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La leggenda della “zingara rapitrice”

34711. ROMA-ADISTA. La ‘zingara rapitrice’? Un mito senza alcun fondamento: questi i risultati di una ricerca presentata lo scorso 10 novembre presso Radio Vaticana dalla Fondazione Migrantes. La ricerca, commissionata dalla Fondazione al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona, si è articolata in due diversi studi: il primo – a cura di Carlotta Saletti Salza e ancora in corso di pubblicazione – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione a famiglie gagé (così i romanì chiamano i non romanì); il secondo – a cura di Sabrina Tosi Cambini, già edito con il titolo La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – incentrato sui presunti casi di tentata sottrazione di minori gagé da parte di rom.

I risultati sorprenderanno, forse, quanti in questi mesi hanno cavalcato l’“isteria collettiva” che ha portato, tra l’altro, al pogrom di Ponticelli (v. Adista n. 43/08): sui quaranta casi presi in esame da Sabrina Tosi Cambini nessuno si è concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona (ci sono sì tre condanne, ma per tentato sequestro o tentata sottrazione di minore). Nessun bimbo gagiò scomparso è stato mai trovato tra rom o sinti. Il dato è sconcertante, ha affermato nel corso della conferenza stampa mons. Piergiorgio Saviola, direttore generale della Migrantes, “non tanto in riferimento agli zingari, quanto in riferimento a chi punta il dito verso di loro”: “Sarebbe reato, crimine infamante rapire un bambino, ma non meno infamante e criminoso è attribuire a qualcuno questa infamia senza averne le prove; atto criminoso forse non giudiziariamente perseguibile, che tuttavia grava pesantemente sulla coscienza”. Risultato ancor più inquietante se confrontato con i dati emersi dalla ricerca condotta da Carlotta Saletti Salza: “La scelta – spiega la ricercatrice – è stata quella di condurre una ricerca sull’affidamento e sull’adozione dei minori rom e sinti a partire dai dati relativi alle dichiarazioni di adottabilità registrati presso le sedi dei tribunali minorili”. L’analisi mostra la facilità con la quale “la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura ‘altra’ potesse fare del male al bambino”. “L’intervento di tutela operato in molti contesti – continua la ricercatrice – diventa quindi quello di allontanare, togliere il minore dal suo contesto famigliare, per educarlo, come se la cultura rom non avesse un modello educativo o, per lo meno, come se la cultura rom non avesse un modello educativo valido. I concetti impliciti che precedono questa riflessione propria di molti operatori così come di molti magistrati minorili, vedono il bambino rom come soggetto di una situazione di pregiudizio solo e proprio perché è rom”. “L’antropologia – ha scritto il coordinatore della ricerca Leonardo Piasere nella presentazione al volume La zingara rapitrice – insegna da tempo che spesso una società crea dei miti che rappresentano il contrario di quanto avviene nella realtà”. “Il mito della zingara rapitrice fa pendant con un’altra denuncia, quella di rom e sinti che si vedono ‘sottratti’ i figli dai gagé. Ma quello non è un mito, è una realtà: inquietante e perciò censurata dai gagé e trasfigurata nel suo contrario: la zingara rapitrice”.

Anche il mensile Confronti ha ritenuto necessario, “in questo periodo di ‘strana euforia securitaria’”, un approfondimento sul tema e, con la collaborazione del Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei), ha realizzato un dossier, Mamma li zingari!, allegato al numero di ottobre: “Questo dossier – spiega il direttore di Confronti, Gian Mario Gillio -, è un breve viaggio alla scoperta di un popolo ricco di tradizioni, musiche, storie, e che da tempi lontani abita il nostro Paese, ma non solo: un popolo di pace, che non ha mai fatto la guerra a nessuno”. (ingrid colanicchia)

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Dylan Dog e l’orrore

Traggo da Diogene Magazine un articolo di Mario Menicocci 

In una quieta giornata senza tempo, Dylan Dog è serenamente impegnato a costruire un modellino di galeone quando il consueto urlo, che in quella casa sostituisce il tradizionale campanello della porta, annuncia l’arrivo di un cliente. Qualcuno ha bisogno di aiuto per qualche improbabile mistero. L’investigatore, che è assai disincantato verso il suo lavoro, cerca di dissuadere il cliente, suggerisce rimedi tradizionali o addirittura la visita da un medico, ma è inutile. Scatta la trama: occorrerà ancora una volta guardare in faccia l’orrore.

Il tema costante di Dylan Dog è proprio l’orrore inteso come la cieca, ottusa violenza che si cela subito dietro l’apparente normalità. Appena oltre lo schermo delle belle immagini, della rasserenante sicurezza, si manifesta l’orrore, il vuoto dell’angoscia, l’insignificanza dell’assurdo. Lo specchio appeso al muro è la porta dell’Inferno o per un’altra dimensione; il vicino sorridente e gentile è un serial killer o un morto vivente; la seducente fanciulla un fantasma o un demone. L’orrore quotidiano si cela nella follia lucida del collega sorridente, nella disperazione del piccolo borghese angariato e travolto dalla maleducazione e dall’arroganza; nella solitudine, nell’indifferenza.

Il serial killer della porta accanto gdylan034ka.jpg

Il fumetto gioca sulla rappresentazione di situazioni che si vivono continuamente nel mondo reale, magari proprio nel piccolo e circoscritto contesto in cui conduciamo la nostra vita. È una quotidianità mostruosa perché rappresentata come un’inutile inseguirsi di piccole tragedie prive di senso: un labirinto senza entrata e senza uscita in cui il destino si diverte beffardamente a giocare con la vita degli uomini, il tutto sotto il segno del caos.

Le cause immediate di questa violenza potrebbero apparire di carattere sociale: la solitudine e l’anonimato della moderna società urbana, l’emarginazione prodotta da un sistema economico irrazionale. Ma questa è solo la superficie. Se così fosse si potrebbe, in linea di principio, trovare una soluzione. Al contrario non vi sono soluzioni e Dylan Dog è profondamente pessimista, consapevole dell’inutilità di qualsiasi azione.

Ogni aiuto è solo una goccia nel mare, ogni caso risolto è sempre e solo un successo effimero. Nel susseguirsi di vicende che si rincorrono nei vari albi, i casi risolti in un numero diventano l’occasione di un nuovo delitto in un altro; i clienti soddisfatti di una volta si ripresentano nella parte della vittima.

Dylan e Schopenhauer

In realtà l’origine dell’orrore risiede a un ben più profondo livello: l’esistenza ha un senso o è solo il sogno di un Dio crudele? si domanda il nostro investigatore. La normalità è solo finzione, apparenza di una furia cieca che si manifesta in mille modi ma che è sempre egualmente la stessa. Facile ascoltare in Dylan Dog l’eco di Schopenhauer: presente ovunque, l’orrore non ha luogo ed è in sé sottratto al tempo.

L’uomo è gettato in una condizione che non controlla e nella quale è sempre vittima. Tempo, spazio e causalità, invece d’essere i presupposti per dare senso e costruire il reale, sono la gabbia che chiude gli uomini condannandoli all’irrilevanza. Lo spazio è soggetto a distinzioni qualitative che lo sottraggono al controllo. Il banale negozio di antiquariato Safarà, del sinistro Hamelin, è una porta verso altre dimensioni; la casa di La zona del crepuscolo, dove Dylan Dog giunge non a caso dopo aver attraversato un lago a bordo di una barca guidata da un traghettatore trasparentemente dantesco di nome Charon, è il luogo ove i vivi incontrano i morti. L’indifferente spazio euclideo cede a imprevedibili squilibri qualitativi che si manifestano nella trama ontologica stessa.

Oppure, a un diverso livello, lo spazio è esistenzialmente indifferente, nel senso che l’orrore può manifestarsi ovunque, inatteso. Londra, la città di Dylan Dog, è perfettamente riconoscibile, resa persino nei dettagli, tuttavia è irrimediabilmente anonima, priva di anima, estranea, violenta. Ciò che è domestico può improvvisamente trasformarsi nell’estraneo.

La ragione calcolante, che si avvale del principio di causalità per stabilire i nessi, non funziona e si rivela solo un illusorio modo per cristallizzare una realtà in sé fluida e inafferrabile. In effetti il mondo di Dylan Dog è un mondo liquefatto, nel quale i confini sono continuamente ondeggianti, incerti, fuggevoli. Gli stessi oggetti sembrano ribellarsi alla loro condizione: ne Il mosaico dell’orrore una poltrona divora una ragazza; un attrezzo da lavoro divenuto vivo si trasforma in una terribile arma omicida; un serpente diviene un mostro parlante e un occhio pedala tranquillamente in bicicletta per le vie di Londra.

Gli oggetti perdono il loro statuto ontologico e si trasformano in altro. L’essere svanisce, sembra decadere, andare in  mille pezzi.

L’inutile sforzo della normalità

In questo mondo i soggetti si sforzano di costruire la normalità, ma è un’impresa di Sisifo. Semplicemente gli uomini non sono soggetti autonomi ma figure sballottate da qualcosa che li trascende. Quanto al tempo, non sono solo le esigenze narrative a far vivere Dylan Dog in un eterno presente, vestito sempre allo stesso modo; non sono loro che spiegano perché all’ispettore Bloch manchino sempre poche settimane alla pensione o il maggiolino di Dylan Dog, distrutto in un’avventura, torni nuovo nella storia successiva.

C’è qualcosa di più profondo che impedisce al galeone di esser completato. La dimensione lineare del tempo è infatti sconvolta e il tema dominante delle vicende di Dylan Dog è la ripetizione tragica. In Tre il protagonista viaggia in infiniti mondi paralleli ma trova sempre le stesse situazioni; in Mostri i tre pazienti dell’ospedale sono condannati a vivere sempre gli stessi ritmi imposti dall’istituto; in Nero il destino fatalmente circolare esclude ogni possibile mutamento.

Al pari delle categorie spazio-temporali e ontologiche anche quelle etiche subiscono un ribaltamento. Non c’è alcuna morale universale e tutto è, in fondo, affidato al caso, all’arbitrio.

Non ci sono garanzie di giustizia e Dylan Dog è abbastanza scoraggiato da non aspettarsi nulla di più, dopo un caso, che ritornare a costruire il suo galeone in compagnia di una tazza di tè. La stessa giustizia, quando si realizza, ha le forme distorte del paradosso: il folletto che massacra uno a uno i membri dell’equipe medica non è altro che la scimmia sfuggita alla vivisezione.

Tutte le vicende di mostri, demoni, fantasmi e zombi, tutti i misteri e i segni del paranormale sono in realtà la metafora di un orrore che è tutto interno alla vita di ogni giorno. Disegnare quest’orrore con i segni del super-normale, della fantascienza, del gotico, ha solo lo scopo di farlo meglio risaltare sullo sfondo della banalità quotidiana.

L’orrore è infatti banale, ma gli uomini non ci fanno caso perché abituati alla sua presenza. Proprio perché appartiene a una dimensione profonda tendono a cancellarlo dal proprio orizzonte. Solo in questo modo si spiega come faccia Dylan Dog a riemergere dagli inferi e a tornare a suonare il suo flauto per rilassarsi; come il suo assistente Groucho possa salvarlo dai fantasmi e poi fare battute; come noi si possa vedere in TV una carestia continuando a pranzare.

L’Inferno? Un ufficio burocratico!

Gli stessi demoni sono vittime di questa banalità. L’Inferno non è che una versione paradossale di un’agenzia burocratica e il principale (un corpo con due teste e due personalità) è costretto a seguire le vicende umane da un monitor TV. Il ruolo dell’Inferno, e il principe dei demoni ne è tristemente consapevole, è assai marginale: i folli di Golconda, scatenati dagli inferi, provocano molte meno vittime di quelle che nello stesso tempo provocano gli uomini con guerre che sembrano del tutto ragionevoli. L’orrore tende a farsi invisibile, a scomparire, per riemergere in tutta la sua spietatezza solo a tratti. Quando questo accade, sconvolge i valori e strappa il velo delle consuetudini.

Ci mette di fronte alla dimensione spaventosa del nostro essere e questo, naturalmente, è inaccettabile perché cancellerebbe le forme della vita sociale. Al pari dell’angoscia di Heidegger, l’orrore richiama l’attenzione sull’essere da parte di un esistente che tende a dimenticarlo. In Film la gente assiste inebetita a un sacrificio umano in piazza, ma il giornale, per poter riempire la prima pagina, è costretto a parlare del campionato locale di scopone.

L’orrore è rischioso da narrare e conviene celarlo per evitare che l’ordine vada in pezzi. Deve essere rimosso il più possibile e ufficialmente negato. L’ispettore Bloch cerca ogni volta spiegazioni razionali, il suo assistente Jenkins continua a vomitare davanti a ogni scena del crimine e Groucho ride sempre delle proprie battute. Tutti, in fondo, rifiutano di guardare l’orrore. La realtà deve continuare a vestire i panni rassicuranti della normalità o, quantomeno, della routine.

Liberi nell’assurdo?

C’è un motivo per il quale Dylan Dog accetta solo casi che hanno a che fare con l’orrore estremo e manifesto. Non per nulla è il detective dell’impossibile e non un investigatore qualunque. L’orrore attrae, proprio perché costituisce una frattura dell’ordine. Consente di incontrare la realtà al di là delle maschere: ha un effetto disvelante.

Consente, soprattutto, di porsi davanti a forme di libertà estrema, inimmaginabile. Mettendo in discussione tutto, aprendo spazi al di là delle regole, l’orrore costituisce la possibilità di pensare la libertà assoluta. Una tentazione mortale ma anche ricca di fascino.

Pubblicato in: Etica, opinioni, Storia

Immigrazione

Il tuo Cristo era ebreo
La tua scrittura è latina
I tuoi numeri sono arabi
La tua democrazia è greca
Il tuo player musicale è giapponese
Il tuo pallone è coreano
La tua playstation è di Hong Kong
La tua camicia è thailandese
Le tue stelle del calcio sono brasiliane
Il tuo orologio è svizzero
La tua pizza è italiana

E tu pensi ai lavoratori immigrati come stranieri da disprezzare?

Pubblicato in: blog life

Uomo

Non vivere su questa terra /come un inquilino /oppure in villeggiatura /nella natura /vivi in questo mondo /come se fosse la casa di tuo padre /credi al grano al mare alla terra /ma soprattutto all’uomo.

Nazim Hikmet

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Mondo punk

Nell’ultimo numero di Diogene Magazine c’era questo articolo, secondo me interessante

 

Punk! And fuck you all!

Alessandro Peroni

Da Giovanni Battista a Diogene, il punk può vantare maestri nobili e trasgressivi.

Secondo un’opinione comune il punk è stato (ed è tuttora) un movimento puramente nichilista, nato tra le frange più emarginate della popolazione e privo di un autentico sostrato culturale. Nulla di più sbagliato: in realtà, lo stile e l’ideologia punk sono figli di un’antica tradizione, che ha visto molti personaggi, in diversi momenti della storia della cultura, manifestare il proprio dissenso nei confronti della civiltà assumendo atteggiamenti che esprimevano provocatoriamente la scelta di una volontaria esclusione dal contesto sociale.

Punk: il movimento del ’77

Vale senz’altro qui la pena di ricordare che cosa intendiamo per “punk”. Si trattava, originariamente, di una subcultura giovanile fortemente legata a un movimento musicale nato nel Regno Unito e negli Stati Uniti (in particolare a New York) alla metà degli anni Settanta. I Ramones negli Usa e i Damned in Inghilterra possono essere ricordati tra i primi gruppi musicali propriamente punk, la cui musica era caratterizzata, come reazione nei confronti degli eccessi virtuosistici dell’allora imperante “progressive rock”, da una scarsa tecnica strumentale, da semplicità formale e da un’immediatezza, talora confinante con la rudezza, riconducibile alla purezza del rock’n’roll originario. Ancora lontano dall’avere un look caratteristico, il punk divenne vero e proprio fenomeno di costume grazie ad una geniale intuizione di Malcolm MacLaren e Vivienne Westwood, i quali raccolsero, presso la loro boutique londinese “Sex”, un gruppo di ragazzi emarginati, inventando per loro uno stile di abbigliamento e di comportamento. the-sex-pistols-gh-iii-1.jpg

Questi ragazzi (dotati, peraltro, al tempo di scarsissime capacità musicali) divennero una delle band più celebri e oltraggiose di tutti i tempi: i Sex Pistols. Il loro look era caratterizzato da abiti strappati, capelli corti e “artisticamente” spettinati e colorati, giubbotti e pantaloni in pelle, spille da balia, lucchetti usati come collane, collari, simboli nazisti e così via. Si può discutere a lungo sull’originalità o meno di tale abbigliamento, tuttavia ciò che è certo è che esso, unito a comportamenti pubblici volutamente e studiatamente provocatori, portò al gruppo una fama sinistra prima ancora che la sua musica fosse incisa e conosciuta, tanto che diverse case discografiche rifiutarono impaurite di pubblicare e distribuire i loro dischi. Ciò nonostante il loro unico LP (Never Mind The Bollocks), pubblicato infine dalla Virgin Records nel 1977, fu un clamoroso successo.

Le declinazioni del punk

Fu così che il termine “punk”, che prima di loro si riferiva solo al genere musicale rozzo e blandamente sovversivo, diventò sinonimo di nichilismo e delinquenza. I punk, nonostante la loro indole generalmente pacifica, divennero allora l’icona della violenza e del teppismo gratuito.

Al breve periodo del punk classico, detto “del ’77”, a cui appartengono anche i Sex Pistols, fecero seguito, nei decenni successivi, diverse ondate di movimenti assai eterogenei che si definirono punk, anche se erano molto distanti dal modello ideologico ed estetico originale. In ogni caso, essi erano accomunati dal rifiuto assoluto di sottostare al controllo della società, dalla volontà di vivere al di fuori della civiltà (e tuttavia non isolandosi da essa), sottolineando tale desiderio di esclusione attraverso atteggiamenti e abbigliamenti ritenuti sgradevoli e provocatori.

Dopo il punk classico, “Hardcore”, “Oi!”, “Street punk”, “Anarcho punk”, “Corporate punk” sono alcune delle etichette attraverso le quali questa subcultura ha trovato vie di espressione negli ultimi trent’anni. Si arriva così agli attuali “punkabbestia”, detti anche (impropriamente) “anarcho punk”, sebbene nulla abbiano a che vedere con gli omonimi anarcho punk della fine degli anni ’70. Questo movimento, tipicamente europeo, è costituito dai frequentatori dei grandi estemporanei raduni rave, tanto temuti dalle autorità. I punkabbestia sono soliti vivere ai margini della società praticando l’accattonaggio (spesso in compagnia di cani), adottano un look caratterizzato da scarpe da skater, pantaloni larghi, felpe, piercing, tatuaggi, capelli rasati sui lati della testa o con dreadlocks. È significativo che, contrariamente ai punk degli anni Settanta, i “punkabbestia” abbiano spesso alle spalle famiglie “normali”, delle quali rifiutano i valori.

Diogene cinico, filosofo punk

Generalmente temuti e disprezzati dai benpensanti, i punk possono però vantare, come dicevo all’inizio, nobili e antichi modelli culturali. Indiscutibilmente punk ante litteram fu, ad esempio, il filosofo Diogene di Sinope, detto “il Cinico”. Figlio di un ricco banchiere, ne ripudiò evidentemente i principi “borghesi”: si trasferì infatti ad Atene per vivere miseramente in una botte. Da bravo punk, Diogene rifiutava le convenzioni sociali della declinante società greca, che stigmatizzava attraverso atteggiamenti offensivi: si presentava all’assemblea cittadina compiendo atti osceni e viveva in compagnia dei cani, con i quali condivideva il cibo e lo stile di vita.

Diogene aprì un nuovo modo di fare filosofia: non più i tradizionali discorsi dei filosofi (che peraltro si divertiva a sbeffeggiare), bensì l’esempio di vita portato attraverso il comportamento e le affermazioni provocatorie che oltraggiavano alcune delle interdizioni ritenute più sacre dall’uomo greco. Diogene, infatti, esaltava pubblicamente l’incesto e auspicava addirittura di essere lasciato, dopo la morte, insepolto in pasto a cani e uccelli. Dichiarazioni scandalose, queste, che erano quanto di più punk si potesse immaginare ai suoi tempi. Ricordiamo che anche un grande punk della cultura medievale, il poeta Jacopone da Todi, si augurava in sommo dispregio della corporalità: “Aleggome en sepoltura un ventre de lupo en voratura, e l’arliquie en cacatura en espineta e rogaria”.

Giovanni Battista, anarcho punk

punksnotdeadoh9.jpgUn altro personaggio assolutamente punk è senz’altro Giovanni il Battista, che scelse di vivere nel deserto per annunciare la venuta di Cristo. Egli si vestiva di pelli e si nutriva di locuste e miele selvatico. Lungi dall’essere un eremita penitente, faceva parte di un “movimento”: era infatti legato alla comunità degli Esseni, coloro che, nella società ebraica sottomessa ai Romani, attendevano la venuta di un Messia. La figura del Battista è affine, anche per la sua valenza politica, a quella di un moderno anarcho-punk. Così, è evidente che il suo rifiuto dell’amore della lasciva principessa Salomè, che lo fece incarcerare e decapitare, costituì una scelta estrema di libertà dai vincoli sociali e dalle seduzioni della società e del potere!

Così come i punk, Diogene, Giovanni il Battista e tanti altri personaggi scomodi e irriverenti della storia compirono la scelta estrema di vivere al di fuori delle convenzioni, combattendole mediante un comportamento anarcoide ed eversivo. Certamente non si può dire che dietro ad ogni punk ci sia un “pensiero”, ma è senz’altro vero che, in diversi momenti critici della storia, siano comparsi personaggi il cui pensiero presentava caratteri di aggressiva trasgressione, tanto da renderli indiscutibilmente “punk”. E allora, in varie lingue e accezioni, risuonò il grido: Fuck off! Punk’s not dead!

Pubblicato in: Storia

70 anni fa la Notte dei Cirstalli

Con il pretesto dell’uccisione a Parigi del terzo consigliere d’ambasciata da parte di un giovane ebreo per vendicare la deportazione della sua famiglia, venne attuata in tutta la Germania questa notte di terrore orchestrata dalla propaganda di Goebbels, per punire quest’ultimo oltraggio degli ebrei al popolo tedesco.R141.jpg

La notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 si consumava in Germania uno dei più odiosi e ignobili attentati contro la comunità ebraica tedesca, passato alla storia e tuttora ricordato come la “notte dei cristalli”.
Lo spunto fu l’atto di un ragazzo ebreo diciassettenne che, vistosi ripetutamente negato il rinnovo del passaporto, andò all’ambasciata tedesca di Parigi ed esplose cinque colpi di pistola al secondo consigliere, von Rath, ferendolo gravemente. E ancora una volta il caso giocò un ruolo determinante nella successione degli avvenimenti. Von Rath morì il 9 novembre, mentre tutti i “magnati” del regime erano a Monaco per festeggiare con Hitler il 9 novembre 1923: quel giorno, in uno scontro con la polizia berlinese che ne stroncò il tentativo insurrezionale, Göring era stato ferito e Hitler arrestato. Verso le ore 21, un messo si avvicinò a Hitler e gli sussurrò la ferale notizia: von Rath era morto. Cosa successe dopo lo dicono le cronache di allora. Un’orgia di sangue e di violenza, magistralmente guidata, si abbatté sulla comunità ebraica tedesca: migliaia di vetrine di negozi ebrei infrante a colpi di mazze e bastoni; sessanta sinagoghe incendiate; trentamila ebrei tirati giù dai propri letti nel cuore della notte, in parte ammazzati a bastonate mentre altri “barbari” buttavano dalle finestre i mobili; i superstiti trattenuti in arresto per essere inviati a morire a Dachau e a Buchenwald; le piazze delle città trasformate in enormi bracieri, ove furono bruciati migliaia di libri non graditi ai nazisti.
Si avverava la profezia del poeta Heinrich Heine, che quasi un secolo prima aveva ammonito: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.

Pubblicato in: Etica, Letteratura

Successo

Ti confesso che non m’interesso molto al successo ma appassionatamente al succede e al succederà. Il successo è un paracarro, una pietra miliare che segna il cammino già fatto. Ma quanto più bello il cammino ancora da fare, la strada da percorrere, il ponte da traversare verso l’imprevedibile orizzonte e la sorpresa del domani che hai costruito anche tu… 

Joyce Lussu

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Occhio alle orecchie!

Bruxelles, 13 ottobre 2008

Gli scienziati avvertono sui rischi per la salute legati all’esposizione al rumore proveniente da apparecchi musicali portatili

Le regole attuali

Esiste già una norma europea di sicurezza che limita a 100 dB il livello di rumore delle apparecchiature musicali portatili, ma crescono le preoccupazioni quanto ai danni uditivi che possono derivare da un’esposizione eccessiva a tali fonti di rumore. È possibile limitare in ampia misura tali danni ricorrendo a soluzioni come la riduzione dei livelli e della durata di esposizione al rumore. Il Comitato scientifico UE nel suo parere fa presente che gli utilizzatori di apparecchiature musicali portatili se ascoltano ad alto volume (più di 89 decibel) musica per sole 5 ore alla settimana superano i limiti attualmente in vigore relativi al rumore massimo consentito sul posto di lavoro. Coloro che ascoltano musica in tali condizioni per periodi più prolungati rischiano una perdita permanente di capacità uditiva dopo un periodo di 5 anni. Ciò riguarderebbe il 5-10% degli utilizzatori di tali apparecchi e il loro numero può essere quantificato tra 2,5 e 10 milioni di persone nell’UE.

Cosa farà ora la Commissione ?

La Commissione europea ha chiesto lo studio scientifico a causa delle crescenti preoccupazioni in merito al rischio uditivo, soprattutto a danno di adolescenti e bambini, derivante da attività ludiche come ad esempio l’uso di apparecchi musicali portatili. Sulla base di questi dati scientifici la Commissione organizzerà a Bruxelles all’inizio del 2009 una conferenza per valutare i reperti del Comitato scientifico e discuterli con gli Stati membri, i rappresentanti dell’industria, i consumatori ed altre parti interessate e per valutare quali soluzioni adottare. Il seminario esaminerà le precauzioni che gli utilizzatori possono prendere come anche soluzioni tecniche per ridurre al minimo il danno uditivo oltre a contemplare l’eventualità di ulteriori interventi normativi o la revisione degli attuali standard di sicurezza al fine di proteggere i consumatori.

Cosa possono fare i consumatori?

Gli utilizzatori di apparecchi musicali portatili possono già adottare certe precauzioni d’ordine pratico come ad esempio controllare il loro apparecchio per vedere se è possibile regolarlo su un volume limitato e invalicabile in modo da mantenere il rumore al di sotto dello stesso oppure si può ridurre manualmente il volume e possono anche fare attenzione a non usare l’apparecchio musicale portatile per periodi prolungati di tempo al fine di proteggere il loro udito.

È noto il fatto che un’esposizione di lungo periodo a livelli di suono eccessivi può pregiudicare l’udito. Per proteggere i lavoratori sono stati fissati limiti per i livelli di rumore consentiti sul posto di lavoro. Il rumore ambientale cui il pubblico è esposto – come ad esempio il rumore del traffico, dei cantieri edili, degli aeroplani o semplicemente il rumore della vita cittadina – può essere estremamente irritante, ma nella maggior parte dei casi non è sufficientemente alto per danneggiare l’udito.

Negli ultimi anni il rumore ludico è diventato un’importante minaccia per l’udito poiché può raggiungere volumi estremamente alti e perché un numero crescente di cittadini vi è esposto, in particolare i giovani. Aumentano le preoccupazioni quanto all’esposizione al rumore determinata dalla nuova generazione di apparecchi musicali portatili che possono riprodurre suoni a volumi estremamente elevati senza perdita di qualità. I rischi di danno uditivo sono legati al livello sonoro e al tempo di esposizione.

Negli ultimi anni le vendite di apparecchi musicali portatili hanno registrato un’impennata, in particolare quelle di MP3 player. Nell’UE, complessivamente, circa 50-100 milioni di persone ascoltano probabilmente ogni giorno musica usando apparecchi musicali portatili. Negli ultimi 4 anni le vendite stimate di tutti gli apparecchi audio portatili ammonterebbero a 184-246 milioni mentre quelle di MP3 player sarebbero di 124-165 milioni. Nell’UE molti milioni di persone usano quotidianamente apparecchi musicali portatili e se li usano in modo inappropriato si espongono al rischio di lesioni uditive.

Il testo del parere scientifico può essere consultato all’indirizzo:

http://ec.europa.eu/health/ph_risk/committees/04_scenihr/docs/scenihr_o_018.pdf

La versione semplificata del parere può essere consultata all’indirizzo:

http://ec.europa.eu/health/opinions/en/hearing-loss-personal-music-player-mp3/

Informazioni di contesto sul CSRSERI

http://ec.europa.eu/health/ph_risk/committees/04_scenihr/04_scenihr_en.htm

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About rock

Visto che in II abbiamo accennato al rock satanico, vi posto un articolo di cui non ricordo l’autore ma che mi sembra abbastanza equilibrato. Buona lettura

 

ROCK SATANICO

Le polemiche sul concerto di Marilyn Manson hanno risvegliato un notevole interesse sul tema del “rock satanico”. Ma qual é la reale dimensione di questo fenomeno? Esiste davvero il “rock satanico”, o si tratta di una leggenda? La questione deve essere affrontata con grande equilibrio. Di fronte al tema del “rock satanico” esistono diversi atteggiamenti, che si possono riassumere in due schieramenti opposti: gli “scettici” e i “catastrofisti”. I “catastrofisti” sono quelli che vedono il diavolo dappertutto. Considerano il rock intrinsecamente satanico e vorrebbero cancellare ogni forma di musica moderna. Gli “scettici”, invece, amano così tanto i loro idoli musicali da rifiutare di metterli in discussione. Non accettano critiche e tendono a giustificare ogni eccesso del rock con la scusa della “libertà d’espressione”. Entrambi gli schieramenti, pur trovandosi su fronti opposti, hanno qualcosa in comune: la mancanza di approfondimento e di obiettività. Per questa ragione, sono caduti spesso in bugiarde esagerazioni o in faziosi riduzionismi. Al contrario, il fenomeno del rock satanico non dev’essere né gonfiato, né sottovalutato. Dev’essere semplicemente analizzato alla luce dei fatti, evitando di scadere in valutazioni superficiali ed estremiste.

Il primo, timido riferimento al mondo del satanismo compare sulla copertina di uno dei dischi più famosi della storia del rock: “Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles (1967). Sulla copertina dell’album compaiono tanti personaggi noti: Karl Marx, Stanlio e Ollio, Marlon Brando, Bob Dylan ed altri. Il batterista Ringo Starr, all’epoca, dichiarò che i Beatles avevano voluto riunire i volti delle persone che amavano ed ammiravano. E tra questi, in alto a sinistra, spicca l’immagine di un uomo calvo. E’ l’occultista inglese Aleister Crowley (1875-1947), padre del satanismo moderno ed ispiratore della maggior parte dei gruppi esoterici contemporanei.
Negli ambienti rock degli anni sessanta, in cui fioriva l’interesse per l’esoterismo, Aleister Crowley era considerato un personaggio “di moda”. Era apprezzato per la sua natura trasgressiva e per l’invito a rifiutare ogni regola imposta dall’alto. Per questa ragione, probabilmente, i Beatles lo inserirono sulla copertina del loro disco più famoso. Negli anni settanta, il rock comincia ad assumere toni più accesi. Nasce l’hard rock (rock duro), caratterizzato da suoni metallici, chitarre elettriche distorte e voci potenti. Tra i pionieri del genere ci sono gli inglesi Led Zeppelin. Leader dei Led Zeppelin é il chitarrista Jimmy Page, accanito sostenitore delle dottrine di Aleister Crowley. Il suo interesse nei confronti dell’occultista inglese é tale da spingerlo a collezionare tutti i suoi oggetti personali: libri, manoscritti, cappelli, canne da passeggio, quadri e perfino le tuniche utilizzate durante i rituali. Page ha comprato, addirittura, la casa in cui Crowley abitava. Negli anni ottanta e novanta la corrente dell’hard rock si farà sempre più dura, dando vita al filone dell’heavy metal (metallo pesante). Ovviamente, non tutto l’heavy metal è satanico. Ma é proprio in questo genere musicale che il satanismo diventa esplicito, con una forte tendenza all’uso di tematiche esoteriche nei testi delle canzoni e nelle immagini delle copertine. Tra i gruppi più rappresentativi ci sono i danesi Mercyful Fate. Una loro canzone, “Don’t break the oath”, riproduce la formula di un vero e proprio giuramento al diavolo: “Io bacerò il caprone e giuro di dedicarmi mente, corpo ed anima, senza riserve, per promuovere i piani del nostro signore Satana”. Dello stesso genere sono i Deicide, il cui leader, Glen Benton, é arrivato al punto di farsi bruciare una croce rovesciata sulla fronte, mantenendo perennemente l’ustione prodotta. La croce raffigurata al contrario, che rappresenta l’Anticristo, é un tipico simbolo dei satanisti, che compare su molte copertine di dischi rock. Anche le riviste rock rappresentano un punto di contatto con gli ambienti del satanismo. Uno dei più noti mensili musicali italiani, “Flash”, ha pubblicato l’indirizzo della Chiesa di Satana americana, descrivendola come “l’associazione più seria ed affidabile a cui si possano rivolgere gli amanti e i cultori delle teorie occulte”. L’articolo in questione termina con un chiaro invito ai lettori: “Se pensate che vi possa aiutare la conoscenza del satanismo, e se volete far parte di quella grande palestra del pensiero che é la filosofia satanica, la Chiesa di Satana vi aspetta”.

Un fenomeno che ha destato molta curiosità é quello dei “messaggi nascosti” nei dischi di famose rock-star. I messaggi nascosti vengono registrati al contrario, in sala di incisione. E si possono decifrare facendo girare il disco al rovescio. Questo tipo di tecnica si può ricondurre all’antica tradizione dei satanisti di recitare preghiere cattoliche al contrario, durante le “messe nere”, per dissacrarle e rivolgerle al diavolo. In linea con questo tipo di rituali é un disco del complesso Christian Death, “Prayer”, in cui é stato registrato il Padre Nostro al contrario. Ovviamente, trattandosi di una preghiera al demonio, sono state eliminate le ultime due frasi: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Satana, di sicuro, non le avrebbe gradite. La questione dei messaggi nascosti, da sempre, suscita molta curiosità, ma non é l’aspetto più importante del problema. Ciò che desta maggiori preoccupazioni é la corrente del rock satanico esplicito, attualmente in grande espansione. Ma c’è un altro genere musicale che sta conquistando sempre maggiore successo tra i giovani: la “Christian music”, musica cristiana contemporanea. Su Internet è attivo il portale http://www.informusic.it che informa costantemente su questa corrente artistica. Basta un semplice “clic” con il mouse per essere catapultati in un mare di notizie d’attualità sulla musica di ispirazione cristiana, in Italia e nel mondo: articoli, biografie, foto, novità discografiche, segnalazioni di concerti, libri specializzati, videoclip e collegamenti ad altri link interessanti. Curatrice dell’iniziativa è Paola Maschio, moglie di Roberto Bignoli, uno dei più noti cantautori cattolici, autore di brani che hanno fatto il giro del mondo, come “Concerto a Sarajevo”, “Ballata per Maria” e “Ho bisogno di te”. Fino a qualche anno fa, la “Christian music” era un genere riservato a pochi. Oggi, invece, stiamo assistendo ad una vera e propria esplosione di questo genere.

 

 

Pubblicato in: Etica

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Un amico è qualcuno

che sa la canzone nel tuo cuore

e te la può cantare

quando ti sei dimenticato le parole.

                                               Proverbio africano