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La fatica di vivere

C’è la globalizzazione dei soldi e quella dello stress, della depressione, della crisi, del suicidio e del vuoto esistenziale perché si è dimenticato che la vita non è qualcosa, ma è sempre l’occasione per qualcosa. Pubblico qui sotto l’articolo FACCIO FATICA A VIVERE di Patrizia Spagnolo, presente nell’ultimo numero di Dimensioni Nuove

Ecco il “testamento” lasciato tempo fa da un sedicenne suicida: “Sarai contento ora papà. Ora che non ti do più grane. Mi dispiace averti deluso, ma è anche colpa tua. Salutami Sara e dille che la tratto così perché le voglio bene. I soldi che ho in banca li lascio tutti a Telefono Azzurro. Mi dispiace per te mamma, che sei stata più gentile del babbo, che mi ha sempre rotto le scatole. Ci rivedremo, spero il più tardi possibile, nell’aldilà. P.S. Spero che la Fiorentina vinca la coppa. Ciao, anzi addio”.

Non è dato sapere se Luca (nome fittizio) si sia tolto la vita avvelenandosi – soluzione che va per la maggiore – o tagliandosi le vene o buttandosi giù da un ponte o impiccandosi. Rientra sicuramente nella schiera di ragazzi tra i 14 e i 18 anni che ogni anno rinunciano a vivere perché sono stati bocciati a scuola, non hanno superato l’esame per la patente, sono emarginati in quanto gay, si vedono troppo grassi, si sentono troppo stupidi, comunque inadeguati. Queste le cause scatenanti, tutte riconducibili alla fatica di vivere, di trovare un senso alla propria esistenza.

“Il senso della vita” fu il tema della prima conferenza tenuta dallo psichiatra Viktor Frankl nel 1921. Morto 12 anni fa, di lui possiamo dire che è stato il fondatore della logoterapia, cioè la cura attraverso la riscoperta del significato dell’esistenza e dei suoi valori fondamentali. Che nel 1930 a Vienna, sua città natale, organizzò un’azione di straordinaria prevenzione nel periodo in cui venivano rese note le valutazioni alla fine della scuola, ottenendo come risultato che quell’anno non si verificò per la prima volta nessun caso di suicidio tra gli studenti. Possiamo dire, ancora, che dal 1942 al 1945, essendo di origine ebraica, fu internato in quattro campi di concentramento, compreso Auschwitz, e toccò con mano la possibilità che la persona sempre conserva di non lasciarsi abbattere dalle circostanze, ma di poter sempre far fronte ai peggiori condizionamenti, addirittura entrando “a fronte alta nelle camere a gas e nei forni crematori”.

“Ho trovato il significato della mia vita nell’aiutare gli altri a trovare nella loro vita un significato”, disse Viktor Frankl. Il suo metodo psicoterapeutico “riconosce – come sottolinea il prof. Eugenio Fizzotti, sacerdote salesiano docente di Psicologia all’Università Pontificia Salesiana di Roma – il ruolo della libertà e della responsabilità e fa leva su due capacità specificamente umane: l’autotrascendenza, ossia la capacità di rivolgersi verso obiettivi al di fuori di se stessi, e l’autodistanziamento, ossia la capacità di prendere distanza dai sintomi”.

Nell’ottobre 2007, L’Università Pontificia Salesiana ricordò Frankl in un convegno sulla qualità della vita e la ricerca di senso. “Il messaggio che Frankl ha trasmesso attraverso libri, articoli, conferenze, corsi universitari, interviste radiofoniche e televisive, e sulla base di una pluridecennale esperienza – disse Fizzotti – risponde pienamente all’attuale condizione esistenziale della persona, che si sente smarrita e interiormente vuota perché assalita da messaggi contrastanti e da allettanti proposte che non hanno niente a che fare con i valori, ma solo con la ricerca spasmodica del piacere o del successo a buon prezzo. La persona è perennemente alla ricerca del senso della propria vita e tale sua ricerca instancabile può avere esito positivo solo nella misura in cui non guarda passivamente se stessa, ma si apre agli orizzonti dei valori, della solidarietà, dell’impegno, della relazione interpersonale che non sfrutta l’altro, ma lo promuove nelle sue risorse e nelle sue capacità”.

Solitudine ed egocentrismo. Alcuni giovani sono ormai così “spenti” da convincersi che la morte sia l’unica soluzione: vogliono togliersi di mezzo e ci riescono. Altri, invece, sono così attaccati alla vita da tentare il suicidio per comunicare la loro disperazione ed essere aiutati a vivere: vogliono essere finalmente ascoltati, considerati, urlano che anche a loro venga riconosciuto uno spazio, che anche loro vogliono sentirsi utili.

Pare che per ogni suicidio “riuscito” ve ne siano almeno 20 “tentati”. E di questi non si parla, ovviamente. In una società in cui la morte viene rimossa, parlare del suicidio è quasi un tabù e affrontare l’argomento con i giovani è cosa poco, pochissimo gradita, quasi come se il solo parlarne inducesse qualcuno a farlo, non riconoscendo quindi il dolore, il senso di solitudine e certe emozioni negative che attanagliano coloro che per definizione sono “nel fiore della vita”.

Se si va a guardare le statistiche, negli ultimi decenni i suicidi tra i giovani sono diventati un’emergenza in ogni angolo del mondo. Alcuni Paesi riportano dati precisi, altri un po’ meno, ma a prescindere dai differenti contesti economici, sociali e culturali, emerge l’incapacità di sopportare difficoltà soggettive e oggettive. Ovunque, lo spettro della disoccupazione, un individualismo competitivo, le aspettative di consumo e modelli di vita irraggiungibili generati da pubblicità e cultura di massa determinano un’assenza di futuro, devastante, opprimente e insopportabile.

Secondo David Baron, professore di psichiatria e scienze comportamentali alla Temple University di Philadelphia, “la decisione di un ragazzo di togliersi la vita trova la sua origine prevalentemente in situazioni di violenza domestica, stati di ansia e depressione, poca stima di sé, fenomeni di bullismo (con percentuali sempre maggiori anche in internet), aggressività e indisciplina, scarsa capacità di socializzare, uso e abuso di sostanze stupefacenti e difficoltà ad accettare la propria identità sessuale”. Sicuramente si vanno diffondendo patologie psichiche quali depressione, disturbo bipolare e schizofrenia, che trasformano i giovani in pentole a pressione pronte ad esplodere.

Tra il 1991 e il 2005, i suicidi in Colombia sarebbero aumentati del 195%, in maggioranza tra i giovani, mentre qualche anno fa anche l’Albania registrava picchi mai visti. In Italia, pare che siano la seconda causa di morte nella fascia di età 15-24 anni, dopo gli incidenti stradali. I dati di una ricerca condotta nel 2006 dall’onlus “L’amico Charly” tra 2312 studenti delle scuole superiori lombarde riportano che il 12% degli intervistati aveva pensato o continuava a pensare al suicidio e il 10% lo aveva tentato.

E ancora: la Chinese Association for Mental Health ha reso noto che tra i ragazzi e ragazze cinesi dai 15 ai 34 anni il suicidio è la prima causa di morte, al punto che le autorità pubbliche sono intervenute disponendo una sorta di “censimento psichiatrico” degli studenti con quiz e questionari rivolti a migliaia di ragazzi per conoscere la loro condizione psichica. Tra le cause del desiderio di farla finita, una società sempre più competitiva, che ha imposto la politica del figlio unico, e la povertà estrema delle campagne (dove infatti si verifica la maggior parte dei suicidi, in prevalenza tra donne, totalmente subalterne agli uomini e senza relazioni sociali, a volte neppure registrate all’anagrafe).

In Cina, i bambini hanno vita dura, con pressioni e obiettivi da raggiungere, tantissime ore di lezione, un enorme carico di compiti, poco spazio per il gioco e la creatività. Spremuti come limoni, considerati “adulti piccoli” e degni di attenzione solo se in grado di emergere e farsi strada, vittime di una cultura conformista che non lascia spazio alle esigenze dell’individuo.

Ma in fondo non è quanto accade anche in Occidente? Pensiamoci. Ritmi serrati, conformismo, bambini delle elementari a scuola fino alle 16,30 e poi i compiti da fare, corsi vari e attività sportive, affannati, stressati e di corsa da una parte all’altra dietro a genitori malati di efficientismo, che se si fermano a guardare un film o se vanno a dormire senza aver lavato i piatti si sentono a disagio, inadeguati, falliti.

Mentre ci circondiamo di oggetti e attività, perdiamo la consapevolezza che abbiamo della nostra vita e blindiamo le nostre case con muri, porte e sbarre di ferro. “Nel Medioevo – ha detto recentemente il cardinale salesiano honduregno Oscar Maradiaga – le città avevano alte mura per proteggersi dalle invasioni dei barbari. Oggi le città sono circondate da mura psichiche di incomunicabilità nell’era in cui paradossalmente esistono le comunicazioni migliori. In particolare molti giovani hanno scelto di non comunicare attraverso i mezzi di comunicazione. Conosco casi in cui in una famiglia i figli comunicano con i genitori attraverso il computer o messaggi sul cellulare. Non hanno tempo di sedersi e dialogare. Assistiamo allora alla globalizzazione dello stress, della depressione, della crisi, del suicidio e del vuoto esistenziale”.

“La vita non è qualcosa, ma è sempre, semplicemente, l’occasione per qualcosa”, diceva lo psichiatra austriaco Frankl. Chiudiamo allora con la lettera di una ragazza pescata nel mare di Internet: “Ankio pensavo ke avevo 1 carattere forte e invece sn fragile, solo adesso stanno venendo a galla le mie paure, ansie, speranze, problemi. Questa nn è assolutamente una cosa da sottovalutare. Mi sento sola, sempre, nonostante tutti vogliano diventare miei amici e tutti vogliano fidanzarsi cn me. Mi sento terribilmente sola… Avverto sl la falsità della gente, in tutto c’è un velo di ipocrisia. X me l’amicizia nn conta + nulla xkè oramai ho avuto sempre e solo delusioni e chissà se 1 giorno avrò una vera amica”. “E mi ritrovo sola – ripete – xkè sn io ke già dal primo momento li allontano. Ed ecco ke divento cm loro, gioco il loro stesso gioco, divento falsa e mi faccio skifo. In quel momento vorrei morire, mi tengo sempre tutto dentro e qualke volta mi incazzo x una sciocchezza e inizio a piangere a più nn posso, cado nel buio + profondo. Ovviamente poi nn ho nessuno cn cui confidarmi e sto male. Poi mi ripeto ke esistono cose peggiori nella vita, ke devo fregarmene xkè la vita è una sola, ke ci sono persone in fin di vita ke vorrebbero vivere, ma cm faccio a vivere se nn credo + a niente? Forse è sl un periodo e ne uscirò fuori ma cn l’aiuto di chi? Tutto passa ma riuscirò da sola ad alzarmi…ho paura”.