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3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte

  1. Rispetta la diversità degli altri
  2. Rispetta il Dio degli altri
  3. Tutela sempre la dignità di vita e di morte
  4. Proteggi i bambini e gli anziani
  5. Non sprecare le risorse
  6. Non maltrattare gli animali
  7. Non abusare del tuo corpo
  8. Non deturpare la bellezza
  9. Non tradire il patto fiscale
  10. Non perderti nel mondo virtuale

Su «La Lettura» #285 (maggio 2017) dieci studiosi hanno proposto i sopraelencati precetti etici in sintonia con i nostri tempi.
Il terzo è esplicato da Giuseppe Remuzzi, nefrologo e direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano. Lo si può trovare a questo link.

Fonte dell’immagine

“«Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento. […]
e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.»

e ancora 

«Perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perchè da noi si dura?»

si chiede il pastore errante in una delle poesie più belle. Cosa rispondere a lui e a Giacomo Leopardi? Con un comandamento, questo: «Dedicare una attenzione speciale ai primi momenti della vita dell’uomo ma anche agli ultimi».
Perché siamo quello che siamo? Perché siamo ansiosi? O depressi qualche volta? Perché qualcuno di noi è in sovrappeso o alla pressione alta o si ammala di cuore? Dipende – almeno un po’ – da quello che è successo nell’utero che condiziona anche la nostra vita da adulti. Ciò che nostra madre mangiamo in gravidanza, quantità e qualità dei nutrienti (molte mamme dei Paesi poveri per esempio non hanno abbastanza cibo e il feto ne soffre) poi inquinanti, farmaci, infezioni, tutto questo compromette lo sviluppo del feto ma anche il nostro benessere da adulti. E non basta. Stress, tensione, stato mentale della madre – e naturalmente fumo e alcol – riguardano anche la nostra vita da adulti. Persino lo sviluppo del cervello – e quindi intelligenza, temperamento ed emozioni – dipende dall’esperienza dell’utero che coinvolge anche molte delle funzioni dei nostri organi, fegato, pancreas e soprattutto rene. Bambini che nascono sottopeso hanno reni più piccoli e meno glomeruli – le unità funzionali del rene – e da grandi avranno pressione alta, malattie del cuore e diabete.
Ma dedicare un’attenzione speciale ai primi mesi – dentro e fuori dall’utero – non basta, ci vuole un grande riguardo anche per gli ultimi momenti di vita dell’uomo, quelli a cui nessuno di noi di solito pensa mai. Ci si vorrebbe arrivare con un po’ di autonomia, con i minori disagi possibili, con qualcuno che ti spieghi cosa succederà e perché. Non è così quasi mai e allora i giorni o i mesi che precedono la morte saranno un calvario che spesso vanifica tutto quello di buono che c’è stato prima. Le cure intensive degli ultimi giorni, le macchine che respirano per te, il foro nello stomaco per alimentarti e tanto d’altro, ti privano di tutto (inclusi relazioni e affetti che hai passato una vita a costruire) senza che nessuno ti chiede nemmeno se lo vuoi davvero. 
Dall’oggi al domani non decidi più niente, nemmeno delle tue cose più intime, sei vulnerabile come non lo sei mai stato prima. Alla fine muori lo stesso, ma muori disperato.” 

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Un’arsura di senso

Riprendo la questione della manifestazione per il clima del 15 marzo, su cui avevo già detto brevemente la mia, attraverso due diversi pezzi: uno di riflessione e uno di inchiesta. Il primo è questo qui sotto di Alessandro D’Avenia. Il secondo, nel prossimo post…

Fonte dell’immagine

«Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle operazioni mie, sempre ebbi e ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e mezzo, io non me n’avvedo, se non rarissime volte: se io vi diletto o vi benefico, non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle cose, o non fo quelle azioni, per dilettarvi o giovarvi. E se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei». Così la Natura risponde al protagonista del famoso dialogo leopardiano, l’Islandese che ha cercato in tutti i modi una felicità che sembra incompatibile con una vita ferita dalla fragilità, dagli altri e dalla realtà. Egli, scoperta la propria irrilevanza e l’indifferenza della Natura, sferra l’ultima domanda: «Dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o giova questa vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e morte di tutte le cose che lo compongono?». La Natura tace e l’Islandese in attesa della risposta muore: o divorato da due leoni affamati che sopravvivono qualche ora grazie al misero pasto; o essiccato da un vento equatoriale, che lo ricopre di sabbia e lo trasforma in una mummia conservata in un museo europeo…
Per Leopardi la Natura è un fatale meccanismo indifferente e necessario di cui l’uomo è, suo malgrado, l’unico frammento consapevole e autocosciente. Sapendo di esistere egli va oltre la Natura, la trascende, la supera: è più che naturale, è sopra-naturale. Così diventa un ricercatore di senso ma, alla domanda: «Se tutto deve morire a che serve vivere?», la Natura non sa rispondere. Leopardi sa che l’uomo è vivo proprio se non rinuncia a questa domanda da cui ha origine la creatività umana: con la cultura infatti l’uomo cerca di affrancarsi dalla corsa dell’entropia verso l’abisso e di contrastare la fine di tutte le cose. Non a caso i gesti con cui è iniziata la novità umana sono stati scheggiare la pietra, seppellire i morti, dipingere le grotte: con la cultura l’uomo, faber e sapiens, realizza la vita autenticamente umana in dialogo con la Natura, che riceve come dono e come compito.
Sono migliaia gli adolescenti scesi in piazza in quello che è stato considerato uno dei più sorprendenti fenomeni di massa dal ‘68: il #fridayforfuture. Adolescenti di fatto perfettamente integrati nella fede del Progresso e nei ritmi di produzione di cui godono il benessere e gli strumenti, si sono riversati in tutte le città occidentali spinti dal richiamo di una sedicenne svedese: Greta Thunberg. Vogliono forse vivere in campagna o tornare al mondo senza cellulari, televisori, motorini, computer, frigoriferi, aerei? Dubito. Non rinunceranno ai trionfi della Tecnica, ma credo abbiano nostalgia dell’armonia perduta tra Natura e Uomo. Naturalmente il sogno della sedicenne è stato subito – come ormai capita sistematicamente – da un lato strumentalizzato, dall’altro reso oggetto di feroci critiche. C’è chi la santifica facendone la profetessa di una vecchia religione in cui la Natura è il Bene e l’uomo il Male, le offre pulpiti e premi impensabili per la sua età, e un libro in uscita in tante lingue; c’è chi la ritiene il fantoccio di un complotto globale o la «gallina dalle uova d’oro» di genitori avidi. Di fatto, è un iconico capro espiatorio delle ideologie degli adulti, abbattuta da alcuni e divinizzata da altri, per aggregare le loro forze esangui e disperse. Ma al di là delle strumentalizzazioni e dell’azione degli spin doctor dell’opinione pubblica, che cosa ha fatto sì che i giovani rispondessero? Che cosa rappresenta per loro «questa» ragazza? Questo mi interessa prima del suo messaggio climatico, sul merito del quale proprio la scienza è tutt’altro che unanime.
Greta, come l’Islandese, ha incontrato la Natura ma, questa volta, l’ha trovata in crisi. Il dialogo leopardiano si è ribaltato: l’uomo si è vendicato della divina indifferenza naturale e si è liberato dal suo giogo. Il divorzio tra Natura e Uomo è sancito in Occidente nel XVII secolo da Francesco Bacone, che si sbarazzò della tradizione secolare per cui la verità sulle cose e sull’uomo era un’armonia divina da indagare e rispettare. Il filosofo immaginò Nuova Atlantide, città-laboratorio governata da scienziati che a qualsiasi costo devono garantire il benessere ai cittadini, la loro scienza è finalizzata alla tecnica, che serve a incatenare la Natura: «sapere è potere». La cultura non serve più a curare e ampliare il Giardino, che nel racconto biblico Dio affida ad Adamo da «custodire e coltivare» (Gn 2,15), ma a costruire un giardino alternativo, artificiale: tutto fatto dall’uomo e finalmente libero dal male. Bacone inaugura la fede nel Progresso, religione che, rimosso Dio, l’uomo occidentale ha del tutto interiorizzato, diventando l’uomo-dio raccontato di recente da Harari in Sapiens e in Homo-Deus. Il XXI sarà il secolo della biologia-cibernetica, l’uomo diventerà totalmente padrone della vita e della morte, gli ultimi presidi che la Tecnica cerca di strappare alla Natura. La conseguenza, già in atto, è una cultura che ha disfatto qualsiasi verità non «costruita» da noi: non avendo su cosa radicare il proprio stare al mondo e il senso da dare al viaggio, l’io-soggetto, ciò che sta sotto (sub-iectum) e cresce affrontando i conflitti della vita, si è sbriciolato, lasciando l’io-individuo, un io senza fondamento e destino, che deve creare e procurasi con le sue forze (se le ha): «Puoi e devi diventare ciò che vuoi: sei onnipotente». Chi nasce non riceve più la patente dell’esistenza, se la deve conquistare, ma le tante verità contraddittorie a disposizione non gli permettono di farsi «soggetto»: è un oggetto in balia di correnti emotive e di potere, una pianta che comincia dallo stelo e deve poi procurarsi le radici. Non sa da dove viene e quindi chi è e dove va, e si oppone alla disintegrazione interiore con uno sforzo titanico della volontà ma, non cercando e non trovando dentro di sé quello che vuole diventare, fallisce e si sfinisce, come mostrano disagi psichici, dipendenze e suicidi. Non può trasformare il destino ricevuto, ciò che è, in destinazione: sospeso nel vuoto egli deve fabbricarsi da solo il pavimento su cui camminare, il terreno in cui mettere radici per slanciarsi nella vita. Che cosa sono i beat rabbiosi e tribali del rap, tanto amati dai ragazzi, se non il bisogno di ancorarsi a qualcosa di primordiale, proprio mentre si solleva il frastuono di una vita che va in pezzi? Ci stanno forse chiedendo una vita più «naturale»?
Gli adulti affondano e i ragazzi cercano in una coetanea l’indicazione di un fondamento. Un tragicomico ribaltamento delle parti, in cui i giovani provano a ri-fondarsi, e gli adulti, invece di consegnare loro una storia da cui partire, li inseguono, imitano o usano. I ragazzi, orfani di senso, intravedono una via d’uscita dal nichilismo adulto, in un nuovo eroismo: vorrebbero essere come Greta, avere una visione che li definisca, li unisca e dia senso alla vita. «La Natura è una struttura stupenda che possiamo capire solo in modo molto imperfetto e davanti alla quale una persona riflessiva deve sentirsi pervasa da un profondo senso di umiltà. La mia religiosità consiste in un’umile ammirazione di quello Spirito immensamente superiore che si rivela in quel poco che noi, con il nostro intelletto debole e transitorio, possiamo comprendere della realtà. Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri», scrive Einstein: o torniamo a indagare i pensieri di Dio come creature, parola latina che indica una vita ricevuta da custodire e portare a compimento con slancio e rispetto, o distruggeremo il creato. Siamo giardinieri non creatori: la Vita non l’abbiamo fatta noi e non è a nostra totale disposizione, non c’è bisogno di essere credenti per vederlo, basta osservare la realtà e conoscere un po’ di storia. La vita umana è una corrente tra i due poli di necessità e libertà, terra e cielo, natura e cultura: se non li teniamo uniti e distinti in una verità superiore, continueremo a inquinare la Vita, e di conseguenza la Terra. L’assenza di senso, alimentando individualismo, nichilismo e consumismo, porta a non avere niente e nessuno da rispettare, ma solo potere da affermare: questo è il clima in cui la Vita soffoca e muore.
Una sedicenne ha risvegliato nella sua generazione la nostalgia di una Vita «naturale». Ma credo che prima di «che mondo lascerete ai vostri figli?» ci stia chiedendo «a quali figli lo lascerete?». Lo sapranno curare e sviluppare solo quelli a cui avremo dato non solo la vita ma il senso della vita. E che senso ha? Lo sappiamo dire loro? La risposta non ce l’hanno né il Progresso né la Natura. Il letto da rifare è allora chiedere periodicamente a vostro figlio/a: «Che cosa fai oggi per rendere la Vita migliore di come l’hai trovata?». E se di rimando vi chiederà: «Tu cosa fai?». Che cosa risponderete (oltre a: «ho fatto te»)?”

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Rabbi Bunam, i Metallica, Leopardi e Lucio Dalla

E’ venerdì, il mio giorno libero. Il sabato lavoro. Alle 8.00 ho messo il guinzaglio a Mou e siamo andati a fare una passeggiata nel fresco e nel chiarore della luce del mattino di questa bellissima giornata di inizio primavera. Nelle orecchie avevo una puntata di Uomini e profeti in cui il filosofo e psicanalista Romano Madera, ad un certo punto, cita un racconto di Martin Buber tratto da Il cammino dell’uomo:
Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin li dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”. “Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”.
Ho tolto gli auricolari dalle orecchie perché percepivo che la memoria stava cercando di suggerirmi qualcosa, ma non riuscivo a darle ascolto. E poi è arrivato il flash! THROUGH THE NEVER! La canzone dei Metallica!

Quella canzone si apre con queste parole: “Tutto ciò che esiste, è esistito ed esisterà, l’universo è troppo grande per conoscerlo, tempo e spazio sono infiniti. Sorgono pensieri inquietanti, domande restano in sospeso, i limiti della comprensione umana”. E poi ancora: “Nell’oscurità, guarda oltre i nostri sguardi alla ricerca della verità non importa dove sia, fissando la brezza dei cieli alla ricerca del senso, della ragione, perché sia arrivato ad esistere, come sia cominciato”.
E così Martin Buber e James Hetfield hanno iniziato a dialogare nella mia mente: in questi giorni da molte riflessioni svolte nelle seconde e nelle quinte sono emersi molti interrogativi. Domande simili a quelle che si poneva pure Leopardi nel suo Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: “Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”.
Mi piace pensare che una possibile risposta sia insita nella domanda che un altro cantante si pone. Questa volta si tratta di Lucio Dalla e della sua canzone Le rondini (tra l’altro stanno per arrivare!): “Vorrei seguire ogni battito del mio cuore per capire cosa succede dentro e cos’è che lo muove, da dove viene ogni tanto questo strano dolore, vorrei capire insomma che cos’è l’amore, dov’è che si prende, dov’è che si dà”.

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Quello che non

La vedi nel cielo quell’alta pressione, la senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d’un fiato che il dio dell’inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova?
Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato…
Conosci l’odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,
e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose,
e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un’ex terza classe?
L’angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita…
Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo…
Si fa a strisce il cielo e quell’alta pressione è un film di seconda visione,
è l’urlo di sempre che dice pian piano:
Non siamo, non siamo, non siamo…”
Puntualizzazione: a detta dello stesso Guccini la sua negazione non è montaliana “Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Non chiederci la parola) ma “è lo sfogo di uno che scopre di vivere con una persona che non lo considera più molto”.
Il brano si apre con l’alta pressione nel cielo, che significa solitamente bel tempo, ma subito, a far da contraltare arriva la nebbia notturna che mal si concilia col sereno, e la nebbia annuncia l’arrivo dell’inverno. Da qui in poi tutta la canzone è costruita attorno a dei contrasti, a dei contraltari, a delle affermazioni seguite immediatamente dalle loro negazioni. Soffermiamoci sulle situazioni descritte:
un aereo porta lontano (a sottolineare l’esigenza o il desiderio di andarsene?)
un pianista non particolarmente dotato prova e riprova a suonare Mozart, ma nonostante tutti i tentativi non riesce a trovare il vero senso delle cose, della vita, di se stesso
cortili umidi, auto abbandonate, cicatrici di vecchie ferite appena percettibili e occasioni perse rinchiuse in vecchie lettere mai inviate: rimorsi? rimpianti?
favole spente che quindi non lasciano spazio ai sogni, alle speranze, alla consolazione
strade senza nessuno, solitarie che tristemente portano a luoghi già conosciuti e che non danno più l’emozione della prima volta
binari che pervicacemente si perdono verso il nulla con vagoni di terza classe nella nebbia di una distesa uniforme e sterminata: angoscia
Il tutto si conclude con un urlo doloroso e triste che non riesce neppure a farsi sentire, tanto è orrido l’abisso davanti al quale si trova. Mi ricorda il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”:
Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.”
O anche il tratto de “La nascita della tragedia” di Friedrich Nietzsche in cui Mida si mette alla ricerca di Sileno:
L’antica leggenda narra che il re Mida per molto tempo inseguì nella foresta il saggio Sileno, il compagno di Dioniso, senza prenderlo. Quando questo infine gli cadde nelle mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile tace il demone; finché, costretto dal re, uscì finalmente fra risa sibilanti in queste parole;
Stirpe misera ed effimera, figlia del caso e della fatica, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non udire?
La cosa migliore è per te totalmente irragiungibile: non essere nato, non essere, essere niente.
Ma la seconda cosa migliore per te è – morire presto.”

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Una piacevole noia

C’è noia… e noia…

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“La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma non dimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto l’universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, è però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.” (Giacomo Leopardi)

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Oltre ogni ragionevole speranza

8529806402_5e22c98a83_b.jpgDa Virgilio, passando per De Luca, fino alla Bibbia, sfiorando Leopardi in poche righe. Si può? Ci si può provare…

Da poco ho finito di leggere il libro Alzaia di Erri De Luca. Uno dei passi che mi hanno maggiormente colpito è il seguente:

“Una salus victis: nullam sperare salutem, una sola salvezza per i vinti: non sperare alcuna salvezza. Così dice Enea raccontando il suo scampo alla rovina di Troia. E’ il coraggio di chi ha smesso ogni speranza e si lancia nella mischia con mente sgombra da ogni futuro. L’insurrezione degli ultimi ebrei nel ghetto di Varsavia può reggere esempio di questa condizione. Ci sono momenti estremi in cui i vinti sperimentano una terribile pace interiore nel più grande pericolo. Per grazia ricevuta di non sperare più.”

E adesso mentre rivedevo i tweet più recenti sono capitato su un articolo di Antonio Pitta scritto per Avvenire, di cui riporto alcune frasi:

“Il mito di Pandora racconta che quando il suo vaso fu aperto per diffondere ogni genere di male nel mondo, nel fondo rimase soltanto elpis, la speranza. Sono trascorsi duemila anni dall’inizio della fede cristiana, ma la concezione rassegnata e striata di pessimismo sulla speranza rimane ancora fra molti credenti in Cristo. L’illusione delusa del «sabato del villaggio» accompagna la nostra visione della speranza. Nutriamo sempre una certa diffidenza sulla speranza poiché il timore di essere delusi nelle attese è vivo più del suo desiderio… La speranza riceve dalla fede un fondamento sicuro; e soltanto una fede capace di attraversare la prova approda nella speranza. La prova non è quella dell’invisibile con gli occhi del corpo, ma del visibile con quelli della mente. Per questo non ciò che vediamo è oggetto della speranza, bensì quanto non vediamo, ma continuiamo a credere. La prova dell’amore è quella che nasce dalla fede e approda nella speranza, poiché senza cadere in forme di fideismo, l’amore tutto crede e, senza lasciarsi irretire nell’illusione, l’amore tutto spera. Qui sta la fondamentale differenza tra la speranza di origine greco-romana e quella di origine ebraico-cristiana: la prima è fondata sul desiderio, mentre la seconda si radica nella fede.”

Buone libere riflessioni 🙂

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Quale felicità?

In quarta abbiamo parlato e stiamo ancora parlando di felicità, per ora delle piccole nostre felicità… Contemporaneamente abbiamo iniziato a trattare di induismo e buddhismo. E come primo argomento dell’anno avevamo affrontato morte e aldilà. Tentiamo ora di mettere insieme tre testi. Il primo è inedito con me, non lo abbiamo mai letto in classe, ma è legato agli altri due che invece abbiamo conosciuto e già accostato fra loro. Partiamo da “Le fantasticherie del passeggiatore solitario. Quinta passeggiata” di Jean-Jacques Rousseau:

“Tutto sulla terra è in un flusso continuo. Nulla mantiene una forma costante e fissa, e i nostri sentimenti per le cose esteriori passano e cambiano necessariamente come loro. Costantemente, prima o dopo di noi, esse ricordano il passato che non è più o anticipano il futuro che spesso non deve affatto essere: non vi è là nulla di solido a cui il cuore si possa attaccare. Così non abbiamo quaggiù nient’altro che piacere che passa; in quanto alla felicità che dura, dubito che la si conosca. A malapena si trova nei nostri più vivi piaceri un istante in cui il cuore possa veramente dire: Vorrei che questo istante durasse per sempre; come possiamo allora chiamare felicità uno stato fuggevole che ci lascia poi il cuore inquieto e vuoto, che ci fa rimpiangere qualcosa che era, o desiderare qualcosa che sarà?

Ma se esiste uno stato in cui l’animo trova un equilibrio abbastanza stabile per riposarvisi completamente e raccogliere là tutto il suo essere, senza aver bisogno di ricordare il passato né di sconfinare nel futuro, in cui il tempo non conti e il presente duri sempre, senza però lasciar traccia del suo durare né del succedersi, senza nessun altro sentimento di privazione né di godimento, di piacere né di pena, di desiderio né di timore, se non quello della nostra esistenza che, da solo, possa soddisfare completamente l’animo; fin tanto che questo stato dura, colui che vi si trova può chiamarsi felice, non di una felicità imperfetta, povera e relativa, come quella che si trova nei vari piaceri della vita, ma di una felicità bastevole, perfetta e piena, che non lascia nell’animo alcun vuoto che sia necessario colmare. Questo è lo stato in cui spesso mi sono trovato all’isola di Saint-Pierre durante le mie fantasticherie solitarie, ora sdraiato sulla barca che lasciavo andare alla deriva, in balía delle onde, ora seduto sulle rive del lago agitato, ora altrove, sulla sponda di un bel fiume o di un ruscello mormorante tra i ciottoli.

Di cosa si gioisce in una simile situazione? Di nulla di esteriore a sé, di niente se non di sé stessi e della propria esistenza; fin tanto che dura questo stato si è sufficienti a sé stessi come lo è Dio. Il sentimento dell’esistenza spogliato di ogni altro affetto è di per sé un sentimento prezioso di contentezza e di pace che sarebbe sufficiente da solo a rendere questa esistenza cara e dolce a chi fosse in grado di allontanare da sé tutte le impressioni sensuali e terrestri che vengono continuamente a distrarci e a turbarne, quaggiù, la dolcezza. Ma la maggior parte degli uomini, agitati da continue passioni, poco conosce questo stato d’animo, ed avendolo sperimentato soltanto imperfettamente, per pochi istanti, ne conserva appena un’idea oscura e confusa che non permette di percepirne il fascino.”

Il secondo è di Friedrich Nietzsche, tratto da “Sull’utilità e il danno della storia”:

“Osserva il gregge che pascola dinnanzi a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere e con la sua pena al piuolo, per così dire, dell’attimo, e perciò né triste né annoiato. Vedere tutto ciò è molto triste per l’uomo poiché egli si vanta, di fronte all’animale, della sua umanità e tuttavia guarda con invidia la felicità di quello – giacché egli vuole soltanto vivere come l’animale né tediato né addolorato, ma lo vuole invano, perché non lo vuole come l’animale. L’uomo chiese una volta all’animale: Perché mi guardi soltanto, senza parlarmi della tua felicità? L’animale voleva rispondere e dire: La ragione di ciò è che dimentico subito quello che volevo dire – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò”.

L’ultimo è un passo di Giacomo Leopardi, dal “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”:

“O greggia mia che posi, oh te beata,canto-notturno.jpg

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma piú perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge

sí che, sedendo, piú che mai son lunge

da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

se tu parlar sapessi, io chiederei:

– Dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? –

Forse s’avess’io l’ale

da volar su le nubi,

e noverar le stelle ad una ad una,

o come il tuono errar di giogo in giogo,

piú felice sarei, dolce mia greggia,

piú felice sarei, candida luna.”

Li riprenderemo in classe quando tireremo le fila del tema della felicità.