“Per la gemma di quest’anno ho scelto un libro intitolato Siddharta, di Herman Hesse, che ho letto quest’estate. In generale, Hesse ama scrivere di grandi personaggi che nel corso della storia si imparano a conoscere e trovano se stessi, spesso senza farlo apposta. In particolare ho deciso di leggere uno dei passi più significativi, che secondo me riassume perfettamente tutto ciò che lo scrittore vuole comunicare tramite il suo breve romanzo. Siddharta si rivolge all’amico Govinda, parlando della ricerca e di come cercare non significhi sempre trovare. Disse Siddharta: “Che cosa dovrei mai dirti, io, o venerabile? Forse questo, che tu cerchi troppo? Che tu non pervieni a trovare per il troppo cercare?” “Come dunque?” Chiese Govinda. “Quando qualcuno cerca,” rispose Siddharta, “allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori da quella che cerca, e che egli non riesca a trovare nulla, non possa assorbire nulla in sé, perché pensa sempre unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo. Cercare significa: avere uno scopo. Ma trovare significa: esser libero, restare aperto, non avere scopo. Tu, venerabile, sei forse di fatto uno che cerca, poiché, perseguendo il tuo scopo, non vedi tante cose che ti stanno davanti agli occhi.” Siamo talmente impegnati nella nostra estenuante ricerca che spesso, alla fine, rimaniamo a mani vuote, non perché non abbiamo trovato l’oggetto della ricerca, ma proprio perché non siamo stati abbastanza liberi e abbastanza aperti da lasciare che altre cose che ci sembravano meno importanti venissero a noi. Abbiamo gli occhi talmente puntati su una cosa sola, sullo scopo, sull’obiettivo, che il nostro sguardo non cade sul resto. Il “resto” non ci interessa, è sempre lì davanti agli occhi, pare scontato. Il punto è che spesso il “resto” ci sembra avere meno valore, crediamo che non ci possa dare quanto lo farebbe lo scopo della ricerca. Però nel “resto”, si può celare l’occasione della vita, un’esperienza indimenticabile, una persona che ci sappia voler del bene: il “resto”, a cui non diamo peso o valore, potrebbe essere anche l’obiettivo stesso. Riconosco il fatto che il mio pensiero possa essere un concetto difficile da capire, ma a volte sono spaventata dal fatto di essere capace solamente di cercare e non di trovare” (E. classe terza).
“Quest’anno come gemma ho deciso di portare questi due bracciali. Io mi affeziono facilmente a regali ricevuti da persone importanti per me e questi li ho ricevuti dalle mie migliori amiche. Con loro posso essere me stessa senza paura di essere giudicata e mi hanno aiutata in un periodo non proprio bello della mia vita” (E. classe seconda).
“Questa canzone, Anti-hero, è uscita qualche settimana fa e fa parte del nuovo album della mia cantante preferita, Taylor Swift. Ora è una delle mie preferite in assoluto, anche per il significato: parla di insicurezze, di non sentirsi come gli altri ma sentirsi il problema. Anche il video è molto interessante e con un significato profondo” (S. classe seconda).
“Ho scelto questa foto perché mi ricorda quest’ultima estate. Era un momento felice assieme ai miei amici, avevo appena imparato a giocare a poker e stavo perdendo di brutto, ma perlomeno mi stavo divertendo. Nonostante questa foto sia stata scattata i primi di settembre, è un ricordo della “vecchia” me, che in veramente pochi mesi/settimane è cambiata in meglio per quanto riguarda idee e pensieri” (F. classe seconda).
“Ammetto che scegliere la gemma quest’anno è stato particolarmente difficile probabilmente perché mi sono fatta prendere dall’ansia “da ultima gemma”, fino a due giorni fa ero decisa a chiedere al Prof. di posticiparmela perché non avevo nemmeno una vaga idea. Poi due sere fa la gemma mi ha trovata, è proprio avvenuto così lei ha trovato me mentre ero in macchina con alcune mie amiche e attivata la riproduzione casuale su Spotify, la prima canzone è stata proprio Vivere di Vasco Rossi. Ascoltando le parole di questa canzone ho ripensato ai momenti che ho vissuto fino ad ora, alcuni li custodisco tra i miei ricordi più felici e belli, altri li ho ben impressi nella mente perché sono stati difficili da superare. Nonostante tutto non mi sento di rinnegare nulla, perché tutto ciò che ho attraversato mi ha reso chi sono oggi, ed oltre a ciò posso dire di aver sempre avuto al mio fianco delle persone che non mi hanno lasciata mai sola né nei momenti più spensierati, né nei momenti più duri. Vivere mi ha fatto proprio pensare a questo, ha attivato in me un senso di gratitudine infinita per tutti coloro che mi stanno vicino e che spero continuino a farlo anche nel futuro” (S. classe quinta).
“Quest’anno come gemma ho deciso di portare questa collana. Diciamo che sono una persona che si lega molto alle collane che mi vengono regalate e questa mi è stata regalata dalle mie migliori amiche per la cresima. Loro sono molto importanti per me perché con loro mi sento allegra e posso essere quello che sono veramente. Perciò non mi tolgo mai questa collanina” (R. classe terza).
“Come gemma ho deciso di portare questo diario in cui ho fatto scrivere alle persone a cui voglio bene un qualcosa che poi rimanesse a me. Qualcuno ha incollato foto, qualcuno ha scritto quello che pensava verso di me o anche qualcosa che non c’entrava niente ma che sarebbe rimasta a me come ricordo”.
Alcune parole di Cesare Pavese per commentare la gemma di B. (classe terza): “Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarsi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri”.
“Da un po’ mi frullava in mente di portare questa gemma, ma mi pareva un po’ superficiale e un po’ egocentrica. In questi anni ho perso un po’ il significato vero di questo lavoro sulle gemme, il fatto di portare qualcosa che vale ed è importante, per cui quest’anno ho deciso di portare me stessa. Io come gemma è intesa io come azioni che compio, io come carattere che ho, io come persona che sono, io sono la gemma di me stessa e penso che ognuno sia gemma di se stesso: oltre ad avere un valore come esseri umani, abbiamo un valore per le persone specifiche che siamo, io come N. o lei come Simone Del Mondo. In particolare ha valore la N. che in molti non vedono perché io non faccio vedere questo tipo di N. Per quanto io sia una persona espansiva, estroversa, tendo a mostrare solo un lato di me, quello scherzoso e ironico. Mi sono costruita un personaggio: non amo parlare di me stessa, non mi sento a mio agio e tendo a chiudermi. Agli altri mostro un lato superficiale, un tratto delle tante parti di me; e gli altri conoscono ovviamente quell’aspetto. Talvolta mi capita di fare un recap della mia vita e di pensare ai momenti di difficoltà che ho superato con forza di volontà e speranza: questa è, ad esempio, una delle cose di me che non mostro, che non racconto. Quindi questa gemma è per ricordare anche a me stessa che io non sono solo risate e scherzi, ma sono anche tanto altro; gli altri non lo vedono per i muri che io costruisco. Questa gemma è un passo nella direzione di far conoscere qualcosa in più di me”.
Mi sento di ringraziare N. (classe quarta) per aver deciso di fare questo passo in occasione della sua gemma. Sono ben consapevole del fatto che ciascuno di noi, insegnante, studente, bidello, segretario o preside che sia (ho volutamente utilizzato terminologie vecchie ma più familiari), non porti tutto se stesso a scuola. Per forza di cose diversi aspetti restano fuori, spesso aspetti interessanti, ricchi, appassionanti, caleidoscopici. Il mistico persiano Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī, vissuto nel 1200, scrisse: “Cerca bene in te stesso ciò che vuoi essere, poiché sei tutto. La storia del mondo intero sonnecchia in ognuno di noi”. E prima di lui Sant’Agostino “Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi”. Non le ho riportate, in riferimento alla gemma di N., per quei due verbi negativi “sonnecchia” e “trascurano”, tutt’altro. Le ho citate perché raccontano di quanta ricchezza ci sia in ciascuno e quanto importante sia rendersene conto; e che prezioso regalo rappresenti il momento in cui qualcuno decide di svelarci qualcosa di sé.
“Per me, ogni anno, è un sacco difficile portare una gemma perché non riesco mai a trovare qualcosa che davvero voglio condividere: ogni anno mi sforzo di trovare qualcosa anche se non lo considero una vera e propria gemma. Quest’estate mi è capitato di pensare a cosa avrei portato quest’anno e siccome ho passato davvero una bella estate, per la prima volta ero indecisa su quale gemma portare! Peccato che poi è arrivato settembre e ho perso quei pochi amici che avevo: di nuovo senza gemme. Mi sento tremendamente in colpa per quello che sto per tirare fuori dallo zaino perché col periodo che stiamo passando tutti in generale dovrei riuscire a trovare qualcosa di bello, però non c’è. Ho deciso di portare un cartoncino, non del mio colore preferito o di un colore qualsiasi, ma nero: il nero non è un colore e attira tutti gli altri colori. Mi sento un po’ come lui: ultimamente cerco di fare mio tutto quello che provano gli altri e provo io, sia i momenti belli che quelli brutti perché non ho niente in particolare o di significativo che voglio condividere. Quello che mi rappresenta di più in questo momento è che non c’è niente che mi rappresenti e quindi mi piace assorbire tutti gli altri colori, tutte le altre sensazioni e le emozioni degli altri”.
Solitamente, appena hanno concluso la presentazione della gemma, fotografo quello che hanno portato in classe per poi mettere la foto qui sul blog. Talvolta mi dimentico e allora mando una mail nel pomeriggio per farmi mandare l’immagine. Oggi avrei potuto fotografare un foglio nero che avevo in casa, eppure ho mandato comunque la mail ad A. (classe quarta). E questo è il suo foglio nero. Metterne un altro avrebbe significato parlare di un’altra persona. A proposito del nero, Wassily Kandinsky scrive: “È questo, esteriormente, il colore meno dotato di suono, sul quale perciò ogni altro colore, anche quello che ha il suono più debole, acquista un suono più forte e più preciso, a differenza di quanto avviene su un fondo bianco, su cui quasi tutti i colori perdono in intensità di suono e molti si dissolvono completamente, lasciandosi dietro un suono fioco, indebolito”. Auguro ad A. e a tutti i colori neri che incontro ogni giorno che quei colori e quella luce che fanno propri consentano loro di far emergere tutti i suoni, anche quelli più deboli, anche quelli che altrimenti si dissolverebbero.
“Ho deciso di portare Dear parents di Tate Mcrae. Lei è una ragazza molto giovane, ha pochi anni più di noi. Secondo me è molto empatica. Quando la ascolto mi concentro molto sulle parole che dice e mi colpisce quando riduce tutto a “è solo una ragazza di sedici anni”, facendo riferimento alla strada ancora da compiere o all’imparare sbagliando o stando male. Ascoltavo questo brano in un periodo difficile e mi sentivo un po’ confortata; ammetto anche però che spesso penso “se non fossi stata in quel modo non avrei il carattere che ho adesso”. Quindi, in qualche modo, mi rende anche felice”.
Mi soffermo sulle ultime parole di A. (classe prima) perché mi hanno portato alla mente un’altra canzone, un brano di un cantante italiano decisamente più attempato di Tate Mcrae, Luciano Ligabue. In Il giorno di dolore che uno ha sono presenti tre frasi che riporto: “Quando sembra tutto fermo la tua ruota girerà sopra il giorno di dolore che uno ha… Quando la ferita brucia la tua pelle si farà sopra il giorno di dolore che uno ha… Quando sposti appena il piede, lì il tuo tempo crescerà, sopra il giorno di dolore che uno ha…”.
“Ho portato questo peluche preso durante una vacanza in Toscana perché mi ricorda dei bei momenti”.
Nelson Mandela diceva che “Il ricordo è il tessuto dell’identità”. Non ho idea di quali siano i bei momenti dei ricordi di L. (classe terza), ma sicuramente sono lì, a costruire il tessuto della sua identità, compreso quel cinghiale.
“E’ una foto scattata ieri mentre andavo a fare una passeggiata. Non sapevo cosa portare e tornata a casa ho scritto alcuni pensieri fatti durante la passeggiata: ho pensato di condividerli oggi. Giornata splendida dopo una settimana volata tra pioggia, allenamenti e verifiche, perché non andare a fare una passeggiata nel bosco per schiarirmi le idee? Non è un periodo facile, non riesco a trovare la motivazione giusta per fare nulla, non trovo uno scopo, il mio scopo, ma magari sono stati solamente giorni faticosi, sono solo stanca. Esco, cuffiette nelle orecchie, alzo il volume fino a che il rumore dei miei passi non scompare, chiudo la porta di casa e parto. È stata una camminata di circa 50 minuti in cui ho ascoltato musica ininterrottamente, ma non saprei nominare nemmeno un titolo tra le canzoni ascoltate perché i pensieri erano più assordanti. Mi sono ritrovata sola, sperduta per il bosco del mio piccolo paesino a fare i conti con me stessa ed è stata la cosa più difficile del mondo. Inconsciamente la mia mente ha iniziato a vagare, a scavare sempre più a fondo nei ricordi, ripensando a quanto successo negli ultimi sei mesi, poi in terza, seconda, prima superiore, fino ad arrivare alla terza media. Qui le riflessioni si sono protratte per più tempo, accompagnate da lacrime e singhiozzi che non riuscivo a sentire a causa del volume troppo alto, come se non riuscisssi ad accettare il mio dolore, come se non avessi il diritto di piangere. Ad un tratto parte una pubblicità di Spotify che mi strappa un sorriso, ritorno con la testa alla mia passeggiata e mi sento stupida a camminare per i campi sola e piangendo. Riparte la musica. Ormai penso di essermi sfogata e di poter godermi finalmente la passeggiata, ma ad un tratto, senza volerlo eccoli lì di nuovo, questa volta però sono i ricordi dell’estate tra la prima e la seconda elementare…quella maledetta estate. Piango. Cerco di distrarmi, ma l’unica cosa a cui riesco ad aggrapparmi sono i miei amici, più o meno recenti, e tutto d’un tratto mi sento incredibilmente sola, sento un vuoto dentro che ho paura di non riuscire a colmare, ho paura di non farcela, di deludere tutti. Non riesco più ad ascoltarmi e comincio a correre. Mi sfogo. Ricomincio a camminare. Arrivata a casa mi accorgo di aver passato l’ultimo tratto di strada senza aver ascoltato né le parole della canzone, né i miei pensieri, come se per un momento tutto il mondo si fosse messo in pausa. Quanto fa paura restare soli con se stessi”.
E’ difficile commentare la gemma di R. (classe quarta) tanto è ricca di suggestioni, emozioni, riflessioni. Ha premesso di non sapere cosa portare: ci ha portato in classe se stessa, la sua interiorità senza sovrastrutture o artificiali costrutti, un suo momento di fragilità e al contempo di forza. Non poteva farci regalo più grande. E mi ha anche ricordato di ricominciare a fare una cosa che da un po’ non faccio: deserto. Per me ‘fare deserto’ ha sempre significato prendere del tempo per me, isolarmi, appartarmi, mettere a tacere le voci delle cose da fare, degli impegni, delle incombenze e, in questo silenzio, ascoltarmi. Un proverbio tuareg dice Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima. Può far paura restare soli con se stessi, ma penso sia la via da percorrere e che a forza di essere percorsa porti alla nostra anima. E’ tornando da lì che poi il deserto si fa sentiero, si fa viottolo erboso e si fa giardino; è tornando da quel deserto che il “vuoto dentro” si fa pienezza e la “paura di non farcela” si fa sfida e voglia di farcela.
“Ho scelto questo quadernino di Barbie che mi era stato regalato come diario segreto quando avevo circa 7 anni. Ho iniziato anche a scriverlo, non sono tante pagine, una decina circa tra 2014 e 2016. E’ bello vedere come scrivevo quella volta e come raccontavo le mie giornate”.
Mi soffermo sulle ultime parole di F. (classe prima) e le sintetizzo con un “che bello vedermi crescere”, che bello vedere questo processo potenzialmente infinito e che può durare tutta una vita. E che può essere anche quotidiano. Oggi mi hanno regalato uno di quei calendari che hanno una frase per ogni giorno dell’anno. La prima frase, quella del 1° gennaio è di Eckhart Tolle e dice “Il viaggio esteriore può contenere milioni di passi, il viaggio interiore ne ha uno solo, il passo che compi adesso”. Insomma, tornando al quadernino di F., pagine di diario da scrivere ogni giorno.
Il primo è Noi siamo infinito, parla di un ragazzo che inizia le superiori e viene preso sotto l’ala protettrice di ragazzi più grandi e di come reagirà quando poi loro andranno al College.
Il secondo è Le parole non dette, la storia di una ragazza molestata durante l’estate che quando entra al Liceo decide di non parlare: tutti pensano sia strana e la bullizzano quando in realtà lei ha solo paura di parlare di quanto le è successo e si chiude in se stessa”.
Quelli presentati da S. (classe seconda) sono due film che affrontano temi importanti, difficilmente sintetizzabili in poche parole o in un trailer. E non me la sento di trattarli qui ora. Hanno a che fare con vissuti importanti; tutti i vissuti ci condizionano, ma forse alcuni lo fanno più pesantemente di altri. Charlie, il protagonista di Noi siamo infinito, dice però ad un certo punto: Non possiamo scegliere da dove veniamo ma possiamo decidere dove andiamo, da lì in poi… Ecco: di certo non facile, ma è l’unica via.
“Dopo un’infinita serie di pensieri sono giunta alla conclusione che la cosa più semplice era portare i miei anelli: sono la cosa che si vede di più di me. Non sono una persona a cui piace essere molto estrosa nei vestiti e quando inizio a fare conoscenza con qualcuno, una delle prime cose che mi viene detta o chiesta è qualcosa sugli anelli Oddio che belli, dove li hai presi?… Ogni anello ha una storia diversa, non tutte belle, anzi alcune sono proprio tristi. Li metto sempre nella stessa posizione, allo stesso modo, nello stesso ordine. Alcuni li ho persi, altri li ho cambiati perché la storia ad essi legata mi faceva troppo male.”
Io non so se ce la farei. Non so se riuscirei a tenere sempre a portata di occhio o di tatto tutti quei ricordi, quelle storie, come S. (classe terza). Penso che avrei paura di essere sopraffatto da una vagonata di emozioni. Penso siano come dei tatuaggi (anche se più facilmente removibili). Sarà per questo che sono fermo al primo da 7 anni?
Premessa: cerco sempre di rendere le gemme anonime, mettendo solo le iniziali dei nomi o cambiandoli proprio. Questa volta C. (classe quinta) mi ha chiesto espressamente di lasciarli. “Ogni tanto mi piace immergermi per ore negli album di fotografie di quando ero bambina e quando lo faccio ritrovo un po’ la leggerezza infantile che con gli anni è andata pian piano scemando. Oggi è di questo che voglio parlarvi, della mia infanzia, che per me è sinonimo di gioia vera, spensieratezza, libertà. Se penso alla mia infanzia la associo ai colori, se provo a ricordare la me bambina nella mia testa scorrono una serie di immagini luminose e calde. Ricordo con grande piacere la mia infanzia. Ricordo l’estate dai nonni materni con Simone, il mio primo amico, che non vedevo l’ora di incontrare a giugno dopo esserci salutati a settembre dell’anno prima. Ricordo Forni di Sopra con i nonni paterni, i libri che la nonna mi faceva trovare sul comodino appena arrivavo, le sciate in inverno con il nonno e mio fratello e le partite di basket al campetto quando faceva caldo. Ricordo Marta, Pietro e Giovanni, i miei amici della montagna che vedevo ogni agosto. Ricordo il latte caldo con il nesquik e il miele la mattina. Ricordo i bagni al mare con papà che “ci faceva fare i tuffi”. Ricordo mia cugina Aurora, quando ci divertivamo a giocare alle parrucchiere, stiliste, giornaliste, cuoche o qualsiasi cosa ci venisse in mente. Ricordo l’emozione del Natale, i biscotti sotto l’albero la vigilia e i regali il giorno dopo. Ricordo i lavoretti a scuola per la festa della mamma o del papà, i disegni con i pennarelli ad Halloween. Ricordo il piacere di incontrare i miei compagni a catechismo. Ricordo Pasqua e Natale con la famiglia, il capodanno in montagna con gli amici di mio fratello, Giacomo e Luca. Ricordo la fiaccolata il 31 dicembre, fatta dagli sciatori che scendevano dalla montagna, io li guardavo ammirata dalla finestra della casa dei nonni, mi sembravano delle lucciole. Ricordo lo stesso giorno i fuochi d’artificio che inauguravano l’anno nuovo, come mi emozionavano quei colori nel cielo. Ricordo il pane con burro e marmellata che mi preparava la mamma alle 16 quando tornavo a casa da scuola. Ricordo le feste in maschera ad Halloween a casa di Arturo, con i miei compagni di classe. Ricordo la buonissima torta salata con le olive che faceva la mamma. Ricordo il mio pigiama preferito, quello con i disegni che si illuminavano al buio, il cinema con i miei zii, i pigiama party dalla mia amica Maddy, la scuola di musica, le lezioni di solfeggio e pianoforte. Ricordo le dormite in macchina durante i viaggi troppo lunghi, con la radio accesa di sottofondo. Ricordo le canzoni che ascoltava sempre papà in quelle occasioni: “You remind me” di Nickelback, “Gli ostacoli del cuore” di Elisa e Ligabue, “Un senso” di Vasco e molte altre. Ricordo “Meraviglioso”, la versione dei Negramaro, cantata a squarciagola con mia mamma. Ricordo “Come musica” di Jovanotti. Ricordo le vacanze italiane in estate, la Toscana, l’Umbria, l’Alto Adige. Ricordo di esser stata felice, una felicità che solo i bambini sanno provare, quella felicità che solo loro sanno trasmettere. Ricordo anche quando da piccola non vedevo l’ora di compiere 11 anni, pensavo che sarei diventata grande a quell’età, non so bene perché, ma ai 18 anni non ci pensavo, non esistevano ancora nel mio magico mondo dell’infanzia. Presto ne farò 19 e se mi guardo indietro, se guardo quegli album di foto, non riesco ancora a capacitarmi di quanto sia passato velocemente tutto questo tempo, non riesco a immaginarmi che quella bambina spensierata sia esistita ormai tanti anni fa. Penso, però, che quella bambina sarebbe contenta della ragazza che è diventata. Penso che se fossimo una di fronte all’altra, lei mi guarderebbe con gli occhi curiosi, la bocca semiaperta in un sorriso ammirato e poi mi abbraccerebbe. Io la stringerei fortissimo e le direi di non avere mai paura, di non pensare mai di essere sbagliata, di affrontare tutto a testa alta. Le direi di amarsi sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei è bellissima così”.
Mi sono commosso durante la lettura di C. e mi sono commosso anche poco fa rileggendo le sue ultime parole. Perché sono le parole che un genitore porta nel cuore ed è pronto a dire a sua figlia nei momenti di difficoltà, con la speranza che non serva e che se dovesse servire possa essere sufficiente… A ottobre 2019 stavamo preparando la cameretta di Mariasole. Ho scritto questo: “Oggi l’ho ridipinto per la terza volta. Sarà il muro che accoglierà la tua testa, il muro su cui appoggerai la tua manina prima e i tuoi pugni poi, su cui proietterai i primi sogni e le recondite paure. Avevamo pensato al lilla, ma ci era venuto scuro e con una mano di bianco abbiamo cancellato tutto: coi muri si può fare! C’è qualcosa che non ci piace, non ci convince e… via… si dà una mano di colore, come una lavagna ripulita dal cancellino. Abbiamo pensato di fare qualcosa di più chiaro, con un po’ di rosa in più, ma papà ha sbagliato il codice della tinta. Cosa fare? Tornare a cambiare colore per avere quello pensato e desiderato o provare a stendere questo colore arrivato per caso? Abbiamo provato a stenderlo e abbiamo scoperto che ha dentro il colore dell’oro, del sole, del mattino e del grano e abbiamo pensato che un muro fatto di queste cose non è un muro che ci fa paura, ma è un muro capace di trasformarsi in ponte, un muro capace di aprirti la fantasia, di darti luce nei momenti bui, di farti intuire la strada che vorrai percorrere, di essere orizzonte senza essere limite, di essere vertigine prima di farti aprire le ali per i bellissimi soli della vita”. Non so quali saranno, a 19 anni, i ricordi d’infanzia di Mariasole, spero ricchi, felici e caldi come quelli di C. e che non abbia mai paura, che non pensi mai di essere sbagliata, che affronti tutto a testa alta, che si ami sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei sarà bellissima così. Come C.
“Io ho portato il mio diario segreto: lo scrivo da quando ero piccola e ho sempre scritto tutte le cose, quelle belle, quelle più importanti, e anche quelle brutte. Mi piace scrivere, mi aiuta a mettere in chiaro le mie idee a me stessa”.
L’ho detto anche in classe a S. (classe terza): conservo ancora i miei diari di quando ero al liceo, in particolare tra la seconda e la quarta ho scritto molto. Con la stessa identica funzione descritta da S. Rileggerli ora è altra cosa, è guardarmi con tenerezza a quel che sono stato, è guardare con tenerezza chi ho davanti agli occhi ogni giorno, ciò che ciascuno di noi è stato.
“Ho portato questo libro perché mi ha aiutata molto a trovare un’identità, cosa di cui sono sempre alla ricerca perché vado in crisi se non so chi io sia. L’ho acquistato all’inizio dell’estate, è sul metodo enneagramma, fondato su nove personalità che tendono a emergere a seconda delle esperienze che viviamo”.
La gemma di A. (classe prima) si concentra sull’argomento che, in prima, stiamo trattando dall’inizio dell’anno: l’identità. L’economista indiano Amartya Sen afferma: “La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l’una con l’altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza”. Porsi quindi alla ricerca di un’identità, di un’unica identità e magari definitiva, mi pare un’impresa.
“Come gemma ho portato questa foto, scattata a inizio ‘900: ci sono alcuni miei parenti, compresa una quadrisavola che ovviamente non ho conosciuto. Lo scatto è importante per me per due motivi: il primo è che mi appassiona quest’epoca e qui se ne vedono molti aspetti, come il modo di vestire o di acconciarsi i capelli e che la tecnologia sta avendo i suoi primi sviluppi per cui la foto è in bianco e nero. Il secondo motivo è che mi affascina molto conoscere chi erano i miei antenati e scoprire le mie origini”.
Questa è la gemma proposta da V. (classe prima), che mi scuserà per aver travolto la sua foto con tanta luce, ma dovevo rendere i volti poco conoscibili. Uno dei temi da lei toccati è quello delle origini, delle radici, argomento al quale sono molto legato. Desidero commentare questa gemma con due brani musicali molto differenti tra loro. Il primo è del 2003: è un brano dei Sud Sound System, uno di quelli per i quali mi piacerebbe avere un’aula in cui poter mettere la musica a palla, eliminare la pandemia, accostare i banchi e metterci tutti a ballare e saltare (a quest’ora mi limito a infilarmi gli auricolari, mettere il volume al massimo e dimenarmi sulla sedia). E’ un pezzo che parla di radici culturali: se veramente ami le tue non puoi che apprezzare quelle degli altri. Si intitola Le radici ca tieni, si può trovare la traduzione in rete se non si è avvezzi al dialetto salentino.
Il secondo brano compirà 50 anni a luglio e ha tutta un’altra sonorità. E’ di un cantautore italiano che ho ascoltato tanto, Francesco Guccini; tuttavia questa non è una delle canzoni che musicalmente amo, ma il testo fa pensare molto. Qui non è una foto a innescare la riflessione ma una casa. Si intitola Radici. “La casa sul confine della sera Oscura e silenziosa se ne sta Respiri un’aria limpida e leggera E senti voci forse di altra età E senti voci forse di altra età La casa sul confine dei ricordi La stessa sempre, come tu la sai E tu ricerchi là le tue radici Se vuoi capire l’anima che hai Se vuoi capire l’anima che hai Quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te Come il fiume che ti passa attorno Tu che hai visto nascere e morire gli antenati miei Lentamente, giorno dopo giorno Ed io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me Qualche segno, qualche traccia di ogni vita O se solamente io ricerco in te Risposta ad ogni cosa non capita Risposta ad ogni cosa non capita Ma è inutile cercare le parole La pietra antica non emette suono O parla come il mondo e come il sole Parole troppo grandi per un uomo Parole troppo grandi per un uomo E te li senti dentro quei legami I riti antichi e i miti del passato E te li senti dentro come mani Ma non comprendi più il significato Ma non comprendi più il significato Ma che senso esiste in ciò che è nato dentro ai muri tuoi Tutto è morto e nessuno ha mai saputo O solamente non ha senso chiedersi Io più mi chiedo e meno ho conosciuto Ed io, l’ultimo, ti chiedo se così sarà Per un altro dopo che vorrà capire E se l’altro dopo qui troverà Il solito silenzio senza fine Il solito silenzio senza fine La casa è come un punto di memoria Le tue radici danno la saggezza E proprio questa è forse la risposta E provi un grande senso di dolcezza E provi un grande senso di dolcezza”.
Ha lasciato che il suo iPad si caricasse per tutta l’ora e alla fine M. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
“Ho deciso di portare come gemma il mio anno all’estero e in particolare le persone che porto nel mio cuore. Ho avuto modo di conoscere molte persone e di stringere rapporti davvero importanti. Ciò mi sta molto a cuore: ho avuto solo 10 mesi di tempo per conoscere e stare con queste persone e quindi abbiamo cercato di approfittare di ogni momento. Tornata in Italia ho sentito molto la mancanza di tutto questo. Ho portato alcune foto. Emerge in particolare il rapporto con la mia compagna di stanza: è arrivata nella mia famiglia perché la sua era un disastro e siamo finite in quarantena, chiuse dentro la nostra camera in quanto le uniche della casa negative. Siamo molto diverse e abbiamo litigato tanto tanto tanto, ma ora siamo molto unite. Vi sono poi altre amiche molto importanti con le quali ho condiviso tanti viaggi e tante esperienze; quando penso all’Inghilterra ormai penso a loro e ai momenti vissuti insieme. Abbiamo anche deciso di tornarci insieme per una settimana.”
M. ha descritto un viaggio sostanzialmente durato 10 mesi e che non si è concluso al suo ritorno, perché, terminato quello fisico, per lei è iniziato un altro viaggio. Lo si può comprendere attraverso una canzone dei Negrita di più di 15 anni fa, Rotolando verso sud, le cui prime parole dicono: “Ogni nome è un uomo ed ogni uomo è solo quello che scoprirà inseguendo le distanze dentro sé. Quante deviazioni, quali direzioni e quali no? prima di restare in equilibrio per un po’… Sogno un viaggio morbido, dentro al mio spirito e vado via, vado via, mi vida così sia”. Il viaggio qui è dichiaratamente metaforico, è quel percorso compreso tra una distanza e l’altra presente all’interno di ogni uomo, è quello spazio che sta tra un momento di equilibrio e l’altro. E’ una condizione tipica dell’uomo, non vi si può sottrarre, è la vita stessa. Rinunciare al viaggio è rinunciare a vivere: “mi vida così sia”.