Gemma n° 2018

“Ho portato un libro, Il piccolo principe, il primo libro che ho letto. Non ricordo se mi sia stato regalato dai miei genitori o da loro amici; ero in II elementare. All’inizio non volevo leggerlo, lo trovavo complicato, però mia mamma me l’ha fatto leggere anche per abituarmi alla lettura ad alta voce. Lo leggevo quando eravamo insieme e mi faceva leggere talvolta 10 pagine, talvolta 5. Quando l’ho finito ho iniziato a leggere anche altri libri e questo mi ha aperto al mondo della lettura e della scrittura: ora sono le cose che mi piace di più fare. Da quel momento in poi ho sempre amato leggere e scrivere, sono piena di libri e mi trovo bene a scrivere. Per questo devo ringraziare i miei genitori che mi hanno trasmesso questa passione: oggi troppi giovani guardano solo serie tv o giocano sullo smartphone senza mai toccare un libro e ciò non è positivo, si perde tanto e la mente non si apre”.

Commento la gemma di K. (classe seconda) con una frase di Marcel Proust: “Quando la lettura è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare”.

Gemma n° 1997

“Ho portato questo libricino. Ne esiste anche una prima versione, scritta dalla terza media allo scorso anno. Mi piace scrivervi quel che mi passa per la testa o quel che mi succede; inoltre lascio sempre degli spazi vuoti perché mi piace commentare e scrivere, magari qualche anno dopo, come si è conclusa una cosa che pensavo di non poter risolvere. Entrambi li custodisco in una scatola dei ricordi insieme ad altri oggetti come biglietti del treno o dell’aereo o fotografie”.

Nel libro Cuori in torment@ ho trovato una frase che bene si abbina alla gemma di M. (classe terza). Scrive Gianfranco Iovino “L’uomo ha due grandidoti: la “parola” per dare suono ai pensieri, e la “scrittura” per darne loro un senso nel tempo.” Aggiungerei anche nello spazio, non solo nel tempo. Quando scrivo mi capita di rendermi conto di dare spazio a dei pensieri che se non avessi provato a scrivere, non avrebbero trovato neppure inizio. Voltaire scrive che La scrittura è la pittura della voce. Mi ci ritrovo molto.

Gemma n° 1939

“Ho portato questi due quadernetti. Il primo è più importante: alle medie avevo una professoressa molto brava che ci faceva scrivere i nostri pensieri. Dopo che questa prof se n’è andata, alcuni compagni hanno smesso di scrivere, mentre io ho continuato a tenerli come dei diari di viaggio. Nel primo sono racchiusi pensieri e disegni da cui ho preso spunto per scrivere dei testi; in altri due ho messo degli spunti da cui poi ho tratto la storia scritta per il compleanno di mia madre e dei pensieri durante il lockdown, uno dei momenti per me più bui ma anche di grande crescita”.

L’ho utilizzata in classe e l’ho sicuramente già ripubblicata sul blog, ma non posso fare a meno di citare nuovamente una delle più belle sequenze de L’attimo fuggente per commentare la gemma di G. (classe prima).

Ne pubblico anche il testo della parte finale:
“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie, perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione.
Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita!
Citando Walt Whitman: “O me, o vita domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli, città gremite di stolti, che v’è di nuovo in tutto questo, o me, o vita? Risposta: che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità. Che il potente spettacolo continua e tu puoi contribuire con un verso.” …Quale sarà il tuo verso?”.

Gemma n° 1914

“Ho scelto questo quadernino di Barbie che mi era stato regalato come diario segreto quando avevo circa 7 anni. Ho iniziato anche a scriverlo, non sono tante pagine, una decina circa tra 2014 e 2016. E’ bello vedere come scrivevo quella volta e come raccontavo le mie giornate”.

Mi soffermo sulle ultime parole di F. (classe prima) e le sintetizzo con un “che bello vedermi crescere”, che bello vedere questo processo potenzialmente infinito e che può durare tutta una vita. E che può essere anche quotidiano. Oggi mi hanno regalato uno di quei calendari che hanno una frase per ogni giorno dell’anno. La prima frase, quella del 1° gennaio è di Eckhart Tolle e dice “Il viaggio esteriore può contenere milioni di passi, il viaggio interiore ne ha uno solo, il passo che compi adesso”. Insomma, tornando al quadernino di F., pagine di diario da scrivere ogni giorno.

Gemma n° 1857

“Io ho portato il mio diario segreto: lo scrivo da quando ero piccola e ho sempre scritto tutte le cose, quelle belle, quelle più importanti, e anche quelle brutte. Mi piace scrivere, mi aiuta a mettere in chiaro le mie idee a me stessa”.

L’ho detto anche in classe a S. (classe terza): conservo ancora i miei diari di quando ero al liceo, in particolare tra la seconda e la quarta ho scritto molto. Con la stessa identica funzione descritta da S. Rileggerli ora è altra cosa, è guardarmi con tenerezza a quel che sono stato, è guardare con tenerezza chi ho davanti agli occhi ogni giorno, ciò che ciascuno di noi è stato.

Tema

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Capo chino sul foglio, non più di dieci centimetri tra gli occhi e il banco. La schiena fa un arco che a quell’età non offre la rigidità dei miei anta. Le narici di tanto in tanto si muovono ad annusare la leggera fragranza di violetta che esce dalla penna colorata: “Prof, posso scrivere in viola? o devo ricopiare con una penna normale in bella copia?”. Odiavo copiare i temi. Al triennio del liceo cercavo sempre il buonalaprima: un’unica versione dei miei pensieri senza dover passare attraverso la forzatura della trascrizione. Che poi capitava sempre di modificare qualcosa che pareva migliorare le cose, e invece…

I lunghi capelli non sono raccolti in una coda, parte scende sulle spalle, parte si adagia sul banco. Le labbra si muovono ad accompagnare le parole: sussurri che spingono il movimento della mano sul foglio. Piccole rughe, che a quell’età possono solo essere grafia di concentrazione, si formano sulla fronte. Come ti sei addormentata ieri sera? Come ti sei svegliata stamattina? Non so se la mente e il cuore siano leggeri o pesanti, se hanno ali capaci di sollevarti l’anima al cielo o se hanno ancore che te la inchiodano alla terra.

Gli occhi si muovono veloci e spaziano: il foglio, la parola appena scritta, il banco, lo smalto sulle unghie, il muro, una compagna, me, il mondo fuori, la parola ancora da scrivere, il proprio riflesso sullo schermo dello smartphone. Cercano, afferrano, studiano, scoprono, leggono, indagano, mangiano, amano, scelgono, escludono, capiscono, illuminano. Dove li poserai domani?

La mano si stacca dalla carta e stende un appunto veloce sul banco, servirà più tardi, quando le veloci parole dell’immediato lasceranno spazio alla lentezza del pensiero. Poco dopo gli passi sopra la gomma e soffi sui rimasugli, resti di un pensiero fugace.

“Prof, posso scrivere in matita?”. Sì. Il sibilo della mina che si accorcia lasciando la grafite sul foglio: ti dona quello che ha di più caro, la sua anima, consumandola. Quali saranno i tuoi fogli bianchi?

Gemme n° 428

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Questa poesia l’ho scritta non molto tempo fa: descrive la mia situazione esistenziale da un annetto a questa parte, dopo aver finito una relazione che per me è stata molto importante. Ero molto triste e ho affrontato questo stato d’animo nel modo che ho scritto. Si intitola “Commedia d’inverno”.

Non aveva mai fatto così tanto freddo a gennaio
e mai febbraio era sembrato tanto lungo
e distante guardava Marzo
consapevole che la sua ora non era ancora giunta,
temendo che l’ora non arrivasse mai.

Ma per la strana magia
del dolore che piuttosto che abbattere,
edifica,
un ragazzo solo al mondo
sopravvisse al freddo inverno
redivivo
Proprio quello che tutti credevano spacciato,
dall’Inverno fu riscaldato, confortato,
accudito da ciò che credeva essere il suo nemico e l’ostacolo della sua esistenza:
se stesso.

Quello che affrontò le intemperie col cuore in pezzi
di cristallo,
ora è qui che vi parla in questi versi
righe di parole confuse che più sensate non potrebbero essere
ed egli vi confida: rallegratevi
e non pensate
che la vostra felicità si sia esaurita nel dolore del primo amore,
perché è sulla terra battuta che germoglieranno
le nostre grandi
ma insignificanti
morte
tragedie.”

Questa è stata la gemma di R. (classe quinta).
Sul tempio dell’Oracolo di Delfi c’è un’iscrizione: “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei.” Guardarsi dentro, leggersi, conoscersi: l’introspezione sincera, una grande dote.

Gemme n° 404

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Volevo portare una cosa che potesse rappresentare qualcosa della mia vita o della mia infanzia e allora ho pensato ai miei diari: anche se sembrano due libricini inutili, dentro sono racchiusi i momenti più belli dell’infanzia (e anche quelli brutti, in ogni caso significativi). Secondo me sono molto importanti perché capita di avere qualcosa da dire ma di non sapere con chi confidarsi: i diari ti aiutano a sentirti sollevato per aver esternato pensieri e sentimenti.

Inoltre ho voluto portare un video tratto da un videogioco: lo porto per il significato profondo che racchiude riguardo l’amicizia. Questo è il mio preferito per il percorso educativo mostrato. In particolare sono importanti le ultime parole: “non si è spento ma è morto”. Questa è stata la gemma di M. (classe seconda).
Ecco cosa scriveva Tolstoj a proposito del diario: “Sono due anni che non riprendo in mano il diario, e pensavo che non avrei più ripreso questa abitudine infantile. Ma non è una ragazzata, è dialogare con se stessi, con la parte vera, divina, che vive in ogni uomo.”

Gemme n° 341

scrivere

La gemma di B. (classe quarta) è consistita nella lettura di un brano di cui purtroppo ha perso ogni traccia prima di potermelo inviare per riportarlo qui sul blog. Sono rimaste le cose dette in classe: “Le parole che ho fatto leggere al prof le ho scritte io, sono parte di uno dei miei racconti. La mia passione è scrivere; penso che qui il messaggio sia bello, anche nella difficoltà delle cose da affrontare. Penso sia importante avere sempre delle cose, anche piccole e banali, che ci facciano stare bene. Anche io devo imparare a farlo e scrivere mi aiuta in questo.”
Due citazioni, secondo me bellissime, a commento di questa gemma di B. (classe quarta):
La verità profonda, per fare qualunque cosa, per scrivere, per dipingere, sta nella semplicità. La vita è profonda nella sua semplicità.” Charles Bukowski, Hollywood, Hollywood!
Scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro, se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso.” Andrea De Carlo, Due di due

Gemme n° 294

diario

L’agenda che ho portato ho iniziato a scriverla un paio di anni fa, quando ho cambiato scuola. Mi è stato consigliato di farlo come sfogo, ma all’inizio non scrivevo molto. Poi ho effettuato un viaggio a Londra e la scrittura si è fatta più frequente: da diario di viaggio è diventato diario di vita. Scrivo circa due volte al mese per rilassarmi un po’ e devo dire che funziona.” Così A. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Conservo ancora i miei diari delle superiori; confesso che non li amo leggere, perché vi sono delle cose che non desidero rivivere, ma ammetto che mi hanno aiutato molto. “Scrivere su un diario è come prendere fotografie con la matita” (Wim Kan).

Gemme n° 262

Penna

Questa è la penna stilografica portatami da un’amica da Amsterdam. È quella di Van Gogh, segno di una passione comune, quella per l’arte e per l’artista in particolare. Ha anche mostrato di conoscermi molto bene: forse non tutti sapete che scrivo poesie e mi piace farlo con la stilo. E’ stato un regalo di forte impatto emotivo per me”. Questa la gemma di M. (classe quinta).
Chissà se M. mi maledice se le cito Petrarca: “Non v’ha cosa che pesi men della penna, né che più di quella diletti: gli altri piaceri svaniscono, e dilettando fan male; la penna stretta fra le dita dà piacere, posata dà compiacenza, e torna utile non a quegli soltanto che di lei si valse, ma ad altri ancora e spesso a molti che son lontani, e talvolta anche a quelli che nasceranno dopo mille anni.” (Epistole, 1325/74)

L’attimo eterno

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Ma quando ho scritto questa cosa? Ma l’ho scritta io?”. Mi è capitato spesso di chiedermelo e uno dei meriti del blog è la possibilità di dare una risposta certa a quelle domande. Molto più raramente mi è successo con la fotografia. E’ vero, sono due processi differenti. Il primo, quello della scrittura, è fatto essenzialmente di una sola fase, al massimo due: riflessione e scrittura, anche se mi capita di riflettere scrivendo e di modificare il mio pensiero mano a mano che procedo con la battitura delle parole sulla tastiera (ammetto che avevo scritto “con la stesura delle parole sul foglio”…).Il secondo, quello della fotografia, è più articolato: a volte colgo l’attimo, altre penso ed elaboro lo scatto, quindi faccio clic, osservo il risultato, eventualmente intervengo. E mi capita di guardare il frutto del secondo processo molto più frequentemente di quanto non rilegga l’esito del primo. E stasera, leggendo delle parole del libro “L’eleganza del riccio”, penso di aver compreso perché: “La contemplazione dell’eternità nel movimento stesso della vita”. Questo mi succede quando guardo o scatto una foto, quando la rielaboro, quando la osservo, che sia mia o di un altro. E’ come una sospensione nel tempo di qualcosa che a quel tempo appartiene, o meglio, è appartenuto; eppure continua a far vivere in me, nel tempo attuale, delle emozioni, dei pensieri, delle reazioni. L’impressione che ho ogni volta è effettivamente quella di collocare un frammento finito della vita che sta passando in un arco eterno. Non so: esiste il concetto di attimo eterno?

Gli anni

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Era proprio come oggi… A fine gennaio 1998 ho iniziato a insegnare. Nel corso di questi anni ho messo da parte vari scritti, riflessioni, ricerche ripromettendomi, prima o poi, di sfruttarli per una qualche pubblicazione. Tuttavia, ho raggiunto la consapevolezza che sarà molto difficile riuscire a farlo, per cui ho deciso, pian piano di pubblicare quel materiale su questo blog. Non lo raccoglierò sempre in maniera organica, né desidero creare una nuova categoria; cercherò di inserirlo nella struttura già esistente… Il primo post a questo riguardo sarà il prossimo…

Gemme n° 8

La prima gemma di oggi è quella proposta da S. (classe quarta). E’ una sequenza tratta da “La tigre e la neve”. E’ una scena che la emoziona, che le fa pensare alla bellezza, alla poesia. “E’ come dice Benigni: Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici”.

Allego semplicemente la trascrizione del monologo; penso possa essere utile soffermarcisi sopra con un po’ di calma:

Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate.
Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un’ottantina di anni. Scrivete su un altro argomento, che ne so… sul mare, vento, un termosifone, un tram in ritardo. Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro.
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu.
Vestitele bene le poesie. Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola. Scegliete, perché la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, da Adamo ed Eva. Lo sapete quanto c’ha messo Eva prima di scegliere la foglia di fico giusta? Ha sfogliato tutti i fichi del paradiso terrestre.
Innamoratevi. Se non vi innamorate è tutto morto. Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria. Siate tristi e taciturni con l’esuberanza. Fate soffiare in faccia alla gente la felicità.
Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici.
Siate felici. Dovete patire, stare male, soffrire. Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre.
E se non vi riesce, non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto.
E non cercate la novità. La novità è la cosa più vecchia che ci sia.
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così.
E’ da distesi che si vede il cielo. Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima?!
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole.
Se la parola è “muro” e “muro” non vi dà retta, non usatela più per otto anni, così impara!
Questa è la bellezza come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre..
Forza, cancellate tutto!”

Gemme n° 5

A. con la sua gemma si è decisamente messo in gioco. Prima ha proposto il video di un brano rap dei suoi due rapper preferiti:

Poi ha detto: “Ho portato il rap perché mi piace molto e poi perché da un po’ ho iniziato a scrivere anche io. Vi prego, non ridete”:

Nessuno ha riso. Forse tutti avevano anche fatto proprio il ritornello di LowLow e Mostro: “Finché mi batte il cuore, finché reggono le gambe, scrivo la mia storia col sudore e con il sangue e non puoi più fermarmi ora il mio nome è troppo grande; è il mio stupido sogno, l’unica cosa importante finché avrò questa voce, finché avrò la mia arte sarà sempre MS, voi scusate per il sangue”. Sulla mia stufa c’è questo sassolino, te lo dedico A.:

Sogni

Il bianco e il nero

Oggi la connessione internet casalinga mi ha fatto impazzire. Scrivo solo ora che sono riuscito a configurare sul nuovo pc la penna wind. E lo faccio brevemente con uno spunto di Khalil Gibran tratto da Sabbia e spuma.

“Alcuni di noi sono come l’inchiostro e altri come la carta.

E se non fosse per il nero di alcuni di noi, alcuni di noi sarebbero muti.

E se non fosse per il bianco di alcuni di noi, alcuni di noi sarebbero ciechi.”

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Le più belle poesie

C’è stato un periodo della mia vita, tra i 17 e i 21 anni più o meno, in cui scrivevo molto in versi, ed erano spesso parole nate dalla sofferenza, soprattutto interiore, per i momenti di solitudine, per i mancati amori, per la difficoltà a scorgere una buona strada da percorrere, per i litigi con Dio. Scrive Alda Merini

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si scrivono sopra le pietre,

coi ginocchi piagati

e le menti aguzzate dal mistero.

Le più belle poesie

si scrivono davanti

a un altare vuoto,

accerchiati da agenti

della divina follia.

Così, pazzo criminale qual sei,

tu detti versi all’umanità,

i versi della riscossa.

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