Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Perché è venuto Gesù e non Dio?

Molto interessante questo articolo di Luigi Accattoli preso da Il Regno 

«Perchè Dio Padre non è venuto lui?»

Le domande impossibili che assediano i credenti

Perché Dio Padre non è venuto lui invece di mandare il Figlio? A lui avrei creduto»: è la domanda più straordinaria che mi sia stata fatta al termine di una conferenza. L’ho ascoltata a Opera (Milano), giovedì 3 maggio, da un operaio con la quinta elementare. «Credere oggi» era il tema dell’incontro che si teneva presso la Biblioteca comunale. Altre domande a cui nessuno potrebbe rispondere mi ero sentito rivolgere in altre serate. «Perché Dio non si fa sentire anche oggi in maniera chiara, come quando chiamò Mosè dal roveto ardente?». «Perché i miracoli li dobbiamo leggere solo sui libri? Se io vedessi un morto che torna in vita allora sì che crederei!».

f095fc0602bd193192b357b58e242afb.jpgSe avremo un corpo perché non potremo amarci?

«Perché non ci sono intorno a noi delle persone con il dono delle guarigioni? Io credo che sarebbe un grande aiuto a credere se il Signore ne mandasse almeno una in ogni città». «Come conciliare il dolore fisico e l’inferno con l’affermazione che Dio è amore?». «In paradiso riconosceremo le persone?». «Se avremo un corpo perché non potremo amarci?». «Come farò a riconoscere il mio bambino che è nato morto e che non mi hanno fatto vedere?». «Nel Regno dei cieli ritroveremo gli animali?».

C’è anche chi mi prende da parte e m’interroga sull’apertura alla vita perché ha già tre figli e il prete gli ha detto che non può usare contraccettivi. Su come comportarsi con una figlia ribelle. O con una sorella «prodiga». Chi mi chiede se non tradisca la moglie morta risposandosi e me lo chiede perché ha sentito che io mi sono risposato. Come perdonare il tradimento del marito. Come si fa a essere cristiani lavorando a Repubblica e al Corriere della sera.

Le domande sui comportamenti le accetto tutte e propongo la mia riflessione. Ma le domande teologiche mi lasciano ammutolito e per fortuna non sono un teologo!

Perché non è venuto il Padre? Chi potrebbe rispondere? Dio nessuno mai l’ha veduto e nessuno può vederlo e restare vivo. Nessuno può azzardare un ragionamento mettendosi dal suo punto di vista. Quando toccò a Mosè entrare in contatto con lui dovette limitarsi a vederlo «di spalle». E ciononostante il suo volto divenne «raggiante» tanto che doveva «velarsi» quando si mostrava al popolo.

Ho provato a dire così a Opera ma il mio interlocutore insisteva: «Se si faceva vedere, io gli credevo».

«Si è fatto conoscere attraverso il Figlio. “Chi vede me vede il Padre”, ci ha detto Gesù».

«Provi a convincermi che debbo credere a quello che degli uomini ci hanno raccontato riguardo a uno che ci ha parlato del Padre».

Ci ho provato ma non ci sono riuscito. Ho detto che ne andava di mezzo la nostra libertà. Che Dio vuole essere amato e non vuole imporsi con la potenza. Manda dunque il Figlio a parlare ai figli. Alcuni ne convince e questi trasmettono agli altri il messaggio, da uomo a uomo. Questa è la via di Dio tra noi. L’uomo è la sua via. Il mio interlocutore scuoteva la testa. Gli ho chiesto se mai avesse posto quella domanda ad altri e mi ha detto che era la prima volta che la faceva in pubblico, ma da tanto la pensava. Proprio a me doveva farla!

I deboli segnali che manda nel mondo

La domanda sul perché Dio parli sottovoce e non si preoccupi di farsi udire bene e da tutti mi era invece arrivata spesso. L’ultima volta ho potuto rispondere seguendo la traccia più autorevole: quella fornita da Joseph Ratzinger – Benedetto XVI nel libro Gesù di Nazaret (Rizzoli, Milano 2007).

Ci assicura il papa – facendoci avvertiti che ognuno può contraddirlo, in quanto parla da cristiano e non da vescovo di Roma – che Dio non tace ma il suo è un «silenzioso parlarci». E’ necessario il dono di una particolare «sensibilità interiore» che ci renda «capaci di udire e vedere i deboli segnali che Dio manda nel mondo».

Sono riflessioni che trovo alle pagine 117 e 116 del volume del papa. A pagina 56 svolge una riflessione più ampia sulla fioca parola di Dio, invitandoci ad accettarne il mistero, che possiamo penetrare solo con lo «slancio del cuore» e come uscendo da noi stessi: «Naturalmente ci si può chiedere perché Dio non abbia creato un mondo in cui la sua presenza fosse più manifesta; perché Cristo non abbia lasciato dietro di sé un ben altro splendore della sua presenza, che colpisse chiunque in modo irresistibile. Questo è il mistero di Dio e dell’uomo, che non possiamo penetrare. Noi viviamo in questo mondo nel quale appunto Dio non ha l’evidenza di una cosa che si possa toccare con mano, ma può essere cercato e trovato solo attraverso lo slancio del cuore, l’esodo dall’Egitto».

Più indifesi di quanto vorremmo

Fin dalla prima lettura del volume questi richiami all’accettazione del mistero sono le righe che più mi hanno segnato. Il papa c’invita a considerare la condizione indifesa in cui i cristiani si trovano nel mondo. Più indifesa di quanto non vorremmo. Privi di qualsiasi prova provata, chiamati a gettare le reti sulla parola del Signore che giunge a noi – appunto – come un «debole segnale».

Dio che parla sottovoce fa parte dunque del mistero. E da qui si può capire la ribellione dell’uomo tecnologico, teso alla funzionalità dei gesti e dei concetti. Di questa ribellione del-l’umanità contemporanea aveva già detto sapientemente l’altro papa in una delle sue parole più profonde: «L’uomo non è capace di sopportare l’eccesso del mistero. Non vuole esserne pervaso e sopraffatto» (GIOVANNI PAOLO II, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, Milano 1994, 44).

Se si sceglie di stare di fronte al mistero anche solo per breve tempo – come forse si addice a un giornalista – si raccolgono rapidamente contrarietà e sberleffi, non tanto in occasione di conferenze ma poniamo con il blog (www.luigiaccattoli.it). Ecco un visitatore agnostico che denuncia «tutta questa enfasi sul mistero», controproponendo una sua idea del cristianesimo come «religione sperimentale», che si fonda «su un fatto tecnico, la risurrezione di un morto, che in sé non ha niente di misterioso».

Prima che nella fede il mistero è nella realtà

Con questo visitatore ho insistito a dire che la parola «mistero» non è affatto inflazionata e andrebbe meglio intesa e amata. Perché dovrebbe disturbare? Chi non crede potrà anzi gradirla come segnale di una minor pretesa del credente, il quale dicendo «mistero» rimanda – per la lingua corrente – a una realtà più grande di cui non sa rendere ragione.

Il visitatore ribatte che di veramente «misterioso» egli conosce solo il coraggio dei cristiani di «credere a tutte le storie» che vengono a noi dalla Bibbia. Controreplico che anche rifiutando le «storie» cristiane il «mistero» resta comunque centrale nella vita dell’uomo: ognuno può capirmi se parlo di mistero della vita, della morte, dell’amore o dell’universo. Prima di essere nella fede il mistero è nella realtà e anche abbandonando la fede biblica il più e il decisivo resta sconosciuto alla nostra mente. Invece di accogliere l’idea di un Padre e Creatore immagineremo di essere capitati per caso in un mondo venuto dal caso, ma «credere» in questo «mistero» della casualità non sarà meno impegnativo.

Anche la speranza nel ritrovamento oltre la morte può essere oggetto di satira da parte di chi pur prova lo strazio della separazione ma ironizza così – con commenti lasciati nel blog – sull’aldilà cristiano: «Se quelli che “partono” e che volevano tanto bene a quelli che restano fossero andati veramente da qualche parte, come pensarli così crudeli da lasciarci qui a piangere disperati quando basterebbe una qualche specie di telefonata?».

Un argomento – questo dell’aldilà – che ci riconduce al concetto di «mistero». Chi crede in Dio – rispondo al visitatore – non crede a un cielo dal quale i beati ci possano raggiungere con qualche sistema fastweb o wireless. Crede a un mistero d’amore dove nulla va perso e ognuno si ritrova, certamente. Ma crede a un «mistero», non a una favola, e dunque si affida a qualcosa che va oltre ogni esperienza e conoscenza. Ciò che troverà il credente sarà «altro» dalla sua aspettativa – impreveduto, strabiliante – tanto quanto quella stessa realtà risulterà sconcertante per il non credente.

Riferisco queste diatribe per dire che nel blog e nelle conferenze mi sono capitati antagonisti decisi, ma nessuno mi è parso più determinato di quell’operaio di Opera che avrebbe preferito fosse venuto il Padre invece del Figlio. A ripensarci, mi sembra di poter dire che il libro del papa sia la migliore risposta a quell’obiezione: in particolare l’introduzione e il capitolo sulle «grandi immagini giovannee», al centro delle quali è quella della vite e del vino, con la parabola dei vignaioli, magistralmente applicata all’oggi dal papa teologo a p. 299: «Dichiariamo Dio morto, così saremo noi stessi Dio!» L’antefatto è appunto quello del proprietario della vigna che invia a trattare con i vignaioli ribelli il suo «figlio diletto».

Approfittiamo del libro su Gesù per amare il papa

Penso che tornerò sul libro del papa ma da subito butto là un’idea per i lettori che hanno qualche contenzioso con Benedetto XVI: approfittino di questo libro per amarlo. Il papa che parla di Gesù non è ciò che tutti attendiamo? Egli ci dà ora questo volume e ne promette un altro. Se non ci va granché il papa che batte sulle «radici cristiane dell’Europa» o sui «principi non negoziabili», non potremmo sintonizzarci con lui ora che affronta l’argomento degli argomenti?

In nulla Benedetto mi risulta vicino come nell’interrogazione sulla fede che caratterizza la sua predicazione. Da papa si è chiesto in che modo possiamo divenire «certi di Dio anche se tace», e ha risposto che la via è la preghiera (cf. Discorso ai vescovi svizzeri, 9.11.2006). La «forza della preghiera, della fede e dell’amore» l’aveva indicata da cardinale come via per «sollecitare Dio» a «lasciarsi coinvolgere» nella storia del mondo (Dio e il mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2001, 62).

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IDENTITÀ E SVENTURA IL SISTEMA DELLE CASTE IN INDIA

In quarta abbiamo affrontato l’induismo e questo articolo di Stefano Vecchia è piuttosto interessante. E’ tratto dal sito di Missione Oggi

 

Radicato, al punto da essere inattaccabile da evoluzione culturale, progresso, leggi e nuove consuetudini, il sistema della caste in India è insieme identità e dannazione. Dipende, ovviamente, in quale contesto socio-religioso si nasce all’interno della multiforme società indiana o all’esterno di essa. E a quale livello di una teoricamente infinita scala evolutiva le azioni precedenti di un individuo (karma) lo pongono alla rinascita.541c292820401538af27305607904e9a.jpg

“Si è sempre cercato di spiegare il fenomeno delle conversioni di tribali o fuoricasta, verso cristianesimo, islam e buddismo come un fenomeno che tendeva alla ricerca di giustizia e uguaglianza. Ma se questo fosse vero, come spiegare e ancor più accettare il permanere di una logica castale nelle fedi dei convertiti, Chiesa cattolica compresa?” – si chiede padre Nithiya Sagayam, segretario esecutivo della Commissione nazionale per la giustizia, la pace e lo sviluppo della Conferenza episcopale indiana -. La discriminazione si situa in profondità nella psiche degli indiani, nella convinzione che quella indiana non sia una società ‘divisa’ (né tantomeno discriminatoria, secondo concezioni occidentali), bensì ‘integrata’. Stabilito per ciascuno un ruolo dalla nascita e messo ciascuno in condizione attraverso l’adesione al Dharma, legge eterna di ispirazione divina, di liberarsi da un carico originario di negatività nel trascorrere delle esistenze, niente altro può esservi al di fuori. Non esistono scappatoie: la salvezza è nella condivisione del sistema castale, nella rinascita sul sacro suolo indiano, nella partecipazione a cerimonie e riti, nel non opporsi all’ineluttabilità del fato in versione hindu.

LE CASTE REGOLANO ANCORA LA VITA DEGLI INDIANI

Forse il sistema della caste va indebolendosi in un’India che macina mode e record, e che sempre più si identifica con le esigenze e le aspirazioni della sua classe media. Tuttavia continua a restare la maggiore e la più solida tra le cornici che definiscono la vita degli indiani, e questo a partire dalla politica. Dove s’incontra uno e forse il maggiore dei paradossi della democrazia indiana. La discriminazione è fuorilegge, ma è legale il riconoscere la sua esistenza e agire per limitarne le conseguenze.

Uno Stato che combatte in nome della democrazia e dell’uguaglianza la discriminazione gestisce un complesso sistema di caste e di tribù regolarmente registrate, e di altri gruppi “arretrati”, distribuendo posti di lavoro pubblico, seggi parlamentari e iscrizioni universitarie.

“Molti sostengono che i cambiamenti, la maggiore mobilità sociale e le più vaste informazioni disponibili favorirebbero la scomparsa delle caste, ma non è vero. Esse si ripropongono invece in nuove forme. Il sistema di sanzioni delle caste sta forse perdendo lentamente terreno, ma nel suo complesso il sistema discriminatorio si riproduce automaticamente – dice ancora padre Sagayam -. Se nei villaggi la discriminazione resta scritta nei luoghi e nelle attività umane, sancita dalle necessità cerimoniali, perpetuata insieme agli interessi che da sempre la sottintendono, quello che inquieta è il suo trasferirsi nelle periferie cittadine e l’associarsi a nuove divisioni, come quelle politiche, economiche, di opportunità”.

LA”CASTALIZZAZIONE” INTERNA ALLA CHIESA

Che nel contesto indiano la Chiesa rappresenti insieme uno stimolo allo sviluppo socio-economico e alla giustizia in un’ottica universale e non solo di stampo occidentale (come viene spesso accusata) è indubbio. Una cartina di tornasole può essere l’opposizione che si trova a fronteggiare da parte di gruppi religiosi radicali e ancor più delle forze politiche ed economiche che li utilizzano a loro beneficio. Tuttavia non si possono ignorare anche altri due aspetti. Il primo è il posto che spetta alla comunità cristiana nel contesto castale; il secondo è la “castalizzazione” interna alla stessa Chiesa. Fenomeni storici non alieni da interessi estranei alla fede ma che hanno finito, ancora una volta, con il diventare tratti precisi e non eludibili della stesa Chiesa indiana, in un contesto che sfuma mito e storia ma che tutto schematizza e organizza. Il raduno di leader cattolici e protestanti che si è tenuto il 29 novembre 2007 a Nuova Delhi (ultimo in ordine di tempo di queste dimensioni) ha voluto ancora una volta sollevare il problema del riconoscimento, anche per i cristiani di origine castale inferiore, dei benefici concessi per legge agli omologhi di altre religioni. I circa 300 partecipanti, membri della Conferenza episcopale dell’India e del Consiglio nazionale delle Chiese (che riunisce diverse denominazioni protestanti e gli ortodossi) si sono radunati all’interno del complesso del Parlamento, normalmente interdetto a qualunque manifestazione. Il segretario della Commissione della Conferenza episcopale per dalit e tribali, padre Cosmon Arokiaraj, ha definito i dalit (un tempo chiamati “intoccabili” o “fuoricasta”) “umiliati, sottoposti ad abusi e considerati arretrati, oltre che essere privati dei diritti costituzionali”. Ha poi proseguito: “Per questo chiediamo giustizia”.

La legge indiana garantisce quote nel pubblico impiego e nei diversi gradi d’istruzione scolastica agli appartenenti alle caste più basse e ai fuoricasta, benefici non riconosciuti a cristiani e musulmani, religioni ugualitarie al cui interno, tuttavia, permangono antiche e spesso dolorose discriminazioni. La Costituzione, se da un lato abolisce il sistema castale, dall’altro prevede iniziative di supporto ai gruppi meno favoriti della popolazione. In India il 60% dei 25 milioni di cristiani sono di bassa casta o fuoricasta e la richiesta sempre più insistente dei cattolici di equiparazione alle caste più basse o ai fuoricasta della galassia hindu indica più una necessità di sviluppo e benessere che la volontà di partecipare a un sistema discriminatorio. La Chiesa non può fare altro che assecondare questa necessità, anche per non vedere crescere al proprio interno le contraddizioni.

PER I CRISTIANI DELLE CAMPAGNE NON C’È SICUREZZA

In ogni religione le caste giocano un ruolo fondamentale. E al loro interno si ripropongono in nuove forme, senza all’apparenza accusare i colpi del tempo e dei mutamenti sociali. Il sistema di sanzioni delle caste sta lentamente perdendo terreno, ma il sistema si riproduce automaticamente. Questo fenomeno, per quanto riguarda fedi egualitarie e di origine esterna al contesto indiano, avviene soprattutto mediante un procedimento di assimilazione di elementi sociali marginali. Come, ad esempio, per i tribali (8% della popolazione), comunemente non considerati hindu (nonostante le pretese in tal senso degli hindu e il loro inserimento come hindu nei censimenti e il loro corteggiamento da parte dei nazionalisti). La maggioranza della conversioni arrivano però, non casualmente, dai dalit. L’associazione a una tradizione universalistica, e a condizioni socioeconomiche in genere migliori, garantiscono loro un’opportunità, ma diventano presto conferma di antiche discriminazioni.

Come dice il leader cattolico di Mumbay, Dolphy D’Souza, “una delle cose che è facile osservare è che per i cristiani delle campagne, sia nelle regioni controllate dal Bharatiya Janata Party (la maggiore espressione politica del nazionalismo hindu), sia dal Partito del Congresso (di ispirazione laicista e oggi presieduto da Sonia Gandhi), non c’è sicurezza. Violenza e insicurezza prevalgono ovunque. Il governo tende a non avere un approccio ‘morbido’ ai nostri problemi, in quanto politicamente contiamo poco. I musulmani ricevono molta più attenzione e riescono ad ottenere di più. Per questo lottiamo, affinché i dalit cristiani vengano inclusi nel sistema delle quote, come è successo nel 1990 per i buddisti”. Ma quali sono le ragioni di questa insensibilità da parte delle istituzioni? Continua ancora D’Souza: “Fondamentalmente i dalit cristiani sono segregati e chiunque può rendersene conto. La loro è una duplice segregazione: all’interno del sistema socio-religioso indiano e all’interno della nostra Chiesa. La Commissione Mishra, istituita negli anni scorsi per valutare l’opportunità di includere nel sistema di quote di cristiani e musulmani, ha stabilito che non ci sono obiezioni all’esclusione dei dalit nel sistema di caste schedate, ma noi non ci arrendiamo e siamo pronti ad arrivare fino alla Corte Suprema. Non capiamo come mai ci vengano negati benefici concessi ad altri. I musulmani sono ora inclusi tra le classi arretrate. La scusa per noi è che i cristiani non credono nel casteismo, ma è un dato di fatto che per i nostri dalit lo status sociale non cambia per il fatto di essere cristiani”.

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Crudeltà contro le foche

E’ iniziato venerdì 28 marzo e continuerà per due settimane il massacro delle foche da parte del governo canadese. La denuncia è stata fatta da alcuni gruppi ambientalisti. Per Greenpeace nelle prossime due settimane saranno 275mila le foche uccise. Secondo il ministro canadese “senza crudeltà”, in modo “assolutamente incomprensibile” per gli ambientalisti che per dimostrarlo hanno diffuso un video che visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=pSAca-qq06s

Da segnalare che anche la Russia oggi dà inizio alla stessa pratica crudele.

Pubblicato in: Etica

Armi vendute dall’Italia

Armi: nuovo record per il made in Italy

estratto di un articolo Riccardo Bagnato (http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=91764)

Nuovo record per l’esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006. Sono queste le prime anticipazioni del Rapporto annuale previsto dalla legge 185 del ’90, e rese note dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione dell’incontro fra alcuni rappresentanti della Rete Disarmo e la Segreteria tecnica del sottosegretario Enrico Letta.

Una crescita contenuta rispetto all’anno passato, quando le autorizzazioni alle esportazioni erano invece aumentate di oltre il 60% sul 2005, ma pur sempre “un trend di crescita dell’export alquanto preoccupante” ha commentato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo presente all’incontro.

Fra gli esportatori primeggia, come volume finanziario, l’MBDA ITALIA con oltre il 18,49% , pari a circa 442,9 milioni di euro, seguita da:

INTERMARINE con il 10,22%, pari a circa 244,8 milioni di euro;

FINCANTIERI con il 7.99%, pari a circa 191,6 milioni di euro

AGUSTAWESTLAND con il 7,93%, pari a circa 190,0 milioni di euro;

OTO MELARA con il 7,0%, pari a circa 167,65 milioni di euro;

GALILEO AVIONICA con il 6,72%, pari a circa 160,99 milioni di euro;

AVIO con il 5,97%, pari a circa 143,1 milioni di euro;

IVECO con il 4,48%, pari a circa 107,3 milioni di euro.

ALENIA AERMACCHI con il 3,98%, pari a circa 95,3 milioni di euro;

ORIZZONTE Sist. Nav. con l’2,48%, pari a circa 59,4 milioni di euro.

Per quanto riguarda, invece, i principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di materiale d’armamento (non considerando le operazioni da compiere nell’ambito dei Programmi Intergovernativi per lo più destinate a Paesi Europei), dopo il Pakistan, al primo posto, merito soprattutto di un’autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA, controllata Finmeccanica), si scopre qualche altro nome a dir poco imbarazzante come Turchia, Malaysia e Iraq. Ma ecco la classifica completa fino al decimo posto:

PAKISTAN con il 19,91% delle operazioni pari a circa 471,6 milioni di euro;

FINLANDIA con il 10,59%, pari 250,96 milioni di euro;

TURCHIA con il 7,37%, pari a circa 174,57 milioni di euro;

REGNO UNITO con al 5,98%, pari a 141,77 milioni di euro;

STATI UNITI con il 5,81%, pari a circa 137,72 milioni di euro;

AUSTRIA con il 5,05%, pari a 119,72 milioni di euro;

MALAYSIA con il 5,04%, pari a 119,28 milioni di euro;

SPAGNA con il 5,02%, pari a circa 118,84 milioni di euro;

IRAQ con il 3,55%, pari a circa 84,0 milioni di euro;

FRANCIA con il 3,48%, pari a 82,39 milioni di euro.

Record, infine, anche per le operazioni autorizzate alle banche che salgono ad oltre 1,2 miliardi di euro. Il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di “uscita progressiva dal settore” annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato, Alessandro Profumo, in attesa, dopo l’acquisito di Capitalia l’anno scorso di definire una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni.

Diminuiscono, invece, le operazioni del gruppo Intesa San Paolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi.

“Preoccupa invece soprattutto la crecita di operazioni di istituti esteri come Deutsche BankBear-Stearns-Troubles  (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) – ha sottolineato Giorgio Beretta della Campagna ‘banche armate’ in occasione della presentazione del Rapporto – e BNP ParibasMassive-Bailout-Planned-for-Banks  (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia – ha aggiunto Beretta – dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere”.

Ma ecco la classifica completa delle prime dieci banche per attività:

UNICREDIT Banca d’Impresa (14,96%)

Deutsche Bank (14,20%)

Banca INTESA SAN PAOLO (11,81%)

Citibank (6,86%)

Banca Nazionale del Lavoro (5,21%)

ABC International Bank PLC (4,74%)

Cassa di Risparmio in Bologna (4,38%)

BNP Paribas (3,95%)

HSBC Bank (2,22%)

Commerz Bank (2,20%)