Francesca Pacini, per Osservatorio Iraq Medioriente Nordafrica, intervista l’imam della Moschea Blu. “Eccomi di nuovo a Istanbul, di nuovo nella Moschea Blu. All’interno c’è una stanza, un piccolo studio, in cui Ishak Kizılaslan, l’imam, accoglie gli ospiti. Ci siamo conosciuti qui, esattamente un anno fa. Abbiamo parlato di Islam, di fede, di ponti e di barriere. Stavolta, gli ho chiesto un’intervista ufficiale. E lui, con il suo solito garbo, ha acconsentito.
Lo spazio è molto curato. C’è una scrivania al centro e ai lati due divanetti. Intorno, nella stanza, libri ovunque: negli scaffali e sul tavolo. Questo posto è frequentatissimo dai turisti che cercano informazioni. Infatti, appena mi siedo arriva un gruppo di ragazzi. Fra loro un tedesco, un ragazzone alto e goffo, piuttosto robusto, con due occhi grandi e buoni. “Voglio diventare musulmano, che devo fare?” chiede in inglese all’imam. È imbarazzato. In realtà trovarsi al cospetto di un imam suggerisce un timore reverenziale un po’ in tutti gli stranieri che si affacciano lì, su quella stanza. Una specie di pudore misto a un pizzico di diffidenza che però, dopo le parole calde, accoglienti di Ishak, si trasforma subito in serenità.
“Non devi fare nulla di speciale”, gli risponde Ishak, con il suo inglese perfetto, spiegandogli che non ha bisogno di cerimonie particolari, né di chissà quali testimoni. Deve rivolgersi ad Allah, e confidargli la sua intenzione. Il ragazzo è sorpreso “Tutto qui?”. Si rivolge ad Allah davanti a noi tutti, si commuove. Ishak lo abbraccia, si fa fare una foto con lui. Poi gli chiede se ha pensato a un nome. No, non ci ha pensato. “Ti piacerebbe Hamza?”. Hamza, lo zio di Maometto. “Hamza…” ripete più volte il giovane il ragazzo. Poi annuisce. Sì, gli piace. Con il suo cellulare, Ishak si fa fotografare insieme ad Hamza- Altri abbracci fraterni, sorrisi e saluti.
Quando rimaniamo soli, mi sorride. Ora possiamo procedere con l’intervista. Vorrei parlare un po’ delle barriere che separano l’Islam dal mondo occidentale, e provare a vedere se ci sono invece dei ponti…
Sono musulmano. Nella mia religione, Allah è il padrone di tutto. Lui ci ha creato. Musulmani o non musulmani, siamo tutti esseri umani. Allah ci invita a seguire il Corano. Ci sono milioni di persone che seguono diverse religioni, e l’Islam ci chiede di stabilire buoni rapporti con tutti. Siamo tutti servi di Allah. Viviamo tutti in questo stesso mondo. Prima di raccontare cosa accade nel mondo musulmano oggi, dobbiamo pensare al Corano come alla parola di Allah. Qual è l’approccio dell’Islam, ad esempio, all’omicidio? L’Islam ci chiede di uccidere? No. Allah dice che uccidere un innocente è come uccidere tutti gli esseri umani. Ci sono solo alcune eccezioni, come davanti a un attacco nemico. In quel caso, abbiamo il diritto di difenderci, e difendere il nostro paese. Altrimenti, dobbiamo stabilire sempre buoni rapporti l’uno con l’altro.
Dobbiamo imparare a conoscerci. Cos’è l’Islam? Cos’è il cristianesimo? Cos’è il giudaismo? Cosa rappresentano, oggi? Cosa succede, nel mondo moderno? Tutte le religioni hanno gli stessi problemi. La gente oggi le abbandona, diventa atea. Cosa direbbe agli occidentali che criticano l’Islam? Quelli che lo giudicano troppo conservativo, non rispettoso dei diritti delle donne, che non possono scegliere, non possono vivere la vita che vogliono. È un argomento molto importante che divide musulmani e non musulmani…
Hai perfettamente ragione. Prima di tutto, farò del mio meglio per rispondere basandomi sul Corano. Tutte le mie risposte sono basate sul Corano. In una sura (Il Corano è diviso in sure, ndr), Allah ci dà indicazioni al riguardo. Tutta l’umanità è qualcosa di bello e prezioso. Abbiamo tutti genitori diversi, apparteniamo a differenti nazioni e tribù. Dobbiamo imparare a conoscerci.
Ad Allah non importa nulla delle nazioni, o dei generi di appartenenza. A lui importa della nostra fede, di come viviamo. Non abbiamo creato noi stessi come uomini o donne, è Allah che ci ha creato. Ha creato te, e ha creato me. Essere uomo o donna non dà nessuna superiorità all’uno o all’altro.
L’Islam non dice mai nulla sulla discriminazione tra uomo e donna. Vuole che la donna sia una donna, e l’uomo un uomo. Cosa significa? Ci sono diverse responsabilità nella nostra comunità per gli uomini e le donne. Perché? A causa della loro diversa natura. Io ho la barba, i baffi. Le donne sono molto più belle. E Allah vuole che abbiamo tutti cura di noi stessi. Nell’Islam ci sono indicazioni per le donne, che devono coprirsi ad eccezione del volto e dei piedi. Ma non devono coprirsi davanti ai parenti e familiari. All’uomo spetta la cura economica della famiglia. Non è una responsabilità data alla donna. Io ho una moglie e tre bambini. Mettiamo che mia moglie sia ricca. Non deve spendere i suoi soldi per la famiglia. Quella responsabilità è sulle mie spalle. L’adulterio è vietato. Allah non vuole che facciamo sesso con altri, vuole che proteggiamo noi stessi e la nostra famiglia.
L’Islam dà diverse indicazioni a uomini e donne. Ma non c’è nessuna superiorità: le donne non sono né inferiori né superiori. Alcuni si spaventano vedendo le notizie dei media, che mostrano ragazze uccise dai genitori solo perché escono con un ragazzo che a loro non piace, che magari appartiene a un’altra cultura, un’altra tradizione. Leggono di ragazze uccise solo perché volevano indossare abiti occidentali…
In Turchia milioni di famiglie non si comportano così. Ma alcuni personaggi, molto potenti, vogliono mettere barriere tra l’Islam e l’Occidente. Questi fatti non appartengono alla maggioranza, centinaia di esempi non rappresentano le migliaia di famiglie che si comportano diversamente. Ho quarant’anni e non ho mai sentito di un fatto del genere intorno a me. Se uno va lontano, nei villaggi sperduti, allora ci si può imbattere in casi simili… E che mi dice delle spose bambine? Ragazzine obbligate a sposarsi, magari con uomini anziani?
Su un milione, non sono neanche un centinaio. Un centinaio di casi, nuovamente, non rappresentano la totalità. La gente sbaglia sui musulmani. Gli occidentali criticano l’Islam. Se chiedi a un musulmano, però, ti dirà che i problemi sono causati da altri. Oggi nei paesi musulmani ci sono moltissime guerre. Chi le ha causate? C’è la complicità di americani, europei. Cosa pensano, gli italiani, delle migliaia di musulmani assassinati? Migliaia, ripeto. Non centinaia, migliaia. In Afghanistan, Pakistan, Somalia, Myanmar…
I musulmani sono sotto attacco. Perché? L’Europa e l’America, su questo, tacciono. Guardano solo alcuni esempi proposti dai media per allontanare le persone dalla corretta comprensione dell’Islam. Ma i musulmani sanno bene che sta accadendo. Gli americani e gli europei non hanno il diritto di giudicare i musulmani. Dobbiamo smetterla di giudicarci. Ma cosa sta accadendo dei paesi musulmani? E che mi dice dei musulmani che hanno preso parte alle proteste di Gezi?
Dietro le quinte ci sono poteri nascosti, che manovrano. Chi ne trae benefici? Chi appicca questi incendi? Il problema non può essere risolto facilmente. Anche se un musulmano tenta di uccidermi, io dovrei provare a non ucciderlo. Siamo fratelli. Oggi ci sono molte cause, mescolate fra loro, che concorrono nel creare questi problemi. Non sono un esperto, come turco.
Ma come imam sto chiedendo ai musulmani di unire i loro cuori, di avere cura degli altri, di amarsi. Possiamo risolvere da soli i nostri problemi, non abbiamo bisogno degli europei e degli americani. Inshallah. Molti occidentali sono attratti dai sufi, dalla via di Rumi. Rumi è uno dei poeti più letti al mondo, è molto amato. La gente lo ammira, ma ha un problema con il Corano. Rumi e il Corano: dov’è il ponte, e dov’è invece il problema?
Mevlana dice che il Corano è la fonte dell’Islam. Non è un libro fatto dalle persone comuni, è il libro del Profeta, è la stessa parola di Allah. La parola, la guida, la reminescenza. Non c’è un’altra via. Seguiamo il Corano. Come musulmani, cerchiamo di intensificare le nostre preghiere. Facciamo del nostro meglio. Rumi era un musulmano che ha provato a diffondere l’Islam, ha tentato di intensificare la vita islamica e la preghiera.
Ha fatto del suo meglio per far capire alla gente che niente è più importante dell’amore di Allah. Nulla conta più di questo. La gente afferma di amare Dio. Ma Dio ti ama? Un giorno ho domandato a qualcuno: “Qual è la prova che Dio ti ama?”. “Ho 70 anni e non ho mai avuto un problema di salute”. “Sì, che altro?” “Ho 3 figli, sono così buoni con me”. “Bene, secondo il tuo modo di provare l’amore di Dio, Dio non ha mai amato nessuno dei suoi profeti”. “Perché?”. “Perché nessuno dei suoi profeti ha avuto una vita piacevole. Hanno avuto un sacco di difficoltà nella loro esistenza”.
Cosa dovrei pensare dunque? Dio non li amava? Il Profeta dice: se ami Allah, seguimi. Non c’è altra via: seguire il Corano e il Profeta. Rumi non ha insegnato altro. Ha insegnato l’approccio coranico. Oggi c’è un Rumi falso, lontano dal Corano. Rumi era un buon musulmano. Era un esperto di leggi islamiche. E aveva fede. Bisogna intensificare la fede, non solo obbedire alle regole. Dietro le regole, c’è lo spirito. Lo spirito e le regole sono entrambe importanti.
Ma dobbiamo capire il significato che sta oltre le parole. Altrimenti compiamo solo azioni vuote. I sufi aiutano le persone a trovare questo spirito. Rumi ha seguito il Corano e il Profeta Maometto. Non dobbiamo provare a fare di Rumi qualcun altro. I dervisci erano poveri per essere più vicini a Dio. Arriviamo a un altro argomento interessante: l’Islam e i soldi…
Secondo l’Islam, Allah è il padrone di tutto. È il maestro. Diventare ricchi o poveri non dipende da noi, non è nelle nostre mani. A noi è chiesto di fare del nostro meglio. Ma anche se lavoriamo sodo, è Allah che decide. Quando diventiamo ricchi, non ci allontaniamo da lui. Un musulmano ricco, che spende il suo denaro per la famiglia e per i bisognosi, è un buon musulmano. La carità per voi è molto importante…
Sì. I musulmani ricchi devono dare una percentuale minima, ogni anno, direttamente ai poveri, senza passare attraverso associazioni e organizzazioni. Poi, possono dare anche di più, se vogliono. Ma non bisogna ovviamente dare tutto ai poveri. Dobbiamo rimanere in equilibrio. Non siamo monaci, viviamo fra la gente, nella società. Aiutiamole persone. Questo è il nostro dovere.
Tu non sei musulmana, Francesca. Dovrei invitarti a diventarlo. Ma non posso forzarti. Tutto quello che posso dire è: Francesca, questo è il Corano. Poi, dipende da te. Un giorno morirò. Mi sarà chiesto della mia vita. Ho una responsabilità verso il mio creatore. E verso la mia famiglia, la natura, gli animali… L’Islam vuole che la mia vita sia pacifica, e bella. Non dobbiamo mettere barriere fra noi. Il Corano è comunque per tutti. È per me. E per te.
Smette di parlare, e mi sorride. Capisco che la nostra conversazione è finita. Anche stavolta mi regala una bottiglietta d’acqua, che non posso rifiutare. Ci salutiamo con la promessa di incontrarci ancora. Fuori, sta per iniziare la preghiera collettiva. I turisti devono uscire, non possono assistere. Ma una guardia, che da due anni mi vede entrare e uscire dalla moschea, mi ferma toccandomi il braccio e gentilmente mi dice: “Tu puoi restare”. Non entro nello spazio riservato alle donne, rimango lì, seduta, con il foulard addosso, un puntino informe sull’immenso tappeto celeste e arancio, dietro le sbarre di protezione che separano la zona dei visitatori da quella dei fedeli raccolti in preghiera. Ishak mi passa accanto per raggiungere gli altri, e mi vede. “Mi hanno detto che posso restare!”, mi giustifico io. Lui scoppia a ridere, scuote la testa: “Sì, puoi restare!”. Sorrido anche io. Sì, posso restare.”
Prendo da Confronti un interessante articolo di Adriano Gizzi sul convegno «Non credenti e credenti: differenti, con identici diritti» organizzato a Roma a gennaio dall’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. Vengono affrontate questioni che non possono essere ignorate, ma anzi vanno dibattute e conosciute. Ricordo ancora con piacere un episodio dello scorso maggio a Roma: ero là per un convegno e la sera mi sono trovato con altri partecipanti a una cena di fine lavori. Abbiamo cominciato a parlare di religioni, laicità, libertà, stato e ci siamo trovati in accordo su molte cose. Solo dopo il digestivo ho scoperto che i miei due vicini di posto erano presidenti di sezioni provinciali dell’Uarr. Il nome della rivista da cui ho preso l’articolo dice tutto…
“Erano gli anni Novanta – in pieno periodo di wojtylismo trionfante – quando l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) cominciava a far parlare di sé per la campagna sullo «sbattezzo». A molti sembrava una provocazione di vecchi «mangiapreti» invasati e liberi pensatori fuori moda. Le prime iniziative, organizzate già nel decennio precedente assieme ad alcuni circoli anarchici e ai seguaci di Giordano Bruno, vedevano la presenza di poche decine di persone ed erano ignorate quasi del tutto dalla stampa nazionale.
Da allora molte cose sono cambiate nella società e alcuni temi che apparivano «eretici» – la battaglia contro i simboli religiosi negli edifici pubblici, quella contro l’ora di religione cattolica nelle scuole o per il diritto al testamento biologico e all’eutanasia – hanno finalmente conquistato, sia pure a fatica, un minimo di diritto di cittadinanza nel dibattito pubblico. E ad essere cambiata è anche l’Uaar, che negli anni è diventata più «presentabile» agli occhi dell’opinione pubblica: da tempo ha ottenuto il riconoscimento di associazione di promozione sociale (che le dà diritto ad essere indicata come destinataria del 5 per mille) e tende ormai a sottolineare in modo esplicito che «non è un’associazione antireligiosa», ma che ha lo scopo di battersi contro le ingerenze ecclesiastiche, per la laicità dello Stato e la tutela dei diritti di quei milioni di italiani – dieci, secondo la loro stima – che si definiscono atei o agnostici.
A conferma della credibilità conquistata sul campo dall’Uaar in questi anni, sta anche il fatto che molti esponenti del mondo della cultura e della politica, credenti e non credenti, abbiano risposto positivamente all’invito dell’associazione a dibattere sul tema «Non credenti e credenti: differenti, con identici diritti». Al centro del convegno, che si è svolto il 10 gennaio nella Sala delle Colonne di Palazzo Marini, a Roma, l’esigenza dell’approvazione di una legge sulla libertà religiosa e di coscienza. Esigenza che accomuna non credenti e credenti appartenenti a confessioni diverse dalla cattolica, che vedono il Vaticano come l’asso pigliatutto che impedisce un pluralismo pieno, con pari diritti. «Credenti e non credenti non hanno gli stessi diritti», ha affermato infatti Isabella Cazzoli, responsabile delle relazioni istituzionali dell’Uaar, che ha anche ricordato la richiesta dell’associazione di stipulare un’Intesa con lo Stato. Richiesta che potrebbe apparire a prima vista una provocazione, ma che costituisce in realtà una battaglia di principio tesa a scardinare lo squilibrio di forze tra Chiese e atei prodotto dal sistema delle Intese.
Raffaele Carcano, segretario nazionale dell’Uaar, ha illustrato la «piramide» all’interno della quale sono collocate le varie confessioni: al vertice la Chiesa cattolica, da sola (grazie all’articolo 7 della Costituzione che la pone al di sopra delle altre), poi più in basso le confessioni con Intesa (garantite dall’articolo 8) e ancora più giù quelle prive di Intesa (che rientrano nella legislazione del 1929 sui culti ammessi). In fondo, alla base della piramide, i non credenti. Come è noto, nella Costituzione italiana (a differenza di quella francese) non viene citato in modo esplicito il principio di laicità. Ma – fa notare Carcano – fortunatamente la Corte costituzionale ha riconosciuto come nell’articolo 19, secondo cui «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa», possa rientrare indirettamente anche la tutela dell’ateismo.
Nel suo intervento, la sociologa Laura Balbo (presidente onoraria dell’Uaar e già ministra delle Pari opportunità) si è domandata come mai in Italia, nonostante l’avanzare della secolarizzazione, non esista una sociologia della laicità, auspicando quindi che la cultura della laicità entri a pieno titolo nello spazio pubblico. Il filosofo della scienza Stefano Moriggi ha citato Aristotele, secondo cui il vero elemento distintivo della polis è la capacità di tenere assieme gente diversa e quindi tollerare queste diversità. Anche Galileo, nel Dialogo sopra i massimi sistemi, sosteneva che la minoranza dovesse sempre avere un diritto di parola nello spazio pubblico. Il presidente di Equality Italia, Aurelio Mancuso, ha lamentato la debolezza nei confronti del Vaticano da parte della politica, compresi gli esponenti che si definiscono non credenti. «Le sinistre italiane – ha detto – sono sempre state più arretrate rispetto al resto d’Europa in tema di diritti civili e laicità».
Per Stefano Levi della Torre, docente di Architettura al Politecnico di Milano ed esperto di ebraismo, nella società di oggi la scelta è tra la divisione in tante comunità identitarie separate e l’integrazione (che significa formare i cittadini della polis), quindi la laicità non può essere solo metodo ma deve diventare «sistema di valori e orizzonti». E ha citato Cesare Beccaria, secondo cui «se si vuole creare una repubblica di famiglie si otterrà una repubblica di autocrazie, mentre la vera repubblica deve puntare sulle persone». Riportando il discorso alla società dei giorni nostri, all’interno di ogni comunità (etnica o religiosa) vanno tutelati i punti di vista dei diversi individui, altrimenti avremo qualcuno che si erge gerarchicamente al di sopra degli altri, pretendendo di rappresentarli, e ne soffoca di fatto la libertà.
Anche il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha ricordato le differenze tra le diverse confessioni e i privilegi sul piano legislativo: situazioni intollerabili che creano sofferenze inutili e dannose. Tra l’altro, le discriminazioni (come per esempio essere costretti a pregare in un sottoscala, perché non si ha diritto ad avere un luogo di culto) finiscono inevitabilmente per alimentare il fondamentalismo. «Io sono valdese – ha detto ancora Ferrero – ma sono anche comunista, sono un maschio, cinquantenne, e sono tante altre cose: l’identità è importante, ma non si può ridurre una persona a un solo aspetto della sua identità, altrimenti si distrugge la possibilità del dialogo».
Il sociologo Khaled Fouad Allam ha fatto notare come nell’Europa di oggi esistano ancora molti esempi di divisione etnica di fatto e ha ricordato il caso recente delle scuole di Mostar, in Bosnia. Divisioni che non possono che alimentare, nella società, una conflittualità permanente pericolosa. Gherardo Colombo, membro del Consiglio d’amministrazione della Rai ed ex magistrato, ha invitato a riflettere sul fatto che spesso pecchiamo tutti di eccesso di fiducia nel progresso quando diamo per consolidati diritti e conquiste che tali non sono affatto. Per Colombo, non bisogna neanche farsi troppe illusioni sui vantaggi che possono portare nuove leggi (compresa quindi anche una sulla libertà religiosa e di coscienza), ma «occorre concentrarsi soprattutto sui cambiamenti culturali, da stimolare con la riflessione e la capacità di porsi i dubbi».
Il senatore di Forza Italia Lucio Malan, che è stato l’ultimo in ordine di tempo a presentare un progetto di legge sulla libertà religiosa, ha messo in guardia dalla facilità con cui a volte si utilizza il termine «laicità», come se sulle questioni eticamente sensibili (fecondazione assistita, interruzione di gravidanza, fine vita, matrimoni gay e così via) ci fosse una posizione laica sempre progressista e una religiosa sempre retrograda. Su ciascuno di questi temi – ha osservato Malan – esistono invece posizioni molto variegate, anche indipendentemente dal fatto di essere credenti o meno o di appartenere a una confessione anziché a un’altra.”
Una poesia magnifica sul senso della vita, sulle domande dell’uomo, sui tentativi di risposta. Per godersela appieno suggerisco un po’ di musica di sottofondo. Leggendola mi è venuto in mente questo scatto di qualche anno fa: ero a Lignano tra fine maggio e inizio giugno, nel momento fra due temporali. Il bimbo non so chi sia. Mi sembra ci possa stare.
Sulla riva del mare
deserto notturno,
sta un uomo. L’eterno fanciullo
dal petto ricolmo d’ambascia,
dal cuore gravato di dubbi,
con lugubre voce,
interroga i flutti così: «O flutti, scioglietemi voi
l’enigma crudele antichissimo,
che nomasi Vita;
l’enigma pe’l quale, da secoli,
invano il cervello si cruciano
dei tristi mortali
le tempie recinte di mitrie
istoriate, di nere
berrette, turbanti e parrucche:
l’enigma sul quale,
grondando sudore, si curvano
a mille, da secoli, ansiose
le fronti mortali!
O flutti, svelatemi voi
l’essenza dell’uomo!
Onde viene? A quale meta s’affanna?
O flutti, chi popola i mondi
che brillano d’oro nel cielo?»
Il mare bisbiglia
la sua sempiterna canzone;
fischia il vento; le nuvole corrono;
inesorabili e fredde,
le stelle sull’arco del cielo
risplendono; e un folle
attende il responso del mare.
(Heinrich Heine, Poesie)
Posto un articolo interessante di Dario Morelli che ho trovato su L’Huffington Post. Va a implementare l’argomento del secondo anno sul sacro nella pubblicità. Alla fine della lettura mi son portato dietro una gran tristezza senza viverla con la leggerezza di Morelli; forse perché ho la sensazione che molti desiderino proprio questo tipo di Jesus Superhero… E la cosa mi preoccupa non poco.
“La Warner Bros sta promozionando “L’uomo d’acciaio”, il nuovo film di Superman, tra i pastori cristiani d’America. Li sta invitando gratuitamente alle proiezioni. Ha persino commissionato a un teologo un’omelia intitolata “Jesus: The Original Superhero”, da utilizzare per le prediche domenicali. Parla di un messia venuto da lontano, cresciuto da genitori umani che non comprendono la fonte dei suoi poteri, e che all’età di 33 anni è chiamato al supremo sacrificio per salvare l’umanità. Superman di Kripton o Gesù di Nazareth, siamo là. Lo riferisce l’autorevole CNN, in questo caso ancora più autorevole in quanto appartenente alla stessa Time Warner che controlla la Warner Bros. Tutto il materiale pubblicitario di stampo cristiano riferito al film è reperibile su un apposito sito. Questo tipo di promozione non è una novità. Campagne simili sono già state allestite per “I Miserabili”, “Soul Surfer” e “The Blind Side”. Il sistema comincia ad essere consolidato. Del resto si tratta solo di una evoluzione naturale del mercato pubblicitario, sempre più attento a targettizzare e personalizzare la comunicazione. Infatti è da sottolineare che “L’uomo d’acciaio” non viene presentato a chiunque come una rievocazione fantascientifica della vita di Gesù. Questa lettura è riservata soltanto ai ministri di culto delle chiese cristiane d’America, evangelisti del Verbo da tramutare anche in evangelisti della Warner. E questo anche in ottemperanza al nuovo comandamento del social marketing, secondo cui il prodotto va piazzato prima di tutto gli opinion leaders, lasciando poi a loro il compito di diffondere il verbo pubblicitario nella propria cerchia di influenza. Viceversa, per il resto del mondo – mediamente insensibile alla cristologia – il film di Superman è presentato soltanto come un film di Superman: eroismo, effetti speciali, crash boom bang.
Qualcuno potrebbe osservare che si tratta di una strumentalizzazione del sentimento religioso per fini commerciali. Assolutamente sì, ma di un tipo completamente nuovo rispetto al passato. Questa non è una di quelle solite pubblicità Benetton-style, che usano i riferimenti religiosi per provocare scandalo e far ricordare il brand. Qui siamo davanti a un uso molto più raffinato e strategico del sentimento religioso, un uso potremmo dire “integrato”. Si tenta di capire come la pensa ogni determinata fetta di pubblico per poi parlarle nel suo stesso linguaggio, presentando il prodotto nel modo più confacente al suo punto di vista. Non è niente di dissimile da quello che si fa nella comunicazione politica, quando il candidato tenta di “vendersi” parlando di valori cristiani ai cristiani, di lavoro ai disoccupati, di impresa agli imprenditori, etc. Questo è il portato del nuovo marketing basato sulla profilazione, sui messaggi ritagliati addosso a ciascun cluster di pubblico, idealmente a ogni singolo destinatario del messaggio stesso. Non c’è da scandalizzarsi se questo tipo di pubblicità comincia a intaccare una delle leve più potenti dell’animo umano, il sentimento religioso. L’importante, come sempre, è saperlo.”
Ieri pomeriggio, mentre facevo un po’ di ordine tra il materiale che accumulo durante l’anno scolastico, mi sono appuntato su un file due citazioni che oggi pubblico e metto in parallelo (a dir la verità ora ricordo che la seconda è presa dal profilo fb di una collega). La prima è di Zygmunt Bauman, presa da “Il disagio della postmodernità”: “La religione appartiene a quella vasta e imbarazzante schiera di concetti che crediamo di comprendere perfettamente fino al momento in cui qualcuno non ci chiede di darne una definizione”. La questione può essere affrontata da un punto di vista semantico, e anche lì le opinioni sono diverse… Va anche riconosciuto che, nell’epoca contemporanea, il termine ha assunto una caratteristica, per dirla alla Bauman, di “liquidità” che nel passato non aveva. Concetti che un tempo erano delineati e chiari, ora hanno assunto specificità non sempre ben delineate. La questione si complica ulteriormente se si passa dalla religione, tipicamente umana, alla verità; “verità” e non “concetto di verità”. Il secondo è, per forza di cose, anch’esso tipicamente umano; la prima, nell’ambito della ricerca esistenziale ha, a mio avviso, una caratteristica particolare ben descritta da Albert Einstein: “Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste alcuna autorità umana. Chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dei”.
Questo è il genere di articoli che amo: fa pensare, mette in scacco, coinvolge, interroga. E’ di Arnaldo De Vidi, sempre per Cem mondialità.
“Abaetetuba (Brasile). Amo la stagione piovosa, che finisce ad aprile-maggio. L’amo perché è la stagione della lumaca, con le attività condizionate-rallentate dai temporali quotidiani. L’amo perché liturgicamente è la «stagione di Cristo», con Natale e Pasqua. Invece mi preoccupa la stagione secca, perché è fatta di attività e ferie, un ossimoro. E perché liturgicamente è la «stagione di tutti i santi». Ogni festa di santo patrono qui è preparata con mesi di anticipo; essa elabora annualmente un tema e uno slogan, un poster e un programma (stampati e venduti); prevede peregrinazioni di mini-statue del santo nelle case in un arco di due settimane, una transladazione, una processione maggiore o cirio, una novena solenne, la festa con processione. C’è propaganda motorizzata, mortaretti, richiami radiofonici e televisivi… C’è anche un programma civile-culturale. Nella sola Abaetetuba, nella stagione secca, ci sono due dozzine di tali feste!
E su questo si concentra la mia meditazione di questi giorni. Le feste dei santi sono legittime manifestazioni della religiosità popolare e tengono lontano il secolarismo. Ma, chiosando Alfred Loisy, io dico: «Aspettavamo il Regno, e sono arrivati i santi». Davanti a tale fenomeno, si rende necessaria la distinzione tra religione e Vangelo del Regno. La missione di Gesù consiste nel Vangelo del Regno. Gesù non voleva mettere fine al giudaismo e fondare una religione che lo sostituisse. Egli è stato «riformatore» della sua religione judaica. La sua riforma mirava, appunto, all’annuncio e alla realizzazione del Regno di Dio sulla terra. Purtroppo con Costantino il messaggio di Cristo è diventato una religione. La teologia latino-americana usa il termine «cristianità» per indicare il cristianesimo-religione, e dice che la cristianità deve morire. Questo è un peso che portiamo; dobbiamo sforzarci di fare del cristianesimo una proposta che fecondi le religioni senza sminuirle e senza identificarvisi. Insomma, il cristianesimo è essenzialmente il Vangelo del Regno, incarnato nella persona di Gesù; ma storicamente è venuto ad assolvere anche al compito psicologico-e-sociale d’essere la religione di persone, popoli e culture. Verrebbe da dire che come religione il cristianesimo non si distingue molto dalle altre. La regola d’oro è la stessa per tutte : «Fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te». È il Regno che fa la differenza. Le distinzioni tra conservatori e progressisti, verticalisti e orizzontalisti, profeti e moderati, clero e laici… sono relative. La distinzione decisiva è tra religiosi devoti e discepoli di Cristo per il Regno. Davanti a ogni manifestazione cristiana dobbiamo chiederci: «È nella linea del Regno o solo nella linea della religione?». Benedetto XVI ha parlato di «movimenti pieni di vita» che rendono «quasi tangibili la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo». Ci chiediamo: i movimenti sono nella linea del Regno o della religione? E le feste patronali? … E la Giornata Mondiale della Gioventù Non basta ricorrere al vocabolo «Regno». Il Regno è la realtà di un mondo riconciliato, di figli e figlie di Dio, senza esclusi né oppressi; è il sogno di Dio che è costato la croce. La teologia del Regno è teologia della croce perfino nell’incarnazione. Io credo: la vita vince la morte. Perfino i corpi (e l’universo con loro) risorgono.”