Tra futuri possibili e probabili, tra utopie e distopie

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Qualche settimana avevo letto un articolo molto interessante di Giovanni Bitetto su L’Indiscreto. Oggi l’ho ripreso in mano e ho deciso di pubblicarlo sul blog. Vi si tratta di tecnologia, di presente e futuro, di utopie e distopie, di visioni e decisioni politiche, di aziende e stato, di economia e open source. L’ultima frase del pezzo desidero inserirla qui, in modo da fornire un’idea concisa ed efficace dei temi toccati: “Se virtuale e reale sono legati indissolubilmente – al punto che non è  più necessario fare una distinzione – allora la prospettiva di mondi alternativi, di futuri possibili, di utopie immaginabili,  si configura come un campo di battaglia importante per la governabilità del presente”.
“Quando usiamo lo smartphone accediamo a un universo più ampio, che travalica il semplice utilizzo di una tecnologia. Nel perimetro del touchscreen si succedono diversi spazi virtuali, e noi possiamo accedere in contesti differenti: dai social network come Facebook, Instagram o Twitter, alle dating app quali Tinder o Happn, agli shop online di Amazon e Apple. Attraverso l’artefatto dello smartphone – che in poco più di dieci anni è diventato il simbolo della nostra epoca – ci connettiamo a un cosmo esteso di saperi, che potenzia le nostre possibilità di agire nel quotidiano e allo stesso tempo ci condiziona sottilmente. Il flusso dell’informazione digitale ci investe e occupa uno porzione sempre più cospicua della nostra quotidianità, modifica le categorie cognitive dell’uomo, espandendo e frammentando la nozione di spazio, usurando e disgregando i concetti di vecchio e nuovo. Se Georg Simmel parlava di «intensificazione della vita nervosa» agli albori della modernità metropolitana, ora che l’uomo vive in uno spazio virtuale – e che le stesse città, seguendo la retorica capitalista delle “smart city”, si stanno attrezzando per diventare nient’altro che hub per l’accesso al mondo digitale – la quotidianità si sintetizza in una sequela frenetica di stimoli. L’uomo contemporaneo deve controllare molteplici saperi, è spinto a stare al passo con un ciclo di obsolescenza e aggiornamento tecnologico in cui le nozioni di passato e futuro si assottigliano fino a svanire in un eterno e nebuloso presente.
Lo studioso di media Henry Jenkins parla di “cultura convergente”, ovvero un cambiamento del paradigma culturale in cui i consumatori sono stimolati a ricercare nuove informazioni e ad attivare connessioni tra contenuti mediatici differenti. La convergenza avviene nel cervello dei singoli consumatori nonché nelle loro reciproche interazioni sociali. Ognuno di noi si crea una personale visione del mondo dai frammenti di informazione estratti dal flusso mediatico, che sono poi reinterpretati nell’orizzonte di senso della vita di ciascuno. Visto che abbiamo a disposizione, su qualsiasi tema, più dati di quelli che ognuno di noi può immagazzinare, siamo maggiormente incentivati a parlare di ciò che fruiamo.
Eppure, a ben guardare, la convergenza non è solo una dinamica cognitiva propiziata dalle nuove tecnologie, bensì una meccanica concreta che dà modo alle stesse tecnologie di interagire fra loro, di strutturarsi in un nuovo sistema coeso e indeterminato, in sostanza di creare dei vettori che si intersecano e si configurano come una rete onnipresente. Tale processo di unificazione viene indicato come “internet delle cose”. Il modello dell’internet delle cose riassume in sé una molteplicità di protocolli, piattaforme, capacità tecnologiche, spazi reali e virtuali. Tutto ciò che collega i diversi dispositivi, i servizi, i fornitori e le performance implicate in tale assemblaggio è il tentativo di rendere sensibili, e disponibili per l’analisi e l’elaborazione, le situazioni della vita quotidiana.
Quando compriamo qualcosa su Amazon la nostra scelta è registrata e immagazzinata assieme a miliardi di altre, la grande mole di dati è ridotta a modelli e tendenze che vengono usati per strutturare la nostra esperienza digitale futura. Così Amazon ci consiglia cosa potrebbe suscitare la nostra attenzione, cosa interesserebbe al “tipo”che incarniamo (un tipo le cui scelte, per la macchina, non sono altro che una sequenza di dati). Allo stesso modo su Facebook sono indicizzate le nostre interazioni, strutturate secondo un paradigma che va a rafforzare i feedback positivi di utenti coevi al nostro sentire, e dunque mira a consolidare idee e consumi, in modo da renderci più riconoscibili e incasellabili in una determinata categoria. L’internet delle cose estende l’influenza immateriale delle informazioni al mondo dei dispositivi fisici, a essere indicizzati sono i percorsi che facciamo e che registriamo grazie alla nostra app contapassi, oppure le strade che percorriamo con le auto a tecnologia “driveless” prossime venture.
Il paradosso di uno sviluppo tecnologico così repentino appare chiaro: da una parte la possibilità di allargare la nostra area di influenza a campi materiali e del sapere che nemmeno avremmo immaginato di prendere in considerazione, dall’altra la sconfortante sensazione di essere ridotti a dati, scomposti in una serie di parametri che riducono la sfera umana alla mera intersezione di svariati fattori catalogabili. E la catalogazione va di pari passo con la commercializzazione, le componenti dell’umano si uniformano al discorso della merce in maniera sempre più mimetica, una delle cause è da ricercare nello sviluppo tecnologico. Proprio la tecnologia non è un fattore neutro, come vuole la vulgata comune, non dipende “da che utilizzo se ne fa” o “ per quali scopi la si usa”. Occorre piuttosto chiedersi chi eroga i servizi di cui usufruiamo, chi disegna il campo di possibilità dello spazio digitale, quali sono i confini e le interazioni ipotizzabili nell’internet delle cose, come si configurano allo stato dell’arte attuale; e soprattutto che visione del mondo ha chi eroga questi servizi, chi commercializza tali dispositivi, chi ci spinge a propendere per un determinato assetto dei rapporti umani, economici e sociali.
I progetti e le credenze di chi presiede le principali aziende della Silicon Valley – i cosiddetti GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) – non sono facilmente decifrabili, eppure gli sforzi di queste multinazionali sembrano orientati a estendere la propria sfera di influenza in più settori possibili, e con gradi di penetrazione sempre maggiori. Quando ci occupiamo di tecnologia dimentichiamo di prendere in considerazione i modi di produzione e l’ideologia che ne sostiene l’utilizzo e i criteri di applicabilità. L’orizzonte in cui le tecnologie si sviluppano – almeno nell’occidente contemporaneo – è quello del capitalismo di matrice neoliberista. Come vuole un vecchio adagio di stampo modernista, la tecnologia dovrebbe emancipare l’uomo dalla sua condizione di natura, cosa che forse sta effettivamente accadendo. Le protesi tecnologiche stanno espandendo le capacità dell’umano, ma nella nostra esperienza quotidiana l’effetto più lampante è l’aumento della competitività, il radicarsi del dogma della performatività, l’ansia crescente della prestazione. Le tecnologie odierne, iscritte in questo sistema di valori e in questi modi di produzione, sono elementi che rafforzano la grammatica del neoliberismo. Non muta la scala di valori su cui si applicano i nuovi ritrovati della tecnica, ma si rende più evidente lo scarto fra le performance dell’uomo e quelle della macchina; non è la macchina ad adeguarsi all’uomo, ma è l’uomo che si deve sforzare di tenere il ritmo della macchina.
Come ricorda Adam Greenfield in “Tecnologie radicali”: «Ogni volta che ci viene propinata una qualche aspirazione al post-umano, dobbiamo riconoscere gli impulsi prevedibilmente dozzinali e fin troppo umani che vi sono alla base, tra i quali la brama di guadagnare dallo sfruttamento degli altri e la mera volontà di potere e controllo». Dietro la retorica della presunta emancipazione si nasconde l’ennesima mutazione del discorso neoliberista, Greenfield continua: «L’aspetto più fuorviante di questo corpus retorico risiede nel divario continuamente esistente tra le affermazioni tecno utopiche riguardo cosa “può” o “potrebbe” produrre una qualche innovazione emergente, da un lato, e tutto quello che in realtà riscontriamo che ha fatto dall’altro. Molto spesso i presunti vantaggi non si concretizzano affatto, mentre le conseguenze negative, facilmente prevedibili (e di fatto esplicitamente previste), spuntano invariabilmente fuori, e deve occuparsene qualcun altro». Lo sfruttamento delle risorse tecnologiche a favore dell’ordine di cose esistente è una dinamica che favorisce ciò che Mark Fisher chiama “realismo capitalista”, ovvero l’incapacità dell’individuo contemporaneo di immaginare un sistema economico diverso da quello vigente. Per Fisher – lo spiega proprio nel libro omonimo del 2009, di recente pubblicato in Italia da Nero Editions – l’ideologia ci pervade a un livello di penetrazione tale da intaccare le nostre categorie cognitive, e rendere vera quella massima di Fredric Jameson per cui “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.
L’analisi del capitalismo in Fisher è impietosa e si concentra principalmente sul rapporto fra individuo e percezione del reale: «Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine».
Per Fisher, il discorso neoliberista “annichilisce” ogni idea di futuro, le nuove tecnologie sono utilizzate come mera appendice di un capitalismo disumano. È davvero impossibile – alla luce dei recenti sviluppi e di quelli prossimi – ripensare il mondo che verrà in un’ottica antagonista, più aderente agli ideali di liberazione ed emancipazione dell’uomo? Per Nick Srnicek e Alex Williams mettere la tecnologia al centro del dibattito politico è un passo indispensabile per la costruzione di una nuova sinistra vincente. I due – già autori del Manifesto per una politica accelerazionista – tentano di iscrivere i saperi e le tecnologie legate all’automazione in un discorso che vede nella società del post-lavoro il raggiungimento dell’ideale di emancipazione dell’uomo. Lo scopo è tornare a padroneggiare il potenziale utopico insito nel discorso tecnologico, epurandolo tanto dalla retorica neoliberista, quanto dalla reazione della retorica antimoderna. In “Inventare il futuro” – anch’esso a breve pubblicato da Nero (editato il 14 febbraio, ndr) – i due studiosi affermano senza mezzi termini: «Questo libro vuole proporre un’alternativa: una politica che provi a riconquistare il controllo del nostro futuro, che nutra l’ambizione di immaginare un mondo ben più moderno di quello che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Le potenzialità utopiche latenti nelle tecnologie del XXI secolo non possono rimanere schiave della ristretta mentalità capitalista, ma vanno liberate in direzione di un’ambiziosa alternativa di sinistra».
In questa sede non voglio discutere le proposte concrete degli accelerazionisti (che pure ci sono, come la piena automazione dei modi di produzione, la riduzione della settimana lavorativa, il reddito di base universale, e il rifiuto dell’etica del lavoro come principio regolatore della società capitalista), né tantomeno verificarne i criteri di applicabilità. Eppure dovrebbe essere un elemento cardine del discorso umanista tentare di uscire dall’ordine di idee per cui il futuro che immaginiamo è solo un’intensificazione distopica del nostro presente. D’altronde risulta essere una tendenza ben visibile nei prodotti di fantascienza pop che tentano di immaginare il futuro prossimo. Black Mirror al momento è forse il più famoso, la scrittura di ogni puntata si basa su dinamiche abbastanza semplici: vengono portate alle estreme conseguenze negative le specificità di una tecnologia già presente al giorno d’oggi. Se virtuale e reale sono legati indissolubilmente – al punto che non è  più necessario fare una distinzione – allora la prospettiva di mondi alternativi, di futuri possibili, di utopie immaginabili,  si configura come un campo di battaglia importante per la governabilità del presente”.

Globalizzazione e povertà

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Globalizzazione? Crescita? Decrescita? Ricchezza? Povertà? Martedì mattina stavo entrando nel cortile della scuola, quando, durante il mio zapping radiofonico, mi sono imbattuto in un accenno a un fondo di Pierluigi Battista sul Corriere a proposito dei meriti della globalizzazione. Sono andato ad acquistare il quotidiano con l’idea di leggere il pezzo e magari condividerne una parte con le quinte in cui sto trattano l’argomento. Subito sotto pubblicherò una “replica” di Igor Giussani. Infine tornerò al Corriere con alcuni dati riportati da Sara Gandolfi. Ecco le parole di Battista (qui la fonte):

Noi che stiamo nella parte privilegiata del pianeta possiamo borbottare, testi di Piketty alla mano, contro gli effetti della vituperata globalizzazione. Ma 200 milioni di esseri umani potrebbero non essere d’accordo. Secondo le stime della Banca mondiale, infatti, in tre anni il numero complessivo dei poveri nel mondo è passato da 902 a 702 milioni. Un numero ancora mostruoso. Ma non poteva esserci smentita più squillante per chi, seguace di qualche «Occupy» nel mondo, sostiene che la globalizzazione sia la causa delle peggiori nefandezze sociali ed economiche.
Nel 2015 c’è anche una percentuale simbolica che è stata raggiunta: la povertà globale si attesta sotto il 10 per cento della popolazione.
Ci sono 200 milioni di affamati in meno, nel mondo. Ci sono 200 milioni di disperati che sono usciti dall’inferno della miseria assoluta, dell’indigenza più umiliante, dei bambini che muoiono per inedia, a cominciare dall’Africa sub-sahariana. E non per gli aiuti internazionali che spesso vanno ad ingrassare le corrotte oligarchie locali. Ma perché l’economia, il dinamismo economico, quel poco di libero mercato e di libero commercio che riesce ad imporsi pur in condizioni ambientali tanto ostili, sono il peggior nemico della miseria frutto dell’immobilità, della staticità assoluta, della mancanza di libertà. La «narrazione», come usa dire, sulla globalizzazione è suggestiva ma spesso è troppo condizionata dai pregiudizi ideologici anticapitalisti e della retorica che vede nel «liberismo selvaggio» la fonte di ogni male.
poverty2È una narrazione che unisce economisti che conoscono lo statalismo e il dirigismo come unico dogma, cattolici pauperisti, e ultimamente galvanizzati dalle parole papali, che ritengono il libero mercato un’invenzione diabolica, interi ceti sociali che nella libera concorrenza della globalizzazione sentono minacciata la loro posizione. Ma a conti fatti, se davvero abbiamo a cuore la sorte degli esseri umani, dovremmo ammettere che la globalizzazione è la via d’uscita dalla povertà per tanti, troppi dannati della terra. 702 milioni di esseri umani ancora intrappolati nella prigione della miseria assoluta sono ancora uno scandalo morale inaccettabile.
Ma 200 milioni di esseri umani salvati dalla povertà dovrebbe essere una notizia da accogliere con meno cinismo e con un’intelligenza che prevede la non subalternità agli schemi correnti del conformismo culturale. La povertà delle idee, anche questa sarebbe auspicabile che diminuisse.”

Ecco la replica di Giussani su Decrescita felice:
Sono particolarmente grato a Pierluigi Battista perché, con l’articolo sul Corriere dal titolo ‘Una vittoria dell’«odiata» globalizzazione sulla miseria’, mi ha fatto per un attimo tornare indietro di almeno una quindicina d’anni, quando ero un giovane militante altermondista e politici, economisti e giornalisti ripetevano ossessivamente i mantra delle meravigliose sorti progressive della ‘globalizzazione’, parola oramai quasi bandita dai media. Apprezzo inoltre che Battista, a differenza di altri più noti pifferai del neoliberismo – i vari Thomas Friedman e Jeffrey Sachs, che per inseguire la moda si sono tinteggiati di verde approdando ai lidi dello sviluppo sostenibile – non abbia improvvisamente abiurato il suo credo economico. Cosa ancora più importante, tutti quanti dovremmo essergli riconoscenti perché, in poco più di una trentina di righe, fornisce un’ottima lezione di mistificazione della realtà.
Noi che stiamo nella parte privilegiata del pianeta possiamo borbottare, testi di Piketty alla mano, contro gli effetti della vituperata globalizzazione. Ma 200 milioni di esseri umani potrebbero non essere d’accordo. Secondo le stime della Banca mondiale, infatti, in tre anni il numero complessivo dei poveri nel mondo è passato da 902 a 702 milioni. Un numero ancora mostruoso. Ma non poteva esserci smentita più squillante per chi, seguace di qualche «Occupy» nel mondo, sostiene che la globalizzazione sia la causa delle peggiori nefandezze sociali ed economiche”. Non fosse per i riferimenti a Occupy, si direbbero parole scritte dopo il meeting del WTO di Seattle 1999 o il G8 di Genova 2001. Forse la prevenzione mi acceca, ma non mi pare di aver visto questi 200 milioni di esseri umani (più di tutta la popolazione della federazione russa, per avere un’idea) manifestare in favore della globalizzazione; mi risulta che i fenomeni violenti di reazione alla globalizzazione si siano fatti sempre più virulenti, vedi il fondamentalismo islamista e i rigurgiti nazionalisti; ma chissà, forse i ‘pro-global’ sono più timidi e riservati dei contestatori.
Battista, ansioso di comunicare al mondo i benefici della globalizzazione, è abbastanza impreciso sulla fonte dei dati che sta fornendo, cioé il Global Monitoring Report (GMR) 2015/16, realizzato da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, liberamente scaricabile on line (lo ammetto: malgrado l’avversione profonda per BM e FMI, ne ho sempre apprezzato l’estrema trasparenza. Affamatori di popoli sì, ma con grande classe: questo documento è addirittura distribuito su licenza Creative Commons! Governi di tutto il mondo, imparate!).
Il giornalista del Corriere parla genericamente di ‘poveri’ e ‘povertà’ senza mai specificare esattamente che cosa si intenda con questi termini, mentre il GMR è molto chiaro in proposito: ‘povero’ è chi percepisce un reddito inferiore a due dollari al giorno, meno di 700 dollari all’anno. Chiaramente, una soglia simile non è proponibile in tantissime nazioni, occidentali e no, dove il costo della vita è tale per cui due dollari (o anche tre o più) al giorno sono un biglietto di sola andata per la miseria più nera; la Banca d’Italia, ad esempio, fissa la soglia di povertà intorno ai 10 Euro al giorno. Tutti coloro che nel mondo hanno visto il proprio reddito fortemente danneggiato dalla crisi economica ma riescono ancora a guadagnare almeno 60 dollari al mese, stando ai canoni del GMR non sono poveri. Secondo i criteri dell’ISTAT, che sono ovviamente più consoni al nostro paese di quelli della BM, in Italia i poveri tra il 2011 e il 2014 sono aumentati di più di un milione; l’Eurostat stima che le persone vittime di grave deprivazione materiale nella UE siano passate da più di 41 milioni del 2010 a oltre 48 milioni nel 2014. Nell’euforia di comunicare la buona novella economica, a Battista tutto ciò è completamente sfuggito.
Il pensiero della decrescita ha sempre criticato le concezioni economiciste della povertà, preoccupate solo di quantificare il reddito monetario, perché, se riesci ad autoprodurti gran parte dei beni fondamentali o ti trovi inserito in una rete familiare o comunitaria tale per cui riesci a procurarteli in modo informale, anche con meno di due dollari al giorno si può affrontare vittoriosamente la sfida della povertà. Tenendo a mente ciò, osserviamo il prossimo grafico, tratto dal GMR e relativo all’andamento della povertà nel tempo per aree geografiche:

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E’ evidente come il calo più considerevole della povertà sia avvenuto nell’Asia orientale: in termini assoluti, si tratta di circa 65 milioni di persone, quasi un terzo dei 200 milioni complessivi, dove la Cina ovviamente fa la parte del leone. Tutto ciò mette non poco in crisi le concezioni di Battista.
In primo luogo, la Cina e l’Asia orientale sono state protagoniste di massicci esodi dalle campagne, testimoniati dalla creazione di numerose megalopoli da più di 5 milioni di abitanti: in città il reperimento dei beni fondamentali può avvenire solo tramite scambi monetari, (almeno legalmente: non è un caso che tali realtà iper-sovraffolate subiscano altissimi tassi di criminalità) per cui due dollari o poco più al giorno possono non bastare per un’esistenza dignitosa. Concetto troppo astratto e nebuloso? Cerchiamo allora di dargli una consistenza numerica.
Secondo L’indice globale della fame 2014, 805 milioni di persone assumono una quantità di cibo insufficiente, mentre altre due miliardi soffrono di ‘fame nascosta’, seguono cioè una dieta carente di vitamine e minerali fondamentali. Insomma, 103 milioni di persone si trovano nella strana situazione per cui non sono più povere ma rischiano costantemente l’inedia, mentre un paio di miliardi ha superato la soglia di povertà ma evidentemente non se n’è accorta.
In secondo luogo, il giornalista nel suo articolo presenta la riduzione della povertà come il trionfo di “dinamismo economico, quel poco di libero mercato e di libero commercio che riesce ad imporsi pur in condizioni ambientali tanto ostili”, a dispetto della narrazioni di “economisti che conoscono lo statalismo e il dirigismo come unico dogma”. Sarebbe riduttivo affermare che in Cina statalismo e dirigismo sono “l’unico dogma”, di sicuro però le politiche economiche si sono sempre contraddistinte per il totale disinteresse del verbo neoliberista predicato da BM e FMI e sempre sostenuto a spada tratta da Battista e il suo giornale. Non è un caso che l’India, altra grande nazione emergente la quale però ha seguito una strategia economica un po’ più ‘ortodossa’, patisca un tasso di povertà del 21,2% contro il 6,5% cinese (anche il GMR, malgrado la cruda esposizione dei dati, preferisce glissare e non approfondire).
Il peggio però deve ancora arrivare. E’ sempre antipatico mettere in dubbio la correttezza intellettuale e/o la capacità di comprensione di chicchessia, anche quando si tratta di critici della della crescita e apologeti del neoliberismo, i quali molto spesso ti costringono a pensar male e dubitare di loro. Scrive infatti Battista: “Ci sono 200 milioni di disperati che sono usciti dall’inferno della miseria assoluta, dell’indigenza più umiliante, dei bambini che muoiono per inedia, a cominciare dall’Africa sub-sahariana”.
Rivedendo il grafico appena esposto, è evidente che la curva della povertà rappresentante l’Africa sub-sahariana è proprio l’unica che non accenna a diminuire, fatto a cui il GMR dà per altro molto risalto, dimenticandosi però che quelle nazioni africane – a differenza dell’Asia orientale – hanno pressoché seguito fedelmente i dettami di BM e FMI, in particolare l’adozione dei famigerati piani di aggiustamento strutturale.
Siccome non vogliamo credere che un giornalista serio e preparato come Battista si sia limitato a leggere poche righe di una notizia d’agenzia per dedurne il brillante sillogismo ‘diminuzione delle persone che vivono con meno di due dollari al giorno > riduzione della povertà > trionfo della globalizzazione sui suoi critici’, è evidente che, causa i numerosi impegni, non ha potuto leggere il GMR con la dovuta attenzione e soprattutto con il giusto atteggiamento critico, dal momento che proviene da un’istituzione non certo neutrale sul piano ideologico (per quanto molto più obiettiva di tanti giornalisti, va detto). Per il resto, lo ringraziamo per la preziosa lezione di mistificazione, involontaria o meno che fosse.”

Infine Sara Gandolfi, sempre dal Corriere:

WASHINGTON – Il pianeta è ogni giorno un po’ più ricco e, forse, l’ambizione di sconfiggere la miseria non è un’utopia irrealizzabile. Il numero di persone che vive in povertà estrema scenderà infatti entro fine anno sotto il 10 per cento della popolazione globale. Lo assicura la Banca mondiale che ieri ha presentato le sue ultime proiezioni e ha aggiornato la soglia per definire il problema: è in estrema povertà chi ha meno di 1,90 dollari al giorno (non più 1,25), tenuto conto del reale potere d’acquisto dei singoli Paesi.
Erano 902 milioni — il 12,8% della popolazione — nel 2012 e secondo le ultime stime scenderanno a 702 milioni, ossia il 9,6%, nel 2015. «Siamo la prima generazione nella storia dell’umanità che può porre fine alla povertà estrema», ha commentato il presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, sottolineando che questo sorprendente risultato è dovuto soprattutto ai sostenuti tassi di crescita economica nei Paesi emergenti, come India e Cina, oltre che agli investimenti nell’educazione e nella sanità.
Solo pochi giorni fa, l’Onu ha varato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. La fine della povertà estrema, entro 15 anni, è il primo dei 17 obiettivi e in qualche modo abbraccia gli altri, dalla giustizia sociale alla sfida «Zero fame». Per la prima volta sono chiamati ad agire tutti i 193 Paesi membri, sia quelli ricchi sia quelli poveri e a medio reddito. E, come ottavo obiettivo, figura pure la crescita economica «inclusiva, sostenuta e sostenibile» nonché «un lavoro dignitoso per tutti».
Non sarà una sfida facile, ammette Jim Yong Kim, «in un periodo di crescita globale rallentata, mercati finanziari instabili, guerre, alti tassi di disoccupazione giovanile e cambiamenti climatici». Soprattutto, in alcune aree del mondo. Nel 1990, oltre la metà dei poveri viveva in Asia orientale e circa il 15% nell’Africa subsahariana. Oggi la situazione è ribaltata. Milioni di asiatici godono di un migliore tenore di vita, grazie al dirompente sviluppo della Cina e dei suoi vicini, mentre l’Africa è ancora prigioniera di guerre, corruzione e sottosviluppo. E nessun dato recente è disponibile per Medio Oriente e Nord Africa dove i conflitti e il boom demografico creano ostacoli insormontabili nella lotta alla povertà, come sostiene il Global Monitoring Report che la Banca mondiale lancerà dopodomani.
Non sono gli unici motivi di cautela. «C’è turbolenza davanti a noi. Le previsioni economiche per il prossimo futuro sono meno brillanti del previsto», avverte l’indiano Kaushik Basu. La lotta a povertà, fame, malattie passa da una crescita economica pari almeno al 7% del Pil nei Paesi meno sviluppati, sostiene l’Onu. Un obiettivo troppo ambizioso di questi tempi?”