Additare ciò che è nascosto

Sabato 2 febbraio, all’interno di Contromafie organizzato a Trieste da Libera, ho partecipato al gruppo di lavoro “Dalla Mala del Brenta alle mafie di oggi nel Nord-est: dalla percezione alla realtà”. Non sono passati neanche 20 giorni ed ecco che, stamattina, mentre andavo al lavoro e ascoltavo il radiogiornale, mi sono imbattuto in una notizia dell’ultima ora che annunciava un blitz anticamorristico tra Veneto e Campania. Ecco la notizia pubblicata poi su La Nuova Venezia.

Torno però al 2 febbraio per fare un resoconto del primo intervento. A guidare i lavori è stato Lorenzo Frigerio, coordinatore di Liberainformazione. Ha presentato il seminario, utile a dare voce al territorio del Nordest: gli Stati Generali di Libera avvengono generalmente ogni 3-4 anni e gli ultimi si sono tenuti proprio nel 2018 a Roma. Perché usare questo strumento qui ora? Ci si è accorti che quest’angolo del Paese non era stato ben illuminato. Il 21 marzo la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie si terrà a Padova ed è emersa la necessità di fare il punto della situazione. “Non ci sono state grandi operazioni di contrasto alle mafie che abbiano determinato nell’opinione pubblica una particolare attenzione o una levata di scudi come può essere stato” in Lombardia, Piemonte o Emilia Romagna. “Questo non significa che l’attività di contrasto alle mafie in questi territori non sia stata fatta, diciamo che non c’è stata la rilevanza, anche mediatica, dei fatti”. L’intento è anche quello di dare spazio alla profondità di un’analisi che spesso sui giornali non viene resa e che le testate nazionali non rilanciano quando anche ci sono degli approfondimenti di valore fatti su questo territorio, tanto in termini giornalistici quanto in attività di contrasto.

La parola è quindi passata a Fabiana Martini, coordinatrice per il Friuli Venezia Giulia di Articolo 21. Ecco il suo intervento:
“Articolo 21 è un’associazione fatta non soltanto da giornalisti ma anche da esponenti del mondo della cultura, dello spettacolo, da giuristi, economisti, chiunque in qualche modo condivida l’obiettivo dell’associazione, che è quello di promuovere il principio della libertà d’espressione, quindi il principio contenuto proprio nell’art. 21 della nostra Costituzione. Infatti il sottotitolo dell’associazione è “il dovere di informare, il diritto ad essere informati”. Articolo 21 è nata quasi diciassette anni fa, il 27 febbraio 2002, un po’ a seguito del cosiddetto “editto bulgaro” emanato nei confronti di Biagi, Santoro e Luttazzi. Molte poi sono state le iniziative promosse attraverso il sito internet e attraverso azioni e prese di posizione o adesioni a iniziative promosse da altri sui territori per denunciare anche episodi di censura, di intimidazione, di mobbing subiti da singole persone, da associazioni, sia nel nostro paese che all’estero. Articolo 21 nasce anche con lo spirito di essere rete delle reti, mettere in connessione varie esperienze associative: un esempio è la collaborazione con Libera. Non è quindi un’associazione nata a difesa della categoria giornalistica, ma a difesa della democrazia, nella convinzione che senza informazione e senza libertà di stampa non c’è vera democrazia: l’informazione dovrebbe fornire gli strumenti per poter scegliere da che parte stare. Il dato inquietante è il fatto che un sacco di gente ha scelto la neutralità, continua a scegliere di non stare da nessuna parte e questo non va bene in una democrazia in cui si è chiamati, attraverso il voto e attraverso le scelte quotidiane, a schierarsi, a stare da una parte o dall’altra. “In una democrazia il diritto a un’informazione libera, autonoma e indipendente, è un diritto fondamentale, al pari della libertà d’espressione” scrive il giornalista Paolo Borrometi nel libro “Un morto ogni tanto”. Paolo è il presidente nazionale di Articolo 21 e collaboratore di Libera. In questo libro parla della sua battaglia contro quella che lui definisce la mafia invisibile, quella della Sicilia sud orientale, quasi sempre sottovalutata, ma, a detta di Paolo, riconoscibile già molti anni fa se solo la si fosse voluta vedere. A differenza di altri, Borrometi non ha chiuso gli occhi e da anni denuncia sul suo sito indipendente gli intrecci tra mafia e politica e gli affari sporchi che fioriscono all’ombra di quelli legali; un lavoro che lo costringe da anni a vivere sotto scorta in seguito ad un’aggressione subita nell’aprile del 2014 che lo ha lasciato menomato fisicamente. Ha continuato a ricevere intimidazioni e minacce di morte, l’ultima poche settimane fa. Ho voluto citare la vicenda di Paolo per mostrare quello che dovrebbe fare il giornalismo: far vedere ciò che è opaco, diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, “additare ciò che è nascosto” come sostiene Verbitsky, provare a essere un antidoto alle rimozioni collettive e ai depistaggi, ma anche uno strumento contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, gli errori del governo. Articolo 21 cerca di essere tutto questo sia a livello nazionale che a livello locale, promuovendo sul territorio dei presidi. Quello del Friuli Venezia Giulia è nato nel maggio del 2017. Per la formazione ci siamo concentrati su tre tematiche: i migranti, la violenza contro le donne, l’hate speech.
In merito alla libertà di stampa ricordo l’iniziativa di qualche mese fa a sostegno delle due testate giornalistiche de Il Manifesto e Avvenire che sono state censurate dal Comune di Monfalcone che ha deciso di ritirarle dalla pubblica lettura in biblioteca, interrompendo gli abbonamenti. Nonostante ci sia stata poi la sottoscrizione promossa da alcuni cittadini per riattivare gli abbonamenti, i due giornali sono stati confinati prima in una casa di riposo, con la scusa che vengono letti solo dagli anziani, e poi presso l’Ufficio Relazioni con il Pubblico, quindi in un luogo differente da quello in cui le persone vanno a leggere i giornali. Abbiamo promosso un incontro molto partecipato, benché in un pomeriggio feriale, in una sala parrocchiale; avevamo chiesto una sala al Comune di Monfalcone invitando anche la sindaca, ma ella ha ritenuto di non partecipare e di non concedere la sala. Erano presenti più di 100 persone e hanno presenziato il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e la direttrice de Il Manifesto Norma Rangeri e abbiamo sviluppato un dibattito insieme al presidente dell’ordine, a Paolo Borrometi, al Presidente del Sindacato e anche col direttore del Primorski dnevnik, quotidiano degli sloveni d’Italia.
Un sostegno molto forte è stato dato poi alla mostra sulle leggi razziali promossa dal Liceo Petrarca di Trieste, e organizzata in occasione degli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali che è avvenuta proprio qui, in Piazza Unità, e rispetto alla quale c’era stato un tentativo di censura da parte dell’Amministrazione comunale, poi rientrato in seguito alla presa di posizione e alla mobilitazione della città e non solo della città.
Si sono fatti e si fanno anche degli interventi nelle scuole proprio in merito all’art. 21 della Costituzione, per una sua rilettura e attualizzazione.”



Una mano che strozza in guanti bianchi

Fonte

Venerdì 1 febbraio, come ho già avuto modo di scrivere, ero a Trieste per partecipare a ControMafie, gli Stati generali di Libera. Durante la plenaria di apertura c’è stato l’intervento di don Luigi Ciotti, che ho registrato. Questo pomeriggio mi sono messo a riascoltarlo per farne un pezzo da mettere qui. Quanta fatica! E mi è tornato in mente che ho faticato molto anche mentre ero nell’Aula Magna dell’Università… Ecco, rettore Fermeglia, al giorno d’oggi, un’amplificazione migliore, l’Università giuliana la meriterebbe.
Per questo motivo non riesco a riportare per intero l’intervento di don Ciotti, ho cercato di fare del mio meglio…

“Io vorrei partire da una domanda cui tutti siamo chiamati a rispondere: come mai dopo 150 anni parliamo di mafia? …
I giornalisti hanno subito chiesto come mai a Trieste.

  1. Innanzitutto perché quando nasce Libera, il primo incontro pubblico è stato fatto a Trieste. Paolo Rumiz ha moderato l’incontro, c’era Caselli, c’ero io e soprattutto c’era una persona eccezionale per questa città, don Mario Vatta.
  2. Abbiamo un debito di riconoscenza, un atto di responsabilità con chi è stato assassinato, con chi non c’è più, con chi è rimasto solo, con le famiglie. Già allora eravamo arrivati per tuo zio (dice rivolto a Silvia Stener, nipote di Eddie Cosina) e torniamo perché i nomi di chi non c’è più non basta dirli con la bocca, dobbiamo sentirli un pochettino qui dentro, altrimenti diventa la retorica della memoria. Noi non vogliamo la retorica della memoria, non possiamo permettercelo, non dobbiamo farlo. E non possiamo dimenticare a nordest un ragazzo di Trento, meraviglioso anche lui, Antonio Micalizzi, giovane giornalista che a Strasburgo ha perso la vita. Le speranze di chi non c’è più devono camminare sulle nostre gambe; noi dobbiamo impegnarci per fare in modo che la memoria sia viva. Noi dobbiamo esser vivi, più degni, più coraggiosi per costruire intorno a noi vita, perché vinca davvero la vita e la morte sia sconfitta.
  3. Ma mi piacerebbe che da questa sala ci si ponesse ancora dei dubbi, perché i dubbi sono più sani delle certezze: quando incontro qualcuno che ha capito tutto e che sa tutto, mi preoccupo. Anzi, se trovate qualcuno che ha capito tutto e che sa tutto, a nome mio e di Giancarlo Caselli, salutatecelo personalmente e cambiate strada. Siamo tutti piccoli. Abbiamo il dovere di continuare a leggere la realtà: l’Italia e la maggior parte degli italiani si sono fermati alle stragi di Capaci e di Via d’Amelio. Sono passati 26 anni! E voi (rivolto ai magistrati e alle forze dell’ordine) ci testimoniate come le mafie siano profondamente cambiate. Siamo venuti nel nordest per far emergere le cose belle e positive di questa terra, ricordando anche le parole del papa sull’ecologia integrale: disastri ambientali e disastri sociali non sono due crisi diverse, ma un’unica crisi socio-ambientale.

Allora, 5 anni del rapporto della direzione nazionale antimafia, le antenne dei nostri presidi sui territori, la società civile: quello che emerge impone a tutti noi, anche a chi è già impegnato il morso del più, uno scatto in più. Il problema non sono i migranti, il problema sono i mafiosi nel nostro paese! La commissione antimafia, con voto unanime, scrive che “le organizzazioni mafiose italiane hanno fatto registrare ampie trasformazioni assumendo forme organizzative nuove e modelli di azione sempre più multiformi e complessi”. Cito alcune caratteristiche:

  1. progressivo allargamento del raggio d’azione: non c’è regione d’Italia che possa dichiararsi esente
  2. profili organizzativi: presidi reticolari
  3. più accentuata vocazione imprenditoriale espressa nell’economia legale e nei mercati: lì è possibile situare il consolidamento del potere delle mafie
  4. promozione di relazioni con attori della cosiddetta area grigia (al confine tra sfera legale e illegale). Non è un’estensione dell’area illegale in quella legale, ma una commistione tra le due aree. Si tratta di confini mobili, opachi e porosi tra lecito e illecito.

Tocca a noi cogliere quello che ci viene consegnato dagli organi competenti, metterlo insieme alle nostre conoscenze e alle nostre forze per assumerci di più la nostra parte di responsabilità. Abbiamo il dovere di guardare alle cose positive, ma anche di prendere coscienza che le mafie si rigenerano.
Molta gente oggi ha scelto la neutralità: non è possibile scegliere la neutralità. Abbiamo il dovere umile, umile, umile di schierarci. Un abbraccio ai genitori dei ragazzi morti di droga in questa regione: l’onda lunga dell’assenza di futuro per molti giovani comincia a farsi sentire. L’eroina è tornata più di prima, più di vent’anni fa. La droga resta uno degli zoccoli delle organizzazioni criminali mafiose.
Abbiamo leggi che ci vengono invidiate, peccato che vi siano piccole virgole o singole parole in grado di stravolgerne l’efficacia. Abbiamo bisogno di chiarezza: azioni chiare, parole autentiche, misurate ma ferme e inequivocabili, capaci di esprimere a un tempo il dolore, la compassione, la condanna, ma sempre anche la speranza. Tutto ciò anche contro i mormoranti, coloro che mormorano per i corridoi…
Non dimentichiamoci che gli altri sono i termometri della nostra umanità, compresi quanti vengono da lontano. Non facciamo della legalità un mito: essa è il mezzo, la via per raggiungere quell’obiettivo che si chiama giustizia. La legalità non è il fine. Essa va saldata fortemente alla responsabilità. Leggere nel Rapporto Censis che l’Italia è il fanalino di coda nell’istruzione e nella formazione ci fa sobbalzare sulla sedia. La cultura deve svegliare le coscienze. La legalità senza civiltà, senza educazione, senza cultura, senza lavoro si svuota.
Le mafie sono parassiti e traggono forza dai vuoti sociali, dai vuoti culturali. La corruzione è una mano che strozza in guanti bianchi. Siamo chiamati a studiare, a documentarci per attuare un’etica incarnata che inizi dalle piccole cose della quotidianità: cittadini attenti al bene comune e alla responsabilità.
Un’ultima parola per la Chiesa. Papa Francesco ha voluto un gruppo di lavoro sulla corruzione e sulle mafie. La Chiesa deve parlare chiaro senza reticenze, non limitarsi a predicare il Vangelo, ma viverlo nella sua ricerca di verità e nel suo impegno contro le ingiustizie, le prepotenze, gli abusi di potere. In questi anni il papa, dopo aver incontrato un migliaio di parenti delle vittime, è andato sulla piana di Sibari e senza mezzi termini ha gridato che le mafie sono adorazione del male e disprezzo del bene comune e ha detto con forza che tutto questo va combattuto, allontanato, ma ha anche detto che gli ‘ndranghetisti, i mafiosi non sono in comunione con Dio e ha usato un termine molto chiaro: “sono scomunicati”.

La speranza per il domani poggia sulla resistenza dell’oggi. Le leggi devono tutelare i diritti, non i poteri; devono promuovere la giustizia sociale, non le disuguaglianze o le discriminazioni. La speranza è un diritto ma anche l’orizzonte di una politica seriamente impegnata nella promozione del bene comune; se la politica non fa questo tradisce la sua essenza, non è politica. La politica esca dai tatticismi e dalle spartizione del potere, riduca le distanze sociali e si lasci guidare dai bisogni delle persone, perché è da 150 anni che noi continuiamo a parlare di mafie.”

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