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Lui chiamare me fratello

“laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello…”
Utilizzo Twitter in maniera poco social: praticamente non ho interazioni. Ogni tanto pubblico qualcosa, la maggior parte delle volte lo uso come strumento di scoperta. Come in questo caso… Grazie a un articolo di Maria Elena Murdaca su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa ho scoperto il libro Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso di Anatolij Pristavkin, la storia di due orfani russi che si ritrovano coinvolti nelle tragiche vicende del 1944 conseguenti alla deportazione forzata dei ceceni ad opera di Stalin.

“… è un romanzo di recupero della memoria, ambientato all’epoca di una delle pagine più nere della storia dell’Unione Sovietica: le deportazioni staliniane durante la Seconda guerra mondiale. Gli spostamenti obbligati di intere popolazioni, ancora oggi, rimangono un evento poco conosciuto dal grande pubblico. L’opera, ricca di spunti autobiografici, racconta l’esodo di massa dal punto di vista di una categoria particolare di deportati: i russi. Le varie etnie caucasiche tramandano l’epopea di generazione in generazione, alimentandone il ricordo: ogni nazionalità ha il proprio giorno della memoria (il 23 febbraio per i ceceni, l’8 marzo per i balkari).
Diversamente, il trasferimento forzato, o quantomeno fortemente incentivato, dei russi non è rimasto impresso nella memoria nazionale collettiva, né gode della considerazione di tragedia. Ciò non cambia il fatto che lo fu. A essere trasferiti nel Caucaso, per modificarne la composizione etnica, dopo lo sradicamento delle popolazioni autoctone, furono gli indifesi. Sfilano, nella narrazione, orfani, vedove, mutilati, invalidi, persone sole, ognuna di loro con una storia di miseria e solitudine, come l’educatrice Regina Petrovna:
“Le mogli degli aviatori rientrati a casa dovevano andare dalle famiglie di quelli che non erano tornati. Era la regola. La cosa più terribile era entrare in una casa, dove ancora non sapevano niente, e far finta di esserci capitate per caso. […] E le mogli degli altri piloti vennero da me […] I tedeschi si avvicinavano: il nostro villaggio di aviatori fu trasferito. Non avevo nessun motivo per seguire gli altri. Ero vedova e per di più con la responsabilità dei due piccoli… Sono andata all’orfanotrofio, dove i miei bambini sarebbero stati insieme a quelli degli altri, e io me la sarei cavata più facilmente. Si faceva la fame! Poi ho deciso di venire quaggiù… pensando che sarebbe stato un po’ più semplice”
O, ancora, Demjan, un altro diseredato:
“Si ricordava del giorno in cui, ricoverato in un ospedale militare nei dintorni di Bijsk, una città della regione dell’Altaj, era andato al fiume con l’intenzione di annegarsi: aveva ricevuto una lettera dove gli comunicavano che sua moglie e i suoi figli erano stati bruciati vivi dai nazisti nella loro isba… E lui era storpio e ormai non serviva più a nessuno […] Ad un tratto la dottoressa disse che nel Caucaso c’erano terre fertili e disabitate. Aspettavano gente che le lavorasse. Perché non provare!…”
Attraverso le rocambolesche avventure dei gemelli Saška e Kol’ka Kuz’min, due scavezzacollo russi spediti in Caucaso alla colonia, Pristavkin rielabora e ripropone la propria esperienza.
“Naturalmente i Kuz’min non sapevano che gli organi regionali avevano avuto la bella idea di decongestionare gli orfanotrofi dei dintorni di Mosca – nella primavera del ’44 ce n’era un centinaio sparso per la regione. A questi ragazzi andavano aggiunti i besprizornye, che vivevano alla bell’e meglio dove capitava.”
I Kuz’min, Saška e Kol’ka, pur essendo identici, indistinguibili e inseparabili, non conoscono il significato del termine “famiglia”, che a loro risulta sempre ostile. In compenso, tutto il loro notevole ingegno è teso al procacciamento di generi alimentari allo scopo di non morire di inedia, tanto a Tomilino, nei dintorni di Mosca, quanto nel fertile e ricco Caucaso. Per questo motivo le loro trovate e la loro inventiva non suscitano il riso: la morte per fame incombe ad ogni momento su di loro, e per il lettore è impossibile dimenticarsene.
Con l’intento di recuperare un tassello, Pristavkin sottolinea vigorosamente come la sofferenza e le prevaricazioni subite da russi e ceceni siano parallele e di eguale intensità. Il “gemellaggio” fra russi e ceceni, entrambi vittime del medesimo tiranno, è incarnato dal personaggio di Alchuzur, giovane ceceno, orfano a causa dei soldati russi, che subentra a Saška, a sua volta vittima della crudele rappresaglia cecena, fino ad assumerne la funzione di “gemello” e persino il nome, al fianco del superstite Kol’ka.
“Nel nostro dormitorio c’erano anche due fratelli, i Kuz’min, che noi chiamavamo i gemelli Kuz’min. E benchè non si somigliassero affatto: uno era un vero russo, biondo col naso all’insù, l’altro era scuro e aveva i capelli neri, corti, gli occhi neri e spiccicava soltanto qualche parola in russo… ma i gemelli Kuz’min affermavano, anche se nessuno glielo chiedeva, di essere fratelli di sangue!”
Lo struggente sodalizio fra Kol’ka e Alchuzur-Saška, in uno scenario desolato e dolente, è il mezzo che assicura a entrambi la sopravvivenza, in una realtà di guerra, in cui essere bambini e innocenti non offre alcuna garanzia, e russi e ceceni possono essere egualmente crudeli.
“- Giù! – gridò forte l’uomo. O sparo!
Puntò nuovamente il fucile su Kol’ka e Kol’ka si distese a faccia in giù. Rimase immobile e sentiva urlare l’uomo e Alchuzur. Ma Alchuzur gridava forte nella sua lingua e l’uomo rispondeva in russo, sicuramente perché voleva che anche Kol’ka sentisse. Perché gli fosse chiaro che adesso l’avrebbe ucciso. […]- Ma tochna cumna!- gridava Alchuzur. -Non ucciderlo! Lui salvato me da soldati… Lui chiamare me fratello…”

Scene oniriche e di fantasia intridono tutta la narrazione, che ha un tono malinconico e nostalgico: mentre la nostalgia del ceceno Alchuzur ha per oggetto la famiglia e il villaggio, distrutti dalla guerra, quella di Saška e Kol’ka è universale, per una condizione umana da paradiso perduto in cui tutti gli uomini sono fratelli:
“- Ho fatto amicizia con Alchuzur – avrebbe detto Kol’ka.- Anche lui è nostro fratello!
– Penso che tutti gli uomini siano fratelli – avrebbe risposto Saška, e loro sarebbero andati lontano lontano, laggiù dove le montagne si tuffano nel mare e la gente non ha mai sentito parlare della guerra e del fratello che uccide il fratello”

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Un concilio poco conciliante?

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Poche ore fa il Presidente ucraino Petro Oleksijovyč Porošenko ha annunciato che il concilio per l’unificazione della Chiesa ortodossa autocefala dell’Ucraina si terrà il 15 dicembre. Proprio domenica mi è capitato di leggere sul numero de La Lettura del 25 novembre un articolo di Marco Ventura che trattava l’argomento. Vi sono vari passaggi che mi lasciano perplesso, ma, come ho spesso fatto, sul blog do spazio a chi fa pensare e stimola la riflessione. Ecco dunque il suo pezzo che ho reperito qui.

Il Concilio annunciato in Ucraina rischia di determinare una rottura traumatica fra il patriarca di Costantinopoli, che ha un primato d’onore in quella confessione, e il patriarca di Mosca, che vanta il maggior numero di fedeli. La posta in palio è il diritto all’autogoverno, «autocefalia», delle autorità ecclesiastiche schierate con Kiev.
È annunciato per le prossime settimane il Sobor, il santo Concilio che cercherà di dare all’Ucraina un’unica Chiesa ortodossa. Competono le tre maggiori Chiese del Paese. Quella fedele al Patriarcato di Mosca, circa il 20 per cento dei credenti sul totale, e le due vicine al governo ucraino presiedute rispettivamente dal patriarca di Kiev Filarete e dal metropolita Macario. La tensione ha raggiunto livelli clamorosi dopo che l’11 ottobre il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, primo tra pari tra i patriarchi del mondo ortodosso, ha ammesso Filarete e Macario alla comunione con le altre Chiese.
Tecnicamente non è il «riconoscimento» delle due Chiese di cui ha parlato la stampa internazionale. Costantinopoli ha invece preannunciato in un comunicato del 19 novembre il rilascio del tomos, il documento specifico con cui si riconoscerà il diritto all’autogoverno, l’«autocefalia» ortodossa, della Chiesa che nascerà dal Concilio. Il passo è grave per il Patriarcato di Mosca, che si sente debole nel processo verso un’unica Chiesa autocefala ucraina. «È stata attraversata la linea rossa», ha dichiarato il portavoce del patriarca Kirill, che ha anche parlato di «catastrofe»e di rischio che si interrompa la comunione eucaristica tra Mosca e Costantinopoli.
Il conflitto ucraino ha gli ingredienti delle grandi storie di religione e potere. I protagonisti si sfidano in ambizione e avidità: ricattano e comprano,sussurrano e gridano, trattano e sparano. Tutti vanno a letto con tutti; tutti avvelenano tutti. Il copione potrebbe funzionare sempre, ovunque. In questo inizio di terzo millennio, tra Kiev, Mosca e Istanbul, esso prende una forma peculiare. Lo spazio è decisivo. Il controllo del territorio attribuisce proprietà e finanze, popolazione e cariche, ricchezza economica e politica. Nel mondo ortodosso la questione è particolarmente cruciale.
Dalla sua ridotta di Istanbul, il patriarca di Costantinopoli ha un primato di onore e non di giurisdizione. Le Chiese sono autocefale, hanno ciascuna un proprio vertice, un capo. Lo spazio dell’ortodossia è concepito come diviso infette controllate dall’una o dall’altra Chiesa. Il territorio canonico è un sofisticato congegno teologico e giuridico il cui funzionamento implica una feroce lotta contro ogni rivale interno al mondo ortodosso ed esterno ad esso,specie cattolici e musulmani. La coesistenza nello stesso territorio di più di una Chiesa, e di più di un capo, è una patologia. L’unità del potere politico segue il medesimo principio: un sovrano, una Chiesa, un territorio.
Le condizioni in cui nei secoli si sono trovati a vivere gli ortodossi hanno spesso contraddetto il principio. Nell’Impero ottomano, gli ortodossi arabi e serbi, greci e bulgari hanno formato comunità mobili e sparse, sotto governanti musulmani. Nel corso delle guerre russo-polacche, l’Ucraina è stata fatta a pezzi tra cattolici e ortodossi. Mentre il puzzle si disfaceva e si ricomponeva, ogni volta in modo nuovo, ogni volta in riferimento a un mitico passato, mentre nell’era della comunicazione digitale il territorio si disperdeva online, l’unità di potere politico ed ecclesiastico sul territorio canonico diveniva tanto più ambita quanto più lontana dalla realtà.
Dopo il crollo del comunismo, gli ortodossi si sono dovuti impegnare soprattutto contro i nemici atei e musulmani. Al centro della battaglia, il patriarca di Belgrado resisteva sotto le bombe degli occidentali secolarizzati e dava battaglia in Bosnia contro i mujaheddin venuti dall’Afghanistan, dalKashmir e dall’Algeria. Lo schema dello scontro mondiale tra cristiani e musulmani ha dominato negli ultimi trent’anni la percezione del ruolo geopolitico degli ortodossi. È stato il caso delle Chiese ortodosse che non accettano il Concilio di Calcedonia (451 d.C.), gli armeni sotto costante minaccia azera e turca, e i copti egiziani. È stato il caso dei russi che,dalla guerra contro i musulmani ceceni e dal controllo dei musulmani nelle proprie frontiere, il 10 per cento del totale della popolazione russa, hanno tratto le risorse per la strategia di influenza sul mondo islamico culminata con l’intervento in Siria.
Il grande scontro con l’islam di cui sono stati protagonisti gli ortodossi ha lasciato in secondo piano altre tensioni. Dei 25 mila morti in Croazia tra il 1991 e il 1995, dei 55 mila caduti in Bosnia tra il 1992 e il 1995, delle centinaia di morti della guerra in Georgia, Ossezia del Sud e Abcasia tra 1988 e 1993 non si è parlato in termini di vittime di una guerra tra cristiani.Invece lo erano. Nel caso della Croazia e almeno in parte della Bosnia, le violenze ebbero luogo tra cristiani di diversa confessione, cattolici e ortodossi. In Georgia, ortodossi uccisero ortodossi. La pace intervenuta successivamente,negli stessi mesi degli accordi che misero fine al conflitto nordirlandese tra cattolici e protestanti, rese le violenze tra cristiani ancor più invisibili.Se c’erano state, e se anche si fossero davvero potute catalogare come«violenze tra cristiani», il loro tempo era finito.
A vent’anni di distanza, l’esplosione della guerra del Donbass nell’Ucraina orientale, ha nuovamente sfidato la convinzione che la violenza religiosa contemporanea abbia soltanto a che fare con l’islam. Come in Georgia negli anni Novanta, e con una magnitudine enormemente maggiore, cristiani hanno ucciso cristiani; addirittura, cristiani ortodossi hanno ucciso cristiani ortodossi. E continuano a farlo.
Il conflitto tra patriarchi e Chiese ortodosse in Ucraina mette allora davanti a un bivio. Lo scontro può essere visto e gustato quale lotta di potere politico ed economico, come fa la maggior parte degli osservatori. Si inseguono le sfumature, si pesano le mosse, si stringe il microscopio sugli attori locali, si allarga il campo a Kirill e a Bartolomeo. Ecco irrompere gli alleati: gli ortodossi americani in gran parte vicini a Costantinopoli, i serbi tradizionalmente amici di Mosca. Ecco i governi mettere mano al portafoglio: a Kiev per strappare qualche vescovo al Patriarcato di Mosca o per far sedere i dignitari filorussi al tavolo del Consiglio interreligioso; a Mosca per boicottare l’imminente Concilio. Ecco pesare gli interessi economici, i gasdotti, le risorse naturali e la diplomazia internazionale, l’Unione Europea, la Nato.
Solletica, questo modo di leggere la crisi ecclesiastica ucraina, ma resta in superfice e induce a sbagliare sui dettagli. La grande stampa internazionale lo fa proprio: perciò commette l’errore di annunciare un inesistente«riconoscimento» delle Chiese ucraine da parte del patriarca di Costantinopoli e trascura la posta in palio nel prossimo Concilio. Appiattiti su polemiche e trame, si resta ciechi davanti alla grande questione per i cristiani in Ucraina, dove dal 2014 sono morti in quasi 10 mila, e le violenze continuano. S’ignora cioè il nesso tra la crisi delle Chiese e questi morti, le migliaia di feriti, gli sfollati: i cristiani ucraini e russi, greci e serbi, appaiono privi di responsabilità, impotenti; in balia della politica e dell’economia,locali e globali.
Ecco il punto. Il processo che condurrà al Concilio sarà il test della capacità degli ortodossi, in Ucraina e altrove, di essere plurali e uniti, senza violenze. Sbaglierebbe, in proposito, chi snobbasse la vicenda come solo ortodossa. L’onda delle decisioni delle prossime settimane a Kiev, Mosca e Istanbul investirà in pieno tutti i cristiani che in Europa e in America, in Asia e in Africa, cercano il proprio posto nel futuro.”

Pubblicato in: Diritti umani, sfoghi, Storia

Preoccupazioni

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Pubblico quasi per intero l’articolo di Nicola Pedrazzi pubblicato ieri su Riforma.it (qui quello intero). Si tratta di un’intervista all’ostetrica Ludovica Tosolini, presidente di Mam Beyond Borders.
Nonostante il “cessate il fuoco”, la guerra in Siria non si arresta, prosegue sulla pelle dei civili. Nei giorni scorsi, raid missilistici russi hanno colpito duramente diverse strutture mediche del nord del paese, mietendo decine di vittime. Ne parliamo con Ludovica Tosolini, ostetrica e presidente dell’associazione Mam Beyond Borders che dal 2014 cura progetti socio-sanitari in aree di conflitto: principalmente in Africa e anzitutto a protezione dei bambini. Due anni fa Ludovica ha lavorato tra Turchia e Siria, lungo una porzione di confine che al momento le autorità turche hanno deciso di chiudere.
Quando è arrivata in Siria? Dove lavorava?
«Sono arrivata in Siria nel 2013. Al campo profughi di Bab al Salam seguivo un programma di screening della malnutrizione, in collaborazione con lo staff di Medici Senza Frontiere di Azaz, cui trasferivamo i bambini gravi, i casi di malnutrizione severa. Una collaborazione che una volta avviata funzionava anche a distanza, dall’Italia. Noi volontari stranieri non dormivamo in Siria ma in Turchia, attraversavamo il confine ogni mattina per raggiungere il campo. Un’attività che non abbiamo più potuto svolgere sul terreno dall’estate del 2014 ».
Ovvero dal rapimento di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. In Italia da quel momento è cambiata la percezione della Siria.
«Io sono rientrata in Italia nel luglio 2014, la settimana prima del rapimento. Un anno dopo, nel settembre 2015, la Farnesina ha convocato tutti i presidenti delle associazioni con progetti umanitari in Siria e in altri paesi consegnandoci un decalogo di regole da seguire. L’ente che assicura per la Farnesina è la Siscos, e al momento non assicura più gli operatori umanitari per la Siria. Risultato: noi non mandiamo più nessuno. Stando così le cose, l’unica attività che possiamo svolgere è tenere contatti con le persone e i referenti che abbiamo conosciuto in loco oramai tre anni fa».
Dove lavorano i medici con cui siete in contatto?
«Non operano più nell’ospedale dove andavamo noi perché è stato bombardato due volte, si sono spostati tutti nell’ospedale di Medici senza Frontiere. La sala parto che avevamo avviato assieme a We Are Onlus era gestita già allora da personale locale, da ragazzi siriani cui facciamo ancora riferimento (mi piace ricordare in particolare Zakarya Ebraheem, un’anestesista che lavora anche per Ocha). La sala parto di cui ti parlo è stata distrutta in un raid aereo, era il giorno di Natale. Sono morte sei persone, tra cui un neonato e i suoi genitori. I media italiani non ne hanno parlato, non si è saputo nulla. Quegli stessi locali sono stati presi di mira lunedì scorso, da quanto sappiamo in entrambi i casi erano bombe russe».
Com’è quel tratto di confine turco-siriano?
«Quello che ho visto io nel 2013 non conta, perché oggi la situazione è cambiata completamente. La Turchia ha blindato quella porzione di confine con la Siria: andando verso Kilis, la prima cittadina turca dopo la frontiera, non è più possibile lasciare il paese, tuttavia a seguito dei massicci bombardamenti su Aleppo una calca di sfollati continua ad accumularsi su quella direttrice, tra Azaz e Bab al Salam. Bab al Salam era e sta tornando a essere un campo profughi, una prigione a cielo aperto. È da qualche settimana che stiamo mandando aiuti economici ai ragazzi che gestivano l’ospedale che avevamo contribuito a organizzare. Ora lavorano tutti per la mezza luna rossa. Cerchiamo di garantirgli quantomeno i farmaci essenziali per i bambini, per le bronchiti».
Che idea si è fatta della situazione politica?
«Non un’idea diversa da quella che può farsi chiunque leggendo i giornali. Le “grandi potenze” si sono incontrate a Monaco l’11 febbraio scorso. Si sono accordate su un generico “cessate il fuoco” ma per la Russia questa misura non può interrompere la lotta al terrorismo: all’Isis, ad al Nusra e ad altri gruppi legati ad al-Qaeda. Ora, se l’Isis è territorialmente riconoscibile nell’est del paese, altri gruppi sono difficilmente circoscrivibili, mischiati come sono al Free Syrian Army, ovvero ai ribelli che combattono i lealisti di Assad. Ecco perché Aleppo e Azaz continuano a essere colpite: perché sono zone ancora contese tra lealisti e ribelli, e com’è noto, al di là della lotta al terrorismo, la Russia è schierata con i primi. Dal punto di vista umanitario, quello che mi compete, in Siria la “linea rossa” così come l’ha chiamata Obama è stata oltrepassata da troppo tempo, da prima degli attacchi chimici. Ieri il «Corriere della Sera» ha addirittura parlato di “deportazione”, riportando la notizia della polizia turca che ha imposto con la forza ai profughi siriani di firmare un “consenso di rimpatrio” (peraltro scritto in turco) prima di rispedirli oltre confine.”

Pubblicato in: Diritti umani, opinioni, Società, Storia

Possibili conseguenze

Sultanahmet square

Dimitri Bettoni ha scritto questo articolo il giorno dopo l’attentato di Istanbul. Ha evidenziato quattro conseguenze. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Camminare per le strade di Istanbul, lungo il lastricato di Sultanahmet, il giorno dopo. Vedere la città che cerca di ricominciare, pur ancora stordita, confusa, impaurita. Istanbul è mescolanza di odori, voci e colori, qui caos significa casa. Il vuoto ed il silenzio, invece, inquietano.
Mancano le code davanti a Santa Sofia e alla Basilica Cisterna, il frenetico andirivieni dei camerieri nei locali, manca persino l’assalto dei proprietari dei ristoranti, lo ammetto, solitamente quasi molesto, che provano a trascinarti ai loro tavoli. L’invito, se arriva, è apatico, sono molto di più gli occhi puntati verso le strade semivuote, le mani incrociate dietro la schiena, gli sguardi al cielo plumbeo che rotola sul Bosforo che ribolle.
Non fraintendiamoci, questa città è enorme, interi quartieri perseverano nelle proprie abitudini. Sultanahmet, però, è un punto sensibile: per gli strati e strati di Storia sotto la patina da agenzia pubblicitaria, e perché questi viali sono calpestati, ogni anno, da dodici milioni di turisti.
Undici di loro hanno perso la vita nell’attentato suicida, un numero minuscolo rispetto alla massa di persone che calca quotidianamente queste strade, eppure enorme se ci si sofferma a riflettere sulle molte conseguenze di quanto accaduto.
La prima è che undici esseri umani non torneranno a casa. La nazionalità tedesca di dieci di essi, l’undicesimo era peruviano, ha spinto molti a cercare un retroscena. Senza però una dichiarazione d’intenti esplicita, difficile stabilire con certezza l’intenzionalità di colpire cittadini di quella Germania che ha così stretti legami con la Turchia.
Più giusto soffermarsi sulle conseguenze: la Germania, i tedeschi, si sentono colpiti comunque, sia che siano stati scelti deliberatamente come bersaglio, sia che la statistica sia solamente una coincidenza figlia del fato. Tedeschi che, tra l’altro, sono il gruppo più consistente di quei dodici milioni di visitatori a cui accennavo prima.
In seconda posizione, i russi. E qui arriviamo alla seconda conseguenza di questo attentato: il danno economico e, soprattutto, d’immagine. Difficile pensare che questo 2016 sarà un anno roseo, per il settore turistico turco. “Sapevamo che sarebbe successo, era solo questione di quando”, raccontano i ristoratori di Sultanahmet, con il sospiro di chi ha visto concretizzarsi le proprie paure. “Ora è bassa stagione, si lavora comunque poco, ma quando arriverà la primavera, che succederà?”. Il fascino di Istanbul avrà la meglio sulla paura e sulla follia del gesto omicida? Quanto tempo servirà alla ferita per rimarginarsi?
La Turchia non è solo un paese che convive accanto ad un conflitto, quello siriano-iracheno. È un paese che la guerra ce l’ha in casa, con un sudest curdo messo a ferro e fuoco ormai da mesi. Le fotografie che arrivano da alcuni distretti di Diyarbakir o Cizre somigliano fin troppo a quelle di Aleppo o Homs.
La terza domanda che aleggia sul dopo attentato è quindi, quale sarà la risposta di Ankara? Se si presta orecchio alla narrativa del governo e dei media che lo sostengono, a questa violenza si aggiungerà altra violenza, non c’è spazio per distinguo e sottigliezze. Nel calderone con l’etichetta “terrorista” sono stati gettati ogni sigla o gruppo ritenuti responsabili di voler smembrare la Turchia, come già è stato fatto con Siria e Iraq: militanti dell’ISIS, gulenisti, curdi del PKK turco o del PYD siriano, insieme alla longa manus russa evocata invece da alcuni editorialisti favorevoli al governo: tutte minacce all’integrità della nazione turca.
Il 14 gennaio si è avuta la prima reazione ufficiale post-attentato dell’esercito: raid aerei sull’area di Qandil in Iraq, dove il PKK ha numerose basi logistiche e di addestramento. Sia nelle settimane precedenti l’attentato, sia nelle ore successive, sono stati eseguiti diversi arresti di presunti appartenenti allo Stato Islamico, cinque dei quali accusati di essere legati a Nabil Fadli, l’attentatore.
Di Fadli si sa che aveva nazionalità saudita. L’uomo aveva attraversato la Siria per raggiungere la Turchia, dove aveva ottenuto supporto logistico da complici ancora non identificati. Soprattutto, aveva richiesto asilo politico alla Turchia in qualità di rifugiato.
La quarta conseguenza del suo gesto riguarda perciò proprio la situazione di quegli oltre due milioni di rifugiati che la Turchia, impartendo una severa lezione di dignità e umanità all’Europa, ospita oggi sul proprio territorio. Riuscirà la coraggiosa politica di accoglienza a sopravvivere alla bomba di Sultanahmet?”

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Panorama siriano

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Capire quale sia la situazione in Siria penso sia una delle sfide più grandi per i non addetti. Questo articolo della redazione di OasisCenter cerca di fare un po’ di chiarezza con il contributo di Paolo Maggiolini.

La recente decisione russa di impegnarsi militarmente in Siria sta riportando l’attenzione sul conflitto che da quattro anni infiamma il Paese mediorientale e sembra aver messo fine a quella condizione di stallo che ne ha determinato le dinamiche sino a questo momento. In tale contesto è fondamentale capire quali sono, dove operano e da chi sono sostenuti i protagonisti del conflitto.

LE FORZE PRO-ASSAD
Il regime di Assad è sostenuto internazionalmente dalla Russia e dall’Iran. Sul campo operano gli effettivi dell’esercito governativo siriano, varie milizie legate al presidente e le milizie di Hezbollah e di altri gruppi sciiti. La Russia, che dispone in Siria dell’importante porto di Tartus (l’unico sbocco sul Mediterraneo per la flotta militare russa), ha finora colpito soprattutto le zone occupate dai ribelli, in particolare la regione di Idlib, recentemente conquistata dalla coalizione formata da Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham.
L’esercito siriano
Le forze del regime di Bashar al-Assad sono concentrate lungo una dorsale che corre da sud a nord e controllano i territori che guardano al Libano e al Mar Mediterraneo e includono le città di Damasco, Homs, Hama e Latakia.
Nei mesi passati, diverse fonti sottolineavano la debolezza dell’esercito siriano, ridotto ormai alla metà della sua forza originale (300.000 uomini) e limitato dalla presenza sempre più rilevante di soldati di leva. Il presidente siriano ha potuto ovviare a parte di queste criticità grazie alla messa in campo di milizie irregolari (le famigerate Forze di Difesa Nazionale) e, soprattutto, al supporto di forze esterne, come quelle di Hezbollah.
Altre milizie
A sostegno di Assad operano altri gruppi poco conosciuti, di estrazione sunnita, alawita, curda e cristiana. Tra queste si possono menzionare la Muqawama Suriya, la Liwa’ Dir’ al-Sahel e Dir’ al-Watan.
Hezbollah
Hezbollah è la principale milizia sciita impegnata in Siria. Essa giustifica il suo intervento come jihad difensivo per la protezione del santuario di Sayyida Zaynab a Damasco e per combattere le forze takfîrî, cioè i gruppi sunniti estremisti che accusano i musulmani devianti, e in particolare gli sciiti, di miscredenza. Sostenuta dall’Iran, coordina altri gruppi sciiti presenti sul territorio, tra i quali vi sono anche contingenti iracheni e addirittura pakistani. Hezbollah opera principalmente nei territori confinanti con il Libano da Qalamoun a Homs.

LE FORZE ANTI-ASSAD
A livello internazionale, le principali forze che operano per la caduta di Assad sono l’Arabia Saudita, la Turchia, il Qatar e gli Stati Uniti. Esse sostengono sul campo una molteplicità di attori che si distinguono sia sotto il profilo tattico-strategico che per quello ideologico-politico. L’Arabia Saudita è il principale fornitore di aiuti militari e finanziari di diversi gruppi ribelli, e in particolare di quelli salafiti. Gli Stati Uniti forniscono assistenza militare a diverse formazioni ribelli, non escluse quelle islamiste e jihadiste. La CIA ha lanciato un programma di addestramento mirato di 5000 ribelli anti-Assad, poi fallito.
Jabhat al-Nusra
Partendo dalle realtà non collegabili a ISIS, la formazione sicuramente più nota è Jabhat al-Nusra. Costola siriana di al-Qaida, essa opera nella regione di Idlib, lungo il corridoio che separa Hama e Homs, nei pressi di Damasco e sul fronte meridionale, in particolare sulle alture del Golan. È sostenuta e finanziata dalla Turchia, dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Golfo.
Ahrar al-Sham
Meno noto di al-Nusra, esso rappresenta in realtà il movimento di opposizione forse più importante per effettivi e partecipazione popolare. Di ispirazione salafita, punta al rovesciamento del regime di Assad per istituire uno Stato fondato sulla sharî‘a, tanto che dottrinalmente non è facile distinguerlo da Jabhat al-Nusra, anche se a differenza di quest’ultima non è classificata dagli USA come organizzazione terroristica. Opera nelle aree di Aleppo, Idlib, Homs e Hama. Nel 2012 Ahrar al-Sham ha dato vita al Fronte Islamico Siriano, un sigla in cui sono confluite diverse milizie affini, tra cui Jaysh al-Islam, forza che agisce principalmente a Damasco e Liwa’ al-Tawhid, impegnata soprattutto a Aleppo. È sostenuta finanziariamente dai Paesi del Golfo.
Jabhat Ansar al-Din
È una coalizione jihadista che agisce nella Siria settentrionale autonomamente da altri gruppi come ISIS, Jabhat al-Nusra o Ahrar al-Sham. È formata dalla Harakat Fajr al-Sham e dalla Harakat Sham al-Islam. Originariamente ne faceva parte anche il Jaysh al-Muhajirin wa-l-Ansar, che forniva alla coalizione i contingenti più cospicui, ma se ne è recentemente distaccato per unirsi a Jabhat al-Nusra. Prima di questa scissione, Jaysh al-Muhajirin era collegata tramite il suo leader Salah al-Din al-Shisani all’emirato del Caucaso ed era composta soprattutto da combattenti caucasici. Ora è invece perlopiù formata da militanti arabi ed è guidata da un saudita.
Esercito Siriano Libero (Free Syrian Army)
All’inizio della rivolta siriana è stato il braccio armato della Rivoluzione. È composto da formazioni di estrazione esclusivamente siriana e in particolare da disertori dell’esercito governativo. Non essendo classificato come gruppo estremista è destinatario di finanziamenti internazionali, ma è difficile valutare la sua reale capacità operativa.

Le “operation room”
Davanti a una tale complessità ed eterogeneità di gruppi combattenti, il fronte delle opposizioni ha cercato di creare delle ‘camere operative’ con lo scopo di aggregare differenti formazioni all’interno di fronti specifici, ritrovando nell’opposizione al regime di Assad il comune denominatore. Queste sinergie operative sono emerse anche in funzione anti-ISIS, come dimostrato nel dicembre 2013 nel nord-ovest della Siria quando le forze di diverse formazioni confluite nell’“Esercito Islamico” (Jaysh al-Islam) riuscirono a infliggere gravi perdite alle forze del Califfo. Su questa linea è anche interessante ricordare la creazione dell’“Esercito della Conquista” (Jaysh al-Fatah) grazie a cui diversi gruppi si sono coalizzati, in particolare Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham, riuscendo a creare e mantenere una zona di influenza nel contesto di Idlib.

I curdi del PYD
Esistono infine altri due attori rilevanti del conflitto civile siriano che però si distinguono rispetto alle precedenti formazioni per specificità ideologiche e strategiche: l’ala militare del PYD (Partito dell’Unità Democratica, secondo alcuni diretta emanazione del PKK) e ISIS. Per quanto concerne la prima formazione, le forze curde si sono distinte sul campo riuscendo a bloccare l’avanzata di ISIS nel gennaio del 2015 a Kobane e tuttora controllano due ampie sacche a nord della Siria con lo scopo finale di unificare l’intera regione di Rojava, ad oggi interrotta nella sua parte centrale.
ISIS
Infine, presenti sul territorio siriano fin dall’inverno del 2013, le forze di ISIS hanno il loro punto nevralgico nella città di Raqqa. Nonostante si insista a comparare ISIS a uno stato con frontiere e un territorio ben delimitato, la sua presenza in Siria si articola piuttosto lungo corridoi strategici, che permettono i collegamenti con le città irachene occupate (Ramadi e Mosul in particolare) e con le altre aree siriane sotto controllo (tra cui Palmyra e parzialmente Deir ez-Zor) o attacco (tra cui Aleppo e Damasco).”

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Storia di un’elicotterista (no, l’apostrofo non è un errore)

Nadyia

Una storia dalle tinte fosche e cupe all’interno delle tensioni russo-ucraine, a firma di Danilo Elia su Osservatorio Balcani e Caucaso.
Il tenente Nadiya Savchenko è la donna pilota più famosa d’Ucraina. Una carriera di oltre dieci anni nelle forze armate di Kiev, prima come paracadutista e poi come elicotterista sui Mi-24. Il 30 luglio scorso Nadiya è comparsa davanti ad un giudice russo per rispondere di omicidio. L’udienza preliminare si è tenuta a porte chiuse nella cittadina di Donetsk, a un tiro di schioppo dai territori in guerra dell’Ucraina, da non confondersi con l’omonima città sotto il controllo dei separatisti, al di là del confine. Nadiya è stata portata lì dalla prigione di massima sicurezza di Novocherkasska, vicino Rostov sul Don, dove era stata trasferita pochi giorni prima dopo più di un anno trascorso a Mosca, tra il carcere n. 6, l’ospedale penitenziario Matroskaya Tishina e il famigerato istituto psichiatrico Serbsky.
All’udienza per la prima volta non è stata ammessa la stampa, e tutto quello che sappiamo lo dobbiamo alle parole del suo difensore, Mark Feygin, e ai suoi tweet. Come quello in cui ha scritto che “il tribunale di Donetsk oggi sembra Fort Knox”, mandando una foto dei corpi speciali Omon della polizia fuori dall’edificio. Per Feygin, e non solo, la mossa delle autorità russe di spostare il processo da Mosca a questa sperduta periferia è l’ennesimo bastone fra le ruote alla difesa di Nadiya. Per il suo difensore il processo contro di lei è montato senza la minima prova, un caso altamente politicizzato, perché “in Russia non esistono tribunali indipendenti. Il sistema giuridico della federazione dipende da un potere autoritario, è solo un’appendice repressiva del governo”. E ancora, “L’unica cosa che può aiutare Nadyia è una forte pressione internazionale. Nient’altro”.
Nadiya è accusata dell’omicidio di Igor Kornelyuk e Anton Voloshin, due giornalisti della tivù di stato russa Rossiya 1 uccisi da colpi di mortaio il 17 giugno 2014 a Metalist, vicino Lugansk in Ucraina. Stavano filmando un posto di blocco separatista preso di mira dall’artiglieria ucraina. Secondo il Comitato investigativo russo, una specie di superprocura alle dirette dipendenze del Cremlino, che ha condotto le indagini, sarebbe stata proprio lei dal suo elicottero a dare le coordinate a terra per sparare i colpi mortali.
La tesi accusatoria e la versione difensiva, però, raccontano due storie completamente diverse. Nadiya è caduta prigioniera dei miliziani filorussi a giugno dello scorso anno nelle vicinanze di Lugansk. Secondo i ribelli, è stata catturata durante uno scontro con le truppe ucraine del battaglione Aydar. La stessa Nadiya però ha raccontato una versione differente in un’intervista a un giornalista russo della Komsomolskaja Pravda, Nikolai Varsegov, quando era ancora prigioniera dei miliziani in Ucraina. Ha detto di essere stata catturata insieme ad altri commilitoni sul campo di battaglia di Shchastya, mentre cercava di soccorrere i feriti. Non era cioè in missione di combattimento col suo elicottero, ma stava partecipando come volontaria in supporto a medici e infermieri militari. I suoi carcerieri l’hanno filmata ammanettata a un tubo mentre si rifiutava di rispondere alle loro domande e hanno caricato il video sul web. Nadiya è rimasta in prigionia nelle loro mani con certezza dal 18 giugno 2014, data della sua cattura e della diffusione del video, al 24 giugno, giorno in cui Varsegov l’ha intervistata. Ma poi di lei non si è saputo più niente. Finché non è ricomparsa davanti a un giudice a Voronezh, in Russia, il 9 luglio 2014, con l’accusa di immigrazione clandestina. Secondo il procuratore, era stata arrestata casualmente durante un controllo di routine perché trovata senza documenti. In un secondo tempo la polizia si sarebbe accorta di avere tra le mani un ufficiale dell’esercito ucraino. Le indagini del Comitato investigativo avrebbero poi ricondotto Nadiya all’uccisione dei due giornalisti russi. Secondo l’accusa, Nadiya, dopo essere stata catturata a Lugansk, sarebbe sfuggita ai suoi carcerieri, avrebbe disertato dall’esercito ucraino e cercato rifugio illegalmente in Russia attraversando il confine senza documenti. Lei invece racconta di essere stata consegnata ai russi, che l’hanno incappucciata e portata al di là del confine, dove ha avuto inizio il suo incubo.
Finora Nadiya ha passato più di un anno in detenzione cautelare, senza cioè che la sua colpevolezza fosse dimostrata. In ogni udienza di proroga della carcerazione, le richieste della difesa sono state puntualmente rigettate. A dicembre dello scorso anno, quando era ormai chiaro che non sarebbe uscita di galera tanto presto, Nadiya ha iniziato uno sciopero della fame. Non ha mangiato per 83 giorni. Ha perso quasi 20 chili ed è arrivata a un passo dalla morte. Ha anche stracciato ogni record del penitenziario. “Nessuno ha mai resistito tanto”, ha detto il medico della prigione a Feygin. “Di solito, dopo un paio di settimane la loro volontà crolla”. Per tutta risposta il giudice ha disposto il suo internamento nell’istituto psichiatrico Serbsky, una struttura statale tristemente famosa dai tempi dell’Urss come centro di detenzione dei dissidenti, che spesso erano dichiarati mentalmente infermi e sottoposti a inumani “trattamenti psichiatrici”. Nel frattempo, anche grazie al suo sciopero della fame, il caso di Nadiya è diventato internazionale. Manifestazioni per la sua liberazione si sono tenute in tutto il mondo, l’hashtag #FreeSavchenko si è diffuso sul web e la rappresentante degli Usa all’Onu, Samantha Power, ha portato il caso all’attenzione delle Nazioni Unite.
In patria Nadiya è diventata un’icona. Alle ultime elezioni parlamentari è stata candidata a distanza da Yulia Tymoshenko nel suo partito Batkyvshchyna, è stata eletta alla Rada. L’immunità parlamentare che le spetta è risultata ovviamente inutile in Russia, così come l’essere rappresentate dell’Ucraina presso la Pace, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Nadiya resta in carcere. L’avvocato Feygin dice di aver raccolto prove a sufficienza della sua innocenza, aggiungendo però che “i fatti non contano niente in questo processo”. Il portavoce del Comitato investigativo, Vladimir Markin, ha detto invece che “le prove raccolte dagli investigatori sono abbondanti e dimostrano la colpevolezza dell’accusata nell’uccisione di due o più persone sulla base di odio sociale e di un piano premeditato”.
Nadiya sarà giudicata in base dell’articolo 105 del codice penale russo, che prevede la condanna all’ergastolo per l’omicidio volontario. “Ma lo stesso codice penale proibisce la condanna a vita per le donne”, ha aggiunto Markin. “Nadiya Savchenko può essere condannata a un massimo di 25 anni”. Quello che non ha detto Markin è che la riduzione della pena massima consente di svolgere il processo senza l’ausilio di una giuria popolare. A giudicarla saranno tre giudici a porte chiuse, e la sentenza potrebbe arrivare in tempi rapidissimi.

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Beslan

Un salto all’indietro di quasi undici anni con questo articolo di Cecilia Tosi su Limes, col quale si inaugura anche una nuova rubrica di cui si può leggere sul sito originale. E’ la storia della lotta solitaria di una donna per ricordare e cercare di chiarire le responsabilità della strage di Beslan. Se poi qualcuno è interessato a conoscere ancora meglio la storia di questa donna, Ella Kesaeva, suggerisco di leggere la presentazione del suo libro “Beslan nessun indagato” sul sito di Mondo in cammino. La foto è di Massimo Bonfatti.

Beslan
A prima vista, Ella Kesaeva sembra una donna qualunque, più avvezza ai lavori domestici che alla politica. Invece è una leader, la più coraggiosa del sud della Russia. Sulla cinquantina, piccola e rotondetta, vestita in modo severo e ordinato, Ella ha un profilo decisamente caucasico. Infatti proviene dall’Ossezia del Nord, quella repubblica che ha ottenuto il privilegio dei riflettori solo una volta nella sua vita, quella più tragica: il massacro di Beslan. Ella Kesaeva è il capo dell’unica associazione rimasta a difendere i diritti delle vittime, i parenti di quei bambini che nel 2004 furono massacrati nella scuola elementare numero uno. Un gruppo di terroristi, subito bollati dalle autorità come fondamentalisti ceceni, prese in ostaggio l’istituto il primo settembre, quando si festeggiava l’inizio delle lezioni. L’esercito russo intervenne con spietata violenza e il bilancio finale delle vittime raggiunse quota 308. Da allora, Mosca non ha ancora fatto chiarezza sugli autori del massacro né sulle vere cause della morte dei bambini e dei loro genitori. Ella sostiene che fu l’intervento dell’esercito a mietere i morti e che tutto l’attacco era stato preordinato. Per questa sua posizione, viene minacciata ogni giorno e rischia la galera, ma lei non ha paura.
LIMES: Cosa è successo veramente a Beslan?
ELLA KESAEVA: Centinaia di bambini che potevano salvarsi sono stati uccisi per dare una dimostrazione della forza del Cremlino e della necessità di combattere più aspramente il terrorismo. Finché la scuola è stata in mano ai sequestratori, seppur in condizioni disperate, tutti i bambini erano vivi tranne una ragazzina diabetica che aveva finito l’insulina. Ma con l’intervento dell’esercito, un terzo delle persone che erano nella scuola è stato ucciso. Mia figlia e mio nipote sono usciti da una finestra mentre è avvenuto l’assalto, ma mio nipote non è mai riuscito ad arrivare: l’hanno ucciso tre pallottole dei soldati mentre stava scappando. Le autorità avevano fatto circondare la scuola da tre anelli di agenti che ci impedivano di avvicinarci. Quando siamo riusciti a penetrare nel primo cordone ci hanno stretto tra un cerchio e l’altro, ci hanno imprigionati. In quei trenta minuti alcuni degli ostaggi si sono trasferiti nel refettorio, poi le Forze di sicurezza russe hanno cominciato a lanciare razzi sulla palestra, e infine su tutto l’edificio. Alla fine per terra c’era un mare di bossoli, che le autorità hanno fatto sparire. Erano bossoli di lanciarazzi piazzati sui tetti delle case vicine. Proiettili esplosivi i che raggiungono la temperatura di 800 gradi in un secondo e che bruciano i corpi esternamente mentre fanno letteralmente bollire le viscere. È questa la morte che hanno ricevuto le vittime di Beslan.
Quindi il massacro non è colpa dei sequestratori?
Ovviamente è colpa anche dei sequestratori, ma chi li ha manovrati? Della banda di attentatori, 7 dovevano essere in prigione in quel momento e invece erano stati liberati alla vigilia del massacro. Ho visto personalmente i documenti in cui un colonnello dell’esercito russo autorizzava la liberazione di questi prigionieri. Poi si è aggiunta la violenza dell’incursione, sferrata con carri armati e lanciarazzi, un’attrezzatura da guerra, non da intervento di polizia.
Sperate ancora nella giustizia?
Per qualche mese ci abbiamo sperato, ma poi ci siamo resi conto che dietro il massacro c’erano i generali e dietro di loro il governo. Quel massacro serviva al potere per varare una legge più repressiva sulla libertà d’espressione. Nessuno ha mai ammesso che c’era stata della premeditazione nel massacro, anche se noi abbiamo i testimoni. Sulle responsabilità dell’esercito si è pronunciato anche Savelyev, matematico esperto di balistica che faceva parte della commissione di inchiesta istituita dal governo, ma il Cremlino ha dichiarato che non c’era nessun lanciafiamme. Allora abbiamo seguito il consiglio di Anna Politkovskaya e ci siamo appellati alla Corte di Strasburgo, che non si è ancora pronunciata. L’Osce intanto ha affermato che le autorità russe non hanno fatto chiarezza sull’accaduto.
Come si vive oggi in Caucaso?
I ceceni stanno mandando i loro estremisti nelle altre repubbliche del Caucaso, destabilizzando le aree fuori dai propri confini e migliorando la situazione all’interno, dove si gode anche di un certo grado di libertà. In Cecenia, ad esempio, c’è la libertà di registrarsi come ong. In Ossezia, invece, visto che è da sempre considerata la repubblica più fedele del Cremlino, non è ammessa nessuna apertura e nessuna critica. Non ci sono organizzazioni non governative a parte la mia, che non è autorizzata a registrarsi. Ci sono controlli a tappeto, non c’è telefono che non sia intercettato e non c’è giornalista libero di scrivere.
Eppure lei e sua sorella lottate ancora…
Io resisto, anche se le forze di sicurezza hanno fatto varie incursioni nei nostri uffici e ci impediscono di lavorare liberamente. Qualche anno fa è venuto un gruppo di storici dalla Repubblica Ceca per fare delle interviste. Volevano visitare un monastero, ma la polizia li ha fermati, ha detto che c’erano delle segnalazioni su stranieri pericolosi. È arrivato un funzionario dell’Fsb e non solo ha bloccato l’escursione, ma ha espulso i cechi per 5 anni! Mia sorella, dopo aver perso sia i figli che il marito, sta cercando di ricostruirsi una vita e ora ha preso in affidamento un bambino.
Sua figlia si è salvata e oggi vive a Mosca, ma i Suoi due nipoti sono morti: come ha reagito sua sorella?
Dopo i funerali non riusciva più a dormire. Cominciò a frequentare le madri delle vittime, ma la mia famiglia era molto in ansia per lei. Impossibile anche soltanto concepire come un dolore simile possa rovesciarsi su di un’unica persona, tanto era pesante il fardello che le toccava sopportare. Ma lei era sorprendente, quasi stoica nell’affrontare un dolore così grande. Di giorno cercava di sbrigare qualche faccenda, poi le commemorazioni settimanali la distraevano. Non l’ho mai sentita dire: «Ecco, i terroristi erano musulmani». Un vero fedele, diceva, non ucciderebbe mai un uomo. Tantomeno un bambino. Una volta, durante una notte insonne, mi ha detto: «Eppure non riesco a capire perché Dio non abbia preso anche me, perché mi ha lasciata qua?». «Significa che tu hai un altro destino di fronte, significa che devi ancora fare qualcosa su questa terra», le ho risposto.
Secondo alcuni critici del Cremlino, anche l’omicidio Nemcov fa parte della strategia repressiva del governo, Lei cosa pensa?
Nemcov era un uomo molto rispettoso con i musulmani e non è credibile che sia stato ucciso per oltraggio all’islam. In realtà il suo errore è stato di pubblicare su internet le minacce di morte che aveva ricevuto. In Russia queste cose non si fanno, perché si squarcia un velo che deve rimanere chiuso. Penso dunque che i ceceni lo abbiano ucciso per ordini ricevuti dall’alto, perché lui metteva a rischio il sistema. Nemcov era un’ottima persona, che nelle sue argomentazioni contro Putin non mancava mai di citare il massacro di Beslan, al contrario di molti oppositori che non hanno il coraggio di affrontare una questione tabù come la nostra. Noi ci rivolgevamo spesso a lui perché non aveva paura di difenderci, anche se in Russia nessuno difende le vittime. Adesso i progressisti non sanno più cosa fare. Il clima in Russia è durissimo, i giornali non hanno libertà d’espressione e il Cremlino esercita un potere assoluto.”

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Ebrei di Odessa

odessa

Un articolo che ho trovato ieri sera in tarda serata su Rainews24.
“Nella guerra di propaganda che accompagna la crisi ucraina, le prese di posizione spostano consensi e influenzano la situazione sul terreno. Sono diverse le componenti della complessa società di un paese da sempre sospeso tra mondi contrapposti a esprimere paure e tensioni. Non ultima la comunità ebraica, tradizionalmente forte in tutta l’Europa orientale, vittima di persecuzioni da parte di tutti i totalitarismi. I leader della comunità di Odessa intervengono in queste ore.
In un’intervista concessa al quotidiano israeliano The Jerusalem Post il rabbino Refael Kruskal, direttore generale della filiale di Odessa dell’associazione caritatevole ebraica Tikva (Speranza), ha detto che lo scorso week-end la Grande sinagoga corale è rimasta chiusa, mentre ai membri della comunità ebraica sono stati inviati gli SMS con il consiglio di astenersi dall’uscire dalle proprie abitazioni senza necessità. Secondo il rabbino e altri leader della comunità ebraica, tra le vittime degli scontri dello scorso venerdì a Odessa c’erano anche alcuni ebrei. Gli ebrei non vengono presi espressamente di mira, ma si teme che se la regione dovesse precipitare nel caos, le violenze potrebbero anche colpire la comunità, che si prepara anche ad allontanare i membri, soprattutto dei bambini, verso altre città e forse anche un altro paese, probabilmente nella vicina Moldova. 70 pullman sarebbero pronti in qualsiasi momento a effettuare l’evacuazione d’urgenza di tutti coloro che lo vorranno. Particolarmente delicata potrebbe essere la Giornata della Vittoria sul nazifascismo che si festeggia il 9 maggio. “Il prossimo week-end potrebbe essere molto violento”, – ha detto il rabbino di Odessa.
Secondo il Jerusalem Post, a Odessa attualmente vivono 30 mila ebrei. Nel censimento ucraino del 2001 gli ebrei erano12,4 mila, ossia l’1,2% della popolazione. Prima della Seconda guerra mondiale la popolazione ebraica a Odessa era il 40% del totale. Da Mosca, il vice-presidente del Congresso delle associazioni religiose e comunità ebraiche russe (KEROOR), accusa i politici ucraini: il rogo di Odessa – sostiene il rabbino Zinovij Kogan – sarebbe stato causato da un’impennata del fascismo e della russofobia. Le comunità ebraiche di Ucraina invece appoggiano il governo filo-europeo di Kiev. Uno degli esponenti della comunità ebraica ucraina più in vista, il milionario Igor Kolomojskij, è stato nominato dalle autorità di Kiev governatore della regione di Dnepropetrovsk. L’Ucraina è sempre sospesa sull’orlo della guerra. Anche la comunità ebraica aggiunge i suoi pesi sulla bilancia che separa i nazionalisti, da una parte, e i filorussi, dall’altra.”

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Iegor me l’aveva detto

UKRAINE-EU-OPPOSITION-PROTESTChi frequenta il blog sa ormai che amo gli articoli di approfondimento contestualizzati. E’ il caso di questo pezzo di Paolo Bergamaschi, originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso. L’argomento è l’Ucraina, con una parte specifica dedicata alle diversità religiose.

«Iegor me l’aveva detto già a novembre: “Questa protesta durerà a lungo, siamo disposti a rimanere in piazza fino a primavera”. Pensavo scherzasse ma è stato di parola. Ormai sono di casa a Kiev. I tassisti dell’aeroporto hanno volti famigliari e so perfettamente come comportarmi quando mi circondano a caccia di clienti negoziando con loro un prezzo equo per il trasporto in città.

“Il centro è bloccato, siamo costretti a lunghi giri su strade secondarie per arrivare al suo hotel”, si lamentano per alzare la tariffa, “scaricatemi a ridosso delle prime barricate”, rispondo, “ci penso poi io a raggiungere a piedi l’albergo”, mostrando assoluta padronanza della situazione per abbassare il compenso.

Speravo, o forse inconsciamente mi ero illuso, che l’inverno monsonico che ristagna in Europa avesse addolcito anche il clima ucraino ma mi sbagliavo. La stagione fredda qui è veramente polare con temperature che non superano mai i meno dieci nonostante il sole splendente. Ne risente, ovviamente, anche il numero dei manifestanti che stazionano in permanenza sul Maidan sempre consistente ma ridotto rispetto alle occasioni precedenti. Constato, però, la diffusa presenza di giornalisti, telecamere e foto-reporter accorsi in massa dopo l’improvvisa svolta violenta assunta dagli avvenimenti a metà gennaio. Le cariche delle forze anti-sommossa e le prime vittime hanno lasciato il segno ma nemmeno le leggi speciali imposte da Yanukovic per intimidire e schiacciare la protesta sono riuscite a piegare la determinazione dei dimostranti che in risposta hanno provveduto a rafforzare le difese della piazza.

E’ oramai una vera tendopoli quella che occupa il centro della capitale. Si estende ben oltre piazza Indipendenza protetta da una doppia cinta di barricate intervallate da una fascia di “terra di nessuno”. Occasionali incrostazioni di neve e ghiaccio rendono meno spettrali il filo spinato, i reticolati e i cavalli di Frisia che blindano l’accampamento sorvegliato nei punti di passaggio dai discreti controllori che si avvicendano a turno.

All’interno dei tendoni centrali riposano gli uomini del servizio d’ordine inquadrati in strutture paramilitari. Letti a castello e brande sono riscaldati nel mezzo da stufe da campo che mitigano appena con le ruvide coperte di lana grezza le rigide temperature esterne che nella notte scendono oltre i meno venti gradi. Al di là del freddo, però, mi chiedo come si possa dormire tra i decibel degli altoparlanti che per tutte le ventiquattro ore sparano musica ad alto volume che, nelle pause fra un discorso e l’altro, rimbomba ovunque.

Non c’è traccia di polizia a Maidan ma tutto attorno gli agenti presidiano i punti nevralgici della città. Lo schieramento delle forze dell’ordine si fa più compatto nei pressi degli edifici governativi e del parlamento. Qui le vie di accesso sono ostruite dai blindati. E’ un giorno importante, forse decisivo, per alcuni, in vista di un possibile sblocco della crisi. Dopo lunghi e concitati negoziati, sotto la pressione dell’opinione pubblica e della diplomazia europea, i deputati della maggioranza hanno accettato di abolire le leggi speciali adottate solo qualche giorno prima che limitano la libertà di espressione e mettono la museruola al mondo non governativo.

Sono almeno quaranta gli autobus parcheggiati sul viale che porta alla Verkhovna Rada (Parlamento) da cui scendono disciplinati i manifestanti del Partito delle Regioni trasportati dalle provincie orientali per esprimere sostegno alle forze di governo. Marinsky Park, il parco di fronte all’edificio parlamentare, è tutto occupato da tende dove i dimostranti si rifocillano sulla falsariga di quanto avviene a poche centinaia di metri di distanza a Maidan con rivendicazioni opposte. E come a Maidan, nello spiazzo di fianco all’area verde è stato allestito un grande palco con schermo dove gli oratori si alternano sbraitando dai microfoni per catturare l’attenzione degli infreddoliti astanti avvolti in drappi blu, il colore del partito di maggioranza.

Il poliziotto non vuole saperne di farci passare. Nonostante fossimo intruppati e mimetizzati nel flusso dei manifestanti l’agente ci individua e vuole impedirci di avvicinarci all’ingresso del parlamento. A nulla valgono, nella ressa, le rimostranze di Rebecca Harms che mostra il suo badge di eurodeputata e un documento che attesta l’invito della Verkhovna Rada.

Solo l’arrivo della collaboratrice di un deputato ucraino ci sottrae dall’attenzione delle forze dell’ordine determinate a prevenire ogni infiltrazione di persone ostili al governo in carica. Ci ritroviamo così in galleria fra ambasciatori e giornalisti dove assistiamo alla breve sessione in cui all’unanimità i deputati cancellano le leggi vergogna che avevano suscitato l’indignazione generale. Qualcuno ha definito il parlamento ucraino come “il più grande comitato di affari del continente” a sottolineare il legame diretto o indiretto di buona parte dei suoi membri con i vari oligarchi che monopolizzano l’economia del paese.

E gli oligarchi hanno deciso che non è opportuno tagliare i ponti con l’Unione Europea il cui mercato, per alcuni, rappresenta una consistente fetta dei propri affari. ” Business is business “, direbbero gli anglosassoni, meglio allora mettere da parte le ragioni ideologiche per concentrarsi su quelle del portafoglio anche e soprattutto in considerazione del fatto che i cospicui conti correnti sono al sicuro presso le banche dei paesi occidentali.

“L’Ucraina è uno stato artificiale”, dichiarò nel 2008 Vladimir Putin gelando gli altri capi di Stato al vertice NATO di Bucarest cui era stato invitato come ospite d’onore per un incontro bilaterale più di facciata che di sostanza. Le parole dell’uomo forte di Mosca chiamavano in causa l’identità nazionale di un paese profondamente diviso sia dal punto di vista etnico che da quello linguistico. E il terzo elemento che abitualmente viene preso in considerazione nella definizione del profilo di un popolo, quello della religione, rende la situazione ancora più ingarbugliata. Il fattore religioso ha giocato un ruolo primario nella rivoluzione del Maidan.

Sulla piazza si trovano icone e croci un po’ dappertutto: tra il filo spinato delle barricate, appese agli angoli di strada, in edicole improvvisate nei punti di passaggio e, ovviamente, sul palco principale dove campeggia una statua della Madonna affiancata da un grande crocifisso e dall’immagine di Gesù Cristo. Una delle tende sul Maidan è stata riadattata in cappella. Tra la folla si notano spesso sacerdoti che si intrattengono con i dimostranti con vescovi e patriarchi che si alternano al microfono ai leader politici. Ma in Ucraina non c’è una confessione prevalente. Anche se la maggioranza della popolazione, secondo recenti indagini, si dichiara ancora non credente in continuità con l’ateismo di stato del periodo sovietico, il fervore religioso è in rapida crescita. E la politica non può non tenerne conto specialmente se ci si trova in un paese a tradizione ortodossa dove potere temporale e potere religioso vanno sempre a braccetto. “La nazione ucraina è unita al cospetto di Dio nonostante le diverse identità regionali”, dice Filaret, Patriarca della Chiesa Ortodossa Ucraina di Kiev durante un incontro fra i leader religiosi ed alcuni eurodeputati, “i giovani che affollano il Maidan non hanno memoria del passato”, continua, “l’Europa deve sostenere la trasformazione democratica del paese”. Per il Patriarca la sollevazione in corso segna un profondo cambiamento di mentalità. “Nelle province orientali”, afferma, “resiste ancora la cultura sovietica, ma non nel resto del paese”. Filaret rappresenta per numero di fedeli la confessione maggioritaria, seppur di poco, dell’Ucraina. La sua chiesa è nata dopo l’indipendenza ed è quindi idealmente legata a doppio filo con gli sviluppi più recenti della storia del nuovo stato.

Non così la Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Mosca, la più radicata sul territorio, il cui Metropolita Volodymir durante la riunione si limita laconicamente ad affermare che la gente non è sufficientemente a conoscenza di cosa comporta l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea e avrebbe bisogno di più informazioni. I seguaci di Volodymir si trovano soprattutto nella zona orientale dell’Ucraina dove sono più forti i legami con la Russia. Di tutt’altra opinione è l’arcivescovo Sviatoslav in rappresentanza della Chiesa Greco-Cattolica di Ucraina messa al bando durante il periodo sovietico e ritornata alla legalità nel 1987. “Quello del Maidan è un progetto sostanzialmente pacifico anche se a volte la voce dei moderati viene messa a tacere dagli estremisti”, osserva, “occorre, però, fermare i provocatori del governo e la violenza delle forze dell’ordine”.

I Greco-Cattolici, conosciuti anche come Uniati, sono in netta maggioranza nella parte occidentale del paese e rappresentano l’anima più sensibile al richiamo europeo. “L’Ucraina è tagliata dalla linea che divide l’est dall’ovest”, evidenzia, “Dio sta mettendo alla prova la nazione che deve dimostrare di meritare i valori europei”. “E’ una lotta fra impero e democrazia”, conclude. E’ una gelida serata invernale in una sala d’hotel a pochi passi da Piazza Maidan che si conclude con una solenne preghiera ecumenica per invocare la protezione dall’alto dell’Ucraina. Che ne ha davvero bisogno.

La sinagoga Brodskij è situata nella zona centrale della capitale. Restituita alla comunità ebraica alla fine degli anni novanta è stata ricostruita ed inaugurata solennemente nel 2000. E’ il tempio più importante dell’ebraismo ucraino, che si colloca al quinto posto nel mondo per numero di affiliati. Il rabbino capo ce lo illustra, durante una visita guidata, con un certo orgoglio tra i banchi in legno che luccicano ancora di smalto fresco e gli addobbi dalle tinte gravi. Sono più di 100.000 gli ebrei a Kiev e anche loro in larga parte hanno sostenuto le rivendicazioni della protesta. Collegato al retro della sinagoga si trova l’unico ristorante kosher della città, il King David, dove ci intratteniamo amabilmente attorno ad un grande tavolo imbandito di specialità della tradizione locale accompagnate da vino israeliano. Contrariamente a quanto pubblicato dalla stampa occidentale la comunità non si sente minacciata anche se i leader di Svoboda, uno dei partiti che siedono alla Verkhovna Rada, sono spesso accusati di anti-semitismo.

Mi sono ormai abituato a calcolare i tempi di viaggio con precisione maniacale. Cerco di evitare i tempi morti delle attese negli aeroporti e di organizzarmi in modo da sfruttare anche le piccole pause per leggere documenti o rispondere alla posta elettronica che mi insegue ovunque. Non mi era mai capitato di perdere un aereo. C’è sempre una prima volta.

Eppure, nonostante la telefonata da Bruxelles che mi avvisava dell’invio di una nuova delegazione parlamentare in Ucraina fosse arrivata solo tre ore prima della partenza dell’aereo, ero giunto a Malpensa in tempo utile, anche se al pelo. Non fosse stato per l’impiegata allo sportello che ha confuso Kiev con Chisinau ce l’avrei fatta anche stavolta. Fatale, poi, nella concitazione dell’errore, la caduta dell’apparecchio del pagamento bancomat che finisce in mille pezzi sul pavimento ritardando irrimediabilmente l’emissione dei documenti di viaggio.

Nel consegnarmi un nuovo biglietto con un itinerario alternativo per Francoforte che mi obbligherà ad un’odissea di dodici ore, la signorina mi saluta con un sorriso. “Mi fa piacere non si sia arrabbiato con me; altri l’avrebbero fatto”, mi dice dopo essersi scusata per lo sbaglio. Le stringo la mano con distacco zen. E’ la quarta volta in quattro mesi che torno in Ucraina e so già cosa mi aspetta.

Yanukovic è fuggito da poche ore facendo perdere la tracce. Yulia Tymoscenko è già stata liberata e si è subito recata sul Maidan per ringraziare la folla. La morsa del gelo è svanita restituendo al fiume Dnipro il suo aspetto imponente e pacioso. L’Ucraina volta pagina anche se tante, troppe facce sono i volti conosciuti di una vecchia politica che aveva contribuito ad affossare il paese portandolo sull’orlo dell’abisso. Quattro viaggi e quattro fasi distinte di una rivoluzione destinata a ribaltare di nuovo i rapporti fra oriente e occidente in una versione aggiornata del risiko della geopolitica.

A fine novembre dello scorso anno erano i giovani e gli studenti a monopolizzare spontaneamente la piazza con canti e balli per protestare contro il voltafaccia filo-russo del presidente. A dicembre, poi, la mobilitazione ha toccato tutte la fasce sociali in difesa delle libertà civili contro le manganellate brutali della polizia. Le prime vittime, in seguito, hanno trasformato con il nuovo anno la gente di Piazza Indipendenza in un movimento di resistenza alle forze speciali, libere di agire impunemente in ogni angolo della capitale .

Adesso è il momento del lutto, del dolore e del ricordo. Più di cento persone, tra cui molti ragazzi, sono state trucidate a metà febbraio dai cecchini sul Maidan e nelle vie collaterali. E’ domenica e una processione incessante di gente comune, giovani, anziani, intere famiglie con i bimbi in spalla arrivano in piazza portando mazzi di rose a garofani rossi in memoria degli scomparsi. Le fotografie dei morti contornate da ceri costellano via Gruscevskaia ed il Maidan che porta evidenti i segni degli scontri. I marciapiedi si mostrano nudi, scorticati dai manifestanti che hanno utilizzato le pietre come armi improprie per difendersi dalle cariche delle forze anti-sommossa.

Dell’edificio dei sindacati, il quartiere generale della sollevazione, rimangono solo le pareti annerite dall’incendio appiccato dolosamente dalla polizia per snidare i rivoltosi. L’acre puzzo dei roghi non ancora estinti pervade l’aria. Le barricate sembrano discariche a cielo aperto con cumuli di rifiuti e scarti di ogni tipo ammassati alla rinfusa tra reticolati, pile di copertoni e blocchi di cemento. C’è tanta commozione ma si avverte anche un senso di sollievo. E’ caduto il regime ed è cominciata, fra mille incognite, la quarta fase della rivolta, quella della liberazione.

La residenza di Yanukovic si trova a una decina di chilometri dalla capitale. Nel primo fine settimana dopo la fuga dell’ex-presidente si è trasformata in meta di svago per i cittadini di Kiev fino ad allora ignari delle abitudini “a cinque stelle” del capo di stato. Con un tassista concordo a gesti e mugugni ed una stretta di mano il prezzo. Io non parlo ne’ ucraino ne’ russo, lui non sa ne’ inglese ne’ francese ma ci intendiamo subito. Si chiama Yuri ed è curioso come me di visitare la dacia in cui Yanukovic era solito trascorrere le ore di relax lontano dai palazzi del potere.

E’ lunedì ma l’affluenza della gente non si è ridotta. Lunghe file di auto intasano già un paio di chilometri prima tutte le strade di accesso. Siamo costretti ad un parcheggio di fortuna e ad una tranquilla camminata tra gruppi di comitive festose in libera uscita come fosse una gita fuori porta. Tutti vogliono vedere e toccare con mano i lussi e gli eccessi dell’uomo più odiato del Maidan. La residenza è situata in un grande parco sulla riva del fiume Dnipro.

Ci sono diverse palazzine in stile presumibilmente per i vari momenti della giornata con un grande edificio centrale in legno tra stagni artificiali popolati da cigni e prati provvisti meticolosamente di irrigazione a spruzzo. La gente sciama ovunque cercando di sbirciare dalle finestre all’interno della villa per catturare i segreti della vita intima dell’ex-uomo forte del paese. Osservo Yuri sgranare gli occhi incredulo. Possibile che in Ucraina nessuno fosse al corrente di tale sfarzo? Dove erano stampa e opposizione quando fu costruita la dacia? Da qualche parte saranno pur state messe a bilancio le enormi cifre di spesa.

Difficile credere che Arseny Yatseniuk, il nuovo primo ministro, possa rispecchiare fedelmente l’immagine del Maidan. Nonostante abbia solo solo trentanove anni è uno dei politici di più lungo corso della scena di un Paese sceso in strada per invocare rinnovamento e cambiamenti radicali. Con lui al potere la rivoluzione del Maidan sembra assumere i contorni di una restaurazione. Come fosse un rito scaramantico tutti i leader di partito compresi il Partito delle Regioni, quello di Yanukovic, e il Partito Comunista ripetevano che era escluso il pericolo di secessione.

Ci ha pensato, poi, Putin a muovere le sue pedine sulla scacchiera calibrando in Crimea hard e soft power con l’utilizzo sapiente di vecchie e nuove tecnologie a sostegno di un’efficace campagna di propaganda a livello internazionale. Le nuove autorità di Kiev vacillano sotto i colpi della Grande Madre Russia, la stessa che nel 1994 aveva sottoscritto a Budapest con Stati Uniti e Gran Bretagna un memorandum dove si impegnava a garantire la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio dello smantellamento dell’arsenale nucleare ereditato dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Nemmeno i trattati internazionali hanno più valore ormai. Per il nuovo zar di Mosca sono carta straccia. E non sono certo le blande sanzioni euro-atlantiche a rendere trasparente all’opinione pubblica il vestito dell’imperatore. Yatseniuk, intanto, va in parlamento e promette al paese lacrime e sangue in cambio di un consistente pacchetto di aiuti finanziari dall’occidente per evitare la bancarotta. Qualcuno malignamente sostiene che ha vinto la piazza ma ha perso l’Ucraina. Io, però, mi rifiuto di crederci anche se gli ambulanti a Kiev vendono già i gadget in memoria della rivoluzione del Maidan.»

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Parola d’ambasciatore

Dopo i vari articoli cui ho rimandato per cercare di sapere qualcosa della situazione in Ucraina, stasera pubblico un documento proveniente da una voce ufficiale e piuttosto autorevole. L’ambasciatore ucraino in Italia, Yevhen Perelygin, ha infatti scritto a Limes questa lettera:

“Da due settimane ormai il conflitto per la Crimea e l’Ucraina è al centro dell’attenzione dei ambasciatore_ucraina-309x203mass media occidentali e degli esperti di tutto il mondo, Italia compresa. E non c’è niente di sorprendente.
Più interessante è invece il fatto che gradualmente, ma in maniera molto decisa durante l’ultima settimana, sono cambiati i titoli dei giornali e le valutazioni degli esperti. Come mi ha detto un mio vecchio amico – un esperto autorevole di un paese occidentale – l’Ucraina sta perdendo la guerra dell’informazione contro la Russia. Anche qui, non c’è niente di cui meravigliarsi.
In primo luogo, noi – come si è visto in Crimea – seguiamo la tattica dell’opposizione pacifica. In secondo luogo, è facile convincere un partner per il quale, dati i suoi interessi, i tuoi argomenti sono una specie di ciambella di salvataggio. Infine, è molto difficile resistere a una macchina di propaganda affinata durante alcuni decenni.
Qual è il movente principale di questa campagna mediatica? Secondo alcuni esperti occidentali la Russia, invadendo la Crimea, si sta semplicemente difendendo: sta protteggendo i suoi legittimi interessi nella regione, interessi che per molti anni sono stati ignorati dai partner occidentali. Questa interpretazione delle azioni della Russia indubbiamente rispecchia la formula “la miglior difesa è l’attacco”. Tuttavia fino all’ultimo momento sono rimasto convinto che esistessero formule più civili per risolvere problemi, tra cui la più importante è il dialogo.
Cerchiamo di capire quali sono, secondo le opinioni degli esperti occidentali, questi legittimi interessi della Russia. Il più importante è l’opposizione a un ulteriore allargamento della Nato e il suo avvicinamento ai propri confini. A tale riguardo all’Ucraina si propone di valutare la cosiddetta “finlandizzazione”, cioè la politica della neutralità. Voglio ricordare che nel 2010 l’Ucraina ha dichiarato il suo status di paese “fuori dai blocchi militari”, affermandolo a livello legislativo nei “Principi della politica interna ed esterna”.
La possibilità di una nostra adesione alla Nato o all’Organizzazione del trattato della sicurezza collettiva era stata quindi esclusa a livello legislativo: la Russia non doveva preoccuparsene. Lo status di paese fuori dai blocchi, inoltre, non è stato scelto a caso. Si dà il caso che il concetto classico di “neutralità” non prevede la possibilità di un collocamento sul territorio del paese neutrale delle basi militari di uno Stato estero.
Ma come ben sapete a Sebastopoli si trova la base della Flotta del Mar Nero della Federazione Russa. Anzi, proprio nel 2010 il termine del collocamento della Flotta sul territorio dell’Ucraina è stato prolungato per un periodo da record fino al 2042. Quando abbiamo adottato queste misure senza precedenti eravamo senza dubbio convinti che la Russia avrebbe garantito la nostra sicurezza e l’integrità territoriale, in conformità al Memorandum di Budapest (1994). Ma come hanno dimostrato gli avvenimenti delle ultime settimane ci sbagliavamo profondamente.
La Russia ha rinunciato a svolgere le consultazioni con altri paesi-garanti in conformità all’art. 6 di questo trattato, con la scusa che il Memorandum è stato firmato con un’altra Ucraina e che con l’Ucraina di oggi Mosca non avrebbe alcun impegno. Come si suol dire, no comment…
Negli ultimi anni l’Ucraina si stava preparando alla firma dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea. L’Ue non è la Nato e qui non si trattava di una membership, ma di un approfondimento della collaborazione economico-commerciale. Ciononostante, abbiamo riscontrato dei forti contrasti da parte della Russia. Considerato che – appunto – non si trattava della Nato ma dell’Ue, i nostri partner russi avevano poche argomentazioni.
La loro tesi principale era che, dopo la firma dell’area di libero scambio con l’Ucraina, ci sarebbe stato un flusso di prodotti europei di bassa qualità verso la Russia. Come se le norme sull’origine del prodotto fossero abolite. Per quanto riguardava l’Ucraina, secondo i russi questa avrebbe sostenuto perdite enormi perché la creazione dell’area di libero scambio con l’Ue avrebbe comportato automaticamente la rinuncia ai legami con Mosca e con l’Unione doganale.
Abbiamo cercato in tutti i modi possibili di spiegare ai partner russi che non si trattava della scelta tra l’uno o l’altro. Proponevamo di esaminare la possibilità di approfondire la collaborazione tra l’Ucraina e l’Unione doganale nel formato 3+1 (senza la membership) oppure nell’ambito dell’area di libero scambio tra i membri della Comunità degli Stati Indipendenti. Ma tutti i nostri tentativi sono stati vani.
Il perché è presto detto: l’avvicinamento di Kiev a Bruxelles non rientrava assolutamente nei piani della Russia. Mosca ci proponeva di entrare nell’Unione doganale; poi i negoziati con l’Ue sarebbero stati condotti dall’Unione Doganale, non direttamente dall’Ucraina. Per i russi, entro il 2015 deve essere formata l’Unione Euroasiatica e l’Ucraina deve esserne parte integrante.
Per noi invece il problema non è che la Russia abbia lanciato un suo progetto: ne ha tutto il diritto. Tra l’altro, se questo progetto si dimostrasse efficace e attraente, non escludo che l’Ucraina possa esservi interessata. Ma il problema riguarda la sostanza del progetto stesso. Ultimamente si ha l’impressione sempre più solida che non si tratta di un tentativo di creare qualcosa di nuovo, ma di un desiderio tenace di ricostruire il vecchio. I metodi, gli strumenti e la retorica stessa (vedi le ultime dichiarazioni del ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa sulla questione ucraina) dei dirigenti russi ci fanno tornare ai tempi dell’Unione Sovietica.
Ma per il popolo ucraino, sopravvissuto alla tragedia dell’Holodomor (la carestia artificiale), non esiste niente di più terribile di un possibile ritorno al passato sovietico. Proprio per questo molti monumenti dedicati a Lenin in Ucraina sono stati abbattuti nei giorni della rivolta di piazza Maidan.
Alla luce di quanto sopra, è chiaro che in Ucraina non c’è una lotta tra Oriente e Occidente, come scrivono alcune testate italiane, ma tra passato e futuro. La comprensione degli obiettivi di Mosca ci fa concludere che la crisi non si limiterà alla Crimea.
La Crimea senza le regioni orientali dell’Ucraina è distinata a morte lenta. La penisola dipende profondamente dall’Ucraina continentale: per quanto riguarda l’energia elettrica all’85%, per l’acqua potabile al 75%, senza parlare delle infrastrutture di trasporto. Perciò impostare una trattativa nei termini “prendete la Crimea e lasciate tutto il resto” non ha nessun senso, sopratutto per la Russia.
I tentativi persistenti di destabilizzare tutto il territorio ucraino – con l’obiettivo di crearci gli stessi problemi che l’Ue affronta ai suoi confini meridionali – si spiegano così. Ciò non significa che l’Ucraina non sia pronta a sedersi a tavolo delle trattative. Anzi, sosteniamo animatamente il dialogo e chiediamo ai nostri partner occidentali, Italia compresa, di fare il possibile per promuoverlo. Siamo inoltre consapevoli che il dialogo presume dei compromessi reciproci.
Tuttavia, ogni compromesso ha le sue “linee rosse”. Per noi, la sovranità e l’integrità territoriale d’Ucraina sono una linea rossa.”

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La lingua batte tra Russia e Ucraina

firma-putin-Ancora qualche contributo sulla questione ucraino-russa.
Il primo articolo che ho già proposto stamattina in due quinte è di particolare interesse per il liceo linguistico perché riguarda proprio la questione linguistica: un bilinguismo di fatto si contrappone a una volontà politica monolinguistica che vede proprio nell’idioma un simbolo dell’identità nazionalistica. L’articolo è tratto da Il Manifesto di oggi: questione-linguistica-uno-strumento-di-incomprensione-politica
Il secondo è tratto da Rainews24 e riguarda un possibile allargamento dello scontro: la Moldavia con le due regioni della Gagauzia e della Transnistria: Accanto all’Ucraina, la Moldavia_ tra incudine e martello – Rai News

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Ancora su Ucraina, Russia, Crimea e non solo

putin-boardtable-reutersMentre il presidente russo Vladimir Putin sta parlando alla Duma, pubblico degli articoli in pdf molto vari e che ho raccolto da internet. Negli allegati si trovano i rimandi ai siti originali. Il tutto va ad aggiungersi al post Piazza Piazza del 5 marzo.

Antonello Folco Biagini_ uno sguardo storico sulla crisi ucraina

Il bivio di Putin, tra sete di potere e diplomazia _ Europa Quotidiano

Il referendum in Crimea_ scenari per un’era post-imperiale _ FuturAbles

Rabbino pestato a Kiev, in aumento atti razzisti – Rai News

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Tatari di Crimea, il fattore islamico tra Russia e Ucraina

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Piazza Piazza

Ucraina mapHo appena letto due articoli molto interessanti sulla questione Ucraina e visto che non voglio traumatizzare nessuno (soprattutto per la lunghezza apparente del secondo) li metto in allegato come pdf. Il primo, decisamente più breve, è opera di Marcello Foa ed è comparso originariamente su Il Giornale ieri pomeriggio: la focalizzazione è sullo scontro Obama-Putin. Il secondo, più lungo, è un alto volo sulla crisi ucraina, quindi con una prospettiva più ampia. Va detto che è stato scritto il 22 febbraio, quindi non tiene conto, pur prospettandola, della crisi in Crimea. L’ho preso da Limes, che non ne è la fonte originaria, come si evince dall’allegato. L’autore è Dario Quintavalle. L’ho trovato molto piacevole e di facile lettura: dovete affrontarlo se desiderate capire il senso del titolo di questo post 😛

Crisi Ucraina, quello che non viene detto – Vatican Insider

Due o tre cose che so sull’Ucraina

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Tra critica e apologia

In Georgia, terra natale di Stalin, forte è ancora la discussione attorno alla considerazione del dittatore. Ne scrive Lorenzo Cremonesi su Il club de La lettura del Corriere.

“Tornare a Stalin per superarlo, e finalmente seppellirlo. È schizofrenico il rapporto dei Workers-remove-the-statue-006.jpggeorgiani con il loro «piccolo padre», simbolo imbarazzante di un passato che tanti vorrebbero morto e sepolto, ma che in realtà non passa affatto. Anzi, torna adesso a rinfocolare le polemiche sull’onda del progetto, in occasione dei 60 anni della morte, di riportare in pubblico quella massiccia statua in bronzo alta quasi sette metri che tre anni fa fu rimossa dal centro di Gori, la sua città natale, per erigerla — questa volta —proprio di fronte al museo a lui dedicato. Un trasloco di 500 metri, dal sito originario del 1952 fino alla piazza principale. Ma, seguendo l’intensità del dibattito, pare che ogni metro misuri decine di chilometri e soprattutto rappresenti visioni opposte della memoria collettiva, del rapporto con il gigante russo dall’altra parte del Caucaso e della narrativa fondante l’identità georgiana dagli anni insanguinati del Novecento profondo a oggi. «Stalin si può amare, oppure odiare. Ma raramente lascia indifferenti. Subito dopo la rivoluzione delle Rose, nel 2003 i fedelissimi del presidente filo-americano Mikhael Saakashvili hanno cercato di cancellarlo. Però senza successo. Ora gli uomini nuovi della svolta filo-russa voluta dal neopremier Bidzina Ivanshivili, vincente alle elezioni dell’ottobre 2012 (controlla 85 seggi dei 150 complessivi, ndr), vorrebbero riproporlo con la stessa retorica della dittatura di mezzo secolo fa. Il che è egualmente assurdo», sintetizza Lasha Bakradze, direttore del museo della Letteratura georgiana e docente di Storia dell’Urss all’università di Tbilisi.

Dittatori, storia e memoria nazionali: il tema gli sta a cuore. Due anni fa è stato a Braunau, cittadina natale di Hitler in Austria, dove ha incontrato il sindaco assieme a quello di Predappio. «Stalin, Hitler e Mussolini hanno tanto in comune. Non ultima la necessità di riflettere sul racconto storico alle nuove generazioni», sostiene. La sera del 30 gennaio, Bakradze ha reso pubblici i risultati del sondaggio sponsorizzato dal noto istituto statunitense, Carnegie Endowment for International Peace, in cui risulta che circa un quarto dei quasi cinque milioni di georgiani si esprime senza riserve a favore dell’era staliniana e giustifica il Gulag. Una percentuale simile è all’opposto assolutamente negativa. E così si spiega: «I più anziani sono nostalgici, rimpiangono Stalin come un’icona della loro gioventù. Sono le vittime imbelli della modernizzazione, cresciute nel regime garantista socialista, e si sono impoveriti nel nuovo sistema economico liberale. Altri lo ammirano non in quanto leader comunista, ma perché fu un georgiano che acquistò fama mondiale. Stalin è il nostro georgian boy che si è fatto rispettare all’estero, un atteggiamento provinciale, tipico dei nazionalisti nei Paesi piccoli e insicuri. In verità,manca un processo di revisione critica approfondito. E senza ripensare, studiare, tornare alle fonti della propria storia, non si va lontano. Si è cercato di rimuovere Stalin e lui ci sbarra la strada. Perché la storia non va dimenticata, altrimenti torna a condizionare con un effetto boomerang che sorprende gli impreparati». Parole puntualmente confermate dalla visita ai luoghi più noti che vorrebbero rappresentare la memoria recente della Georgia. Vai a Tbilisi, la capitale, e il Museo dell’occupazione sovietica raffigura Stalin come una sorta di Satana in Terra, il persecutore numero uno del popolo georgiano, così crudele e implacabile che al momento delle grandi purghe, a metà degli anni Trenta, decise di massacrare anche i vecchi compagni che l’avevano conosciuto giovanissimo tra le cellule di cospiratori comunisti di Gori. «Avrebbero potuto contraddire la narrativa agiografia ufficiale del regime, andavano eliminati», dice una delle giovani guide. La prima sala dell’esposizione documenta i massacri dei nobili e degli ufficiali georgiani ai tempi dell’invasione sovietica del 1921. Foto ingiallite di intere famiglie spazzate via. I resti bucherellati da raffiche intense di proiettili di un vagone in legno dove i difensori dell’indipendenza nazionale furono uccisi a centinaia. Viene automatico il parallelo con la narrativa polacca dell’eccidio dei propri quadri militari a Katyn, un ventennio dopo. «La propaganda sovietica ha avallato quei bagni di sangue», sottolinea Giorgi Kandelaki, eletto giovanissimo nel 2008 (aveva solo 25 anni) al Parlamento tra le file del Movimento unito nazionale, il partito di Saakashvili. «Dopo la caduta dell’impero zarista, la Georgia era rapidamente assurta alla dignità di Paese indipendente, pienamente inserito nella tradizione democratica occidentale. Stavamo entrando nella Lega delle Nazioni. Poi ci fu l’invasione e per quieto vivere l’Europa, a cui guardavamo con tante speranze, ci abbandonò al nostro destino», aggiunge per spiegare i motivi del radicato filo-americanismo tra i ranghi del suo partito sin dall’indipendenza guadagnata a fatica dopo il crollo dell’Urss, ormai oltre vent’anni fa. Da qui al parallelo con le recenti tensioni, che segnano il braccio di ferro con Mosca per il controllo dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud, il passo è breve. «Nel 2008 siamo entrati in guerra per difendere i nostri confini. Non dobbiamo farci illusioni. Le aspirazioni imperiali russe sulla Georgia non sono mai scemate. La nostra unica speranza è il sostegno occidentale», ribadisce. Nella seconda sala del museo i morti tra i soldati delle unità georgiane inquadrate nell’Armata rossa e spedite a contrastare l’invasione italo-tedesca nella Seconda guerra mondiale vengono equiparati alle vittime politiche della persecuzione comunista. «Partirono in 700 mila, 400 mila non sono tornati. Mandati a morire per ordine di Mosca», denunciano le didascalie in toni che però sollevano non poche perplessità anche tra quei circoli intellettuali georgiani che sono ben contenti di prendere le distanze dalla Russia di Putin.

Tutto diverso invece il museo dedicato a Stalin nel centro di Gori, fossilizzato nell’immagine del dittatore mummificata dalla ben nota coreografia trionfante e ossessiva dell’Unione Sovietica al tempo della sua massima potenza. Dista solo una settantina di chilometri dalla capitale, ma è come se fossimo in un Paese totalmente altro. Tbilisi e Gori, la critica radicale da una parte e l’apologia adorante dall’altra: le due «narrative» fanno a pugni tra loro in modo talmente stridente, estremo, persino paradossale, da far quasi credere sia una scelta voluta. «E invece no. Siamo alla guerra di propaganda, non c’è stato ancora alcun tipo di riflessione sistematica. Di fronte alle contraddizioni si lasciano le cose come stanno, anche a costo di cadere nel ridicolo», confessa la direttrice del museo di Gori, Liana Okropiridze. Qui permane praticamente immutata l’esaltazione tradizionale sovietica prima maniera dello Stalin figlio del popolo, costruttore dell’economia nazionale e condottiero vittorioso contro la barbarie nazista. Il museo venne eretto nel 1957, quattro anni dopo la sua morte. Lo volle Krusciov, che pure aveva già da tempo avviato la destalinizzazione, per accattivarsi i comunisti georgiani. Nel giardino sono ancora esposti la semplice abitazione in legno a un piano dove lui nacque nel 1879 e il vagone ferroviario attrezzato come ufficio in cui viaggiava spesso. «Stalin aveva paura di volare, preferiva il treno. A costo di passarvi settimane intere», spiega puntigliosa e con un inglese da manuale Olga Topchisheili, la guida che lavora qui da tre decenni e si dice «entusiasta» del ritorno della statua in città: «Così attirerà più turisti». I numeri parlano chiaro dal registro del museo: i visitatori sono in crescita e in grande maggioranza stranieri. Nel 2011 sono stati oltre 24.500, di cui solo il 10 per cento georgiani. Nel 2012 la cifra è salita a 31.655, gli stranieri a quasi 27 mila. Al visitatore italiano mostra fiera i doni arrivati negli anni dai «compagni» che militavano nel più grande Partito comunista occidentale. «Dalle donne italiane di Mantova a Giuseppe Stalin campione della pace», si legge cucito a mano in filo rosso su una colomba di pezza bianca conservata in una bacheca di vetro. In un’altra sta una botticella di vino in legno chiaro con la dicitura: «Dai comunisti milanesi». Unica concessione al mutare dei tempi è una stanzuccia nel sottoscala, dove nell’ultimo anno è stata organizzata frettolosamente una minuscola esposizione in ricordo delle vittime dello stalinismo originarie di Gori. C’è la ricostruzione di una cella dal soffitto basso con accanto l’ufficio degli interrogatori della polizia segreta, sul muro si leggono i nomi di una trentina di deportati mai più tornati dalla Siberia. «In effetti non tutto era perfetto. Ci furono anche ingiustizie», ammette la guida arrossendo imbarazzata. Poco lontano, nella piazza centrale dove stava la statua di Stalin, adesso c’è un grande parcheggio. Le auto sono per lo più Suv giapponesi, Bmw e Skoda da decine di migliaia di euro; stridono con la povertà delle abitazioni. Un paio di strade oltre la zona del centro i quartieri appaiono decrepiti, i muri scrostati, i palazzi sono casermoni grigi in perfetto stile sovietico anni Cinquanta. Il vecchio e il nuovo convivono spalla a spalla senza che uno prevalga sull’altro, sono lo specchio di questa fase di transizione caotica, dominata dall’incertezza. «La sera tra il 24 e 25 giugno 2010 arrivarono le ruspe senza preavviso. Faceva buio. Illuminarono la scena con gigantesche lampade al fosforo appese allo stabile del municipio appena di fronte. La statua era il simbolo della nostra città. Venne imbragata e smontata rapidamente. La portarono via come ladri nella notte. Vergogna. Avevano paura della reazione della popolazione. Noi bambini ci giravamo attorno in bicicletta. Era un punto di ritrovo per tutti. Non l’hanno neppure cancellata dalle cartoline. Per distruggere il piedestallo di marmo e pietra ci vollero altri due giorni», ricorda Lella Bedoshvili, 39 anni, cameriera al Cafè Hause, il bar che si affaccia direttamente di fronte al municipio, scontenta che la statua non torni esattamente dove stava prima.

Furiosamente avverso a qualsiasi forma di commemorazione è per contro il 41enne Jacob Jugashvili, pronipote del dittatore e uno dei pochi familiari ancora in vita, che viaggia di continuo tra Mosca e Tbilisi. «Ipocriti coloro che vogliono la statua. Stalin venne tradito e ucciso dal suo partito. Siamo vittime di una gigantesca cospirazione», afferma aggressivo, a testimonianza di quanto sia emotivamente difficile essere discendenti di un personaggio famoso. Favorevole al compromesso per motivi di opportunità si dice invece il sindaco di Gori, il 51enne David Raznadze, strenuo militante della svolta pro-russa voluta da Ivanishvili. «Ero contrario alla rimozione della statua. Fu una decisione imposta da Saakashvili. Non che io sia stalinista, tutt’altro. Ma alla maggioranza dei quasi 60 mila abitanti di Gori la statua piaceva. E, soprattutto, perché offendere i vicini russi? Sono i nostri partner economici naturali. Io penso a un modello di integrazione nel Caucaso che si rifaccia a quello tra i Paesi dell’Europa unita. Sovranità politiche separate, ma stretta cooperazione economica. Ora è giusto erigere la statua di fronte al museo, una soluzione che dovrebbe accontentare un po’ tutte le parti», spiega nel suo ufficio. A conferma della sua argomentazione sottolinea l’importanza del nuovo accordo per la ripresa dell’esportazione del vino georgiano sul mercato russo, che era stata bloccata da Mosca nel 2006. «Meglio vendere il nostro vino ai russi, che fare la fila per entrare nella Nato», aggiunge, in aperta polemica con l’atlantismo del presidente. Ben venga dunque il gigante di marmo. Un accomodamento che raccoglie consensi anche tra i più critici a Gori. Dopo tutto Stalin era uno di loro. «I russi ci hanno fottuto», esclamano sarcastici. «Ma Stalin ha fottuto i russi».”

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Due pronomi e un verbo

Ci sono articoli che corrono il rischio di passare inosservati. Questo, di Chiara Mariani per Sette del 7 dicembre, è uno di quelli. Come pure questo post che pubblico quasi all’una di notte. Eppure sarebbe un peccato perché vi si racconta di un libro che ora ho desiderio di leggere e che tratta di una grande storia di amore, dolore, attesa, morte e resurrezione. Parla di come hanno fatto 1246 lettere a salvare un uomo passato da Buchenwald al gulag…

Il 1917 non è solo la data della Rivoluzione di Ottobre. E’ anche l’anno di nascita di Lev (il Orlando-Figes-Qualcosa-di-piu-dell-amore_main_image_object.jpgleone) e Svetlana detta Sveta (la luce), uno dei momenti più infausti per venire al mondo in Russia. “Qualcosa di più dell’amore” di Orlando Figes racconta la storia della loro straordinaria passione attraverso 1246 lettere, scritte dal 1946 al 1954, che i due si scambiano tra il Gulag di Pechora, a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico dove Lev è rinchiuso, e Mosca dove abita Sveta: due epistole la settimana. I due giovani si incontrano nella capitale, nelle aule del prestigioso Istituto di Fisica Lebedev. Tra loro vi è uno sconosciuto Andrej Sacharov. Si nutrono delle note del violino di David Oistrach, dei versi dell’Achmatova, Blok, Pushkin e Majakovsky, sono fiduciosi nel futuro radioso del paradiso del lavoratore dove l’ottimismo è d’obbligo e la parola depressione è bandita. Sono gli anni delle prime ondate del Terrore staliniano che culmineranno tra il 1937 e il 1938, quando un milione e trecento mila nemici del popolo sono arrestati e mezzo milione fucilati, tra questi militari d’alto rango, insegnanti, sacerdoti. Troppi per poter affrontare con fiducia di lì a poco una guerra che mobiliterà tutti e costerà all’Unione Sovietica 27 milioni di cittadini. Il mite e poetico Lev Mischenko, come la bella e brillante Svetlana Ivanova, è un membro del Komsomol, la gioventù comunista, crede nell’idea socialista del progresso attraverso la scienza e la tecnologia e ritiene suo dovere servire la Patria minacciata dall’invasore. Imbracciate le armi è fatto prigioniero dai tedeschi, è trasferito a Buchenwald, dove si rifiuta di collaborare con il nemico. Capita nelle mani degli americani che gli offrono di impiegare il suo talento negli Stati Uniti, come fisico nucleare. Rifiuta, l’amore lo richiama in patria. La fine del conflitto mondiale per Lev segna però l’inizio di un nuovo incubo. Le autorità sovietiche lo condannano a dieci anni di gulag con la falsa accusa di aver collaborato con il nemico durante la prigionia. Da adesso in poi lo distingue un numero: l’articolo 58-1(b), riservato ai soldati traditori della patria, l’imputazione più ingiuriosa che priva il condannato del rispetto e della fiducia altrui persino a fine pena.

Il suo animo è troppo delicato, non se la sente di turbare Sveta, che non vede e di cui non sa niente da cinque anni, con notizie sulla sua sorte. Lui non ha fratelli o genitori con cui comunicare, è orfano dall’età di tre anni, da quando in ospedale vede un’infermiera portare tra le mani un oggetto rosso palpitante: il cuore della mamma che è appena stata fucilata. Il papà fa la stessa fine condivisa da molti altri “borghesi”. Lev preferisce così scrivere a una zia. Quest’ultima si affretta a fare quello che farebbe ogni donna: se ne infischia dell’eventuale turbamento ed informa la ragazza degli ultimi eventi. Nasce una corrispondenza preziosa, uno squarcio nell’anima di due innamorati che per troppo pudore non menzionano quasi mai la parola amore. Dirà lei in un commiato: “Il fatto è che voglio dirti soltanto tre parole: due sono pronomi e una è un verbo”. Quando Sveta lo interroga sulle sue necessità urgenti, se abbia bisogno di medicine, vestiti, cibo, carta o penna, Lev risponde laconico, certo di chiedere l’indispensabile, unica fonte di sostentamento e di speranza: “mandami parole, parole, parole”. In apparenza la scrittura di lei è priva di sfumature romantiche. Appartiene all’intelligenzia tecnica sovietica oppressa dal Diamat, il materialismo dialettico, il fondamento “scientifico” del marxismo-leninismo che denuncia il persino i fisici sedotti dalla teoria della relatività e la fisica quantistica perché idealiste e incompatibili con il credo del momento. Per superare il condizionamento culturale si affida così ai versi dei poeti russi, alla propria tenacia pratica e al proprio coraggio: scrive, scrive, scrive fino a quando trova il modo, illegale ed estremamente pericoloso, di raggiungerlo. Anche solo per pochi momenti. Ci saranno cinque incontri in quasi nove anni. Ogni volta percorre tra andata e ritorno 4340 chilometri. Lo stile di Lev ricorda la scrittura del XIX secolo con slanci lirici sorprendenti, soprattutto perché pronunciati da un uomo condannato ingiustamente alle crudeltà del gulag in una zona immersa nell’inverno nove mesi l’anno: “Tutto quello che è rimasto è il cielo… le stelle sono emerse dalla loro ibernazione estiva (la fine delle notti bianche ndr) e anche di questo sono grato”.

Il libro di Figes non ha solo il merito di riportare alla luce un carteggio, contrabbandato pezzo per pezzo dalla guardie e dai lavoratori volontari del campo di lavoro, che rivela a quali vette sia capace l’animo umano. Lo scambio epistolare di questi due giovani brillanti racconta senza sconti la realtà ai tempi di Stalin, il cui sistema si basava sulla graduale fusione tra Gulag ed economia civile, un’economia di schiavi che permetteva la creazione a basso costo delle grandi opere divenute il simbolo dei risultati postbellici dell’Unione Sovietica. Nelle sue lettere Lev racconta gli sforzi per attivare con l’ingegno, a discapito dei pochi mezzi, la centrale in cui lavora, descrive i caratteri dei suoi amici, le piccole gentilezze che rendono la vita possibile tra burocrati crudeli e incompetenti, le meschinità che conducono al crimine. Sopporta le atrocità grazie alle missive di lei perché ogni sua parola è una resurrezione e le sue lettere “sono tutta la mia biblioteca”. Sveta ragguaglia sulla nuova vita nella capitale, “Una buona metà della popolazione adesso vive in condizioni peggiori di quando eravamo in guerra”, e sui cambiamenti nelle abitudini. Sappiamo come si veste (“il cappotto verde è ancora vivo”), come si reca all’Istituto di ricerche, quali sono i rapporti tra le persone, cosa può dire e cosa deve celare. Neppure l’amnistia concessa dopo la morte di Stalin nel 1953, che liberò ladri e assassini, accorcia l’agonia di Lev, liberato solo alla fine del 1954 a fine pena. Il Leone e la Luce si sposano nel 1955, l’anno in cui nasce Anastassja (la Ressurezione). Più tardi nascerà anche Nikita, forse in omaggio a quel Kruschev che nel 1956 aveva denunciato Stalin e il suo culto della personalità, cancellando con un colpo di spugna l’onta di un tradimento mai commesso che pesava sul cuore di Lev, e che anche da uomo libero condizionava pesantemente tutta la sua vita. Forges va a trovare la coppia a Mosca nel 2008, un anno dopo aver scovato incidentalmente il carteggio quasi negletto, l’anno in cui morirà Lev. Sveta lo segue nel 2010. Riposano l’uno accanto all’altra.

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22.000 colpi di pistola

Nella notte tra venerdì e sabato della scorsa settimana (erano le 4.15 quando ho guardato la sveglia) ho finito di leggere “L’inverno del mondo” di Ken Follett, il secondo libro della trilogia The Century (l’ultimo volume dovrebbe uscire tra due anni). Si parla, in breve, della II guerra mondiale e dintorni e l’autore sta ben attento a creare una ricostruzione storica che non condanni i disastri del nazismo senza stigmatizzare la realtà russa (e ciò che fecero i soldati russi alla popolazione tedesca, di Berlino in particolare). Tutto questo mi è venuto in mente leggendo, oggi, la posta del Corriere, in cui Sergio Romano risponde a un lettore. Ne parleremo, dopo le vacanze di Natale, nelle quinte.

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Lettore: “Perché sull’eccidio di Katyn, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, calò il silenzio? Anche gli Stati Uniti hanno coperto ciò che Stalin e Beria avevano fatto nel 1940. Perché preferirono tacere? Perché si è voluto coprire una azione di cui tutti sapevano e mettendo in evidenza solamente i crimini contro gli ebrei? Perfino Gorbaciov sapeva. Eltsin fu forse l’unico che ha tentato di far luce.”

Sergio Romano: “Caro Binelli, dopo la fine della guerra, gli Alleati vollero che la vittoria fosse coronata da un processo che avrebbe condannato le guerre di Hitler e rivelato al mondo la spietata politica con cui il regime nazista, tra l’altro, aveva sterminato circa sei milioni di ebrei. Occorreva che alla punizione politica e militare si accompagnasse una punizione giudiziaria. Se gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia avessero ufficialmente sollevato il problema dell’eccidio degli ufficiali polacchi seppelliti nelle fosse di Katyn, scoperte dalle forze armate tedesche nella fase iniziale del conflitto, il processo di Norimberga non avrebbe avuto luogo. Mosca aveva attribuito il massacro alla Germania hitleriana e non avrebbe mai permesso che la liturgia processuale di Norimberga mettesse l’Unione Sovietica, sia pure incidentalmente, sul banco degli accusati. Aggiungo che accanto a questa motivazione etica e giuridica vi fu anche, forse soprattutto a Washington, un calcolo politico. Alla conferenza di Yalta del febbraio 1945, due mesi prima della sua morte, Franklin D. Roosevelt aveva discusso con Stalin la creazione di una nuova Società delle nazioni — l’Organizzazione delle nazioni unite — e aveva raggiunto l’accordo sulla composizione di un organo direttivo, il Consiglio di sicurezza, in cui le maggiori potenze avrebbero avuto il diritto di veto. Nel futuro sognato dal presidente americano vi era quindi, alla fine della guerra, il sogno di una gestione concordata degli affari mondiali. Una pubblica discussione sulla responsabilità del massacro di Katyn avrebbe reso questa prospettiva impossibile. Se la Guerra Fredda fosse scoppiata subito dopo la fine del conflitto, anziché tra la fine del 1947 e gli inizi del 1948, la rottura dell’alleanza avrebbe certamente influito sull’impostazione del processo di Norimberga. L’uomo che maggiormente si prodigò perché l’Urss riconoscesse le sue colpe fu Aleksandr Jakovlev (1923-2005), un comunista eretico e coraggioso che aveva preso posizioni eterodosse ancor prima di Gorbaciov ed era stato allontanato da Mosca con un incarico diplomatico. Durante la perestrojka ebbe compiti che gli permisero di allargare considerevolmente i confini della glasnost; e dopo la morte dell’Urss, Eltsin lo chiamò a presiedere una commissione per la riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche. Quegli incarichi gli permisero di riaprire il «caso Katyn» e di rendere noti molti documenti segreti, fra cui il verbale della riunione del presidium del Comitato centrale del Partito comunista dell’Urss durante la quale fu autorizzata l’esecuzione degli ufficiali polacchi. Di quel verbale esistono fotocopie che circolavano a Mosca nel 1992. Riuscii a procurarmene una.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, musica, Storia, Testimoni

Degna della mia voce interiore

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». Ieri sera stavo sfogliando “Io donna” e mi sono imbattuto in un articolo su Marija Veniaminovna Judina, probabilmente la più grande pianista del ‘900. Le parole con cui ho iniziato il post sono di Pavel Fedorovic, uno degli esponenti del Partito Comunista russo. A lui risponde la Judina: «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra».

Da adolescente scrive: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me. Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte»

Scrive nel suo diario: «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero»

Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta. Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

«Sì, voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. Sì, voglio cercare di essere degna della mia voce interiore».

Una storia tutta da scoprire:

http://www.tempi.it/onda-speciale-su-marija-judina-la-pianista-che-ha-commosso-stalin#.UJ932oawXw8

http://www.ilsussidiario.net/News/Storia-della-Settimana/2009/3/30/MARIJA-JUDINA-La-pianista-che-commosse-Stalin/15235/

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/17/MARIJA-JUDINA-La-pianista-dimenticata/106653/

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4991

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/23/MARIJA-JUDINA-Piero-Rattalino-la-pianista-immortale-all-ombra-del-regime/107574/

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, opinioni

Danger!

Resto stupito dalle motivazioni contenute in questo articolo preso da Rainews24. Di certohelloween_power.jpg non riuscirò mai a sentire Helloween come una festa mia, anzi, neppure come una festa (il mio primo pensiero va sempre al mio gruppo metal preferito… gli Helloween, appunto…). Sulla mia pelle sono tracciate altre coordinate che mi portano ad entrare nei cimiteri il primo giorno di novembre e a far andare la mia mente a quel rosario detto in famiglia e “tenuto su” dal nonno pensando alle persone care che non ci sono più: strettamente in latino, un latino che risentiva di friulanismi e venetismi della tradizione contadina. La sensazione è quella di una festa prettamente commerciale, occasione di svago per una sera, occasione che si mischia ad altre occasioni. Forse tra qualche tempo non ci sarà più, o magari sarà diversa. Più che Helloween, mi fa pensare il fatto che il giorno dopo vedo sempre meno gente, meno giovani e meno bambini che entrano nei cimiteri, al di là dell’aspetto religioso della commemorazione.

“La festa di Halloween rappresenta “un grave pericolo per i bambini”, in grado di rovinarne la salute fisica e psichica. Queste le motivazioni con cui il ministero regionale dell’Istruzione a Krasnodar, Russia del sud, ha deciso di vietare ogni tipo di celebrazione dell’imminente festività di origini americane nelle scuole, adducendo pareri di psichiatri e psicologi. “I bambini che partecipano a questi festeggiamenti spesso si impauriscono, avvertono sentimenti di oppressione e aggressione, e sono inclini al suicidio”, ha scritto il dicastero in una lettera, riportata dall’edizione on-line del quotidiano Kommersant. Le autorità hanno invitato le scuole a organizzare, piuttosto, eventi ispirati ai valori tradizionali russi. La Chiesa ortodossa locale si è espressa contro la ricorrenza che, a suo dire, “celebra il culto della morte e del diavolo”.

La ‘rivolta anti-Halloween’ ha contagiato anche la vicina Stavropol dove, oltre a funzionari pubblici e religiosi ortodossi, persino i cosacchi si sono uniti nel chiedere la cancellazione di un party organizzato nel località termale di Pyatigorsk. Originariamente nata per celebrare la fine della stagione calda, Halloween ha acquistato sempre maggiore popolarità in Russia a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, con i primi party organizzati a fine anni ’90. Nel 2003, ricorda l’agenzia di stampa statale ‘Ria-Novosti’, il dipartimento per l’Istruzione della città di Mosca ha ‘consigliato’ di non svolgere più festeggiamenti nelle classi elementari e medie. La festa del ‘dolcetto o scherzetto’, che per tradizione cade la notte del 31 ottobre, non è la sola considerata impropria dalla parte più conservatrice della società russa. Anche San Valentino è vittima di annuali censure, con le autorità ortodosse e alcuni funzionari pubblici che vi vedono “influenze negative sui valori morali e l’integrità spirituale dei giovani”.”

Pubblicato in: Etica, Storia

Libertà da conquistare

Mi ero detto “basta per oggi”. Ma poi mi sono imbattuto in questo articolo e non ho potuto fare a meno di pubblicarlo, in particolare per i ragazzi di quinta. E’ di Eric Jozsef, pubblicato su Internazionale: parte dalle Pussy Riot, passa per Varlam Šalamov e il muro di Berlino e arriva alla Siria di Assad.

“Condannate a due anni di carcere senza condizionale con l’accusa di teppismo, le tre Pussy Riot Nadežda Tolokonnikova, Maria Alëkhina ed Ekaterina Samutsevič hanno accolto la sentenza con lodevole spirito combattivo e fiducioso. “Qualunque sia il verdetto, stiamo vincendo”, hanno affermato con la convinzione che la storia renderà giustizia alla loro battaglia per la libertà e la democrazia in modo inequivocabile e probabilmente a breve termine. È un atteggiamento che contrasta radicalmente con quello dei dissidenti ai tempi del regime comunista, prima della caduta del muro di Berlino. Durante lo stalinismo (ma anche dopo, per esempio per i membri de la Charta 77 in Cecoslovacchia), l’orizzonte della fine della dittatura era lontano, quasi irragiungibile. Vivevano la lotta come un’esigenza etica e politica, senza neppure immaginare la fine delle loro persecuzioni. Quando Varlam Šalamov è stato mandato nei lager della Kolyma, non pensava di uscirne vivo. Il comunismo sovietico sembrava immutabile e non solo nell’Europa orientale. Erano pochi quelli che profettizzevano la sua implosione e la sua scomparsa.

L’89 ha cambiato radicalmente la prospettiva storica ed è nata una forma di determinismo storico della democrazia (e anche del libero mercato). È quello che ha teorizzato Francis Fukuyama all’inizio degli anni novanta nel suo libro sulla fine della storia, ritenuto uno spiartiacque generazionale e intellettuale. Per la maggiore parte dei cittadini adulti dell’epoca, sia dell’est sia dell’ovest, era impensabile che il muro di Berlino cadesse, scrive Fukuyama. Per quelli nati dopo, invece, era chiaro che il muro un giorno sarebbe caduto, abbattuto dall’inesorabile marcia della storia democratica. Quest’ultima analisi si è in seguito diffusa un po’ ovunque, come se la conquista delle libertà fosse un’ovvietà e un eventuale passo indietro sarebbe stato comunque solo provvisorio.

Questa convinzione è stata rafforzata dalla diffusione dei mezzi di comunicazione, in particolare di internet, che fanno credere che non si può più nascondere niente. È la stessa ottica secondo la quale in queste settimane si scrive che in Siria il regime di Assad è condannato. Che il dittatore di Damasco ha già perso la battaglia. Ma intanto ha già causato la morte di quasi trentamila persone e le recenti violenze nel mondo arabo hanno oscurato i bombardamenti a tappetto nella regione di Aleppo. Siamo così sicuri che Assad cadrà? Abbiamo forse dimenticato che la rivolta dei giovani iraniani dopo le elezioni fraudolente del 2009 è stata repressa nel sangue? Mentre le tensioni crescono in tutto il mondo sarebbe urgente riappropriarsi dell’idea che la storia non è unidirezionale, che le libertà sono sempre dei beni da conquistare e difendere. È ora che l’opinione pubblica, sopratutto in occidente, esca delle sue false certezze.”

 

Pubblicato in: Religioni, Storia

Endji, ragazza tatara

A volte pubblico dei post lunghetti… Questo è un articolo che è apparso oggi su Limes: parte dalla storia di Endji, una ragazza tartara, per descrivere la situazione dei movimenti radicali islamici in Tatarstan. Mi è sembrato molto interessante.

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“Endji ha solo 23 anni. Attraverso il finestrino guarda i boschi di betulle che si diradano per lasciare il posto alle ciminiere in mattoni rossi e agli enormi blocchi di palazzi bianchi che annunciano la periferia di Mosca. Endji è tatara. È salita poco dopo l’una di notte sul treno che ogni sera collega Kazan’ a Mosca. Non è contenta di aver dovuto lasciare per l’ennesima volta i suoi genitori e il villaggio in cui ha trascorso l’infanzia. Tre anni fa, quando si è trasferita a Mosca per studiare turismo, immaginava un futuro ricco di novità e di opportunità. Ben presto si è accorta che i soldi che i genitori le spedivano mensilmente non bastavano neanche per la sopravvivenza quotidiana. Si è così impiegata come commessa in un negozio di telefoni cellulari. Due mesi fa un uomo è entrato nella rivendita e approfittando di un momento di distrazione della ragazza ha sottratto alcuni telefoni per un valore di circa 2000 euro. Il titolare, che probabilmente ha voluto risparmiare sulle telecamere e sui sistemi di sicurezza, ha incolpato Endji del furto e ha preteso che lavorasse gratis per sei mesi. Endji ha pensato a lungo se restare a Mosca o tornare al suo villaggio, dove il capo difficilmente l’avrebbe cercata. Alla fine ha deciso di accettare il ricatto dell’uomo: Mosca dà comunque più speranze e opportunità di quante non ne offra il Tatarstan. La ragazza guarda malinconica le gocce di pioggia che rigano il finestrino, mentre dietro al vetro le nuvole nere basse e pesanti confondono i contorni degli edifici più alti, quelli di epoca staliniana che hanno ancora la stella rossa sul pennone innalzato al cielo. Endji, come molti altri tatari, considera Mosca una città straniera che si trova lontano, lontanissimo dal Tatarstan e dal suo capoluogo, Kazan’.

Il Tatarstan è una repubblica autonoma grande come la Baviera e facente parte della Federazione russa, abitato da circa 70 nazionalità. I tatari costituiscono il 53% dell’intera popolazione, che ammonta a circa 4 milioni di persone, e i russi il 40%. Seguono poi una miriade di componenti, la più numerosa delle quali è quella dei ciuvasci (circa il 3% della popolazione). A Kazan’ si trovano il parlamento e la residenza del presidente della Repubblica. Dopo l’avvento di Vladimir Putin alla presidenza della Federazione russa, l’autonomia del Tatarstan (così come di tutte le altre regioni e repubbliche autonome) è diventata soltanto nominale. All’inizio degli anni Novanta il potere centrale era piuttosto debole e le regioni più periferiche dell’Urss hanno proclamato l’indipendenza: il Tatarstan non ha potuto fare altrettanto perché dista solo 800 km da Mosca e qualsiasi tentativo separatistico sarebbe stato punito dai russi con un rapido intervento militare. Sin dal 2000 Putin ha promosso una forte centralizzazione del paese e Mosca – sempre in preda alla paura della dissoluzione della Russia – controlla severamente tutte le entità politiche autonome. Ovviamente tiene in pugno anche le risorse economiche: l’85% della ricchezza prodotta in Tatarstan finisce nelle casse federali. Il Tatarstan è una delle zone più sviluppate della Russia: l’industria chimica, la lavorazione del legno, l’estrazione del petrolio e le raffinerie costituiscono la spina dorsale dell’economia tatara. Gli abitanti della Federazione considerano lo strapotere e la prepotenza di Mosca cosa normale, anche perché non esiste una vera opposizione in Russia, i giornali e i mezzi di comunicazione di massa sono strettamente controllati dal Cremlino. I tatari invece sono enormente insoddisfatti. Nel parlamento locale regna incontrastata Russia Unita, il partito di Putin, di cui fanno ovviamente parte anche i principali esponenti della comunità tatara. Un parlamentare che vuole restare anonimo, alla domanda sul perché le élite politiche della Repubblica appoggino Putin risponde: “Se non puoi batterli, ti devi unire a loro. Questo centralismo rende vana ogni autonomia, non potrà durare a lungo”.

I tatari non possono fondare un proprio partito perché una legge voluta dallo stesso Putin vieta la formazione di organizzazioni politiche su base etnica. I tatari convivono pacificamente con i russi ma – a differenza delle altre nazionalità presenti nella Federazione – mantengono una forte connotazione identitaria, da cui deriva anche il malcontento verso le autorità centrali e la refrattarietà nei confronti della propaganda e della politica assimilatoria di Mosca. Le cause di un simile atteggiamento vanno cercate nella storia di questo popolo: giunti nell’area del Volga centrale nel XIII secolo insieme ai mongoli dell’“Orda d’oro”, i tatari si stanziarono nel territorio dei Bulgari del Volga, la cui capitale era Bulgar. Gli attuali tatari considerano i Bulgari i loro diretti antenati, ma una simile tesi non è suffragata da adeguate prove archeologiche e serve soltanto a giustificare una presenza antica su un territorio oggi controllato dai russi. Nel XV secolo, dopo la dissoluzione dell’impero mongolo, i tatari costituirono uno Stato autonomo, il Khanato di Kazan’; in questi anni cominciò a svilupparsi Kazan’, mentre Bulgar decadde completamente. Nel 1552 Ivan il Terribile conquistò Kazan’, cominciarono così i tentativi di russificare la regione, tentativi che proseguirono nei 200 anni successivi. A quei tempi non esisteva l’idea di “nazione” e ciò che divideva russi e tatari era la religione. I russi sono infatti ortodossi, i tatari musulmani (nell’area del Volga centrale l’Islam ha una lunga tradizione: i Bulgari si convertirono all’Islam nel 922 d.C.). Nel 1774 su 536 moschee presenti in tutto il Tatarstan ne vennero distrutte 418. Solo Caterina II capì che non era possibile piegare i tatari e nella seconda metà del ’700 concesse a tutti i popoli presenti in Russia la libertà religiosa. Da allora, i tatari conobbero una fioritura culturale senza precedenti: iniziò infatti una diatriba costruttiva fra gli intellettuali islamici – cioè tatari – sul ruolo dell’Islam nella società dell’epoca: il fenomeno, conosciuto con il nome di Giadidismo (che in arabo significa “Riforma”), portò le élite illuminate non solo a interpretare il Corano, cosa fino ad allora inaudita – ma anche a introdurre nelle scuole musulmane – le madrase – l’insegnamento di materie scientifiche e tecniche. Come accadde in Italia durante l’Umanesimo, la religione veniva separata dai restanti campi del sapere, anche se in Tatarstan continua a ricoprire un ruolo fondamentale: quello di fondare l’identità tatara. Così è nata la nazione tatara e si è sviluppato anche uno spirito nazionalista, che non si è mai colorato di revanscismo ma è stato ed è tuttora assolutamente laico, pronto a dialogare e a cercare la mediazione con Mosca e con il popolo russo. A partire dalla fine ’700 e per tutto il XIX secolo si è aperto anche un dibattito sulla lingua tatara, un idioma turco: fino al XX secolo nella scrittura veniva utilizzato l’alfabeto arabo, agli inizi del ’900 si passò a quello latino e in epoca sovietica venne imposto il cirillico. Pochi mesi fa, il parlamento tataro ha votato una mozione che prevede il ritorno all’alfabeto latino, ma la Duma russa – il parlamento federale – ha bocciato la proposta per paura che l’abbandono del cirillico fomenti una non ben precisata ondata nazionalista volta a ottenere l’indipendenza.

La vita politica tollerante e tranquilla del Tatarstan è stata sconvolta il 19 luglio scorso, quando in un attentato è stato ferito il Mufti Ildus Faizov e contemporaneamente un’altra esplosione ha ucciso il vice Mufti Valiulla Yapukov, un politico molto influente. La polizia ha incolpato le sette wahabite che negli ultimi vent’anni sono fiorite un po’ ovunque nella regione. Dopo la caduta dell’Urss, molti missionari sono arrivati in Russia dall’Arabia Saudita e hanno diffuso gli insegnamenti dell’Islam radicale. In Tatarstan le teorie wahabite hanno un seguito sempre maggiore, soprattutto fra gli strati più poveri della società. I wahabiti riconoscono solo Allah come entità divina (e non per esempio Maometto, che è per loro un uomo come gli altri) e le loro azioni violente prendono di mira esclusivamente i musulmani non wahabiti e non i seguaci di altre religioni. “Se Mosca non prende al più presto delle serie misure repressive nei confronti di questa setta, rischiamo la bosnizzazione della regione. Il Tatarstan diventerà un nuovo Daghestan”, dice Jaroslav Buharev, professore di Storia delle religioni all’università federale di Kazan’. Damir Ishakov, storico e intellettuale di prestigio, sostiene che “wahabismo e sufismo in Tatarstan possono soltanto creare scompiglio e scontri violenti, perché sono nati in società chiuse, senza contatti con l’esterno. Il Tatarstan è invece una regione aperta, multiculturale”. Le élite intellettuali e politiche tatare fanno di tutto per salvaguardare l’eredità del Giadidismo, che 200 anni fa rispose efficacemente alla questione con cui oggi si deve confrontare tutto il mondo islamico: modernizzare l’Islam o islamizzare la modernità? Il governo tataro può fare ben poco poiché l’autonomia della Repubblica è solo nominale. La soluzione deve venire da Mosca, che finora ha solo vietato l’ingresso in Russia ai missionari arabi e ha blindato i luoghi pubblici per paura di nuovi attentati. Molti giovani tatari vanno però a studiare in Arabia e al loro ritorno diffondono fra i connazionali gli insegnamenti dell’Islam radicale. Il vero problema, sostiene Ishakov, è tutto nella politica di Putin: la Russia, e di conseguenza il Tatarstan, non hanno portato a termine il processo di transizione. L’intera Federazione resta sospesa fra comunismo e capitalismo, fra democrazia e dittatura.

Ciò che può davvero contribuire a fermare la radicalizzazione dell’Islam e del nazionalismo religioso tataro è una nuova ed equa politica sociale ed economica: bisogna redistribuire la ricchezza (che in Russia è enorme) fra tutti gli strati della società e lo Stato deve non solo controllare il popolo, ma aiutarlo con un welfare state poderoso ed efficiente. “Gli abitanti della Russia sono ancora sudditi; è tempo che diventino cittadini. È necessario che a Kazan’ come nel resto del Tatarstan si formi una classe media, aperta, illuminista e illuminata, che abbia a cuore le sorti della regione e dell’intero paese”. Solo così, secondo Ishakov, il Tatarstan potrà tornare a rifiorire culturalmente ed economicamente nell’ambito della Federazione Russa e nello stesso tempo evitare odi e scontri interetnici e religiosi. Solo così Endji potrà ripartire da Mosca alla volta del suo villaggio con un biglietto di sola andata.”