Gemme n° 285

La mia gemma è la frase di una canzone: “e mi ricordo un magico Natale, il nuovo gioco che quasi non volevo toccare ed è così che vedo te”. Lo scorso Natale mi ero appena messo con la mia ragazza e questa frase mi ha fatto pensare a lei.” Queste sono state le parole di L. (classe quinta). Va specificato che la gemma ha avuto questo video come corollario ironico.
Dopo questa gemma, come non riprendere il Talmud? “State molto attenti a far piangere una donna, che poi Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, non dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale… un po’ più in basso del braccio per essere protetta, e dal lato del cuore per essere amata.”

Gemme n° 281

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Come gemma vorrei parlare del compagno di mia mamma, perché per me è come un padre. Da quando lo conosco, cinque anni, è diventato un riferimento importante, più di mio padre col quale ho da poco riallacciato i rapporti. Mi ha sempre dato affetto, mi tratta come fossi sua figlia. E in questi anni ho anche capito che se un genitore si arrabbia con noi, significa che ci tiene. In 5 anni mi ha dato sentimenti e affetto, emozioni, il voler bene e sono tutte cose più importanti di un tablet o di un pc. Su di lui so che posso sempre contare. E’ iperprotettivo con me, gli voglio bene. Il peluche è uno dei primi regali che mi ha fatto. Anche se all’inizio pensavo che volesse rubarmi la mamma, adesso sono convinta che siamo state fortunate a conoscerlo. Posso dire che mi ha cambiato la vita.” Questa è stata la gemma di L. (classe seconda).
Henrik Ibsen affermava che “La vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda sul principio dell’io ti do e tu mi dai”.

Gemme n° 279

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La mia gemma è una frase; l’ho trovata venerdì, giorno del compleanno di mio fratello. Dice: “Due fratelli non sono amici. Sono come rami dello stesso albero, possono divergere con gli anni ma il loro legame sarà eterno”. Penso che sia profonda per chi ha fratelli e sorelle: capita di litigare spesso, poi si torna vicini, si fa pace…”. Così ha parlato A. (classe seconda).
C’è una frase di Dylan Thomas che rende bene l’idea secondo me: “Ha nevicato anche l’anno scorso: ho fatto un pupazzo di neve e mio fratello l’ha buttato giù e io ho buttato giù mio fratello e poi abbiamo preso il tea insieme.”

Gemme n° 277

La canzone è tratta da un dvd sugli Eagles. Hanno attribuito molti significati e soprattutto molti secondi significati a Hotel California (satanici, subliminali…). Per me avrà sempre due significati. Il primo è che evoca il viaggio in California coi miei, il tepore sulla pelle e le stelle. Sembrava di stare in mezzo all’universo. Il secondo significato, più importante, è che si tratta della canzone preferita mia e di mio padre; quando la sentiamo insieme lui si trasforma, la canticchia e mi ha chiesto di tradurla. Mi fa vedere un lato di lui che di solito è nascosto.” Così A. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Penso che i lati nascosti siano alcune delle cose che ci rendono unici; poche persone hanno il privilegio di conoscerli e sono coloro che rispondo al nome di amanti, amici, famigliari…

Gemme n° 270

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La mia gemma è una foto in cui sono con mio fratello appena nato. Per 6 anni avevo chiesto ai miei genitori un fratellino. Adesso magari sono un po’ meno contenta perché dà un po’ di lavoro… ma in quel momento ero la persona più felice del mondo. La prima volta che l’ho preso in braccio avevo paura di romperlo e la maglietta che avevo indosso l’ho tenuta: avrei voluto portarla ma è in qualche baule della soffitta… quindi ho portato la foto”. Questa la gemma di G. (classe quarta).
La bellezza e la capacità talvolta di saper tornare bambini, magari per riuscire a meravigliarsi pienamente, magari per guardare il mondo in modo diverso: “Lasciati guidare dal bambino che sei stato.” (Josè Saramago)

Gemme n° 268

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Arrivo a casa e getto lo zaino per terra, è finita un’altra giornata… “come è andata la visita sportiva xxx, faticato?” è una di quelle domande che fai per educazione, per fare conversazione: tanto l’idoneità la danno sempre, a tutti, sempre.
Mamma è seria, ma non seria da arrabbiata perché la mia camera è un disastro; ha il viso abbattuto di chi si fa un sacco di domande “allora come è andata questa visita?” insisto “Ha la scoliosi, xxx ha la scoliosi”. Aspetta, faccio mente locale, anche yyy ha la scoliosi, ha la schiena un po’ storta ma finisce qui. “Oddio, ma..ma quindi cioè non cambia niente?”. “Il medico non se la sente di darle l’idoneità, bisogna fare altre visite, si vedrà”.
E’ febbraio 2015 quando scopriamo che xxx, mia sorella, ha la scoliosi ossia un problema alla schiena.
È maggio, poche ore e i miei genitori torneranno a casa, con il verdetto, continuerà o no ginnastica?
Peccato, peccato perché c’era dell’altro, molto altro, e io di lì a poco lo avrei scoperto.
Quindi?” scendo in cucina appena sento la chiave muoversi nella serratura.. Ho visto una sola volta papà davvero serio in tutta la mia vita ed è stato quel pomeriggio, non sapevo a cosa pensasse, non capivo perché tanta tristezza nei loro occhi… “xxx deve mettere il busto” arriva fredda come la doccia delle spiagge in estate, dura come lo spigolo del tavolo sul mignolo, è la batosta alla quale non sono pronta, quella che avevo letto sui blog ma avevo ritenuto “casi speciali”, quella che “xxx non metterà mai quella roba, lei è un caso meno grave” e invece no, xxx aveva un inclinazione della colonna vertebrale di già __ gradi, il che era gravissimo.
In 15 anni sono sempre riuscita a schivare le brutte notizie i piccoli problemi che mi si presentavano, ma quella volta era diverso, non c’era il piano B, non c’era un’uscita di sicurezza, era così e basta e a me le cose così e basta non piacevano.
Nelle parole della mamma c’era l’amaro di chi non vuole farsene una ragione, quell’orribile senso di colpa che si teneva addosso, si sentiva responsabile, e poi in fondo c’era la rabbia per non averlo scoperto prima, per non poterlo evitare.
Così salgo in camera, mi chiudo e torno su quel dannatissimo blog, e leggo fino ad aver finito le lacrime, fino ad addormentarmi.
Avete presente gli incubi, quelli in cui ti svegli e capisci che era tutto un sogno, che grazie al cielo era finito tutto? mi sarebbe piaciuto davvero tanto credere che anche quel pomeriggio di maggio fosse solo stato un brutto sogno.
xxx non l’aveva presa male, non le pesava tanto, certo era meglio non averlo ma non aveva pianto, urlato o cose simili, lo aveva messo ed era arrivata a casa con quello che lei ha chiamato jeansetto; è un busto in una speciale plastica leggera color jeans, perché secondo lei è molto più carino e alla moda. xxx lo indossa 20 ore al giorno, ci dorme e soprattutto ci va a scuola, gli amici le hanno fatto mille domande all’inizio, le hanno chiesto di toccarlo e di mostrarlo e lei, lei è spensierata e tranquilla, lo mostra con orgoglio e si diverte pure.
A volte mi capita di pensare a qualcuno che un giorno mi chieda di esprimere tre desideri, me ne basterebbe anche solo uno e sarebbe eliminare questo problema, ridarle la totale libertà.
La cosa che mi fa più male è sentirla dire “questo non lo posso mettere perché si vede sotto il busto” odio sentirla parlare così, non lo merita.
La mamma le ha insegnato che “jeansetto” la rende forte e indistruttibile che si può difendere dagli amici dispettosi, che avrà sempre la pancia piatta e che in inverno non avrà mai freddo. Cose così la rendono forte, le fanno capire che le prese in giro sono inutili.
Il medico disse una cosa quel pomeriggio “la sua vita cambierà radicalmente perché dipenderà totalmente dal busto” una frase così oltre che angosciante è anche totalmente falsa, xxx fa quello che vuole con o senza busto e soprattutto vive come vuole, con o senza busto.
Sono fiera di lei, e non smetterò mai di esserlo, sono fiera per la sua forza, per la determinazione con cui non sgarra, perché se lo tiene un’ora in meno si sente in colpa e soprattutto sono fiera della sua spensieratezza di chi guarda le cose con positività, a lei che è la più grande certezza della mia vita.”

Questa è la gemma con cui A. (classe seconda) ha voluto parlare di sua sorella. E ci ha fatto un grande regalo parlando di coraggio, di paura e di speranza. Sant’Agostino diceva “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”. Anche guardare le cose in modo diverso dal previsto è cercare di cambiarle. E ci vuole coraggio.

Gemme n° 253

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E’ toccato a V. (classe seconda) presentare la prima gemma della sua classe: “Ho portato le mie vecchie punte usate. Da subito volevo metterle perché mi facevano sentire grande. Dopo 9 anni ho smesso danza e queste punte sono un ricordo delle compagne con cui ho instaurato un bellissimo rapporto e pure della maestra, che per me è stata una specie di seconda mamma con la quale potevo parlare di tutto”.
Ho trovato in rete due frasi che desidero lasciare a commento di questa gemma. La prima è di Eleonora Abbagnato: “Da piccola pensavo ad una sola cosa: mettermi le scarpette e danzare. Sapevo che sarei stata circondata dai migliori ballerini, e non mi curavo di nulla all’infuori della danza. Ma crescendo ti rendi conto di cosa hai veramente bisogno.”
La seconda è di Madeleine Delbrêl: “Quando non puoi danzare tu, fai danzare la tua anima.”

Come state?

keep-calm-and-come-stai-6Oggi pubblico il “Buongiorno” di Massimo Gramellini pubblicato su “La Stampa” mettendo in evidenza in grassetto la condizione per me essenziale: “mi interessi”.
Cosa farei se vedessi un uomo sul cornicione di un ponte con i piedi pronti al grande balzo? Jamie Harrington, dublinese di sedici anni, è salito sul ponte, si è seduto accanto all’aspirante suicida e gli ha gettato al collo solamente due parole: «Stai bene?». Per tutta risposta l’uomo si è messo a piangere. In tre quarti d’ora di monologo ha concentrato le miserie di una vita.
La sensazione di essere invisibile, inutile, inadeguato. Jamie gli ha lasciato finire il racconto e poi ha detto: «Stanotte non riuscirei a dormire se ti sapessi in giro da solo per la città. Chiamerò un’ambulanza perché ti porti in ospedale». L’uomo alla deriva si è lasciato trarre in salvo: più per non deludere il nuovo amico che per altro. Si sono scambiati i numeri di telefono. A tre mesi da quella notte lo smartphone di Jamie ha suonato e lui ha subito riconosciuto la voce: «Stai bene? Sono state quelle due parole a salvarmi». «Com’è possibile che ti siano bastate due parole?», gli ha chiesto Jamie. «Immagina se per tutta la vita non te le avesse rivolte mai nessuno».
Stai bene. Nel comunicare col prossimo, persino con le persone amate, si preferisce usarne altre più intrusive. «Come è andata?», «Con chi sei stato?». E quando si chiede a qualcuno come sta è solo per recitare una formula di cortesia che spesso non prevede di prestare attenzione alla risposta. Eppure, se pronunciate a cuore aperto, quelle due parole pare facciano miracoli. L’uomo che voleva togliersi la vita ne ha appena creata una nuova, con la collaborazione decisiva di sua moglie. Dice che aspettano un maschio e che lo chiameranno Jamie.”

La malattia di Lucien

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Mentre leggo appunto a inizio libro il numero delle pagine in cui ho trovato un passo per me rilevante. Poi, con calma, a distanza di tempo, ricopio quelle citazioni su dei quadernetti. Oggi mi sono imbattuto in un passo de “L’eleganza del riccio” che parla di malattia e morte. Sono esperienze sempre fortemente soggettive e il modo in cui le viviamo è condizionato da tantissimi aspetti, dal periodo in cui le si vive, alla frequenza con cui le attraversiamo e così via. Mi sono ritrovato molto soprattutto con le sensazioni descritte nella prima parte.
Nel Natale del 1989 Lucien era molto malato. Non sapevamo ancora quando sarebbe arrivata la morte, ma eravamo legati dalla certezza della sua imminenza, legati dentro noi stessi e legati l’un l’altro da questo vincolo invisibile. Quando la malattia entra in una casa non si impossessa soltanto di un corpo, ma tesse tra i cuori un’ oscura rete che seppellisce la speranza. Come una ragnatela che avvolgeva i nostri progetti e il nostro respiro, giorno dopo giorno la malattia inghiottiva la nostra vita. Quando rincasavo, avevo la sensazione di entrare in un sepolcro e avevo sempre freddo, un freddo che niente riusciva a mitigare, al punto che negli ultimi tempi, quando dormivo al fianco di Lucien, mi sembrava che il suo corpo assorbisse tutto il calore che il mio era riuscito a trafugare altrove.
La malattia, diagnosticata nella primavera del 1988, lo consumò per diciassette mesi e se lo portò via la vigilia di Natale. L’anziana madame Meurisse organizzò una colletta tra gli abitanti del palazzo e in guardiola fu deposta una bella corona di fiori, cinta da un nastro senza nessuna dedica. Alle esequie venne solo lei. (…)
Nessuno considerò la malattia di Lucien una cosa degna di interesse. Magari i ricchi pensano che la gente modesta, forse perché ha una vita rarefatta, priva dell’ossigeno del denaro e del savoir-faire, vive le emozioni umane con scarsa intensità e maggiore indifferenza. Essendo portinai, era acquisito che per noi la morte fosse un evento scontato, nell’ordine delle cose, mentre per i possidenti essa avrebbe rivestito gli abiti dell’ingiustizia e del dramma. Un portinaio che si spegne è un piccolo vuoto nello scorrere della vita quotidiana, una certezza biologica a cui non è associata nessuna tragedia. Per i proprietari che lo incrociavano ogni giorno per le scale o sulla soglia della guardiola, Lucien era una non-esistenza che tornava al nulla da cui non era mai uscito, un animale che, vivendo una vita a metà senza fasti né artifici, al momento della morte doveva senz’altro provare solo un senso di ribellione a metà. Da queste parti, a nessuno poteva mai venire in mente che, come ogni altro, anche noi potessimo passare le pene dell’inferno, e che con il cuore stretto dalla rabbia man mano che il dolore ci devastava l’esistenza, fossimo sopraffatti dalla cancrena interiore, nel tumulto della paura e dell’orrore che la morte infonde in ognuno.”
(Mauriel Barbery, L’eleganza del riccio, Edizioni e/o, Roma 2009, pagg. 65-66)

Gemme n° 246

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Una foto mia e della famiglia: questa è la gemma. E’ una foto vecchia, eravamo appena tornati da una camminata ed è una delle poche in cui siamo tutti insieme. Tengo molto alla foto e alla famiglia: i genitori ti crescono, ti insegnano tutto, ti proteggono. Ho pensato che la gemma non poteva che essere questa”. Questa la gemma di M. (classe quinta).
Scrive Leo Buscaglia in “Vivere, amare, capirsi”: “Anche il concetto di noi stessi – chi siamo – lo apprendiamo soprattutto nella nostra famiglia. Nessuno insegna mai a essere genitori. All’improvviso vi ritrovate con un bambino vostro, ed è fatta. Potete sentire la responsabilità, ma potete filtrarla esclusivamente attraverso ciò che siete. Ecco perché questa mattina ho detto che la cosa più importante è che diventiate la persona più grande, più ricca d’amore del mondo… perché è questo che darete ai vostri figli… e a tutti coloro che incontrerete”.

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E’ un titolo che non attira, che non cattura, quello che ho scelto per questo post. Ma chi frequenta il Liceo dove insegno, capisce.
Domani quinta ora, lunedì prima, mercoledì seconda, giovedì terza. Preferirei non arrivassero. Ci sono alcuni momenti nel mio mestiere che non mi piacciono proprio, anzi, che mi fanno male: quell’Arrivederci mormorato l’ultima volta che esco da una quinta e che invece so bene essere un Addio. E’ senz’altro un momento ricco anche di soddisfazioni, di immagini legate ai cinque anni passati insieme, ai cambiamenti, loro e miei. Mi capita spesso di ripensare alle prime lezioni, nel febbraio del 1998 alle scuole medie di Latisana: tutto preparato nei minimi dettagli, al minuto, persino quando fare una battuta… nulla lasciato al caso… tutto sotto controllo e ben poco naturale, col terrore che qualche alunno alzasse la mano per fare una domanda. Ripenso con un sentimento di tenerezza a quel che sono stato. Ma tornando a quelle quattro ore che mi aspettano, e a tutte le altre volte di questi anni, in quell’attimo in cui do le spalle alla classe ed esco, sento la mancanza di un rapporto che si è costruito; e più avanti vanno gli anni, più è forte quel sentimento che diventa immediatamente nostalgia. E’ vero, dico “arrivederci”: ci si vedrà ancora, durante gli esami, dopo gli esami, in giro, su fb… Ma non posso negare di sentire che è anche un addio a quella classe e a quel gruppo; e ciò indipendentemente dal fatto che siano stati uniti o meno tra loro. E’ semplicemente qualcosa che non ci sarà più e che avverto come qualcosa di mio e che trovo difficile spiegare. Vero, bellissimo, stimolante e affascinante vederli crescere e diventare adulti, però la nostalgia resta. Chi saranno nella loro vita? Chi decideranno di essere? Saranno felici? Realizzeranno le loro aspettative? Faccio un respiro profondo e li accarezzo tutti col pensiero: “Arrivederci”.

Gemme n° 242

Come gemma ho deciso di portare una canzone, “Summertime Sadness” di Lana Del Rey. Nonostante oggettivamente sia una canzone abbastanza triste, soggettivamente è una delle mie canzoni preferite. Nonostante non ami particolarmente Lana Del Rey, questa canzone mi ha colpito profondamente poiché mi ricorda una persona molto importante che è entrata qualche anno fa nella mia vita e mi ha aiutato durante un periodo buio, ovvero la separazione (dolorosa) dei miei genitori. Vedo questa persona pochi giorni all’anno (d’estate) perché abita in un’altra regione ma nonostante questo è più importante di alcune persone che vedo ogni giorno. Questa canzone mi ricorda appunto il periodo estivo e porta con sé una, tutto sommato, dolce nostalgia e malinconia.”
Questa la gemma di J. (classe seconda). Verso la fine della canzone si sentono le parole: “Come alle stelle manca il sole nel cielo del mattino”. Da dove può nascere il desiderio di una luce più grande che oscuri la mia piccola luce? Forse dalla necessità di rischiarare il buio.

Gemme n° 240

Cristina

Anna è la mia migliore amica; ci siamo conosciute 12 anni fa e da allora siamo cresciute insieme. La scuola di musica ci ha fatte conoscere e incontrare. La considero come una sorella, mi sarebbe sempre piaciuto averne una e in lei l’ho trovata: il nostro è un legame molto forte. C’è una frase che ci mandiamo nei momenti tristi: “Ho sempre desiderato una sorella. Poi è arrivata lei e ho capito che non è stato poi così male nascere e crescere figlia unica, perché spesso, il sangue, non riesce a legare due persone come ne è capace il cuore quando invece ha la possibilità di scegliere. Ecco. Io, lei, l’ho scelta”. E’ per questo che tra noi ci chiamiamo sorelle per scelta, e abbiamo anche una canzone che ci unisce”. Questa è stata la gemma di C. (classe quinta).
La canzone di James Blunt citata afferma: “… Io so che tu splendi anche in un giorno di pioggia. Posso trovare la tua traccia che mi guida verso qualsiasi luogo in cui tu sia caduta. Se hai bisogno di una mano da stringere verrò correndo perché io e te cammineremo affiancati fino alla morte. Tu dovresti sapere, noi ci guardiamo negli occhi, nel cuore.” Andare a cercare l’amico quando è in difficoltà ed esserci, magari senza essere in grado di far qualcosa, ma essere lì, a condividere, a respirare la stessa aria.

Gemme n° 238

Avril Lavigne è stata la mia prima cantante preferita e penso che questa sia la sua migliore canzone”. Questa la gemma di M. (classe quarta).
In questi mesi spopola in rete e sulle radio la reinterpretazione da parte di Gianna Nannini di un vecchio successo di Sergio Endrigo che vede proprio la lontananza come tema principale: “Che cos’è? C’è nell’aria qualcosa di freddo che inverno non è. Che cos’è? Questa sera i bambini per strada non giocano più. Non so perché l’allegria degli amici di sempre non mi diverte più. Uno mi ha detto che “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e tu sei lontano, lontano da me. Per uno che torna e ti porta una rosa, mille si sono scordati di te… Ora so che cos’è questo amaro sapore che resta di te quando tu sei lontano e non so dove sei, cosa fai, dove vai. E so perché non so più immaginare il sorriso che c’è negli occhi tuoi quando non sei con me. Lontano dagli occhi…”. Vada per Sergio Endrigo.

Gemme n° 236

Ho portato un video ambientato a scuola con un prof che cerca di tener uniti tutti gli alunni senza distinzioni, con il coinvolgimento di alunni diversamente abili”. Così P. (classe quarta) ha introdotto la propria gemma.
Due sono le cose che mi hanno colpito guardando il video. La prima è che sembra che ognuno abbia dato il proprio contributo sentendosi parte di quello che sta facendo. Prese singolarmente le sequenze non hanno molto senso, ma viste nell’insieme hanno tutt’altro peso. La seconda è la modalità con cui sono fatti questi video, la cui diffusione è esplosa in questi ultimi anni. I protagonisti generalmente camminano in avanti, procedono e noi non riusciamo a intravvedere la strada che li attende. Non sappiamo dove stiano andando: loro vedono, mentre noi indietreggiamo guardandoli. Il loro futuro è proiettato alle nostre spalle. Siamo noi a temere, molto più di loro. Ci dobbiamo fidare, come alla fine ha fatto questo padre nei confronti del figlio. Invito a leggere il breve scambio, poi dico di chi è il padre (e quindi il figlio).
– Dove sei stato?
– Con Dave, Adam e gli altri.
– Ancora con questo gruppo?
– Sì, perché?
–  Non ti porterà da nessuna parte, lo sai meglio di me.
– Vedremo. Vedremo, papà.
– Stai perdendo il tuo tempo, Paul. Fai come Norman, cercati un lavoro, guarda gli annunci. A Dublino qualcosa si trova.
– Questa cosa con la band potrebbe farci guadagnare dei soldi.
– Un lavoro vero, intendo. Che razza di mestiere è quello che fareste voi, eh?
– Suonare. Lo fanno in tanti in città.
– Lascialo fare agli altri, allora. Senti Paulie, lo fai un patto con me?
– Che tipo di patto?
– Ti do un anno di tempo. Puoi stare a vivere qui ancora un anno, ma se alla fine di quest’anno non hai trovato un lavoro, beh, allora te ne devi andare.
– Mi sta bene.
E’ un dialogo tra Bob Hewson e suo figlio Paul David Hewson, in arte Bono, leader degli U2 (Da “U2. The name of love” di Andrea Morandi).

Gemme n° 232

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Si è avvicinato alla cattedra con una insolita insicurezza, quasi fosse il corpo a borbottare, con un foglio in mano. “Ho portato come gemma una specie di lettera, trovata su tavolo della cucina la mattina del mio 18° compleanno. Di solito sono io quello che si sveglia per primo e che “apre” la casa, ma quella mattina qualcuno mi ha anticipato scrivendomi questo. Prof, le chiedo di leggere perché non penso di riuscire ad arrivare in fondo.” Ho proceduto con la lettura. “La lettera è di mia sorella. E’ una prima lezione di vita, datami da chi ha più esperienza e penso sia preziosissima. Per certi aspetti è il regalo più importante che abbia ricevuto”. Questa la gemma di F. (classe quinta).
Anche io, come F., ho una sorella più grande. Penso che, se ben costruito, sia uno dei rapporti più inossidabili, sinceri, tenaci, complici che ci possano essere, vuoi per la consuetudine, per la convivenza, vuoi per l’essere carne della stessa carne. Una grande, enorme fortuna.

Gemme n° 229

SoniaNon sapevo cosa portare come gemma; ho pensato che la mia famiglia è la cosa più importante che ho, ma non mi andava di portare la foto di qualcuno. In realtà una parte della famiglia è nelle Marche: da piccoli mio fratello ed io passavamo 1-2 mesi là. Le Marche sono associate all’estate. Quando siamo qui ci mancano quei parenti e sentiamo il bisogno di andarci. Ho allora portato delle foto per simboleggiare questo pezzo di famiglia”. Questa la gemma di S. (classe quinta)
Diceva Arthur Schopenhauer: “La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti all’occhio li ingrandisce al pensiero”.

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Gemme n° 217

Il mio cantante preferito è Vasco, in particolare due sue canzoni mi legano a due figure fondamentali. A mio padre è legata “Un senso”, mentre a mio nonno “Vivere”. Ho scelto di portare quest’ultima, perché dice che nonostante le difficoltà le cose si risolveranno e si riuscirà ad andare oltre. Mio nonno è morto da 6 anni e cantavamo spesso questa canzone.” Questa la gemma di A. (classe quarta).
La vita la puoi subire o la puoi dominare” afferma Vasco parlando di questa canzone. Si può vivere o sopravvivere; certo, dipende dalle dinamiche, da quello che succede, dalla vita stesso. L’unica possibilità che a volte è data all’uomo è il come esserci.