Negli ultimi anni, durante le prime lezioni del nuovo anno scolastico, ho dedicato un po’ di tempo ad approfondimenti sulla situazione internazionale. “Cosa ci siamo persi in estate?” è solitamente la domanda di partenza. Due anni fa ricordo che avevamo parlato della crisi del Sahel, di alcuni colpi di stato che si erano verificati, del dismpegno francese dalla zona, dal rischio terroristico. Cinque giorni fa la rivista Nigrizia ha pubblicato questo interessante articolo.
“Il mondo del terrorismo internazionale sta assistendo a una trasformazione radicale. Per la prima volta nella storia dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), le sue ramificazioni africane non si limitano più a ricevere ordini e finanziamenti dal “centro” mediorientale. Ma sono diventate il motore economico e operativo dell’intera organizzazione. Un cambiamento che dovrebbe indurre a puntare ancora di più i riflettori sulla minaccia jihadista nel continente africano, sottovalutata cronicamente.
Il capovolgimento dei rapporti di forza L’annuncio delle autorità irachene del 1° settembre ha rivelato uno scenario inedito: una rete di finanziamento dell’Isis, responsabile del “traffico di terroristi in diversi paesi del mondo”, gestita principalmente dall’Africa occidentale. Il servizio di intelligence nazionale iracheno (INIS) ha parlato di una rete che si estende su tre paesi africani non specificati. Secondo i resoconti dei media iracheni, l’operazione è stata la prima del suo genere da parte dell’INIS nel continente africano. Dieci agenti sono stati arrestati in Iraq e in tre paesi del continente facenti tutti parte di una sofisticata operazione che supportava piani di attacchi sul suolo europeo. Al centro di questa rete si trova la Provincia dell’Africa occidentale dello stato islamico (Iswap, Islamic State’s West Africa Province), con base nel nordest della Nigeria e nelle zone limitrofe di Camerun, Niger e Ciad. Quello che una volta era considerato un semplice “affiliato” locale è oggi ritenuta la branca più influente dell’Isis, che guadagna oltre 191 milioni di dollari annualmente attraverso un sistema fiscale altamente organizzato.
Un modello di governance alternativo La capacità finanziaria di Iswap non è frutto del caso, ma di una strategia deliberata di costruzione statuale. Il gruppo ha sviluppato quello che i ricercatori, citati nell’inchiesta di New Humanitarian, definiscono un vero e proprio sistema di governance parallelo, con quattro governatorati centrati sul Lago Ciad, la Foresta di Sambisa, Timbuktu e Tumbuma, ognuno guidato da un wali con proprie strutture di governo. Questa organizzazione quasi-statale si basa su un principio fondamentale: fornire servizi che lo stato nigeriano non riesce a garantire. Dove le istituzioni ufficiali sono assenti o inefficienti, Iswap ha costruito semi-ministeri che supervisionano la governance sociale, religiosa, politica ed economica, oltre alle operazioni militari. Il risultato è una macchina fiscale che tassa pescatori e allevatori, generando entrate superiori al bilancio di molti stati africani.
La minaccia digitale sottovalutata Un aspetto particolarmente preoccupante emerge dalla sofisticazione tecnologica raggiunta da questi gruppi. Iswap spende circa 4.500 sterline al mese per servizi internet ad alta velocità, utilizzando droni sofisticati e comunicazioni satellitari per coordinare le proprie operazioni. Questa capacità tecnologica non solo facilita le attività terroristiche locali, ma permette anche di mantenere collegamenti costanti con le cellule internazionali. La debolezza della sovranità digitale nigeriana sta di fatto agevolando il terrorismo, fornendo alle organizzazioni jihadiste gli strumenti per operare in uno spazio cibernetico largamente non regolamentato. Una vulnerabilità che si estende a tutto il Sahel e che rappresenta una delle sfide più complesse per le forze di sicurezza regionali.
Il crollo delle alleanze regionali La situazione è aggravata dalla crescente instabilità geopolitica della regione. Il ritiro del Niger dalla Forza Congiunta Multinazionale (MNJTF) nel marzo 2025, seguito al colpo di stato del 2023, ha compromesso gli sforzi di condivisione intelligence e interrotto le operazioni militari congiunte. Anche il Ciad ha minacciato di abbandonare l’alleanza nel 2024, evidenziando le difficoltà nel mantenere una cooperazione efficace contro una minaccia che non conosce confini. Le relazioni diplomatiche tese tra Abuja e Niamey dopo la transizione nigerina verso una giunta militare hanno ulteriormente indebolito il fronte anti-terrorismo regionale.
Implicazioni per la sicurezza globale Il caso dello smantellamento della rete irachena dimostra che la minaccia di Iswap si estende ben oltre i confini africani. La capacità del gruppo di finanziare operazioni in Medioriente e di pianificare attacchi in Europa rappresenta un salto qualitativo nella minaccia terroristica globale. Non si tratta più di prevenire l’esportazione del terrorismo dall’Africa, ma di riconoscere che l’Africa è diventata il nuovo epicentro del jihadismo internazionale. Le autorità nigeriane stanno intensificando i controlli sia sulle criptovalute che sui sistemi hawala tradizionali utilizzati dai gruppi terroristici per i loro finanziamenti. Tuttavia, la complessità della rete finanziaria di Iswap, che combina metodi moderni e tradizionali, rende estremamente difficile intercettare tutti i flussi di denaro.
La lezione ignorata La trasformazione di Iswap da affiliato periferico a centro nevralgico dell’Isis mondiale obbliga sempre più governi e analisti a spostare l’attenzione internazionale sull’Africa come terreno prioritario nella lotta al terrorismo. Mentre i fari mediatici puntavano su Siria e Iraq, i jihadisti africani hanno costruito pazientemente strutture statali alternative, sviluppato economie parallele e creato reti internazionali sofisticate. E da tempo tutte le ricerche e i report che studiano il fenomeno, come il Global Terrorism Index, indicano la regione africana del Sahel “l’epicentro del terrorismo globale” e per la prima volta rappresenta “oltre la metà di tutti i decessi legati al terrorismo”.
Le opportunità che la Nigeria offre a Iswap La Nigeria, con i suoi 220 milioni di abitanti e le sue enormi disparità socio-economiche, offre a Iswap un bacino demografico e territoriale che i gruppi mediorientali non hanno mai posseduto. La combinazione di esplosione demografica, fallimento della governance e povertà endemica ha creato le condizioni perfette per l’emergere di uno stato jihadista che guadagna dieci volte di più del governo dello Stato di Borno. Per sconfiggere Iswap, come osservano gli esperti, la Nigeria ha bisogno di una strategia politica, non militare. Finché il gruppo continuerà a fornire servizi che lo stato non riesce a garantire e a presentarsi come alternativa credibile alla corruzione endemica, manterrà il sostegno delle popolazioni locali e la sua capacità di autofinanziarsi. La partita decisiva contro il terrorismo jihadista, quindi, si gioca oggi nelle savane del Sahel e sulle rive del Lago Ciad, non più tra le rovine di Raqqa o Mosul.”
Sono passati 10 anni, proprio adesso. Sto scrivendo al pc e la campana del mio paese ha appena dato il rintocco dell’01:00. Le finestre sono aperte dopo questa calda e anomala giornata di aprile. Esattamente 10 anni fa, succedeva quello che racconta questo articolo de IlPost.“Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2014, dieci anni fa, alcuni miliziani del gruppo islamista e terrorista Boko Haram fecero irruzione in una scuola secondaria di Chibok, città a maggioranza cristiana nel nord-est della Nigeria, e rapirono 276 studentesse tra i 16 e i 18 anni. Alcune di loro riuscirono a scappare lanciandosi giù dai furgoni su cui erano state caricate, altre furono liberate negli anni successivi in varie operazioni dell’esercito nigeriano, in cambio di grossi riscatti. Di un centinaio di loro si sono perse le tracce. Il rapimento delle studentesse di Chibok ebbe un’enorme risonanza anche fuori dalla Nigeria. Fu raccontato in documentari, libri e fu oggetto di molte manifestazioni. Nacque anche un movimento, chiamato “Bringbackourgirls” (“Ridateci le nostre ragazze”), che ancora oggi chiede di trovare e liberare le studentesse disperse. Il rapimento di Chibok è diventato un po’ il simbolo di un problema che in Nigeria esiste ancora oggi: i rapimenti di massa continuano a essere frequenti, attuati con modalità simili a quelle di Chibok, sia da gruppi terroristici che da gruppi criminali comuni, e i vari governi non sono mai stati in grado di gestirli. Il 14 aprile del 2014 i miliziani raggiunsero la scuola a bordo di furgoni. A Chibok, dove vivono circa 66mila persone, c’erano già stati attacchi di Boko Haram, e nelle ore precedenti al rapimento in città erano già circolate voci sull’arrivo del gruppo, per via di alcune telefonate di residenti di città vicine che avevano visto un convoglio di furgoni dirigersi verso Chibok. Una volta raggiunta la scuola, i miliziani fecero irruzione al suo interno. Nonostante gli attacchi precedenti, la città non era dotata di un’adeguata sicurezza. Una quindicina di soldati lì presenti si scontrarono coi miliziani e cercarono di fermarli: gli scontri durarono circa un’ora, ma non arrivarono rinforzi. I miliziani di Boko Haram erano di più e più armati: uccisero alcuni soldati e iniziarono a rapire le studentesse, minacciandole di morte se non li avessero seguiti, e a caricarle sui furgoni. Poi diedero fuoco alla scuola. Una volta terminato il rapimento, il convoglio di furgoni si diresse verso la foresta Sambisa, un’enorme area che si estende per oltre 500 chilometri quadrati e che è considerato da tempo un nascondiglio e luogo di addestramento dei miliziani di Boko Haram. L’operazione durò in tutto cinque ore. Le studentesse che riuscirono a lanciarsi giù dai furgoni e a scappare furono una cinquantina. Nei giorni successivi alcuni familiari delle altre si unirono e si addentrarono nella foresta, a bordo di moto e con armi artigianali, senza successo. Il rapimento suscitò reazioni molto intense da parte dell’opinione pubblica nigeriana e non solo: il fatto che un gruppo di terroristi potesse agire quasi indisturbato, rapendo quasi 300 persone all’interno di una città, bruciando una scuola e scappando, divenne l’esempio della grave inadeguatezza delle istituzioni, e di come gruppi criminali e terroristici potessero sfruttarla per rafforzarsi. Nei mesi successivi, inoltre, organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International accusarono l’esercito nigeriano di essere stato a conoscenza del pericolo di quel rapimento e di non aver fatto nulla per evitarlo. Le autorità locali promisero di impiegare tutte le risorse umane e materiali necessarie al ritrovamento e alla liberazione delle studentesse, ma ci vollero tre anni per ottenere le prime liberazioni. Con uno scambio di prigionieri organizzato dal governo nigeriano, a maggio del 2017 furono liberate 82 studentesse. Oltre allo scambio di prigionieri il governo nigeriano pagò un riscatto dell’equivalente di 3 milioni di euro: la cifra dell’importo fu rivelata con una lunga inchiesta del Wall Street Journal, di fatto il primo resoconto dettagliato di come si fosse arrivati alla liberazione di gran parte delle studentesse rapite. Con la liberazione delle studentesse arrivarono anche i primi racconti sulla prigionia: alcune ragazze raccontarono di conversioni forzate all’Islam, di matrimoni forzati con miliziani di Boko Haram e del fatto che chi si rifiutò fu costretta a violenze e lavori forzati. Alcune studentesse morirono di parto, altre durante attacchi compiuti dall’esercito nigeriano contro Boko Haram. Negli anni successivi furono liberate alcune altre studentesse, diventate ormai adulte, ma di molte altre non si ebbero più notizie. L’interesse dell’opinione pubblica andò scemando, e si diffusero anche teorie del complotto secondo cui il rapimento di Chibok non sarebbe in realtà mai avvenuto e sarebbe stato inventato per fini politici. I rapimenti sono continuati anche negli anni successivi, sia da parte di gruppi terroristici che da parte di criminali comuni. Quelli compiuti nelle scuole sono stati i più frequenti: scuole e collegi si trovano molto spesso in luoghi isolati e fuori dai centri cittadini, in punti in cui la sicurezza è ancora più precaria o assente che in città. Rapire gruppi numerosi di studenti, bambini o adolescenti rende anche più facile l’ottenimento di un riscatto, per la pressione dei media nazionali e internazionali e dell’opinione pubblica nigeriana per la loro liberazione. Secondo l’organizzazione Save the Children, dal 2014 a oggi sono stati rapiti circa 1.600 studenti e studentesse solo nel nord del paese, area in cui tendono a essere più attivi gruppi radicali islamisti come Boko Haram. Solo il mese scorso, in tre diverse operazioni, sono stati rapiti oltre 300 studenti. I governi che si sono succeduti finora in Nigeria non solo non sono stati in grado di gestire questi problemi, ma a volte ne hanno a loro volta approfittato per arricchirsi. In passato i flussi di denaro per i riscatti sono stati anche un’occasione di guadagno per funzionari pubblici di medio livello, che nei casi in cui il governo gestiva i negoziati con i rapitori hanno iniziato a trattenere parte della somma destinata a liberare gli ostaggi. Nel corso degli anni sono stati avviati vari progetti, come il Safe Schools Initiative, promosso dalle Nazioni Unite per rafforzare la sicurezza attorno alle scuole, e la cui realizzazione è stata ostacolata da vari problemi, tra cui la corruzione dei politici locali e la stessa instabilità politica del paese. I rapimenti di massa sono però diminuiti dal 2022, quando il governo ha approvato una legge che rende illegale pagare i riscatti e ha reso i rapimenti punibili con la pena di morte nel caso in cui le persone rapite muoiano.”
Prendo dal Post un articolo molto interessante di Elena Zacchetti sullo scontro che si sta sviluppando in Afghanistan tra talebani e Isis e sui possibili (nefasti) esiti.
“Negli ultimi due mesi e mezzo, da quando Kabul è stata conquistata dai talebani, in Afghanistan si è intensificata una rivalità pericolosa e a tratti poco comprensibile, vista da qui: quella tra i talebani e l’ISIS, due gruppi sunniti estremisti, considerati terroristici da molti paesi occidentali, che condividono l’obiettivo di costruire un qualche tipo di stato islamico basato su un’interpretazione molto rigida della sharia (la legge islamica). È una rivalità che arriva da lontano e che si sta mostrando in tutta la sua violenza tramite attentati – come quello di martedì a un ospedale di Kabul –, esibizione di cadaveri per le strade e uccisioni “extra-giudiziali”, cioè omicidi compiuti o autorizzati da un’autorità statale senza essere preceduti da un procedimento giudiziario.
I rapporti tra i due gruppi sono entrati in «una nuova fase», ha scritto il sito specializzato War on the Rocks, iniziata dopo il ritiro dei soldati statunitensi dall’Afghanistan e che «sarà quasi certamente sanguinosa e violenta».
Si parla di «nuova fase» perché questa inimicizia in Afghanistan non è una cosa nuova. Iniziò a svilupparsi nel 2015, cioè fin dalla nascita dell’ISIS-K (o Provincia del Khorasan dello Stato Islamico), che in maniera un po’ approssimativa si può definire la divisione afghana dello Stato Islamico.
Già allora (ma anche oggi) i talebani erano alleati con al Qaida, grande organizzazione sunnita che si contendeva con l’ISIS la supremazia del mondo jihadista globale, e già allora ISIS e talebani avevano differenze ideologiche significative. Mentre l’ISIS-K, così come il nucleo principale dell’organizzazione (poi sconfitto in Iraq e in Siria), auspicava la creazione di un Califfato islamico esteso oltre i confini di un unico stato, i talebani avevano obiettivi più locali: volevano riconquistare il potere in Afghanistan e imporre un’interpretazione radicale della sharia dentro i confini nazionali. L’ISIS accusava inoltre i talebani di essere «apostati» per adottare posizioni troppo morbide nell’applicare le norme dell’Islam; i talebani sostenevano che l’ISIS fosse un gruppo estremista eretico.
Con il ritiro dei soldati americani, e con il rapido sgretolamento delle forze di sicurezza afghane, lo scorso agosto i talebani sono riusciti a riconquistare l’Afghanistan e allo stesso tempo si sono aperti nuovi spazi d’azione per l’ISIS-K, che ha approfittato fin da subito della nuova instabilità, oltre che delle evasioni di massa dalle carceri afghane che si sono verificate durante la presa di Kabul. In quei giorni confusi di metà agosto erano stati infatti liberati migliaia di detenuti, tra cui molte persone accusate di terrorismo e di essere affiliate all’ISIS.
L’inizio di una «nuova fase» si era già visto già lo scorso 26 agosto, quando l’ISIS-K aveva ucciso quasi 200 civili afghani radunati fuori dall’aeroporto di Kabul nel tentativo di salire a bordo di uno degli aerei impegnati nelle operazioni di evacuazione di stranieri e afghani da Kabul.
Nelle settimane successive l’ISIS-K ha compiuto numerosi attacchi sia nelle zone del paese dove la sua presenza è considerata più solida, come la città di Jalalabad (nell’est), sia in aree che fino a quel momento erano state abbastanza fuori dal suo raggio d’azione, come le città di Kandahar e Kunduz.
Le maggiori violenze si stanno verificando proprio nella provincia di Nangarhar (in rosso nella mappa), dove si trova Jalalabad e dove da settimane sembra essere in corso una specie di guerra segreta ed estremamente cruenta.
Secunder Kermani, inviato di BBC a Jalalabad, ha raccontato quello che sta succedendo in città e le estese violenze di cui sono testimoni gli abitanti locali. Kermani ha scritto che quasi ogni giorno corpi di persone uccise vengono trovati ai lati delle strade, «alcuni colpiti da spari o impiccati, alcuni decapitati. Molti hanno biglietti scritti a mano nelle tasche che li accusano di essere membri della divisione afghana dello Stato Islamico». Nessuno sta rivendicando gli omicidi e molti ritengono che si tratti di uccisioni extra-giudiziali compiute dai talebani contro persone sospettate di far parte dell’ISIS-K: «I due gruppi hanno iniziato una guerra sporca e sanguinosa. Jalalabad è il fronte di questa guerra», ha scritto Kermani.
Il sospetto deriva anche dal fatto che a capo dei servizi di intelligence della provincia di Nangarhar c’è un uomo conosciuto con il nome di Dr Bashir, che già in passato aveva combattuto e sconfitto l’ISIS e che si era fatto una reputazione di grande ferocia e violenza. Dr Bashir ha negato di essere coinvolto nelle molte uccisioni delle ultime settimane e ha sostenuto che i talebani non abbiano motivo di preoccuparsi per la presenza dell’ISIS in Afghanistan.
Nonostante le affermazione di Dr Bashir, sembra che l’ISIS stia riuscendo a ottenere qualche successo e a mettere in difficoltà il nuovo governo talebano, per esempio attaccando la minoranza degli Hazara, di orientamento sciita, a lungo perseguitata in Afghanistan ma con cui ora i talebani stanno cercando di costruire rapporti pacifici. Avinash Paliwal, vicedirettore del SOAS South Asia Institute dell’Università di Londra ed esperto di Afghanistan, ha detto al Financial Times che questi attacchi compiuti dall’ISIS-K «esacerberanno una faglia settaria che non è nell’interesse dei talebani che si infiammi davvero», e ha aggiunto che «la violenza aumenterà e sarà un “tutti contro tutti”».
Con i suoi attentati, l’ISIS sta provocando anche un’erosione di fiducia della popolazione afghana nei confronti dei talebani e della loro capacità di riportare la pace e la sicurezza nel paese. Per anni, infatti, i talebani avevano sostenuto di essere l’unico gruppo in grado di stabilizzare l’Afghanistan. Le cose però si stanno dimostrando più complicate di quanto avessero previsto i leader del gruppo, anche perché i comandanti talebani locali stanno avendo parecchie difficoltà a contrastare le tattiche terroristiche e di guerriglia adottate dall’ISIS.
È difficile prevedere come si svilupperà la rivalità tra i due gruppi, e con che livello di violenza.Il timore, ha scritto War on the Rocks, è che la divisione afghana dell’ISIS provi a diventare ancora più attiva ed efficace reclutando combattenti talebani delusi dal nuovo regime, che in un certo senso sta cercando di ottenere legittimità a livello internazionale collaborando con diversi paesi e diventando allo stesso tempo più attaccabile dalle frange più radicali ed estremiste. Con il ritiro degli americani e delle forze della NATO, inoltre, l’ISIS-K è ora in grado di concentrare tutte le sue forze direttamente contro i talebani, compiendo attacchi ancora più frequenti e violenti rispetto al passato”.
Difficile non imbattersi in questi giorni nella notizia del viaggio di Papa Francesco negli Emirati Arabi. Oggi sono state poste delle importanti firme.
Prendo dal sito di Avvenire di oggi, a firma di Stefania Falasca.
“Abu Dhabi 4 febbraio 2019: «In nome di Dio Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Non solo. È messo nero su bianco l’impegno per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze. Nero su bianco la condanna dell’estremismo e l’uso politico delle religioni, «il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi», la protezione dei luoghi di culto e il dovere di riconoscere alla donna il diritto all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici interrompendo «tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che ne umiliano la dignità e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti». E ancora: «Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione». È questo l’epilogo di un incontro interreligioso decisamente coraggioso in un lacerato Medio Oriente che ha visto protagonisti nel Paese-ponte del Golfo Persico papa Francesco e il Grande Imam sunnita di al-Azhar, Ahamad al-Tayyib. Una solenne quanto impegnativa doppia firma a un documento comune sulla «Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune», che sigla un’appello congiunto senza precedenti rivolto a «tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli». Una dichiarazione non annunciata, resa pubblica solo alla fine dal Founder’s Memorial, dedicato al padre fondatore degli Emirati arabi, dove davanti ai rappresentanti delle diverse religioni il Successore di Pietro e un leader musulmano hanno sottoscritto la lista di punti “non negoziabili” e chiesto a loro stessi e ai leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di invertire la rotta delle violenze e «impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace».
Foto tratta da Eastwest
Un gesto forte, di parole altrettanto forti, soprattutto per la responsabilità assunta davanti ai leader e ai governanti islamici da parte di Ahmad al-Tayyib, che già nell’incontro con il Papa all’Università di al-Azhar a Il Cairo nel 2017, intervenendo alla Conferenza internazionale per la pace organizzata dal prestigioso centro accademico sunnita, aveva messo a tema il ruolo dei leader religiosi nel contrasto al terrorismo e nell’opera di consolidamento dei principi di cittadinanza e integrazione. La dichiarazione comune che muove «da una riflessione profonda sulla realtà contemporanea» condanna l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali – delle quali beneficia solo una minoranza di ricchi, a discapito della maggioranza dei popoli della terra – che porta a far «morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani – in «un silenzio internazionale inaccettabile». Condanna tutte le pratiche che minacciano la vita e chiede a tutti di «cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e chiede di «smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione». Perché Dio «non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati» nella loro vita e nella loro esistenza», «non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente». Si dichiara perciò «fermamente» che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. «Queste sciagure – è scritto – sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione». Da qui, pertanto, in accordo con i precedenti documenti internazionali che hanno sottolineato l’importanza del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale, viene attestata tra le atre anche la protezione dei luoghi di culto, templi, chiese e moschee e che «ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale». Tutto questo è affermato in nome di Dio – come è ribadito – che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro. In nome dunque della fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali – ma che è lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato, dalle tendenze ideologiche che manipolano le azioni e i destini degli uomini. In nome «dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità». In nome dei poveri, dei più vulnerabili. «In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre». La scossa doveva arrivare ed è arrivata. Inshallah.”
Stamattina, in una classe terza, abbiamo approfondito quale sia la situazione della pena di morte in alcuni paesi del mondo. Parlando della Nigeria, è emerso il caso delle studentesse rapite qualche anno fa dal gruppo Boko Haram. Ecco qui un articolo pubblicato proprio oggi su Il caffè geopolitico da Ornella Ordituro.
“Il gruppo terroristico africano Boko Haram — il cui nome ufficiale in arabo è “Jama’at Ahl al-Sunnah Lidda’Awat al-Jihad”, cioè persone impegnate per la propagazione degli insegnamenti del profeta e per il jihad — nasce nel 2002 ad opera di Mohamed Yusuf a Maiduguri, nello stato del Borno, nella regione nord-orientale della Nigeria. L’organizzazione è composta principalmente da militanti nigeriani, camerunensi, ciadiani, nigerini e maliani. Solo nel 2009, a seguito della violenta repressione dell’esercito nigeriano, l’organizzazione jihadista ha cominciato a seminare il panico, compiendo attentati che hanno suscitato sgomento in tutta la comunità locale, nei paesi limitrofi e a livello internazionale. Boko Haram mira, infatti, a costituire uno Stato integralmente islamico partendo dalla Nigeria e prevedendo – stando alle ultime dichiarazioni del leader Abubakar Shekau – di imporre la sharia anche in Benin, Camerun, Ciad, Niger e Mali anche attraverso alleanze con i gruppi terroristici attivi nel continente, quali Al-Qaida nel Maghreb islamico e Daesh, da cui ha preso ispirazione per fondare “The Islamic State’s West African Province”. Nonostante il Presidente della Nigeria Muhammad Buhari abbia recentemente dichiarato che il governo può dichiararsi vincitore nella lotta contro il terrorismo, la Nigeria resta al terzo posto nel mondo, dopo Iraq e Afghanistan, per numero di attacchi terroristici subiti. Buhari si è insediato nel maggio 2015, ereditando una situazione già disastrosa. Avrebbe dovuto diversificare l’economia basata sull’esportazione di petrolio e combattere la corruzione ma il Paese è attualmente alle prese con una seria recessione economica. La lotta contro Boko Haram resta un obiettivo difficile da raggiungere, complice anche un passato fatto di ferite e rancori etnici sedimentati e mai risolti. Si stima che in totale siano morte oltre ventimila persone in seguito agli attacchi di Boko Haram ma il numero non è preciso; almeno cento delle duemila donne rapite sono state usate per compiere attacchi kamikaze; oltre due milioni e quattrocentomila persone hanno abbandonato le loro abitazioni: un milione e ottocentomila sono considerate “internally displaced person” e duecentomila sono rifugiate nei campi in Camerun, Ciad e Niger. Nelle regioni nigeriane più colpite – Adamawa, Borno e Yobe – oltre 7 milioni di persone vivono grazie agli aiuti umanitari, oltre il cinquanta percento sono bambini. Allo stato attuale, circa trecentomila bambini solo nello stato del Borno soffrono di malnutrizione. Molti di loro sono stati reclutati da Boko Haram per diventare bambini soldato: uno su cinque è un suicide bomber, i tre quarti sono ragazze. Secondo l’idea del gruppo islamista, in tutto il Paese l’istruzione occidentale dovrebbe essere vietata; per tale motivo, Boko Haram continua a perpetrare crimini e violenze anche contro gli studenti. Tra il 14 e il 15 aprile 2014, 279 studentesse sono state rapite nella scuola di Chibok, nell’area nord-orientale della Nigeria. La maggior parte di esse risulta, purtroppo, ancora scomparsa e la loro sorte rimane sconosciuta. Si teme che siano state in larga parte costrette a sposare i rapitori, a entrare esse stesse a far parte delle milizie, sottoposte a terribili violenze, vendute come schiave o indotte a commettere attacchi suicidi. Ad oggi, solo in venti sono riuscite a tornare a casa. Le giovani sono state rilasciate in cambio della liberazione di quattro combattenti di Boko Haram. Il rilascio è stato il risultato di negoziati tra il governo nigeriano e i fondamentalisti islamici, grazie alla mediazione del governo svizzero e della Croce Rossa Internazionale. La comunità internazionale è molto attiva nella sensibilizzazione della società civile al problema, il movimento #bringbackourgirls non perde occasione per ricordare il tragico evento. La drammatica situazione delle studentesse rapite ha messo in luce problemi più ampi, tra cui attacchi regolari contro le scuole, la mancanza di insegnanti e l’urgente necessità di fondi internazionali per riparare e ricostruire gli edifici distrutti. In particolare, la mancanza di opportunità educative per i giovani significa che alcuni bambini non ricevono da molti anni nessun insegnamento scolastico. Nel gennaio 2015, è stata istituita, per merito del Consiglio di Sicurezza dell’Unione Africana, una Multinational Joint Task Force” (MNJTF) ed è stata avvallata, nello stesso mese, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta di una coalizione offensiva nata con il contributo di Nigeria, Camerun, Chad, Niger e Benin con l’obiettivo di combattere Boko Haram e ogni altro gruppo terrorista nella regione del Lago Ciad. Il mandato della missione è quello di creare zone sicure nelle aree minacciate dalle attività di Boko Haram o da altri gruppi terroristici; facilitare la ricostruzione delle zone distrutte dagli attacchi terroristici; favorire il ritorno a casa degli sfollati e dei rifugiati; garantire il successo di operazioni umanitarie e la consegna di beni necessari alla popolazione; il mandato della missione include anche attività di prevenzione, compresa ogni misura volta a liberare le ragazze della scuola di Chibok ed evitare che accadano episodi simili. Tuttavia, nonostante la coalizione sia attiva sul campo, Boko Haram resta una minaccia per la pace e la sicurezza regionale. Per evitare che la crisi diventi internazionale, a tal proposito, l’Unione Europea ha recentemente stanziato cinquanta milioni di euro per sostenere l’azione dell’Unione Africana nel mantenimento del quartier generale di Njamena, così come i distaccamenti in Camerun e Niger, oltre che per dare un supporto tecnico e logistico all’operazione. Con le Risoluzioni n. 2161 e 2195 del Consiglio di Sicurezza ONU del 2014 sono state imposte sanzioni al fine di congelare i beni e i fondi di Abubakar Mohammed Shekau, quale leader del movimento e affiliato ad Al-Qaida, accusato di ricevere aiuti, assistenza e finanziamenti per perpetrare attività terroristiche per conto di Boko Haram. La decisione ricalca l’azione intrapresa dal Comitato del Consiglio di Sicurezza per contrastare “Daesh”, “Al-Qaida” e persone, gruppi, enti, associazioni ad essi affiliate. A queste, si aggiunge la decisione del Consiglio europeo di imporre sanzioni a Boko Haram, quale organizzazione terroristica”.
Intervista piuttosto lunga, ma utile per capire lo spirito con cui oggi il papa si reca in Svezia. E’ ad opera di Ulf Jonsson ed è pubblicata su La Civiltà Cattolica.
“Durante un incontro dei direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù, a metà giugno, ho espresso a p. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, un desiderio che avevo nel cuore da tempo: intervistare papa Francesco alla vigilia del suo viaggio apostolico in Svezia, 31 ottobre 2016, per partecipare alla commemorazione ecumenica dei 500 anni della Riforma luterana. Pensavo che un’intervista fosse il modo migliore per preparare il Paese al messaggio che il Pontefice avrebbe indirizzato alla gente durante la sua visita. In quanto direttore della rivista culturale dei gesuiti svedesi Signum, ho pensato che questo obiettivo entrasse a pieno titolo nella nostra missione. L’ecumenismo — così come il dialogo tra le religioni e anche con i non credenti — sta molto a cuore al Papa. Lo ha fatto comprendere in molti modi. Ma soprattutto egli stesso è un uomo di riconciliazione. Francesco è profondamente convinto che gli uomini debbano superare barriere e steccati, di qualunque genere essi siano. Crede in quella che definisce la «cultura dell’incontro». E questo perché tutti possano cooperare al bene comune dell’umanità. Volevo che questa visione di Francesco potesse toccare la mente e il cuore di molti prima dell’arrivo del Papa in Svezia: l’intervista sarebbe stata il mezzo migliore per raggiungere tale obiettivo. Questo ho detto a p. Spadaro, col quale ho proseguito la riflessione fino ad agosto, quando insieme siamo arrivati alla conclusione che era davvero opportuno presentare al Pontefice questa richiesta in modo che potesse decidere se realizzarla o meno. Il Papa ha preso del tempo per riflettere sulla sua opportunità. Alla fine la risposta è stata positiva e ci ha dato un appuntamento a Santa Marta, sabato 24 settembre scorso, nel tardo pomeriggio. Era un giorno davvero gradevole per la temperatura e la luminosità del cielo. Attraversando il traffico di Roma in macchina con p. Spadaro, mi sentivo ansioso, ma contento. Siamo arrivati a Santa Marta 15 minuti prima del previsto. Pensavamo di attendere, e invece siamo stati subito invitati a salire al piano dove il Papa ha la sua stanza. Quando l’ascensore si è aperto, ho visto una guardia svizzera che ci ha salutati con cortesia. Sentivo la voce del Papa parlare cordialmente con altre persone in lingua spagnola, ma non lo vedevo. A un certo punto è apparso con due persone, dialogando amabilmente. Ha salutato me e p. Spadaro con un sorriso, indicandoci di entrare nella sua camera: lui sarebbe arrivato a momenti. Sono rimasto colpito da questa semplice e calda familiarità nell’accoglienza. Ci era stato detto in portineria che il Papa aveva avuto una giornata senza sosta e, dunque, pensavo che fosse stanco a fine giornata. E invece mi ha molto colpito vederlo così pieno di energia e rilassato. Il Papa è entrato nella sua camera e ci ha invitato a sederci dove preferivamo. Io mi sono seduto su una poltrona, e così anche p. Spadaro si è seduto di fronte a me. Il Papa si è seduto sul divano in mezzo alle due poltrone. Ho voluto presentarmi nel mio italiano non ricco, ma sufficiente per capire e per dialogare con semplicità. Dopo qualche battuta del Papa abbiamo acceso i registratori e iniziato la conversazione. P. Spadaro aveva tradotto dall’inglese alcune domande che volevo fare al Papa e che quindi avevo preparato, ma poi la conversazione tra noi tre è fluita naturalmente, in un’atmosfera amichevole e senza distanze artificiose. Soprattutto è stata schietta e diretta, senza giri di parole e senza quell’atmosfera tipica degli incontri con grandi leader o persone di riguardo. Non ho più alcun dubbio sul fatto che papa Francesco ami la conversazione, comunicare con gli altri. Qualche volta prende tempo per riflettere prima di rispondere, e le sue risposte trasmettono sempre un senso di coinvolgimento serio, ma non pesante o triste. Anzi, durante la nostra visita ha dato più volte segni del suo umorismo. Santo Padre, il 31 ottobre Lei visiterà Lund e Malmö per partecipare alla Commemorazione ecumenica dei 500 anni della Riforma, organizzata dalla Federazione Luterana Mondiale e dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Quali sono le sue speranze e le sue attese per questo storico evento? A me viene da dire una sola parola: avvicinarmi. La mia speranza e la mia attesa sono quelle di avvicinarmi di più ai miei fratelli e alle mie sorelle. La vicinanza fa bene a tutti. La distanza invece ci fa ammalare. Quando ci allontaniamo, ci chiudiamo dentro noi stessi e diventiamo monadi, incapaci di incontrarci. Ci facciamo prendere dalle paure. Bisogna imparare a trascendersi per incontrare gli altri. Se non lo facciamo, anche noi cristiani ci ammaliamo di divisione. La mia attesa è quella di riuscire a fare un passo di vicinanza, a essere più vicino ai miei fratelli e alle mie sorelle che vivono in Svezia. In Argentina i luterani compongono una comunità piuttosto ristretta. Lei ha avuto modo di avere contatti diretti con loro nel passato?
Anders Ruuth
Sì, abbastanza. Ricordo la prima volta che sono andato in una chiesa luterana: è stato proprio nella loro sede principale in Argentina, nella calle Esmeralda, a Buenos Aires. Avevo 17 anni. Mi ricordo bene quel giorno. Si sposava un mio compagno di lavoro, Axel Bachmann. Lui era lo zio della teologa luterana Mercedes García Bachmann. E anche la mamma di Mercedes, Ingrid, lavorava nel laboratorio dove lavoravo io. Quella era la prima volta che assistevo a una celebrazione luterana. La seconda volta è stata un’esperienza più forte. Noi gesuiti abbiamo la Facoltà di Teologia a San Miguel, dove io insegnavo. Lì vicino, a meno di 10 km di distanza, c’era la Facoltà di Teologia luterana. Il rettore era un ungherese, Leskó Béla, davvero un brav’uomo. Con lui avevo rapporti molto cordiali. Io ero professore e avevo la cattedra di Teologia spirituale. Ho invitato il professore di Teologia spirituale di quella Facoltà, uno svedese, Anders Ruuth, a tenere insieme a me lezioni di spiritualità. Ricordo che quello era un momento davvero difficile per la mia anima. Io ho avuto molta fiducia in lui e gli ho aperto il mio cuore. Lui mi ha molto aiutato in quel momento. Poi è stato inviato in Brasile — conosceva bene anche il portoghese — e quindi è tornato in Svezia. Lì ha pubblicato la sua tesi di abilitazione sulla «Chiesa universale del Regno di Dio», che era sorta in Brasile alla fine degli anni Settanta. Era una tesi critica. L’aveva scritta in svedese, ma aveva un capitolo in inglese. Me la inviò e io lessi quel capitolo in inglese: era un gioiello. Poi è passato del tempo… Nel frattempo sono diventato vescovo ausiliare di Buenos Aires. Un giorno venne a farmi visita in episcopio l’allora arcivescovo primate di Uppsala. Il card. Quarracino non c’era. Lui mi ha invitato alla loro Messa nella calle Azopardo, nella Iglesia Nórdica di Buenos Aires, che prima era chiamata «Chiesa svedese». A lui ho parlato di Anders Ruuth, il quale poi è tornato ancora una volta in Argentina per celebrare un matrimonio. In quella occasione ci siamo rivisti, ma fu l’ultima: uno dei suoi due figli, il musicista — l’altro era medico —, un giorno mi chiamò per dirmi che era morto. Un altro capitolo dei miei rapporti con i luterani riguarda la Chiesa di Danimarca. Ho avuto un bel rapporto col pastore di allora, Albert Andersen, che adesso è negli Stati Uniti. Lui mi ha invitato due volte a fare una predica. La prima era in un contesto liturgico. In quella occasione fu molto delicato: per evitare di creare imbarazzo circa la partecipazione alla comunione, quel giorno non ha celebrato la Messa, ma un battesimo. Successivamente mi ha invitato a tenere una conferenza ai loro giovani. Ricordo che con lui ho avuto una discussione molto forte a distanza, quando lui era già negli Stati Uniti. Il pastore mi ha rimproverato tanto a causa di quel che avevo detto circa una legge che riguardava problemi religiosi in Argentina. Ma devo dire che mi ha rimproverato con onestà e sincerità, come un vero amico. Quando è tornato a Buenos Aires, sono andato a chiedergli scusa perché in effetti il modo in cui mi ero espresso in quel caso era stato un po’ offensivo. Poi ho avuto anche una grande vicinanza col pastore David Calvo, argentino, della Iglesia Evangélica Luterana Unida. Anche lui era una brava persona. Ricordo inoltre che per il «Giorno della Bibbia», che a Buenos Aires si celebrava a fine settembre, sono tornato nella prima chiesa in cui ero stato da giovane, in calle Esmeralda. E lì ho incontrato Mercedes García Bachmann. Abbiamo tenuto una conversazione. Quello è stato l’ultimo incontro istituzionale che ho avuto con i luterani quando ero arcivescovo di Buenos Aires. Poi invece ho continuato ad avere rapporti con singoli amici luterani a livello personale. Ma l’uomo che ha fatto tanto bene alla mia vita è stato Anders Ruuth: lo penso con tanto affetto e riconoscenza. Quando qui è venuta a trovarmi l’arcivescova primate della Chiesa di Svezia, abbiamo fatto un riferimento a quella amicizia tra noi due. Ricordo bene quando l’arcivescova Antje Jackelén è venuta qui in Vaticano nel maggio 2015 in visita ufficiale: ha fatto un gran bel discorso. L’ho incontrata successivamente anche in occasione della canonizzazione di Maria Elisabeth Hesselblad. Allora ho potuto salutare anche il marito: sono persone davvero amabili. Poi da papa sono andato a predicare nella Chiesa luterana di Roma. Mi hanno molto colpito le domande che mi sono state fatte allora: quella del bambino e quella di una signora sulla intercomunione. Domande belle e profonde. E il pastore di quella chiesa è proprio bravo! Nei dialoghi ecumenici le differenti comunità dovrebbero provare ad arricchirsi reciprocamente con il meglio delle loro tradizioni. Che cosa la Chiesa cattolica potrebbe imparare dalla tradizione luterana? Mi vengono in mente due parole: «riforma» e «Scrittura». Cerco di spiegarmi. La prima è la parola «riforma». All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa. Lutero voleva porre un rimedio a una situazione complessa. Poi questo gesto — anche a causa di situazioni politiche, pensiamo anche al cuius regio eius religio — è diventato uno «stato» di separazione, e non un «processo» di riforma di tutta la Chiesa, che invece è fondamentale, perché la Chiesa è semper reformanda. La seconda parola è «Scrittura», la Parola di Dio. Lutero ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo. Riforma e Scrittura sono le due cose fondamentali che possiamo approfondire guardando alla tradizione luterana. Mi vengono in mente adesso le Congregazioni Generali prima del Conclave e quanto la richiesta di una riforma sia stata viva e presente nelle nostre discussioni. Solo una volta prima di Lei un papa ha visitato la Svezia, Giovanni Paolo II nel 1989. Quello era un tempo di entusiasmo ecumenico e di profondo desiderio di unità tra cattolici e luterani. Da allora il movimento ecumenico sembra avere perso vigore e nuovi ostacoli sono sorti. Come dovrebbero essere gestiti questi ostacoli? Quali sono, a suo giudizio, i mezzi migliori per promuovere l’unità dei cristiani? Chiaramente spetta ai teologi continuare a dialogare e a studiare i problemi: su questo non vi è alcun dubbio. Il dialogo teologico deve proseguire, perché è una strada da percorrere. Penso ai risultati che su questa strada sono stati raggiunti con il grande documento ecumenico sulla giustificazione: è stato un grande passo avanti. Certo, dopo questo passo immagino che non sarà facile andare avanti a causa delle diverse capacità di comprendere alcune questioni teologiche. Ho domandato al patriarca Bartolomeo se era vero quel che si racconta del patriarca Atenagora, cioè che avrebbe detto a Paolo VI: «Andiamo avanti noi e mettiamo i teologi a discutere tra loro su un’isola». Mi ha detto che è una battuta vera. Ma sì, si deve continuare il dialogo teologico, anche se non sarà facile. Personalmente credo anche che si debba spostare l’entusiasmo verso la preghiera comune e le opere di misericordia, cioè il lavoro fatto insieme nell’aiuto agli ammalati, ai poveri, ai carcerati. Fare qualcosa insieme è una forma alta ed efficace di dialogo. Penso anche all’educazione. È importante lavorare insieme e non settariamente. Un criterio dovremmo averlo molto chiaro in ogni caso: fare proselitismo nel campo ecclesiale è peccato. Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione. Il proselitismo è un atteggiamento peccaminoso. Sarebbe come trasformare la Chiesa in una organizzazione. Parlare, pregare, lavorare insieme: questo è il cammino che dobbiamo fare. Vedi, nell’unità quello che non sbaglia mai è il nemico, il demonio. Quando i cristiani sono perseguitati e uccisi, lo sono perché sono cristiani e non perché sono luterani, calvinisti, anglicani, cattolici o ortodossi. Esiste un ecumenismo del sangue. Ricordo un episodio che ho vissuto con il parroco della parrocchia di Sankt Joseph a Wandsbek, Amburgo. Lui portava avanti la causa dei martiri ghigliottinati da Hitler perché insegnavano il catechismo. Sono stati ghigliottinati uno dietro l’altro. Dopo i primi due, che erano cattolici, fu ucciso un pastore luterano condannato per lo stesso motivo. Il sangue dei tre si è mischiato. Il parroco mi disse che per lui era impossibile continuare la causa di beatificazione dei due cattolici senza inserire il luterano: il loro sangue si era mischiato! Ma ricordo anche l’omelia di Paolo VI in Uganda nel 1964, che menzionava insieme, uniti, i martiri cattolici e anglicani. Ho avuto questo pensiero quando anch’io ho visitato la terra d’Uganda. Questo succede anche ai nostri giorni: gli ortodossi, i martiri copti uccisi Libia… È l’ecumenismo del sangue. Quindi: pregare insieme, lavorare insieme e comprendere l’ecumenismo del sangue. Una delle cause maggiori di inquietudine del nostro tempo è la diffusione del terrorismo rivestito di termini religiosi. L’incontro di Assisi ha posto l’accento anche sull’importanza del dialogo interreligioso. Come l’ha vissuto? C’erano tutte le religioni che hanno contatto con Sant’Egidio. Ho incontrato coloro che Sant’Egidio ha contattato: non ho scelto io chi incontrare. Ma erano in tanti, e l’incontro è stato molto rispettoso e senza sincretismo. Tutti insieme abbiamo parlato della pace e abbiamo chiesto la pace. Abbiamo detto insieme parole forti per la pace, che le religioni davvero vogliono. Non si può fare la guerra in nome della religione, di Dio: è una bestemmia, è satanico. Oggi ho ricevuto circa 400 persone che erano a Nizza e ho salutato le vittime, i feriti, gente che ha perso mogli o mariti o figli. Quel pazzo che ha commesso quella strage lo ha fatto credendo di farlo in nome di Dio. Pover’uomo, era uno squilibrato! Con carità possiamo dire che era uno squilibrato che ha cercato di usare una giustificazione nel nome di Dio. Per questo l’incontro di Assisi è molto importante. Ma Lei ha recentemente parlato anche di un’altra forma di terrorismo, quello delle chiacchiere. In che senso e come si fa a vincerlo? Sì, c’è un terrorismo interno e sotterraneo che è un vizio difficile da estirpare. Descrivo il vizio delle mormorazioni e delle chiacchiere come una forma di terrorismo: è una forma di violenza profonda che tutti abbiamo a disposizione nell’anima e che richiede una conversione profonda. Il problema di questo terrorismo è che tutti possiamo metterlo in atto. Ogni persona è capace di diventare terrorista anche semplicemente usando la lingua. Non parlo delle liti che si fanno apertamente, come le guerre. Parlo di un terrorismo subdolo, nascosto, che si fa buttando parole come «bombe», e che fa molto male. La radice di questo terrorismo è nel peccato originale, ed è una forma di criminalità. È un modo per guadagnare spazio per sé distruggendo l’altro. È necessaria, dunque, una profonda conversione del cuore per vincere questa tentazione, e bisogna molto esaminarsi su questo punto. La spada uccide tante persone, ma ne uccide più la lingua, dice l’apostolo Giacomo nel terzo capitolo della sua Lettera. La lingua è un membro piccolo, ma può sviluppare un fuoco di male e incendiare tutta la nostra vita. La lingua si può riempire di veleno mortale. Questo terrorismo è difficile da domare. La religione può essere una benedizione, ma anche una maledizione. I media spesso riportano notizie di conflitti tra gruppi religiosi nel mondo. Alcuni affermano che il mondo sarebbe più pacifico se la religione non ci fosse. Che cosa risponde a questa critica? Le idolatrie che sono alla base di una religione, non la religione! Ci sono idolatrie legate alla religione: l’idolatria dei soldi, delle inimicizie, dello spazio superiore al tempo, la cupidigia della territorialità dello spazio. C’è una idolatria della conquista dello spazio, del dominio, che attacca le religioni come un virus maligno. E l’idolatria è una finta di religione, è una religiosità sbagliata. Io la chiamo «una trascendenza immanente», cioè una contraddizione. Invece le religioni vere sono lo sviluppo della capacità che ha l’uomo di trascendersi verso l’assoluto. Il fenomeno religioso è trascendente e ha a che fare con la verità, la bellezza, la bontà e l’unità. Se non c’è questa apertura, non c’è trascendenza, non c’è vera religione, c’è idolatria. L’apertura alla trascendenza dunque non può assolutamente essere causa di terrorismo, perché questa apertura è sempre unita alla ricerca della verità, della bellezza, della bontà e dell’unità. Lei ha spesso parlato in termini molto chiari della terribile situazione dei cristiani in alcune aree del Medio Oriente. C’è ancora speranza per uno sviluppo più pacifico e umano per i cristiani in quell’area? Io credo che il Signore non lascerà il suo popolo a se stesso, non lo abbandonerà. Quando leggiamo delle dure prove del popolo di Israele nella Bibbia o facciamo memoria delle prove dei martiri, constatiamo come il Signore sia sempre venuto in aiuto del suo popolo. Ricordiamo nell’Antico Testamento l’uccisione dei sette figli con la loro madre nel libro dei Maccabei. O il martirio di Eleazaro. Certamente il martirio è una delle forme della vita cristiana. Ricordiamo san Policarpo e la lettera alla Chiesa di Smirne che ci dà il racconto delle circostanze del suo arresto e della sua morte. Sì, in questo momento il Medio Oriente è terra di martiri. Possiamo senza dubbio parlare di una Siria martire e martoriata. Voglio citare un ricordo personale che mi è rimasto nel cuore: a Lesbo ho incontrato un papà con due bambini. Lui mi ha detto che era tanto innamorato di sua moglie. Lui è musulmano e lei era cristiana. Quando sono venuti i terroristi, hanno voluto che lei si togliesse la croce, ma lei non ha voluto e loro l’hanno sgozzata davanti a suo marito e ai suoi figli. E lui mi continuava a dire: «Io l’amo tanto, l’amo tanto». Sì, lei è una martire. Ma il cristiano sa che c’è speranza. Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani: lo sappiamo da sempre. Lei è il primo papa non europeo da più di 1.200 anni a questa parte, e spesso ha messo in rilievo la vita della Chiesa in regioni considerate «periferiche» del mondo. Dove, secondo Lei, la Chiesa cattolica avrà le sue comunità più vive nei prossimi 20 anni? E in che modo le Chiese d’Europa potranno contribuire al cattolicesimo del futuro? Questa è una domanda legata allo spazio, alla geografia. Io ho allergia a parlare di spazi, ma dico sempre che dalle periferie si vedono le cose meglio che dal centro. La vivacità delle comunità ecclesiali non dipende dallo spazio, dalla geografia, ma dallo spirito. È vero che le Chiese giovani hanno uno spirito più fresco e, d’altra parte, ci sono Chiese invecchiate, Chiese un po’ addormentate, che sembrano essere interessate solamente a conservare il loro spazio. In questi casi non dico che manchi lo spirito: c’è, sì, ma è chiuso in una struttura, in un modo rigido, timoroso di perdere spazio. Nelle Chiese di alcuni Paesi si vede proprio che manca freschezza. In questo senso la freschezza delle periferie dà più posto allo spirito. Bisogna evitare gli effetti di un cattivo invecchiamento delle Chiese. Fa bene rileggere il capitolo terzo del profeta Gioele, lì dove dice che gli anziani faranno sogni e che i giovani avranno visioni. Nei sogni degli anziani c’è la possibilità che i nostri giovani abbiano nuove visioni, abbiano nuovamente un futuro. Invece le Chiese a volte sono chiuse nei programmi, nelle programmazioni. Lo ammetto: so che sono necessari, ma io faccio molta fatica a porre molta speranza negli organigrammi. Lo spirito è pronto a spingerci, ad andare avanti. E lo spirito si trova nella capacità di sognare e nella capacità di profetizzare. Questa per me è una sfida per tutta la Chiesa. E l’unione tra anziani e giovani è per me la sfida del momento per la Chiesa, la sfida alla sua capacità di freschezza. Per questo a Cracovia, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, ho raccomandato ai giovani di parlare con i nonni. La Chiesa giovane ringiovanisce di più quando i giovani parlano con gli anziani e quando gli anziani sanno sognare cose grandi, perché questo fa sì che i giovani profetizzino. Se i giovani non profetizzano, alla Chiesa manca l’aria. La sua visita in Svezia toccherà uno dei Paesi più secolarizzati al mondo. Una buona parte della sua popolazione non crede in Dio, e la religione gioca un ruolo abbastanza modesto nella vita pubblica e nella società. Secondo Lei, che cosa si perde una persona che non crede in Dio? Non si tratta di perdere qualcosa. Si tratta di non sviluppare adeguatamente una capacità di trascendenza. La strada della trascendenza dà posto a Dio, e in questo sono importanti anche i piccoli passi, persino quello da essere ateo ad essere agnostico. Il problema per me è quando si è chiusi e si considera la propria vita perfetta in se stessa, e dunque chiusa in se stessa senza bisogno di una radicale trascendenza. Ma per aprire gli altri alla trascendenza non c’è bisogno di fare tante parole e discorsi. Chi vive la trascendenza è visibile: è una testimonianza vivente. Nel pranzo che ho avuto a Cracovia con alcuni giovani, uno di loro mi ha chiesto: «Che cosa devo dire a un mio amico che non crede in Dio? Come faccio a convertirlo?». Io gli ho risposto: «L’ultima cosa che devi fare è dire qualcosa. Agisci! Vivi! Poi davanti alla tua vita, alla tua testimonianza, l’altro forse ti chiederà perché vivi così». Io sono convinto che chi non crede o non cerca Dio forse non ha sentito l’inquietudine di una testimonianza. E questo è molto legato al benessere. L’inquietudine si trova difficilmente nel benessere. Per questo credo che contro l’ateismo, cioè contro la chiusura alla trascendenza, valgano davvero solamente la preghiera e la testimonianza. I cattolici in Svezia sono una piccola minoranza, e per lo più composta da immigranti da varie nazioni del mondo. Lei incontrerà alcuni di loro celebrando la Messa a Malmö il 1° novembre. Come vede il ruolo dei cattolici in una cultura come quella svedese? Vedo una sana convivenza, dove ognuno può vivere la propria fede ed esprimere la propria testimonianza vivendo uno spirito aperto ed ecumenico. Non si può essere cattolici e settari. Bisogna tendere a stare insieme agli altri. «Cattolico» e «settario» sono due parole in contraddizione. Per questo all’inizio non prevedevo di celebrare una Messa per i cattolici in questo viaggio: volevo insistere su una testimonianza ecumenica. Poi ho riflettuto bene sul mio ruolo di pastore di un gregge cattolico che arriverà anche da altri Paesi vicini, come la Norvegia e la Danimarca. Allora, rispondendo alla fervida richiesta della comunità cattolica, ho deciso di celebrare una Messa, allungando il viaggio di un giorno. Infatti volevo che la Messa fosse celebrata non nello stesso giorno e non nello stesso luogo dell’incontro ecumenico per evitare di confondere i piani. L’incontro ecumenico va preservato nel suo significato profondo secondo uno spirito di unità, che è il mio. Questo ha creato problemi organizzativi, lo so, perché sarò in Svezia anche nel giorno dei Santi, che qui a Roma è importante. Ma pur di evitare fraintendimenti, ho voluto che fosse così. Lei è un gesuita. Sin dal 1879 i gesuiti hanno svolto le loro attività in Svezia con parrocchie, esercizi spirituali, la rivista «Signum» e, negli ultimi 15 anni, grazie all’Istituto universitario «Newman». Quali impegni e quali valori dovrebbero caratterizzare l’apostolato dei gesuiti oggi in questo Paese? Credo che il primo compito dei gesuiti in Svezia sia quello di favorire in ogni modo il dialogo con coloro che vivono nella società secolarizzata e con i non credenti: parlare, condividere, comprendere, stare accanto. Poi chiaramente occorre favorire il dialogo ecumenico. Il modello per i gesuiti svedesi deve essere san Pietro Favre, che era sempre in cammino e che era guidato da uno spirito buono, aperto. I gesuiti non abbiano una struttura quieta. Bisogna avere il cuore inquieto e avere strutture, sì, ma inquiete. Chi è Gesù per Jorge Mario Bergoglio? Gesù per me è Colui che mi ha guardato con misericordia e mi ha salvato. Il mio rapporto con Lui ha sempre questo principio e fondamento. Gesù ha dato senso alla mia vita di qui sulla terra, e speranza per la vita futura. Con la misericordia mi ha guardato, mi ha preso, mi ha messo in strada… E mi ha dato una grazia importante: la grazia della vergogna. La mia vita spirituale è tutta scritta nel capitolo 16 di Ezechiele. Specialmente nei versetti finali, quando il Signore rivela che avrebbe stabilito la sua alleanza con Israele dicendogli: «Tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto». La vergogna è positiva: ti fa agire, ma ti fa capire qual è il tuo posto, chi tu sei, impedendo ogni superbia e vanagloria. Una parola finale, Santo Padre, su questo viaggio in Svezia… Quello che mi viene spontaneo da aggiungere adesso è semplice: andare, camminare insieme! Non restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste non c’è possibilità di riforma. * * * Il Papa, p. Spadaro ed io abbiamo trascorso insieme in conversazione circa un’ora e mezzo. Alla fine Francesco ci ha accompagnati all’ascensore. Ci ha raccomandato di pregare per lui. Le porte si sono chiuse mentre lui ci salutava con la mano e con un sorriso radioso che mai dimenticherò. Fuori era già buio. La cupola di San Pietro, illuminata, rivelava il suo splendore mentre salivamo in macchina per tornare in tempo per la cena nella comunità di Civiltà Cattolica”.
Pubblico due post in uno, anzi, per la verità sarebbero tre. Dopo l’intervista a Zygmunt Bauman sull’utilizzo della paura da parte del potere, ho fuso due pezzi di Francesca Rigotti su paura, coraggio e liberalismo. Ne metto qui anche il pdf: Paura, coraggio, potere, liberalismo
LA PAURA E IL POTERE
Zygmunt Bauman
intervistato da Giulio Azzolini, “La Repubblica“, 5 agosto 2016
Professor Bauman, sono passati dieci anni da quando scrisse “Paura liquida” (Laterza). Che cos’è cambiato da allora? “La paura è ancora il sentimento prevalente del nostro tempo. Ma bisogna innanzitutto intendersi su quale tipo di paura sia. Molto simile all’ansia, a un’incessante e pervasiva sensazione di allarme, è una paura multiforme, esasperante nella sua vaghezza. È una paura difficile da afferrare e perciò difficile da combattere, che può scalfire anche i momenti più insignificanti della vita quotidiana e intacca quasi ogni strato della convivenza”. Per il filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag, la nostra è l’epoca delle “passioni tristi”. Che cosa succede quando la paura abbraccia la sfiducia? “Succede che i legami umani si frantumano, che lo spirito di solidarietà si indebolisce, che la separazione e l’isolamento prendono il posto del dialogo e della cooperazione. Dalla famiglia al vicinato, dal luogo di lavoro alla città, non c’è ambiente che rimanga ospitale. Si instaura un’atmosfera cupa, in cui ciascuno nutre sospetti su chi gli sta accanto ed è a sua volta vittima dei sospetti altrui. In questo clima di esasperata diffidenza basta poco perché l’altro sia percepito come un potenziale nemico: sarà ritenuto colpevole fino a prova contraria”. Eppure l’Europa ha già conosciuto e sconfitto l’ostilità e il terrore: quello politico delle Br in Italia e della Raf in Germania, quello etnico-nazionalistico dell’Eta in Spagna e dell’Ira in Irlanda. Il nostro passato può insegnarci ancora qualcosa o il pericolo di oggi è incomparabile? “I precedenti sicuramente esistono, tuttavia pochi ma decisivi aspetti rendono le attuali forme di terrorismo assai differenti dai casi che lei ricordava. Questi ultimi erano prossimi ad una rivoluzione (mirando, come le Br o la Raf, ad una sovversione del regime politico) o ad una guerra civile (puntando, come l’Eta o l’Ira, all’autonomia etnica o alla liberazione nazionale), ma si trattava pur sempre di fenomeni essenzialmente domestici. Ebbene, gli atti terroristici odierni non appartengono a nessuna delle due fattispecie: la loro matrice, infatti, è completamente diversa”. Qual è la peculiarità del terrorismo attuale? “La sua forza deriva dalla capacità di corrispondere alle nuove tendenze della società contemporanea: la globalizzazione, da un lato, e l’individualizzazione, dall’altro. Per un verso, le strutture che promuovono il terrorismo si globalizzano ben al di là delle facoltà di controllo degli Stati territoriali. Per altro verso, il commercio delle armi e il principio di emulazione alimentato dai media globali fanno sì che ad intraprendere azioni di natura terroristica siano anche individui isolati, mossi magari da vendette personali o disperati per un destino infausto. La situazione che scaturisce dalla combinazione di questi due fattori rende quasi del tutto invincibile la guerra contro il terrorismo. Ed è assai improbabile che esso abdichi a dinamiche ormai autopropulsive. Insomma, si ripropone, sotto nuove forme, il mitico problema del nodo gordiano, quello che nessuno sa sciogliere: e sono molti i sedicenti eredi di Alessandro Magno che, ingannando, giurano che le loro spade riuscirebbero a reciderlo”. Per molti politici e molti commentatori, le radici del terrorismo vanno rintracciate nell’aumento incontrollato dei flussi migratori. Quali sono, a suo giudizio, le principali ragioni della violenza contemporanea? “Com’è evidente, i profitti elettorali che si ottengono stabilendo un nesso di causa-effetto tra immigrazione e terrorismo sono troppo allettanti perché i concorrenti al gioco del potere vi rinuncino. Per chi decide è facile e conveniente partecipare ad un’asta sul mezzo più efficace per abolire la piaga della precarietà esistenziale, proponendo soluzioni fasulle come fortificare i confini, fermare le ondate migratorie, essere inflessibili con i richiedenti asilo… E per i media è altrettanto facile dare visibilità alla polizia che assalta i campi profughi oppure diffondere le immagini fisse e dettagliate di uno o due kamikaze in azione. La verità è che è maledettamente complicato toccare con mano le radici autentiche di una violenza che cresce in tutto il mondo, per volume e per intensità. E giorno dopo giorno diventa ancora più arduo, se non proprio impossibile, dimostrare che i governi abbiano individuato quelle radici e stiano lavorando davvero per sradicarle”. Vuole dire che anche i politici occidentali utilizzano la paura come strumento politico? “Esattamente. Come le leggi del marketing impongono ai commercianti di proclamare senza sosta che il loro scopo è il soddisfacimento dei bisogni dei consumatori, pur essendo loro pienamente consapevoli che è al contrario l’insoddisfazione il vero motore dell’economia consumistica, così gli imprenditori politici dei nostri giorni dichiarano sì che il loro obiettivo è garantire la sicurezza della popolazione, ma al contempo fanno tutto il possibile, e anche di più, per fomentare il senso di pericolo imminente. Il nucleo dell’attuale strategia di dominio, dunque, consiste nell’accendere e tenere viva la miccia dell’insicurezza…”. E quale sarebbe lo scopo di questa strategia? “Se c’è qualcosa che tanti leader politici non vedevano l’ora di apprendere, è lo stratagemma di trasformare le calamità in vantaggi: rinfocolare la fiamma della guerra è una ricetta infallibile per spostare l’attenzione dai problemi sociali, come la disuguaglianza, l’ingiustizia, il degrado e l’esclusione, e rinsaldare il patto di comando-obbedienza tra i governanti e la loro nazione. La nuova strategia di dominio, fondata sulla deliberata spinta verso l’ansia, permette alle autorità stabilite di venire meno alla promessa di garantire collettivamente la sicurezza esistenziale. Ci si dovrà accontentare di una sicurezza privata, personale, fisica”. Crede che in tal modo le istituzioni rischino di smarrire il carattere democratico? “Di sicuro la costante sensazione di allerta incide sull’idea di cittadinanza, nonché sui compiti ad essa legati, che finiscono per essere liquidati o rimodellati. La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all’argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E i richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione”. Papa Francesco appare l’unico leader intenzionato a sfatare quello che lei altrove ha chiamato “il demone della paura”. “Il paradosso è che sia proprio colui che i cattolici riconoscono come il portavoce di Dio in terra a dirci che il destino di salvezza è nelle nostre mani. La strada è un dialogo volto a una migliore comprensione reciproca, in un’atmosfera di mutuo rispetto, in cui si sia disposti ad imparare gli uni dagli altri. Ascoltiamo troppo poco Francesco, ma la sua strategia, benché a lungo termine, è l’unica in grado di risolvere una situazione che somiglia sempre di più a un campo minato, saturo di esplosivi materiali e spirituali, salvaguardati dai governi per mantenere alta la tensione. Finché le relazioni umane non imboccheranno la via indicata da Francesco, è minima la speranza di bonificare un terreno che produrrà nuove esplosioni, anche se non sappiamo prevedere con esattezza le coordinate”.
PAURA, CORAGGIO e LIBERALISMO
Francesca Rigotti*
Per quanto riguarda la paura, la filosofia politica ha da tempo a disposizione un autore eccellente: Thomas Hobbes (1588-1679), «il gemello della paura» (sua madre lo partorì prematuramente – racconta egli stesso nella sua autobiografia – terrorizzata dalla notizia dell’arrivo dell’«Invincibile Armada»). Solo di recente la filosofia politica dispone anche di un’autrice eccellente, Judith Shklar. Nel 1651 Hobbes pubblicò il Leviatano, nel quale proponeva una serie di misure per combattere la paura accrescendo la sicurezza. Nel 1989 Shklar diede alle stampe un saggio dal titolo Liberalismo della paura, un testo complesso sul ruolo della paura nel processo di elaborazione teorica della politica. Due parole sul contenuto a partire dai titoli, soprattutto sul secondo, che non è di immediata comprensione, anzi è proprio controintuitivo. In Liberalism of fear il genitivo sembra oggettivo e pare significare che il liberalismo «ha paura» di qualcosa, mentre ciò che si intende è il liberalismo come principio politico che libera dalla paura. Il Leviatano di Hobbes è invece il mostro biblico la cui immagine allegorica illustra il frontespizio della prima edizione del volume. Si tratta della famosa immagine rappresentante lo stato in veste di gigante, con in mano le insegne del potere dello stato e della chiesa (con la destra impugna la spada, con la sinistra la croce episcopale) e il cui corpo è formato da una moltitudine di individui di cui vediamo non i petti ma le schiene. La carne del gigante stato è la carne stessa di tutti gli individui che gli si affidano, rivolgendosi verso di lui pieni di paura, per venire difesi. Qui a liberare dalla paura è il potere dello Stato. Lo stato di natura, una condizione ipotetica in cui gli uomini vivevano allo stato selvaggio, è per Hobbes uno stato di guerra e di anarchia, in cui tutti sono diffidenti e dove, dalla diffidenza, nasce la guerra di ognuno contro tutti. La legge di natura dice dunque che occorre difendersi con ogni mezzo possibile, ma anche cercare la pace a ogni costo. Ora, per garantirsi pace e sicurezza, il miglior mezzo di cui dispongono gli uomini è di stabilire tra loro un contratto col quale cedono allo stato i diritti che, se fossero conservati individualmente, costituirebbero una grave minaccia per la pace dell’umanità. Secondo Hobbes «il motivo e lo scopo di chi rinuncia al suo diritto o lo trasferisce allo stato, è soltanto la sicurezza sua personale, della sua vita e dei mezzi per conservarla». Come controparte per l’obbedienza dei sudditi lo stato promette sicurezza all’interno e all’esterno. È a questa dottrina che si richiamano oggi alcuni personaggi pubblici che pensano che lo stato sia legittimato a placare la paura col garantire la sicurezza a qualunque costo, anche a spese del venir meno delle libertà e dei diritti personali. Il liberalismo della paura di Shklar, studiosa eccellente per il suo rigore intellettuale e la sua serietà morale, nonché per la sua filosofia sociale nitidamente laica e secolare da una parte, quanto dall’altra impegnata nella difesa dei deboli dall’oppressione e dalla tirannia, contiene una teoria dei diritti in base alla quale il primo diritto non è il diritto alla vita o alla libertà bensì il diritto ad essere protetti dal primo vizio, che a sua volta non è, nella teoria di Shklar, la superbia bensì la crudeltà, com’ella ben spiega in Vizi comuni. Tutti i diritti, anzi, dovrebbero essere impegnati a proteggere l’uomo dalla crudeltà. La crudeltà è il più crudele dei mali. La crudeltà ispira la paura e la paura distrugge la libertà. Questo non significa secondo Shklar che un sistema liberale non debba essere coercitivo e in alcuni casi incutere paura: un minimo di timore per la punizione in caso di trasgressione è implicito in ogni sistema legislativo, anche nel più liberale e democratico. Il senso profondo delle sue asserzioni è che il sistema liberale deve prevenire dalla paura creata da atti di forza arbitrari, inaspettati e non necessari, specialmente se perpetrati dallo stato, per esempio atti di crudeltà, di sopruso e di tortura eseguiti da corpi istituzionali come esercito, polizia e servizi segreti. In uno stato liberale non si dovrebbe aver paura della tortura perché la tortura non vi dovrebbe esistere, affermava Judith Shklar, mostrando ahimè non grande lungimiranza proprio rispetto al suo paese di adozione, gli Stati Uniti. Questo è lo spirito che caratterizza il saggio Il liberalismo della paura, non il liberalismo della speranza e del progresso, ma il liberalismo che libera dalla paura. Se sapremo guardare alla crudeltà come al nostro vizio principale, indirizzeremo tutti i nostri sforzi a diminuire le occasioni in cui può essere esercitata. Perché la paura, lo sappiamo, «destroys freedom». Soggetti alla crudeltà, gli individui perdono l’energia che costituisce la libertà. E poiché sono i governi a controllare i mezzi più potenti per infliggere danni alla gente, è dei governi che si deve sospettare ed è dei governi che ci si deve indignare. I modelli di interazione sociale che promuovono, anche indirettamente, la crudeltà, diventano così bersagli dell’opposizione liberale. Ora, nel successivo passaggio, si vede come la diseguaglianza induce la crudeltà in tentazione: così una società che considera come primo vizio la crudeltà è una società egualitaria che incoraggia la libertà dei cittadini nella costruzione del carattere proprio a ognuno. La posizione di Shklar è originale rispetto ad altri «teorici della paura», anche se conserva un punto in comune con essi, ovvero l’idea che diverse istituzioni, lo stato, la religione, abbiano il loro principio, il loro inizio e la loro giustificazione cioè, nella paura. Penso in particolare a Thomas Hobbes. Penso a Montesquieu, che faceva della paura il principio d’azione del regime dispotico come l’onore era il principio di quello monarchico e la virtù quello delle repubbliche. Penso a Hannah Arendt che denuncia il terrore in quanto fattore che annichilisce le persone, mentre salva in qualche modo la libertà che contiene in sé «la linfa stessa della libertà e del desiderio di riscatto». Il liberalismo della paura dovrebbe garantire dagli abusi del potere e dalle sue intimidazioni chi è senza difesa e incoraggiare «l’eliminazione di quelle forme di dominio che impediscono la fruizione dei diritti fondamentali e che riducono la possibilità di scegliere liberamente il proprio futuro». È curioso inoltre che la posizione di Shklar, che diceva di non essere femminista perché non riusciva a immaginarsi in un sistema di credenze collettive, sia molto vicina a quella di Adriana Cavarero, teorica del femminismo della differenza e dell’essenzialismo, nel cercare di vedere il fenomeno della paura, Shklar, e del terrore, Cavarero, dalla parte delle vittime, che è la tesi del libro Orrorismo. Si parla tanto, tantissimo di paura in questi anni, anche se non è la paura per il pericolo degli abusi dello stato il nocciolo, come lo era per Shklar, bensì un altro tipo di paura, per un altro tipo di pericoli. Alcuni commentatori politici sostengono addirittura che il senso di vulnerabilità e di paura si siano così sedimentati in noi da diventare la cifra della nostra epoca. Molti sociologi ed economisti hanno elaborato una «sindrome della paura», ripresa e diffusa dai media e sfruttata alla grande dai politici. Qualcuno per fortuna ha cominciato a ribellarsi, per esempio il norvegese Lars Svendsen, autore di una Filosofia della paura tradotta in inglese nel 2008 dall’originale norvegese del 2007 e accessibile anche in traduzione italiana. Il suo autore vi sostiene che non è che viviamo in un mondo senza pericoli, ma che non ha nemmeno senso guardare ogni fenomeno dalla prospettiva della paura, iniziata tra l’altro ben prima dell’11 settembre. Ci hanno propinato dosi massicce di ideologia apocalittica, la quale ci ha fatto persuasi che tutto va male e che in futuro andrà anche peggio; che i terroristi sono la minaccia più grave e più probabile (!) per le nostre vite, che gli stranieri sono un pericolo serio e gli stranieri migranti ci priveranno della nostra cultura e della nostra terra, che siamo in balia di terribili virus e di coloranti alimentari nocivissimi, che i nostri figli incontreranno pedofili ed erotomani a ogni passo, che i delitti contro la persona sono in aumento a dismisura (non è vero!, ma la loro percezione sì, ed è quella che conta!). In realtà viviamo nella società più sicura che sia mai esistita, e il dolore, la malattia e la morte, soprattutto la morte violenta, rappresentano nelle nostre esistenze una parte molto inferiore a quella giocata nelle generazioni precedenti. Svendsen, dopo aver introdotto la cultura della paura, spiega che cosa la paura è, quale è il suo rapporto col rischio, perché la paura attrae, in che cosa consiste il rapporto tra paura e fiducia, la politica della paura, l’ipotesi di un mondo immune o quasi da paura. Nella parte teorica del libro, il cap. 6 (La politica della paura), si citano autori moderni e contemporanei come Hobbes, Montaigne, Judith Shklar e Samuel Huntington, messi dall’autore in un unico paiolo. Bisognerebbe invece distinguere con maggior chiarezza, ed è quel che faccio, tra i «paurosi» (Hobbes e Huntington) e i «coraggiosi» (Montaigne, Shklar et al.): tra i primi, che affranti dalla paura si dispongono a rinunciare alle libertà civili pur di introdurre forme di controllo presumibilmente garanti di una maggior sicurezza, e i secondi, che sono disposti a difendere principi di libertà personale e diritti civili e legali assegnando a libertà e giustizia un ruolo superiore a quello della paura. Mi fermo qui chiedendomi se, ispirati da Montaigne, Montesquieu e Shklar piuttosto che da Hobbes e Huntington, non si potrebbero mettere in campo altri dispositivi per vincere la paura che non siano misure liberticide quali l’introduzione dello stato di emergenza o lesive della dignità personale come il «body scanner». Magari un dispositivo banale come il coraggio. E propongo, a partire dal liberalismo della paura di Shklar, un liberalismo del coraggio, un liberalismo che incoraggia il coraggio oltre a prevenire dalla paura: un «coraggio del liberalismo»? Prima di entrare nel merito, vorrei ancora ricordare le posizioni di due autori «protoliberali» che mi aiuteranno, per esclusione o per inclusione, a chiarire la mia posizione. Il primo autore è Kant, le cui osservazioni sul coraggio escludono tutte le donne dalla possibilità di esercitare e persino di conoscere questa virtù. In vari punti delle sue Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime (1764), come pure dell’Antropologia da un punto di vista pragmatico (1798) il filosofo esprime chiaramente le sue considerazioni sul tema, pur non dedicando in alcuna delle due opere una trattazione particolare al coraggio. Kant non soltanto attribuisce le basse passioni al sesso femminile, e il ben più elevato intelletto al sesso maschile, ma assegna in toto i sentimenti connotati negativamente e passivamente alle donne, le emozioni attive e spositive agli uomini. Le donne hanno sentimenti; gli uomini abbiano dunque intelletto. Nell’ambito della distribuzione secondo il sesso, i due membri della coppia paura/coraggio spetteranno – ça va sans dire – alle donne la prima, agli uomini il secondo, anche perché il coraggio sarebbe per Kant una virtù razionale, che si avvicina dunque all’intelletto; la paura, un sentimento passionale. A quello che è presentato come un dato di fatto viene giusto data una breve spiegazione di ordine antropologico: la paura della donna garantisce la riproduzione della specie in quanto l’espressione di tale «naturale debolezza che pertiene al suo sesso» risveglia nel maschio i suoi altrettanto naturali caratteri di forza e di protezione. Sappiamo che Kant non era un autore ancora completamente «liberale». Rivolgiamoci quindi a un autore successivo, nato e cresciuto negli USA, Ralph Waldo Emerson, le cui osservazioni sul coraggio includeremo nella nostra storia. Definire Emerson liberal-democratico è senza dubbio eccessivo, oltre che antistorico. Eppure anch’egli costituì un importante ambito di riferimento per molti filosofi liberali. In una conferenza tenuta nel 1859 davanti alla società dell’attivista antischiavista Theodore Parker, Emerson si soffermò a parlare del coraggio, e Courage fu infatti il titolo del saggio tratto dalla conferenza stessa. Emerson presenta il coraggio come una delle qualità che in maggior misura suscitano la meraviglia e la reverenza dell’umanità, insieme al disinteresse e alla potenza pratica. Il coraggio – scrive Emerson – «è lo stato sano e giusto di ogni uomo, quando è libero di fare ciò che per lui è costituzionale fare». Nemmeno la «timida donna», di fronte a situazioni estreme, teme il dolore e mostra il proprio coraggio quando ama un’idea più di ogni altra cosa al mondo, provando letizia «nella solitaria adesione al giusto», né teme «le fascine che la bruceranno; la ruota torturatrice non le fa spavento». La paura infatti, prosegue Emerson, è superficiale e illusoria quanto lo è il dolore fisico che alla fine, dopo il primo tormento, diventa quasi impercettibile. La paura è superabile quando si è all’altezza del problema che ci sta dinnanzi e quanto più si comprende precisamente il pericolo. L’antidoto alla paura è la conoscenza; la conoscenza toglie la paura dal cuore e dà coraggio e il coraggio è contagioso. La prima virtù degli antichi greci, conclude Emerson, non fu la bellezza dell’arte bensì l’istinto del coraggio, che alle Termopili «tenne l’Asia fuori dall’Europa, l’Asia con le sue antiquatezze e con la sua schiavitù organica». Desidero però soffermarmi sull’accostamento tra coraggio e libertà, senza attribuirne l’esclusiva ad alcun paese o genìa, per tornare all’interrogativo che ponevo all’inizio: esiste un liberalismo che promuove il coraggio oltre a prevenire la paura, o ancor più precisamente esiste, e se sì in che cosa consiste, il «coraggio del liberalismo»? Sembra in realtà, questo «coraggio del liberalismo», un sentimento non adeguato: il liberalismo è ritenuto una teoria politica ragionevole e tranquilla, ben lontana dall’infiammare gli animi alla stregua di altri movimenti e dottrine e che non spinge le persone sulle barricate. Tuttavia il liberalismo sarebbe impensabile – ritengo – senza il coraggio: tant’è che alcune posizioni contemporanee che propongono di sacrificare la libertà alla sicurezza per preservare dalla paura – non dei soprusi istituzionali come pensava Shklar, bensì degli attacchi terroristici e criminali – finiscono per snaturare i caratteri fondamentali del liberalismo, soprattutto nella versione, cui mi rifaccio, del liberalismo egualitario. Alcuni commentatori politici sostengono che oggi il senso di vulnerabilità e di paura si siano così sedimentati in noi da essere divenuti la cifra della nostra epoca. Siamo la società della paura. La sindrome da paura e da insicurezza collabora alla rinascita dei populismi, che promuovono i politici che fanno proprio il tema della sicurezza e sbandierano politiche di repressione minacciando i valori dei diritti civili e più in generale della libertà. La società si polarizza tra coloro che fanno del pericolo dell’aggressione fisica la leva per introdurre un ordine gerarchico e di privilegi da una parte, e coloro che intendono difendere la privacy, il free speech e il valore della diversità culturale dall’altra. Beninteso le gravissime minacce alla sicurezza – provenienti dal terrorismo, dalla criminalità internazionale, dall’immigrazione clandestina incontrollata – sono reali così come reale è l’esigenza di politiche efficaci. Accade però che la demagogia populista e la dinamica assolutista congiurino contro le libertà civili e contro l’esistenza di una sfera pubblica vitale, in una parola, contro la democrazia. Viene così a crearsi una frattura e una contrapposizione tra sicurezza e libertà nelle quali le due vengono di fatto opposte una all’altra come un aut aut. Ma la politica della paura e della limitazione delle libertà, corrodendo alla radice il tessuto della vita democratica, ottiene l’effetto di esporre sempre più alle minacce del terrorismo e della violenza, in modo tale che la democrazia è doppiamente messa a repentaglio: dagli attacchi esterni e dall’autoritarismo interno. Ma per tornare al coraggio, andiamo a vederne dei casi negli esempi proposti da Shklar, che si rifaceva a sua volta a Michel de Montaigne; per esempio, il coraggio mostrato dai re indiani conquistati dai predoni spagnoli – afferma Shklar con la voce di Montaigne – , quel loro invincibile coraggio che consisteva nel dignitoso rifiuto di compiacere i loro conquistatori; come pure il coraggio dei poveri, dei contadini francesi dell’epoca di Montaigne che mostravano questa loro virtù vivendo rassegnati e morendo senza scalpore: anche questa per Montaigne-Shklar una forma di coraggio. Preferisco dunque individuare nel coraggio, il semplice coraggio di darsi autonomamente norme e regole, per contratto, per consenso, dopo dialogo e deliberazione, come una delle cifre della modernità e della secolarizzazione, che si presenta coi caratteri di adultità e maturità. (Dal sito www.doppiozero.com i due articoli Paura e Coraggio)
*Francesca Rigotti: laureata in Filosofia (Milano 1974), Dr.rer.pol. (I.U.E. 1984), Dr.habil. (Göttingen 1991), è stata docente alla Facoltà di Scienze politiche dell´Università di Göttingen come titolare di un”Heisenberg Stipendium” della Deutsche Forschungsgemeinschaft e visiting fellow alDepartment of Politics dell´Università di Princeton e docente all´UZH. Tra le sue pubblicazioni si segnalano una dozzina di monografie edite da Bibliopolis (1981), Il Mulino (1989, 2000, 2002, 2006 e 2008), Feltrinelli (1992, 1995e 1998), Interlinea (2004 e 2008), tradotte in sette lingue, tutti pertinenti ad argomenti di storia del pensieropolitico-filosofico, di metaforologia e di comunicazione politica, oltre a numerosi articoli, e saggi su riviste specializzateinternazionali. Svolge un´intensa attività di critica libraria in riviste e quotidiani (http://search.usi.ch/persone/d9eef74c6a7b9dff8022c06af7e57531/Rigotti-Francesca).
Un’inchiesta di Viviana Mazza pubblicata oggi sul Corriere della Sera. Questa è l’introduzione: “Per lo Stato islamico sono apostati, «bersagli obbligatori». Sono gli imam dei Paesi occidentali che condannano la violenza: questa inchiesta è il risultato di una lunga serie di colloqui che il Corriere ha avuto con loro. «Il nostro attivismo — dicono — è una risposta a quanti chiedono: perché i musulmani non fanno nulla per contrastare l’Isis? La verità è che lo stiamo facendo». Senza finzioni: negano che l’Isis sia l’essenza dell’Islam, ma non dicono che «non ha nulla a che fare con l’Islam». Una riforma è dunque necessaria, «e non solo come reazione all’Isis».” Ecco l’inchiesta (questa la fonte):
“L’imam Suhaib Webb ha 43 anni, suo nonno era un predicatore cristiano dell’Oklahoma, ma lui da ragazzo s’è convertito all’Islam. Nella sua moschea, a Washington D.C., alcune donne portano l’hijab e altre no. Non piace all’estrema destra Usa ma ancor meno all’Isis che considera un complotto il suo uso della cultura pop e il suo accento del sud. Nell’ultimo numero della rivista Dabiq, i seguaci del Califfo lo hanno condannato a morte, insieme ad altri dieci imam occidentali, definiti «apostati», «bersagli obbligatori» e da eliminare con qualunque arma per «farne degli esempi». Ecco cosa tre di loro raccontano al Corriere.
Suhaid Webb
Contattiamo l’imam Webb su Snapchat, dove pubblica continuamente video contro l’estremismo, alcuni girati nelle gelaterie e ironicamente intitolati «Isis e ice cream». «Il nostro attivismo — dice — è una risposta a quanti chiedono: perché i musulmani non fanno nulla per contrastare l’Isis? La verità è che lo stiamo facendo, è da un po’ che lo facciamo». Le loro vite, in seguito alle minacce, sono cambiate, anche su suggerimento dell’Fbi. Webb sostiene di prendere qualche precauzione in più quando viaggia e di stare attento prima di incontrare sconosciuti; allo stesso tempo esulta: «È chiaro che stiamo avendo un impatto nel contrastare il messaggio dell’Isis. Se così non fosse, non ci presterebbero attenzione. Le api attaccano chi disturba il loro alveare». Altri imam, tra quelli minacciati di morte, sono più preoccupati. «Non vivo nella paura, ma so che ci sono simpatizzanti dell’Isis in America, si capisce dai loro tweet, e ci sono molte persone con problemi mentali, fanatici e lupi solitari. Ho cinque figli e non voglio diventare un martire», ci dice Hamza Yusuf,
Hamza Yusuf
56 anni, di Berkeley, California, definito dalla stampa inglese e americana lo studioso di Islam più importante del mondo occidentale. In un sermone intitolato «La crisi dell’Isis», diventato virale su Youtube, ha implorato Dio di non punire gli altri musulmani «per ciò che fanno questi idioti tra di noi». Invece lo sheikh Yasir Qadhi, che opera in Tennessee ed è noto per un famoso programma sulla tv satellitare Mbc, si sente più minacciato dall’estrema destra che dall’Isis. «Non credo di correre seri rischi finché resto in America perché l’Isis non ha un grande seguito tra i musulmani qui, e di questi tempi non andrei nei luoghi caldi come Iraq e Siria. Considero comunque più pericolosi i fan di Trump e i Tea Party. Tra l’altro loro mi hanno minacciato ancor prima dei terroristi». Molti studiosi di Islam che intendono contrastare l’Isis — non solo quelli minacciati di morte — respingono l’affermazione tout court che l’Isis non abbia «nulla a che fare con l’Islam», tanto quanto respingono l’idea che la mentalità dell’Isis sia «l’essenza dell’Islam». Per l’Imam Webb la verità sta da qualche parte nel mezzo. «I testi religiosi, come altri testi, politici o sociali, offrono una licenza interpretativa alle persone. C’è un supporto fattuale per l’Isis all’interno di questo paradigma, ma la loro interpretazione è stata e continua ad essere considerata errata sulla base del sapere normativo dell’Islam. Ci saranno sempre dei lunatici che usano i testi religiosi per legittimare la propria ideologia, e ci saranno sempre coloro che li confutano». A farlo sono anche ex estremisti, come Maajid Nawaz, che ha un passato di reclutatore del gruppo radicale islamico Hizb ut-Tahrir ma oggi è un consulente per l’Islam del premier britannico David Cameron: «L’affermazione che tutto questo non abbia nulla a che fare con l’Islam non è onesta — ha scritto sul New York Times —. È una affermazione inutile quanto lo è dire che l’Isis è l’essenza dell’Islam. Dobbiamo avere una conversazione onesta e riconoscere che c’è un legame con le Scritture. Ci sono anche le questioni geopolitiche, certo, ma esiste un rapporto con le Scritture». «Quello che sta accadendo è in parte una reazione protestante all’incapacità dell’Islam tradizionale di rispondere alla crisi del mondo moderno — sostiene Hamza Yusuf, che paragona la crisi attuale nell’Islam a quella della rivolta di Lutero contro il cattolicesimo —. Tutte le istituzioni, nello stesso Occidente, sono in difficoltà, pensiamo a Trump, ma la crisi è particolarmente grave nel mondo musulmano. Ricordiamoci quanto fu violenta la riforma protestante. Secondo me, dovremmo pensare a una sorta di Concilio di Trento, dove gli studiosi musulmani possano discutere le affermazioni che gli estremisti fanno sull’Islam. Si tratta di affermazioni che non hanno a mio parere alcuna legittimità religiosa e che sono inaccettabili sulla base della tradizione legale dell’Islam che proibisce la violenza indiscriminata, l’uccisione dei prigionieri o di civili innocenti considerati infedeli».
Yasir Qadhi
Quanto si debba porre l’accento sulle Scritture e quanto sulle questioni geopolitiche è però oggetto di dibattito. Yasir Qadhi era un predicatore salafita fino al 2009. Poi uno dei suoi allievi, Umar Farouk Abdulmutallab, l’attentatore delle «mutande bomba» che quel Natale tentò di farsi esplodere su un volo Klm da Londra, lo ha portato a rivedere le sue priorità. «Era stato un mio allievo ad una conferenza. A quel tempo io evitavo la politica, ma quello che è successo mi ha fatto capire che non potevo più stare zitto. Forse proprio perché stavo zitto i giovani gravitano verso gli estremisti». Oggi Qadhi si è anche allontanato dal salafismo per abbracciare una visione dell’Islam più «indipendente». Sostiene che «c’è bisogno di voci moderate», ma allo stesso tempo avverte che alla radice dell’estremismo non ci sono le Scritture, ma piuttosto il senso di un’ingiustizia verso i musulmani, che porta i gruppi estremisti a legittimarsi come freedom fighters. «Certo, l’Islam ha una teoria della “guerra giusta”, come ce l’ha ogni civiltà che predica di difendere gli innocenti, ma la questione se l’Isis sia musulmano o no non è la domanda fondamentale. La domanda è: quali sono le cause dell’Isis? La risposta non è nelle Scritture, ma nelle ragioni sociali e politiche in Iraq e in Siria, di cui è responsabile l’Occidente». L’imam Webb sostiene di aver provato a parlare di teologia con giovani e meno giovani che considera potenziali prede dell’estremismo. Ma si è reso conto di una cosa: «La maggior parte delle persone che aiuto e che sono influenzate dall’Isis o da altri gruppi hanno problemi esistenziali: povertà, abusi, crisi familiari, questioni emotive, mentali. Molto raramente sono in grado di discutere di teologia, non sono consapevoli dei testi che vietano di uccidere né delle interpretazioni degli studiosi che contestano l’Isis. Infatti spesso sono inconsapevoli perfino delle stesse idee dell’Isis! Per battere l’Isis non servono più teologi, ma servono assistenti sociali, psicologici e sanitari, servono educatori». L’Isis è una ragione in più per pensare a una riforma dell’Islam? Alcuni ne sono convinti. Il giornalista e commentatore Mustafa Aykol ci dice al telefono da Ankara che «i leader jihadisti immergono se stessi nel pensiero e negli insegnamenti islamici, anche se usano la loro conoscenza per fini perversi e brutali». Certo si tratta di interpretazioni estremiste, basate su scuole di pensiero radicali, ma a suo parere l’esperienza dell’Isis dovrebbe portare i musulmani a riflettere sugli aspetti problematici insiti nella sharia, la legge islamica, dalle questioni della parità di genere alla morte per apostasia. «Se non lo facciamo noi direttamente, l’Isis lo farà comunque a modo suo. In un numero della rivista Dabiq, per esempio, contestavano il concetto di Irja, ovvero l’idea di poter procrastinare il giudizio su chi sia o meno un vero musulmano all’aldilà, accusando altri gruppi ribelli in Siria poiché non costringono le donne a portare il velo e non uccidono gli apostati». Se l’idea di riforma è condivisa da alcuni, il dibattito è aperto sulla direzione in cui debba andare. Per Hamza Yusuf è irrealistico pensare a una secolarizzazione del mondo musulmano, mentre invece ad esempio lo studioso Abdullahi An-n’aim è convinto che la stragrande maggioranza dei musulmani oggi non tenda assolutamente verso la sharia, ma al contrario verso uno Stato laico. Influenzato dal movimento riformista islamico del sudanese Mahmoud Mohammed Taha (che fu giustiziato per le sue idee), An-Na’im crede in una compatibilità dell’Islam con il secolarismo e i diritti umani. Il problema — ci dice al telefono dagli Stati Uniti, dove insegna all’Emory College — è che i musulmani non riescono ad argomentare e giustificare questa aspirazione da un punto di vista teologico e questo è oggi il compito degli studiosi. «Quella della sharia resta una nozione romantica, come se al solo evocare la gloriosa sharia, tutti improvvisamente potessimo diventare forti, come se la corruzione potesse essere eliminata. È una fantasia seducente che tende a piacere alla gente. Ed è in parte il risultato di un giustificato risentimento per il comportamento degli Stati Uniti nella regione. Ma la sharia è frutto di interpretazione, è un processo umano. Quando la sharia veniva applicata, prima del periodo coloniale, ciò avveniva in un modo consensuale, in una realtà dove non c’era uno stato centralizzato. Oggi i cosiddetti tradizionalisti dello Stato Islamico, lungi dal tornare ai vecchi tempi, usano la nozione europea di Stato per obbligare la gente a seguire la sharia, la cui applicazione non era mai stata intesa per un contesto simile. E poi c’è la questione su quale parte del Corano usiamo: quello della Mecca che è più inclusivo nel suo linguaggio, con i suoi valori egualitari tra uomini e donne, musulmani e non musulmani; oppure quello di Medina la cui applicazione era legata ad un tempo di schiavitù e sottomissione delle donne?». Per Qadhi una riforma dell’Islam è necessaria, ma non come reazione all’Isis: «Come musulmani dobbiamo riunirci e decidere quello che possiamo cambiare e quello che non possiamo. Ma se questa riforma è una reazione all’Isis, non funzionerà. L’Isis è un fenomeno temporaneo, la riforma deve essere indipendente, altrimenti è destinata a fallire perché macchiata da finalità politiche». An-Na’im è d’accordo: «L’Isis non può durare, ma dopo l’Isis ci sarà un altro Isis. Perciò dobbiamo lavorare sulla teologia e la legge islamica».
Dimitri Bettoni ha scritto questo articolo il giorno dopo l’attentato di Istanbul. Ha evidenziato quattro conseguenze. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso.
“Camminare per le strade di Istanbul, lungo il lastricato di Sultanahmet, il giorno dopo. Vedere la città che cerca di ricominciare, pur ancora stordita, confusa, impaurita. Istanbul è mescolanza di odori, voci e colori, qui caos significa casa. Il vuoto ed il silenzio, invece, inquietano. Mancano le code davanti a Santa Sofia e alla Basilica Cisterna, il frenetico andirivieni dei camerieri nei locali, manca persino l’assalto dei proprietari dei ristoranti, lo ammetto, solitamente quasi molesto, che provano a trascinarti ai loro tavoli. L’invito, se arriva, è apatico, sono molto di più gli occhi puntati verso le strade semivuote, le mani incrociate dietro la schiena, gli sguardi al cielo plumbeo che rotola sul Bosforo che ribolle. Non fraintendiamoci, questa città è enorme, interi quartieri perseverano nelle proprie abitudini. Sultanahmet, però, è un punto sensibile: per gli strati e strati di Storia sotto la patina da agenzia pubblicitaria, e perché questi viali sono calpestati, ogni anno, da dodici milioni di turisti. Undici di loro hanno perso la vita nell’attentato suicida, un numero minuscolo rispetto alla massa di persone che calca quotidianamente queste strade, eppure enorme se ci si sofferma a riflettere sulle molte conseguenze di quanto accaduto. La prima è che undici esseri umani non torneranno a casa. La nazionalità tedesca di dieci di essi, l’undicesimo era peruviano, ha spinto molti a cercare un retroscena. Senza però una dichiarazione d’intenti esplicita, difficile stabilire con certezza l’intenzionalità di colpire cittadini di quella Germania che ha così stretti legami con la Turchia. Più giusto soffermarsi sulle conseguenze: la Germania, i tedeschi, si sentono colpiti comunque, sia che siano stati scelti deliberatamente come bersaglio, sia che la statistica sia solamente una coincidenza figlia del fato. Tedeschi che, tra l’altro, sono il gruppo più consistente di quei dodici milioni di visitatori a cui accennavo prima. In seconda posizione, i russi. E qui arriviamo alla seconda conseguenza di questo attentato: il danno economico e, soprattutto, d’immagine. Difficile pensare che questo 2016 sarà un anno roseo, per il settore turistico turco. “Sapevamo che sarebbe successo, era solo questione di quando”, raccontano i ristoratori di Sultanahmet, con il sospiro di chi ha visto concretizzarsi le proprie paure. “Ora è bassa stagione, si lavora comunque poco, ma quando arriverà la primavera, che succederà?”. Il fascino di Istanbul avrà la meglio sulla paura e sulla follia del gesto omicida? Quanto tempo servirà alla ferita per rimarginarsi? La Turchia non è solo un paese che convive accanto ad un conflitto, quello siriano-iracheno. È un paese che la guerra ce l’ha in casa, con un sudest curdo messo a ferro e fuoco ormai da mesi. Le fotografie che arrivano da alcuni distretti di Diyarbakir o Cizre somigliano fin troppo a quelle di Aleppo o Homs. La terza domanda che aleggia sul dopo attentato è quindi, quale sarà la risposta di Ankara? Se si presta orecchio alla narrativa del governo e dei media che lo sostengono, a questa violenza si aggiungerà altra violenza, non c’è spazio per distinguo e sottigliezze. Nel calderone con l’etichetta “terrorista” sono stati gettati ogni sigla o gruppo ritenuti responsabili di voler smembrare la Turchia, come già è stato fatto con Siria e Iraq: militanti dell’ISIS, gulenisti, curdi del PKK turco o del PYD siriano, insieme alla longa manus russa evocata invece da alcuni editorialisti favorevoli al governo: tutte minacce all’integrità della nazione turca. Il 14 gennaio si è avuta la prima reazione ufficiale post-attentato dell’esercito: raid aerei sull’area di Qandil in Iraq, dove il PKK ha numerose basi logistiche e di addestramento. Sia nelle settimane precedenti l’attentato, sia nelle ore successive, sono stati eseguiti diversi arresti di presunti appartenenti allo Stato Islamico, cinque dei quali accusati di essere legati a Nabil Fadli, l’attentatore. Di Fadli si sa che aveva nazionalità saudita. L’uomo aveva attraversato la Siria per raggiungere la Turchia, dove aveva ottenuto supporto logistico da complici ancora non identificati. Soprattutto, aveva richiesto asilo politico alla Turchia in qualità di rifugiato. La quarta conseguenza del suo gesto riguarda perciò proprio la situazione di quegli oltre due milioni di rifugiati che la Turchia, impartendo una severa lezione di dignità e umanità all’Europa, ospita oggi sul proprio territorio. Riuscirà la coraggiosa politica di accoglienza a sopravvivere alla bomba di Sultanahmet?”
Max è un sacerdote passionista che ho conosciuto sul web. Poche ore fa sul suo profilo fb ha scritto: “Domenica scorsa all’omelia ho parlato di questa intervista, la testimonianza della band che suonava al Bataclan di Parigi la sera della strage. Per far capire cosa vuol dire “responsabilità”, sentirsi chiamati a rispondere ai bisogni degli altri, ad agire immediatamente per il bene di tutti. Ragazzi che hanno preferito rimanere con i loro amici feriti anziché scappare e salvarsi la vita, facendo da scudo con i loro corpi, andando incontro alla morte. La testimonianza è drammatica. Bisognerebbe farla vedere nei licei, nelle scuole.” Ho allora deciso di dare voce al suo desiderio: ecco l’articolo di Paolo Vites da Il Sussidiario e il video tratto da Youtube.
“Vorrei mettermi in ginocchio davanti ai genitori dei ragazzi morti quella notte” dice tra le lacrime Josh Homme, uno dei fondatori degli Eagles of Death Metal che quella sera della strage al Bataclan non era andato a Parigi con il suo gruppo. “Vorrei dire loro sono a vostra disposizione per qualunque cosa, perché davanti a quello che è successo che cosa puoi dire a chi ha perso i propri figli, la moglie, i fratelli? Non ci sono parole e forse è giusto che non ci siano” aggiunge Homme. Gli Eagles of Death Metal dopo un comunicato ufficiale hanno rilasciato adesso la prima testimonianza al sito americano Vice, una lunga video intervista di circa mezz’ora in cui raccontano quello che hanno vissuto quella notte. Visibilmente ancora scioccati, spesso scoppiano in lacrime, si tengono stretti fra loro, posano il capo sulle spalle dell’altro mentre raccontano l’orrore che hanno vissuto. Uno di loro ad esempio si era nascosto in un camerino insieme a molti membri del pubblico. Una ragazza, dice, era ferita gravemente e perdeva molto sangue. In due cercavano di fermare l’emorragia mentre un altro ragazzo aveva trovato nel frigo una bottiglia di champagne che doveva servire per i festeggiamenti del dopo concerto e la brandiva in mano, l’unica arma che avessero per difendersi, mentre sentivano i colpi d’arma da fuoco nel corridoio fuori della porta. Il chitarrista della band commenta: “Voglio dire a chi ama la musica rock e a chi non la ama: stiamo insieme. Io sono qui, sono sopravvissuto e stasera potrò tornare a casa da mio figlio. La musica rock mi ha dato un lavoro, una casa, una famiglia. Ma adesso non posso più far finta di niente, voglio che tutti sappiano che la vita è una cosa meravigliosa. Essere vivi”. Vogliamo tornare a Parigi, aggiunge, ed essere i primi a suonare al Bataclan quando riaprirà. Diversi giornali italiani all’indomani della strage avevano detto che i musicisti erano fuggiti ai primi spari abbandonando i loro fan: questo video dimostra che non è vero. Raccontano nei dettagli quei momenti insieme al pubblico, cercando vie d’uscita, soccorrendosi gli uni con gli altri, facendosi forza. Qualcuno in certa area cattolica ha anche detto che questo è un gruppo satanista che stava invocando il diavolo quando sono arrivati i terroristi, a causa del brano che stavano suonando, Kiss the Devil. Gli EODM sono un gruppo invece che fa la parodia proprio di quel genere di gruppi, li prende in giro: “Quella sera la gente ballava, sorrideva, era felice” racconta uno di loro. Proprio come succede con la vera musica rock. Satana non piange. Gli EODM in questo video invece piangono a lungo. Consigliamo a certi personaggi di guardarselo con attenzione. “Ci siamo dentro tutti in questa cosa, portiamo nel nostro cuore tutti i nostri amici francesi, vogliamo loro bene, e senza di loro non saremmo sopravvissuti” concludono.”
“Ho scelto come gemma la lettera scritta da uomo francese che ha perso la moglie e scrive per lei e per il figlio. Penso regali la speranza”. Questa la gemma di J. (classe quinta). E’ stata una delle prime cose che ho letto dopo gli attentati di Parigi e che ho deciso di pubblicare qui sul blog. L’ho fatto perché non tira in ballo posizioni politiche o punti di vista. Parla di interiorità e della singola reazione di quest’uomo che non vuole cedere all’odio. L’immensa Alda Merini scriveva “La verità è sempre quella, la cattiveria degli uomini che ti abbassa e ti costruisce un santuario di odio dietro la porta socchiusa”. Decidere di non abbandonarsi all’odio è una fatica e un esercizio nei quali credo profondamente, anche se costa sguardi di commiserazione e cenni di presa in giro.
«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio». Antoine Leiris (questa la fonte)
Quello che pubblico ora è un articolo molto interessante, in cui il prof. Martino Diez ragiona tra teologia, escatologia e geopolitica per spiegare il motivo per cui Isis abbia chiamato la propria rivista di propaganda Dâbiq.
“Nella sterminata letteratura di hadîth (le centinaia di migliaia di detti attribuiti al Profeta dell’Islam), alcuni godono da sempre di una fortuna particolare in ragione del contenuto, di una formula particolarmente felice o della loro ampia diffusione, vista come garanzia della loro autenticità. È il caso ad esempio della collezione di 40 hadîth raccolta da an-Nawawî, tradizionista siriano del XIII secolo, e tuttora diffusissima nel mondo islamico. Altre volte invece alcuni hadîth altrimenti dimenticati tornano “di moda” perché sono fatti propri da un movimento militante. È il caso oggi della tradizione che situa la battaglia finale tra le forze del bene e del male nella città siriana di Dâbiq, non lontana da Aleppo. Da quando infatti Isis se n’è appropriato facendone il titolo della sua rivista, questo hadîth è uscito dall’anonimato dei polverosi volumi di tradizioni per vivere una nuova vita sotto le luci del palcoscenico globale. Il genere in cui questo hadîth s’inserisce è quello apocalittico, relativo alle profezie intorno agli avvenimenti che precederanno il Giorno del Giudizio. Come illustra David Cook, autore di diversi studi sul tema, la produzione islamica più antica si contraddistingue, rispetto a quella ebraica o cristiana, per il fatto di non presentare “i Segni dell’Ora” secondo una sequenza narrativa continua, ma allo stato di frammenti, tradizioni isolate che saranno poi gli ulema più tardi a cercare di ricucire in una storia unica. E tra questi frammenti, quasi fermi immagine di un film ancora da girare, s’inserisce anche lo hadîth relativo a Dâbiq. Preceduto dalla consueta catena dei trasmettitori (da Zuhayr ibn Harb; da Mu‘allâ ibn Mansûr; da Sulaymân ibn Bilâl; da Suhayl; da suo padre; da Abû Hurayra), esso recita: L’inviato di Dio disse: «L’Ora [del Giudizio] non si leverà finché i Romani non si accamperanno nel basso corso dell’Oronte (al-A‘mâq) o a Dâbiq. Allora muoverà contro di loro un esercito da Medina, composto dai migliori abitanti della terra. Quando le due schiere saranno sul punto di scontrarsi, i Romani diranno: “Lasciateci mano libera con quelli che hanno preso dei prigionieri tra noi: andremo a combattere loro soltanto”. Ma i musulmani risponderanno: “No, per Dio. Non vi lasceremo mano libera con i nostri fratelli”. E il combattimento divamperà. Un terzo [dei musulmani] si volgerà in fuga sconfitto: Dio non ne accetterà mai il pentimento. Un terzo resterà ucciso: saranno presso Dio i martiri migliori. E un terzo conseguirà la vittoria e non avranno più da temere dissensi: questi conquisteranno Costantinopoli. E mentre si troveranno a dividere il bottino, e avranno appeso le loro spade agli ulivi, ecco Satana griderà tra loro falsamente: “L’Anticristo ha preso il vostro posto nelle vostre famiglie!”. Usciranno allora da Costantinopoli. Quando arriveranno in Siria, Satana uscirà contro di loro. Mentre si prepareranno a combatterlo e stringeranno i ranghi, ecco verrà il tempo della preghiera. Allora Gesù figlio di Maria scenderà [dal cielo] a dirigere la preghiera. Quando il nemico di Dio lo vedrà, si scioglierà come il sale nell’acqua. E se lo lasciasse andare, si scioglierebbe fino a scomparire. Ma Dio lo ucciderà per mano sua e mostrerà loro il suo sangue sulla punta della lancia di Gesù». (Sahîh di Muslim, Kitâb al-fitan wa-ashrât al-Sâ‘a, Bâb fî fath al-Qustantîniyya wa-khurûj al-Dajjâl wa nuzûl ‘Îsâ b. Maryam, hadîth numero 7312, pag. 1073, ed. Dâr Sâdir, Bayrût s.d). Qualche veloce spiegazione, necessariamente parziale, per illustrare il contenuto del testo. Innanzitutto la tradizione è conservata nella raccolta di Muslim (m. 875), considerata dai sunniti come la più autorevole insieme a quella di al-Bukhârî (m. 854). Tale raccolta è divisa in diversi libri, uno dei quali s’intitola Il Libro delle tribolazioni e dei segni dell’Ora. In esso si trova un capitolo (bâb 9) dedicato alla «conquista di Costantinopoli, all’uscita dell’Anticristo e alla discesa di Gesù figlio di Maria». Tale capitolo contiene in realtà unicamente questo hadîth. La formula con cui si apre la tradizione («l’Ora non si leverà finché…») è ricorrente nel materiale apocalittico più antico. Ad esempio nello stesso libro della raccolta di Muslim la si ritrova nel capitolo 14 dove sta scritto: «L’Ora non si leverà finché non uscirà dalla terra dello Hijaz [= la regione di Mecca e Medina] un fuoco che illuminerà i colli dei cammelli a Bosra [in Siria]». Poco prima, al capitolo 12 si leggeva del resto che «l’Ora non si leverà finché» non saranno compiute le conquiste, indicate in quest’ordine: la Penisola Arabica, l’impero persiano, l’impero bizantino. A esse seguirà – come racconta anche il nostro hadîth – l’uscita dell’Anticristo, figura mostruosa che s’impadronisce della terra per qualche tempo prima di essere sconfitta da Cristo, il Messia figlio di Maria che per l’Islam è asceso in cielo al momento della crocifissione. A differenza di altri testi apocalittici, non è difficile ricostruire il contesto dello hadîth di Dabiq e la sua zona di origine: esso infatti è evidentemente nato durante le guerre arabo-bizantine. Nello slancio iniziale delle prime campagne militari i musulmani si impadronirono di tutto il vicino Oriente, ma fallirono la conquista di Costantinopoli. La città rimase da allora e per diversi secoli un obiettivo simbolico, mentre il confine si stabilizzava alle pendici dell’altopiano anatolico. Parlare di confine è in realtà inesatto quando lo si immagini come una frontiera moderna, precisamente demarcata. Si trattava piuttosto di una terra di nessuno di diversi chilometri di larghezza, conclusa da una prima linea di piazzeforti e marche di confine (thughûr in arabo) a cui seguiva una seconda linea di città-fortezze (‘awâsim). Ogni anno, con la bella stagione, i due eserciti conducevano campagne offensive nel territorio nemico, per fare prigionieri e bottino. Si comprende dunque come per gli abitanti della Siria (e per quelli dell’Anatolia bizantina dall’altra parte del confine) lo stato di guerra quasi endemico abbia stimolato la formazione di materiale apocalittico che situa in questo contesto di secolare ostilità i tremendi eventi legati all’avvento dell’Ora. L’ambientazione siriana fornisce dunque un elemento utile alla datazione dello hadîth, che deve essere posteriore alla prima ondata di conquiste (un primo assedio di Costantinopoli ebbe luogo dal 674 al 678 e un secondo nel 717-718) e probabilmente si situa tra la tarda età omayyade e la prima età abbaside, non molto tempo prima della compilazione della raccolta di Muslim. Il confine bizantino-arabo rimase poi sostanzialmente immutato fino alle campagne di Niceforo Foca nel X secolo, che culminarono nella momentanea riconquista della Cilicia e di Antiochia da parte dei bizantini. Nel 1071 tuttavia la decisiva vittoria turca a Manzikert segnava il tracollo dell’impero romano d’Oriente e apriva la strada alla conquista dell’Anatolia e infine di Costantinopoli nel 1453. La Siria del Nord, dopo un ultimo decisivo scontro tra ottomani e mamelucchi, usciva così di scena. Come si può intuire anche da questa sommaria presentazione, lo hadîth di Dâbiq non gode dunque di particolare preminenza nel materiale apocalittico islamico. Altre tradizioni situano infatti gli eventi decisivi del giorno del giudizio in altre regioni o città, ad esempio a Damasco o a Gerusalemme. È stato probabilmente il fatto di essersi impadroniti di buona parte della Siria settentrionale ad aver spinto Isis a dare particolare rilievo a questa tradizione. Il recupero del testo avviene attraverso la sua attualizzazione: i romani di cui si parla, cioè i bizantini, sono infatti riletti come gli occidentali in genere. E dato che la conquista della nuova Roma (Costantinopoli) si è già compiuta, Isis sposta le sue attenzioni, per ora fortunatamente solo mediatiche, verso l’altra Roma. Come osserva Hamit Bozarslan in un’intervista in uscita nel prossimo numero di Oasis, lo Stato islamico si muove su un duplice piano: di razionalità strumentale, tesa alla creazione di una compagine statale, e di irrazionalità, protesa alla dimensione simbolica e a volte schiettamente apocalittica. E proprio per questa duplice logica il fenomeno esige, per essere compreso, di essere trattato su diversi livelli, dalle considerazioni geopolitiche fino alle aspirazioni escatologiche, che per una parte almeno della leadership non sono meno reali dei calcoli strategici immediati.”
Un salto all’indietro di quasi undici anni con questo articolo di Cecilia Tosi su Limes, col quale si inaugura anche una nuova rubrica di cui si può leggere sul sito originale. E’ la storia della lotta solitaria di una donna per ricordare e cercare di chiarire le responsabilità della strage di Beslan. Se poi qualcuno è interessato a conoscere ancora meglio la storia di questa donna, Ella Kesaeva, suggerisco di leggere la presentazione del suo libro “Beslan nessun indagato” sul sito di Mondo in cammino. La foto è di Massimo Bonfatti.
“A prima vista, Ella Kesaeva sembra una donna qualunque, più avvezza ai lavori domestici che alla politica. Invece è una leader, la più coraggiosa del sud della Russia. Sulla cinquantina, piccola e rotondetta, vestita in modo severo e ordinato, Ella ha un profilo decisamente caucasico. Infatti proviene dall’Ossezia del Nord, quella repubblica che ha ottenuto il privilegio dei riflettori solo una volta nella sua vita, quella più tragica: il massacro di Beslan. Ella Kesaeva è il capo dell’unica associazione rimasta a difendere i diritti delle vittime, i parenti di quei bambini che nel 2004 furono massacrati nella scuola elementare numero uno. Un gruppo di terroristi, subito bollati dalle autorità come fondamentalisti ceceni, prese in ostaggio l’istituto il primo settembre, quando si festeggiava l’inizio delle lezioni. L’esercito russo intervenne con spietata violenza e il bilancio finale delle vittime raggiunse quota 308. Da allora, Mosca non ha ancora fatto chiarezza sugli autori del massacro né sulle vere cause della morte dei bambini e dei loro genitori. Ella sostiene che fu l’intervento dell’esercito a mietere i morti e che tutto l’attacco era stato preordinato. Per questa sua posizione, viene minacciata ogni giorno e rischia la galera, ma lei non ha paura. LIMES: Cosa è successo veramente a Beslan? ELLA KESAEVA: Centinaia di bambini che potevano salvarsi sono stati uccisi per dare una dimostrazione della forza del Cremlino e della necessità di combattere più aspramente il terrorismo. Finché la scuola è stata in mano ai sequestratori, seppur in condizioni disperate, tutti i bambini erano vivi tranne una ragazzina diabetica che aveva finito l’insulina. Ma con l’intervento dell’esercito, un terzo delle persone che erano nella scuola è stato ucciso. Mia figlia e mio nipote sono usciti da una finestra mentre è avvenuto l’assalto, ma mio nipote non è mai riuscito ad arrivare: l’hanno ucciso tre pallottole dei soldati mentre stava scappando. Le autorità avevano fatto circondare la scuola da tre anelli di agenti che ci impedivano di avvicinarci. Quando siamo riusciti a penetrare nel primo cordone ci hanno stretto tra un cerchio e l’altro, ci hanno imprigionati. In quei trenta minuti alcuni degli ostaggi si sono trasferiti nel refettorio, poi le Forze di sicurezza russe hanno cominciato a lanciare razzi sulla palestra, e infine su tutto l’edificio. Alla fine per terra c’era un mare di bossoli, che le autorità hanno fatto sparire. Erano bossoli di lanciarazzi piazzati sui tetti delle case vicine. Proiettili esplosivi i che raggiungono la temperatura di 800 gradi in un secondo e che bruciano i corpi esternamente mentre fanno letteralmente bollire le viscere. È questa la morte che hanno ricevuto le vittime di Beslan. Quindi il massacro non è colpa dei sequestratori? Ovviamente è colpa anche dei sequestratori, ma chi li ha manovrati? Della banda di attentatori, 7 dovevano essere in prigione in quel momento e invece erano stati liberati alla vigilia del massacro. Ho visto personalmente i documenti in cui un colonnello dell’esercito russo autorizzava la liberazione di questi prigionieri. Poi si è aggiunta la violenza dell’incursione, sferrata con carri armati e lanciarazzi, un’attrezzatura da guerra, non da intervento di polizia. Sperate ancora nella giustizia? Per qualche mese ci abbiamo sperato, ma poi ci siamo resi conto che dietro il massacro c’erano i generali e dietro di loro il governo. Quel massacro serviva al potere per varare una legge più repressiva sulla libertà d’espressione. Nessuno ha mai ammesso che c’era stata della premeditazione nel massacro, anche se noi abbiamo i testimoni. Sulle responsabilità dell’esercito si è pronunciato anche Savelyev, matematico esperto di balistica che faceva parte della commissione di inchiesta istituita dal governo, ma il Cremlino ha dichiarato che non c’era nessun lanciafiamme. Allora abbiamo seguito il consiglio di Anna Politkovskaya e ci siamo appellati alla Corte di Strasburgo, che non si è ancora pronunciata. L’Osce intanto ha affermato che le autorità russe non hanno fatto chiarezza sull’accaduto. Come si vive oggi in Caucaso? I ceceni stanno mandando i loro estremisti nelle altre repubbliche del Caucaso, destabilizzando le aree fuori dai propri confini e migliorando la situazione all’interno, dove si gode anche di un certo grado di libertà. In Cecenia, ad esempio, c’è la libertà di registrarsi come ong. In Ossezia, invece, visto che è da sempre considerata la repubblica più fedele del Cremlino, non è ammessa nessuna apertura e nessuna critica. Non ci sono organizzazioni non governative a parte la mia, che non è autorizzata a registrarsi. Ci sono controlli a tappeto, non c’è telefono che non sia intercettato e non c’è giornalista libero di scrivere. Eppure lei e sua sorella lottate ancora… Io resisto, anche se le forze di sicurezza hanno fatto varie incursioni nei nostri uffici e ci impediscono di lavorare liberamente. Qualche anno fa è venuto un gruppo di storici dalla Repubblica Ceca per fare delle interviste. Volevano visitare un monastero, ma la polizia li ha fermati, ha detto che c’erano delle segnalazioni su stranieri pericolosi. È arrivato un funzionario dell’Fsb e non solo ha bloccato l’escursione, ma ha espulso i cechi per 5 anni! Mia sorella, dopo aver perso sia i figli che il marito, sta cercando di ricostruirsi una vita e ora ha preso in affidamento un bambino. Sua figlia si è salvata e oggi vive a Mosca, ma i Suoi due nipoti sono morti: come ha reagito sua sorella? Dopo i funerali non riusciva più a dormire. Cominciò a frequentare le madri delle vittime, ma la mia famiglia era molto in ansia per lei. Impossibile anche soltanto concepire come un dolore simile possa rovesciarsi su di un’unica persona, tanto era pesante il fardello che le toccava sopportare. Ma lei era sorprendente, quasi stoica nell’affrontare un dolore così grande. Di giorno cercava di sbrigare qualche faccenda, poi le commemorazioni settimanali la distraevano. Non l’ho mai sentita dire: «Ecco, i terroristi erano musulmani». Un vero fedele, diceva, non ucciderebbe mai un uomo. Tantomeno un bambino. Una volta, durante una notte insonne, mi ha detto: «Eppure non riesco a capire perché Dio non abbia preso anche me, perché mi ha lasciata qua?». «Significa che tu hai un altro destino di fronte, significa che devi ancora fare qualcosa su questa terra», le ho risposto. Secondo alcuni critici del Cremlino, anche l’omicidio Nemcov fa parte della strategia repressiva del governo, Lei cosa pensa? Nemcov era un uomo molto rispettoso con i musulmani e non è credibile che sia stato ucciso per oltraggio all’islam. In realtà il suo errore è stato di pubblicare su internet le minacce di morte che aveva ricevuto. In Russia queste cose non si fanno, perché si squarcia un velo che deve rimanere chiuso. Penso dunque che i ceceni lo abbiano ucciso per ordini ricevuti dall’alto, perché lui metteva a rischio il sistema. Nemcov era un’ottima persona, che nelle sue argomentazioni contro Putin non mancava mai di citare il massacro di Beslan, al contrario di molti oppositori che non hanno il coraggio di affrontare una questione tabù come la nostra. Noi ci rivolgevamo spesso a lui perché non aveva paura di difenderci, anche se in Russia nessuno difende le vittime. Adesso i progressisti non sanno più cosa fare. Il clima in Russia è durissimo, i giornali non hanno libertà d’espressione e il Cremlino esercita un potere assoluto.”
Gli attentati di Tunisi della scorsa settimana mi hanno colpito particolarmente perché hanno toccato luoghi che ho visitato in un viaggio di qualche anno fa. Oggi pubblico un articolo di Simone Olmati del 20 marzo (pubblicato su Limes), con alcune foto che ho scattato nel luglio 2008.
“La sparatoria davanti al Parlamento e il successivo attacco all’adiacente museo del Bardo che ha provocato 22 vittime accertate gettano la Tunisia nella guerra regionale al jihadismo (non solo dello Stato Islamico). Un vortice da cui la giovane democrazia nordafricana avrebbe volentieri mantenuto le distanze, come testimoniano le posizioni assunte dal governo di Tunisi in merito alla crisi libica e la replica, ben più esplicita, del primo ministro Habib Essid all’appello interventista dell’Egitto. “Abbiamo preso tutte le misure necessarie”, aveva dichiarato Essid lo scorso 18 febbraio. Un mese dopo, l’attacco terroristico non solo ha smentito nei fatti le parole del premier, ma ha messo in mostra le falle evidenti dell’intelligence e trascinato di peso il paese dei gelsomini nella lotta al terrorismo. L’attentato avrà senza dubbio conseguenze rilevanti sull’approccio che il governo deciderà di adottare per prevenire la penetrazione jihadista. Nel discorso immediatamente successivo all’assalto il premier ha parlato di una “guerra lunga”, ma ha voluto altresì rassicurare i tunisini sul fatto che il governo adotterà contromisure straordinarie per tutelare la capitale e i siti turistici, ben consapevole del danno economico che l’attentato può produrre in termini di riduzione delle presenze turistiche. Il governo stima una perdita di almeno 700 milioni di dollari. Il turismo infatti, sebbene in calo negli ultimi anni, rappresenta pur sempre circa il 15% del pil tunisino.
Nel pomeriggio del 19 marzo è arrivata la rivendicazione del gesto da parte dello Stato Islamico (Is), con un file audio e un testo diffusi via twitter. Entrambi i file dovranno essere vagliati attentamente per accertarne l’attendibilità. Nonostante l’attribuzione del gesto all’Is, la presenza organizzata e strutturata di seguaci di al-Baghdadi in Tunisia non sembra trovare riscontro; così come non sembrano esserci state, ad oggi, affiliazioni ufficiali di gruppi jihadisti locali al “califfato”. I messaggi di sostegno all’Is da parte di alcuni battaglioni di terroristi sembrano più opera di singoli militanti che non delle rispettive leadership, ancora fedeli ad al Qaida. Il battaglione Okbaa Ibn Nafaa rientra in questa casistica. La katiba, operativa al confine tra Tunisia e Algeria, ha rivendicato – tra le altre azioni – l’uccisione di quattro soldati di stanza nel governatorato di Kasserine avvenuta nella notte tra il 17 e il 18 febbraio scorso. Nonostante la katiba (non l’unica operativa in Tunisia) abbia in passato diffuso contraddittori messaggi di supporto allo Stato Islamico (come riporta David Thompson), essa non ha mai giurato fedeltà al califfato ed è, viceversa, ritenuta affiliata alla casa madre Ansar al-Sharia, alla quale garantirebbe un legame “operativo” con al Qaida nel Maghreb Islamico (Aqmi). Le forze attualmente attive in Tunisia sono dunque riconducibili all’ombrello di Aqmi più che allo Stato Islamico. Proprio il giorno prima dell’attentato di Tunisi, era stato uno dei leader di Ansar al Sharia, Wannes Fékih, a preannunciare in un video – dove compare soltanto in foto – “giorni pieni di avvenimenti”. Gli arresti delle ultime ore sapranno dare qualche informazione in più a riguardo.
Stato Islamico o al Qaida, la Tunisia deve preoccuparsi soprattutto del “terrorismo di ritorno”, laddove il paese dei gelsomini più di ogni altro esporta foreign fighters sui fronti caldi di Iraq e Siria. Tali combattenti, arruolatisi in molti casi anche a causa di condizioni di marginalità economica e sociale, potrebbero tornare in patria da militanti estremamente radicalizzati ma soprattutto da esperti combattenti, con tutti i rischi che ne conseguono. Lo scorso 13 febbraio, Rafik Chelli – segretario di Stato incaricato della sicurezza – aveva dichiarato che i jihadisti rientrati dalla Siria sarebbero almeno 500. I due autori materiali dell’attacco al parlamento e al Bardo avrebbero trascorso un periodo in due campi d’addestramento in Libia prima di rientrare, secondo quanto riportato dallo stesso Chelli. Si badi bene, però: la Tunisia non è la Libia. A fronte di un non-Stato petrolifero ai suoi confini orientali, il governo di Tunisi, peraltro già impegnato nella repressione dei movimenti estremisti e nel controllo delle proprie frontiere, dispone delle risorse militari e di intelligence da dispiegare per arginare il fenomeno. È prevedibile che l’esecutivo, come preannunciato ieri dai suoi più alti esponenti, adotterà ulteriori misure a protezione dei siti sensibili. Anche grazie a una tradizione laica di bourghibiana memoria e a una società civile variegata ma adulta, la primavera tunisina non è sfociata in un vuoto di potere colmato da gruppi jihadisti, bensì nelle istituzioni democratiche che oggi sono chiamate ad affrontare la situazione. A tale proposito, dal 24 al 28 marzo si terrà a Tunisi il Forum Sociale Mondiale, confermato dagli organizzatori proprio per non mostrare cedimento alla minaccia terrorista. Sarà un appuntamento importante sia per dimostrare solidarietà alla società civile tunisina, sia per rimettere al centro del discorso temi quali i diritti sociali e lo sviluppo economico sostenibile che potrebbero costituire dei veri argini al reclutamento jihadista, soprattutto all’interno di società a forte sperequazione sociale come quelle arabe.
L’attentato del Bardo, infine, ha dimostrato che la Tunisia non può combattere da sola. Sarà dunque importante che l’Europa e l’Italia in particolare, per ragioni di prossimità geografica e di relazioni storico-economiche, rafforzino la cooperazione con Tunisi nello scambio di informazioni sensibili e di intelligence. Quattro anni fa i paesi occidentali hanno perso l’occasione di dialogare con le forze progressiste, laiche e religiose dei paesi mediterranei lasciando che fossero altri attori regionali a farsi largo tra le pieghe delle rivoluzioni. La Tunisia ha resistito finora, nonostante tutto. Oggi l’Europa e l’Occidente non possono lasciarla sola.
Pubblico in pdf questo Report a cura di Daniel Pescini sulla Libia. Penso sia utile per farsi un’idea della situazione. Daniel Pescini è giornalista e blogger, specializzato in Storia delle relazioni internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. Dopo il Master in Comunicazione Pubblica e Politica presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Pisa, ha curato gli uffici stampa di diversi enti pubblici. E’ stato analista politico per la rivista Equilibri.net, per la quale si è occupato in particolare della sicurezza energetica dell’Unione europea. Dall’ottobre 2012 cura il blog “Geopolitica italiana”, i cui articoli sono stati pubblicati su vari siti di settore e utilizzati anche come testi dei seminari dell’Istituto Alti Studi della Difesa.
Il post che segue è lungo, ne spiego brevemente la struttura: nell’ordine compaiono il video, la traduzione, la storia raccolta da varie fonti internet, il mio commento in corsivo.
PEACE ON EARTH (U2, All that you can’t leave behind) Paradiso Terrestre, ne abbiamo bisogno adesso Sono stanco di tutto questo girarci intorno Stanco del dispiacere, stanco del dolore Stanco di sentire, ripetuto all’infinito che ci sarà pace in Terra Dove sono cresciuto io non c’erano tanti alberi Dove ce n’erano li abbiamo abbattuti ed usati contro i nostri nemici Dicono che ciò di cui ti beffi sicuramente ti sorpasserà E tu diventa un mostro così il mostro non ti distruggerà Ed è già andato troppo oltre chi diceva Che se entri duramente non ti farai male Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega Pace in Terra Parlane a quelli che non sentono nessun suono I cui figli vivono nella terra di pace in Terra Niente “chi” o “perché” Nessuno piange come piange una madre per la pace in Terra Lei non è mai riuscita a dire addio a vedere il colore nei suoi occhi Ora lui è in terra, questa è la pace in Terra Stanno leggendo dei nomi alla radio Tutta la gente, noialtri, non arriveremo a saperlo Sean e Julia, Gareth, Ann e Breda Le loro vite sono più grandi di qualunque grande idea Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega Pace in Terra Di parlare a quelli che non sentono nessun suono I cui figli vivono nella terra di pace in Terra Gesù questa canzone che tu scrivesti Le parole mi si appiccicano alla gola Pace in Terra, lo sento ad ogni Natale Ma speranza e storia non faranno rima Allora a cosa vale? Questa pace in Terra Pace in Terra Pace in Terra Pace in Terra Driiiin Driiiin. Il telefono squilla nella sede di Ulster Television. Sono le 14.30 di sabato 15 agosto 1998. Margareth Hall solleva la cornetta. Dall’altra parte del filo giungono solo poche parole: “C’è una bomba, vicino al palazzo di giustizia a Omagh, 500 libbre, esplosione tra 30 minuti”. Alle 14.32 il telefono squilla anche all’ufficio di Coleraine dei Samaritani. Un uomo comunica alla centralinista che “questo è un allarme-bomba. Esploderà in 30 minuti, a Omagh”. Dopo tre minuti una nuova telefonata giunge all’Ulster Television: “Bomba, Omagh, 15 minuti”. Mezz’ora prima una Vauxhall Chevalier, targata MDZ 5211 – rubata a Carrickmackross, in Contea Monaghan, due giorni prima – viene parcheggiata in Market Street , accanto al negozio SD Kells. Due uomini scendo tranquillamente. I passanti ignorano che, chiusi nel bagagliaio, ci sono 140 chili di esplosivo a base di fertilizzante. Le informazioni sono passate all’agente William Hall a Omagh. La polizia agisce rapidamente. Sgombra l’area, recinta la zona con quelle strisce bianche e gialle diventate un simbolo di lutto, e spinge centinaia di donne e bambini fiduciosi dalla parte opposta di Market Street, la strada principale di questo villaggio del Far West irlandese, quattrocento metri più in là, lontano dalla bomba presunta e proprio sulla bomba vera. Stanno lì, a godersi il sole di Ferragosto, eccezionale a questa latitudine, e il carnevale del paese, con tanto di sfilata e zucchero filato. Stanno lì a fare spese, l’ultima festa prima dell’inizio della scuola, le mamme con i bambini per mano, a scegliere uniformi, quaderni, zainetti. Stanno lì ad aspettare per quaranta lunghi minuti che tutto finisca, magari accasciati per la noia su quella Vauxhall Astra marrone, parcheggiata tra un negozio di tappezzeria e uno di biciclette. Alle 15.10 l’autovettura esplode nel centro della folla. La detonazione fa volare pezzi dell’auto a parecchie decine di metri: 29 morti e oltre 200 feriti. L’intera facciata di SD Kells viene distrutta ed il tetto collassa sul piano superiore. Molte vittime sono all’interno del negozio. Nella parte opposta della strada il Pine Emporium, un negozio di mobili, viene investito in pieno dall’onda d’urto. La proprietaria, Elisabeth Rush, muore all’istante. La potenza della bomba è tale che molti corpi non verranno mai trovati. Scoppiano degli incendi, dovuti al calore. Schegge di vetro e metallo piombano, incandescenti, sulla folla. Esplode anche una tubatura dell’acqua posta sotto la strada. Qualcuno ha fatto schizzare via la vita dai corpi martoriati di ventotto esseri umani scambiati per animali da macello, quattordici donne, nove bambini, cinque uomini. E duecentoventi feriti. Fortunati quelli che già sanno che il loro caro è morto. Pochi, ancora pochi. Le vittime di un tale massacro non hanno più un corpo, tratti distintivi, identità. Le famiglie dei parenti aspettano in un silenzio irreale, con gli occhi rossi e il fazzoletto sulla bocca, nel centro sportivo trasformato in ricovero dei disperati, per sapere se devono piangere un morto, pregare per un ferito, sperare nel miracolo di una riapparizione. E’ stata la strage delle donne e dei bambini. Gli uomini erano giù al fiume per la grande pesca al salmone che è il loro Ferragosto. Le mamme a fare compere. Tre generazioni di donne di una stessa famiglia, Mary di 65 anni, la figlia Avril di 30, e la nipotina Maura di appena 18 mesi, sono morte l’una affianco all’altra. Altre due bambine, due gemelle non ancora nate, sono rimaste per sempre lì, nel ventre della giovane donna uccisa. Anche lei doveva fare compere quel sabato pomeriggio. Lascia un marito che avrebbe dovuto ed ora vorrebbe essere stato con loro. Famiglia cattolica anche questa, uno zio prete ha officiato il rito funebre. «Sono andato subito da loro per far sentire la partecipazione di tutta la nostra comunità. Erano inconsolabili, distrutti. Poi ho visitato i feriti e i parenti nel centro di emergenza, perché il dolore e lo sgomento è di tutti, senza differenze», ci dice il Primate della Chiesa d’Irlanda, Sean Brady, arcivescovo di Armagh, la culla del cattolicesimo irlandese, la patria di san Patrizio. Ha 59 anni e parla l’italiano imparato nei lunghi anni passati a Roma come Rettore del Collegio irlandese. Si arrabbia quando gli chiediamo cosa prova a sentire associare il nome di cattolico e protestante a questa guerra sanguinosa: «Quante volte dovremo ripetere che questa non è una guerra di religione, che le radici di questo conflitto sono solo politiche e storiche? Nell’accordo di pace firmato da tutti i partiti il Venerdì santo, non c’è un solo aggettivo che si riferisca a questioni di religione o alle due comunità. Qui non sono in gioco questioni di fede o il primato del Papa, qui si lotta per una convivenza pacifica tra chi vuole stare con Londra e chi vuole riunire l’isola sotto Dublino. Chi fa ancora riferimento a divisioni religiose è in malafede o agita un facile alibi. Le differenze religiose le affrontiamo con l’ecumenismo, ma qui le questioni sono politiche. Con l’accordo di pace e con il referendum che lo ha ratificato, la stragrande maggioranza dei nordirlandesi ha finalmente deciso che l’unica strada per risolvere queste questioni è il dialogo. I terroristi non hanno più alcun appoggio popolare, sono sempre più isolati. I tempi sono maturi per dire basta a questa violenza. Dopo questa nuova tragedia la gente ha reagito con una grande compostezza, con un lutto comune, non ci sono stati distinguo da parte di nessuno». C’era una comitiva di studenti spagnoli, in visita per un “gemellaggio”, che avevano creduto ai depliant turistici del Nord Irlanda: tornate, venite, finalmente c’è la pace. Un’insegnante e uno studente sono morti, un’altra dozzina in ospedale, i nomi scritti a mano sui fogli appesi alle pareti: Teresa Blanco, Bonita Blanco… Con loro c’erano tre ragazzi irlandesi che li ospitavano, due dodicenni e un amichetto di otto. Sono morti anche loro. Fernando Blasco, un ragazzino spagnolo di 12 anni con la faccia da scugnizzo e un sorriso furbo che sbuca da tutto quello che resta di lui, le sue foto. Il padre era stato ferito gravemente nel 1972 a Madrid in un attentato dell’Eta, i separatisti baschi. Fernando è morto in Ulster. L’amicizia senza frontiere, l’Europa unita dei giovani, ha avuto le sue vittime sacrificali in Ulster. La gente non urla, non grida di dolore, non piange. Non è la rabbia il loro stato d’animo. E’ qualcosa di peggio: stupore, e rassegnazione. L’idea che tanto non c’è verso, che in Irlanda niente mai cambierà. «Sono una persona semplice, non so dire cosa ne sarà della pace in Nord Irlanda dopo questi morti»: non bisogna chiedere a Michael Gallagher del futuro, lui ormai vive del passato, del ricordo di quell’unico figlio maschio, Adrian, un ragazzone alto un metro e novanta, portato via a 21 anni dalla bomba di Ferragosto. Bisogna solo chiedergli di lui, di quel giovane allegro e semplice come il padre, che aveva finito la scuola e faceva il meccanico. Era andato in centro ad Omagh, a Market Street, nella zona dei negozi, per comprare un paio di jeans e delle scarpe da lavoro. Aveva finito gli acquisti, stava tornando alla sua auto quando la polizia lo ha dirottato, assieme ad altre centinaia di persone, verso l’edificio della biblioteca, verso la morte. Tre telefonate di avvertimento dei terroristi segnalavano l’auto-bomba davanti al Tribunale. Invece era parcheggiata all’altro estremo della strada maledetta. Famiglia cattolica, i Gallagher. Famiglia martoriata dal terrorismo. Michael Gallagher quattordici anni fa aveva visto suo fratello morire colpito da un cecchino dell’Ira. «Ci sono voluti anni per superare quella tragedia, per tornare ad una vita normale, serena», racconta distrutto dal dolore. «Adesso tutto ci ripiomba addosso. L’esplosione è stata così forte che si è sentita a dieci chilometri di distanza. Ho capito subito che era successo qualcosa di terribile. Una delle mie figlie ha accesso la televisione, ho rivisto quelle scene di morte che ci tormentano da sempre. Le ho detto: spegni, spegni. Poi, mentre passava il tempo e Adrian non tornava, sono andato all’ospedale. Adrian non era nemmeno lì, solo a sera tardi ci hanno dato la notizia, ma io avevo già capito». Michael Gallagher è un uomo semplice. Piange mentre parla con i giornalisti nella sala della sua villetta appena fuori città, nel verde. La moglie è al primo piano con le due figlie, non vuole vedere nessuno. Michael Gallagher ha una tipografia, stampa biglietti da visita e annunci funebri. Non immaginava certo di dover stampare anche quelli di suo figlio. Questa è l’ambientazione in cui si colloca “Peace on earth” e la sua profonda disillusione. Gli U2 dicono basta, dicono di essere stufi e stanchi di dispiaceri e di dolori, ma soprattutto non ne possono più della continua e infinita promessa che ci sarà pace sulla terra. Basta promesse, la pace è necessaria ora, subito: “Paradiso terrestre ne abbiamo bisogno adesso”. Bono non capisce, non ce la fa più a ingoiare, a mandare giù, a stare a galla: sta annegando e si rivolge all’unico appiglio “Gesù puoi prenderti il tempo di gettare una corda ad un uomo che annega?”. Poi segue un’altra richiesta a Gesù, quella di provare a intercedere presso coloro che hanno creato tanto dolore e che non sono in grado di provare nessun suono, nessun dolore, nessuna compassione e i cui figli comunque vivono sulla terra e avrebbero potuto essere per le strade di Omagh. Non vogliono andare alla ricerca di colpevoli o di ragioni, se mai possono essercene, gli U2: “nessun chi o perché”. Mi viene naturale associare al grido di Bono nei confronti di Dio quello di Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah:
“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.” (Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1980, p. 19) Passano dei nomi alla radio. Sean McLaughlin è uno studente dodicenne di Buncrana. Fa parte della comitiva di ragazzini irlandesi e spagnoli che partecipano a uno scambio. Gioca a calcio, tifa Manchester United ed è un chierichetto. Con lui muoiono anche i compagni Oran Doherty and James Barker (a quest’ultimo si riferiscono i versi “Lei non è mai riuscita a dire addio, a vedere il colore nei suoi occhi”; al funerale la mamma dice di essere rimasta devastata dallo sguardo del figlio morto, uno sguardo che la stava aspettando attraverso dei bellissimi occhi verdi la cui bellezza non era mai riuscita a cogliere). Julia Hughes è una studentessa ventunenne all’ultimo anno della Dundee University: è in vacanza e ha trovato un lavoro stagionale in un negozio di fotografie. E’ stata allontanata dal negozio dalla polizia per essere più al sicuro. Il padre chiede al Reverendo metodista David Kerr perché sua figlia sia stata assassinata: “A questa domanda non c’è assolutamente risposta in questa parte di eternità” è la risposta che ottiene. Gareth Conway è di Carrickmore, ha 18 anni e sta aspettando i risultati del suo esame di ingegneria; gioca a calcio. E’ a Omagh per comprare delle lenti a contatto e un paio di jeans. Sua sorella lavora all’ospedale: è lei a trovare il suo nome nella lista dei dispersi. Gareth muore immediatamente in quanto molto vicino all’autobomba. Ann McCombe, ha 48 anni, è sposata ed è madre di due ragazzi di 18 e 22 anni. Fa parte del coro della Chiesa Presbiteriana. Lavora in un negozio di vestiti e sta passeggiando durante una pausa insieme alla sua collega Geraldine Breslin. La bomba esplode mentre loro vi passano accanto: muoiono istantaneamente. Breda Devine ha venti mesi: la mamma sta acquistando un regalo per il matrimonio del fratello. La mamma avrà bruciature sul 60% del corpo e sarà incosciente per sei settimane, ignara della sorte della figlioletta. Nessuna idea, per quanto importante e nobile, può essere più grande della vita di una persona; nessun ideale può valere il costo di quelle esistenze, di qualunque esistenza. Eppure speranza e storia non sono mai sembrate tanto lontane… (citazione del poeta premio Nobel Seamus Heaney)
Una riflessione di Assunta Staccanella: un’altra profonda voce tra quelle che abbiamo letto insieme in questi giorni. Conoscere, leggere, capire, immedesimarsi: non conosco altra via in questi casi.
“Una babele di voci, alla cui torre ogni giorno si aggiungono nuovi mattoni, verbali e grafici: “Io sono Charlie!” “Un attacco al valore europeo della libertà!” “Sono morte diciassette persone!” (… e altre tre …) “Dietro tutto questo ci sono delle manovre degli americani, è un complotto!” “Le solite ipocrisie: i sauditi frustano un blogger e tutti tacciono!” “Ma perché non c’è una marcia di milioni di persone anche per la Nigeria?” “La religione è alla base della strage di Parigi!” “In nome di un pugno di Dei ci si è sempre combattuti!” “Siamo in guerra santa, siamo in guerra santa!!!” “Dieu n’existe pas – Sì” Oggi, durante la pausa caffè, tra Marta che è stata promossa e Chiara che aspetta un bambino, hanno fatto capolino Boko Haram e Charlie Hebdo, mescolandosi senza soluzione di continuità ai mille discorsi quotidiani. La chiacchiera. Immediata, limpida e amara mi coglie la percezione di essere immersa nella chiacchiera. Heidegger diceva che essa si palesa quando il discorso perde il rapporto autentico con il reale, diffondendosi e ripetendosi in cerchi sempre più ampi, dai quali trae autorità. La chiacchiera è la possibilità di credere di aver compreso tutto, senza alcun vero confronto con la cosa da comprendere: “le cose stanno così perché così si dice”. Per la chiacchiera non esiste più nulla di incerto. Vorrei saper smettere di fabbricare mattoni… ma in questa torre artificiale è tanto difficile sostare, perché cambia continuamente, si ingigantisce in nuovi piani e stanze e scale ed androni, tutti aperti e intercomunicanti, in cui fatico a trovare lo spazio necessario alla riflessione, all’autentica appropriazione, al lavorio che occorre per provare a capire. Devo fare ordine. Comincio dal principio. Torno a pensare in compagnia dei grandi. Dio. Che piccola, immensa parola. Karl Rahner, nel suo Corso fondamentale sulla fede, scrive: “per l’uomo la cosa più semplice e inevitabile nella questione di Dio è il fatto che nella sua esistenza spirituale esista la parola Dio”. L’uomo infatti non ha esperienza immediata della realtà di Dio, come può averla di un albero, o di un sentimento interiore. Queste realtà vengono a noi per prime, quasi evocando una parola che le nomini. Per Dio non è così. La parola “Dio” è il primo, generalissimo modo in cui facciamo esperienza del mistero di Dio stesso. L’esistenza di questa parola è attestata in tutte le lingue e in tutte le culture, indica sempre un essere superiore, causa e ordine della realtà. Anche l’ateismo – o la satira! – contribuisce a far sì che essa viva: nel momento stesso in cui nega l’esistenza di Dio, infatti, l’ateo lo nomina rinnovandone la presenza. Paradossalmente, per sperare che essa scompaia, egli dovrebbe tacere in maniera radicale, non dichiarandosi neppure a-teo. Nella nostra cultura però questa parola è quasi divenuta opaca, dice troppo poco, per cui senza pensarci le affianchiamo degli attributi: padre, signore, celeste … Eppure proprio la sua spaventosa mancanza di contorni ci fa intuire la natura di ciò che indica: qualcosa di ineffabile, il silente, colui che è nel mondo in modo assolutamente diverso, presente e non visto, il tutto fondante. La parola Dio risulta essere l’unica parola che pone l’uomo, ogni uomo credente o meno, di fronte all’ipotesi, o alla possibilità, che la realtà sia sensata, organica e armoniosa, frutto di un progetto unitario in cui sentirsi inseriti, l’unica parola che rende possibile chiedersi “perché” sperando in una risposta. È una parola potente, da non nominare invano. Abita il fondo dell’umanità, è un appello ancestrale, può suscitare rabbia o nostalgia, fastidio o invocazione, ma raramente lascia indifferenti, piuttosto convoca e scuote. E’ una parola attiva, capace di muovere al dono di sé come alla guerra, con intensità impensata. Anche per questo sono sorte le religioni: la religione compone, mette ordine, collega intuizioni ed istinti, regola e incanala. Ha ragione il card. Tauran (Avvenire, 10/01/15), quando dice che le religioni non sono il problema, sono parte della soluzione. Solo che troppo spesso gli uomini non le conoscono, le religioni. Molte volte neppure la propria. “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). Non trovo preghiera più urgente, oggi: “Rabbunì, che noi vediamo” (Mc 10,51).”
Pubblico un articolo di Giorgio Cuscito tratto da Limes per chi voglia avere in cinque minuti un inquadramento generale su Boko Haram e quanto sta avvenendo in Nigeria.
“Nei giorni in cui si è verificato in Francia l’assalto dei jihadisti, cominciato con l’attentato alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, in Nigeria se ne è registrato uno ancor più grave. L’organizzazione terroristica Boko Haram ha condotto feroci attacchi nel Nord del paese, provocando la morte di migliaia di persone. Nel paese africano si sta assistendo a un’escalation di violenza che se trascurata potrebbe creare i presupposti per un altro Stato Islamico (Islamic State, Is), simile a quello operante in Siria e in Iraq.
Gli attentati
Dal 3 gennaio per circa una settimana, Boko Haram ha compiuto un raid nel villaggio di Baga e in quelli circostanti nel Nord Est della Nigeria. Il ministero della Difesa nigeriano afferma che sarebbero rimaste uccise 150 persone, mentre secondo i funzionari locali le vittime sarebbero circa 2 mila, di cui la maggior parte bambini, donne e anziani. Come ha affermato Amnesty International, potrebbe trattarsi dell’attentato “più sanguinoso” mai sferrato da Boko Haram. Nei giorni successivi, l’organizzazione jihadista ha condotto due attentati a Maiduguri e a Potiskum (sempre nel Nord Est del paese), utilizzando delle “bambine kamikaze” con addosso dell’esplosivo. Il primo attacco ha provocato venti morti, il secondo almeno tre. Negli ultimi mesi, Boko Haram si è servita in più occasioni di donne pronte (o forse no) al martirio per condurre attentati, ma secondo il New York Times, il coinvolgimento di bambine sarebbe una pericolosa novità.
Origini di Boko Haram
Boko Haram (che significa “l’educazione occidentale è peccato”),il cui nome ufficiale è Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad (ovvero “persone impegnate per la propagazione degli insegnamenti del profeta e per il jihad”), è un’organizzazione terroristica fondata formalmente nel 2002 da Mohamed Yusuf e guidata oggi da Abubakar Shekau. Il suo scopo è imporre il califfato in Nigeria. Secondo il dipartimento di Stato Usa, avrebbe dei legami con al Qaida nel Maghreb islamico (Aqim), inoltre, lo scorso luglio Shekau ha dichiarato il suo supporto allo Stato Islamico. Nel 2002 Yusuf ha creato a Maiduguri, nello Stato del Borno, un complesso religioso, che include una moschea e una scuola islamica, con la scopo di contrastare l’educazione occidentale. La scuola ha attratto musulmani da tutto il paese, diventando il luogo perfetto di reclutamento. Ma è dal 2009, a seguito della violenta repressione dell’esercito locale, che l’organizzazione jihadista ha cominciato a seminare il panico, compiendo attentati contro edifici delle forze di polizia, scuole, chiese, moschee e uccidendo civili. L’attività di Boko Haram si è intensificata nel 2011, quando in un clima di tensione è stato eletto l’attuale presidente della Nigeria Goodluck Jonathan, del People’s democratic party e appartenente agli Ijaw, un’etnia cristiana minoritaria del Sud del paese. Nell’aprile 2014, Boko Haram ha rapito 276 alunne nigeriane, episodio che ha dato inizio alla campagna mediatica su Twitter, #BringBackOurGirls. Cinquantasette di loro sono riuscite a scappare, ma le restanti non sono ancora libere. Da questa estate l’organizzazione jihadista ha cominciato ad ampliare il proprio raggio d’azione e secondo il Telegraph attualmente controllerebbe un’area di circa 52 mila chilometri quadrati nel Nord Est del paese. Secondo un rapporto sul jihadismo realizzato dall’International centre for the study of radicalisation and political violence in collaborazione con la Bbc, nel mese di novembre Boko Haram è stata la seconda organizzazione jihadista per uccisioni (801 in 30 attacchi) dopo l’Is (2.206 in 306 attacchi). I talebani sarebbero terzi in questa macabra classifica (720 vittime in 150 attacchi). La ferocia di Boko Haram non è una novità. Già lo scorso anno, il National consortium for the study of terrorism and response to terrorism (Start) aveva affermato che nel 2013 questa organizzazione è stata la terza al mondo per attacchi perpetrati, proprio dopo i talebani e lo Stato Islamico (all’epoca ancora Stato Islamico di Iraq e Levante). In questi anni, a causa degli attentati di Boko Haram, circa un milione e mezzo di nigeriani ha abbandonato le proprie case e centinaia di migliaia di persone sono fuggite in Ciad, Niger e Camerun. Peraltro, paesi in cui i jihadisti nigeriani stanno estendendo il proprio campo d’azione. L’ascesa di Boko Haram e più in generale l’instabilità della Nigeria non dipendono solo dalle tensioni religiose tra musulmani (a Nord) e cristiani (a Sud) ma anche dagli interessi tribali e regionali legati allo sfruttamento delle risorse naturali, dalla corruzione dei politici locali e dalla povertà in cui vive la maggioranza della popolazione. Sono queste le vulnerabilità che l’organizzazione jihadista può sfruttare per consolidare il suo potere sul territorio.
Rischi di nuovi attentati
Il quadro che emerge è preoccupante. Con le dovute differenze, il caos in cui regna la Nigeria non è molto diverso da quello che ha favorito l’ascesa dello Stato islamico in Iraq e Siria. Inoltre, in quanto a determinazione Boko Haram ha poco da invidiare all’organizzazione di al Baghdadi e le forze di sicurezza locali necessiterebbero di un concreto sostegno internazionale, visto che non sembrano adeguatamente equipaggiate, addestrate e motivate per fronteggiare da sole la minaccia. Arginare l’ascesa dell’organizzazione jihadista pare indispensabile per evitare che la sua ombra si estenda sul resto dell’Africa nordoccidentale. Dal canto suo, il governo di Abuja dovrebbe porre rimedio ai problemi sociali e politici che caratterizzano la Nigeria, ostacolando l’attività di proselitismo dell’organizzazione jihadista. Il 15 febbraio in questo paese si terranno le elezioni presidenziali e Muhammadu Buhari, politico musulmano del Nord, appartenente al All progressives congress (principale partito d’opposizione), ex generale dell’esercito nigeriano che ha governato il paese dall’83 all’85, è il più importante antagonista di Jonathan. Il suo passato militare, le sue radici e soprattutto il malcontento per la scarsa efficacia con cui l’attuale presidente ha contrastato Boko Haram sono le carte di cui si servirà nelle prossime settimane. Un periodo che probabilmente sarà segnato da nuovi attentati.”
Venerdì scorso, su La Stampa, Massimo Gramellini ha iniziato il suo Buongiorno dal titolo “Checkpoint Charlie” con queste parole: “A chi impugna mitragliatrici per sterminare matite, e a chiunque si sottometta a qualcosa di diverso dalla propria coscienza, ci piacerebbe spiegare che avventura faticosa e fantastica sia la libertà. Ma non lo faremo, perché la libertà non si può spiegare. Si può soltanto respirare senza pensarci, come l’aria, e come l’aria rimpiangerla quando non c’è più. A differenza dei dogmi, non reclama certezze e non ne offre. I suoi mattoni sono i dubbi e gli errori, gli slanci e gli abusi. I suoi confini sono labili, mobili. E la sua rovina è l’assenza di confini, che le toglie il piacere sottile della trasgressione.” Mi è tornato alle mente poco fa mentre, decidendo cosa scrivere in questo post, ho posato gli occhi su una frase di un libro di Fabio Geda che ho da poco terminato di leggere: “… la consapevolezza di quello che avremmo potuto perdere ci regalò la forza di scoprire quello che ancora dovevamo trovare” (“L’estate alla fine del secolo”). Cercavo qualcosa che facesse da guado tra gli eventi di Parigi e la quotidianità del blog, tra l’eccezionalità di tragedie come quelle (e simili o peggiori) e la normalità della vita…