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Gemme n° 446

Spotlight è il nome del gruppo di giornalisti che si è occupato delle indagini riguardanti alcuni preti pedofili negli Usa, e soprattutto la loro copertura da parte dell’arcivescovo Bernard Francis Law della diocesi di Boston. Trovo la cosa oltraggiosa, un insabbiamento che è un tradimento sia nei confronti delle famiglie che credevano nella Chiesa Cattolica sia nei confronti della Chiesa stessa. Nel 2002 Bernard Law si è dimesso ed è stato mandato in Italia come arciprete della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore. Solo ultimamente, secondo alcune fonti, è stato allontanato. Alla fine del film compare anche il numero delle vittime e dei preti coinvolti (non solo in America). La vicenda è anche raccontata dal libro “Tradimento” edito da Piemme”. Con queste parole A. (classe seconda) ha presentato la propria gemma.
Così, qualche anno fa don Antonio Gallo: “Lo scandalo dei preti pedofili, nascosto per anni dagli apparati ecclesiali, è stato a ben vedere una questione di difesa dell’istituzione temporale. Certo, la Chiesa è fatta di uomini e gli uomini sbagliano. Tuttavia, una delle più gravi vergogne in epoca moderna è stata il silenzio degli uomini di curia su un peccato che grida al cospetto di Dio! E questo per salvaguardare l’apparato istituzionale-gerarchico, per proteggere ipocritamente uomini malati, che avrebbero dovuto essere sospesi dalla loro funzione e affidati agli psicoterapeuti, piuttosto che spostati da una parrocchia all’altra, da una comunità religiosa all’altra, in incognito. C’è la crisi innegabile delle vocazioni sacerdotali, l’esercito dei preti nel mondo sta diventando una piccola truppa, ma ciò non giustifica il mantenimento di persone consacrate con gravi problemi di sanità mentale.”

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Sulla misericordia

scagli

A breve si inaugurerà il Giubileo della Misericordia. L’altro giorno in una prima mi è stato chiesto che cosa sia. Ho risposto brevemente in classe e rimando a questo link per un’informazione ulteriore. Qui invece mi concentro sul tema della misericordia attraverso questa bell’intervista di Giovanni Ferrò a Enzo Bianchi, tratta dal sito di Credere.

Barba bianca e occhi chiari penetranti, fratel Enzo Bianchi è come ti immagini dovessero essere gli antichi padri della Chiesa. Il suo volto è ormai noto anche al grande pubblico: il fondatore della Comunità di Bose è uno scrittore di successo e ospite richiesto (spesso invano) dalle più importanti trasmissioni televisive. Prima di ogni cosa, però, Enzo è un monaco che, da cinquant’anni, vive la sua scelta radicale di vita cristiana insieme ai fratelli e sorelle di Bose sulla Serra morenica di Ivrea, in Piemonte. A lui Credere ha chiesto di spiegare il senso spirituale dell’anno giubilare ormai alle porte.
Misericordia è un termine che sembrava dimenticato e che ora è tornato familiare. enzo-bianchiQual è il suo significato profondo?
«Letteralmente vuol dire “un cuore per i miseri”. Dunque è il sentimento di vicinanza a chi è in difficoltà, il lasciarsi toccare visceralmente da quelli che sono nella sofferenza. Per questo nella Bibbia la parola misericordia è soprattutto un sentimento materno, quello che la donna prova portando il figlio dentro il suo seno. Non a caso, mentre in latino la parola fa riferimento al cuore, in ebraico fa riferimento alle viscere. Non dimentichiamo, poi, che l’unico nome che Dio ci ha consegnato, fin dai tempi di Mosè, è “il misericordioso, il compassionevole”. Detto questo, però, la misericordia è un sentimento profondamente umano, prima ancora che religioso. Davanti alla sofferenza, ogni uomo e ogni donna sono presi alle viscere, provano una commozione che dice loro: questo non è giusto. E sentono il bisogno di fare qualcosa. Misericordia, dunque, è compassione, tenerezza, amore».
Quali sono, per i cristiani, le conseguenze di questo Dio di misericordia?
«Nel nostro Dio, la misericordia prevale quasi sulla giustizia. Ne è la sostanza. E quando Dio si mette in rapporto con l’uomo, il suo amore diventa misericordia in azione. Noi cristiani siamo coscienti di essere destinatari e beneficiari della misericordia divina. E di conseguenza siamo spinti ancora di più a dare concretezza a questo impulso molto umano che ci abita. Tanto è vero che Gesù ha potuto trasformare il comandamento dell’Antico Testamento “siate santi, perché Io sono santo”, in “siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro che è nei cieli”. Per questo la misericordia è il cuore della nostra fede».
Nel Vangelo, la misericordia di Gesù è anche motivo di scandalo…
«Sì, la misericordia scandalizza. È per questo che Gesù è stato messo in croce, non perché violava la Legge dell’Antico Testamento né la legge romana. Gesù era un ebreo molto osservante della Legge, però i suoi atteggiamenti di misericordia scandalizzavano: si sedeva a tavola con le prostitute e i peccatori, si fermava a dormire a casa loro. Nelle parabole, quando racconta l’amore di Dio, la reazione di molti – soprattutto degli uomini religiosi e di coloro che erano deputati a interpretare le Scritture – era: “Ma così è troppo”. Gesù nei peccatori come l’adultera o la prostituta non vede innanzitutto il peccato, ma la sofferenza e la capacità di amore. Non è la conversione dell’uomo che produce la misericordia di Dio, ma il contrario: la misericordia di Dio provoca la conversione dell’uomo. Questa verità di Gesù, rilanciata dal Papa, è motivo di scandalo e di turbamento ancora oggi. Pure nella Chiesa».
Il semplice cristiano Enzo Bianchi quando ha fatto esperienza di misericordia nella sua vita? C’è un momento che ricorda perché l’ha particolarmente segnata?
«Sì, nel 1985. Ho vissuto un periodo di notte spirituale. A un certo punto, però, ho capito che avrei potuto cantare la misericordia anche all’inferno. Da quel momento la mia vita cristiana ha subito un cambiamento. Prima ero zelante, rigorista e severo con me stesso e con gli altri. Dopo quella notte, ho scoperto il volto misericordioso di Dio, che certo conoscevo teoricamente ma che non avevo mai capito così in profondità».
Nell’Anno della misericordia anche la Chiesa è chiamata a convertirsi e riformarsi? E in cosa?
«Penso che il Papa voglia una Chiesa capace di essere ministra di misericordia. Noi cristiani abbiamo ancora troppo la mentalità di Delitto e castigo: c’è il peccato, il delitto; di conseguenza c’è il castigo, la pena. Solo dopo, se c’è una conversione, arriva il perdono. Questa mentalità, però, non è quella del Vangelo: il perdono di Dio viene offerto subito, viene prima e non dopo la conversione. Perché l’uomo da solo non è capace di conversione. Solo l’amore di Dio la rende possibile. E l’amore di Dio non è meritocratico. Noi dobbiamo solo accoglierlo e accettarlo. Questa è la quintessenza del messaggio cristiano. E per la Chiesa vale la stessa cosa: da qui nasce un bisogno di riforma, di cambiamento: certamente prima di tutto dei cuori, ma poi anche delle strutture e delle istituzioni, se non sono più al servizio degli uomini e del Vangelo».
Tante persone si rivolgono a lei e a Bose per consigli spirituali. Oggi da che cosa è ferita la gente e per cosa cerca misericordia?
«Tante persone vengono anche solo per essere ascoltate. In un mondo in cui nessuno ascolta, noi monaci siamo lì per questo: il servizio dell’ascolto. La vita è diventata un duro mestiere e molti fanno fatica a trovare senso. La gente è smarrita e ci chiede una parola. Ci sono coppie in difficoltà nella lunga vicenda del loro amore; giovani che scoprono degli enigmi, delle zone d’ombra nella loro vita. Poi ci sono i malati, che chiedono il perché della loro sofferenza. Questo sovente è il cammino più difficile. E noi monaci dobbiamo restare muti, non abbiamo una risposta: una mano nella mano, una carezza, un abbraccio è tutto ciò che possiamo fare».
Ha un consiglio per vivere questo Giubileo della misericordia come occasione spirituale?
«Uno solo: prima di accedere a confessione, liturgia, tutto quello che giustamente il Giubileo pone come percorso, ciascuno faccia davvero un esame di coscienza e abbia il coraggio di riconoscere le proprie colpe, andando a chiedere perdono a chi ha offeso con parole o azioni. Gesù ce l’ha detto: Dio ci rimette i peccati, ma se noi concretamente facciamo misericordia. Non bastano confessioni e pratiche liturgiche se prima non c’è la volontà di riconoscersi peccatori. Un padre della Chiesa diceva: chi si riconosce peccatore è più grande di uno che risuscita i morti. Se non c’è questa concretezza di conversione nella vita quotidiana, anche il Giubileo rischia di risolversi in semplici riti formali».

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Isis e immagine

occhio

Un articolo “colorato”, pubblicato su Limes, del critico cinematografico Oscar Iarussi sul ruolo delle immagini e dei video negli scontri in atto in medio oriente. Per coglierne sfumature e sottintesi bisogna leggerlo più volte.

L’homo videns? Non è solo occidentale. Anche l’Islam sembra in preda al “post-pensiero” televisivo di cui scrisse Giovanni Sartori in un suo saggio polemico (Laterza, 1997).
L’ultimo stadio dell’evoluzione è all’insegna del climax. L’acme, l’orgasmo, la dismisura risultano sempre provvisori, puntualmente scavalcati da un nuovo eccesso nella corsa all’effetto prodigioso che annichilisce il residuo pudore. L’immaginario collettivo si affranca così definitivamente dai tabù dell’eros e della morte, ovvero li sacrifica a uno sguardo onnivoro e sadico. Se non è “l’occhio che uccide” di un famoso film, poco ci manca.
Fino a non molti anni fa nessun aguzzino avrebbe pensato di documentare le umiliazioni, il dolore e la fine delle sue vittime. Anzi, gli orrori venivano nascosti e negati. L’esibizione della ghigliottina e “la macelleria del potere” attengono al premoderno, quando – Foucault docet – la punizione esemplare sanzionava l’offesa al corpo sacro del re (Einaudi, 1976). Persino dal tragico recinto di Auschwitz le rare testimonianze visive sono postume o esterne: i filmati dei registi al seguito degli Alleati che liberano i lager o le immagini aeree della Raf nelle quali la colonna di fumo dei forni crematori allude allo sterminio.
Ripensiamo, invece, alle fotografie dei soldati statunitensi che torturano i prigionieri di guerra iracheni nel carcere di Abu Ghraib, scattate nel 2004 dagli stessi torturatori in posa (i primi selfie). D’altro canto, cominciarono a essere recapitati ad Aljazeera e in seguito diffusi sul web i video delle decapitazioni per mano jihadista degli ostaggi americani e europei. Una barbarie che “parla” all’inconscio occidentale in cui sono sedimentate le rappresentazioni bibliche di Salomè o di Giuditta e Oloferne (Caravaggio, Donatello, Strauss). Dopo Daniel Pearl (2002, in Pakistan), nel 2004 il primo decollato in Medio Oriente fu il giovane imprenditore Nicholas Berg, statunitense di origine ebraica. Si ipotizzò che il boia fosse Abu Musab al-Zarqawi, uno dei teorici dell’odierno “califfato” sunnita, il cosiddetto Stato Islamico (Is).
Da ultimo il macabro spettacolo è diventato seriale, come s’addice al pubblico dei kāfir, gli “infedeli”, o dei musulmani in Europa. Nei video delle decapitazioni c’è uno svilimento della tragedia che ha del pornografico: l’inimicizia, la guerra e il suo cuore di tenebra ridotti a immagini di propaganda. Una beffarda “amatorialità” per comunicare con la vasta schiera dei dilettanti/protagonisti su Facebook e Instagram.
Non manca il corredo feticistico. Le tute arancio dei condannati a morte occidentali evocano quelle imposte ai qaedisti reclusi a Guantanamo. Soprattutto c’è il cappuccio nero già usato a Abu Ghraib e nei black site della Cia per gli interrogatori a mo’ di lampante smentita dell’habeas corpus. Adesso a indossarlo sono i tagliagole: simbolo di una “pedagogia del terrore” che a sua volta dà del tu all’horror e allo splatter di certi B-movie gettonati dagli adolescenti americani ed europei.
Sarebbe questo il famoso “scontro delle civiltà”? Una squallida rincorsa al protagonismo, all’annientamento altrui nel nome dell’exemplum, dell’icona sequenziale? Se ne può dubitare. Sembra piuttosto una guerra (in)civile intestina alla civiltà dell’immagine, che porta alle estreme conseguenze lo sciacallaggio quotidiano che le è proprio, appena stemperato dal dibattito su censura sì o no, in fin dei conti risolto nell’ipocrisia di oscurare lo shock del momento fatale.
Dopo il kolossal “hollywoodiano” dell’11 settembre 2001 e dopo i filmini sui sacrifici dei “martiri di Allah”, le decapitazioni dell’Is ribadiscono una procedura televisiva che sgomenta anche per la sua diabolica banalità. Quei terribili video validano l’interpretazione del terrorismo come “conflitto mimetico” rispetto al modello occidentale, avanzata da René Girard come aggiornamento dei suoi studi sul legame tra la violenza e il sacro nel capro espiatorio (La pietra dello scandalo, Adelphi 2004).
Nell’ultima esecuzione “Johnny il jihadista”, il boia britannico di Alan Henning, ha “nominato” la prossima vittima, Peter Kassig, come in un luttuoso Grande fratello. Mentre Abu Saeed Al Britani, alias Omar Hussain, da ex londinese delle periferie qual è, minaccia a viso scoperto il premier Cameron in un video recitato e montato alla maniera di un rap! La suggestione spettacolare è provata fin dall’episodio dell’agosto 2004 quando il californiano Ben Vanderfort mise in scena in un video-burla l’esecuzione di se medesimo in Iraq, attribuendola ad al-Zarqawi.
Prende piede (prende occhio) uno scenario nichilista in cui la morte viene piegata alle esigenze mediologiche. Un paradosso, giacché non v’è nulla di più profano di tale presunta “guerra santa”. Scherzi della storia: l’Islamismo iconoclastico della distruzione dei Buddha giganti nella valle afghana di Bamiyan e dell’imposizione del burqa alle donne perde la faccia quando la mostra.”

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Tra dei e fedeli, tra idoli e fan club

Un bel pezzo di Marina Venegoni uscito la scorsa settimana su La Stampa. Dentro vi sono diversi argomenti che abbiamo toccato in classe, tra cui la musica attuale, lo scandalo, la pubblicità, la fedeltà a un idolo…
“Tra canzone e società è scoppiato il grande freddo. La forma artistica che per un secolo ha accompagnato amori, rabbie e nostalgie dell’esistenza umana, rischia di giacere per sempre sepolta dall’incuria alla quale l’esplosione delle tecnologie e l’assenza di nuova creatività l’hanno relegata.
justin-bieberLe ultime tre significative notizie dal mondo pop? Il tweet di Justin Bieber che annunciava la pensione precoce, subito smentita dopo una valanga di tweet negativi dei fans; il primo posto nella hit americana di Beyoncé, conquistato (invece che con le solite fanfare) con la sorpresa totale nell’uscita: pura strategia di marketing; infine, il nuovo video di Miley Cyrus Adore You, nel quale la ragazzaccia, miley-cyrus-adore-youcantando en passant, si masturba sotto le lenzuola. Piccoli segnali, dai quali si converrà che il 2013 non si conclude in bellezza per le sorti della musica popolare, sempre più affidate non a nuove canzoni da cantare e nuovi autori da scoprire, ma a birichinate di marketing e marchette tout-court. Strumenti che hanno decisamente preso il sopravvento negli States, nei confronti dei quali noi siamo educande, con l’unica notizia (proprio di ieri) del ritorno al rock di Finardi nell’inedito Come Savonarola. «Urlo alla luna e al sole/ le inutili parole che nessuno sa ascoltare», canta Eugenio.

E il suo sfogo si rivela metafora illuminata di un’arte che ha allevato quasi un secolo di umani, ma ora nel mondo intero non sa catturare più l’immaginario collettivo, privata com’è di quella funzione identitaria che ne ha guidato per decenni il percorso e l’ascolto attraverso il riconoscimento del sé nelle novità che uscivano accompagnate dalla risposta pronta del pubblico, giovanile e non.
Triste verità. L’ascolto si è fatto superficiale e distratto, più che altro si consuma facendo altro. La musica non ha più appeal, è stata sepolta dall’evoluzione della tecnologia che si è mangiata quella che un tempo era l’attenzione al contenuto. Già gli Anni Zero, adesso che si può vedere un poco indietro, si sono distinti per essere stati privi di uno stile proprio, in cui si potesse identificare chi è cresciuto ascoltando i nomi e i titoli che fanno il ricordo sonoro di un’adolescenza e di una giovinezza.
Da lì in poi, la situazione si è ancora sfilacciata, decomposta in mille rivoli di ultranicchia. I filoni che hanno qualche successo, come soprattutto da noi il rap (con i suoi bravi vent’anni di ritardo), vengono sfruttati senza pudore. I film continuano ad essere divisi in belli e brutti, il pop invece no: perché anche il giudizio sulla musica è scomparso, seppellito dal gradimento diretto via Facebook o dal numero di followers su Twitter dell’idolo di riferimento. Tanto seguito, tanto onore. E se esce una porcata, tutti zitti. È una rivoluzione silenziosa ma non per questo meno significativa, che ha due soli contrappesi, ben legati fra di loro: gli idoli acclarati e i fan club.
Gli idoli. In prima fila i figli dei Talent Show, Mengoni in testa (il più votato dai lettori de La Stampa), per passare poi a Emma e Amoroso; Chiara la tengono su con le stampelle e gli spot, ma poco succede. Come fenomeno apparentemente indie, i rapper da Fabri Fibra fino a Salmo, che spuntano come i funghi dopo la pioggia d’autunno. Poi, i nomi della musica tradizionale: in testa Jovanotti il cui successo trova seguito anche fra i più giovani grazie alla capacità rigeneratrice del personaggio; e ancora, certo, Luciano Ligabue il cui team è una (gioiosa) macchina da guerra; e Vasco, che però fila sottotono a una canzone per volta in attesa di piazzare sorprese e stadi esauriti.
Il più vitale? Suonerà strano ma è Franco Battiato, più richiesto che mai in duetti nobilitanti, reduce da un pregevole album dal vivo con Antony, per coltivare nuove esperienze che mettano radici. Gente di primo piano come Samuele Bersani, che è da ascoltare, gode di un seguito tutto sommato ridotto.
Ma la musica popolare è soprattutto, oggi, guerra per bande. Ad essere scomparso è l’ascolto complessivo. Tecniche di marketing conquistano agli idoli stormi di agguerriti membri di fan club, regalando loro l’illusione di far parte di una setta, con piccoli privilegi come i raduni alla presenza della star, doni e soprattutto vendite di gadget, biglietti dei concerti in anteprima. Finisce che si segue un nome solo e si ignora il resto, e se in Rete leggono commenti negativi, i fans piombano giù come gli stukas. In fondo, per avere un’audience assicurata, sono gli stessi artisti che coltivano i demolitori dell’arte che più è stata vicina alla gente comune. Accompagnandone la crescita, i sogni e le speranze nei decenni.”