Sono allergico alle graminacee, alle composite e alle betullacee. Sono allergico a chi giudica, a chi crede di aver sempre ragione, a chi pensa che la via percorribile sia una sola, che guarda caso è la sua. Sono allergico a chi si ritiene indispensabile. Penso che le cose non siano solo nere o bianche, che ci siano le sfumature e i colori, che ci sia spazio, che le strade siano molte e con esse le curve e gli incroci e che ognuno sia libero di cercare, scoprire e percorrere le sue. Credo nell’inedito, nel potenziale di tutto quanto non è stato ancora espresso, nella possibilità di potermi meravigliare, nello stupore, nella strada non ancora battuta, convinto che anche lì ci sia il senso di cosa ancora non so.
Enzo Bianchi risponde a Shimon Peres
Enzo Bianchi risponde alla proposta di Shimon Peres su La Stampa di oggi.
“Serve davvero un’ONU delle religioni? Magari affiancata da una Carta delle Religioni unite? I termini con cui viene riassunta la proposta di Shimon Peres a papa Francesco sono di sicuro effetto mediatico, ma siamo convinti di sapere esattamente di cosa si sta parlando? Siamo concordi nell’interpretazione da dare a queste parole e a questa proposta? Nessuno mette in dubbio la sincera intenzione di pace che anima l’iniziativa assunta dall’ex-presidente israeliano, ma non possiamo esimerci dall’interrogarci sulle motivazioni che ne dà e sulle letture che ne possono derivare.
Se infatti il motivo principale – come sembra di capire dalle parole con cui è presentata la proposta di Peres – è il fallimento dell’ONU, della sua Carta fondatrice e, implicitamente, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non si vede come una nuova struttura, a composizione religiosa e non statuale, e una nuova dichiarazione di principi, confessionali e non di etica universale, possano riuscire là dove riteniamo abbiamo fallito le migliori risorse che l’umanità ha saputo investire all’indomani della seconda guerra mondiale. Forse che le affermazioni etiche della Carta delle Nazioni unite o i diritti fondamentali di ogni essere umano sanciti nel 1948 sono ritenuti non più validi? O non è piuttosto in discussione l’incapacità a metterli in pratica e la mancanza di volontà nel farli rispettare? E se mancano risorse e strumenti coercitivi per imporre tali valori e per fermare chi li conculca, crediamo davvero che un appello in cui il linguaggio religioso sostituisce quello diplomatico possa avere successo? Inoltre, in base a cosa riteniamo che chi non aderisce a nessuna religione sia privo di istanze etiche?
Ma vi è una lettura più immediata di questa iniziativa, ed è quella che stuzzica subito l’enfasi da parte dei media: un ipotetico nuovo organismo mondiale potrebbe stabilire una sorta di minimo comune denominatore delle fedi, di ciò che è permesso e che è proibito in ambito etico secondo i dettami delle diverse credenze religiose. Ora, in questa ottica, non si può evitare l’impressione di un appiattimento sincretista, di uno sfumare della rivelazione in una nebulosa in cui tutte le verità si equivalgono e ogni professione di fede è vittima dell’“indifferenza”. Certo è più facile addossare a un’entità interreligiosa oggi inesistente – e difficilmente realizzabile – le responsabilità cui il consesso delle nazioni non ha saputo far fronte degnamente, che non richiamare ai loro doveri etici e civili le nazioni e i loro governanti, la politica e l’etica pubblica. Forse che oggi chi ha le leve del potere politico ed economico ignora ciò che è bene e ciò che è male per l’umanità? Sta davvero aspettando ansioso che le religioni del mondo gli diano suggerimenti in proposito? O non è vero piuttosto che trascura consapevolmente questa chiara distinzione in base ai propri interessi?
La prospettiva cambierebbe se l’iniziativa mirasse a trovare modalità e spazi per garantire continuità e regolarità al confronto tra le religioni su tematiche etiche, se i responsabili delle diverse confessioni di fede potessero dialogare tra loro e aiutarsi reciprocamente nel trasmettere ai loro fedeli e nel testimoniare agli appartenenti alle altre fedi i principi fondamentali del proprio credo, se avessero un ambito autorevole e condiviso in cui manifestare le proprie convinzioni e trovare stimolo, conforto e arricchimento nel conoscere in profondità le convinzioni dell’altro. Si tratterebbe allora di uno spazio in cui avverrebbe nella franchezza e nel rispetto il riconoscimento della dignità umana ed etica del credente appartenente a un’altra religione così come della persona che non ritiene di fare riferimento a un ambito di fede per normare la propria vita e il proprio relazionarsi con il mondo. Come pure cambierebbe la prospettiva se prendessimo maggiormente sul serio la dimensione della preghiera come componente della storia, i cui effetti nella vita dei popoli e delle persone non si misurano mai nell’immediato. Come ha sottolineato papa Francesco dopo l’incontro di preghiera per la pace in Medioriente, si tratta di “aprire una porta” e di non lasciare più che si chiuda: una porta aperta anche grazie ai nostri sforzi, ma una porta che tale rimane solo grazie a Colui che è più grande e che, in risposta alla nostra preghiera, converte il cuore umano e lo dilata alla dimensione del suo amore misericordioso e compassionevole.
Non abbiamo di un’ONU delle religioni, bensì di reimparare l’arte dell’ascolto, del rispetto dell’altro, del dialogo cordiale, del riconoscimento della qualità umana e spirituale sia di chi incontriamo nelle nostre esistenze sia di chi vorremmo evitare di incontrare per non essere richiamati alle nostre responsabilità personali e collettive.”
Occhio!
Ne avevo scritto il 24 aprile. Ora, ho appena sentito la notizia: una ragazzina inglese di 14 anni si è impiccata dopo i mesi di insulti subiti su ask.fm. E non è la prima: in autunno una quindicenne e una tredicenne irlandesi, in primavera un quindicenne. Non riporto quanto avevo già scritto in aprile. Mi sento solo di dire, ancora una volta, ai miei studenti, soprattutto quelli più giovani: OCCHIO!
Nudi nella rete?
Sono convinto che internet sia un’opportunità molto importante per incrementare le conoscenze in vari ambiti e la circolazione di idee e opinioni. Sono altresì convinto che sia una risorsa da maneggiare con cura e che possa nascondere insidie non sempre chiaramente identificabili. Mi riferisco, in particolare, all’utilizzo che può essere fatto dei social network, o comunque di tutti quei siti che offrono la possibilità di esposizione personale. Sento la necessità, per la mia professione, di interessarmi dei mezzi che i ragazzi di oggi utilizzano per relazionarsi o semplicemente per svagarsi e devo confessare che non è sempre facile stare al passo con i tempi. Basti pensare che le differenze tra le varie età sono notevoli: alcuni degli studenti che ho in quinta non conoscono gli spazi web utilizzati da quelli delle medie o del primo biennio delle superiori… Figuriamoci io… Quello che mi preoccupa è che troppo spesso vedo i ragazzi esporsi in maniera personale sulla rete: sono loro, con le loro foto, i loro luoghi, le loro famiglie, i loro animali, i loro gusti, le loro passioni, i loro amori, le loro rabbie, i loro sfoghi. E spesso compaiono nomi e cognomi di amici, amori, nemici, rivali, parenti, conoscenti, insegnanti, allenatori… E in tutto ciò si espongono con il loro essere e le loro emozioni, piangono o ridono per quello che si scrive su di loro. Di frequente quanto appena descritto è pubblico, visibile a tutti. Ho amici scafati a proposito della rete, che utilizzano pseudonimi per gestire blog o profili e che si divertono a provocare discussioni o confronti, scrivendo spesso anche ciò che non condividono a livello ideale, solo per osservare le reazioni; e se ricevono insulti sanno regolarsi, sanno mettere una distanza di sicurezza tra la propria realtà e quella virtuale. La paura che ho, invece, nei confronti dei ragazzi è che questa distanza non ci sia e più avanti vanno le cose più il virtuale diventerà parte della realtà. Basta vedere quello che è successo ieri negli States: su twitter è apparso questo messaggio
La reazione immediata di Wall Street è stata questa
Si è risolto tutto in pochi attimi, quando si è scoperto che The Associated Press era vittima di hackeraggio. Un ragazzo che viene offeso in rete perché goffo o eccessivamente sensibile, una ragazza accusata di essere una poco di buono o di avere chili di troppo avranno lo stesso crollo di Wall Street. Avranno la stessa capacità di risollevarsi?
Noi bussiamo alla soglia
I primi soldi di quest’anno 2013 mia moglie ed io li abbiamo spesi in una libreria: spero sia di buon auspicio. Tra i nove libri portati a casa ho iniziato a leggere “Tu, mio” di Erri De Luca e sono rimasto affascinato, tra le altre cose, da queste parole:
“Non ho avuto intimità col fondo, con quelli che s’immergono coi fucili. Nicola non sapeva nuotare e mi ha trasmesso il rispetto per il fondo. Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi, dai pescatori. Chi va sotto a prendersela con le sue mani la risposta, fa il prepotente col mare. A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua. Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell’acqua, non dobbiamo entrare in casa sua da padroni.”
Mi sono venute in mente le relazioni tra le persone, le prepotenze che talvolta si manifestano senza il rispetto per le varie profondità che si custodiscono dentro gli uomini, le violenze di piegare gli altri ai propri fini e alle proprie aspettative. Mi sono venute alla mente le parole di Henri Nouwen che sembrano essere quasi un controcanto di accoglienza verso chi si ama: “A volte immagino che il mio intimo sia come un posto irto di aghi e di spilli. Come accogliere qualcuno se non vi può riposare pienamente? Un cuore agitato di preoccupazioni, rabbia e gelosia, causa delle ferite a chi vi entra. Devo creare in me una zona libera per poter invitare gli altri ad entrare e a guarire… Ciò significa una interiorità dolce e non un cuore di carne e non un cuore di pietra, uno spazio dove si camminare a piedi nudi” (Al di là dello specchio).



