Gemme n° 205

Propongo questa canzone perché mi ricorda mio nonno che non c’è più da un po’ di tempo. In questo momento lo sento importante. Legati a lui sono i momenti più spensierati della vita; inoltre questa canzone mi ricorda le persone che per un motivo o per l’altro non fanno più parte della mia vita, quindi non la ascolto molto perché mi macina il cuore”. Questa è stata la gemma di C. (classe terza).
Jovanotti descrive uno stato di solitudine, di abbandono, una condizione che fa male e destabilizza perché gli uomini non hanno il dizionario giusto per comprenderla, non la sanno leggere, si sentono persi: “Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti al cielo e non so leggere, vienimi a prendere, mi riconosci, ho le tasche piene di sassi. Sono solo stasera senza di te, mi hai lasciato da solo davanti a scuola, mi vien da piangere, arriva subito, mi riconosci ho le scarpe piene di passi, la faccia piena di schiaffi, il cuore pieno di battiti e gli occhi pieni di te”.
Causa dello stato precedente, ma anche sua soluzione, penso siano racchiuse nei versi successivi: “Sbocciano i fiori sbocciano, e danno tutto quel che hanno in libertà, donano, non si interessano di ricompense e tutto quello che verrà; mormora, la gente mormora, falla tacere praticando l’allegria, giocano a dadi gli uomini, resta sul tavolo un avanzo di magia”. Vivere con dentro al cuore la passione, penso sia questa la soluzione: ho aggiunto una rima alla canzone di Jovanotti 🙂 Magari un giorno scrivo un post su cosa penso sia questa passione…

Gemme n° 189

Ho trovato per caso questa canzone in rete. E’ molto bella ma non c’entra molto con ciò che devo dire. Mi ha fatto pensare alla mia situazione. Ho cambiato varie volte lo strumento musicale senza trovare mai quello giusto: ognuno ha la sua difficoltà e non penso serva andare al conservatorio. Basta impegnarsi nel perseguimento del proprio sogno in ogni modo e in qualsiasi maniera”.
Ieri era l’anniversario della nascita e della morte di William Shakespeare. A lui è attribuita la frase “Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”. Mi piace commentare con queste parole la gemma di V. (classe seconda): un investimento di energia e fiducia nella vita, in se stessi e nelle proprie capacità.

Tra ieri sera e stamattina: sguardi

Percoto 2015_0108 copia fbLasciarsi meravigliare, farsi stupire, permettere al nuovo di essere ospitato dentro di noi. Sono convinto che questa sia una delle più grandi risorse che possiamo avere. Penso si tratti di una capacità, non di un talento. Il talento lo puoi coltivare, ma o ce l’hai o non ce l’hai. La capacità la puoi costruire, allenare, far crescere. Cogliere il positivo in quello che si vive, accennare un sì invece che un no, aprire alla possibilità. Mi piacerebbe che diventasse abitudine, stile di vita; pena il perdersi delle cose. Arrivare ogni sera nel letto , rivolgere lo sguardo alla giornata che si è vissuta e poter dire: oggi mi porto a casa queste cose belle. E allenarci a guardarle, a scorgerle, a notarle: e sottolinearle.
Questo è lo scopo del lavoro delle gemme che ho impostato quest’anno. Questo è il motivo per cui vengo preso dal rammarico quando vedo dei ragazzi di 18-19 anni che dicono no a una possibilità di ascolto e conoscenza, QUALSIASI possibilità di ascolto e conoscenza (stamattina), e per cui decido di scrivere queste parole. Questo è quello che mi fa sobbalzare il cuore di gioia quando vedo ragazzi mettere la passione in quello che fanno (ieri sera).
Che quello sguardo non si chiuda: ritengo sia lo sguardo della vita sulla vita.

3×1

Tintoretto. L'ultima cena 2

Può un giorno durare tre giorni? Sì: lo spiega in questo bell’articolo, breve e chiaro, Assunta Steccanella. La fonte è Chi cercate?
Il Triduo pasquale (dal lat. tridŭum = periodo di tre giorni) è lo spazio di tempo compreso tra la messa vespertina (In Cena Domini) del Giovedì santo e i vespri della Domenica di Risurrezione. La sua origine è molto antica: nella Chiesa d’Occidente sia Ambrogio (†397) che Agostino (†430) menzionano nei loro scritti il Triduo sacro.
Occorre sottolineare che Triduo pasquale non significa ‘tre giorni di preparazione alla Pasqua’: si tratta di un unico, grande evento, che equivale a ‘Pasqua celebrata in tre giorni’. Il Triduo è quindi la Pasqua nel suo tutto unitario, dalla passione e morte alla sepoltura, attraverso il dolente silenzio del sepolcro, fino alla Risurrezione. Questo tempo è il centro dell’anno liturgico, in quanto ri-presenta l’accadimento fontale per la nostra fede. Inizia con una sorta di preludio, la Messa In Cena Domini del Giovedì santo, ricca di significati: rimanda alla cena con i discepoli che segna l’inizio della passione, è la memoria sacramentale del mistero pasquale consegnataci da Gesù stesso, ricorda il sacerdozio ministeriale e il comandamento dell’amore fraterno. L’Eucaristia, che El Greco. Crocifissionedi tale amore è simbolo e fonte, ha suscitato fin dal XII-XIII sec. l’adorazione del popolo cristiano, che si protrae fino alla mezzanotte.
Il Venerdì santo è il giorno della passione e morte del Signore, e del digiuno pasquale come segno esteriore della nostra partecipazione al suo sacrificio. E’ un giorno aliturgico, ossia senza Eucaristia: le celebrazioni pomeridiane e serali sono infatti momenti di commemorazione degli eventi della passione e di adorazione della croce; i fedeli ricevono la Comunione con particole consacrate il giorno prima.
E’ però il Sabato santo il giorno aliturgico per eccellenza: invita alla sosta silenziosa presso il sepolcro, rimandando alla sepoltura di Gesù e alla discesa agli inferi (la salvezza nell’abisso – Von Balthasar). L’altare è spoglio, le luci spente, le campane silenziose.
Il momento culminante del Triduo, il nucleo da cui ha avuto origine ed il centro di tutto l’anno liturgico è la Veglia pasquale: per antichissima tradizione è notte di veglia in attesa del Signore, di speranza vigilante. Fin dai primissimi secoli è nel corso di questa Veglia che vengono celebrati i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, e che trova la sua forma paradigmatica il rito del Battesimo, la prima immersione personale nella Pasqua di Cristo.
La Domenica di Risurrezione infine apre il tempo pasquale, che si concluderà con la Domenica di Pentecoste.”

Giotto. Noli me tangere

Gemme n° 130

Ho scelto questa sequenza per raccontare il mio amore per la danza, come passione e stile di vita. Le parole di Moose fanno capire che ballando si possono cambiare le cose e si può essere se stessi, bastano la musica e qualche passo per sentirsi liberi”. Così K. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.

Mentre parlava, mi è venuta alla mente una rappresentazione particolare della divinità indiana Shiva. Uno dei modi in cui è chiamato è Signore della danza (Nataraja), il ballo che ha dato origine al cosmo e tramite il quale il mondo stesso si manifesta, si preserva e si rinnova. La natura è cambiamento continuo che viene portato all’armonia dalla danza di Shiva. Ruolo importante è rivestito dal suono dei tamburi, che ricordano il battito del cuore: il cuore umano è infatti il centro della danza di Shiva, la vita stessa.

nataraja

Gemme n° 116

giroHo portato il cappellino e i braccialetti del Giro d’Italia: mi riportano indietro di 4 anni e mi fanno ricordare mio nonno che non c’è più e questa passione che lui mi ha trasmesso. Da ammalato non poteva vedere le tappe e io, mentre facevo i compiti, ascoltavo le radiocronache e poi gliele raccontavo e lui era molto felice e ricambiava stringendomi la mano. Quest’anno, poi, sono stata alla tappa finale a Trieste e mio papà era volontario per la protezione civile: mi trasmette l’idea che dare una mano è importante”. Sono le parole con cui G. (classe terza) ha presentato la sua gemma. Riporto un cenno di una canzone di Paolo Conte che amo molto e che racconta un ciclismo di altri tempi: “E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai; mi piace restar qui sullo stradone impolverato, se tu vuoi andare, vai… e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro, tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano. C’è un po’ di vento, abbaia la campagna e c’è una luna in fondo al blu…”

Gemme n°110

Iniziare una lezione con i Led Zeppelin? Fatto. Grazie ad A. (classe terza) che ha proposto “Rock and roll” nella versione live del 1973 al Madison Square Garden. “Ho scelto i Led Zeppelin perché sono il mio gruppo preferito, anche se non con questa canzone. In realtà la mia gemma è la musica; fin da piccola suono chitarra e pianoforte, uno sfogo per i momenti in cui sono tesa. Questo gruppo è fonte di ispirazione con i numerosi assoli di chitarra. Tra le tante passioni, fotografare e cucinare, suonare è la maggiore”.
Una delle cose che mi piacciono di più della storia del rock è la ricchezza di aneddoti (spesso mischiati a vere e proprie leggende metropolitane). Ne riporto uno che riguarda due icone: «E’ la fine del 1969, negli Stati Uniti in un volo in partenza da Phoenix i due “capelloni” più famosi di quel momento, il biondo Robert Plant ed il moro Jim Morrison per fatalità del destino si ritrovano seduti uno di fianco all’altro. I due si guardano e ghignano, si riconoscono, nessuno dei due apre bocca. Dopo un po’ è Jim Morrison a rompere il ghiaccio chiedendo: “cosa fai nella vita?”, Plant: “sono un cantante” e Morrison nuovamente: “ah, interessante e che genere di musica fai?”, così Plant risponde: “mah, un rock nuovo, la mia band si chiama Led Zeppelin”. Jim Morrison: “mai sentita!” Plant a sua volta: “e tu cosa fai per guadagnarti da vivere?”, Morrison: “oh, io sono un poeta”, e Plant subito: “ah, anch’io una volta facevo il poeta, poi ho avuto successo!”» (fonte web)

Gemme n° 104

Afferma M. (classe quarta): “Tendo a legare le canzoni che ascolto al periodo che sto vivendo in quel momento. Questo brano è importante ora: mi fa pensare a una persona in particolare e in certi punti rivedo anche la mia personalità. Mi piace Emma, la sua forza mi aiuta molto soprattutto quando mi sento a terra.” Appare essere la storia di un amore finito (“mi illudo ancora di non averti perso”) con la scarsa voglia di risollevarsi, anzi… (“non voglio trovare la pace ma restare a guardare il confine tra il mio cuore ed il tuo… amo sbagliare, amo farmi del male…”). Poi però sembra che la storia continui, tra alti e bassi, tra avvicinamenti e allontanamenti: “Le nostre mani non si toccano ma la mia bocca chiede ancora della tua, da te che non mi cerchi e non mi vuoi ma poi mi prendi mi riprendi e poi mi mandi via”. Per contrasto mi sono venute in mente le parole di “Io amo”, il libro di Vito Mancuso che ho terminato di leggere pochi giorni fa: “Fare spazio. Alla fine, a pensarci bene, l’amore significa fare spazio. Fare spazio dentro di sé a un’altra persona, aprirle la nostra anima e farle piantare la sua tenda nel mezzo. Non pensare più, non sentire più, non vedere più solo sulla base dell’io, ma cercare, ogni giorno di nuovo, di farlo sulla base del noi”.

Gemme n° 75

Vorrei che si vedesse prima il video, poi leggerò una breve riflessione” ha detto C. (classe quarta).

Questa scena mi fa venire i brividi ogni volta che la vedo e non mi stufa mai, mi fa sempre emozionare. La mia gemma è l’amore, in tutte le sue forme. In questa scena si vede un uomo rischiare la propria vita per riportare la speranza e l’amore nel cuore della sua donna, anche quando tutto è miseria e sconforto. Perché l’amore trova sempre uno spazio per esistere, in qualsiasi momento. Ad esempio, quando facciamo ciò che ci piace lo facciamo con amore, così da farlo bene. Ne è una testimonianza il fatto che la gente consideri gli “hobby” come delle passioni, che implicano a loro volta la presenza dell’amore.
Ma cos’è l’amore? E’ un sentimento che ha diverse sfumature, volti, colori e profumi perché posso provare amore verso il mio piatto preferito, verso un ricordo, una persona o un momento particolare, ma che, secondo la mia modesta e ancora giovane opinione, solo quando raggiunge il suo apice diventa l’Amore con la A maiuscola. L’Amore vero e travolgente ti fa letteralmente impazzire e sì, Ariosto aveva ragione, arrivi a perdere il senno. Ti rende felice e un attimo dopo triste e in tutte le sue fasi riesce a plasmarti e a cambiarti. Si muta con lui, nel bene e nel male. E’ un sentimento che cercano tutti, quasi più della felicità ormai. C’è chi lo cerca per non stare da solo e chi, invece, perché ha troppo amore per poter essere contenuto in un cuore solo. E c’è anche chi viene trovato dall’amore stesso quando meno se lo aspetta. E’ dunque l’Amore una persona? Può assumere infinite forme, anche un nome e un cognome. Ma non ha importanza se essa sia maschio e femmina, bianca o di colore, orientale o argentino. Basta con le barriere, l’amore non ha limiti. Più viene oppresso e più cerca di divincolarsi. Ho scelto di portare questo argomento perché sono un’inguaribile romantica e perché so che è un argomento molto importante fra noi giovani, anche se a volte ce ne dimentichiamo e non gli attribuiamo alcun valore.
Questo è il mio punto di vista, anche se si sa che in amore ce ne vogliono due! Potrei stare qui seduta a parlarne per ore, ma per adesso quel “Buongiorno Principessa” ha scatenato in me questa riflessione.”
A commento riporto una frase tratta dal film “Christine e la macchina infernale” sulla forza e la potenza dell’amore: “Ti dirò qualcosa sull’amore, Dennis: ha un appetito insaziabile, si divora tutto, famiglia, amicizia… Non hai idea di quanto sia vorace… Ma ti dirò un’altra cosa: basta nutrirlo, e può essere stupendo”.

Gemme n° 68

Questo video rispecchia la mia passione: la danza. Ma mostra anche un’altra cosa fondamentale: l’importanza dell’amicizia. Le due protagoniste sono cresciute insieme, condividendo molte esperienze e anche se una delle due se n’è andata, ha combattuto strenuamente per la sua passione. Penso che ognuno ne abbia una e debba viverla fino in fondo.”
Le parole di C. (classe quinta) si sono soffermate sul termine passione. Mi ha sempre colpito il legame, presente in questo termine, tra la sofferenza del patire e la travolgente forza del trasporto che si può provare per qualcuno o qualcosa. In una sua canzone poco nota (“Passionalità”) Mario Lavezzi canta così: “Tradito umiliato lasciato, offeso e mortificato, ma molto peggio ignorato; col cuore spezzato ma sicuro di aver amato anche se non ricambiato, consapevole di aver vissuto una passione che rivivrei”.

Gemme n° 64

balzo

Ho portato un post-it che non è un semplice post-it: con questo vorrei dire che a volte la felicità arriva all’improvviso. E’ l’autografo di un attore del mio paese, Raffaello Balzo. Ero bambino quando me l’ha fatto. Lui ha lottato due volte contro la morte, a 1 anno durante il terremoto quando è stato salvato dalla nonna, e nel 2006 per un malore durante un programma televisivo. A volte la fortuna arriva all’improvviso come la felicità.” Questa è stata la gemma di A. (classe quarta).

A proposito della fortuna Rita Levi Montalcini ha detto: “Ai giovani auguro la stessa fortuna che mi ha condotto a disinteressarmi della mia persona, ma di avere sempre una grande attenzione nei confronti di tutto ciò che mi circonda, a tutto quanto il mondo della scienza, senza trascurare i valori della società.”

Gemme n° 57

E’ uscita dal banco con una custodia nera in mano, l’ha appoggiata sulla cattedra. G. (classe quarta) ha esordito dicendo: “Dentro la custodia c’è un flauto traverso: lo suono a sette anni ed è un modo per distaccarmi dalla realtà, dal mondo, dalle tensioni scolastiche. Quasi ogni giorno cerco di studiare e suonare i pezzi che mi piacciono di più. Ho scelto il flauto per suonare in gruppo, nella banda: questo mi ha fatto conoscere nuove persone alle quali altrimenti non mi sarei avvicinata.” Immediata è stata la richiesta della classe dell’esecuzione di un brano e così in classe sono risuonate le note della “Sonata in do maggiore” di Bach (terzo tempo). In particolare, nel video qui sotto, dal min 4.54 al min 6.41 circa.

A commento riporto una frase di Heinrich Neuhaus: “Mentre suono Bach, mi sento in accordo con il mondo e lo benedico”.

Gemme n° 34

La gemma che ha portato M. (classe terza) è la parte finale del suo saggio di danza. “Ballare per me è tutto, è la cosa più importante. Guardi prof, mi tremano le mani solo a pensarci. E’ ciò che mi fa stare bene con me stesso, che mi rende orgoglioso di ciò che sono e rende orgogliosi anche i miei genitori”.
Mi è venuta in mente la lezione di ballo liscio di ieri sera, in cui sono impazzito per capire come funziona il giro a sinistra della mazurka (sigh!). Non è la mia passione il ballo, almeno per ora, però è una cosa che mi piace fare insieme a mia moglie e per questo è importante. Però adoro vedere chi ci mette l’amore e la passione nelle cose che fa, e si emoziona parlando di esse e si fa trasportare come nel video qui sotto…

Gemme n° 8

La prima gemma di oggi è quella proposta da S. (classe quarta). E’ una sequenza tratta da “La tigre e la neve”. E’ una scena che la emoziona, che le fa pensare alla bellezza, alla poesia. “E’ come dice Benigni: Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici”.

Allego semplicemente la trascrizione del monologo; penso possa essere utile soffermarcisi sopra con un po’ di calma:

Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate.
Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un’ottantina di anni. Scrivete su un altro argomento, che ne so… sul mare, vento, un termosifone, un tram in ritardo. Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro.
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu.
Vestitele bene le poesie. Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola. Scegliete, perché la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, da Adamo ed Eva. Lo sapete quanto c’ha messo Eva prima di scegliere la foglia di fico giusta? Ha sfogliato tutti i fichi del paradiso terrestre.
Innamoratevi. Se non vi innamorate è tutto morto. Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria. Siate tristi e taciturni con l’esuberanza. Fate soffiare in faccia alla gente la felicità.
Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici.
Siate felici. Dovete patire, stare male, soffrire. Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre.
E se non vi riesce, non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto.
E non cercate la novità. La novità è la cosa più vecchia che ci sia.
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così.
E’ da distesi che si vede il cielo. Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima?!
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole.
Se la parola è “muro” e “muro” non vi dà retta, non usatela più per otto anni, così impara!
Questa è la bellezza come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre..
Forza, cancellate tutto!”

Radici del legno

volto del croc

Penso che Alda Merini abbia una profondità che non sia stata ancora percepita e valorizzata. Penso anche che le sue parole siano in grado di trasmettere delle emozioni al di là del fatto che una persona sia credente o meno in qualcosa o qualcuno. Ad esempio, queste parole sono prese dal suo “Poema della croce” e mi fanno venire i brividi ogni volta che le leggo:

Quel volto così sudato,
così battuto,
così vilipeso.
Quel volto che ha detto al mondo
tutto quello che aveva da dire
e per cui
anche se non ci fosse stata la croce
non poteva dire più nulla.
Quel volto senza cammino
che mangiava le pietre dei persecutori,
quelle pietre più fresche del suo sangue,
che lui invocava
per poter dormire in pace
i giorni della sua natività.
Era nato sopra la pietra
e sulla pietra voleva morire.
Invece doveva morire su un palco,
su un teatro di derisione,
su un legno che dimostrava che lui,
figlio di un falegname,
non poteva essere Dio.
Ma quel legno era l’albero delle profondità del male,
quel legno ha messo radici in tutto il mondo
e nessuno ha capito e sentito
il peso e il calore di quelle radici,
che sono entrate
nella mani delle donne.

Felicità, Poesia, Amore

In quarta guardiamo assieme questa sequenza

Guardarla ora sarà diverso, per me. Inoltre, ero al liceo, in seconda, quando la nostra prof. di italiano ci ha accompagnati al cinema a vedere, nel pomeriggio, “L’attimo fuggente”. Inevitabile, la mattina dopo, farci trovare sui banchi con lei che diceva “Che scemi che siete!”. E mi torna anche alla mente il film che mi ha fatto scoprire Robin Williams: “Good morning, Vietnam”.
Good-Morning-VietnamStamattina Veronica, una mia ex studentessa, ha scritto così su fb: “Solitamente sono refrattaria a simili annunci, eppure non posso fare a meno di richiamare alla mente le mille e più volte in cui ho riso, pianto, sorriso, riflettuto e apprezzato maggiormente la vita grazie all’intensità e alla misura di Robin Williams, attore a tutto tondo che come pochi ha saputo suscitare in me riflessioni di cui non posso che essere eternamente grata. Che sia soltanto questione di sceneggiatura o opportunità, poco importa; sono intimamente convinta che trasmettere un messaggio sia possibile soltanto se si crede davvero nel suo contenuto: le parole non trapassano silentemente e facilmente lo schermo, a meno che non siano di notevole rilevanza concettuale…eppure il professor John Keating e il dottor Sean McGuire hanno travalicato ogni mia riserva mentale, raggiungendo il più profondo del cuore, lì dove covano sentimenti, passioni, emozioni, pulsioni latenti. Fra dialoghi di straordinaria potenza espressiva e interpretazioni autenticamente sentite, ho compreso sin da bambina insegnamenti che difficilmente ho sentito espressi ma che fortunatamente ho assimilato e racchiuso nell’Es del mio essere, per portare un po’ di ordine e pace laggiù, dove scalfire l’impalpabile è quasi sempre un’impresa…quasi. Il linguaggio del cinema, universale per definizione, non è rimasto inascoltato, e anzi è riuscito spesso e volentieri a entrare in zone inesplorate, suonando le mie corde più dolci e al contempo quelle dal suono più screziato, grazie a perle dell’arte visiva come “L’attimo fuggente” e “Good Will Hunting”… Ho appreso che la vita va guardata adottando angolazioni differenti, che un uomo senza libertà è soltanto una sincope, che l’autoconsapevolezza dei propri desideri e delle proprie emozioni è la chiave per il raggiungimento della Felicità, che la Poesia non è semplicemente questione di metrica e figure retoriche, che l’intelligenza scolastica e/o accademica nulla ha a che vedere con l’esperienza esistenziale e con la capacità sensoriale, che l’empatia (ciò che più si avvicina alla saggezza umana) non si impara sui libri, che il talento non può giacere a lungo sottaciuto da convenzioni e imperativi sociali (prima o poi si sprigionerà con tutta la sua forza con effetti più o meno desiderati e desiderabili), che l’Amore rende sublime e grande anche l’uomo più comune…
Un piccolo omaggio a una delle persone che più fra tutte mi ha saputa emozionare, permettendomi di veder lontano e, così facendo, tracciando una via nel firmamento…”

Grazie a Veronica e a tutte le anime che si lasciano interrogare e a chi, quegli interrogativi, pone.

Nella pienezza della presenza

Questa mattina in una classe siamo finiti a parlare di droga e del convincimento da parte di qualcuno che la vita sia destinata alla morte e veda in essa il suo unico scopo e fine. Allora mi sono tornate alla mente le parole di un’intervista di Luciano Ligabue che, presentando il brano “Nati per vivere (adesso e qui)”, afferma:

“Questa canzone è nata da un moto di fastidio per tutte le canzoni, e sono tante, che in maniera esplicita o indiretta dicono, in fondo, che «siamo nati per morire». L’ho sempre vista come una posa assunta da chi, grazie a quelle canzoni, vive poi da rockstar. Non so quanto alla fine quell’atteggiamento combini dei guasti – perché dipende in quanti ci si riconoscono –, ma in ogni caso mi son detto: adesso ne faccio una che dica proprio l’opposto.”

E ancora: “La canzone è nata da quel pretesto e musicalmente è viva, allegra. Volevo proprio che ci fosse questa leggerezza: se parliamo sempre di sinonimi larghi (non di sinonimi perfetti e precisi), per me leggerezza a sua volta è un sinonimo di vitalità. Questa canzone doveva avere – da un punto di vista musicale – esattamente queste caratteristiche, pur raccontando anche la fatica del vivere, le garanzie che non ti vengono date, le promesse non mantenute. Nonostante tutto, siamo «nati per vivere, adesso e qui». Questa canzone è una delle poche – in tutta la mia storia – che oltre al titolo principale ha un altro titolo fra parentesi, perché il concetto è completo solo con quella frase: «adesso e qui». Io lo ripeto più che posso, soprattutto per ricordarlo a me stesso. È una cosa che ha una funzione non lontanissima da Leggero: una cosa che ho bisogno di ricordarmi, perché è molto difficile metterla in pratica. Pochi di noi riescono a raggiungere uno zen tale per cui davvero riescono a vivere la vita nella pienezza della presenza, nel momento.”

Ogni giorno è un altro giorno altro che domani

sveglia, paglia, mal di testa, prime imprecazioni

fra gli annunci non c’è niente il futuro è cominciato già

Ogni giorno è un altro giorno non lo puoi saltare

qualcheduno canta che sei nato per morire

fuori si alza ancora il vento chi lo sa se il tempo cambierà

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Ogni giorno è un altro giorno altro che domani

le promesse che ti han fatto sono andate a male

la tua miccia è corta non sai quando la tua rabbia esploderà

Ogni giorno è un altro giorno non si può sapere

ciò che è andato storto adesso non lo puoi cambiare

ma respiri a fondo e senti che ora il tempo non ti scapperà

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Nati per vivere è tutto qui

devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare

Guarda come resti nell’inferno che perlomeno lì fa caldo

guarda come guardi in alto e chiedi come la mettiamo

guarda come è facile scordare la tua porca verità

Nati per vivere adesso e qui

sotto le costole un ritmo irregolare che non si fa dimenticare

Nati per vivere è tutto qui

devo segnarmelo prima di morire un altro testo da imparare

La passione della terra

Fusine_0045 fbRingrazio un mio studente per aver segnalato questo articolo di Vito Mancuso, comparso ieri su La Repubblica. Vi sono molte delle idee contenute anche nel libro “Il principio passione”.

“La nostra civiltà è malata, è in corso una via crucis del pianeta davanti ai nostri occhi distratti. L’aria delle nostre città, i nostri mari ormai quasi privi di pesci, l’acqua, le foreste, gli oceani, sono vittime di un’ideologia rapace e utilitaristica che considera la natura solo come un’inanimata risorsa da sfruttare e che alimenta la fiorente industria della fiction per la finzione necessaria a sedare le coscienze. I rifiuti prodotti dagli oltre 7 miliardi di esseri umani sono ormai superiori alle possibilità di smaltimento, e per alcuni di essi come le scorie nucleari lo smaltimento è praticamente impossibile. Che cosa avverrà quando nel 2025 la popolazione sarà di 8,1 miliardi? E quando nel 2050 giungerà a 9,6 miliardi? Una nuova guerra mondiale? Una serie permanente di inarrestabili conflitti locali?

Barbara Spinelli l’altro giorno ricordava Hans Jonas e la sua nuova formulazione dell’imperativo etico in senso ecologico. In un’intervista del 1992 a “Der Spiegel” Jonas segnalava il pericolo del “tragico fallimento della cultura superiore, la sua caduta in una nuova primitivizzazione”, intendendo con ciò “la povertà di massa, la morte di massa, l’uccisione di massa”. Da allora sono passati oltre vent’anni e questo declino verso la primitivizzazione e la massificazione è proseguito: lo vediamo nei costumi, nel gusto estetico, nella politica, nel linguaggio dove tutto diventa più grossolano e più violento. E più irrazionale.

Ai nostri giorni un terzo del cibo prodotto viene buttato via, sono 1,3 miliardi di tonnellate di cibo su scala annuale che finiscono tra i rifiuti, con l’uso scriteriato di acqua, energia e vita animale e vegetale che tutto questo comporta. E ciò a fronte del fatto che ogni giorno muoiono per fame 24.000 esseri umani, 8 milioni e mezzo all’anno. Basta questo per evidenziare la pericolosa malattia mentale di cui soffre la nostra società? Nutriamo la nostra anima con le manifestazioni di massa dell’effimero (sport di massa, musica di massa, cinema di massa…) pagandone i protagonisti con cifre esorbitanti, mentre miliardi di esseri umani vivono con meno di due dollari al giorno. Proprio nell’epoca del trionfo della scienza assistiamo a un tracollo della razionalità nel governo del mondo, con la conseguenza che a trionfare non è veramente la scienza, la quale è sempre ricerca e dubbio, ma è piuttosto la tecnica che ammanisce certezze e cattura le menti. Anche la modalità con cui nelle nostre società si conquista il consenso e si accede al potere è sempre più all’insegna dell’irrazionalità, perché vince chi sa suscitare emozioni forti mentre chi pratica l’onestà dell’analisi è inevitabilmente destinato alla sconfitta: se penso ai leader politici di quand’ero ragazzo (Moro, Zaccagnini, Berlinguer) vedo che per loro non vi sarebbe oggi nessuna chance.

Quando Francesco d’Assisi compose il suo testo più bello, il Cantico delle creature, la pagina più antica della letteratura italiana, era quasi cieco per una malattia agli occhi e soffriva per una serie di altri mali che da lì a un anno l’avrebbero condotto alla morte. Ciò non gli impedì di cantare la luce di frate sole e di frate focu e di celebrare le altre realtà naturali. Penso che guardando alla sua vita sia possibile capire le due principali malattie di cui soffriamo oggi: 1) una filosofia di vita opposta a quella di Francesco e analoga a quella del ricco mercante suo padre, cioè all’insegna dell’accumulo e del consumo, a cui si viene indotti fin da piccoli dalla potenza della pubblicità e dall’industria dell’intrattenimento che le gira attorno; 2) una filosofia della natura opposta a quella del Cantico delle creature che considera la materia come inerte e la vita come lotta, e da cui discende un atteggiamento predatorio verso il pianeta e il conseguente inquinamento. Dal canto suo la religione tradizionale dell’Occidente non è stata in grado di fronteggiare questi due mali, anzi vi ha persino contribuito a causa del suo antropocentrismo, per cui anche il cristianesimo si deve rinnovare, anzi direi convertire.

L’umanità, se vuole sopravvivere, deve cambiare la mentalità che guida le sue politiche economiche e che orienta il suo atteggiamento verso la natura. L’unica possibilità di una svolta è nella presa di coscienza che la Terra è un organismo che deve la sua origine e la sua esistenza alla logica dell’armonia relazionale. Il passaggio da una civiltà basata sulla lotta a una civiltà basata sulla cooperazione può avvenire solo se si comprende che è la stessa logica dell’evoluzione naturale a basarsi sulla cooperazione e si educano i nostri ragazzi in questa prospettiva. Occorre quindi superare la cupa filosofia della vita trasmessa dal darwinismo e comprendere che a guidare l’evoluzione non è soltanto la lotta ma prima ancora il rapporto di complementarietà e di armonia, visto che non esiste vita se non in relazione, non esiste bios se non come symbios, come simbiosi.

Dalla crisi ecologica ed etico-spirituale non si uscirà se non si risaneranno le idee che l’hanno prodotta. Occorre che l’urgenza ecologica trasformi la nostra visione della biologia e ci faccia prendere coscienza del legame che unisce tutte le cose, dell’interconnessione di ogni ente con il tutto, di ciò che la fisica chiama entanglement e che costituisce il paradigma ontologico più avanzato. Tutto ciò è traducibile in filosofia dicendo che la prima categoria dell’essere non è la sostanza ma è la relazione, all’insegna di una relazionalità globale che supera l’antropocentrismo e l’utilitarismo che ne discende.

Da Francesco d’Assisi malato e alla vigilia della morte nacque uno dei testi più sublimi della spiritualità di tutti i tempi. Dalla nostra civiltà, malata e così cieca da non riconoscere la sua malattia, può emergere ancora la possibilità di una svolta per non precipitare nell’abisso sempre più vicino? Penso che nessuno lo sappia ed è per questo che le tenebre del venerdì santo avvolgono le nostre esistenze e il nostro futuro, senza sapere se ci sarà data la luce di pasqua. Ma credere di sì è un dovere morale, oltre all’unica concreta possibilità che la svolta possa prodursi davvero.”

Verità, passione, torto

non-sto-zitta-se-ho-torto«Se ciò che cerchi è la verità, c’è una cosa che devi avere innanzitutto».

«Lo so. Una passione travolgente per essa».

«No. Un’incessante disponibilità ad ammettere che puoi avere torto».

(Un minuto di saggezza, Anthony De Mello)

Qualcosa dietro

maniEcco il post sul passato, un tempo andato che ha i suoi riflessi nel presente e rende memoria futura la presenza di chi non c’è più. Quelle che seguono sono le parole di Ray Bradbury in “Fahrenheit 451”, libro che amo e da cui è stato tratto anche un ottimo film grazie a François Truffaut (per una volta un film all’altezza del libro). “Ognuno deve lasciarsi qualcosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualcosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta la vita”. Sono parole che mi fanno sempre pensare a quelle di Alessandro, un amico morto di tumore a 22 anni, che ha voluto lasciare un messaggio ai giovani: “Siate utili, lasciate traccia”.