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Bere in Friuli

Il 21 luglio 2008 su Repubblica è uscito questo durissimo articolo sul consumo di alcol in Friuli Venezia Giulia. Visto che ne stiamo parlando in II, ve lo ripropongo: da brividi!

Gorizia – Il taxi bianco è vuoto, ma non libero. Sei bottiglie sono accomodate sul sedile posteriore, di pelle nera. Ogni mattina la dose di rosso «della signora» lascia la cantina di Gradisca d’Isonzo. Il viaggio è breve. Discretamente il Refosco raggiunge la grande dimora in via dei Faiti, a Gorizia. Maria Cristina scende nel giardino mite della villa, profumato di magnolie, riceve l’ospite clandestino e si ritira in camera. Sempre a letto, con un segreto. Nessuno l’ha mai vista bere. Il marito, il figlio, di sera osservano i suoi occhi liquidi. Tentano l’alito fermentato. Tacciono. «Sono ricaduta per un bicchiere – dice – dopo 18 anni che non toccavo un goccio». L’ospedale di Monfalcone è a mezz’ora. Hanno salvato un neonato di 54 giorni. Sembrava addormentato, eternamente. Le analisi hanno scoperto che, per arrestarne il pianto, la madre mesceva del Verduzzo nel biberon. Anche a Udine i medici affrontano un nemico nuovo: coma etilico a 9 anni. Come al «Burlo Garofalo» di Trieste: l’intossicazione infantile da alcol ha conquistato la vetta tra le cause di ricovero. Una statistica impotente, rispetto al destino di un infermiere di Pordenone. Brandiva il bisturi contro chiunque gli contendesse il whisky infilato nello scaffale delle garze. Ha ricominciato per festeggiare il terzo figlio. E’ morto ieri, con il bambino in braccio. Il dramma negato del Nordest, epicentro di una sommersa tragedia nazionale, esplode in Friuli Venezia Giulia. Trent’anni fa, tra queste vigne benedette dalla provvidenza, Renzo Buttolo ha fondato l’alcologia italiana. Negli stessi giorni, da Udine, Vladimir Hudolin iniziava a seminare nel Paese i club degli alcolisti in trattamento. Gli ubriachi, grazie al triestino Franco Basaglia, non sono stati più inghiottiti in un manicomio. Non è un caso però, è evidente, se oggi Francesco Piani, responsabile del Sert Medio Friuli, guida la commissione delle regioni italiane finalmente decise a lottare contro il killer di Stato che sta bruciando una generazione. «In Italia la droga ogni anno uccide meno di mille persone – dice – mentre l’alcol ne miete 34 mila. La metà di incidenti stradali, infortuni sul lavoro e domestici, è riconducibile al bicchiere. Se qualsiasi altra sostanza facesse una simile strage, sarebbe proclamato il coprifuoco. E’ tempo di capire perché non succede: e di dirci la verità». La realtà, ostinatamente nascosta per interesse e per vergogna, è questa: l’ Italia, sempre più povera, delusa e priva di speranza, si dà al bere. In Friuli, nel Nordest e nel Paese, l’alcol sta sostituendo le altre droghe. è la terza causa di morte, la prima per i ragazzi tra 18 e 25 anni. Ne assorbiamo 58 ettolitri all’anno. Sette italiani su dieci sono grandi consumatori. Venti bambini su cento iniziano a bere tra gli 11 e i 15 anni. Ogni anno, a causa dell’alcol, muoiono sul lavoro 750 persone. La metà dei morti sulla strada va ricondotta alla bottiglia. Le vittime, solo in Friuli, nel 2007 sono state 1500. Insufficienti i controlli. Gli alcoltest, in Italia, sono 400 mila all’anno: 10 milioni in Francia. La probabilità è di essere fermati una volta ogni due vite. Sei persone su dieci, nel Nordest, consumano quotidianamente alcol lontano dai pasti. Gli italiani colpiti da gravi disturbi sono 12 milioni: 14 mila in cura nella regione friulana. Le cifre, dal 2002, si moltiplicano vertiginosamente. I giovani alcolisti, nel Paese, sono ormai 1 milione e 300 mila. Quattro decessi su dieci, negli ospedali, sono dovuti all’eccesso di alcol: 44 mila, negli ultimi tre anni, i ricoverati in Friuli. “Un trapiantato di fegato – dice Paolo Cimarosti, tossicologo di Pordenone – costa 300 mila euro. Ogni anno almeno 300 interventi sono dovuti all’alcol. Eppure scrivere che un paziente è alcolista, resta un tabù. Scorro cartelle dove si parla ancora di “epatopatia cronica nutrizionale”, invece che di “cirrosi epatica alcolica”. Intanto scoppia la bomba dello “sballo da week-end”. Nel Triveneto, ossessionato da lavoro, ronde xenofobe e neo-precarietà, è uno choc. Il 10% dei teenager si ubriaca almeno una volta alla settimana. Il 74% si abbandona al “binge drinking”: oltre sei bicchieri in poche ore con l’obbiettivo esclusivo di andare fuori di testa. Quanto c’è, da dimenticare? In tre anni il fenomeno è triplicato e ormai colpisce anche sette ragazze su dieci. Il record è in Friuli Venezia Giulia: il 14,2% della popolazione, sotto i 24 anni, eccede con l’alcol lontano da casa e più di due volte alla settimana. Tra vino, birra, superalcolici e alcolpops, le nuove bibite gassate a bassa gradazione, si spendono 129 mila euro al giorno: poco meno di 6 mila, negli ultimi 3 anni, le vittime. “I dati – dice Valentino Patussi, responsabile della medicina del lavoro a Trieste – sono ancora incompleti. Dal 2003 il cambiamento è travolgente. In fabbriche e cantieri iniziamo a scoprire che il 51% degli infortunati ha tracce di alcol nel sangue. La maggioranza dei vecchi fratturati in casa, o per strada, cade perché ha bevuto troppo. Avanza uno spaventoso alcolismo senile da solitudine, mentre un giovane su due deve il ricovero alla bottiglia. Dobbiamo ammettere che il problema è stato drammaticamente sottovalutato”. “Crociate, demonizzazioni, proibizionismo e moralismi – dice Bernardo Cattarinussi, sociologo dell’università di Udine – non danno risultati. Siamo però di fronte ad un’emergenza senza precedenti: chiederci perché la società italiana si suicida con l’alcol, perché gli adulti considerano i giovani un mercato da sfruttare ad ogni costo, è un dovere”. Lo spettacolo, vagando al tramonto tra la baia di Sistiana a Trieste e gli happy hours offerti dai caffè su piazza Matteotti a Udine, è impressionante. Finito il lavoro, si vive con il cocktail in mano. Una tempesta alcolica: sagre del vino, feste della birra, cantine aperte, serate del prosecco, rave party, drive-beer, pub che promuovono il “drink as you like”, o il “paghi uno e bevi tre”. Al ristorante il cameriere ti riceve solo con lo spumante in mano. Migliaia di adolescenti e di adulti svuotano calici colmi di ghiaccio, alcolici fosforescenti e mix a base di vodka e taurina. Una comunità impegnata, pubblicamente, ad anestetizzare una paura misteriosa con un’autoprodotta droga legale. Sottrarsi al rito costa imbarazzo e diffonde uno stupore ilare. “Per restare nel gruppo – dice Andrea, 36 anni, agricoltore di Duino – in due anni sono arrivato a bere 5 litri di vino al giorno, o 40 bicchieri di superalcolici. Un professionista. Scambiavo i miei incubi, fuochi e serpenti, con la realtà. Cercavo di uccidere l’ansia, di arrivare in cima al dolore: non ci sono mai riuscito”. Medici e psichiatri puntano il dito contro l’ipocrisia delle leggi. In Italia, ai minori di 16 anni, è vietata la somministrazione di alcol, ma non la vendita. Un’assurdità controproducente: ciò che è consentito alla commessa, a prezzo di paghetta, è precluso al barista, ad un costo da stipendio. Le aziende, a differenza della maggioranza dei Paesi europei, possono fare pubblicità. Sulle bottiglie non si scrive che l’eccesso “nuoce gravemente alla salute”, come sulle confezioni del tabacco. Negli uffici pubblici, ospedali compresi, il fumo è vietato ma l’alcol è a portata di mano: non si può acquistare, ma “assumere” sì. Concerti rock, mostre d’arte ed eventi sportivi sono sponsorizzati dalle industrie degli spiriti. La televisione martella con gli spot che spiegano come l’alcol sia il sigillo di successo, ricchezza, amore. Lo Stato, per contrastare ufficialmente l’alcolismo, investe gli spiccioli delle imposte sugli alcolici. Nessun ticket aggiuntivo, per gli alcolisti. Il licenziamento per giusta causa o le ferie forzate, se uno lavora nonostante la sbronza, sono vietati. Solo a Pordenone, da due anni, sindacati e imprese collaborano per un accordo anti-alcol sul lavoro. In autunno la Regione potrebbe essere la prima ad approvare un piano contro l’alcol alla guida e nei luoghi di lavoro. “L’82% delle persone con gravi problemi legati all’alcol – dice Rosanna Purich, psicoterapeuta del centro di alcologia di Trieste – considera però il proprio comportamento normale. Nelle scuole, medie e superiori, la bevanda preferita è il “Bacardi Breezer”, seguita dal “Campari Mixx”. Non si capisce più la differenza tra un’aranciata e una grappa. Siamo al killeraggio dell’offerta-studenti: come se uno che per divertirsi è obbligato a ubriacarsi, fosse normale”. Friuli e Venezia Giulia non sono l’epicentro della crisi di una nuova società “costretta all’alcolismo per restare in corsa”. Sono però, assieme a Veneto, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna, la sconcertante punta dell’iceberg di un’emergenza nazionale prossima all’esplosione. L’allarme unisce medici, psichiatri e sociologi: l’Italia è alcolizzata perché è malata e soffre perché non crede più nei valori civili espressi dalla sua classe dirigente. “Dopo vent’anni di veti – dice la responsabile del Sert di Trieste, Roberta Balestra – in ottobre si terrà la prima conferenza nazionale sull’alcol. Per approvare la prima e inadeguata legge contro l’alcolismo, nel 2001, c’ è voluto mezzo secolo. Si insegna a “bere bene”, invece che a “bere meno”. Si tuona contro la “velocità assassina”, invece che contro la “bottiglia omicida”. Piuttosto che chiarire la causa, si criminalizza l’effetto. Nel frattempo le strutture che combattono l’alcolismo sono lasciate senza soldi e i servizi, senza personale, e chiudono”. A far riflettere, la diversa considerazione tra alcol e droga. Il primo è legale, tollerato e promosso. La seconda è illegale, demonizzata e rimossa. “La bottiglia – dice lo scrittore triestino Mauro Covacich – non richiede pusher. Anche un bambino può portarsela in giro e tracannare whisky alle feste di compleanno. Un litro di vodka costa pochi euro, non come una dose di coca. Lo trovi vicino alle patatine e nessuno ti sbatte dentro. Al Nord l’alcol è ormai l’ultimo collante della comunità dei normali che studiano, lavorano e producono: il loro estremo e tragico anestetico sociale”. Davanti alla strage in Friuli, timidamente e per la prima volta, si comincia così a discutere. La domanda è: se l’Italia non fosse uno dei principali produttori di vini pregiati e distillati di qualità, si userebbe il termine droga anche per l’alcol? Si chiamerebbe tossicodipendente anche un alcolizzato? Si definirebbe overdose una sbornia? “La differenza – dice l’alcologo giuliano Salvatore Ticali – in effetti non c’è. Se l’alcol dovesse essere iniettato con la siringa, o dovessimo importarlo, sarebbe vietato da anni. E’ chiaro che la pressione dei produttori italiani è decisiva. Si è iniziato a parlare di una legge contro l’alcol negli anni Settanta: in parlamento piovvero 800 emendamenti per bloccarla. In regione, anche alle ultime elezioni, si sono svolti comizi offrendo da bere gratis. Oggi chi nega che l’alcol sia una droga, deve assumersi le proprie, pesantissime, responsabilità. Il mondo politico, riluttante a informare e a investire nella prevenzione, rischia di macchiarsi di una storica omissione”. Non che, in termini assoluti, il consumo sia aumentato. Il problema è il suo devastante cambiamento. Si beve dalla prima adolescenza, con l’obbiettivo di ubriacarsi, per non essere diversi ma puntando ad isolarsi. “Esordienti dell’alcol – dice Anna Peris, responsabile regionale della direzione salute – ma con l’atteggiamento del vecchio alcolizzato. Nessuno li informa che bere sotto i 16 anni quadruplica le probabilità di ritrovarsi alcolizzati dopo i 21”. Si sballa più volte alla settimana e con bevande dolci in cui l’alcol è scientificamente nascosto. Così le femmine, da un paio d’anni, consumano quasi le stesse dosi di alcol dei maschi. Gli anziani, con pensioni da fame, abbandonati o nelle mani delle badanti, adottano la bottiglia quale alternativa all’eutanasia. “Uno scandalo – dice Anna Muran, medico dell’Asl di Trieste – misconosciuto. Le chiamate, dalle case di riposo, aumentano ogni giorno: c’è chi baratta la bistecca con lo spriz”. Tra Sauris e Ravascletto, nelle montagne della Carnia e tra i colli di San Daniele, i frequentatori degli alcolisti anonimi e di quelli in trattamento, superano pompieri volontari, ex alpini e parrocchiani. Un esercito: 250 tra gruppi e club, 3500 in cura, 358 associazioni mobilitate, centinaia di degenti e migliaia di curanti. Eppure, vicino alle discoteche, aprono i chioschi che possono vendere alcol anche ai ragazzini e dopo le 2 di notte. “Dal barbone sulla panchina – dice Franco Boschian, presidente dell’Acat di Udine – siamo però passati all’avvocato nel wine-bar. Gli alcolisti in trattamento non sono emarginati, ma persone normali: vescovi, generali, bambini, manager, medici, operai, preti, politici, mamme, studenti. Ricchi o miserabili, sono afflitti da un incubo comune: rivelare il loro stato ai conoscenti. Nelle serate degli incontri, tra province e città diverse, le colonne di auto sono sempre più lunghe”. Pino Roveredo, scrittore triestino di essenziale poesia, è tra i pochi che resistono. “Ho iniziato a 15 anni – dice – e a 17 ero in galera. Mi hanno definito “irrecuperabile”. Invece la scrittura è stata più forte della paura di vivere e mi ha salvato. Non mi impressiona l’alcolismo, ma la noia disperata che oggi lo alimenta. I ragazzi non vogliono più sentire i morsi dell’esistenza. Possibile che una simile emergenza non sia in cima all’agenda di un governo che trova il tempo di prendere le impronte a una manciata di zingari? L’accettazione sociale dell’alcol, in Italia, è incredibile”. E’ una notte marina e sugli spettri umani del centro alcologico residenziale, nel parco di San Giovanni a Trieste, soffia il vento che arriva dall’ex Jugoslavia. Ogni annullato è un reduce, un morto sopravvissuto a un lutto ideologico, culturale, o affettivo. Dino e Maura fumano. Siedono fuori dall’ingresso, sotto l’ombrello di quattro pini. “Ho bevuto per protesta – dice lei – mi sono fidata degli Intillimani”. Lui dice che ci è caduto “per non salire alla risiera di San Sabba, con il vino nelle vene per guardare nel fondo della fessura che ha inghiottito due millenni”. L’Italia che ha superato il Novecento e il Nordest che si cancella brindando all’incubo del suo ritorno: riflessi assieme, fiasco contro flut, in un doppio specchio. – GIAMPAOLO VISETTI

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Trapianti

In IV stiamo finendo di parlare dei trapianti e allora vi metto un po’ di materiale utile, che in parte abbiamo già visto in classe:

  1. un manuale completo in modo che possiate sapere praticamente tutto
  2. un file sull’atteggiamento molto generale delle diverse religioni
  3. un articolo preso da L’espresso sul commercio di organi in Nepal e India
  4. un articolo preso da Internazionale sugli xenotrapianti

manuale.pdf

Trapianti e religioni.doc

Ho comprato un rene in Nepal.doc

Xenotrapianti (da Internazionale).doc