prevenzione e la formazione: il lavoro di Libera sul territorio (Marina OSENDA, referente regionale Libera FVG)

Proposte e conclusioni (Don Marcello COZZI, vicepresidente Libera)