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Gemma n° 1867

“Ho portato la foto della fede che ha mio papà al dito mignolo: è la fede di sua nonna che lui ha ricevuto da giovane in quanto erano molto legati. Mi ricorda il bel rapporto che ho con mia nonna”.
Considero Raimon Pannikar uno dei più importanti pensatori del XX secolo e affido a delle sue parole il commento alla gemma di S. (classe terza): “Fin dai tempi più antichi, il filo d’oro è il simbolo di un sapere che nasce dall’esperienza personale e che è libero dai condizionamenti istituzionali. È un filo perché rappresenta la continuità di un’esperienza sempre antica e sempre nuova ed è esile perché in ogni generazione questa consapevolezza viene mantenuta da una minoranza di individui. Questo filo è d’oro perché è immortale, rimane sempre anche nei periodi più caotici e oscuri, a volte più apparente, a volte più nascosto.”

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Gemma n° 1832

“La mia gemma è questo braccialetto che mi ha regalato una mia amica più o meno quando avevo otto anni: ci eravamo conosciute al mare, lei era di Padova e ci vedevamo solo d’estate. Un anno mi disse che non sarebbe più tornata l’anno successivo e che quindi non ci saremmo potute rivedere. Così ci siamo scambiate i braccialetti per ricordarci reciprocamente”. 

Questa la gemma di M. (classe prima), che poi alla mia domanda se sia ancora in contatto con questa amica ha risposto che si sono perse. Mi ha fatto fare un salto alla mia infanzia e sono emersi dal passato volti sfumati di amicizie veloci che hanno comunque lasciato un segno, visto che a distanza di tanti anni sono ancora presenti nella memoria. Bello!

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Gemma n° 1774

“Ho deciso di portare il brano “7 Years” di Lukas Graham perché è inconsapevolmente stato un mio punto di riferimento nelle fasi più difficili della mia crescita e tutt’ora, dopo una quantità indefinibile di ascolti, riesce a trasmettermi le stesse emozioni che mi trasmetteva anni fa.
Fa parte di quella categoria di brani che mi portano ad essere grata per quello che ho e per quello che ho vissuto se ascoltati in un momento felice, e che, contrariamente, mi trasportano in un mondo di malinconia ed incertezza sul futuro se li ascolto in un momento più grigio e nostalgico. Ebbene, la maggior parte delle volte in cui ascolto questo genere mi trovo nel momento triste, ma questa canzone mi conosce da quando ero alle elementari, e allora mi ricordo di chi ero, di come sono cambiata, di come tutto passa, e tra questi ricordi prendo coraggio per quello che sarà”.

La canzone è la gemma di C. (classe terza) e lei l’ha accompagnata con delle parole molto significative che legano il passato al presente per affrontare con coraggio il futuro. Nel 1938 scriveva Omraam Mikhaël Aïvanhov: “Se sapeste come vivere nel presente valorizzando le esperienze del passato e gli splendori dell’avvenire, vi avvicinereste al Divino” (Discorsi, 86).

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Gemma n° 1766

“Volevo parlare di mia zia, venuta a mancare tre settimane fa. Ero molto legato a mia zia, anzi mia prozia in quanto era la sorella del nonno: ha avuto un tumore ed è successo quel che è successo. Un rapporto molto profondo ci univa: da piccolo passavo molto tempo con i nonni perché i miei lavoravano e mia zia abitava a Venezia ma quando ci veniva a trovare era sempre una grande festa. Stare con lei e passare del tempo con lei era bello e mi manca tanto. Mi ha trasmesso una grande passione, quella per la montagna e mi ha regalato uno dei miei primi libri. Avevo pochi mesi e lei mi ha dato questo libro sulle Dolomiti: da piccolo lo sfogliavo spesso guardando le foto e poi ho iniziato a leggerlo. Il libro racchiude anche la passione che lei aveva per la lettura e anche quella mi è stata trasmessa in gran parte da lei perché mi piace tantissimo leggere. Durante le vacanze estive lei e i nonni passavano uno o due mesi in montagna in Austria o in Alto Adige. Io spesso facevo una, due o anche tre settimane con loro: era bello, ero felice con lei. Ecco, volevo parlare di questo perché non voglio dimenticare quello che ho passato con lei in questi anni”.

Questa la gemma di R. (classe seconda). Mi ha fatto fare un tuffo nel passato, gliel’ho detto anche in classe. Il ricordo è andato ad una mia prozia, con la quale ho passato numerose sere della mia infanzia, quando i miei, per vari impegni uscivano e mi lasciavano alla sua custodia (non sempre vigile: erano più le volte che si addormentava che quelle in cui restava sveglia). Quando ero al liceo e lei era ormai ammalata le avevo dedicato delle parole che oggi sono andato a rispolverare:
“Occhi chiusi dalla pesantezza degli anni, mani tremanti che non appena toccano le mie trovano pace e si calmano, grande dolore nel cuore che trova sollievo solo nel sonno, un sonno profondo e rumoroso. Non lasciarti andare, zia: ricordi? Ero piccolo e con te salivo e scendevo le scale della scuola, giocavo a carte e ti imbrogliavo: non sapevi giocare, ma per te il mio divertimento era più importante. Mi portavi a messa con te la domenica nel quinto banco a destra. Scherzavi con me: ti lasciavi suonare quel curioso neo che hai ancora sulla fronte raggrinzita. La sera venivi a farmi compagnia quando ero a casa da solo e se ero malato, volevi starmi vicino. Mi chiamavi a casa tua per riempirmi le mani di caramelle, e a Natale e Pasqua, sotto il piatto, ci mettevi sempre le tue 20.000 lire in quella anonima busta bianca. Grazie di tutto, zia: ma non lasciarti andare, perché ti voglio bene”. Hai ragione R.! Mantenere le persone nei ricordi, parlare di loro, scrivere di loro fa sì che non siano dimenticate.

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Il presente contro l’illusione di essere eterni

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Spagna, guerra civile. Pablo è stato imprigionato e sa di essere condannato a morte; sa che anche lui verrà portato al muro davanti al plotone d’esecuzione; sa che è inevitabile. Si rende conto che la morte è inevitabile per qualsiasi uomo, che essa è l’approdo comune a tutti. La vicinanza di questa inesorabilità lo mette a confronto con l’esperienza che ha fatto fino quel momento: vivere come se fosse eterno, come se non ci fosse una fine. Ciò lo getta nella disperazione: “Nello stato in cui mi trovavo, se fossero venuti ad annunciarmi che potevo tornarmene tranquillamente a casa mia, che mi avevano graziato, la cosa mi avrebbe lasciato indifferente: qualche ora o qualche anno d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni”. È il protagonista del racconto Il muro di Jean-Paul Sartre.
Differente è l’esperienza di chi vive la gratuità della vita e la percepisce come un dono. Sentirmi fragile e vulnerabile mi porta ad apprezzare i giorni, le settimane, gli anni, ma anche le ore, i minuti e i secondi. Un po’ come questa storiellina di origini orientali:
“C’era una volta un viandante che stava camminando su un prato quando improvvisamente si imbatté in una tigre. L’uomo si mise a correre e la tigre lo inseguì.
Giunto nei pressi di un burrone, il malcapitato afferrò con le mani un arbusto di vite selvatica che era cresciuta proprio sul ciglio del precipizio e vi rimase appeso, sospeso nel vuoto, mentre la tigre continuava a fiutarlo dall’alto.
Tremante di paura, l’uomo guardò in basso e vide che c’era un’altra tigre che lo aspettava di sotto, anch’essa per divorarlo. Tra i due predatori c’era solo quella vite che lo sosteneva. D’un tratto apparvero due topi, uno bianco e uno nero che a poco a poco iniziarono a rosicchiare la vite.
L’uomo notò accanto a sé una succulenta fragola. Mentre con una mano si reggeva alla vite, con l’altra mano colse la fragola: Com’era dolce!”
Collocati tra i fantasmi del passato (la prima tigre) e i timori sul futuro (la tigre in fondo al burrone), talvolta corriamo il rischio di farci paralizzare dallo scorrere del tempo (i due topi, il giorno e la notte) e restiamo aggrappati alle nostre esistenze (la vite) senza cogliere l’importanza del tempo presente (la fragola).

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Gemme n° 491

Ecco la gemma di A. (classe terza): “Questa canzone l’ho ascoltata da piccola; la prima volta mi ha destato tante emozioni. Personalmente ho sempre dato molto valore a oggetti e vecchie foto. Amo molto gli album con foto stampate, oppure girare vecchie foto e leggere il commento che c’è dietro. Per questo motivo mi piace immortalare i momenti di adesso: immagino quando, tra qualche anno, rivedrò le foto, mi commuoverò e mi emozionerò pensando ai momenti felici o alle persone speciali con cui li ho passati. Questa canzone sa prendermi e raccontare le emozioni che provo”.
C’è una frase di S. Littleword: “La fotografia è un istante catturato dai Poeti del Tempo. E’ scrivere gli attimi per regalarli al futuro”.

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Gemme n° 482

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La mia gemma è una frase di Einstein: «Non penso mai al futuro. Arriva così presto.» L’ho scelta perché è lo spirito con cui vorrei vivere quest’ultimo periodo dell’ultimo anno. A differenza degli altri anni, in cui avevamo certezza di dove saremmo stati l’anno successivo, quest’anno non sarà così: allora mi son detto di non farmi troppe paranoie sul futuro, ma di prendere le cose come vengono.” Questa è stata la gemma di C. (classe quinta).
In riferimento al futuro e al tempo in generale, penso che questa frase di Sant’Agostino possa essere occasione di riflessione: “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro!”.

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Gemme n° 479

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Ho portato alcune foto della mia infanzia insieme alla mia famiglia. Ce ne sono molte con mio fratello: mi ha sempre accompagnato nei momenti della vita, e anche se a volte siamo come cane e gatto, devo ammettere che tutte le esperienze sono state condivise con lui. Anche quella con i miei è una relazione importante, mi hanno sempre sostenuta e mi sosterranno anche in futuro quando magari sarò lontana da loro per motivi di studio”. Questa è stata la gemma di E. (classe quarta).
Buona parte di frasi e aforismi presenti in rete sull’infanzia risultano essere o nostalgici o paurosi, a seconda del vissuto degli autori. Ne ho però trovato uno di Alden Albert Nowlan proiettato sul futuro: “Il giorno in cui il bambino si rende conto che tutti gli adulti sono imperfetti, diventa un adolescente; il giorno in cui li perdona, diventa un adulto; il giorno che perdona se stesso, diventa un saggio.”

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Gemme n° 437

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Ho portato una fotografia: sono con mia sorella e un’amica alla prima comunione di mio fratello. Passo molto tempo con mia sorella, condividiamo tante cose e ci confidiamo; lei è un po’ distaccata e anche se litighiamo sempre, le voglio molto bene. Con la mia amica condivido tutto da quando siamo piccole”. Questa la gemma di A. (classe seconda).
Mi piacciono le vecchie foto. Di per sé ogni foto è vecchia nel senso che l’attimo abbiamo immortalato appartiene immediatamente al passato. Ma le foto un po’ datate in cui sono presenti delle persone mi affascinano perché inverano una frase di Gibran: “Il ricordo è un modo di incontrarsi”.

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Gemme n° 290

F

Ho portato una foto di quando ero piccola, ce l’ho in camera da sempre. Mi ricorda l’infanzia e i momenti belli, mi sono divertita a farla, mi piace la mia posa. La cornice poi l’ho fatta con mia sorella e questo mi riporta a lei e all’importanza che ha per me la famiglia. A ciò aggiungo una canzone che parla di ritorno alle radici che restano importanti anche se si cambia e si cresce.”

Questa è stata la gemma di F. (classe seconda).
Amo le radici. Mi piace andarvi con la mente, fare loro visita col pensiero e, laddove possibile, anche con il corpo; tornare su sentieri percorsi, esplorare con occhi di oggi i luoghi di ieri. La canzone “Radici” di Francesco Guccini si chiude con queste parole: “La casa è come un punto di memoria le tue radici danno la saggezza e proprio questa è forse la risposta e provi un grande senso di dolcezza”.

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Gemme n° 263

calendario

Ha presentato così la sua gemma M. (classe quarta): “Ho portato il calendario della scuola media di Princeton che ho frequentato durante i sei mesi di Stati Uniti. L’ho ritrovato l’altro giorno sistemando la camera; pensavo fosse andato perso. L’ho sfogliato e mi ha riportato a tutto il 2010: è un ricordo indelebile di quel periodo che mi ha segnato come persona. Nonostante fossi piccolo il ricordo è vivo ed è parte di me”.
Una breve frase di Jean de Boufflers: “Il piacere è il fiore che passa; il ricordo, il profumo duraturo.” Oggi abbiamo annusato un po’ di quel profumo.

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Una porta nel Tetragramma

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Rientra in quei nomi detti “teomorfici”, nomi che sono “portatori del nome di Dio”. […] Il termine ebraico yehudah (“ebreo”) è formato da cinque lettere (yod, he, waw, dalet, he): sono le quattro lettere del tetragramma, con l’aggiunta della lettera dalet. Questa in ebraico significa “porta”; il dalet è come la porta d’entrata nelle parole. Essere yehudah significa letteralmente, mettere una porta nel Tetragramma […] entrare in un tempo che non “accetta” l’adesso. Significa aprire la porta del presente, scardinarla, per proiettarsi incessantemente nel passato e nel futuro. Essere ebreo significa portare le tre dimensioni del tempo: passato, presente, futuro, ossia la memoria, la vita, la speranza. Per l’ebreo, “essere” significa “divenire” e non stabilizzarsi su un’identità, sul “medesimo”.”
(Marc Alain Ouaknin, Le dieci parole)

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Gemme n° 236

Ho portato un video ambientato a scuola con un prof che cerca di tener uniti tutti gli alunni senza distinzioni, con il coinvolgimento di alunni diversamente abili”. Così P. (classe quarta) ha introdotto la propria gemma.
Due sono le cose che mi hanno colpito guardando il video. La prima è che sembra che ognuno abbia dato il proprio contributo sentendosi parte di quello che sta facendo. Prese singolarmente le sequenze non hanno molto senso, ma viste nell’insieme hanno tutt’altro peso. La seconda è la modalità con cui sono fatti questi video, la cui diffusione è esplosa in questi ultimi anni. I protagonisti generalmente camminano in avanti, procedono e noi non riusciamo a intravvedere la strada che li attende. Non sappiamo dove stiano andando: loro vedono, mentre noi indietreggiamo guardandoli. Il loro futuro è proiettato alle nostre spalle. Siamo noi a temere, molto più di loro. Ci dobbiamo fidare, come alla fine ha fatto questo padre nei confronti del figlio. Invito a leggere il breve scambio, poi dico di chi è il padre (e quindi il figlio).
– Dove sei stato?
– Con Dave, Adam e gli altri.
– Ancora con questo gruppo?
– Sì, perché?
–  Non ti porterà da nessuna parte, lo sai meglio di me.
– Vedremo. Vedremo, papà.
– Stai perdendo il tuo tempo, Paul. Fai come Norman, cercati un lavoro, guarda gli annunci. A Dublino qualcosa si trova.
– Questa cosa con la band potrebbe farci guadagnare dei soldi.
– Un lavoro vero, intendo. Che razza di mestiere è quello che fareste voi, eh?
– Suonare. Lo fanno in tanti in città.
– Lascialo fare agli altri, allora. Senti Paulie, lo fai un patto con me?
– Che tipo di patto?
– Ti do un anno di tempo. Puoi stare a vivere qui ancora un anno, ma se alla fine di quest’anno non hai trovato un lavoro, beh, allora te ne devi andare.
– Mi sta bene.
E’ un dialogo tra Bob Hewson e suo figlio Paul David Hewson, in arte Bono, leader degli U2 (Da “U2. The name of love” di Andrea Morandi).

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Gemme n° 187

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La mia gemma sono i miei nonni: appena nata ne avevo 11, tra nonni e bisnonni. Da piccola mio padre era in giro per lavoro e quindi, con la mamma, mi capitava di passare molto tempo insieme a loro. Mi trovo benissimo a parlare e confrontarmi con i nonni”. Queste sono state le parole con cui E. (classe terza) ha commentato le foto della sua gemma.
Sarà che sono affezionato a mio nonno che non c’è più, ma le pagine del libro “L’estate alla fine del secolo” di Fabio Geda le ho divorate in pochi giorni. Un bel libro, una bella storia, una lettura godibilissima. Due figure affascinanti, un nonno e un nipote; in mezzo tanti altri rapporti, tra genitori e figli, tra fratelli, tra amici, tra amanti, tra conoscenti, a volte facili, a volte complessi, come nella vita d’altronde. La maggior parte del libro è ambientato in Liguria, ma compaiono anche quadri siciliani e piemontesi. E poi alcune cose che amo: la montagna, i fumetti, la materia, i libri, le solitudini, il lago, il passato. Riporto un passaggio che mi ha particolarmente colpito: “Io, allora, mi sedevo di lato, così da scorgere un riflesso di luce nei suoi occhi, perché era come se lì si rispecchiasse una storia che, in qualche modo, era anche mia. Mi cercavo in lui, nelle rughe, nei gesti, nelle unghie e nell’odore, ma quasi mai mi trovavo. Mentre lo sguardo – perdio – quello era mio: ne avrei riconosciuto l’inclinazione e il peso tra mille. Solo la direzione era diversa. Io mi perdevo nel futuro. Lui in ciò che era stato.”

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Gemme n° 147

fiabrusse

Ho portato un libro di fiabe di una collana che mia madre mi leggeva quando ero piccola. Non dormivo senza fiaba. Il libro mi ricorda i tempi dell’infanzia, mia madre quando ero piccola. Era tutto senza i problemi di adesso”. Sono state le parole con cui I. (classe terza) ha presentato la propria gemma. Tengo sempre conservata nel cuore l’idea di portarmi sempre dietro un po’ della mia infanzia, del mio essere bambino.
Dice Clelia Canè: “I bambini devono poter credere che la magia esiste, esiste in ognuno di noi, nei nostri ideali, nelle scelte che ci guidano e negli insegnamenti che ci aiutano a crescere. La magia è la vita e l’amore è il motore della vita. Amare, credere, sognare e sperare sono le ali che ci permettono di spiccare il volo. Ai bambini dico «Abbiate il coraggio di aprire le vostre ali e volate in alto, sempre più su! Prendete in mano il vostro sogno e fatene una grandiosa realtà!»”.

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Gemme n° 117

leleganza-del-riccioHa presentato un libro come gemma G. (classe seconda): “L’eleganza del riccio”. “L’ho letto la scorsa estate, mi ha colpito perché tratta temi profondi”. Ha poi raccontato la vicenda ai compagni, cosa che non faccio qui per non rovinare la sorpresa a chi voglia leggerlo. “Desidero regalare una delle pagine che più mi sono piaciute”.
Non bisogna dimenticare.
Non bisogna dimenticare i vecchi con i corpi putrefatti, i vecchi vicinissimi a quella morte a cui i giovani non vogliono pensare. Non bisogna dimenticare che il corpo deperisce, che gli amici muoiono, che tutti ti dimenticano e che la fine è solitudine. E neppure bisogna dimenticare che quei vecchi sono stati giovani, che il tempo di una vita è irrisorio, che un giorno hai vent’anni e il giorno dopo ottanta.
Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno guardando gli adulti attorno a me, sempre di fretta, stressati dalle scadenze, così avidi dell’oggi per non pensare al domani…
In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente, e quando non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.
Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, a ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.”
Posto un video a commento, la canzone “Ora” di Jovanotti.

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Gemme n° 112

cdHo portato il cd fatto da un mio amico con foto e video dell’estate. Sono bei ricordi con persone che vedo di rado. Penso che in futuro sarà ancora più bello rivedere tutto”. E’ stata questa la gemma di A. (classe terza). L’attore inglese Jeremy Irons ha detto: “Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.”

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Gemme n° 16

Ho portato questa canzone perché è uno dei miei gruppi preferiti. La musica italiana spesso è sottovalutata e denigrata, e devo ammettere che non è poi tanto sbagliato… Ma ci sono anche cose interessanti, come questa.”

E’ stata questa la gemma di A. (classe quarta). “Il testo è molto ricco, mi aiuta a guardare a domani, oltre le cose negative, a vedere le cose in modo diverso.”
Mi soffermo su un piccolo verso della canzone: “E c’è gente che ha un ascensore nella testa e una scala a pioli nel cuore.” Mentre la ascoltavo in classe, questa frase mi ha fatto pensare al fatto che la ragione, la testa, spesso obbedisce alla legge della logica, e quindi cerca la via più breve e magari comoda per arrivare a destinazione; mentre il cuore preferisce la lentezza e il rischio di una scala a pioli, in cui deve essere sicuro di aver poggiato bene il piede prima di avanzare. Tuttavia, in caso di mancanza di corrente, l’ascensore della mente si blocca, la scala del cuore resta in servizio…
Per chi volesse il testo di “Salva gente”: Salva gente

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Gemme n° 3

Oggi non riporto la gemma portata da C. (classe terza) per un semplice motivo: ha “regalato” ai compagni una foto del suo battesimo. “Ho portato questa foto perché è un momento in cui sono sia con mamma che con papà. Si sono separati quando avevo quattro anni e questo è uno dei pochi ricordi che ho della nostra vitamacchinina insieme”. Sono anche io una persona che fa molta fatica a recuperare i ricordi dell’infanzia. Talvolta emergono dal passato in modo inatteso, magari grazie a un oggetto, un suono, una voce, un profumo, una foto…
Ci sono legami di seta… che ti aspettano su incroci del destino che mai avresti immaginato. Il Ricordo unisce ciò che la vita separa. E ti sembra una strana, inaspettata, piacevole connessione notturna, come una carezza, senza tempo.” (Anton Vanligt)