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Gemme n° 396

Ho scelto questo video perché lui è il mio idolo. Gioca in una squadra neozelandese e mi fa venir voglia di dare sempre il meglio di me”. Così ha commentato la sua gemma P. (classe seconda).
Il giornalista Marco Pastonesi, ex rugbista, scrive: “Il rugby e` una voce del verbo dare. A ogni allenamento, a ogni partita, a ogni placcaggio, a ogni sostegno, dai un po` di te stesso. Prima o poi qualcosa ti tornerà indietro.”

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Famiglia e rugby

Mi ha scritto l’altro giorno uno studente, in risposta a un lavoro che avevo assegnato:

rugby2.jpg“Ecco. Il mio valore più importante è la famiglia… Ho scelto questa immagine perché penso che il Rugby sia come una famiglia: ci può essere qualsiasi persona in una squadra: c’è quello veloce, quello snello, quello tarchiato, quello alto, quello ciccione, quello grosso… Tutti questi con differenti personalità…. belle o brutte… E nonostante il carattere e l’aspetto fisico differenti l’uno dall’altro questa squadra è una sola: agisce, lotta, si aiuta a vicenda, ognuno ha il suo compito, proprio come una famiglia. Non deve mollare. Deve avanzare. Continuare il percorso anche durante le difficoltà…

Io gioco a rugby. Sono al primo anno dell’under diciotto e sono il più piccolo. Io ammiro molto i compagni più grandi di me. Essi hanno più tecnica, più fisico ed esperienza… Sono più forti, superiori a me, anche in partita, e ad allenamento (infatti le prendo molto spesso). Nonostante questo anche se ogni tanto fanno gli spavaldi con me, gli voglio bene, li rispetto con tutto il cuore e so che anche se mi legnano ad allenamento, nel vero match, nel momento del bisogno, quando sarò placcato, loro saranno lì a prendere la mia palla per poi portarla oltre la linea di meta. Con loro son sicuro: avrò sempre un sostegno, sia morale che fisico. Per questo ritengo che la famiglia sia importante, sia dal punto di vista sociale che sportivo.

Devo dire che riflettendoci, ci sono vari tipi di famiglia in questo mondo, anche se non ce ne rendiamo conto. La prima cosa che viene in mente appena qualcuno dice la parola famiglia, sono i genitori e i parenti. Se pensiamo bene invece ci sono anche altre famiglie. A scuola, al lavoro, nello sport, ovunque.

La famiglia condivide tutto nonostante le difficoltà.

Oggi uscendo dallo spogliatoio ho visto i due soliti fuori quota della squadra… Sono acerrimi nemici in campo. Quando si devono scegliere le squadre ad allenamento loro sono sempre separati, l’uno contro l’altro. Se le danno di santa ragione. Alla fine pero’ si chiamano a vicenda “mate”, vengono ad allenamento insieme, ridono insieme, c’è un’ intesa incredibile … Sono inseparabili… Io penso che ci sia qualcosa di magico in questo sport… Si condivide tutto: dalla fatica degli ultimi minuti impossibili da giocare, dove le ossa scricchiolano, i lividi si sentono di più e le gambe si indolenziscono, alla pasta del terzo tempo, dove si ride e scherza anche con la squadra avversaria.

Il rugby insegna tante cose. Ti insegna ad attribuire i valori alla vita, ti insegna a rispettare, a dare sostegno, a non mollare al primo tentativo, a perseverare…. ad essere UNITI… Come una famiglia…

Il rugby è come la vita. C’è tutto dentro: Difficoltà, dolore, amore, passione… Non per questo è definito dai gallesi “LO SPORT CHE VIENE GIOCATO IN PARADISO”… E lei cosa ne dice prof, pensa che qualche volta Dio si metta a fare qualche partita di rugby per insegnare a noi la vita?”

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Duro come la vita, bello come la vita: il rugby

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Sto attraversando un periodo di disamore per il calcio: da curvaiolo convinto per qualche anno a persona che ogni tanto guarda qualche partita. E così ho aumentato la frequentazione televisiva con altri sport che comunque ho sempre, bene o male, seguito: baseball, football americano, soprattutto rugby. Ed ecco che trovo su Avvenire un bell’articolo di Vittorio E. Parsi, un inno al rugby, alla vita, alla speranza.

“Chi domenica ha avuto il privilegio di essere allo stadio Olimpico di Roma sa bene di essere stato partecipe di un evento il cui significato va oltre il pure importante ambito sportivo (con la storica vittoria italiana). Sessantamila persone, assiepate spalla a spalla, senza alcuna distinzione tra francesi e italiani, convenute sulle rive del Tevere per sostenere i propri colori: tutti insieme, senza reti, gabbie e schieramenti di polizia a separarli, perché accomunati innanzitutto dall’amore per uno sport senza tempo, che neppure la tv e il professionismo hanno saputo rovinare. E in campo 30 uomini che si sono battuti letteralmente fino all’ultimo secondo per sopraffarsi a vicenda, dandosele di santa ragione, eppure pronti a riconoscersi fratelli, gli uni per gli altri. Bisogna forse averlo giocato, il rugby, per capire fino in fondo come la lotta e il rispetto formino le due facce inscindibili di un’unica medaglia. Perché è dall’asprezza della lotta, dal sudore e dal dolore per i colpi subiti, per la vera fatica che si fa a conquistare e a difendere ogni singolo metro del campo di gioco che scaturisce il rispetto per l’avversario il quale, come te, sta dando il massimo (e anche di più) per avanzare. Si corre, si placca e ci si affronta per portare la palla avanti di qualche metro, e per proteggerla: tutti insieme, perché questo è il rugby, uno sport in cui nessuno è così “fenomeno” da poter vincere da solo e dove il contributo di ognuno è decisivo per portare la palla oltre la linea di meta. È uno sport serio, in cui si parla poco, e in cui le “moine” e le “simulazioni” non trovano spazio. Duro come la vita, bello come la vita e leale come la vita dovrebbe sempre essere, anche se a volte non lo è. Il rugby è pura educazione sentimentale, perché costringe a fare del coraggio, del sacrificio, della lealtà, dell’umiltà e dell’altruismo una pratica quotidiana: senza tante parole, senza troppi discorsi, ma semplicemente correndo, spingendo e placcando perché, come amano ricordare i rugbysti, «noi mettiamo la faccia in posti dove molti altri non metterebbero neppure un piede». Eppure, non c’è nessuna spocchia in queste frasi, ma semplicemente il monito rivolto innanzitutto a noi stessi che tutto questo è possibile solo perché hai la certezza di poter contare sul sostegno di un compagno – sempre – disposto a sacrificarsi per te come tu faresti per lui. Credo sia proprio questo tipo di messaggio che sta avvicinando al rugby tanti neofiti e lo sta trasformando in uno degli sport più seguiti e amati, ampliandone il numero dei praticanti. Al di là di ogni retorica, basta fare un giro per i campi in cui tanti giovanissimi giocano ogni week-end, vedere che cosa sono le rugby moms, per capire di che cosa stiamo parlando. Il rispetto che impari sul campo, con l’ovale stretto al petto, non ti abbandonerà mai anche fuori dal rettangolo di gioco, e saprai praticarlo anche nei confronti di chi nella vita ha commesso errori magari gravi. Perché se è vero che il rispetto te lo devi conquistare con il coraggio, è altrettanto vero che a chi mostra coraggio il rispetto è dovuto. E cosa c’è di più coraggioso che provare a cambiare una vita sbagliata? È proprio questo spirito che lega la partita di domenica a un’altra storia di rugby, che avrà luogo domani, quando, il “Grande Brianza Rugby” e il “Rugby Monza” terranno a battesimo la squadra dei detenuti del carcere di Monza, che da settembre hanno contribuito a far nascere ed allenare. Una storia di rugby, come tante altre, nata dalla circostanza che il campo di allenamento brianzolo confina con la casa circondariale: un luogo di dolore e uno di gioia, due mondi diversi, incapaci di ignorarsi, uniti dai valori che la palla ovale incarna e rappresenta, perché il rugby non è solo il nostro sport, ma è anche uno stile di vita e dare sostegno a chi ha bisogno di aiuto non è solo un aspetto del nostro gioco, ma è un modo di essere.”