Gemma n° 1963

“Ero molto indecisa, alla fine ho portato due cose molto importanti per me: la musica e una foto di mia nonna. Inizio dalla seconda: mia nonna è morta prima che io nascessi e io porto il suo nome. Nonostante non l’abbia mai conosciuta, è una figura molto importante per me, conosciuta attraverso i racconti delle altre persone: una cosa che mi ha sempre scaldato molto il cuore è che molte persone che l’hanno conosciuta dicono che io somiglio molto a lei. Era una persona meravigliosa e anche assomigliarle per l’1% sarebbe un onore. Ho portato una sua foto che tengo in camera e mi porta molta felicità: c’è lei con un agnellino in un campo. Poi ho portato una canzone degli Artic Monkeys, il mio gruppo preferito: Piledriver waltz. Mi accompagna sempre, sia nei momenti di tristezza che in quelli di gioia.

Guardo e riguardo la foto della nonna di M. (classe terza): c’è una bellissima luce calda, ombre piuttosto allungate, verde e giallo dominano la scena dalla quale emergono le due figure centrali, la nonna e l’agnellino, entrambi intenti nella loro occupazione e incuranti del fotografo. Vi trovo segni del mio passato, della mia infanzia, delle mie origini, e la mente va in questo inizio di primavera…

Gemma n° 1959

“Questa è una foto di circa 10 anni fa scattata in Croazia, l’ultima vacanza fatta insieme ai miei perché poi o per lavoro o per qualche problema di salute non ce ne sono più state. Ancora adesso ricordo di quella vacanza tutti i giorni, tutti i posti visitati e le persone incontrate. Ora vado in vacanza o da solo o con gli amici e sto male per i miei genitori che lavorano tutto l’anno e quelle poche volte che sono a casa non ci vanno. Quest’anno è il loro trentesimo anniversario di matrimonio e mi piacerebbe regalare loro un viaggio.”

Nel film La sedicesima luna il protagonista Ethan Wate afferma: “Sacrificio per molti vuol dire perdita, in un mondo che dice che possiamo avere tutto… ma io credo che il vero sacrificio sia una vittoria, perché richiede una nostra libera scelta per rinunciare a qualcosa o a qualcuno che si ama, per qualcosa o qualcuno che si ama più di se stessi. Non voglio mentirvi, è un rischio. Il sacrificio non allevierà il dolore della perdita ma vincerà la battaglia contro il rancore, il rancore che oscura la luce su tutto ciò che ha davvero valore nella nostra vita.” Sono parole che dedico ai genitori di G. (classe quarta) e anche a G. per il desiderio che ha espresso alla fine.

Gemma n° 1958

“Questa è la mia prima bacchetta (l’altra si è persa in giro per la casa), penso di averla comprata il giorno dopo la prima lezione, è quella con più segni ed è pure scheggiata. Suonare le percussioni penso sia la più grande passione che porto avanti da tanto tempo, ho iniziato dalla prima elementare e poi nella banda dalla terza”.

Il percussionista nigeriano Babatunde Olatunji ha detto: “Lo spirito della percussione è qualcosa che si può sentire ma che non si può afferrare, ti fa qualcosa che ti entra dentro… Colpisce la gente in modi diversi. Ma la sensazione che si prova è di soddisfazione e gioia. È uno stato d’animo che ti fa dire a te stesso: “Sono felice di essere vivo oggi! Sono felice di essere parte di questo mondo!””. Commento così la gemma di V. (classe prima).

Gemma n° 1952

“Inizialmente avrei dovuto portare un’altra cosa, poi in questi giorni ho deciso di cambiare. Mercoledì scorso io e la mia famiglia ci siamo svegliati con una notizia che mai avremmo pensato di ricevere. Mia cugina doveva essere operata al cuore, ma l’intervento era andato male perciò avrebbero dovuto trapiantargli un altro cuore e se non lo trovavano entro 5 giorni le avrebbero staccato le macchine. Alla fine ce l’ha fatta. Quei giorni di attesa sono stati struggenti e non passavano più, volevamo solo che finissero. Credo in quei giorni di avere realmente capito quanto il tempo sia importante, e che non vada sprecato. Penso che una persona riesca a capire il valore della vita solo provando certi dolori. Tante volte, anche se non sembra, diamo per scontate tante cose, è difficile pensare che una persona un giorno c’è e il giorno dopo potrebbe non esserci più. Spesso ci perdiamo in cose che non hanno un senso quando in realtà i veri problemi sono altri. Quello che voglio dire è che è inutile sprecare il tempo dietro a  sciocchezze e dovremmo vivere con più felicità, spesso prendendo esempio dai bambini che riescono ad essere felici con le piccole cose. Per questo ho deciso di portare un disegno fatto dal figlio di mia cugina qualche giorno fa; mentre disegnava continuava a chiedere di sua mamma non sapendo che non la potrà vedere per un po’, ed è comunque riuscito ad essere felice in quel momento semplicemente disegnando. In più vorrei aggiungere che non riesco a capire perché alcune persone preferiscono investire su una guerra, come nell’attuale caso, che potrebbe essere evitata, invece di trovare cure per le malattie, stanno distruggendo intere famiglie, ma soprattutto il futuro dei bambini e dei ragazzi.”

Mi soffermo sull’attenzione che S. (classe terza) ha posto sul disegno del figlio di sua cugina e sul collegamento che ha fatto alla fine della sua gemma con l’attuale situazione. Anni fa mi è stato regalato un volume fotografico sull’attività nel mondo di Emergency: fotografie, numeri, frasi. Sfogliandolo in questi giorni ne ho sottolineate tante, ne riporto una dello storico greco Erodoto: “Nessuno è tanto privo di senno da preferire la guerra alla pace: ché in questa i figli seppelliscono i genitori, in quella i genitori i figli”. Lo stesso avviene quando si considera la vita in generale: ce ne dovremmo andare “in ordine cronologico”, soltanto una volta raggiunta una certa età… ma sappiamo bene che così non è.

Gemma n° 1950

“La mia gemma sarebbe una foto di mia nonna, l’unica cosa di lei che ho ancora. E’ mancata 3-4 anni fa, era una delle persone più vicine a me e anche una delle migliori persone, gentile con tutti, onesta”.

La presenza, la gentilezza, l’onestà: auguro a F. (classe prima) di incarnare i valori che ha riconosciuto alla nonna. L’averli nominati è un gran bel segno.

Gemma n° 1949

“Ho deciso di portare Dear parents di Tate Mcrae. Lei è una ragazza molto giovane, ha pochi anni più di noi. Secondo me è molto empatica. Quando la ascolto mi concentro molto sulle parole che dice e mi colpisce quando riduce tutto a “è solo una ragazza di sedici anni”, facendo riferimento alla strada ancora da compiere o all’imparare sbagliando o stando male. Ascoltavo questo brano in un periodo difficile e mi sentivo un po’ confortata; ammetto anche però che spesso penso “se non fossi stata in quel modo non avrei il carattere che ho adesso”. Quindi, in qualche modo, mi rende anche felice”.

Mi soffermo sulle ultime parole di A. (classe prima) perché mi hanno portato alla mente un’altra canzone, un brano di un cantante italiano decisamente più attempato di Tate Mcrae, Luciano Ligabue. In Il giorno di dolore che uno ha sono presenti tre frasi che riporto: “Quando sembra tutto fermo la tua ruota girerà sopra il giorno di dolore che uno ha… Quando la ferita brucia la tua pelle si farà sopra il giorno di dolore che uno ha… Quando sposti appena il piede, lì il tuo tempo crescerà, sopra il giorno di dolore che uno ha…”.

Gemma n° 1929

“Ho deciso di portare il ricordo dei miei nonni: loro sono morti un paio di anni fa a distanza di un anno l’uno dall’altra. Ho sempre cercato di negare la loro morte, anzi più che negare cercavo di non pensarci in modo da non rendere vera la loro assenza. Però a fine gennaio c’è stato il compleanno di mia nonna e due settimane fa quello del nonno e ho pensato a loro. Ho capito che quando penso a loro non voglio pensare al fatto che non ci sono più: la gemma vuol significare che il loro ricordo è una cosa preziosa che voglio conservare, e che è rimasto sempre presente con me. Penso a loro non come a due persone che non ci sono più nella mia vita ma che ci resteranno sempre; pensare a loro voglio che mi porti felicità e non tristezza. E’ una cosa che ho realizzato da poco il fatto che il loro ricordo sia una cosa preziosa che ho sempre avuto dentro di me”.

La gemma di M. (classe quarta) mi ha fatto pensare ad un testo di Khalil Gibran dal libro Il profeta:
“Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore.
Ed egli rispose:
La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera.
E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle vostre lacrime.
E come potrebbe essere diversamente?
Quanto più penetra e scava il dolore dentro di voi, tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa coppa che fu bruciata nel forno del vasaio?
E non è il liuto che accarezza il vostro animo il legno stesso scavato dai vostri coltelli?
Quando siete gioiosi, guardate a fondo nel vostro cuore e vedrete che solo quello che vi ha dato dolore vi dà ora gioia.
Quando siete dolenti, guardate ancora nel vostro cuore, e vedrete che state in realtà piangendo per quello che vi ha dato diletto.
Alcuni di voi dicono: “La gioia è più grande del dolore”, e altri dicono: “No, il dolore è più grande”.
Ma io vi dico che essi sono inseparabili. Essi giungono insieme, e quando l’uno siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro dorme sul vostro letto.
In verità siete come bilance oscillanti tra il dolore e la gioia. Soltanto quando siete svuotati, siete fermi e bilanciati. Quando il tesoriere vi solleva per pesare l’oro e l’argento, necessariamente gioia o dolore dovranno alzarsi o ricadere”.

Gemma n° 1926

“Ho portato una lettera che ho scritto a Lorenzo Parelli, morto il 21 gennaio a causa di un incidente sul lavoro mentre faceva stage. Con lui ho fatto le elementari e le medie. Il giorno del funerale, a sera, quando sono tornata a casa ho scritto questa lettera.
Ciao Lore,
ci manchi già sai?
Oggi, 02/02/2022 ti abbiamo detto “arrivederci”. Appena sono arrivata e ho visto tutta quella folla di amici, parenti, conoscenti, il mio istinto è stato quello di cercarti; non so perché, ma ti ho cercato tra le persone e quando non ti ho trovato ho sentito un senso di vuoto che non so nemmeno spiegarti. È difficile da capire, ma fino ad oggi non avevo ancora realizzato che te ne saresti andato per sempre. Ad accompagnarti in chiesa c’era il rombo delle moto dei tuoi amici e  sono sicura che a guidarli c’eri tu, tanta la passione che avevi; una cosa te la devo dire: hai degli amici con la A maiuscola e mi rende felice sapere che eri circondato da persone buone e genuine come te. Hai lasciato vuoto un po’ il  cuore di tutti, tante persone che nemmeno conoscevi erano lì a salutarti per l’ultima volta, molti ragazzi hanno preso la tua storia come esempio protestando per la tua morte, per evitare che lassù vengano a farti compagnia altri giovani. Anche se io e te ci eravamo un po’ persi negli ultimi anni, ogni volta che ci incontravamo non mancavano mai le chiacchierate e le risate, sentirti tornare a casa con la moto ed esclamare “aje pariell!!” sorridendo.
Ecco sono queste le cose che mi mancheranno, le particolarità che ti caratterizzavano, le tue abitudini che erano un po’ le abitudini di tutti, le domeniche a sgasare con la moto insieme ai tuoi amici in quel di gonny. Hai unito tutti quanti oggi pomeriggio, stringendoci in un abbraccio ed un pianto di dolore puro, ma non serviva che ci facessi questo scherzo perché succedesse eh!!
Ho abbracciato la tua mamma quando ti abbiamo salutato in cimitero, mi ha riconosciuta e mi ha stretta a sé; l’ho stretta con tutta la forza che avevo, ma la debolezza dettata dal dolore ha prevalso.
I suoi occhi erano spenti, bui, persi perché quella luce te la sei portata lassù proprio tu. Nonostante volessimo consolarla, era lei a fare forza a noi, assicurandoci che tu ci avresti osservato da lassù e dicendoci che eri felice, di questo ne era sicura e proprio mentre lo diceva le si sono illuminati gli occhi per un istante, istante che non dimenticherò mai.
Tanti giornalisti hanno scritto molto su di te in questa settimana, ma nessuno di loro ti conosceva davvero; il tuo obiettivo era essere felice, finire scuola, cominciare a lavorare, divertirti e realizzare i tuoi sogni più grandi e questo non te lo potrà ridare indietro nessuno.
Come ha detto la tua famiglia durante l’omelia: “Lore, tu che ci guidavi verso sentieri sperduti, guidaci ora nel buio che ci hai lasciato affinché non ci perdiamo nel dolore della tua perdita”, anch’io ti chiedo di proteggerci da lassù e stampare un sorriso su di noi ogni volta che ti ricorderemo, proprio come stai facendo adesso mentre ti scrivo questa lettera.
Ti voglio bene, G.
La foto riporta due emoji perché la famiglia ha consegnato a noi ragazzi un foglietto dove c’era scritto che Lorenzo si manifesterà secondo loro attraverso un fiore o una foglia.”

Queste le parole di G. (classe quinta). Penso che non ci sia un dolore più grande di quello di sopravvivere ad un figlio, in particolare quando ciò avviene in giovane età. Credo che sia fuori dalla comprensione umana, fuori dalle logiche, dai pensieri, dalle aspettative. E’ una vita che si spezza e che spezza con sé altre vite, perché nulla può essere più come prima. E’ un punto di rottura e penso che ci voglia molto tempo prima di raggiungere, se mai sia possibile farlo, un nuovo punto di equilibrio. Nuovo, perché quello di prima non si può ricreare.

Gemma n° 1925

“E’ una foto scattata ieri mentre andavo a fare una passeggiata. Non sapevo cosa portare e tornata a casa ho scritto alcuni pensieri fatti durante la passeggiata: ho pensato di condividerli oggi.
Giornata splendida dopo una settimana volata tra pioggia, allenamenti e verifiche, perché non andare a fare una passeggiata nel bosco per schiarirmi le idee?
Non è un periodo facile, non riesco a trovare la motivazione giusta per fare nulla, non trovo uno scopo, il mio scopo, ma magari sono stati solamente giorni faticosi, sono solo stanca.
Esco, cuffiette nelle orecchie, alzo il volume fino a che il rumore dei miei passi non scompare, chiudo la porta di casa e parto.
È stata una camminata di circa 50 minuti in cui ho ascoltato musica ininterrottamente, ma non saprei nominare nemmeno un titolo tra le canzoni ascoltate perché i pensieri erano più assordanti.
Mi sono ritrovata sola, sperduta per il bosco del mio piccolo paesino a fare i conti con me stessa ed è stata la cosa più difficile del mondo. Inconsciamente la mia mente ha iniziato a vagare, a scavare sempre più a fondo nei ricordi, ripensando a quanto successo negli ultimi sei mesi, poi in terza, seconda, prima superiore, fino ad arrivare alla terza media. Qui le riflessioni si sono protratte per più tempo, accompagnate da lacrime e singhiozzi che non riuscivo a sentire a causa del volume troppo alto, come se non riuscisssi ad accettare il mio dolore, come se non avessi il diritto di piangere.
Ad un tratto parte una pubblicità di Spotify che mi strappa un sorriso, ritorno con la testa alla mia passeggiata e mi sento stupida a camminare per i campi sola e piangendo.
Riparte la musica. Ormai penso di essermi sfogata e di poter godermi finalmente la passeggiata, ma ad un tratto, senza volerlo eccoli lì di nuovo, questa volta però sono i ricordi dell’estate tra la prima e la seconda elementare…quella maledetta estate.
Piango.
Cerco di distrarmi, ma l’unica cosa a cui riesco ad aggrapparmi sono i miei amici, più o meno recenti, e tutto d’un tratto mi sento incredibilmente sola, sento un vuoto dentro che ho paura di non riuscire a colmare, ho paura di non farcela, di deludere tutti.
Non riesco più ad ascoltarmi e comincio a correre. Mi sfogo. Ricomincio a camminare.
Arrivata a casa mi accorgo di aver passato l’ultimo tratto di strada senza aver ascoltato né le parole della canzone, né i miei pensieri, come se per un momento tutto il mondo si fosse messo in pausa.
Quanto fa paura restare soli con se stessi”.

E’ difficile commentare la gemma di R. (classe quarta) tanto è ricca di suggestioni, emozioni, riflessioni. Ha premesso di non sapere cosa portare: ci ha portato in classe se stessa, la sua interiorità senza sovrastrutture o artificiali costrutti, un suo momento di fragilità e al contempo di forza. Non poteva farci regalo più grande. E mi ha anche ricordato di ricominciare a fare una cosa che da un po’ non faccio: deserto. Per me ‘fare deserto’ ha sempre significato prendere del tempo per me, isolarmi, appartarmi, mettere a tacere le voci delle cose da fare, degli impegni, delle incombenze e, in questo silenzio, ascoltarmi. Un proverbio tuareg dice Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima. Può far paura restare soli con se stessi, ma penso sia la via da percorrere e che a forza di essere percorsa porti alla nostra anima. E’ tornando da lì che poi il deserto si fa sentiero, si fa viottolo erboso e si fa giardino; è tornando da quel deserto che il “vuoto dentro” si fa pienezza e la “paura di non farcela” si fa sfida e voglia di farcela.

Quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso facci un giro e poi mi dici

Nelle classi del triennio, la settimana scorsa, abbiamo cercato di capire cosa sia successo sulla questione referendum e Corte Costituzionale. Non siamo entrati troppo nel merito del tema dell’eutanasia (a cui dedicheremo delle ore specifiche), ma ho letto l’editoriale della rivista Lavialibera e vi trovo spunti molto interessanti per approfondire ulteriormente la questione. Le parole sono di Fabio Cantelli Anibaldi, vicepresidente del Gruppo Abele, scrittore (autore de La quiete sotto la pelle, sulla sua esperienza nella comunità di San Patrignano, da cui è tratta la docu-serie Sanpa su Netflix), originario di Gorizia.

“Ci sono leggi che difendono dal male che altri ci potrebbero infliggere, ma su ciò che è bene per ciascuno di noi nessuna legge dovrebbe sindacare e decidere, a meno che quel bene sia dannoso per altri. Questo mi pare il nocciolo perlopiù ignorato della questione eutanasia, ossia la facoltà di scegliere la morte qualora la vita diventi insopportabile a causa del dolore fisico e psichico, ostaggio di un’invalidità così vasta e incurabile da toglierle la dignità del poter scegliere e del poter fare: vita ridotta a esserci dolente, inerme, inerte. Prima che per legge è per compassione che a uno sventurato in questa condizione dovrebbe essere concesso di poter morire senza ricorrere al suicidio tramite la somministrazione guidata di farmaci letali, in un ambiente accogliente e riscaldato dalla presenza dei propri cari, in luoghi dove l’occhio, un istante prima di chiudersi, possa perdersi in infiniti di cieli, vette e mari, non sbattere contro fredde pareti d’ospedale o grigi muri urbani.
Unico ostacolo a questa pietosa concessione, l’eventuale opposizione di famigliari o parenti, ma non mi risulta che una persona legata al malato si sia mai opposta a ciò che il malato stesso chiedeva o, se non era più in grado di chiedere, implorava con gli occhi e il corpo: la morte come liberazione dal male, la morte come uscita dall’incubo di un vivere asfissiante perché meccanico. Non mi risulta che ci siano stati famigliari che hanno reagito diversamente da Giuseppe Englaro (padre di Eluana, ndr), Mina Welby (moglie di Piergiorgio, ndr), Valeria Imbrogno (fidanzata di Fabiano Antoniani, ndr), cui è toccata una sorte terribile: non solo soffrire per una persona cara irrimediabilmente invalida ma lottare per liberarla da uno stato vegetativo permanente, come nel caso di Eluana Englaro, o da una vita sentita come una prigione come in quelli di Pergiorgio Welby e Fabiano Antoniani.
Ma perché – poste le condizioni di cui sopra – nel nostro Paese non viene riconosciuta a una persona condannata all’ergastolo di una vita ridotta a mera sopravvivenza la facoltà di porre fine alla pena? Per tre ragioni, mi sembra.
La prima è la rimozione della morte. In Occidente – vale a dire in tutto il mondo, ormai – alla morte che colpisce uno sconosciuto si reagisce con un moto di studiata rassegnazione, ma anche quando si è intimi del defunto la riflessione sulla propria mortalità viene perlopiù elusa, come se a morire siano e saranno sempre gli altri. La maggior parte degli esseri umani vive come se fosse immortale e le conseguenze della finzione sono sotto gli occhi di tutti: la nostra è una società orribile, fondata su relazioni strumentali e posticce, una società dove il non parlare di morte si traduce in violenze esplicite come quelle delle guerre o implicite come quella selettiva che regola il mercato economico: mors tua vita mea. Anche nel caso della minaccia incombente e illimitata della pandemia, l’Occidente ha dato il peggio di sé, riuscendo a distogliere lo sguardo. Ecco allora i bollettini quotidiani, i calcoli statistici, le previsioni matematiche: la riduzione della morte a cifra come base di una rimozione di massa, forse la più grande dell’Occidente moderno. Si può immaginare allora quanto una riflessione sull’eutanasia possa risultare sgradita: la scelta del malato di morire per il rifiuto di ridursi a entità organica può rivelare per contrasto l’insensatezza delle vite sane fondate sul puro durare, vite che vivono come se non dovessero mai finire.
La seconda ragione – figlia della prima – è l’assenza di empatia. Per negare a chi è inchiodato a un’incurabile sofferenza il conforto di un accompagnamento alla morte, bisogna eludere una domanda che dovrebbe sorgere spontanea di fronte al dolore altrui, prima ancora di quella su come mitigarlo: “Come reagirei, se fossi al posto suo?”. Il mettersi nei panni degli altri anche – anzi, soprattutto – quando sono panni scomodi è la premessa dell’empatia, ma l’immedesimazione è impossibile in carenza di sensibilità o quando la sensibilità è addestrata a sentire solo ciò che non perturba. Per sentire il dolore degli altri e provarne turbamento bisogna prima aver riconosciuto e accolto la propria alterità: senza quest’inquietante ma decisiva scoperta è impossibile comunicare davvero col dolore del mondo.
Terza ragione: il potere condizionante della dottrina cattolica. Parlo di dottrina e non di fede perché, se vissuta con la necessaria radicalità, la fede non esclude l’inquietudine e anche la crisi di coscienza. La dottrina no: la dottrina decide a priori cosa è bene e cosa è male, e riguardo all’esistenza umana stabilisce – come noto – che essa è un dono di Dio, dono di cui però non è dato disporre. Ma è ancora un dono una vita ridotta a tortura o a stasi vegetativa? È ancora un dono la vita per chi la sente come un incubo, una spoliazione di libertà e dignità? Qui si pone l’antico problema teologico sollevato da Sant’Agostino nelle Confessioni con la domanda “si Deus est, unde malum?”: se Dio esiste, come può esserci il male? Problema che la dottrina aggira attraverso un’acrobazia dialettica sintetizzata nell’articolo 311 del catechismo cattolico, il quale comincia col dire che gli uomini, peccatori all’origine, hanno introdotto nel mondo il male morale “incommensurabilmente più grave del male fisico” per poi concludere che “Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male morale. Però, rispettando la libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene”. Dunque il Dio che ci ha dato in dono la vita, ma non la facoltà di disporne, consente il male morale essendo in grado, dall’alto della Sua onnipotenza, di trasformarlo in bene. Quanto alla malattia invalidante e letale che coglie di sorpresa e senza apparente ragione, la dottrina non parla – verrebbe da dire grazie a Dio – di utilità del dolore in quanto viatico al Cielo, lasciando così intendere che resti valido il principio secondo il quale la vita è un dono divino di cui è impossibile disporre anche quando non è nient’altro che angosciata impotenza, dipendenza assoluta, pena infinita.
Viene da pensare che il problema di fondo della questione eutanasia sia quello sollevato da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, problema della libertà quando, da libero arbitrio, si trasforma in responsabilità. Da sempre ma forse oggi più che mai l’uomo vuole essere libero da leggi e limiti, ma quando la libertà lo pone di fronte a una scelta di coscienza esige un’autorità o una legge che lo sollevi dall’onere di decidere.
Una legge per l’eutanasia difficilmente sarà approvata in un Paese come il nostro, ma se mai accadesse da un lato esulterei, dall’altro non potrei fare a meno di constatare quanto sia orribile sancire per decreto quello che dovrebbe essere un moto istintivo dell’anima. Davvero siamo così corrotti da dover rendere la pietà un obbligo di legge?”.

Gemma n° 1919

“In questi lavori tendo a essere molto personale; la prima cosa a cui ho pensato è stato l’anello che ho al dito, quello che era di mia mamma. Poi a novembre è venuto a mancare mio fratello e quindi è iniziata l’indecisione. Cosa porto? L’anello di mia mamma o il fiocco di mio fratello? Poi a febbraio c’è stato Sanremo e Irama, il mio artista preferito, ha portato Ovunque sarai e l’ha dedicata alla nonna e alle persone che non ci sono più. L’ho sentita molto, davvero tanto, perché rispecchia tante cose a cui penso ogni giorno.

Ho perso la mamma da piccola, mentre mio fratello se n’è andato da piccolo. Questo mi fa capire davvero nel profondo quanto sia importante ogni momento passato con le persone che si amano. Amare quel che si fa, cogliere l’attimo al massimo: se c’è qualcuno a cui volete una marea di bene, diteglielo perché non si sa mai purtroppo nella vita quando potrebbe essere l’ultima volta. Apprezzate ogni istante della vostra vita”.

Quando, anni fa, ho iniziato a fare queste gemme mi ero immaginato uno spazio per dar voce alle cose belle, ai sorrisi, alle emozioni positive. Infatti invito ragazze e ragazzi a portare una cosa per loro significativa, preziosa, luminosa come una gemma appunto. Ed è andata proprio così, solo che stupisce come tante di quelle cose significative, preziose, luminose siano frutto di esperienze dolorose, siano generate dall’elaborazione di una sofferenza. E’ la direzione delle parole di Irama. All’inizio una serie di elementi naturali nei quali si riserva la possibilità di trovare tracce di presenza della nonna (vento, acqua, luce, luna); poi le azioni (in ogni gesto io ti cercherò) e un silenzio non muto (nel silenzio io ti ascolterò); infine la certezza di un rapporto che non finisce (Se sarò in terra mi alzerai, se farà freddo brucerai e lo so che mi puoi sentire). G. (classe terza) prende queste parole, tutti questi verbi declinati al futuro e le sue dolorose esperienze e li fa diventare insegnamento, accorato suggerimento, caldo consiglio a sfruttare al 100% il tempo che ci è dato di vivere e a dirsi i sentimenti belli che ci portiamo nel cuore. Non perdo l’opportunità che G. mi offre in questo contesto: vi voglio un mondo di bene ragazze e ragazzi.

Gemma n° 1914

“Ho scelto questo quadernino di Barbie che mi era stato regalato come diario segreto quando avevo circa 7 anni. Ho iniziato anche a scriverlo, non sono tante pagine, una decina circa tra 2014 e 2016. E’ bello vedere come scrivevo quella volta e come raccontavo le mie giornate”.

Mi soffermo sulle ultime parole di F. (classe prima) e le sintetizzo con un “che bello vedermi crescere”, che bello vedere questo processo potenzialmente infinito e che può durare tutta una vita. E che può essere anche quotidiano. Oggi mi hanno regalato uno di quei calendari che hanno una frase per ogni giorno dell’anno. La prima frase, quella del 1° gennaio è di Eckhart Tolle e dice “Il viaggio esteriore può contenere milioni di passi, il viaggio interiore ne ha uno solo, il passo che compi adesso”. Insomma, tornando al quadernino di F., pagine di diario da scrivere ogni giorno.

Gemma n° 1912

“Fin dall’inizio sapevo che avrei portato una canzone dei Pinguini, il gruppo che mi hanno fatto scoprire le mie amiche. E’ l’unico gruppo che ascoltiamo tutte e quattro, ci unisce e ci lega.
Ridere è una canzone nostalgica che parla di momenti belli e brutti ricordati da due persone che si sono allontanate. Non mi riferisco a questa canzone per qualcosa che mi è successo, ma siccome due del gruppo andranno a fare l’anno all’estero, ogni volta che ascolto questo brano penso al momento della separazione. C’è l’idea del non sapere come cambieranno i rapporti in futuro e c’è la promessa di base di non dimenticarsi a vicenda, che qualsiasi cosa succeda nella vita ricorderemo e racconteremo a qualcuno ciò che si è stati. Voler continuare ad essere una parte fondamentale della vita di ognuna, anche quando per vari motivi saremo lontane fisicamente o psichicamente o perché il rapporto è finito. Loro per me sono state come Tiger e per me saranno sempre una parte fondamentale, qualsiasi cosa possa accadere”.

Quando B. (classe quarta) ha presentato la sua gemma commentandola con queste parole non ho potuto fare a meno di pensare alla sequenza finale del film di Paolo Sorrentino “Le conseguenze dell’amore”.

Gemma n° 1911

“Inizialmente, a settembre-ottobre, avevo intenzione di portare una cosa, un altro oggetto, ma poi a novembre è successo qualcosa cha ha cambiato in peggio la mia vita e quindi ho deciso di portare questo, un semplice anello che può sembrare insignificante e che porto sempre con me qui alla mano sinistra. L’anello mi ricorda la persona che me l’ha dato: mia nonna, per me una seconda mamma. L’anello mi sta dando la forza di andare avanti e la convinzione che, nonostante tutti i problemi, scuola compresa, un giorno tornerà a valer la pena vivere e sentirsi viva”.

La voce di A. (classe terza) è flebile, le parole sono macigni. Essere attraversati da un’esperienza di dolore lancinante segna un’esistenza e c’è bisogno di arrivare al fondo di quel dolore per trovare i segni che ti riportino in superficie dopo la lunga apnea. Il grande dolore ti lascia senza fiato ma poi quei segni ti fanno prima risalire e prendere le prime boccate d’aria e saranno boccate disordinate, esagerate, fameliche di ossigeno. Poi ritroverai il tuo respiro normale, ma prima di riprendere la navigazione avrai bisogno di un po’ di tempo per restare a galla a riposarti dopo quello che hai vissuto e cercare di raccordare il ritmo del cuore e del respiro con quello delle onde. Dopo, soltanto dopo, tornerà il momento di rimettere vento nelle vele e risentirti vivo. Hai ragione A., quel giorno tornerà.

Gemma n° 1906

“Ho deciso di portare questa canzone come gemma perché è il mio portafortuna. La ascolto ogni mattina prima di venire a scuola in corriera oppure quando affronto un viaggio in macchina o in treno. Oltre ad essere molto allegra, regala un momento di leggerezza quando si vivono momenti pesanti.”

Questa la gemma di V. (classe terza). Mi ero già soffermato tempo fa su alcune parole di Buon viaggio di Cesare Cremonini. Oggi punto l’attenzione su altre: Chi ha detto che tutto quello che cerchiamo non è sul palmo di una mano e che le stelle puoi guardarle solo da lontano. Colgo quindi un duplice invito: da un lato a cercare vicino a me ciò di cui ho bisogno, a trovare l’essenziale nella mia vita, dall’altro a guardare da vicino ciò che sembra irraggiungibile, a portare nella mia vita i grandi ideali cui aspirare. Bello come esercizio!

Gemma n° 1901

“Ho deciso di portare il primo vestitino che ho indossato quando sono nata: mi dicono che mi stesse persino grande. Pensare che ora ho 15 anni mi fa provare un po’ di nostalgia e ogni tanto vorrei tornare piccola ed essere coccolata com’era a quel tempo; ancora sono coccolata, però ugualmente vorrei tornare a quand’ero piccolina”.

Penso che abbia ragione A. (classe prima): non è la stessa cosa. Quando coccolo Mariasole le vedo fare una cosa di cui penso siano capaci solo i bambini così piccoli: si abbandona, si affida, è totalmente persa in quella coccola, senza altri pensieri. Se la gode, se la prende tutta quella coccola. Penso che crescendo perdiamo questa capacità, ci viene meno l’abilità di cogliere il 100% di quello che viviamo. Molti li chiamano filtri: a volte sono utili, a volte no.

Gemma n° 1900

“Ho portato questo giocattolino. Mi è stato regalato a 5-6 anni: ero con il nonno ad una fiera piena di bancarelle dedicate alla I guerra mondiale di cui lui era appassionato e, visto che mi annoiavo, mi ha portato in una bancarella di giocattoli e io ho scelto questo. Ora da anni il nonno non c’è più, ma è stato importantissimo per me e quindi questo giocattolo lo conservo come se fosse d’oro e ci tengo tanto tanto”.

Penso sia un segno dei tempi il numero così elevato di gemme dedicate ai nonni. Quella di R. (classe prima) va aggiungersi a tutte le altre in cui si sottolinea il forte legame che si instaura tra nipoti e nonni: d’altra parte, per chi ha la fortuna di averli vicini e in salute, sono una parte fondamentale di una famiglia che vede entrambi i genitori impegnati al lavoro. Dice il papa: “I bambini e i nonni sono la speranza di un popolo. I bambini, i giovani perché lo porteranno avanti, porteranno avanti questo popolo; e i nonni perché hanno la saggezza della storia, sono la memoria di un popolo.”

Gemma n° 1896

“Ho portato una foto: ci siamo io, mia sorella e mio nonno. Siamo a casa del nonno, su questa collina da cui si può vedere tutto il Friuli. In questo posto mi sento libera, mi siedo e non penso a nulla. Ci sono anche due generazioni a confronto: quando ci sediamo con il nonno e lui inizia a raccontare la sua storia, la sua vita, lo ascoltiamo sempre volentieri e ci permette di dare anche alle nostre esperienze altri significati”.

Quelle di A. (classe terza) sono parole e immagini che sanno proprio di Friuli per chi, come me, in questa terra ci è nato e ci è cresciuto, per chi questa terra la ama profondamente. Prendo le parole friulane di Celso Macor da una pubblicazione curata dal collega Gabriele Zanello:
Svualâ senza slaifs
tun zîl diliberât da rimis
e da pauris
cun pinsîrs a slàs, come ch’a’ vegnin
e si fermin culì come zïuladis di anima
tal sburît dal timp.
Volare senza freni / in un cielo liberato da rime / e da paure / con pensieri in disordine, / così come vengono / e si fermano qui come grida di anima / nel precipitare del tempo.
(da Svualâ senza slaifs, 2018, Società filologica friulana)

Gemma n° 1894

“Ho portato questo braccialetto che è anche un regalo. L’avevo preso per mia nonna, ad una gita scolastica a Padova perché a lei piaceva tanto il rosa confetto. Glielo avevo portato e lei lo metteva sempre su, anche nell’ultimo periodo in cui era tanto magra e pertanto le scappava. Quando è morta l’ho tenuto io e ogni sera lo tengo sotto il cuscino.”

Della gemma proposta da F. (classe prima) voglio soffermarmi sull’ultima parte, il posto dove conserva il braccialetto: sotto il cuscino. Immagino che ci appoggi sopra la testa e mi piace pensare che sia un po’ come appoggiarla sopra le gambe della nonna a prendersi una coccola, a lasciare che mani rugose intreccino giovani capelli a stringere nodi tra generazioni impossibili da sciogliere.

Gemma n° 1892

“L’8 luglio mi stavo facendo la doccia e stavo ascoltando Ariete. Mi hanno colpito le parole Mi parli dei drammi a casa e di tuo padre che vuole scappare, mi dici che hai paura e che non sai quanto può continuare. Essere giovani fa schifo e non poter decidere fa tanto male, essere giovani non fa per me, non fa per me. Mi è venuto da pensare a quello che ho passato e ho realizzato che a quel punto lì, dopo tanto tempo, ero finalmente felice, serena. In salotto c’erano due mie amiche, eravamo insieme a Lignano: io sono arrivata piangendo e ho detto Ragazze, venite qua: Ariete ha detto una cosa… e volevo dirvi grazie perché senza di voi non ce l’avrei mai fatta e se sono qui adesso e se sono felice adesso è grazie a voi che siete sempre state con me a supportarmi in qualsiasi momento. Lì è partito un abbraccio di gruppo e un piantino. Questa data quindi è molto importante perché ho realizzato di essere felice dopo tanto e mi ricorda che, anche se dopo ho avuto altri periodi difficili, so che posso tornare ad essere felice, che c’è speranza”.

A. (classe quinta) ha portato una data come gemma. Ora, mentre scrivo, mi sono focalizzato sulle sue ultime parole e ho sentito arrivare da lontano, dal 2001, una canzone che ho molto ascoltato e che mi porta ad una spiaggia, ad una calda ma non torrida luce del tramonto di fine giugno (giornate lunghissime), ad una brezza sulla pelle e tra i capelli, ad uno sguardo fisso sulle onde… le vent nous portera