Il silenzio umile dell’ascolto

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Paola Zampieri intervista il teologo Duilio Albarello (Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale) sulla ricerca spirituale e i giovani. “In un tempo in cui il rapporto con il sacro non è più regolato dalle credenze delle chiese, ma dall’espressività e dalla creatività degli individui, la chiesa deve saper tacere e ascoltare, incontrare e testimoniare la bellezza del credere”. Questa la fonte.
Prof. Albarello, quali sono le forme inedite di ricerca spirituale, in particolare, che caratterizzano il mondo giovanile in un’epoca in cui il rapporto con il sacro non è più regolato dalle norme morali o dalle credenze delle chiese, ma dall’espressività e dalla creatività degli individui?
«Nel nostro tempo quel “paganesimo di ritorno”, o meglio quel secolarismo culturale che attorno alla metà del Novecento si affacciava soltanto sulla scena, si è pienamente realizzato e per la verità ha anche cominciato a mostrare i segni del suo logoramento. Uno di questi segni più evidenti, specie a livello giovanile, è la ricomparsa del “sacro” prevalentemente nella forma del soggettivismo spirituale, ossia del cosiddetto bricolage religioso. Tale fenomeno tuttavia, assai prima di essere stigmatizzato, richiederebbe di essere attentamente decifrato. Esso infatti a mio parere è l’espressione ambivalente di quello che alcuni hanno cominciato a chiamare “l’incredibile bisogno di credere” (Julia Kristeva) che si registra nella nostra epoca».
La “fede”, oggi, cos’è?
«In un momento in cui l’unica certezza rimasta sembra essere quella che non vi siano più certezze, il problema maggiore diventa rintracciare le risorse disponibili per attivare una fiducia che si mostri effettivamente fondata, pur senza degenerare per forza in una sorta di “credenza fai da te”. Sotto questo profilo, la “fede” si propone oggi come la questione antropologica per eccellenza, sia sul piano individuale, sia sul piano collettivo: una fede che consenta di continuare o ricominciare a dare credito alla vita, prima ancora che a Dio. Sono sempre di più le persone che avvertono questa esigenza, specie tra le giovani generazioni, ma spesso purtroppo la loro domanda non trova accoglienza nel “recinto” ecclesiale, poiché non disponiamo di strumenti capaci di interpretarla e di accompagnarla».
In questo contesto, come si pone la spiritualità cristiana? Come risponde al bisogno di senso dei giovani?
«A mio avviso, il bisogno di senso si sovrappone proprio a quel bisogno di credere, di cui parlavo prima. A questo riguardo, penso che per intercettare la sensibilità e il coinvolgimento dei giovani – ma non solo – sia indispensabile coltivare la dimensione estetica della fede, o in parole più semplici la “bellezza del credere”. Intendo dire: l’incontro con Cristo che cambia la qualità della vita non può avvenire in un ambiente asettico e in un clima anestetizzante. Purtroppo la sensazione che si prova in molti casi nei percorsi formativi o nelle celebrazioni liturgiche non spinge affatto chi partecipa ad esclamare: “È bello per noi stare qui!”. Eppure una testimonianza ecclesiale, che non accenda i sensi con la luce dello Spirito e non indirizzi gli affetti a percepire il fascino di stringere alleanza con il Signore, è destinata fin dall’inizio a mancare il suo compito».
Occorre spingere sulle leve emotive?
«Sia chiaro, non sto incoraggiando a spingere sul pedale dell’emotivismo per attivare discutibili strategie pastorali di seduzione, che finiscono per confondere la testimonianza del Vangelo con la pubblicizzazione di un prodotto. Intendo solo evidenziare che senza sperimentare la bellezza del credere nel Dio di Gesù sarebbe del tutto impossibile riconoscere la verità della sua Parola e lasciarsi trasformare dalla bontà della sua Presenza».
È l’esempio che muove e trascina.
«La spiritualità cristiana nasce e si costituisce ovunque vi siano un uomo e una donna che attestano quanto sia “bello” – dunque promettente e insieme impegnativo – edificare la propria vita nella compagnia del Signore. Tra il resto, per limitarci a una esemplificazione significativa, l’obbiettivo di una cura pastorale per la ricerca vocazionale dei giovani dovrebbe essere appunto questo: suscitare in essi il desiderio di “avere una storia” con il Signore, di incrociare la propria via con quella percorsa da Gesù, riconoscendo che è davvero la via verso la vita buona».
Quale contributo può portare la teologia per cambiare lo sguardo della chiesa sui giovani?
«A mio avviso si tratta di mettere finalmente in piena luce la portata pratica della “svolta antropologica” maturata nel pensiero teologico del Novecento. Infatti questa “svolta” si basa sulla consapevolezza che sarebbe impossibile dire il Dio di Gesù Cristo senza coinvolgere l’essere umano, la sua esistenza concreta a livello personale e sociale. Anzi, la verità dell’Evangelo individua il terreno di prova decisivo proprio nella sua forza di autentica umanizzazione: se tale forza venisse meno o comunque non fosse più percepita, ne risulterebbe compromesso il carattere affidabile di quella stessa verità».
Qual è la sfida che interpella la chiesa?
«In questa prospettiva, la chiesa è sfidata a lasciar cadere le incrostazioni dottrinali e morali che spesso ancora la paralizzano, per tornare a condividere con le nuove generazioni il suo unico ‘tesoro’: l’umanità eccedente di Gesù Cristo, come forma e forza, che sono necessarie all’“incredibile bisogno di credere”, diffuso nelle nostre società dell’incertezza, per essere autenticamente degno dell’uomo».
Il primo passo da fare?
«Un primo passo, indispensabile, per raccogliere tale sfida da parte della comunità ecclesiale sarebbe quello di tacere, per mettersi davvero in ascolto in particolare delle esperienze concrete dei giovani, con le loro attese e le loro disillusioni, con le loro risposte e i loro dubbi. Solo passando attraverso questo silenzio umile dell’ascolto, sarà possibile per la testimonianza ecclesiale incontrare i giovani in carne ed ossa, in modo da offrire loro quel “giusto senso” dell’esistenza, che ha la sua origine in Dio e che Gesù Cristo intende donare a tutti».

Gemme n° 418

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Questa cavigliera pakistana mi è stata regalata dalla nonna del mio fidanzato; è venuta a mancare lo scorso giugno. E’ stato un episodio che mi ha fatto riflettere molto sulla vita: era tanto tempo che non provavo dolore per la scomparsa di una persona cara. In quell’occasione ho scritto queste parole:
M. aveva 81 anni quando è venuta a mancare. Ricordo ancora quel giorno. Era una bellissima mattinata di luglio ed ero a Lignano, accoccolata sul solito lettino di spiaggia a leggere Vieni via con me di Saviano. Quando d’un tratto a me e G. è arrivata la notizia che stavano cercando in tutti i modi di contattare un parente di M. dall’ospedale ho subito chiuso il libro. Avrà avuto una crisi? Sarà stata male di nuovo? Perché S. non rispondeva? E A. cosa stava facendo di così importante da non poter rispondere al cellulare? Io e G. ci siamo guardati, probabilmente se fosse stato parte dei miei modi di reagire all’ansia, mi sarei mangiata le unghie. Sono tutti saliti in appartamento, tranne io e lui. Volevamo guardare in silenzio il mare ancora un po’, per cercare di convincerci che sarebbe andato tutto bene. Il cellulare squilla. “M. è morta”, gli riferisce sua mamma. Non sapevo cosa fare, cosa dire. Sono sempre stata una frana in alcune situazioni e questa era una di quelle. Mi alzo di corsa e lo abbraccio. Sono sconvolta. L’allegria di una giornata così perfetta era svanita, assieme alle cose intorno, alla brezza, al caldo, alla salsedine. G. mi aveva quasi respinta perché stava per piangere e lui odia farsi vedere mentre piange. Per tutto il sentiero della pineta non avevo mai sentito le cicale rumoreggiare così forte, o forse era solo una percezione dovuta all’incolmabile silenzio che si era venuto a creare. Camminavo svelta, con gli occhi lucidi e quando la sua famiglia ci ha aperto la porta di casa sono scoppiati tutti in lacrime stringendosi in forti abbracci. Sono corsa in bagno e sono scoppiata anche io, ma esattamente come G., odio che la gente mi veda piangere e allora ho messo la faccia sotto l’acqua fredda per qualche minuto. L’ospedale aveva sbagliato numero di cellulare. M. era morta alle 4.00 di quella mattina, e con lei tutta la sua essenza, svanita. In determinati momenti come quello, mi sono sempre resa conto di come la vita non abbia un senso, di come la nostra esistenza sia fugace e fine a se stessa. M. aveva impiegato 81 anni a divenire ciò che era ma era bastata una crisi respiratoria di qualche minuto a farle cessare di esistere. Tutto il suo bagaglio culturale, le sue esperienze, i suoi viaggi, i suoi pensieri più intimi… Perduti per sempre. Tutti quanti impieghiamo una vita intera a raggiungere una forma ultima di noi stessi, ma appena moriamo di noi non rimane che cenere. Per ciò è importante lasciare traccia di se stessi nel mondo, come M. ha fatto in svariate maniere, una fra le quali donarmi una parte, un ricordo di se stessa.
Conoscevo M. da quando ero nata. Mamma del fondatore/maestro della mia società di judo, nonché nonna del mio fidanzato, ex professoressa di lettere, femminista attiva, membro del coro dei partigiani, convinta atea, attivista nei confronti degli omosessuali, esperta della questione israelo-palestinese e totalmente filo-palestinese, grande viaggiatrice e anti americanista. Quindi se penso a M. non penso ad una nonna sulla sedia a dondolo mentre guarda Rai 1. Guidava, si muoveva a piedi, acquistava te eco solidale, era lucida e sembrava avesse più energia di un bambino. Il nostro rapporto era basilarmente nato grazie al judo, poiché lei era una grande ammiratrice della mia società sportiva ed era sempre stata presente agli eventi di società. Dopo qualche anno la nostra amicizia si era fortificata grazie alla mia relazione con G. e quindi in un modo o nell’altro, finivo almeno una volta al mese nel suo appartamento.
G. e M. non erano nipote e nonna. Erano due amici. Quando lui era piccolo, M. é stata la sua compagna di giochi per eccellenza, ma la cosa inusuale è che non portava al parco G. per farlo giocare, ma per giocare con lui. Assieme a lui. Non credo di aver mai visto una relazione così complessa e profonda in tutta la mia vita. Tra di loro c’è sempre stata una sintonia che con i miei parenti io non sono mai riuscita ad avere, un’intesa intima e scherzosa. M. era la voglia di vivere, di agire, di combattere, partire all’avventura. M. era vita. Nel 2013, le è stata diagnosticata una forma di cancro non gravissima, ma che comunque andava curata con dei cicli di chemio. M. aveva viaggiato in tutto il mondo (Pakistan, Palestina, Afghanistan, Turchia, Siria, Vietnam, Egitto, Marocco, Libano, Namibia e Giordania) e negli anni ’90 aveva contratto una malattia autoimmune al ritorno dalla Libia che l’aveva indebolita parecchio distruggendole totalmente le difese immunitarie. Poi si era ripresa, anche se non era mai tornata vitale come prima, ma era la solita M. solo un po’ invecchiata. La notizia del cancro l’ha indubbiamente sconvolta e le ha fatto perdere tutta la voglia di vivere. In due anni sono riuscita ad assistere in maniera impressionante alla degenerazione di una persona, dall’inizio agli antipodi. Era senza ombra di dubbio chiaro che soffriva molto, aveva smesso di mangiare, si chiudeva in casa e diceva no a qualsiasi invito. I cicli di chemio sembravano funzionare ma purtroppo quando una persona vuole lasciarsi morire va incontro ad un processo di totale asservimento alla malattia o alla morte stessa. Nei primi mesi del 2015 sono andata parecchie volte a trovarla in ospedale e tra alti e bassi sembrava guarire. Io e G. le raccontavamo episodi felici e divertenti, cercavamo di farla ridere e per quanto lei si sforzasse, rifiutava qualsiasi tentativo di rallegrarsi. “Su con la vita M.!”, le dicevamo in maniera simpatica continuamente. Lei sorrideva e scuoteva la testa, come se fosse addolcita dalle nostre belle parole ma rassegnata del tutto.
L’ultimo ricordo di M. che ho è prezioso, significativo e paradossalmente stupendo. Avevo deciso di passare a trovarla in ospedale, ero sola e probabilmente le avrebbe fatto piacere vedere qualcuno. Quando sono entrata piano nella sua stanza stava dormendo in posizione fetale, con una mascherina sul viso e le flebo sui polsi. Era così piccola, fragile e mi ricordava tutte le volte che negli anni mi chiedeva di abbracciarla forte e io dovevo fare attenzione a non stringerla troppo per la paura di romperle qualche osso. Le ho preso una mano e l’ho chiamata dolcemente. Quando si è svegliata ho intravisto un barlume di gioia nei suoi occhi ma non ha aperto bocca. Silenzio. “Come stai?” Le ho chiesto stupidamente. Lei ha alzato le spalle e ha sorriso leggermente. Provavo molta tristezza nel vederla così ma non avevo alcuna intenzione di trasmettergliela, e dunque le ho raccontato un sacco di aneddoti simpatici successi in quei giorni a Lignano che sembravano divertirla. “Uno di questi giorni ti porto a Lignano: si, appena ti rilasciano ti vengo a prendere con papà e vieni con noi!”, M. ha iniziato ad accarezzarmi il viso con la mano e a sorridermi in silenzio. Io ero completamente paralizzata mentre faceva l’ennesimo no con la testa: con quel gesto M. mi ha detto più di mille parole.
Questo è l’ultimo ricordo che ho di lei e spero rimanga sempre vivido nella mia mente. Ciò che mi conforta almeno un poco e che sono riuscita a dirle addio promettendole di portarla via per un’ultima volta.” Questa è stata la gemma di S. (classe quinta).
Succede a volte, durante la vita, che la nostra strada si incroci con quella di qualcuno che lascia in noi una traccia profonda. Sono presenze preziose che si fanno sentire anche quando viene a mancare la concretezza dell’esserci fisicamente. Si sono insediate nel cuore e nella mente, i luoghi più importanti dentro ciascuno di noi

Nonostante

s21Ho letto diversi libri e visto diversi film e ascoltato varie testimonianze sui lager nazisti, sui gulag comunisti, sui centri di sterminio cambogiani. Eppure di tanto in tanto compro qualche altro libro e leggo ancora, voglio sapere, voglio conoscere, nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. Oggi ho capito il motivo che sento dentro e a cui fino ad ora non sono riuscito a dare voce, e l’ho trovato proprio in uno di quei libri. Stamattina ho approfittato della bella giornata di sole e mi sono mosso a piedi verso la succursale della mia scuola, quella più distante; essendo, come al mio solito, in anticipo, mi sono infilato in libreria. Ne sono uscito pahncon in mano “L’eliminazione” di Rithy Panh, regista di un film che a volte faccio vedere nelle quinte (“S21. La macchina di morte dei khmer rossi”, 2007). A pag. 25 scrive: “Dunque ho resistito. E’ per questo che la fine di Primo Levi mi amareggia e mi disturba – sì, la parola può sorprendere ma è la verità. L’idea di quest’uomo, sopravvissuto alla deportazione, autore di un grande libro, Se questo è un uomo, senza dimenticare La tregua e Il sistema periodico, che cinquant’anni dopo si butta dalle scale… E’ come se gli aguzzini l’avessero avuta vinta, malgrado l’amore e malgrado i libri. La loro mano ha attraversato il tempo per completare la distruzione, che continua. La fine di Primo Levi mi spaventa.”
Sono parole che mi hanno colpito e che mi hanno fatto pensare che uno dei modi che ho a disposizione per cercare di arginare quella continua distruzione è obbligarmi ad ascoltare, a leggere le parole di chi ha visto e vissuto: nonostante mi venga la nausea, nonostante mi faccia star male, nonostante mi venga la voglia di chiudere quelle pagine e pensare ad altro. No, voglio pensare proprio a quello.