Il linguaggio simbolico di Benedetto e Francesco (e Leone)

Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale della piattaforma POE

Negli ultimi anni si è parlato molto dell’utilizzo di simboli religiosi all’interno del linguaggio politico. Ovviamente si tratta di un uso spesso opportunistico, ma non mi aspetto molto di diverso da un personaggio politico di questo periodo storico. Ma se provassimo a dare un’occhiata ai simboli religiosi in ambito religioso? In particolare a quelli, gesti simbolici compresi, utilizzati dagli ultimi pontefici? Un approfondito articolo di Martina Marradi, pubblicato su Pandora Rivista, affronta proprio questo aspetto. Buona lettura.

“Tutte le religioni si esprimono attraverso un repertorio simbolico composto da gesti, immagini e oggetti capaci di evocare significati profondi e condivisi all’interno di una comunità (cfr. Clifford Geertz, Interpretation Of Cultures, Basic Books, New York 1973, pp. 99, 104, 112-11). In ambito sacro, il simbolo non è mai neutro: come sottolineato da Jung, esso racchiude un contenuto che trascende la parola, rivelando un senso che rinvia all’invisibile e all’inconscio collettivo (cfr. Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dictionnaire des symboles: Mythes, rêves, coutumes, gestes, formes, figures, couleurs, nombres, Robert Laffont, Parigi 1982, pp. XVII-XVIII). I simboli religiosi operano su un doppio registro: da un lato sono profondamente evocativi, dall’altro lato sono intrinsecamente arbitrari. La loro capacità di trasmettere significati spirituali e valori condivisi non risiede in una qualità oggettiva delle forme o dei materiali che li compongono, ma nel significato culturale che viene attribuito loro. Un esempio emblematico è la croce: due semplici pezzi di legno disposti in forma perpendicolare non assumono un valore simbolico universale, ma acquisiscono significato solo per chi riconosce in quella forma il riferimento alla crocifissione del Cristo. Ne consegue che la sacralità di un oggetto può risultare del tutto irrilevante, o persino impercettibile, per chi non condivide lo stesso orizzonte simbolico.
Tuttavia, questa arbitrarietà non nega il valore esperienziale dei simboli, che è legato indissolubilmente alla loro materialità. I simboli religiosi sono sempre incarnati in oggetti, gesti, immagini o spazi che coinvolgono i sensi e il corpo. È attraverso la loro tangibilità che riescono a suscitare emozioni, a radicarsi nella memoria collettiva e a favorire un senso di appartenenza. L’icona della Vergine Maria venerata in una chiesa ortodossa, la statua del Cristo portata in processione in una città mediterranea o il rosario che scorre tra le dita di un fedele sono tutti esempi di come la religione si esprima e si trasmetta attraverso forme materiali. La fede stessa, pur riferendosi a una realtà trascendente e invisibile, trova nella concretezza dei simboli un mezzo privilegiato per essere vissuta, comunicata e interiorizzata. Il segno della croce, tracciato sul proprio corpo, non è solo un gesto identitario: è una forma di preghiera che richiama la Passione di Cristo. Analogamente, la mano del sacerdote che si posa sul capo dei cresimandi non è soltanto un gesto rituale, ma un veicolo di riconoscimento comunitario. In questo senso, la religione ha bisogno di oggetti, immagini e azioni per rendere visibile l’invisibile, per mediare la relazione tra l’umano e il divino, tra la carne e lo spirito (cfr. Ugo Fabietti, Materia sacra. Corpi, oggetti, immagini, feticci nella pratica religiosa, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015).
In questo contesto, il modo in cui il Papa, in quanto massima autorità religiosa riconosciuta nella Chiesa cattolica, utilizza i simboli diventa un indicatore significativo del suo orientamento spirituale, teologico e pastorale. E proprio analizzando i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco emergono due visioni profondamente diverse ma altrettanto efficaci del potere simbolico della Chiesa; mentre segnali ancora diversi provengono dalle prime scelte compiute da Leone XIV.

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Rinnovamento nella tradizione: la performatività dei gesti e delle scelte di Benedetto XVI
Durante il suo pontificato, Benedetto XVI intraprende un’opera di rinnovamento ecclesiale radicata nella tradizione, facendo leva sul potere evocativo della simbologia: unendo la spiritualità con la fisicità cerca di rivitalizzare il cattolicesimo attraverso il recupero dei riti e dei simboli ormai in disuso (cfr. Giacomo Galeazzi, Ratzinger. Il Papa sceso dal trono, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023). Tale orientamento, pur mosso da una profonda motivazione spirituale, «La cosa importante è che la fede duri oggi. Io vedo questo come il compito centrale» (Benedetto XVI, Last testament in his own words in Peter Seewald (a cura di), Bloomsbury Continuum, Londra 2017), riflette un’oculata strategia. Nella società dell’immagine anche la Chiesa è consapevole di quanto siano rilevanti i simboli, poiché è da essi che un credo può rinascere, e se la scelta benedettina viene etichettata come conservatrice, il Pontefice ritiene che la Chiesa non debba adattarsi ai costumi del tempo, poiché essa «può essere moderna proprio essendo antimoderna», non allineandosi con l’opinione dominante (Cfr. Joseph Ratzinger, Salt of the Earth. Christianity and the Catholic Church at the End of the Millennium, in Peter Seewald (a cura di), traduzione di Adrian Walker, Ignatius Press, San Francisco 1997).
La strategia adottata si inserisce in un quadro analitico coerente con le osservazioni del sociologo Berger, secondo cui i movimenti religiosi caratterizzati da un’impostazione conservatrice e soprannaturalista sono quelli che mostrano maggiore vitalità di fronte alla secolarizzazione: il successo di tali gruppi risiederebbe proprio nella loro capacità di offrire certezze simboliche in un mondo frammentato e relativista, soddisfacendo un bisogno crescente di identità e radicamento spirituale. Benedetto è consapevole della percezione di anacronismo che grava sulla Chiesa, ma è convinto che solo difendendo la propria identità senza scendere a compromessi sarà possibile riportare in auge il cattolicesimo (Cfr. Peter Seewald, Benedetto XVI. Una vita, Garzanti, Milano 2020). In questa prospettiva, nella roccaforte europea il cattolicesimo necessiterà di riaffermare la propria alterità dottrinale, entrando in dialogo, anche conflittuale, con le nuove identità religiose che si affermano nel continente. Tale riaffermazione richiede, a suo avviso, una rinnovata unità del cristianesimo, condizione necessaria per rendere la fede cristiana la possibile «religione civile dell’Europa» (Silvio Ferrari, Europa cristiana? L’eredità di Giovanni Paolo II, fra luci e ombre, «Limes», 20 maggio 2005).
Dal giorno della sua elezione, Benedetto indossa paramenti di tipo tradizionale con l’obiettivo di rivitalizzare la Chiesa, preservare la sacralità del culto ed evitare l’erosione dei valori cristiani in Occidente: «È chiaro […] che la scristianizzazione dell’Europa progredisce, che l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società. Di conseguenza la Chiesa deve trovare una nuova forma di presenza, deve cambiare il suo modo di presentarsi» (Benedetto XVI, a cura di Peter Seewald, Ultime conversazioni, Garzanti, Milano 2016). Il significato simbolico delle sue scelte è duplice. Da un lato, egli vuole dare valore a ogni elemento della liturgia, nel senso spirituale del termine: «Il fatto che stiamo all’altare, vestiti con i paramenti liturgici, deve rendere chiaramente visibile ai presenti e a noi stessi che stiamo lì “in persona di un Altro”. […] [Ciò significa] “rivestirsi di Cristo”, parlare ed agire in persona Christi» (Benedetto XVI, Santa Messa del crisma. Omelia di Sua Santità Benedetto XVI, Vatican.va, 5 aprile 2007). Dall’altro lato, il richiamo alla tradizione favorisce un’identificazione ecumenica, poiché il recupero di forme rituali condivise, come l’abbigliamento liturgico, crea continuità simbolica con altre Chiese cristiane, in particolare quella ortodossa.
Coerentemente con tale logica, il Pontefice promuove anche il recupero del latino come lingua liturgica. Per esprimere l’unità della Chiesa, ne raccomanda l’utilizzo durante le grandi celebrazioni, nella recita delle preghiere più comuni e nel canto gregoriano, esortando i seminaristi a conoscerlo, a celebrarne l’uso e a trasmetterne il significato ai fedeli. Per recuperare il senso della liturgia ripristina la somministrazione della Comunione in bocca e in ginocchio nella liturgia papale e per motivazioni di carattere pastorale e teologico invita i sacerdoti a celebrare la liturgia ad orientem, ossia dinanzi all’altare, rivolti nella stessa direzione dei fedeli. Anche l’altare e il trono papale vengono ricollocati al centro della scena liturgica, al fine di sottolinearne la centralità simbolica.

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Missione ad gentes: la performatività dei gesti e delle scelte di Francesco
Il pontificato di Francesco, al contrario, si distingue per una forte carica simbolica che riflette uno stile pastorale ostinatamente sobrio. Per ciò che concerne l’abbigliamento, nonostante erediti l’intero guardaroba papale dei predecessori, egli sceglie quasi sempre di indossare una semplice talare bianca e le sue scarpe ortopediche nere, evidenziando così la sua volontà di presentarsi come servus servorum Dei. Dopo l’elezione utilizza il pulmino dei Cardinali per tornare in albergo, paga di persona il conto lasciato in sospeso lì dove ha alloggiato durante il Conclave, si rifiuta di sedersi sul trono per ricevere l’obbedienza dei Cardinali e decide di risiedere a Santa Marta, piuttosto che nella residenza papale a lui dedicata. Gesti come il rifiuto di avere un assistente personale o un portaborse incaricato di aprirgli lo sportello dell’automobile costituiscono segnali performativi di un preciso stile pontificale, veicolando il messaggio secondo cui il potere non si esprime nel dominio, bensì nel servizio agli altri (cfr. Dario Edoardo Viganò, La predicazione di papa Francesco, in Andrea Riccardi (a cura di), Il cristianesimo al tempo di papa Francesco, Laterza, Roma-Bari 2022).
È anche estremamente simbolica la scelta di celebrare la messa in luoghi non convenzionali per evidenziare come la Chiesa sia protesa verso gli emarginati. Nel primo viaggio al di fuori dei confini vaticani, Francesco si reca a Lampedusa e lì celebra la messa dinanzi a un altare ricavato da un’imbarcazione impiegata da alcuni migranti per raggiungere l’isola. Nel 2016, invece, officia la messa a Ciudad Juárez, una città di frontiera messicana al confine con gli Stati Uniti nota per la sua violenza e per la concentrazione di migliaia di migranti latinoamericani.
Nel ravvivare i momenti di fede attraverso l’introduzione o il potenziamento di rituali, Bergoglio non privilegia l’aspetto dottrinale, ma orienta la spiritualità cristiana verso le sfide contemporanee: così facendo cerca di trascendere la comunità dei cristiani per rivolgersi anche ai non credenti e mostra come la Chiesa sia capace di adattarsi ai problemi del nostro secolo (cfr. Marco Politi, Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione, Laterza, Roma-Bari 2014). Emblematiche sono in tal senso le Giornate mondiali istituite durante il suo pontificato: nel 2014 istituisce la Giornata mondiale dei movimenti popolari e la Giornata mondiale dei poveri, nel 2015 la Giornata mondiale della preghiera per la cura del Creato e la Giornata internazionale di preghiera e sensibilizzazione contro la tratta di esseri umani, nel 2021 la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani e nel 2024 la Giornata mondiale dei bambini. Questi eventi non hanno solo lo scopo di coinvolgere i fedeli, ma anche quello di mobilitarli. In genere, le Giornate mondiali della Chiesa cattolica includono iniziative di sensibilizzazione e di beneficenza – per esempio, durante la Giornata mondiale dei poveri molte parrocchie organizzano raccolte di cibo e denaro da destinare ai senza dimora – e ottengono un’importante copertura mediatica: usualmente le agenzie di stampa come Associated Press e Reuters coprono il discorso del Pontefice, mentre altri media evidenziano le citazioni che affrontano questioni sociali o politiche di rilevanza e le integrano con analisi approfondite.
Particolarmente significativa è la benedizione Urbi et Orbi del 2020 e la Via Crucis al Colosseo del 2022: anche in queste occasioni il Pontefice unisce un tradizionale rito cristiano con un momento di riflessione sulle questioni contemporanee. Il 27 marzo 2020, egli decide di tenere una benedizione apostolica in una Piazza San Pietro completamente vuota a causa delle restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19. Le fotografie che lo ritraggono da solo durante questa cerimonia religiosa diventano celebri in tutto il mondo e l’evento, trasmesso sia in diretta televisiva sia in diretta streaming, è seguito solo in Italia da oltre undici milioni di persone. Simboliche sono anche le scelte che vengono fatte durante la celebrazione: il Pontefice non raggiunge il leggio da dentro San Pietro, ma dall’esterno, come un normale visitatore, e non si protegge dalla pioggia durante il suo percorso. La vasta copertura mediatica è attribuibile non solo alla straordinarietà dell’evento, ma anche alla forza simbolica con cui il Papa riafferma la leadership morale della Chiesa nei momenti di crisi. Il 15 aprile 2022, invece, egli ripristina la Via Crucis dopo la pandemia. Per l’occasione modifica una parte del testo della cerimonia per adattarlo agli eventi della contemporaneità, fa portare la croce a una donna ucraina e a una russa e si fa accompagnare dalle famiglie, discutendo ad ogni stazione della processione i problemi che esse devono affrontare nella vita di tutti i giorni.

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Tra sobrietà e tradizione: i primi gesti simbolici di Papa Leone XIV
Nonostante il pontificato di Papa Leone XIV sia iniziato da poco tempo, si possono già cogliere alcuni segnali simbolici significativi nel suo stile pontificale, che suggeriscono la direzione che intende imprimere alla Chiesa. Per esempio, la scelta del nome pontificale richiama immediatamente la figura di Papa Leone XIII, Pontefice noto per il suo impegno sociale, di cui l’enciclica Rerum Novarum, da lui emanata, è l’emblema principale. In tal senso, il nome scelto da Prevost potrebbe indicare l’intenzione di proseguire lungo la linea del dialogo tra Chiesa e società, con particolare attenzione alle questioni sociali e ai diritti dei lavoratori.
Sin dalle sue prime apparizioni pubbliche, inoltre, l’attuale Papa opta per un abbigliamento sobrio, ma tradizionale: la scelta di indossare la mozzetta rossa, assente nel pontificato francescano, ma presente in quello benedettino, potrebbero segnalare un desiderio di equilibrio tra semplicità e solennità. L’uso di una croce pettorale non eccessivamente elaborata, seppur ricca nei dettagli, sembra voler indicare una Chiesa che mantiene la sua dignità istituzionale senza rinunciare alla prossimità al popolo. In definitiva, i primi gesti simbolici di Papa Leone XIV sembrano voler inaugurare un pontificato all’insegna del dialogo, della sobrietà e della continuità con alcune delle grandi eredità del passato, in particolare nel campo dell’impegno sociale. Ma saranno i prossimi passi a confermare se questo equilibrio tra tradizione e rinnovamento diventerà il tratto distintivo del suo magistero petrino.

Tornando a Papa Benedetto XVI e Papa Francesco, entrambi attraverso scelte simboliche profondamente divergenti ma ugualmente intenzionali, mostrano due vie complementari per rendere visibile l’invisibile: il primo attraverso il recupero della tradizione liturgica, il secondo mediante gesti di rottura e prossimità. In entrambi i casi, il simbolo si conferma strumento centrale di comunicazione spirituale e politica della Chiesa. Come Pontefice, Ratzinger restituisce modernità alla tradizione. Per lottare contro il relativismo dei valori e rilanciare la religione cattolica, decide di dare forza ai simboli e ai riti: l’impiego di paramenti liturgici di tipo tradizionale, la celebrazione della messa in latino, la valorizzazione del canto gregoriano sono alcuni dei fattori caratteristici del suo ministero che fanno emergere l’obiettivo di evitare che la secolarizzazione possa provocare un’emorragia inarrestabile di fedeli. Benedetto si impegna per l’unità del cristianesimo europeo nella convinzione che l’ecumenismo sia essenziale per la preservazione della fede. Francesco, invece, presenta uno stile pastorale sobrio, evidente in numerosi gesti simbolici che compie all’inizio del suo pontificato. Per lottare contro il relativismo dei valori e rilanciare la religione cattolica, egli decide di rivitalizzare i momenti di fede mediante l’introduzione o il rafforzamento di alcuni rituali, non ponendo attenzione alla dimensione dottrinale, bensì mettendo in luce i problemi mondiali e le sfide contemporanee da affrontare. Per il Pontefice l’obiettivo più urgente consiste nel ricreare un tessuto spirituale nella società che possa permettere alle religioni di riottenere un peso specifico nella vita pubblica e politica.”

Elogio dell’egregio

Nel mio lavoro estivo di eliminazione di vecchi ritagli di giornale, mi sono imbattuto in un articolo che inizia così:

Immagine tratta da Passeggeri attenti

“In Germania, allora, i disoccupati non erano più di un milione. Un piccolo imbianchino di origine austriaca, Hitler Adolf, lanciò tuttavia un semplice slogan: ≪Un milione di ebrei da una parte, un milione di disoccupati dall’altra. Cacciamo gli ebrei e non ci saranno più disoccupati≫.
All’inizio l’impatto di questo discorso fu trascurabile. In 6 anni, l’aggravarsi della crisi economica lo rese prima accettabile, poi seducente e, infine, realmente praticabile.
Oggi il mondo, è particolarmente l’Europa, sono di nuovo in una fase burrascosa. La crisi che ha colpito duramente i paesi industrializzati non è congiunturale, e cioè occasionale: evidenzia, come negli anni 30, un profondo disagio strutturale. […] Il terreno è arato, fin troppo fertilizzato dal concime della corruzione rampante, e quindi pronto alla semina dei demagoghi. L’Europa è percorsa da cortei di neonazisti e neofascisti in guanti bianchi che ripetono slogan antichi e, piano piano, le loro file si ingrossano. […] Il vento del nazionalismo più gretto fa garrire al vento le bandiere… Alla testa di ogni movimento c’è sempre un aspirante Duce-Führer-Caudillo-Conducatore. Pallida controfigura (per fortuna) di quelli che portavano al macello i loro popoli, sostenendo di averne sposato i sogni, le passioni e le speranze”.

L’articolo ha 27 anni! È del 1992!!! Non so bene il mese perché non è riportato sulle pagine strappate dal mensile “Dimensioni Nuove”. Trovo però interessante il focus successivo sulla demagogia. Lo riporto integralmente (la firma è Effebi) invitando a leggere le parole pensando al mondo contemporaneo dei social e dei tweet.

Nicolò Machiavelli

“Da più di duemila anni (già nel 427 avanti Cristo, un certo Cleone faceva un po’ il Lenin e un po’ il Bossi ad Atene), la demagogia si è dotata di regole, tecniche, parole, temi, metodi che sembrano costanti.
Prima di tutto, il demagogo “parla”. Molto, a lungo e forte. Denuncia, provoca, urla, demonizza e animalizza l’avversario, lo schiaccia sotto il peso di parole ripugnanti, gli ritorce contro i suoi stessi argomenti, usa immagini catturanti e forti, pepate con allusioni volgari e spesso sessuali. Si esprime con slogan che eccitano la folla.
La tecnica è stata teorizzata da Machiavelli e Gustavo Le Bon. Due autori che piacevano moltissimo a Hitler e Mussolini. Dopo aver letto il Principe, Hitler si vantava di essere il miglior il discepolo di Machiavelli. Naturalmente leggeva il libro in modo molto “personale”. In ogni caso, Machiavelli potrebbe essere considerato il primo teorico della demagogia, per alcuni consigli “concreti”:

  1. ≪È meglio provocare timore che amore≫. L’uomo della strada, pensa un buon demagogo, rispetta la forza e la ≪mascolinità≫.
  2. ≪È meglio far colare il sangue dei propri soggetti che toccare i loro beni≫. ≪Gli uomini dimenticano più in fretta la morte del padre che la perdita del patrimonio≫.
  3. ≪Sembrare sempre onesti anche quando si agisce perversamente≫.
  4. ≪La fortuna sorride all’opportunista≫. Un buon demagogo è soprattutto istintivo, ma disposto a spettacolari retromarce.
  5. ≪Tutti i profeti armati trionfano e i disarmati crollano… Bisogna organizzare le cose in modo che, qualora i popoli non credessero più, si possa farli credere per forza≫.
Gustave Le Bon

Gustave Le Bon (1841-1931) ebbe nel suo tempo un’immensa popolarità. Il suo libro Psicologia delle folle, pubblicato nel 1895, fu un best-seller, tradotto in 16 lingue. Le Bon, medico e fisico (Einstein gli scrisse una lettera di congratulazioni per le sue scoperte in fisica nucleare), voleva essere il nuovo Machiavelli. Profetizzava l’emergenza di una nuova potenza politica, sconosciuta e temibile insieme: la folla. ≪Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle è conoscere l’arte di governare≫. Le sue teorie furono studiate, annotate, saccheggiate e messe in pratica da due dei più pericolosi demagoghi del secolo, Mussolini e Hitler. Mussolini ne aveva sempre un esemplare sulla scrivania. Hitler lo ha ricalcato spesso nel suo Mein Kampf. Quali sono le proposizioni di Le Bon (valide ancora oggi) che hanno tanto sedotto i demagoghi?

  1. ≪La folla è dotata di una psicologia sua propria≫. È una affermazione molto pesante, afferma che, assorbiti nella massa, gli individui perdono la loro personalità. ≪Comunque siano gli individui che la compongono≫, scrive Le Bon, ≪simili o dissimili che possono sembrare i loro stili di vita, le loro occupazioni, il loro carattere o la loro intelligenza, il solo fatto che siano trasformati in folla li dota di un’anima collettiva. Sentono, pensano, agiscono in un modo del tutto differente da quello che sentirebbero, penserebbero, agirebbero se fossero isolati≫. 
  2. ≪In una folla, l’individuo regredisce≫. ≪L’individuo inghiottito dalla folla piomba ben presto in uno stato particolare, che si avvicina molto allo stato dell’ipnotizzato nelle mani del suo ipnotizzatore… Nella folla, l’uomo discende parecchi gradini nella scala della civiltà. Isolato, è forse un individuo colto; nella folla, è un istintivo, di conseguenza un barbaro≫. Nella folla emergono i residui ancestrali che formano l’anima della razza. La folla ridiventa una tribù che smania di dissotterrare l’ascia di guerra.
  3. ≪La folla è estremista≫. Le folle conoscono solo sentimenti semplici ed estremi. Il loro modo di vedere è determinato dalla suggestione, non dal ragionamento: lo accettano o lo rifiutano in blocco, lo considerano verità assoluta o errore non meno assoluto. La folla è arbitraria e intollerante. L’individuo può accettare la contraddizione e la discussione, la folla non li sopporta mai. Qui Le Bon enuncia quattro principi che saranno ripresi, dopo di lui, dai demagoghi, ma anche dalla pubblicità commerciale (e dalla propaganda politica). Per sedurre la folla bisogna:
    – prima esagerare
    – poi affermare
    – quindi ripetere
    – infine ≪mai tentare di dimostrare qualcosa con un ragionamento≫.
  4. ≪La folla pensa per immagini≫. Le folle sono come dei primitivi, come dei bambini. Sono colpite dalle leggende, dal lato meraviglioso degli avvenimenti. ≪Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle è conoscere l’arte di governare≫.
  5. ≪La folla vuole dei sogni≫. ≪le folle non hanno mai sete di verità≫: chi le sa illudere le può manovrare.
  6. ≪La folla reclama un padrone≫. È il principio che più ha impressionato Hitler e Mussolini. ≪Appena alcuni esseri viventi sono riuniti, si pongono istintivamente sotto l’autorità del capo, cioè di un conduttore. La folla è un gregge che non sa stare senza un padrone. Le simpatie delle folle non sono mai andate ai capi bonari, ma ai tiranni che le hanno vigorosamente dominate≫.

In questo mare aperto, i demagoghi sguazzano senza ritegno, puntando al massimo effetto. Denunciano la decadenza (sempre), la corruzione (degli altri), la presenza del diavolo, l’infiltrazione straniera, brandiscono le folgori dell’Apocalisse e annunciano la fine del mondo. Vedono scandali e complotti dappertutto. Spiegano in modo semplice tutto l’universo. Nel 1910, in Francia Drumont spiegava che gli ebrei erano responsabili della crescita della Senna. Recentemente (siamo nel 1992, ndr), L’Humanité, giornale del Partito Comunista francese, ha affermato che, se i francesi avessero approvato il Trattato di Maastricht, i bambini di 13 anni sarebbero tornati nelle miniere e gli anziani sarebbero stati deportati in Portogallo.
I demagoghi semplificano tutto: ≪Un milione d’immigrati significa un milione in più di disoccupati≫, ≪Se eliminiamo tutti i ricchi non ci saranno più poveri≫, ≪Pagano sempre gli stessi≫.
Fanno credere di avere la bacchetta magica per risolvere in un colpo tutti i problemi (basterebbe rileggere le promesse di Collor De Mello ai brasiliani, di Menem agli argentini o anche i discorsi di Perot nella recente campagna presidenziale americana). I demagoghi si dichiarano sempre solidali con la gente, raccolgono così tutti gli scontenti, ai quali indicano di solito il nemico da combattere. E, oggi, hanno uno strumento formidabile in più: la televisione. Attraverso la telecamera possono “ipnotizzare” le folle anche con minor impiego di fiato e meno spostamenti. Una difesa contro la demagogia non è sempre facile; spesso la gente si fa trovare con le difese abbassate. Primo Levi ha scritto: ≪Una grande lezione di vita è che gli imbecilli qualche volta hanno ragione. Ma non bisogna abusarne. Si chiama demagogia l’arte di abusarne≫. Forse dobbiamo riconquistarci l’attributo di egregio. Significa “fuori dal gregge”. Appunto.” 

Aspettando Patti Smith

Premessa: la prossima settimana nella scuola in cui insegno ci sarà un incontro con Patti Smith (abbiamo un indirizzo musicale). Oggi alle 12.00 una delle mie quinte mi ha chiesto: “Prof, ci permette di andare? Ci accompagna la prof. di tedesco!”.
E’ stato lì che ho deciso di mandare a monte la lezione sulla globalizzazione che avevo preparato e di cogliere l’occasione per leggere un mio breve post di due anni fa e soprattutto un articolo di Max Granieri del 2012 dal titolo “Patti Smith: la sgraziata forma del rock”. Lo riporto qui integralmente:

La mia missione è comunicare, svegliare la gente. E’ dare la mia energia e accogliere la loro. Siamo tutti coinvolti e io parteciperò emotivamente, in quanto lavoratrice, madre, artista, essere umano, con una voce. Abbiamo tutti una voce, abbiamo la responsabilità di esercitarla, di usarla”. E’ il manifesto musicale e politico di Patti Smith, poetessa del punk rock newyorkese, affisso nel film Dream of Life di Steven Sebring, edito da Feltrinelli. Le sue liriche sono segnate da un primordiale istinto alla sopravvivenza morale e civile.
Una mostra visitata a Liverpool qualche anno fa, dedicata alle influenze sociali del punk britannico nell’era di Margaret Thatcher (primo ministro inglese dal 1979 al 1990), fece traslalire di gioia. Pensai, allora: “Qualcosa di buono hanno combinato i punker…”. In realtà, fu Patti Smith a sdoganare il punk dal bluff dei Sex Pistols e dal snobismo dei primi Police, a vestirlo d’uno status intellettuale che lo avvicinasse al blues e al jazz. Merito dei suoi continui riferimenti letterali nei testi, quella poesia urlata in faccia ai potenti, voce di tutte le comunità ai margini, calpestate nei loro più elementari diritti. Lei incarna la protesta e la rabbia del punk, una voce sgraziata che grida nel deserto del mondo.
In “Dream of life”, Patti apre la porta di casa per fare entrare più gente possibile, incurante della presenza dello spettatore nelle sue stanze, dove canta e sogna, recitando a memoria versi di poeti. Canticchia un brano di Fabrizio De Andrè, “Amore che vieni Amore che vai”. Il filmato è privo di una storia. Ci si aspetta di vedere John Cale (produttore sapiente della Smith), un parallelismo con Jim Morrison, qualche riferimento alla collaborazione con Jeff Buckley (prestò la voce in Beneath The Southern Cross e suonò in Fireflies, canzoni dell’album Gone Again). Nulla di tutto ciò.
Il disordine regna nella sua abitazione, come nella visione del film. Patti Smith vuole un contatto immediato con chi la guarda, specie se parte di una nuova generazione, la sola capace di sollevare il mondo e cambiarlo. Lo fa intendere, citando Walt Whitman: “Giovane poeta che tra cent’anni vivrai, io scrivo per te. Sto pensando a te mentre osservo questo fiume, sto pensando a te, giovane poeta non ancora nato, mentre osservo il cielo”. Un riferimento importante è lo scrittore Allen Ginsber, esponente della Beat Generation, oltre a William Burroughs e Bob Dylan. Nell’album Peace & Noise, c’è Spell, versi in musica di un poema assai discusso di Ginsberg, “Howl” (L’urlo). Il brano chiude il dvd, con Patti Smith che cammina per le strade della città santa, Gerusalemme:
Il mondo è santo, l’anima è santa
La pelle è santa
Tutto è santo, tutti sono santi…
Ogni giorno è un’eternità
Ogni uomo è un angelo…
Il pazzo è santo, come tu, anima mia, lo sei
La poesia è santa, gli ascoltatori sono santi
San Pietro, San Allen, San Salomone, San Lucien,
San Kerouac, San Huncke, San Burroughs, San Cassidy
Santi gli sconosciuti dannati, i mendicanti dolenti
Santi gli orribili angeli della terra…
Appare insieme a Sam Shepard, suo vecchio amico, celebre drammaturgo e attore americano (coautore con Dylan di Brownsville Girl). Patti Smith siede su un piccolo baule del sedicesimo secolo. Dietro, una statua del bambino Gesù. Sul muro una foto di Gandhi e un santino più piccolo, l’immagine della Sacra Sindone. Simboli di un misticismo tangibile e familiare all’artista, visibile non solo nell’arredamento spartano. La poesia di Patti Smith è figlia dell’esperienza religiosa: c’è la dannazione, la catarsi e la redenzione, la tensione verso Cristo, Buddha e Arthur Rimbaud.

Prima di diventare un filmato (forse il modo migliore per definire il dvd), “Dream of life” è stato un disco. E’ il 1988, anno del ritorno sulle scene, dopo un lungo periodo di silenzio. Riesplode la rabbia di Horses, il suo primo album, ma in maniera più matura e controllata. Pesa ancora la morte del marito Fred Sonic Smith, del fratello Tod, la scomparsa di altri suoi collaboratori, il musicista Richard Sohl e il fotografo Robert Mapplethorpe, cui dedicherà una raccolta di poemi intitolata “The Coral Sea”. I primi minuti del dvd sono un elogio funebre a chi non c’è più nella sua vita. Lo aveva già fatto in Wave, album che commemora il marito, lui che riuscì a dare un’anima musicale alle sue parole. Gli insegnò a suonare la chitarra, il tempo di imparare pochi accordi, appena cinque. Per poi accompagnarlo fino al cancello del paradiso e cantargli in Frederik:
Hi hello
Wake from thy sleep
God has given your soul to keep
all of the power that burns in the flame
ignites the light in a single name…

Il messaggio del film (ostiniamoci a definirlo così) è comunque positivo: “fantastico essere vivi”. Lo dichiara la stessa Smith durante la presentazione alla stampa italiana del dvd, lo scorso febbraio, in una libreria a Roma. “Il film nasce dopo alcuni lutti in famiglia e tra amici. Dovevo andare avanti. Continuare a badare ai miei bambini. Creare. Comunicare alla gente”. “Il messaggio è che non importa quanto soffri, devi essere felice perché vivi e sopravvivi”. Una vera resurrezione, dopo un lungo Venerdì Santo.
C’è un album che testimonia la rinascita di Patti Smith: Easter (Pasqua). Insieme al successivo Wave, segna la fine di anni orribili, causati dalla morte e dal pessimismo delle precedenti produzioni, specie Radio Ethiopia.
Dischi che cantano un rinnovamento umano e spirituale fondato sul cristianesimo cattolico. Patti rimane affascinata da Giovanni Paolo I, dalle sue uscite pubbliche, dal suo sorriso, da un’affermazione attribuita al Pontefice: “Per me la musica è una riconciliazione con Dio”. Quell’espressione – racchiusa in una foto all’interno del disco “Wave” – scioglie il cuore di Patti Smith, figlia di una testimone di geova. Lei così confusa e lontana dal trascendente, senza più un marito da amare, ma con Gesù che si trasfigura in Albino Luciani.
A lui scrive, in una nota di copertina: “Caro Papa, è passato molto tempo da quando ci parlammo. Qui è come una triste bicicletta, passata da queste parti. Il mattino è la ruota, in qualche modo dobbiamo farla girare! E mentre gira, quando dobbiamo fermarla?”. E’ grata al Papa per quanto offerto nel suo breve pontificato, maliconica perché costretta a sopportare il vuoto di un’assenza, ancora una volta.
In “Easter” si sentono le campane suonare in segno di festa, quelle che scandiscono la domenica di resurrezione. E’ ormai lontano quel grido blasfemico cantato in Gloria (album Horses, cover di Van Morrison): “Gesù è morto per i peccati di qualcun altro, non per i miei. I miei peccati sono solo miei: mi appartengono”.
Jesus died for somebody’s sins, but not mine”

https://www.youtube.com/watch?v=xxygqSTO1lQ

Nelle note di copertina, cita San Paolo apostolo: “I have fought a good fight, I have finished my course…” (2 Timoteo 4,7). La morte torna d’attualità nei testi di Patti Smith. Per risorgere, bisogna prima patire e morire. Passaggi obbligati, e lo scrive nel testo di “Easter”:
Recintando difendendo le lenzuola di carne
avvolgendo e legando e poi il riposo.
Secondi di attesa in attesa del dolore
lamentando, esalando. Passato attraverso la stranezza.
La morte è una danza. Un ballo.
Un guanto, un’estensione di totale abbandono nell’amore.
Privilege è la canzone simbolo del principio cristiano della sua resurrezione, ispirata al Salmo 22: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare…
Patti Smith proclama la prima parte del salmo in modo solenne:
The Lord is my shepherd
I shall not want
He maketh me to lie down in green pastures
He leadeth me beside the still waters
He restoreth my soul
He leadeth me through the path of righteousness for His name’s sake
Yea, though I walk through the valley of the shadow of death,
I will fear no evil, for Thou art with me
Trasforma il palcoscenico in un’aula liturgica, da vera sacerdotessa del rock. Il brano trasuda speranza e liberazione e si conclude con la seconda parte del salmo 22:
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

Patti Smith continua a stare lì sopra, su ogni palco del mondo, con una gran voglia di combattere per sè e per gli altri. Alza la voce, prega, piange, sputa – nel senso letterale del termine! L’energia, la forza del suo messaggio si estende ai giovani. “Il rock è la voce artistica delle nuove generazioni” sentenzia in “Dream of Life”. “Che si sollevino le nuove generazioni. Sollevatevi, occupate le strade. Credete al cambiamento, il mondo è vostro” tuona in un comizio pubblico, durante una manifestazione anti militarista.
Una pasionaria, l’ultimo baluardo di un movimento musicale che ha regalato al mondo il sogno di un cambiamento radicale, d’una rivoluzione sociale che tarda a realizzarsi. In Memento Mori (album “Piece & Noice”), Patti Smith canta la caducità dell’uomo, la sua fine carnale. Canzone nata dalla visione di un teschio posto alla base di un crocifisso, esposto in una chiesa romana, con su scritto: “Ricordati che devi morire”. Nella tradizione monastica si ripeteva spesso per ricordare gli uni agli altri il senso della vita e l’apertura all’eternità, dopo la morte. Per Patti Smith una cosa non morirà mai, più dell’anima e del corpo: la poesia. Sopravviverà alle leggi del tempo e dello spazio, legando in terra ciò che è di lassù. Un modo punk di continuarsi nella posterità, lasciando traccia di sè ovunque, scrivendo.
Lei è una sognatrice. Con l’illusione del rock e la forza della poesia, il desiderio di Patti è una civiltà più giusta, rispettosa delle differenze, come è scritto nel libro del profeta Isaia (11,6):
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello,
la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un fanciullo li guiderà.
Patti Smith ci sarà sempre, a ricordare ad ognuno che abbiamo il potere di cambiare il mondo. Il potere di sognare e di essere felici. Insieme.
Dove c’erano deserti
ho visto fontane
come crema le acque si ergevano
e noi passeggiavamo lì insieme
senza niente da deridere o criticare
e il leopardo e l’agnello
dormono insieme veramente vicini
Stavo sperando, nelle mie speranze,
di richiamare ciò che avevo trovato
Stavo sognando nei miei sogni… Dio sa
Una vista più pura
mentre mi abbandono al mio sonno
Ti affido i miei sogni
Il popolo ha il potere… Noi abbiamo il potere

L’attualità di Marsilio e Guglielmo

Pesco ancora una volta dal blog di Matteo Andriola. E’ una riflessione su laicità, politica, stato, chiesa, democrazia, potere, rappresentanza a partire da Marsilio da Padova e Guglielmo di Ockham.

guglielmo-dockham_d05ac472cc155cbdab2ad35f08d97832Seppur con le dovute cautele del caso, il dibattito relativo alla natura del potere spirituale è quanto mai vivo e attuale. In un’epoca come la nostra, preoccupantemente monca di teorie politiche, la questione stuzzica il mio interesse e, senza nascondere le mie perplessità per una figura, quella del pontefice, che ritengo anacronistica almeno nella forma, trovo incredibile che, pur modificandosi nel tempo, il dibattito relativo al rapporto fra potere temporale e potere spirituale abbia mantenuto inalterata la propria vitalità. Soltanto un ottuso potrebbe sostenere che la società sia effettivamente laica, e nella fattispecie, la figura del papa ha consolidato nel corso dei secoli la propria connotazione politica, e in questo senso, con i caratteri che il ruolo stava assumendo, fu molto più coerente Bonifacio VIII di quanto non lo sia stato il casto e puro Celestino V, costretto a gettare la spugna di fronte all’impossibilità di rendere puro un potere oramai vittima di se stesso e dell’imperante corruzione. Ancora oggi, come detto, la querelle relativa agli eventuali limiti del potere spirituale è percepita come straordinariamente attuale, soprattutto in una società che professa laicità senza crederci veramente. Sostengo la laicità dello Stato, ma più mi guardo attorno e meno la scorgo, e per quanto lo si voglia negare, forse oggi più di ieri, il pontefice è un alleato cui pochi si sentono di rinunciare.
Come spesso mi accade, per comprendere il Presente, certo di non sbagliare, attingo al Medioevo, culla naturale di una disputa che ieri toglieva il sonno a Dante Alighieri e che oggi, seppur in maniera diversa, mantiene inalterata la propria vigoria. Due pensatori hanno affrontato la questione con una veemenza che, quasi contraddittoriamente, trova un’incredibile modernità nella propria essenza profondamente Medioevale: Marsilio da Padova e Guglielmo di Ockham. Marsilio decide di incamminarsi su un sentiero piuttosto impervio, ponendosi l’obiettivo di far crollare la pretesa assolutistica di un papato che agli occhi di molti aveva perso notevolmente prestigio. Parallelamente, Ockham contempla addirittura, in maniera certo clamorosa, la possibilità di un papa eretico, giustificando un’eventuale resistenza nei suoi confronti da parte dei fedeli. Secondo Marsilio, la società è il frutto del desiderio insito in qualunque individuo di condurre un’esistenza che meriti essere effettivamente vissuta; dal canto suo, Ockham assume una posizione destinata a suscitare non meno scalpore, sostenendo la possibilità che il potere temporale prevarichi quello spirituale, riconoscendo a un sovrano temporale la possibilità di deporre un pontefice che non si mostri ossequioso verso le Scritture. Contrariamente ad alcune correnti di pensiero che auspicavano l’unione dei due poteri, Ockham, tanto cauto quanto lungimirante, si mostra invece accanito sostenitore della loro divisione, utile a suo giudizio per preservare una sorta di equilibrio bipolare.
I due filosofi, in un moderno quanto sorprendente slancio di inconsueto sapore democratico, sono concordi nel ritenere il popolo quale depositario del potere, ed entrambi accettano il rischio di sostenere una tesi che inevitabilmente avrebbe finito per scontrarsi contro un potere, quello del papa, mai troppo incline ad accettare di essere messo in discussione. A mio giudizio, anche in relazione al tempo in cui vive, Marsilio, individuando la società quale risultato dell’opportunismo dei singoli, è di una modernità sconvolgente nel ritenere che gli uomini si associno soltanto per andare oltre la mera sopravvivenza, tentando così di realizzare appieno le proprie potenzialità. Le contese, di esempi il Medioevo ne offre molti, dominano la società e la pace può essere garantita solo a patto di impedire che ognuno persegua il proprio vantaggio. Solamente le leggi e un “guardiano” in grado di imporle e vigilare sulla loro pedissequa applicazione, possono garantire la sopravvivenza di uno Stato e tali norme, a suo giudizio ritrovano la propria essenza nell’essere imposte con la forza da chi ne ha l’autorità. La loro validità dunque, secondo Marsilio, non dipende da una qualsivoglia subordinazione a un’entità superiore, quanto piuttosto dall’esclusivo fatto di essere emanate correttamente. Chi conosce il Medioevo sa bene che gli slanci democratici erano merce rarissima al tempo, e per questo, che due pensatori concordino nel conferire ai cittadini una responsabilità legislativa, è da considerarsi un defensorfenomeno straordinariamente all’avanguardia. Sia Marsilio che Ockham, infatti, sono in perfetta sintonia nel riconoscere ai cittadini il delicato compito di entrare nel meccanismo legislativo, e laddove il primo sostiene che i sudditi debbano stabilire le normative in grado di regolare la vita della comunità, il secondo, individuando negli uomini il tramite tra Dio e il potere dello Stato, attribuisce ai cittadini la facoltà di assegnare il potere. Anche se Ockham, ritornando parzialmente suoi propri passi, in casi eccezionali contempla la possibilità che il papa destituisca un sovrano temporale divenuto pericoloso, i due pensatori, troppo acuti per cadere in errore, non faticano a riconoscere nel papato una subdola macchina politica e tentano encomiabilmente di riportarlo entro i ranghi attraverso le proprie teorizzazioni. Marsilio infatti, consapevole del fatto che la Chiesa ricorra troppo spesso a Dio come strumento persuasivo, ridimensiona la forza terrena della legge divina, negando che essa possa risultare vincolante nell’esistenza temporale degli individui; essa infatti, per natura eterna e infallibile, non può né potrà mai possedere nel mondo terreno quella forza coercitiva necessaria per renderla effettivamente valida. Il potere spirituale, che né Marsilio né Ockham negano, può trovare la piena realizzazione soltanto esercitando un ruolo per così dire didattico, educando religiosamente i fedeli in maniera non coercitiva.
Testi come il Defensor pacis e il Dialogus, a conti fatti, non meritano di giacere impolverati dimenticati su uno scaffale, ma il loro contenuto, straordinariamente lungimirante, necessita più che mai di una riscoperta in grado di rinvigorirne freschezza e vitalità.”

Un popolo moderno

Sono un follower di Lorenzo Jovanotti su twitter. Oggi pomeriggio ho pescato un suo tt su un articolo scritto da lui e pubblicato su La Stampa, in cui parla del mito e del popolo americano e del senso della modernità. Eccolo.

404231_10151195146504322_346140027_n.jpg“Sto girando l’America in lungo e in largo. Sto seguendo un consiglio che mi ha dato Tiziano Terzani l’ultima volta che ci siamo visti, a casa sua, a Firenze. «Se avessi ancora le forze – mi disse – oggi farei un viaggio nel cuore dell’America, per capire cosa rende quel Paese quello che è, perchè tutto il mondo lo ha adottato come modello di mercato, di politica, di libertà, di cultura. È lì che andrei, Lorenzo», mi disse. Eccomi. Qui la mia musica è piccola e la mia faccia sconosciuta e questo mi permette di confondermi tra la folla, di andare a sentire un concerto nel locale dove – la sera dopo – suonerò io, di attaccare discorso in modo anonimo. Allo stesso tempo sto sperimentando la loro immensa macchina da entertainment, che gira a pieno ritmo nonostante anche qui ci sia la crisi del cinema, della televisione, della discografia. La crisi c’è e la risposta è darsi da fare di più, detto in poche parole. È una grande esperienza. Ogni giorno imparo qualcosa. Sto cercando di capire che cosa, di quello che vedo e respiro, potrebbe servire dalle nostre parti, se esiste qualcosa che potrebbe tornarci utile. Esiste.

La prima cosa: il mito. L’America è il Paese delle contraddizioni, e questa è una bella frase fatta (quale Paese non lo è?). È che qui fanno qualcosa di speciale che li rende quello che sono. O forse la fanno perché sono quello che sono: non perdono occasione per celebrare il proprio stesso mito, in continuazione, all’esasperazione. Intendetemi, non si può liquidare questo parlando di nazionalismo estremo, sarebbe un errore. Si tratta di senso dell’impresa bello e buono, si tratta di continuare a spingere la frontiera in avanti. Tutto quello che nutre la loro stessa contraddizione nutre anche una mitologia. La loro epica è adesso. Gli Stati Uniti sono un Paese in cui si crede che l’epica sia in atto ora, non che sia un racconto di gesta passate, l’epica è oggi, è quella in atto, e scusate se è poco. Tutti partecipano a scrivere questo grosso poema collettivo, dall’homeless al grande tycoon, dal dissidente a quello che espone la bandiera a sostegno dei militari. Il proprio verso del poema se lo scrivono sulla maglietta, anche in senso letterale. Se lo tatuano sulla pelle.

La musica è il mio campo e tendo a trasformarlo in metafora per mille altre cose. Ebbene, questo Paese, il Paese che ha inventato lo star system , il pop di plastica, in realtà si fonda su una visione completamente FOLK della musica e dell’entertainment. L’hip-hop, per fare un esempio, arriva sulle nostre tavole come un prodotto di fabbricazione industriale, quasi fosse una bibita gasata. In realtà qui l’hip-hop è musica folk. E lo stesso vale per il rock, per il jazz, per i dischi di Lady Gaga e dei Green Day. È una musica che rappresenta un’identità di popolo, di una parte di popolo che partecipa a comporre il mosaico. E il mosaico è fondamentale, è ciò che vediamo noi da fuori, perché è quello che si vede quando ci si allontana un po’.

L’altra settimana ho suonato in un festival rock. C’erano centomila persone, ad Austin, tre giorni di musica dalla mattina alla notte. Nel cast c’erano tutti, dalla dance elettronica sperimentale a Neil Young. Ho suonato di venerdì, primo e unico italiano di sempre a salire su quel palco, e mi hanno accolto con la curiosità con cui si guarda passare un camion del circo che trasporta la gabbia della giraffa. Io mi ci sento benissimo a fare la giraffa, non chiedo di meglio, non è questo il punto. Il punto è che sono entrato nel cuore di quel festival, per tre giorni mi sono infangato e ho sentito tutta la loro musica, mi sono guardato intorno come se fossi sbarcato su un pianeta sconosciuto e quello che ho trovato non me l’aspettavo: ho trovato un popolo, nel senso più classico del termine, non in senso etnico, perché la questione etnica la vediamo noi, che guardiamo il mosaico da lontano. Loro SONO il mosaico e ogni tessera percepisce se stessa per quello che è e fa la sua parte. Scrive un pezzo del poema. A questo festival c’erano i tipi con la cresta ossigenata e le signore con la sedia di stoffa portata da casa, insieme nello stesso spazio, e non si davano alcun fastidio, al contrario, scrivevano insieme il poema epico della loro «gens». Esistono una serie di regole fondamentali, riassunte nella loro costituzione, rigide e accettate da tutti. Il resto è folklore, nel senso più avanzato del termine.

Lo ripeto, l’America è forte perché è folk, anche quando suona elettronica o distorta l’america è folk, l’Uomo Ragno è folk, McDonald’s è folk. Quello che per noi è massificazione per loro è esattamente il contrario, e qui c’è da imparare qualcosa di importantissimo, che ci può servire. Ci può servire per guardare oltre, oltre ciò che rischiamo di diventare se non entriamo finalmente nella modernità, la zona in cui non si esiste in misura dell’essere contro qualcosa, ma in misura dell’essere in qualcosa. Il mio viaggio in questo pezzo di mondo è appena cominciato. Anche se qui sono venuto un sacco di volte, è solo lavorandoci che si aprono certe porte, perché è sempre il mercato sulla piazza del paese il luogo dove si percepisce lo spirito che anima i cittadini del luogo. Il commercio e l’amore sono le ragioni per cui la gente si muove, i due grandi motori della conoscenza, sia che si tratti di commercio di frutta e verdura sia che si tratti di canzoni ed emozioni. Tutto quello che non è amore è pubblicità, diceva qualcuno, e aveva ragione. L’America, l’amore e la pubblicità sembrano incontrarsi in un punto che è nevralgico. È il punto in cui si scatenano i venti del nuovo mondo, la frontiera su cui si gioca ancora la scoperta di cosa siamo e di cosa possiamo e vogliamo essere.”