Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura, musica

4. Strade

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Dopo aver iniziato il nostro viaggio nella prima puntata e aver visitato il mare nella seconda e il fiume nella terza, oggi è la volta di qualcosa che non è solo meta me è spesso anche “stile” di viaggio: la strada.

Quello della strada è un tema che accompagna tutta la vita di una persona, in senso proprio o in senso metaforico; fin dall’infanzia ci sono state raccontate, e noi raccontiamo ai bambini, favole che narrano di strade, sentieri, viottoli… Cappuccetto Rosso si addentra nel bosco, Pollicino semina il sentiero di sassolini per tornare a casa…

Al bambino bisogna poi insegnare a vivere la strada, facendogli notare i pericoli, ma anche apprezzare la comodità; viene il tempo della bici e delle pedalate; quindi quello del motorino, per non parlare dell’auto. C’è poi chi si appassiona e allora si dedica alla moto. Oppure chi le strade vuole percorrerle a piedi e si fa prendere dal trekking o preferisce cavalcarle in sella ad un purosangue.

C’è la strada della quotidianità che ci porta al lavoro e che possiamo ormai percorrere a occhi chiusi e dove ci accorgiamo perfino della potatura di un albero, ma che viviamo spesso pensando a tutt’altro; c’è invece la strada di un viaggio che assaporiamo chilometro dopo chilometro, lasciando che i nostri occhi possano stupirsi delle sorprese che possono nascondersi dietro una curva.

Ce lo dicono anche i Tiromancino oggi: “Ci sono strade che di notte le distingui solo per l’odore dell’asfalto, non sei sicuro di esserci mai stato ma sei sicuro che ci stai tornando; ci sono strade luminose strade senza voce ed altre invece senza il tempo; ci sono strade che somigliano alle vite che percorri tutte in un momento”.

Ma qui entriamo nell’ambito della strada come metafora, soprattutto come metafora della vita: la strada percorsa, coma la vita vissuta. Lungo le strade che percorriamo ci sono curve, ci sono incroci, ci sono semafori, ci sono diritti di precedenza; vi sono strade in cui bisogna andare a 50 all’ora e strade in cui è possibile correre a volontà; vi sono salite e discese; vi sono strade drenanti e altre in cui l’acquaplanning ci fa scivolare; ci sono fondi sdrucciolevoli e asfalti duri; vi sono superstrade a 6 corsie e strettissime ed esposti sentieri di montagna; ci sono strade esposte alla luce del sole e strade che restano sempre ombreggiate passando in un tunnel di alberi; vi sono strade da percorrere di giorno e strade in cui è bello andare di notte… e così via.

Lo stesso accade nelle nostre vite: momenti in cui la nostra esistenza procede senza intoppi, con sicurezza e momenti in cui è necessario, per scelta nostra o per contingenze esterne, rallentare e guardarsi attorno per vedere cosa sta succedendo; momenti in cui tutto ci sorride e momenti in cui sbattiamo il grugno per terra e fa male e sembra non esserci la forza per rialzarsi e ripartire; momenti in cui è preferibile la prudenza e la calma e momenti in cui è il caso di rischiare e osare; momenti in cui domina l’istinto o “il naso” e momenti in cui è il caso di fermarsi a riflettere e magari scegliere. A questo proposito concludo con un breve brano di Robert Frost:

“Due vie si dipartivano in un bosco giallo, e dispiaciuto di non poter a un tempo percorrere l’una e l’altra, a lungo mi fermai e seguii tutta la prima con lo sguardo fino a dove essa girava tra gli arbusti; poi presi l’altra, che era altrettanto buona, con forse un motivo in più per farsi preferire, essendo tutta erbosa e assai poco segnata; sebbene, quanto a quello, il transito di là le avesse, in fondo, rese più o meno uguali, e fossero ambedue coperte quel mattino di foglie da nessuno calpestate e annerite. Oh, mi riservai la prima per un altro giorno! Ma sapendo che più si va, più si è costretti ad andare, dubitavo se mai sarei tornato indietro. Tutto questo racconterò con un sospiro un giorno e un luogo lontanissimi da ora: due vie si dipartivano in un bosco e io presi quella che meno era battuta, e tutta la differenza stette in questo.”

Compagni di viaggio:

  • Davide Van de Sfroos, E sem partii
  • Nomadi, Cammina cammina
  • Nomadi, Le strade
  • Fabrizio De André, Fiume Sand Creek
  • Riccardo Cocciante, La lunga strada
  • Francesco Guccini, Statale 17
  • Francesco Guccini, Aemilia
  • Modena City Ramblers, La strada
  • Gianna Nannini, La strada
  • Claudio Baglioni, Strada facendo
  • Youngblood, Long long road
  • Elton John, Goodbye yellow brick road
  • U2, Where the streets have no name
  • Cat Stevens, On the road to find out
  • Bruce Springsteen, Out in the street
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3. Un fiume per noi

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Oggi, dopo la puntata sul mare, andiamo alla scoperta di un luogo particolare come meta del viaggio, un luogo che più che fine di un viaggio è spesso tappa se non addirittura solo punto di passaggio: il fiume. E visto che è appunto considerato meta minore, lo facciamo attraverso una canzone “minore” di Fiorella Mannoia, un pezzo molto bello e poetico che tuttavia non ha raggiunto la fama di “Il cielo d’Irlanda”, “Quello che le donne non dicono”, “I treni a vapore” o “Sally”.

Il brano ci porta un po’ lontani dall’estate, anche se è possibile trovare delle giornate di luglio brumose, e ci ambienta nella nebbia che si deposita attorno e sopra il fiume italiano per eccellenza, il Po. Fiorella Mannoia ci conduce all’interno di un bel paragone tra il fiume e il mare: “Perché, in fondo, il mare ha un lato, un solo lungo lato blu e anche lo sguardo più allenato non può vederne mai di più, mentre chi vive accanto a un fiume, anche se è grande come qui, vede benissimo il confine e non può credere ai miracoli”. Il corso d’acqua viene visto in questa canzone in negativo, come impossibilità di spiccare il volo, come limite a unire due lembi di terra che vorrebbero stare uniti: “E’ per colpa di quel fiume se io sono ancora qui perché un giorno c’era un ponte che univa gli argini mentre adesso questo fiume in fondo è tutto ciò che ho e tra diecimila anni è sempre qui che aspetterò” e ancora “E’ per colpa di quel fiume se io sono ancora qua perché un giorno su quel ponte mi fermai a metà e quest’aria che mi opprime in fondo è tutto ciò che ho fino a quando l’altro lato dei miei sogni perderò”. C’è del rammarico, del rimpianto per occasioni passate e ormai andate che non sembrano più potersi ripresentare. E’ vero: tutto cambia, tutto scorre, come l’acqua del fiume. L’acqua che ci scorre davanti non si ferma e il fiume non è mai lo stesso, perché non è un circuito chiuso; e non lo scopriamo di certo noi. Ci avevano già pensato i greci: “Non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume” diceva Eraclito, perché la seconda volta l’acqua del fiume non è la stessa della prima. Eppure all’interno di questo mutamento, Fiorella Mannoia trova una strada per l’immutabilità e l’inevitabilità degli eventi: il fiume non cambia mai il verso della propria corrente: “Qui non è successo niente e non credo cambierà, come quest’acqua tra le sponde non si ferma, ma in realtà non ha mai cambiato il senso e del resto come può”. Per quanto possa rallentare o ristagnare in pozze fino alla prossima piena, il fiume non ci porta indietro: non c’è spazio per il ritorno, non c’è possibilità di andare a ritroso nel tempo.

Ma il fiume, andando al di là della canzone, può anche essere segno di speranza, segno di qualcosa che passa e si porta dietro ciò che pesa, qualcosa che può lenire i dolori, qualcosa che porta a valle gli ostacoli che impediscono il regolare e tranquillo scorrere del fiume stesso. Il fiume quindi come portatore dei sentimenti umani, delle emozioni positive o negative. E’ stata usata in poesia anche un’immagine: dentro il cuore di ogni uomo c’è un fiume che scorre e che raccoglie tutti i pensieri e gli stati d’animo, le delusioni e le gioie, i fallimenti e i successi. Di tanto in tanto, a forza di raccogliere questo fiume va in piena e ha bisogno di rompere gli argini: le lacrime sono semplicemente il segno di tale tracimazione. E’ bello mostrare che siamo vivi dentro, soprattutto se ciò poi non diventa esibizione.

Concludo con Baricco, che ci ha fatto compagnia anche una settimana fa nella puntata sul mare e che con questo brano traccia un legame profondo proprio fra fiume e mare:

“Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio. Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.”

Compagni di viaggio:

  • Mina, Cry me a river

  • Nomadi, Come un fiume

  • Cisco e La casa del vento, Il fiume

  • Angelo Branduardi, Rifluisce il fiume

  • Fabrizio De André, Fiume Sand Creek

  • Francesco Guccini, La ballata degli annegati

  • Alice, Anìn a grîs

  • Marco Masini, Gli occhi dell’Arno

  • Bruce Springsteen, The river

  • Dire Straits, Ride across the river

  • Pink Floyd, The Nile song

  • Sinead O’ Connor, Jumpin the river

  • Duncan James, Can’t stop a river

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2. Il mare cancella, di notte

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

La canzone di oggi è famosissima ed è ideale continuazione della meno nota Suad che abbiamo visto ieri. Là si parlava delle voci, dei colori, dei profumi di Algeri, qui anche si fa riferimento agli organi di senso che vengono colpiti dal Mediterraneo: “Mediterraneo da vedere… Mediterraneo da mangiare”.

Mango non canta il mare da spiaggia, quello caotico delle giornate sotto gli ombrelloni, dei tormentoni estivi che entrano nelle orecchie e non se ne vogliono andare, delle voci agli altoparlanti che cercano genitori a bambini dal costumino rosso, dei piazzisti di frutti esotici venduti a 30 euro al chilo e di uomini e donne di tutte le parti del mondo che cercano corpi da massaggiare e tatuare stando con un occhio all’orizzonte in cerca della polizia. No, Mango canta un Mediterraneo dell’anima, canta quello che posso definire, prendendo a prestito il bellissimo film di Alejandro Amenábar, il mare dentro. Alla fine del film si sente una voce fuori campo: “Mare dentro, mare dentro, senza peso nel fondo, dove si avvera il sogno, due verità fanno vero un desiderio nell’incontro. Il tuo sguardo e il mio sguardo, come un’eco che ripete senza parole: più dentro, più dentro, fino al di là del tutto, attraverso il sangue e il midollo.”

Il mare può essere amato od odiato, ma certo suscita emozioni e riflessioni: è sufficiente pensare alle sensazioni diverse che può dare in estate o in inverno, in un giorno di sole o in uno di tempesta. E poi è fatto di elementi diversi. Pensiamo alla sabbia della battigia e leggiamo un brevissimo brano di “Oceanomare” di Baricco: “Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. E’ come se non fosse mai passato nessuno. E’ come se noi non fossimo mai esistiti. Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi non pensare a nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E’ tempo. Tempo che passa. E basta…”

E il mare è fatto anche di onde, dalle piccole increspature ai cavalloni che fanno divertire i bambini coi loro materassini, dai cerchi concentrici che si allargano da un sasso ai burrascosi marosi che mettono in crisi anche gli abili marinai. Dice Romano Battaglia che “Il mare spesso parla con parole lontane, dice cose che nessuno sa. Soltanto quelli che conoscono l’amore possono apprendere la lezione dalle onde, che hanno il movimento del cuore.”

Mare spesso è stato sinonimo di libertà, di infinito, di eternità, insieme al cielo, come nella canzone di oggi: “Siedi qui e getta lo sguardo giù tra gli ulivi, l’acqua è scura, quasi blu, e lassù vola un falco lassù, sembra guardi noi, fermi, così grandi come mai; guarda là quella nuvola che va, vola già dentro nell’eternità”.

Concludo oggi con una sorta di dichiarazione d’amore fatta da Ernest Hemingway ne “Il vecchio e il mare: “Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani, di quelli che usavano gavitelli come galleggianti per le lenze e avevano le barche a motore, comprate quando il fegato di pescecane rendeva molto, ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò.”

Compagni di viaggio:

  • Claudio Baglioni, E tu

  • Franco Battiato, Summer on a solitari beach

  • Edoardo Bennato, Sempre in viaggio sul mare

  • Luca Carboni, Mare mare

  • Lucio Dalla, Baggio… Baggio

  • Delta V, Nel mare

  • Dolcenera, Devo andare al mare

  • Iron Maiden, The rime of the ancient mariner

  • Fiamma Fumana + Jovanotti, Onda

  • Negrita, Rotolando verso sud

  • Onde, Raf

  • Oceano, Litfiba

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Siate strada

E andare su twitter subito dopo aver scritto il post precedente e trovare il link a questo breve pezzo di Roberto Mussapi…

street.jpg«Siate la strada. Respirate come la strada, siate perfino come la stessa strada». Un verso nella parte conclusiva del dramma “La strada”, di Wole Soyinka, nigeriano, premio Nobel per la letteratura. La strada è una metafora potente e presente nella letteratura e nel cinema, poiché corrisponde a un mito inespresso: sulla strada percorri la tua via, verso una meta precisa, come il pellegrino, o l’ambasciatore, o il mercante. O verso un luogo ignoto, come capita all’emigrante o a chi parte alla ricerca di una terra sconosciuta. La strada è la traccia del nostro destino sulla terra, che s’incrocia con quella, invisibile, verticale, che mette in comunicazione con il cielo. Sulla strada Saulo è folgorato, sulla strada si rovescia il suo cammino. Essere strada, per noi, significa abbassarci al livello dei nostri passi, non isolarci dagli altri, non rinserrarci nella torre d’avorio dell’io. Ma nemmeno restare assiepati, confusi in una massa inerte e indolente: essere strada significa percepire un percorso, diventare strada è incorporare la nostra via. Sentirci in viaggio anche nelle pause di sosta, percepire il movimento incessante della nostra esperienza di vita anche nella quiete, nel riposo, nel silenzio. Sapere, sentire, che siamo sempre sulla strada e la strada è in noi.

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1. Slegare la fune

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

Ho scelto una canzone fortemente evocatrice per iniziare il nostro viaggio estivo: ascoltandola con attenzione e chiudendo gli occhi si ha veramente la sensazione di essere in una strada di Algeri. Questa bellissima dolce ballata dei Modena ci parla continuamente del paese straniero, ma lo fa traendo spunto non da un viaggio effettuato ma dagli organi di senso di Suad, una donna del deserto. E’ così che dai suoi occhi emergono foto e immagini di “polvere e tramonti, tappeti stesi, tende e silenzi, casbah e mercati, aeroplani su terre straniere e piedi scalzi nei vicoli di Algeri”; dalla pelle e dai capelli promana il “profumo dolce dell’erba e dell’incenso, di bracieri accesi, di ebano e di spezie, di sabbia portata dal vento e di palme”; infine, la bocca di Suad ci “parla di caldo e di colori, di mattoni gialli asciugati sotto il sole, di strade e carovane, di villaggi ai confini del mondo e di esuli stanchi che aspettano il ritorno”.

Penso che possa essere molto bello tornare da un viaggio portandosi dietro tutte queste sensazioni; ma affinché ciò avvenga penso sia importante partire col piede giusto. E allora mi permetto di suggerire, nel corso di queste puntate, non tanto dei consigli, ma più che altro degli spunti di riflessione, utili sia per un viaggio materiale che per uno metaforico o metafisico.

Prima di tutto mi piace pensare che il viaggio non consista solo in un giungere a destinazione, ovvero in un semplice spostamento che ci faccia divorare chilometri nel minor tempo possibile. Partire è schiudere noi stessi agli altri, agli incontri di persone e luoghi differenti; è abbandonare l’egoismo che ci fa guardare alla nostra quotidianità come l’unica importante e, spesso, possibile. Partire è destabilizzare l’egocentrismo, rendersi disponibili a mettere al centro dell’attenzione qualcos’altro o qualcun altro. Mi viene alla mente l’immagine di un viaggio in treno: se ci sediamo con le spalle rivolte alla direzione di marcia e guardiamo fuori dal finestrino, gli oggetti ci arrivano all’improvviso e subito diventano piccoli, allontanandosi da noi. Nel momento stesso in cui appaiono, già si dileguano. Se invece siamo seduti nella direzione in cui va il treno, le cose ci appaiono fin da lontano, molto piccole, ma diventano sempre più grandi, fino ad inondare gli occhi. Andiamo incontro alle cose, non le fuggiamo. Diventa pertanto fondamentale la disposizione d’animo che abbiamo prima del viaggio: siamo disponibili a mollare gli ormeggi? Rischiamo altrimenti di fare come i due turisti del racconto di Bruno Ferrero: una sera, due turisti che si trovavano in un camping sulle rive di un lago decisero di attraversarlo in barca per andare a «farsi un bicchierino» nel bar situato sull’altra riva. Ci rimasero fino a notte fonda, scolandosi una discreta serie di bottiglie. Quando uscirono dal bar ondeggiavano alquanto, ma riuscirono a prendere posto nella barca per intraprendere il viaggio di ritorno. Cominciarono a remare gagliardamente. Sudati e sbuffanti, si sforzarono con decisione per due ore. Finalmente uno disse all’altro: «Non pensi che a quest’ora dovremmo già aver toccato l’altra riva, da un bel po’ di tempo?». «Certo!», rispose l’altro. «Ma forse non abbiamo remato con abbastanza energia». I due raddoppiarono gli sforzi e remarono risolutamente ancora per un’ora. Solo quando spuntò l’alba constatarono stupefatti che erano sempre allo stesso punto. Si erano dimenticati di slegare la robusta fune che legava la loro barca al pontile.

Lasciarsi destabilizzare, farsi incontro al nuovo, non aver paura del diverso, penso possano essere validi metodi per giungere alle ultime righe della canzone di oggi: “La tua casa è fra le nuvole e il deserto”.

Compagni di viaggio:

  • Tiromancino, Imparare dal vento

  • Nomadi, Cammina cammina

  • Franco Battiato, Nomadi

  • Ligabue, Seduti in riva ad un fosso

  • Claudio Baglioni, Poster

  • Claudio Baglioni, Strada facendo

  • Daniele Silvestri, Salirò

  • Lunapop, 50 Special

  • Lucio Battisti, Sì viaggiare

  • Litfiba, Lacio drom (buon viaggio)

  • Francesco De Gregori, Viaggi & miraggi

  • Jovanotti, La linea d’ombra

  • Pink Floyd, On the run

  • Red Hot Chili Peppers, Aeroplane

  • Jamiroquai, Travelling without moving

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Bando

Ma perché tieni un blog? Ti porta via tanto tempo? Ne vale la pena? Queste domande mi sono state rivolte diverse volte, da amici, ma soprattutto da colleghi. Stamattina, leggendo sul blog Il canto delle sirene una poesia, ho trovato le parole giuste per una risposta unica. La poesia è di Karmelo C. Iribarren e si intitola “I giorni normali”

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e se ne vanno

senza lasciare traccia,

e li vedi

allontanarsi

sui tetti

– e con essi

gli anni -,

e non senti quasi niente,

o senti qualcosa

di vago,

che non sai

decifrare…

 

Sono i giorni normali,

quotidiani,

quelli che sembrano passare lontano,

 

gli assassini

dell’amore.

 

Ecco, il blog è un po’ lasciare una traccia, una scia, un segno. E’ mettere una bandierina in ogni giorno. E’ un fare attenzione, un rendersi conto. E’ un fermarsi nella corsa. E’ il “bando” di quando si giocava da bambini.

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Non sono andato via

E’ più di un mese che non aggiorno il blog. Faccio sempre così, non c’è verso. Mi propongo ogni anno,LibriBlog.jpg quando si avvicina la fine della scuola, di continuare anche in ferie a scrivere. Ma poi stacco. Probabilmente è un bisogno fisiologico. Mi si impone.

Non sono andato via, sono rimasto in Friuli, a casa, qualche volta al mare o in piscina. Ho letto, parecchio, come ogni anno; un po’ di tutto, come ogni anno. La sorpresa letteraria più bella? Sicuramente “Il conte di Montecristo” di Dumas, fantastico. La sorpresa letteraria più brutta? Sicuramente “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino, noioso e fastidioso. Ma visto che nessuna “fatica” va sprecata, riporto una citazione proprio da quest’ultimo libro:

“- Leggere, – egli dice, – è sempre questo: c’è una cosa che è lì, una cosa fatta di scrittura, un oggetto solido, materiale che non si può cambiare, e attraverso questa cosa ci si confronta con qualcos’altro che non è presente, qualcos’altro che fa parte del mondo immateriale, invisibile, perché è solo pensabile, immaginabile, o perché c’è stato e non c’è più, passato, perduto, irraggiungibile, nel paese dei morti …

– … O che non è presente perché non c’è ancora, qualcosa di desiderato, di temuto, possibile o impossibile, – dice Ludmilla, – leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà… – ”.

Allora, forse, non è proprio vero che non sono andato via…