Un deserto di silenzio

Le tentazioni di oggi sono ambientate nel deserto. Trovo in rete queste parole di Fabrizio Fabroni:

“Da sempre mi entusiasmano i viaggi in zone desertiche e remote della terra, angoli del pianeta che sembrano apparentemente dimenticati dal tempo. Immense distese di sabbia che possono addirittura trasmettere un senso di inquietudine e smarrimento… All’inzio mi chiedevo cosa esattamente mi coinvolgesse così tanto di questi luoghi e soprattutto cosa mi legasse ad essi così profondamente. Ho trovato dentro di me la risposta…; senza dubbio si tratta di una sorta di correlazione tra il silenzio del deserto e la necessità di un silenzio interiore; affinché tutti i rumori nascosti in me, dati dai pensieri continui, da quelli associativi e da quelli avversi, cessino anche solo per pochi istanti di invadere me stesso. Ed è allora, in quegli attimi silenziosi, che riesco a gustare una nuova vita, un nuovo mondo, quello reale, privo di immaginazioni e di inganni, privo di illusioni e inutili tormenti.”

Inevitabile, per me, pensare a Franco Battiato:

“Quanta pace trova l’anima dentro
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
e scendo dentro un Oceano di Silenzio
sempre in calma.”

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Sulla laicità

Il concetto di “laicità” è spesso fumoso e confuso. A volte è sinonimo di ateismo, a volte il laico è colui che non appartiene al clero, a volte è colui che non vuole appartenere a un culto religioso o politico o ideologico… Nella serata di qualche giorno fa a Zugliano, nel dialogo fra Margherita Hack e Pierluigi Di Piazza, il fondatore del Centro Balducci vi aveva fatto riferimento proprio nell’ottica che in questo articolo pubblicato su Repubblica delinea Enzo Bianchi.

chagall-03g.jpg“Non sorprende che in un paese come il nostro – dove non esiste più da quasi trent’anni una “religione di stato”, ma dove non c’è ancora una legge specifica sulla libertà religiosa – ogni discussione sulla laicità dello stato e sui diritti dei credenti rischi di provocare un corto circuito. Si aggiungono aggettivi qualificativi alla laicità o la si rinchiude nel peggiorativo laicismo, rendendo quasi impossibile lo sviluppo e l’adattamento alle mutate condizioni sociologiche del nostro paese di quella convergenza di intenti e di valori che il legislatore costituente aveva sapientemente saputo ricostruire sulle macerie della guerra. A furia di ridurre la presenza dello stato e nel contempo di chiedergli di farsi garante di un’etica religiosa specifica, a furia di confondere la somma di beni privati con il bene comune, la coesione sociale viene a mancare e si atrofizza quello spazio comune garantito in cui ciascun soggetto individuale o sociale può contribuire alla crescita umana e spirituale dell’insieme della società.

Lo stato laico, infatti, non può limitarsi alla funzione di chi regola il traffico di una società civile che si muoverebbe secondo direttive proprie, molteplici e slegate da un interesse collettivo. È indispensabile invece trovare e utilizzare modalità laiche per discernere cosa è ritenuto bene per l’insieme della popolazione e cosa danneggia la convivenza, quali adattamenti escogitare affinché il meglio sognato non uccida il bene possibile. Un’etica condivisa non è utopia: si tratta allora di individuarla, perseguirla, garantirla con mezzi consoni a uno stato non confessionale che si faccia carico di una società ormai plurale per religioni e culture. Non dimentichiamoci che l’umanità è una, che di essa fanno parte religione e irreligione e che, comunque, in essa è possibile, per credenti e non credenti, la via della spiritualità, intesa come vita interiore profonda, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla creazione di bellezza nei rapporti umani. Sono sempre stato convinto che esiste anche una spiritualità degli agnostici, di quanti sono in cerca della verità perché insoddisfatti di verità definite una volta per tutte: è una spiritualità che si nutre di interiorità, di ricerca del senso, di confronto con l’esperienza del limite e della morte. Si tratta, di essere tutti fedeli alla terra e all’umanità, vivendo e agendo umanamente, credendo all’amore, parola oggi abusata fino a svuotarla di significato, ma parola unica che resta nella grammatica umana universale per esprimere il “luogo” cui l’essere umano si sente chiamato. Del resto la fede – questa adesione a Dio sentito come una presenza soprattutto a causa del coinvolgimento che il cristiano vive con Gesù Cristo – non sta nell’ordine del “sapere” e neppure in quello dell’acquisizione: si crede in libertà, accogliendo un dono che non ci si può dare da sé. Analogamente gli atei, nell’ordine del sapere non possono dire “Dio non c’è”: è, infatti, un’affermazione possibile solo nell’ambito della convinzione. Del resto, il cristianesimo riconosce che il Dio in cui crede è presente e agisce anche nella coscienza di chi non crede, perché ogni essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e ha in sé la fonte del bene. La laicità dello stato è allora quella opzione di fondo che consente di reinventare continuamente strumenti condivisibili e linguaggi comprensibili da tutti, di garantire presidi di libertà e di non sopraffazione, di difendere la dignità di ciascuno, a cominciare da quelli cui viene negata, di consentire a ciascuno di ricercare, anche assieme ad altri, la pienezza di senso per la propria vita.”

In cerca di un’esistenza

In questo articolo Andrea Pedrinelli presenta su Avvenire il nuovo album di Franco Battiato.

“Se qualcuno ieri avesse incontrato Franco Battiato alla presentazione di Apriti Sesamo, il 596x373_420111_franco-battiato-apriti-sesamo.jpgsuo primo album di inediti dal 2007, avrebbe avuto qualche problema nel comprendere quanto profondo sia il disco (scritto con la consueta collaborazione di Manlio Sgalambro). Giacché il cantautore, anziché spiegarlo, ha preferito divagare fra esperienze personali, come lasciando all’ascoltatore l’intera responsabilità di un ascolto adulto. Ma a ben vedere, questa faccenda è in linea col senso di Apriti Sesamo: dieci mondi musicali già noti per Battiato (e però qui sempre strettamente connessi ai contenuti), e soprattutto dieci testi che pesano, di fortissima carica etico-spirituale. Tra sguardi agli slanci perduti di ieri, compartecipazione al comune degrado, chiari richiami morali ed espliciti rimandi a un Oltre che non è mai fuga o allegoria: bensì sempre conseguenza di rigore etico e dell’ineludibilità del lato metafisico dell’uomo. Questo, emerge dall’ascolto di un cd che non rinuncia a suoni moderni ma vi osa riflessioni filosofiche: ben conscio dell’urgenza di un vero rinnovamento morale. «Posso dire che credo nell’uomo», ha esordito: «E sono estremamente ottimista sulla possibilità di un uomo nuovo che sappia cogliere della morte il valore di passaggio, cui è necessario arrivare preparati, e dell’amore il valore di risposta a ogni egoismo, il nostro in primis». Ovviamente, quando Battiato parla di Oltre, si rifà a proprie credenze: ma con rispetto dichiarato. «Mi sento mezzo di comunicazione tra chi crede in Qualcosa e chi non crede, con gran rispetto per chi il credere lo declina diversamente da me. Ho pure scritto una canzone (la prima del cd, nda) partendo dall’attrazione per il suono delle campane e unendovi le mie meditazioni con le certezze di esperienze come quella di santa Teresa d’Avila».

Il disco parte segnalando «tempi di forti tentazioni» cui si ribatte ricordando che «vivere è un dono che ci ha dato il Cielo» (Quand’ero giovane); poi Passacaglia (ispirata al sacerdote e compositore secentesco Stefano Landi e primo singolo dell’album) esplicita la necessità di una spiritualità forte, e La polvere del branco dice di una società odierna in cui «libertà» è termine frainteso. E qui invero Battiato spiega: «Il libero arbitrio è una nostra grande opportunità, ma non è capriccio. Dev’essere teso a ritrovare coscienza. Vedo cose inaccettabili, troppi guitti: e non mi fa rabbia, mi porta a compassione per l’uomo. Perciò, ho scritto incitando a nuovi modelli di vita e ad assumersi ognuno le sue responsabilità». Tanto che nel finale, dopo la splendida Il serpente, denuncia del denaro come tentazione dell’oggi che però si chiude con la certezza che «da qualche parte un uomo nuovo sta nascendo», Apriti Sesamo vede Battiato… lanciare la palla a noi. Sorge il sole della vita quotidiana, Sherazade interrompe il racconto, come finirà la fiaba? Alì Babà nella caverna dei ladroni cederà alle voglie più meschine o farà vincere i valori cantati da Battiato nel brano intitolato senza paura Testamento, con al centro l’uomo? Battiato non lo canta, e nell’incontro di ieri non l’ha detto. Perché in fondo il viaggio del nuovo Battiato – non per caso infarcito di richiami dichiarati alla cultura dell’umanità, dall’Arabia a Dante a Gluck – è esplicito. Ora tocca a noi ascoltarlo e scegliere: di vivere ricordando o meno le sue parole su cosa siamo e cosa invece, volendo, potremmo essere.”

Verso la fine delle religioni?

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Articolo tosto, che fa pensare, da leggere con calma, in silenzio, senza distrazioni… E’ di Marialuisa Damini e Marco Dal Corso su Cem mondialità.

«I rischi non si corrono solo percorrendo le vecchie strade. Oggi non mi interessa più insegnare quello che so e neppure dare conto di quello che non so. Oggi vivo un nuovo amore: desidero insegnare i miei sogni. “Dio vuole. L’uomo sogna. L’opera nasce”, così ha scritto Fernando Pessoa. Mi permetto, quindi, con il permesso del poeta, di alterare il primo versetto del Vangelo di Giovanni: “In principio era il sogno…”. Tutto nasce dal sogno. Se si crede ai racconti biblici della creazione, Dio inizialmente ha sognato e solo dopo ha creato. Ha creato perché era infelice. Tutto quello che Dio compie è stato fatto perché il sogno divenisse realtà. La creazione, infatti, iniziò dalla fine, da quello che non esisteva, il sogno che Dio ha sognato: il paradiso. […] In uno delle sue poesie, Cecilia Meireles ha scritto: “Se ti chiederanno chi era colei che voleva insegnare alle spiagge e ai ghiacciai la primavera…”. Sulle spiagge e sui ghiacciai non esiste la primavera. Sulle spiagge e sui ghiacciai la primavera esiste solamente come sogno. Lì la primavera è appena una speranza». (Rubem Alves).

«Ricordo i versi di Chico (Buarque, uno dei grandi interpreti della musica popolare brasiliana – n.d.t.): “La saudade è il contrario del parto. È preparare la camera per il figlio che è già morto”. Possiamo chiederci: “Qual è la madre che ama di più? Quella che prepara la camera per il figlio che arriva domani o quella che prepara la camera per il figlio che non verrà mai più?” Aggiungo: sono un costruttore di altari sulla riva dell’abisso. Costruisco i miei altari con poesia e bellezza. Le luci che accendo sui miei altari illuminano il mio volto e scaldano il mio corpo. Ma l’abisso continua scuro e silenzioso…». (Rubem Alves)

L’imbrunire delle religioni

Mentre, come da tempo vanno dicendo i sociologi, stiamo assistendo al «ritorno di Dio» dopo la stagione della «sua (pronosticata) morte», sembra altrettanto confermato che questo non significhi necessariamente che le religioni godano di buona salute. Al contrario, esse, soprattutto quelle storiche, sembrano vivere un periodo di grande crisi: di appartenenza (il cristianesimo occidentale), di irrigidimento (l’islam), di rilevanza politica (ebraismo)… Possiamo chiederci, allora: stiamo assistendo, forse, all’imbrunire delle religioni? È la fine della religione o piuttosto delle forme storiche che fin qui (e non da sempre) hanno veicolato, tradotto, e spesso anche tradito, la ricerca religiosa degli esseri umani?

Per poter almeno abbozzare una risposta occorre, prima di tutto, impostare bene la domanda, capire, ad esempio, la vera ragione di tale crisi. Quella attuale, infatti, non è una crisi che si deve principalmente al processo di secolarizzazione o alla perdita di valori o ancora alla diffusione del materialismo e dell’edonismo imperante. Questi sono argomenti usati normalmente come interpretazione colpevolizzante da parte delle istituzioni religiose ufficiali. Comprensibile reazione davanti alla crisi, ai numeri, al deficit di appartenenza, ma spesso fuorviante. Neppure gli scandali e la mancanza di testimonianza da parte dei rappresentanti delle religioni ci sembra spieghi veramente la crisi delle stesse. Quello che serve capire e avere il coraggio di osservare è l’esplosione, piuttosto, di una nuova situazione culturale, i cui prodromi, certo, sono stati la rivoluzione scientifica, l’illuminismo e la cosiddetta rivoluzione industriale. I sintomi, oggi, della crisi delle religioni per come le abbiamo storicamente conosciute sono un certo agnosticismo, la perdita di un’ingenuità epistemologica, un senso critico e disincantato anche nei loro confronti, l’abbandono dell’idea di «un’unica religione vera» così come di una morale rivelata in modo eteronomo.

L’alba delle religioni

Anche così, occorre ricordare, non siamo davanti alla fine del mondo. Casomai, quello a cui assistiamo, che forse solo avvertiamo, è la fine di un mondo. Molte cose stanno «morendo» ed è inevitabile che muoiano. Oltretutto, occorre forse aiutarle a «morire bene»: c’è un’ars moriendi che è morire dando la vita per gli altri, cercando la luce di un nuovo giorno. Occorre aiutare, mentre muore il vecchio, a far nascere un nuovo mondo.

Alle religioni della nuova epoca è chiesto, quindi, di re-interpretare e ri-convertire tutto il loro patrimonio simbolico creato in altra epoca, davanti ad altre domande. Non sarà facile e il tempo prossimo venturo è quello del «transito»: da un sistema assiologico ad un altro, da una grammatica religiosa ad un’altra, da un codice teologico ad uno nuovo. I teologi latinoamericani e quelli del Sud del mondo in generale parlano di una nuova proposta teologica, di un nuovo paradigma che tentano di descrivere così: da un modello dove le religioni si sono proposte come le depositarie della ricerca spirituale dell’uomo ad un modello, tutto da costruire, post-religioso (dove religioso corrisponde a «religione» nella forma storica che abbiamo conosciuto). Dove cioè la ricerca del senso spirituale, trascendente, ma anche esistenziale, di questa cosa che chiamiamo vita non è monopolio delle religioni ma appartiene alle differenti ricerche ed inquietudini umane. C’è molto di religioso anche fuori dalle religioni (e dalle Chiese!). E si può essere «spirituali» anche oltre le religioni.

Se fin qui il quadro interpretativo è sufficientemente chiaro, la proposta di ricerca che possiamo sviluppare è quella di indagare e provare a descrivere l’imbrunire e l’alba delle diverse tradizioni religiose che conosciamo. La parole di Rubem Alves che ci hanno aiutato a dire questa dialettica tra alba e tramonto, tra vecchio che muore e nuovo che nasce, ci servirà da punto di riferimento. Sono aforismi, analogie, metafore che si prestano a dire quello che facciamo fatica a riconoscere con le deduzioni logiche, scientifiche, pronunciamenti ufficiali. La poesia ci serve per quello che la prosa non sa dire. Ci aiuta, inoltre, ad abitare la transizione: non dobbiamo difendere un’identità già data, ma neppure fuggire le responsabilità del presente. Lo spirito di crociata ma anche la fuga mundi (per rimanere in immagini della cristianità) sono tentazioni delle religioni di ieri e di oggi. Occorre, invece, ricordare alle tradizioni religiose che esse sono: trama di simboli, rete di desideri, confessione dell’attesa, orizzonte degli orizzonti, il tentativo più fantastico e pretenzioso di transustanziare la natura (Rubem Alves).