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Gemma n° 1793

“Da quando ci è stato assegnato questo compito ho pensato spesso a cosa avrei potuto portare come gemma. Ho optato prima per un orso di peluche che mi accompagna da quando sono piccola e nel quale cerco conforto quando non posso farlo con chi vorrei in quel momento. Poi avevo deciso di portare il biglietto di un concerto, purtroppo annullato a causa covid, al quale sarei dovuta andare con le mie tre più care amiche in quanto sia loro che il gruppo musicale sono estremamente importanti per me.
Entrambe queste idee però non si sono concretizzate.
Giorni fa mi sono sfogata con queste mie amiche perché è un periodo caotico, per così dire.
Fortunatamente ho delle persone al mio fianco che mi rendono felice nonostante il contesto. Tra queste ce n’è una che proprio in quel mio momento di sfogo ha deciso di dedicarmi la frase di una canzone: “E per quanta strada ancora c’è da fare, amerai il finale”. Quando ho letto quel messaggio i miei occhi sono diventati lucidi, mi ha scaldato il cuore e ho pensato “la mia Gemma sarà proprio questa frase”. Con essa in mente percepisco una voglia più forte di spingere me stessa a continuare a impegnarmi e andare avanti perché quel traguardo felice voglio raggiungerlo.
Un’altra frase che completa la mia gemma l’ho sentita da un video apparsomi nella sezione “per te” di un social. Il video non l’ho salvato perché sapevo mi sarei ricordata questa citazione. È infatti da qualche tempo che mi accompagna nei momenti di insicurezza. Dice: “She never looked nice. She looked like art, and art wasn’t supposed to look nice; it was supposed to make you feel something.”
Il significato è “Lei non è mai stata carina. Lei sembrava arte. E l’arte non è fatta per essere semplicemente carina, l’arte è fatta per farti provare qualcosa”.
Quando l’ho sentita e quando ci ripenso, mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”.”

Questa la gemma di A. (classe terza). Oggi pomeriggio ho seguito una formazione online durante la quale è stato mostrato un pezzo di un video che qui inserisco per intero (sono 6 minuti più o meno). Si tratta di un’intervista fatta a Mattia, uno studente di liceo scientifico. Non voglio paragonare A. e Mattia, proprio no, non è questo il punto. Ma ho sentito risuonare alcune delle parole di A. (“è un periodo caotico… mi ha scaldato il cuore… quel traguardo felice voglio raggiungerlo… mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”) in alcune di quelle usate da Mattia: “i professori mi guardavano negli occhi… avrei voluto che qualcuno mi guardasse negli occhi e mi dicesse puoi essere fragile, puoi dirlo che non stai bene”. E ho pensato alla bellezza di quando si incontra qualcuno che è un’opera d’arte, che ti fa provare qualcosa, che ti guarda negli occhi, che ti sussurra “sei speciale” e ti fa sentire libero di essere fragile.

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Tema

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Capo chino sul foglio, non più di dieci centimetri tra gli occhi e il banco. La schiena fa un arco che a quell’età non offre la rigidità dei miei anta. Le narici di tanto in tanto si muovono ad annusare la leggera fragranza di violetta che esce dalla penna colorata: “Prof, posso scrivere in viola? o devo ricopiare con una penna normale in bella copia?”. Odiavo copiare i temi. Al triennio del liceo cercavo sempre il buonalaprima: un’unica versione dei miei pensieri senza dover passare attraverso la forzatura della trascrizione. Che poi capitava sempre di modificare qualcosa che pareva migliorare le cose, e invece…

I lunghi capelli non sono raccolti in una coda, parte scende sulle spalle, parte si adagia sul banco. Le labbra si muovono ad accompagnare le parole: sussurri che spingono il movimento della mano sul foglio. Piccole rughe, che a quell’età possono solo essere grafia di concentrazione, si formano sulla fronte. Come ti sei addormentata ieri sera? Come ti sei svegliata stamattina? Non so se la mente e il cuore siano leggeri o pesanti, se hanno ali capaci di sollevarti l’anima al cielo o se hanno ancore che te la inchiodano alla terra.

Gli occhi si muovono veloci e spaziano: il foglio, la parola appena scritta, il banco, lo smalto sulle unghie, il muro, una compagna, me, il mondo fuori, la parola ancora da scrivere, il proprio riflesso sullo schermo dello smartphone. Cercano, afferrano, studiano, scoprono, leggono, indagano, mangiano, amano, scelgono, escludono, capiscono, illuminano. Dove li poserai domani?

La mano si stacca dalla carta e stende un appunto veloce sul banco, servirà più tardi, quando le veloci parole dell’immediato lasceranno spazio alla lentezza del pensiero. Poco dopo gli passi sopra la gomma e soffi sui rimasugli, resti di un pensiero fugace.

“Prof, posso scrivere in matita?”. Sì. Il sibilo della mina che si accorcia lasciando la grafite sul foglio: ti dona quello che ha di più caro, la sua anima, consumandola. Quali saranno i tuoi fogli bianchi?

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Gemme n° 176

Ieri ho incontrato una persona che non vedevo da tanto, l’ho guardata negli occhi e da lì ho capito che gli stava andando tutto bene. Questo mi ha fatto pensare a quanto io dia molta importanza agli occhi e a quello che essi possono trasmettere. E riguardo a questo stamattina mi sono ricordata di un libro letto in seconda superiore: “Bianca come il latte rossa come il sangue” e ho trovato un pezzo sugli occhi.

occhi d'aveniaCi sono due modi per guardare il volto di una persona. Uno è guardare gli occhi come parte del volto. L’altro è guardare gli occhi e basta, come se fossero il volto. È una di quelle cose che mettono paura quando le fai. Perché gli occhi sono la vita in miniatura. Bianchi intorno, come il nulla in cui galleggia la vita, l’iride colorata, come la varietà imprevedibile che la caratterizza, sino a tuffarsi nel nero della pupilla che tutto inghiotte, come un pozzo oscuro senza colore e senza fondo. Ed è lì che mi sono tuffato guardando Silvia in quel modo, nell’oceano profondo della sua vita, entrandoci dentro e lasciando entrare lei nella mia: gli occhi. Ma non ho retto lo sguardo. Invece Silvia sì.” Questa la gemma di G. (classe quinta).
Amo guardare gli occhi di una persona, fotografarli; ma sono tranquillo solo se quegli occhi sono rivolti altrove. Altrimenti sono in imbarazzo, le distanze si fanno brevi e distolgo lo sguardo, a meno che il rapporto con quella persona non sia già intimo.

Occhi

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Ultima fila

banchi

Siedo in ultima fila per non farmi beccare.
Siedo in prima fila perché tanto i prof tengono d’occhio solo quelli in fondo.
Siedo in mezzo perché è comunque la posizione più comoda: non partono mai da lì per chiedere qualcosa.
Ricordo con piacere gli insegnanti che mi hanno collocato semplicemente davanti ai loro occhi e nei loro pensieri; la posizione che assumevo in classe non aveva alcuna importanza. Contava la mia posizione nella loro attenzione.

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Svegliami, salvami

Bring_Me_To_Life.jpgIl 4 aprile di 10 anni fa il mondo conosce Amy Lee e gli Evanescence. E’ in quel giorno, infatti, che esce il singolo “Bring me to life”, una canzone che parla di un risveglio a nuova vita, di un incontro che dà colore e calore alle giornate grige, spente e gelide. E’ come se fino a quel momento lì la vita fosse stata un sogno, anzi un incubo, in attesa che arrivasse qualcuno capace di vedere attraverso gli occhi per scendere nell’intimo e rimettere in moto qualcosa che si era inceppato. Quel qualcuno sveglia Amy, le fa tenere gli occhi aperti e la salva. Essere chiamati per nome (e quindi riconosciuti e accettati nella propria identità), essere salvati dalle tenebre prima di essere distrutti, far sì che il sangue torni a scorrere nelle vene… come molti testi hard-rock e metal il vocabolario risente notevolmente di testi mitici e religiosi.

Come riesci a vedere dentro i miei occhi come se fossero porte aperte,

arrivando nelle profondità del mio corpo, dove sto diventando così insensibile.

Senza un’anima, il mio spirito sta dormendo in qualche luogo freddo

fino a che non lo ritroverai e lo riporterai a casa.

Rit. (Svegliami) Svegliami dentro (Non riesco a svegliarmi)

Svegliami dentro (Salvami)

Chiama il mio nome e salvami dalle tenebre (Svegliami)

Ordina al mio sangue di scorrere (Non riesco a svegliarmi)

Prima che io venga distrutta (Salvami)

Salvami dal nulla che sono diventata

Ora che so cosa mi manca non puoi lasciarmi

Respira in me e rendimi vera Riportami in vita

Rit.

Riportami in vita (Ho vissuto nella menzogna non c’è niente dentro)

Riportami in vita

Ghiacciata dentro, senza il tuo tocco, senza il tuo amore, caro

Solo tu sei la vita in mezzo alla morte

Per tutto questo tempo non potevo credere,

non riuscivo a vedere, chiusa nell’oscurità

ma tu eri lì di fronte a me

Mi sembra di aver dormito un migliaio di anni

Devo aprire i miei occhi di fronte a tutto

Senza un pensiero senza una voce senza un’anima

Non lasciarmi morire qui

Ci deve essere qualcos’altro da fare Riportami in vita

Rit.