La leggenda della luna piena

Grazie a Stefano che mi ha fatto scoprire questo bel racconto

La leggenda della Luna Piena
In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.
In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.
Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:
– Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
– Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! – rispose il lupo.
La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.
– Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto – disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.
Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.
I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.

Buon Natale

Natale

Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti dal gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende,
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.

(David Maria Turoldo)

Gesù ed Eugenio Montale

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Eugenio Montale

 

 

Di Eugenio Montale (1896-1981) si ricordano raccolte famose di poesie come Ossi di seppia (1925) e Le Occasioni (1938). Dal 1967 fu sentore a vita e nel 1975 ricevette il Nobel per la letteratura.

Meriggiare pallido e assorto (del 1916) è la più famosa poesia di Montale. E’ una “lirica costruita sintatticamente su una serie di infiniti, collocati a capoverso. …dal punto di vista metrico l’ultima strofa, di cinque versi, si stacca dalle tre precedenti quartine: il gioco di rime (AABB / CDCD / EEFF / GHXGH) ci permette di scoprire il verso chiave, il 15°, l’unico non in rima sebbene mimetizzato nel fitto delle assonanze (abbaglia – meraviglia – TRAVAGLIO – muraglia – bottiglia): “com’è tutta la vita e il suo travaglio”. Pertanto al riconoscimento della vita come “travaglio” voleva condurci il poeta. Travaglio: viaggio (travel) sofferto (il latino tripalium è uno strumento di tortura), faticoso (travailler, trabajar), teso a dare alla luce, o in attesa che venga alla luce (travaglio del parto) il senso ultimo del reale, che dimora, però, irraggiungibilmente, oltre la muraglia” (R. Filippetti, Eugenio Montale: Oltre la muraglia?, in “Insegnare religione” novembre 1994, pp. 50-51).

La raccolta La Bufera e altro (1956) è il libro più religioso di Montale, dove ripetute volte compare il nome di Dio e la poesia Iride connota in senso cristiano questa religiosità. Iride nella mitologia è l’inviata di Giunone; nella Bibbia l’iride è il segno dell’alleanza tra Dio e Noé dopo il diluvio. Iride è una poesia difficile: la donna (il riferimento è a Irma Brandeis, incontrata attorno il 1932 e il 1933 e la cui figura è presente in molte poesie), chiamata in altre liriche con il nome di Clizia, è investita di una missione di salvezza che la unisce e assimila a Cristo. In apertura troviamo subito un accenno a Cristo:

“[…] il Volto insanguinato sul sudario

che mi divide da te”.

Il poeta ricorda la condizione del mondo e l’atrocità della guerra “nella lotta che me sospinge in un ossario” e nemmeno la speranza di una terra promessa impedisce di vedere questa condizione di desolazione. Che cosa dunque motiva la presenza e la missione di Clizia? Non è soltanto l’attaccamento sentimentale al poeta:

“[…] è forse quella maschera sul drappo bianco,

quell’effige di porpora che t’ha guidata?

Perché l’opera tua (che della Sua

è una forma) fiorisse in altre luci

Iri del Canaan ti dileguasti”

(E. MONTALE, Iride, in Poesia italiana del Novecento, a cura di E. Gioanola, Librex Marietti, Milano 1989, pp. 430-433)

Iride/Clizia dà forma presente all’opera di Cristo e ne continua la missione; gli ultimi due versi sottolineano come un cristiano vivo sia continuazione dell’opera di Cristo stesso. Iride diventa quindi la donna che “porta Cristo”, portatrice di senso ultimo e figura “ponte” tra Dio e il mondo, che assume deliberatamente su di sé il ruolo di vittima, facendosi continuatrice dell’opera di Cristo.

Gesù e Ada Negri

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Ada Negri

 

Ada Negri (1870-1945), secondo alcuni critici, è la più grande poetessa italiana del XX secolo e infatti godette di grande fama internazionale durante la sua vita. Nella poesia Atto d’amore esprime tutta la sua libera e convinta adesione al mistero di Dio. E’ un atto d’amore, una dichiarazione d’amore non verso una idea astratta di Dio ma verso una “persona”. L’uso di evidenziare in nero il pronome personale indica che Dio è una persona che si può incontrare, cioè Cristo. Infatti la lirica chiude con l’invito “Resta con me”, che richiama direttamente l’incontro tra i discepoli di Emmaus e Gesù risorto (cfr. Lc 24, 13-35):

“[…] tutto

per me Tu fosti e sei, mi fa tremante

d’una gioia più grande della morte.

Resta con me, poi che la sera scende

sulla mia casa con misericordia

d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco

umile il poco pane e l’acqua pura

della mia povertà. Resta Tu solo

accanto a me tua serva; e, nel silenzio

degli esseri, il mio cuore oda Te solo.”

(A. NEGRI, Mia giovinezza, Rizzoli, Milano 1995, pp. 70-71)

 

Gesù e Ungaretti

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Giuseppe Ungaretti

 

Nel 1928, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) trascorre una settimana nel monastero di Subiaco, ospite di un suo amico monaco: è la settimana santa e l’attenzione è concentrata sul mistero della passione e morte di Cristo. L’interrogativo su Dio è chiaro fin dalle composizioni del 1916 come Peso e soprattutto Dannazione (1916):

“Chiuso fra cose mortali

(Anche il cielo stellato finirà)

Perché bramo Dio?”

Tale interrogativo sul mistero di Dio si era reso più urgente durante le ore difficili della guerra del 1914-18 a cui aveva partecipato come soldato (cfr. poesie come Veglia, Soldati). Ma in alcune liriche l’attenzione si sposta sulla figura di Cristo.

In La Preghiera (del 1928) le prime tre strofe descrivono la condizione umana di peccatori; poi inizia l’invocazione tre volte ripetuta: “Fa’ che…” . Il poeta domanda che l’uomo riconosca il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione che Cristo ha portato a termine: è l’“infinita sofferenza” che dà senso al dolore umano, ma

“L’uomo si sottrae, folle,

Alla purezza della tua passione.”

All’uomo che “deifica” la propria ragione e pretende di essere il metro di giudizio e di avere la spiegazione di tutto, il poeta prega Cristo: “Sii la misura, sii il mistero”. E’ questo un verso decisivo, in cui si contesta la pretesa moderna dell’uomo di essere il centro e la misura di tutto.

“[…] Fa’ che l’uomo torni a sentire

Che, uomo, fino a te salisti

Per l’infinita sofferenza

Sii la misura, sii il mistero.”

Mio fiume anche tu è una composizione del 1943-44, durante la seconda guerra mondiale, dopo che il poeta era rientrato dal Brasile nel 1942. Il fiume Tevere, e quindi la città di Roma, è visto come il punto di incontro tra la cultura classica e la fede cristiana. L’interrogativo sul dolore si apre e diventa un inno alla sofferenza umana che Cristo ha preso su di sé con la propria morte. Sempre in Cristo è svelato il volto di Dio. Il poeta può dire: “Vedo ora chiaro nella notte triste / Vedo ora nella notte triste, imparo”. E’ il passaggio alla chiarezza e alla certezza della salvezza in Cristo “pensoso palpito / Astro incarnato nell’umane tenebre”. Il cuore di Cristo è la fonte dell’amore vero, non quello vano e vuoto. Negli ultimi versi riecheggia in modo evidente il Sanctus della Messa e più ancora la visione di Isaia che vede i cherubini glorificare Dio tre volte Santo (cfr. Is 6, 3): qui la maestà e la grandezza di Dio sono nella sua sofferenza: “come fratello t’immoli” per riedificare l’uomo e liberare dalla morte.

“[…] “Cristo, pensoso palpito,

Perché la Tua bontà

S’è tanto allontanata?”. […]

L’uomo si sottrae, folle,

Alla purezza della Tua passione […]

Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell’umane tenebre,

Fratello che t’immoli

Perennemente per riedificare”

(G. UNGARETTI, Mio fiume anche Tu, in Vita d’un uomo, I Meridiani, Mondadori, Milano 1977)

Cristo resta il modello di giustizia insuperabile; per questo Ungaretti scrive:

“Bisogna riuscire a unire, a fondere il sentimento della giustizia e dell’uguaglianza con il sentimento della libertà, che è poi il sentimento che ci ricongiunge all’insegnamento più profondo del Vangelo. E credo che l’adempimento del messaggio di Gesù sia la missione alla quale deve tendere ogni uomo di buona volontà.”

(G. UNGARETTI, in La guerra di Ungaretti, in “Avvenire”, 15 agosto 2000, p. 25)

Musica e libertà

Gli studenti che mi conoscono sanno bene (I lezione del I anno) che Laura Pausini non è nelle mie priorità musicali; tuttavia pubblico il testo di una sua canzone, la prima del nuovo album, visto che parla di libertà…

Mille braccia
(Carta/ Pausini – Cheope)
Prodotto da Laura Pausini e Paolo Carta
Pieno di energia, questo brano è la scarica di gioiosa adrenalina di chi oggi sente “sulla faccia un vento nuovo” e vuole cercare la consapevole libertà “in ogni centimetro dell’anima”. Contagiosa, irresistibile.
«E’ dedicata a tutte le persone che usano la fantasia come rimedio all’ottusità e alla mancanza di libertà di espressione. E’ un inno all’autoconsapevolezza nato con l’idea di aprire i miei concerti.»

Anche d’estate nevicaPAUSINI%205.jpg
se la tua mente immagina
se la tua casa è un albero
di gommapiuma e canapa

Senti l’aria del mattino
che sa di incenso e di primula
ti rivedi in quel bambino
che rincorre una libellula

Alzando le sue braccia verso il cielo
come simbolo di libertà
del diritto naturale che ogni uomo ha
sentendo sulla faccia un vento nuovo
bell’istinto che non se ne va
l’esigenza che oggi provo
e che grida già

In libertà

Anche l’inverno illumina
se il tuo pensiero naviga
se ti lasci trasportare
oltre il male di chi giudica
oltre il muro di un frastuono
senza voce e senza musica

Alzando mille braccia verso il cielo
come simbolo di libertà
del diritto di sognare che ogni uomo ha
sentendo sulla faccia un vento nuovo
una nuova possibilità
l’esigenza di cercare una rivincita
che grida già

“Un’altra via
ora sarà
l’alternativa sola e unica
da oggi sia
in libertà
ogni centimetro dell’anima”

Liberamente alzandomi
un’altra via ora sarà
l’alternativa sola e unica
da oggi sia
in libertà

Ogni centimetro dell’anima
con tutta l’anima

Gesù e Manzoni

Inizio con oggi una nuova sezione, frutto non di idee mie ma del saccheggio di vari autori. Posterò dei testi che mostreranno come la figura di Gesù è stata affrontata da alcuni letterati italiani. Partiamo da Alessandro Manzoni

 

Alessandro Manzoni (1785-1873), dopo l’avvicinamento al cristianesimo, presenta una fede fondata sulla ragione che scopre la validità e l’evidenza del cristianesimo. In questa prospettiva la sua produzione letteraria ha cercato anche di affermare la presenza di Cristo al centro della storia (Inni Sacri) e di mostrarne l’incidenza anche nella vita quotidiana e civile (liriche civili, tragedie, romanzo).

In Il Natale del 1813, l’uomo è presentato come incapace di salvarsi con le sole sue forze, non può autoredimersi. Contrappone la sorte del genere umano, avvilito dal peccato, al messaggio di salvezza recato dalla nascita di Cristo. Per questo “Oggi Egli è nato” (v. 57): quell’“Oggi”, pur cronaca d’un giorno passato, ha la data di ogni giorno e ripete l’antifona liturgica propria del Natale. Cristo, nato a Betlemme, è Dio, il Re del Cielo, ma è anche un fanciullo, un bambino che “all’uomo la mano Ei porge”: è l’offerta di salvezza che viene da Dio. I fortunati pastori videro e riconobbero in Gesù il Figlio di Dio, ma

“[…] i popoli

Chi nato sia non sanno;

Ma il dì verrà che nobile

Retaggio tuo saranno;

Che in quell’umil riposo,

Che nella polve ascoso,

Conosceranno il Re.”

(A. MANZONI, Il Natale, vv. 106-112)

Nella nascita di Cristo si sigla la nuova alleanza tra Dio e l’uomo, “raccontata” attraverso una rivisitazione originale del testo dei Vangeli. Ma il misterioso amore di Dio è presente anche nella crocifissione di Cristo.

“Egli è il Giusto che i vili han trafitto,

Ma tacente, ma senza tenzone;

Egli è il Giusto; e di tutti il delitto

Il Signor sul suo capo versò.

Egli è il Santo,

Volle l’onte, e nell’anima il duolo,

E l’angosce di morte sentire,

E il terror che seconda il fallire,

Ei che mai non conobbe il fallir.”

(A. MANZONI, La Passione , vv. 25-40)

La Risurrezione è il completamento del mistero di Cristo: ora la salvezza è offerta a tutti gli uomini destinati a risorgere con Cristo.

“È risorto; non è qui.

[…] Nel Signor chi si confida

Col Signor risorgerà.”

(A. MANZONI, La Risurrezione , vv. 68, 111-112)

E’ sul mistero di Cristo Salvatore che si fonda la dignità dell’uomo; l’uomo scopre il proprio valore “pensando a Cui somiglia”. Sempre questa “somiglianza” con Cristo fonda anche la vera fratellanza, non quella di derivazione illuminista, ma quella cristiana:

“Tutti fatti a sembianza d’un Solo,

figli tutti di un solo Riscatto

[…] siam fratelli”

(A. MANZONI, dal grande Coro del Conte di Carmagnola)

Anche tutto il romanzo dei Promessi sposi è pervaso da questa presenza di Dio e della salvezza cristiana. Sono i “poveri in spirito”, come Gesù ha insegnato nelle Beatitudini, che sanno riconoscere la presenza della Provvidenza nella storia e sanno attraversare le prove e le difficoltà, fino a imitare Cristo nell’offerta del proprio dolore, nel perdono offerto e nella preghiera per i propri nemici.

Ma nel romanzo emerge con chiarezza che la figura di fra Cristoforo è l’immagine di Cristo. Dopo la sua conversione, Ludovico si fa frate: la nuova identità di Ludovico è quella di essere “Cristoforo”, cioè “portatore di Cristo”, fino a morire curando il prossimo, amato da Dio. Renzo lo ha incontrato – “sensibil forma” di Cristo – e lo porta nel cuore. Si può dire che Fra Cristoforo, come Gesù, “passò beneficando e risanando” (At 10, 38). Alcuni tratti della sua personalità somigliano a quelli di Gesù: nel lazzaretto, quando a Renzo la rabbia fa “perdere il lume degli occhi” (cap. XXXV), fra Cristoforo allontana il giovane bruscamente, come Cristo con Pietro (cfr. Mt 18, 22); allora Renzo perdona di cuore il suo persecutore. Infine c’è la consegna del “pane del perdono”: è la continuazione di una memoria, di un perdono offerto e ricevuto, la consegna ultima e definitiva con la quale fra Cristoforo si congeda, come il pane consegnato da Cristo ai i suoi discepoli nell’ultima cena perché sia memoria viva della sua presenza.

Nei Promessi sposi non compare come personaggio Gesù; e il cercarlo è come la sfida dell’Innominato davanti al cardinal Federigo Borromeo:

“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi!! Dov’è questo Dio?”.

Ma Manzoni lascia intendere le tracce della presenza di Cristo e del suo messaggio nei personaggi, nei gesti, nelle parole.

 

Hajj

Da Asianews 

Rischio attentati e problema alloggi per i fedeli diretti alla Mecca
Al tradizionale pellegrinaggio islamico parteciperanno oltre 2 milioni e mezzo di musulmani: 1 milione e 750 mila stranieri e 750 mila sauditi o immigrati nel regno. Livello di allerta massimo per il pericolo di attentati, ma le vere minacce sono traffico, occupazione abusiva di suolo pubblico e la ricerca di una stanza.

Mecca (AsiaNews/Agenzie) – Saranno oltre 2,5 milioni i musulmani di tutto il mondo che dal 6 dicembre si riuniranno alla Mecca per celebrare l’Hajj, il tradizionale pellegrinaggio islamico che costituisce il quinto dei pilastri dell’islam. Gli stranieri previsti si aggirano attorno al milione e 750mila, ai quali si uniranno altri 750mila cittadini sauditi o lavoratori immigrati nel regno. hajj-735922.jpg

Due i problemi che il governo saudita dovrà affrontare per garantire il regolare svolgimento del pellegrinaggio: il pericolo di attentati, anche se non vi sono al momento specifiche minacce, e il problema della logistica, che spazia dall’accoglienza dei pellegrini al traffico caotico della città, dall’occupazione abusiva di suolo pubblico al pagamento della tassa prevista per il pellegrino.

Il pellegrinaggio è stato sovente segnato dal sangue, per la folla immensa che preme per tutte le strade della città, oltre che nei luoghi più propriamente religiosi. Nel 2006 oltre 364 persone sono morte nel corso del rito della “lapidazione del diavolo” – che prevede il lancio di sassi contro immagini del demonio – e 76 per il crollo di un ostello. Morti sono stati causati anche da manifestazioni o attentati: il più grave è probabilmente quello del 1979, quando centinaia di persone – il numero esatto non si è mai saputo – perirono in seguito all’attacco di un gruppo di fondamentalisti che riuscirono ad impadronirsi della Grande moschea.

Sul fronte sicurezza il principe Naif, ministro saudita dell’interno, fa sapere che le forze dell’ordine sono pronte ad affrontare qualsiasi tipo di minaccia e sapranno garantire la sicurezza dei fedeli durante il pellegrinaggio. “Non abbiamo informazioni specifiche [di minacce] – afferma il ministro – ma abbiamo preso tutte le precauzioni del caso”. Egli si augura anche che venga “rispettata la santità dell’evento” e nessuno metta in pericolo la vita dei fedeli musulmani.

I maggiori problemi arrivano invece dal versante della logistica: a causa dell’impennata dei prezzi degli alloggi durante la stagione del pellegrinaggio, molti fedeli improvvisano soluzioni di fortuna. Circa 500 pellegrini siriani, imitati da un altro sparuto gruppetto, ha preso in affitto le aule di una scuola privata della città, senza il permesso ufficiale delle autorità.

I responsabili dell’ordine pubblico hanno fatto inoltre sapere che non sarà possibile piantare tende attorno ai luoghi sacri e per le vie della città, perché causano problemi al traffico e alla sicurezza dei cittadini. Saeed Al-Qahtani, direttore dei reparti speciali addetti all’ordine pubblico, sottolinea come “le tende usate dai pellegrini che bivaccano per le strade ostruiscono il traffico e causano grossi problemi agli altri fedeli”. Le tende impediscono il passaggio delle ambulanze e dei reparti del pronto intervento e ostacolano l’assistenza ai fedeli colti da malore durante il pellegrinaggio. L’occupazione abusiva di suolo pubblico, fra l’altro, è contraria alla Sunna e ai precetti di Maometto. Il direttore dei reparti di sicurezza lancia infine l’allarme incidenti: l’aumento delle auto in circolazione, aggravato dalla stanchezza, dalla spericolatezza e dall’incapacità dei conducenti è spesso causa di scontri con morti e feriti.

Infine una buona notizia per i pellegrini stranieri: da quest’anno è infatti possibile procedere al pagamento della tassa prevista per l’ingresso in Arabia Saudita e la partecipazione al pellegrinaggio direttamente via internet, evitando così le lunghe ore di attesa – spesso senza acqua né cibo – presso gli uffici del governo dislocati all’interno dell’aeroporto.

Dna

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