Gemma n° 1963

“Ero molto indecisa, alla fine ho portato due cose molto importanti per me: la musica e una foto di mia nonna. Inizio dalla seconda: mia nonna è morta prima che io nascessi e io porto il suo nome. Nonostante non l’abbia mai conosciuta, è una figura molto importante per me, conosciuta attraverso i racconti delle altre persone: una cosa che mi ha sempre scaldato molto il cuore è che molte persone che l’hanno conosciuta dicono che io somiglio molto a lei. Era una persona meravigliosa e anche assomigliarle per l’1% sarebbe un onore. Ho portato una sua foto che tengo in camera e mi porta molta felicità: c’è lei con un agnellino in un campo. Poi ho portato una canzone degli Artic Monkeys, il mio gruppo preferito: Piledriver waltz. Mi accompagna sempre, sia nei momenti di tristezza che in quelli di gioia.

Guardo e riguardo la foto della nonna di M. (classe terza): c’è una bellissima luce calda, ombre piuttosto allungate, verde e giallo dominano la scena dalla quale emergono le due figure centrali, la nonna e l’agnellino, entrambi intenti nella loro occupazione e incuranti del fotografo. Vi trovo segni del mio passato, della mia infanzia, delle mie origini, e la mente va in questo inizio di primavera…

Gemma n° 1955

“La mia gemma è una fotocamera parecchio vecchia, penso anni ‘2000, che i miei hanno comprato non ricordo neanche dove e che ha fatto tanti loro viaggetti. E’ una Nikon che funziona con i rullini che vanno sviluppati. Mi ha sempre attirato. Da piccola mi divertivo a metterci sempre le mani sopra e far finta di usarla. Le foto che sono state stampate negli anni mi hanno sempre dato un senso di malinconia. Pensare ora di comprare dei rullini e magari tra dieci anni andare a rivedere le foto scattate adesso, mi affascina: non sono le classiche foto fatte col telefono o che si cancellano dalla galleria o si mandano su whatsapp. Avere la foto cartacea infilata tra le pagine di un libro è tutta un’altra cosa”.

Ho vissuto in prima persona il passaggio dalla pellicola al digitale e sinceramente non tornerei indietro. Altro paio di maniche è però la stampa delle foto, il fatto di averle in mano, singolarmente o raccolte in un fotolibro cartaceo. Su questo concordo con E. (classe quarta), è tutta un’altra cosa, è un modo diverso di vivere i ricordi.

Gemma n° 1945

“Ho portato questo peluche preso durante una vacanza in Toscana perché mi ricorda dei bei momenti”.

Nelson Mandela diceva che “Il ricordo è il tessuto dell’identità”. Non ho idea di quali siano i bei momenti dei ricordi di L. (classe terza), ma sicuramente sono lì, a costruire il tessuto della sua identità, compreso quel cinghiale.

Gemma n° 1916

“Ho deciso di portare delle foto di mia nonna materna: penso sia la persona a cui sono più legata di tutta la mia famiglia. Da piccola ero sempre con lei e con il nonno. Ci prendevamo spesso i pomeriggi per vedere queste foto e lei raccontava di quando era giovane; ora quando sono triste o la vedo giù ritiro fuori l’album con le foto e stiamo bene e facciamo una cosa insieme”.

Guardo con calma le cinque foto portate in classe da I. (classe prima), volti di persone a me sconosciute e mi sovviene il ricordo di una frase di Einstein. So che potrebbe starci bene ma non ricordo affatto il contenuto per intero. Una ricerca su qualche sito ed eccola: “Una fotografia non invecchia mai. Voi ed io cambiamo, tutte le persone cambiano nel corso dei mesi e degli anni, ma una fotografia resta sempre la stessa. Com’è bello guardare una foto di mamma e papà scattata molti anni fa. Li vedi così come te li ricordi. Ma mentre la gente continua a vivere, cambia completamente. Questo è il motivo per cui penso che una fotografia possa essere gentile”.

Gemma n° 1915

“Ho portato il dvd del film Mamma mia: ho iniziato a vederlo a 3 anni, lo guardavo anche due volte al giorno ogni giorno (infatti mia mamma non me lo fa più guardare). Quando lo guardo mi sento bene e quindi quando sono triste lo guardo o sento le canzoni contenute: nei due film ci sono quasi tutte le canzoni degli Abba”.

Dopo questa gemma di R. (classe prima) ho provato a cercare qualcosa del genere nella mia infanzia, ma non c’erano dvd e neppure vhs. La musica, ecco, quella sì, e pure favole. Vinili da 45 o 33 giri ascoltati allo sfinimento, soprattutto quelli delle favole sonore che si aprivano e chiudevano con questa sigla

A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar.
Venite con me nel mio mondo fatato per sognar…
Non serve l’ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella
per venire con me… Basta un po’ di fantasia e di bontà.

Finisce così, questa favola breve se ne va
Il disco fa click
E, vedrete, fra un po’ si fermerà, ma aspettate, e un altro ne avrete
“C’era una volta” il Cantafiabe dirà e un’altra favola comincerà.

Gemma n° 1902

“Ho portato una macchina fotografica istantanea: l’ho acquistata subito dopo gli esami, all’inizio della scorsa estate. Pensavo di non riuscire a riempirla, sono 27 scatti, perché mi aspettavo un’estate un po’ così, invece li ho fatti tutti perché ci sono stati molti momenti belli con gli amici. Mi è piaciuto anche portare a sviluppare le foto per poi rivivere questi momenti.”

Questa la gemma di A. (classe prima). La fotografia è essenzialmente questione di luce e di tempo. Penso che ciò non riguardi soltanto il momento dello scatto, ma anche il momento in cui ti metti a rivedere il risultato ottenuto, soprattutto se lo stampi: sotto quale luce lo guardi e a che tempo ti riporta, se ti lascia una traccia luminosa o buia e in quale tempo ti proietta.

Gemma n° 1898

“Ho portato Yoghi, il mio peluche da quando ero piccola, tutti i ricordi sono legati a lui. Si chiama così perché secondo i miei genitori assomiglia all’orso di Yoghi e Bubu, secondo me no. Ieri ho chiesto a mia madre da dove arrivasse perché non ricordavo e mi ha detto che mi è stato regalato da lei perché a un anno e mezzo sono andata a fare una prova per un gioco della Trudi e me l’hanno dato. E’ un bel ricordo della mia infanzia”.

Sì, neppure a me il peluche di V. (classe quarta) assomiglia a Yoghi. La poetessa australiana Pam Brown scrive: “L’orsacchiotto di peluche è l’ultimo dei giocattoli da cui ci si separa. E’ tutto ciò che rimane di questo nostro mondo infantile dove c’erano soluzioni a tutto. E’ un amico che non ci trova difetti, che non ci dà la colpa, che ci attende ancora sulla vecchia sedia.”

PS: la gemma 1897 è in attesa della foto 😉

Gemma n° 1886

“Ho portato una macchina fotografica istantanea presa quest’estate verso la fine delle vacanze. La cosa che mi piace è che non puoi fare tante foto ma devi cercare di catturare l’attimo al meglio. Inoltre le foto sono importanti perché riesci a catturare i momenti in cui ti senti bene e poi i miei genitori in passato le hanno utilizzate spesso e grazie a ciò riesco a conoscere delle persone che non ci sono più o che non ho mai conosciuto”.

Amo fotografare come K. (classe seconda). Uno degli aspetti che più mi affascina è che i protagonisti della fotografia sono sempre due: chi è davanti l’obiettivo e chi è dietro. Si tratta di un aspetto che si dimentica quando si guardano le fotografie e di cui invece si dovrebbe tener conto perché è il fotografo che decide di creare quell’inquadratura, di scattare in quel momento, di fare quel determinato taglio. Affascinante.

Gemma n° 1878

“Ho portato questo oggetto, ma non sono legato all’oggetto in sé bensì al luogo da cui proviene, la camera della casa di mia nonna. Una settimana fa la nonna ha venduto casa, io sono andata a trovarla ed è stata molto dura uscire dalla casa perché sapevo che non ci sarei mai più ritornata. Da piccola, dai tre anni fino alla fine delle elementari, ogni pomeriggio andavo dalla nonna a giocare. Quindi quella casa rappresenta la mia infanzia e questo oggetto è il ricordo fisico di tutto quello vissuto là”.

Il regista Ferzan Ozpetek ha detto una cosa che mi sembra commentare bene la gemma di L. (classe quinta): “Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer, come succederà a questa.”

Gemma n° 1876

Premessa: cerco sempre di rendere le gemme anonime, mettendo solo le iniziali dei nomi o cambiandoli proprio. Questa volta C. (classe quinta) mi ha chiesto espressamente di lasciarli.
“Ogni tanto mi piace immergermi per ore negli album di fotografie di quando ero bambina e quando lo faccio ritrovo un po’ la leggerezza infantile che con gli anni è andata pian piano scemando.
Oggi è di questo che voglio parlarvi, della mia infanzia, che per me è sinonimo di gioia vera, spensieratezza, libertà. Se penso alla mia infanzia la associo ai colori, se provo a ricordare la me bambina nella mia testa scorrono una serie di immagini luminose e calde.
Ricordo con grande piacere la mia infanzia. Ricordo l’estate dai nonni materni con Simone, il mio primo amico, che non vedevo l’ora di incontrare a giugno dopo esserci salutati a settembre dell’anno prima. Ricordo Forni di Sopra con i nonni paterni, i libri che la nonna mi faceva trovare sul comodino appena arrivavo, le sciate in inverno con il nonno e mio fratello e le partite di basket al campetto quando faceva caldo. Ricordo Marta, Pietro e Giovanni, i miei amici della montagna che vedevo ogni agosto. Ricordo il latte caldo con il nesquik e il miele la mattina. Ricordo i bagni al mare con papà che “ci faceva fare i tuffi”. Ricordo mia cugina Aurora, quando ci divertivamo a giocare alle parrucchiere, stiliste, giornaliste, cuoche o qualsiasi cosa ci venisse in mente. Ricordo l’emozione del Natale, i biscotti sotto l’albero la vigilia e i regali il giorno dopo. Ricordo i lavoretti a scuola per la festa della mamma o del papà, i disegni con i pennarelli ad Halloween. Ricordo il piacere di incontrare i miei compagni a catechismo. Ricordo Pasqua e Natale con la famiglia, il capodanno in montagna con gli amici di mio fratello, Giacomo e Luca. Ricordo la fiaccolata il 31 dicembre, fatta dagli sciatori che scendevano dalla montagna, io li guardavo ammirata dalla finestra della casa dei nonni, mi sembravano delle lucciole. Ricordo lo stesso giorno i fuochi d’artificio che inauguravano l’anno nuovo, come mi emozionavano quei colori nel cielo. Ricordo il pane con burro e marmellata che mi preparava la mamma alle 16 quando tornavo a casa da scuola. Ricordo le feste in maschera ad Halloween a casa di Arturo, con i miei compagni di classe. Ricordo la buonissima torta salata con le olive che faceva la mamma. Ricordo il mio pigiama preferito, quello con i disegni che si illuminavano al buio, il cinema con i miei zii, i pigiama party dalla mia amica Maddy, la scuola di musica, le lezioni di solfeggio e pianoforte. Ricordo le dormite in macchina durante i viaggi troppo lunghi, con la radio accesa di sottofondo. Ricordo le canzoni che ascoltava sempre papà in quelle occasioni: “You remind me” di Nickelback, “Gli ostacoli del cuore” di Elisa e Ligabue, “Un senso” di Vasco e molte altre. Ricordo “Meraviglioso”, la versione dei Negramaro, cantata a squarciagola con mia mamma. Ricordo “Come musica” di Jovanotti. Ricordo le vacanze italiane in estate, la Toscana, l’Umbria, l’Alto Adige.
Ricordo di esser stata felice, una felicità che solo i bambini sanno provare, quella felicità che solo loro sanno trasmettere.
Ricordo anche quando da piccola non vedevo l’ora di compiere 11 anni, pensavo che sarei diventata grande a quell’età, non so bene perché, ma ai 18 anni non ci pensavo, non esistevano ancora nel mio magico mondo dell’infanzia.
Presto ne farò 19 e se mi guardo indietro, se guardo quegli album di foto, non riesco ancora a capacitarmi di quanto sia passato velocemente tutto questo tempo, non riesco a immaginarmi che quella bambina spensierata sia esistita ormai tanti anni fa. Penso, però, che quella bambina sarebbe contenta della ragazza che è diventata. Penso che se fossimo una di fronte all’altra, lei mi guarderebbe con gli occhi curiosi, la bocca semiaperta in un sorriso ammirato e poi mi abbraccerebbe. Io la stringerei fortissimo e le direi di non avere mai paura, di non pensare mai di essere sbagliata, di affrontare tutto a testa alta. Le direi di amarsi sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei è bellissima così”.

Mi sono commosso durante la lettura di C. e mi sono commosso anche poco fa rileggendo le sue ultime parole. Perché sono le parole che un genitore porta nel cuore ed è pronto a dire a sua figlia nei momenti di difficoltà, con la speranza che non serva e che se dovesse servire possa essere sufficiente… A ottobre 2019 stavamo preparando la cameretta di Mariasole. Ho scritto questo: “Oggi l’ho ridipinto per la terza volta. Sarà il muro che accoglierà la tua testa, il muro su cui appoggerai la tua manina prima e i tuoi pugni poi, su cui proietterai i primi sogni e le recondite paure. Avevamo pensato al lilla, ma ci era venuto scuro e con una mano di bianco abbiamo cancellato tutto: coi muri si può fare! C’è qualcosa che non ci piace, non ci convince e… via… si dà una mano di colore, come una lavagna ripulita dal cancellino. Abbiamo pensato di fare qualcosa di più chiaro, con un po’ di rosa in più, ma papà ha sbagliato il codice della tinta. Cosa fare? Tornare a cambiare colore per avere quello pensato e desiderato o provare a stendere questo colore arrivato per caso? Abbiamo provato a stenderlo e abbiamo scoperto che ha dentro il colore dell’oro, del sole, del mattino e del grano e abbiamo pensato che un muro fatto di queste cose non è un muro che ci fa paura, ma è un muro capace di trasformarsi in ponte, un muro capace di aprirti la fantasia, di darti luce nei momenti bui, di farti intuire la strada che vorrai percorrere, di essere orizzonte senza essere limite, di essere vertigine prima di farti aprire le ali per i bellissimi soli della vita”.
Non so quali saranno, a 19 anni, i ricordi d’infanzia di Mariasole, spero ricchi, felici e caldi come quelli di C. e che non abbia mai paura, che non pensi mai di essere sbagliata, che affronti tutto a testa alta, che si ami sempre, senza limiti, perché se lo merita, perché lei sarà bellissima così. Come C.

Gemma n° 1875

“Ho pensato molto a cosa portare come gemma, e, mentre all’inizio pensavo a qualcosa di particolare, un evento particolare, un oggetto, una persona, alla fine ho deciso di portare un insieme di cose, ovvero l’intero anno 2021, che è da poco giunto al suo termine. Il 2021 è stato un anno molto particolare per me, penso sia stato il più difficile da superare dato che mi ha posto parecchi ostacoli davanti, per prima cosa la separazione dei miei genitori. In realtà in questi ultimi anni già li vedevo discutere e litigare ma subito dopo si riappacificavano abbastanza facilmente; al contrario durante i primi mesi dello scorso anno, fino a giugno quando si sono ufficialmente separati, i litigi erano sempre più frequenti e non era per niente piacevole sentirli discutere a toni alti quasi tutte le sere. Per fortuna io e mia sorella siamo sempre state unite e in questa situazione ci siamo date forza a vicenda per superare quei momenti. Durante l’estate ho avuto modo di abituarmi alla loro separazione e le cose sembravano andare per il meglio; tuttavia il loro rapporto è rimasto ed è ancora abbastanza conflittuale per vari motivi, cosa che personalmente non mi fa stare bene dato che a volte tendono a scaricare la loro rabbia e i loro problemi sia su me che su mia sorella. So che non lo fanno di proposito e che vogliono soltanto farci sapere come stanno le cose tra di loro, però non è semplice starli a sentire dopo tutti i momenti felici che abbiamo passato come famiglia. Oltre a questo, ho riscontrato parecchi dubbi su me stessa e il mio futuro, mi è capitato spesso infatti di non avere fiducia nelle mie capacità, di sentirmi persa e di avere timore per quello che sarà il mio futuro. Durante il primo periodo scolastico da settembre a novembre avevo poca voglia di studiare e impegnarmi, mi sentivo senza motivazione, come se stessi andando avanti senza una meta precisa. Fortunatamente a dicembre, iniziate le vacanze natalizie, ho avuto modo di riposarmi e rimettermi “sulla carreggiata”, senza dover pensare a voti e verifiche. Aspettavo il nuovo anno con speranza,  e adesso mi piace interpretarlo come una sorta di nuovo inizio verso serenità, crescita personale e nuove esperienze positive”.

Sono lì, seduto dietro il banco che negli ultimi due anni ha sostituito la cattedra, ad ascoltare gemme come queste (e la prossima). E l’istinto sarebbe semplicemente quello di alzarmi e abbracciare queste ragazze e questi ragazzi che condividono le loro vite in classe. Un abbraccio silenzioso che non aggiunga parole alle loro, ma che sia semplicemente porto sicuro in cui far approdare quei vissuti. Ma la pandemia non lo consente, le convenzioni non lo consigliano. Però lo posso dire a G. (classe quinta): Ti abbraccio e mi piacerebbe poter prendere un po’ di quel dolore e sollevartelo dal cuore. E ti stimo, ti ammiro e ti incoraggio per il modo in cui hai iniziato il nuovo anno.

Gemma n° 1859

“Io avrei voluto portare una storia che mi raccontava mia nonna da piccola, soprattutto perché in quest’ultimo periodo è stata ricoverata in ospedale e temevo che la sua memoria la abbandonasse ancora di più, ma in realtà ieri ho ripensato a un mio zio che ho perso qualche anno fa. Per i primi anni di vita lui è stato importante per me, mi faceva divertire e riusciva a strapparmi sempre un sorriso: ero molto legata a lui. Poi, a causa di alcune vicende familiari, ci siamo persi di vista e quando è deceduto per una malattia, io ho vissuto il rimorso di non essere andata in ospedale a salutarlo. Stamattina stavo cercando una figura di compensato che mi aveva fatto quando ero piccola e che custodisco gelosamente (e che simboleggia anche il forte legame con mia cugina), ma ho trovato un’altra cosa regalatami da mio zio quand’ero piccola: uno Zippo di quando era stato in Vietnam con una scritta un po’ dark, una delle poche cose portate a casa da quel viaggio. Lo tengo sul comodino e anche solo a guardarlo i pensieri riaffiorano e sono pensieri che a volte fanno male, altre volte danno sollievo”.

Stamattina, mentre attendevo di entrare a scuola e pensavo a come commentare la gemma di T. (classe terza), mi sono imbattuto in queste parole tratte da Cedi la strada agli alberi, libro di poesie di Franco Arminio:

Non solo dobbiamo morire,
ma prima di noi 
assistiamo alla morte degli altri,
lenta o improvvisa, sempre ingiusta,
infame, orrenda.
Chiarito che contro la morte
nulla possiamo,
non abbiamo altro da fare
che stare attenti
e donarci
un attimo di bene, uno alla volta,
uno per noi e uno per gli altri.
Possono essere persone care
o persone sconosciute, poco importa,
quello che conta è rubare il seme del bene
e piantarlo sulle facce della gente.

Gemma n° 1839

“Ho portato questo peluche: me l’ha comprato mia mamma quando avevo circa cinque anni perché quand’ero piccola andava a fare viaggi di lavoro. Mi ricordo che andava sempre a Piacenza e io piangevo tantissimo, sia che stesse via un giorno che stesse via un giorno solo. Di rientro da questi viaggi mi portava sempre qualcosa. Questo è l’unico oggetto che ho tenuto: non ci ho mai giocato, non ci ho mai fatto niente, neppure dormito, ma è sul comodino da quella volta. Mi ricorda il legame stretto che ho con mia mamma”.

Questa la gemma di L. (classe quarta). In questo momento sto scrivendo sul portatile al piano terra di casa mia. Ovunque volga gli occhi ci sono giocattoli di Mariasole: la scorsa settimana ha compiuto due anni e nuovi oggetti stanno abitando casa nostra. Mi chiedo quali si fisseranno nella sua memoria, di quali si porterà dietro un ricordo, ma è un’operazione senza senso… Nel contempo sto liberando alcuni armadi da oggetti che sono lì da anni senza mai essere stati utilizzati e senza alcun ancoraggio nella mia memoria o nei miei affetti. Un po’ mi fanno pena. Anche perché: non è che con le persone sia molto diverso, no?

Gemma n° 1832

“La mia gemma è questo braccialetto che mi ha regalato una mia amica più o meno quando avevo otto anni: ci eravamo conosciute al mare, lei era di Padova e ci vedevamo solo d’estate. Un anno mi disse che non sarebbe più tornata l’anno successivo e che quindi non ci saremmo potute rivedere. Così ci siamo scambiate i braccialetti per ricordarci reciprocamente”. 

Questa la gemma di M. (classe prima), che poi alla mia domanda se sia ancora in contatto con questa amica ha risposto che si sono perse. Mi ha fatto fare un salto alla mia infanzia e sono emersi dal passato volti sfumati di amicizie veloci che hanno comunque lasciato un segno, visto che a distanza di tanti anni sono ancora presenti nella memoria. Bello!

Gemma n° 1831

“Quest’anno come gemma ho deciso di portare qualcosa che ricordasse mio nonno ma che allo stesso tempo fosse importante per me e quindi ho portato questa farfalla in vetro. Diciamo che è un po’ contraddittorio da parte mia in quanto le farfalle rappresentano una delle mie più grandi paure; questa apparteneva a mio nonno. Lui fin da piccolo ha sempre avuto questa grande passione e ne ha collezionate di tutti i tipi, di stoffa, metallo, rame. Ora la collezione la possiede mia nonna e si trova all’interno di una vetrina. Una cosa che mi ricordo particolarmente è che quando ero piccolina e andavo da loro, passavo davanti a questa vetrina e, pur avendo tanta paura e ribrezzo, venivo catturata e restavo lì a osservarle”.

G. (classe quinta) ha raccontato così la sua gemma. Anche questa gemma la commento con un testo letterario, questa volta proveniente dal lontano oriente. E’ Haruki Murakami a scrivere: “No, non do nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi, le distinguo l’una dall’altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno vengo qui, le incontro, le saluto e faccio con loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene le cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fossero dissolte nell’aria. Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esistano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse in un mondo diverso da questo.” (1Q84)

Gemma n° 1794

“Questa banconota da 200 leke è uno dei tanti piccoli oggetti legati alla mia infanzia che considero una gemma e che conservo come tale; si tratta dell’equivalente di poco meno di due euro che la mia nonna paterna mi diede qualche giorno prima che io partissi per il mio primo viaggio in Albania, in modo da potermi comprare un souvenir.
La me di 10 anni fa, assolutamente priva di ogni conoscenza riguardo al valore del denaro, trattò la banconota come se si trattasse di una piccola fortuna e la ripose al sicuro sul proprio comodino, dimenticandosi dunque di portarsela con sé.
Ciò che al tempo reputai un’assoluta ed insormontabile tragedia, si rivelò essere invece un amabile scherzo del destino che mi consente di custodire gelosamente uno dei ricordi, inerenti alla mia nonna paterna, più preziosi che ho; essa, oltre a sostituire un banale souvenir e a rappresentare un pezzo del mio paese natale, la cui cultura ho imparato ad amare sin da piccola, mi ricorda ogni giorno uno dei modelli a cui aspiro di assomigliare, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, uno di quei personaggi che si narrano nei libri”.

Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la sua gemma. A questo punto di solito c’è il mio piccolo contributo. Solo che in coda alle sue parole E. ha aggiunto: “Ero indecisa se portare questo o un pezzo del costume della mia prima festa di carnevale in Italia. Come ho detto, ho imparato ad amare la mia cultura fin da piccola e, mentre tutte erano vestite da principesse o fate, io ero vestita col costume da sposa tradizionale albanese e SEMBRAVO UN PO’ FUORI LUOGO, PERÒ ERO FELICE”. Non saprei aggiungere parole più preziose.

Gemma n° 1791

“E’ una foto che ho fatto alle mie migliori amiche questa estate: mi piace il fatto di essere stata io a fare la foto e non ad essere ritratta, preferisco avere un’immagine del ricordo piuttosto che esserne parte”.

Questa è stata la gemma di A. (classe terza). Il fotografo Marco Scataglini ha detto una frase che penso si adatti bene a questa gemma: “La fotografia sei tu, è ciò che sei nel momento in cui la scatti.” Felice, direi.

Gemma n° 1756

“Ho scelto questa canzone perché mi ricorda un periodo di questa estate in cui la ascoltavo sempre. Oggi, ogni volta che la risento, mi tornano in mente tutti i ricordi di quei momenti in cui ho fatto nuove conoscenze e di tanto divertimento. Mi piace anche il significato: è una canzone che parla d’amore.”

S. (classe seconda) ci ha fatto ascoltare Stolen Dance di Milky Chance, un brano del 2013. A volte musiche, suoni, profumi, immagini si fanno memoria: a loro abbiniamo sensazioni ed emozioni, come se fossero chiuse in un cassetto. Poi basta aprirlo ed eccoci a rivivere tutto…

Gemme n° 502

In sul calar 033 fb.jpg

Non sapevo cosa portare come gemma. Una sera ero a letto e, si sa, prima di addormentarsi si pensano tante cose. Stavo ascoltando Photograph e quella canzone mi ha ispirato. Ho fatto un montaggio di foto dell’ultimo anno, con gli episodi salienti che lo hanno caratterizzato”. Così F. (classe quinta) ha presentato la sua gemma.
Il pioneristico fotografo inglese Eadweard Muybridge scrisse: “Solo la fotografia ha saputo dividere la vita umana in una serie di attimi, ognuno dei quali ha il valore di una intera esistenza”. Ne abbiamo visto un pezzo…

Gemme n° 498

Una canzone è stata la gemma di A. (classe seconda): “Ho scelto Photograph perché mi ricorda una persona importante e perché la ascoltavo sempre con le mie amiche in Inghilterra”.
La fotografia è quello che, in questa canzone, permette di abbattere le distanze, di far sentire presente chi è lontano, di rendere vicino chi non c’è. Spesso dietro ad una di esse si nascondono mondi e significati preclusi a chi non ne conosce la vera storia. Sono diari per immagini.