Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Religioni

Davanti a Dio portando l’uomo

Com’è la vita di un cistercense oggi? Risponde padre Cesare Falletti del monastero Dominus tecum di Pra ‘d Mill:

“Di ragazzi qui ne vengono molti. E possiamo dir loro che la vita monastica ha due aspetti. Ce n’è uno pra.jpgstorico, vale a dire che nel corso dei secoli possono cambiare le condizioni di vita: nel medioevo si viveva in un modo, noi viviamo in un altro. Ma c’è anche qualcosa di essenziale che non cambia, ed è questa “trilogia”: una vita di preghiera personale e comunitaria (e di silenzio), di lavoro umile e manuale e di comunione fraterna (vivere insieme, servirsi a vicenda). Ma, molto semplicemente, ai ragazzi di oggi e di sempre si può anche dire che Dio c’è, e se c’è si può vivere per lui. E’ una vita che non ha senso se Dio non c’è, questo è chiaro. Mentre altre vite hanno almeno una ragione sociale (insegnare, educare, curare i malati), la vita monastica non ce l’ha…

Noi diciamo sempre ora, labora, lege et ama, e cioé aggiungiamo la lectio divina e l’amore fraterno nella vita comunitaria. Ma c’è di più: quell’ora et labora per noi è e rimane “prega lavorando”, e “lavora pregando”. L’attenzione alla presenza di Dio deve pervadere tutto.

C’è la famosa questione se i monaci sono utili. Dato che oggi utile significa efficace, allora i monaci sono inutili. Se invece utile vuol dire che Dio esiste e quindi stargli davanti ne vale la pena, solidali con tutti gli uomini, perché ogni persona è responsabile del mondo intero, ecco, il monachesimo è uno stare davanti a Dio portando l’uomo”.

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All’ospizio a 29 anni…

volleymanonposso.interfree.it.jpgHo letto ieri sul Messaggero Veneto una notizia che mi ha stupito e mi ha dato tristezza e mi ha fatto mettere un titolo volutamente provocatorio. La notizia è questa: “Per la prossima stagione di Prima divisione femminile di pallavolo, che prenderà il via a ottobre, il comitato provinciale Fipav di Udine ha previsto che non possano essere iscritte a referto più di quattro giocatrici over 1983”. Motivazioni? Dice il Presidente Riva: “La provincia di Udine ha moltissimi tesserati. Il campionato di Prima divisione femminile è molto competitivo, tanto che ci sono ben due gironi da 8 squadre. Vorremmo dare sempre più spazio alle giovani, in modo che possano crescere. Molte atlete esperte non hanno, inoltre, un comportamento e uno stile di vita che può essere considerato d’esempio, dal punta di vista sportivo, per chi invece vuole fare sport in modo sano. Chi è fuori età prevista può giocare in Seconda divisione o in un campionato amatoriale”. Sono motivazioni che mi hanno lasciato senza parole. Il primo pensiero che ho avuto è stato: non è che ci sono troppe giovani che mollano perché non reggono il confronto o l’attesa di maturare e vogliono giocare subito? Non è che ci sono delle società dal ricco vivaio che vogliono primeggiare? E’ anche vero, come dice l’articolo, che la decisione è stata presa da tutte le società presenti a un’assemblea. E quell’accusa lanciata così, nel mucchio, orrenda. Ma la risposta migliore è venuta da un gruppo di ragazze della squadra del Lestizza con parole che hanno molto da insegnare ai presidenti che hanno preso questa decisione: “Riteniamo che in una piccola realtà sportiva i valori siano soprattutto il gruppo e le relazioni interpersonali sane, che facciano crescere i giovani. Un contesto che nella nostra squadra sarà disgregato da una regola assurda… Abbiamo verificato che le ragazze giovani e valide non sono ostacolate da atlete con maggiore esperienza, dalle quali possono trarre esempio di tenacia e continuità. Dopo anni di passione e sacrificio, siamo discriminate: chiediamo di rivedere il limite, di eliminarlo se possibile, in modo che, almeno a livelli non professionistici, lo sport continui a essere fattore di unione e crescita”. Coraggio, presidenti, una mano sul cuore, una riflessione più approfondita, un passo indietro (magari due…).

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Continuare a essere se stessi

Ho trovato su Internazionale questo articoletto di Claudio Rossi Marcelli molto interessante. Fanno riflettere anche gli interventi a commento riportati in coda all’articolo originale.

vauro disabili.jpg“Sfido chiunque a negare di sentirsi a disagio di fronte a un handicappato”, scrive Massimiliano Verga, papà di un bambino molto malato, in Zigulì. Pensavo che non soffermare lo sguardo fosse la cosa più rispettosa da fare. Ma, secondo lui, chi si volta di scatto non è così diverso da chi fissa suo figlio: le due reazioni esprimono lo stesso malessere. Quello che si deve evitare è ridurre l’identità di un individuo alla sua disabilità.

Non esistono i down o gli autistici, ma solo persone affette da questi disturbi. Cercate di fare amicizia con il bambino, la sua personalità conta più della sua condizione. Ricordo l’intervista a una donna tedesca in sedia a rotelle che aveva scelto di vivere in Italia: “Ma come, signora, un paese pieno di barriere architettoniche, senza infrastrutture per i disabili”. Lei però si trovava bene. “Nell’efficientissima Germania non mi degnano di uno sguardo. Qui sono ricoperta di attenzioni, tutti vogliono sapere cosa mi è successo. Mi sento amata e coccolata”. La condizione di disabilità cambia a seconda di chi la vive.

“È difficilissimo restare noi stessi di fronte a un disabile”, scrive Verga. “L’unico modo per ridurre il disagio è fare in modo che il disabile possa continuare lui a essere se stesso. Ed è forse una regola che andrebbe adottata con chiunque”.

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Questa fragile e tenace volontà di capire

«Postulare che l’uomo (ogni uomo) abbia come vocazione essenziale la conoscenza, la conoscenza di Augé.jpegciò che è, la conoscenza di chi è, non significa assegnargli un ideale irraggiungibile, ignorare le condizioni materiali e affettive che possono garantirgli il benessere e talvolta la felicità: significa ricordare la parte di umanità generica di cui siamo tutti portatori, e l’esigenza etica e critica che ne consegue» (Marc Augé, da Futuro)

Posto un articolo di Paolo Perazzolo, in cui si parla di conoscenza, di scienza, di viaggi, di incontro con l’altro, di solitudine, di tempo, di ciclismo. A me è piaciuto molto. Buona lettura

“Marc Augé ama definirsi un testimone dei nostri tempi. Tale è stato ed è, a tutti gli effetti. La modalità che ha scelto, per assolvere a questa vocazione, è stata quella del viaggio. Dapprima le sue mete furono quelle tradizionali per tutti gli etnologi ed antropologi: l’Africa con le sue tribù ancora immerse in un passato ancestrale in cui la forza del mito e del rito si manifestava in tutta la sua purezza. Fatto ritorno in Occidente, ebbe la geniale intuizione di applicare le medesime categorie e lo stesso sguardo anche alla nostra società contemporanea “evoluta”. Infilandosi, ad esempio, nelle nostre metropolitane. Con esiti straordinari. A lui dobbiamo ad esempio l’idea del non-luogo, quegli spazi, dagli aeroporti ai centri commerciali, in cui tanti individui si sfiorano e vengono in qualche modo a contatto fra di loro, senza tuttavia mai incontrarsi e conoscersi davvero.

Ancora, a lui va attribuita la consapevolezza che la nostra epoca, in conseguenza di un’accelerazione senza precedenti rispetto alle categorie fondamentali di spazio e tempo, ha dei tratti del tutti peculiari. Di qui il neologismo, da lui coniato, di surmodernità, una società caratterizzata da un eccesso, una sovrabbondanza, un bombardamento di tempo, di spazio e di ego al quale è difficile dare una forma dotata di senso. Leggere i libri di Augé equivale davvero a intraprendere un viaggio, nel quale si è chiamati a tenere ben aperti gli occhi, in modo che la realtà si dia a noi senza mediazioni e al di là dei nostri pre-giudizi. Accade ad esempio con il recente Futuro (Bollati Boringhieri), densissimo saggio sul tempo e sul nostro modo di rapportarsi ad esso, o con Per strada e fuori rotta (stesso editore) in uscita in questi giorni, “Diario settembre 2008 – giugno 2009” in cui dà conto delle sue ultime esplorazioni.

C’è un tema sul quale il grande etnologo negli ultimi anni sta sempre più concentrando la sua riflessione: quello della conoscenza. Sembra quasi che in essa, e nel viaggio come modalità conoscitiva, egli stia ravvisando la strada che dobbiamo intraprendere per risolvere i nostri guai, uscire da una crisi vasta e complessa. Non è dunque casuale che la sua relazione al Festival della mente di Sarzana, sabato primo settembre, si intitoli proprio “La priorità della conoscenza”, nel quale denuncerà un doppio rischio: un divario sempre più crescente fra un’aristocrazia planetaria del sapere e una massa di semplici consumatori, da una parte, e l’arroganza intellettuale di chiunque voglia imporre le sue convinzioni all’umanità.

Professor Augé, perché la speranza dell’umanità si fonda sulla conoscenza?

«Il mio pensiero è che la conoscenza, l’impulso verso di essa, sia la sola realtà che possa dare un senso alla nostra vita. In Futuro scrivo: “Io che cosa sono, se non questa fragile e tenace volontà di capire? La coscienza comune di questa tensione profonda definisce il più alto grado di sociabilità, il rapporto più intenso con gli altri, l’incontro”. Ora, così dicendo non intendo affatto contrapporla alla dimensione affettiva delle persone. Semplicemente, mi sembra che, se la comunità degli uomini nel suo insieme fosse animata dall’aspirazione a migliorare la nostra conoscenza in ogni settore, le relazioni ne guadagnerebbero. La scienza, quella autentica, è umile. Non ha nulla a che fare con lo scientismo. La sua storia è quella di un movimento progressivo, sempre soggetto agli errori e sempre aperto alle correzioni e alle rettifiche, delle frontiere dell’ignoto. Pur reggendosi sulle conoscenze già acquisite, la scienza non le considera mai definitive. E fondandosi sull’evidenza, sull’osservazione e la verifica dell’esperienza, mette continuamente in discussione le nozioni di verità e totalità. Procede per ipotesi e si accontenta di spostare, passo dopo passo, i confini del non noto. Sono convinto che potrebbe fungere da modello per i nostri comportamenti, in ogni campo. Per assumersi questa funzione, la scienza deve riflettere e avere coscienza delle proprie finalità e degli effetti del suo operare».

Come è possibile allargare l’orizzonte di conoscenza, di sé e degli altri?

«Penso che sia interessandosi agli altri che si impari a conoscere se stessi. Cercare di conoscere l’altro da sé, significa mettere alla prova la relazione – fra un individuo e gli altri – che sta al centro dell’identità sociale, ma anche personale. Migliorare questa conoscenza significa abbandonare l’isolamento, sia per quanto riguarda me stesso, sia per quanto riguarda gli altri».

E quale ruolo va attribuito alle tecnologie in questo discorso?

«Hanno senza dubbio un impatto impressionante, ma possono creare un mondo artificiale, portandoci a confondere i fini con i mezzi, il virtuale con il reale. I rischi connessi al potere – questa perversione insita come possibilità in ogni relazione – sono sempre presenti nelle applicazioni della scienza».

Veniamo a un’altra questione centrale del suo pensiero, il viaggio. Può stimolare la nostra conoscenza? E cosa significa viaggiare? Non credo sia identificabile con il turismo di massa…

«Le esplorazioni sono sempre state importanti nella storia dell’umanità, ma l’Occidente ha sempre mancato l’incontro con l’altro, perché chiuso nella sua presunzione di superiorità. Viaggiare è essenziale, ma difficile. L’etnologo è un viaggiatore professionista che cerca di capire gli altri e di confondersi con loro. Quando viaggia gli tocca sperimentare anche il significato della solitudine. Viaggiare, oggi, non significa per forza percorrere lunghe distanze, per poi scoprire che tutto si assomiglia; significa invece imparare a guardare con i propri occhi lo spettacolo di ciò che non viene imposto né proposto. Qui o là, vicino o lontano, non importa. L’organizzazione del mondo globalizzato rende l”impresa ardua».

Mi sembra che una delle questioni centrali del suo pensiero sia quella della relazione, del rapporto fra un individuo e gli altri, nella dimensione sociale. Non crede che, dopo aver parlato di non-luoghi e non-tempi, sia venuto il momento di parlare anche di non-relazioni? Lei stesso poco fa accennava al fatto che Internet e i social network, ad esempio, pur avendo molti aspetti positivi, tessono una rete di relazioni artificiali…

«È il punto centrale. È paradossale che, proprio nell’era della comunicazione, rischiamo di perdere la relazione… Crediamo di conoscere solo quando riconosciamo una cosa come familiare. L’unica cosa che posso dire è che le due componenti fondamentali dell’esistenza simbolica – lo spazio e il tempo – sono indispensabili alla vita sociale. Trascurarle o ignorarle non può che portare a patologie distruttive».

Il mondo è sempre più piccolo, mai abbiamo avuto a disposizione così tanti mezzi di comunicazione, eppure la solitudine dilaga…

«Sono molte le cause della solitudine e dell’isolamento. Nei Paesi sviluppati, sia le nuove forme di lavoro (a tempo, precario) sia la disoccupazione hanno creato nuove paure. È quando l’avvenire immediato si fa incerto che la solitudine fa sentire i suoi morsi. Se ci spostiamo su scala mondiale, sono evidenti le forme di disuguaglianza, destabilizzazione e totalitarismo che alimentano la rivolta o la disperazione».

Lei dice che abbiamo perso la coscienza del passato e del futuro e ci siamo imprigionati in un immobile presente. Cosa abbiamo perso, perdendo il passato e il futuro?

«Il presente non esiste: è il nome che diamo al passaggio incessante dal passato al futuro. Però è vero che lo sviluppo tecnologico tende ad accelerare il tempo e a ridurre lo spazio: ubiquità e immediatezza appaiono come l’ideale promosso dal progresso tecnologico e, addirittura, come valori in sé. Gli esseri umani sanno, tuttavia, che fuori dai fondamenti simbolici della vita individuale – lo ripeto: lo spazio e il tempo – c’è solo illusione».

Quest’epoca dominata dagli eccessi di tempo, spazio ed ego – che lei ha definito surmodernità -, all’interno della quale l’uomo fatica a dare un senso e una forma alla rapida sequenza di fatti e informazioni e tende a chiudersi nei confini dell’io, è un destino ineluttabile?

«Non credo alla fatalità ma, contrariamente a quanto fanno gli uomini, la storia si prende il suo tempo. Anche se il tempo accelera, la storia condanna ancora i mortali, rivelando come utopie i loro progetti più modesti, nonché quelli più ambiziosi. Questa constatazione è al tempo stesso frustrante e incoraggiante. Il tempo attuale è probabilmente il tempo dell’eccesso, ma occorre fare attenzione al fatto che siamo sulla terra esposti in maniera molto diversa alle ricadute nelle illusioni che suscitano queste diverse forme d’eccesso. Un campo immenso e altrettanto aperto alla riflessione e all’azione politica».

Un’ultima domanda: andare in bicicletta è il simbolo di una nuovo stile di vita?

«Andare in bicicletta consente concretamente di praticare lo spazio e il tempo. Lo spazio, ovviamente: non dimentichiamo, soprattutto in città, che al ciclista si offrono itinerari alternativi e scorciatoie. Un po’ di libertà in un mondo inquadrato. Quanto al tempo, il ciclista lo sperimenta in varie maniere, facendo leva sul suo polpaccio. Mette alla prova la sua forma fisica e così prende coscienza della sua età. Non ci si dimentica mai l’arte di pedalare. E questa esperienza riporta il ciclista ai ricordi d’infanzia. La filosofia del ciclista è una forma di resistenza simbolica – sempre lo spazio e il tempo! – all’ideologia del presente».”

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Morire senza Cielo

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Salvador Dalì, Cristo di san Giovanni della Croce, 1951, Glasgow.

“Il Cielo non si trova né in alto né in basso, né a destra né a sinistra, il Cielo si trova esattamente al centro dell’uomo che ha Fede…Ora io non ho ancora la Fede e temo di morire senza Cielo” (Salvador Dalì)

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No, geometra Anzalone

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29 agosto 1991, a Palermo la mafia uccide Libero Grassi. Si è rifiutato di pagare il pizzo con questa lettera sul Giornale di Sicilia il 10 gennaio dello stesso anno: “… volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

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Braccia tese sul buio

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Italo Bolano, Crocifissione, 1994, Marina di Campo (Isola d’Elba)

Il corpo è allungato, sospeso nell’oscurità, le braccia alte, tese. Il volto non ha espressione, non si colgono occhi, bocca, graffi, solitudine, sofferenza, eppure si intuiscono dai tono generali, molto cupi e indefiniti nelle forme. Si vede solo un’inclinazione netta della testa con i capelli che scendono a lato. Il costato invece mostra i graffi di sangue della fustigazione. Su tutto grava uno sfondo scuro e poco omogeneo, fatto di luci (poche) e ombre (molte), da cui la croce si stacca con un effetto simile al 3D. E’ netta la pennellata rossa sulla sommità della croce.

Pubblicato in: arte e fotografia, Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Il Cristo dei vinti

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Crocifissione, Guttuso, 1941, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Un cielo cupo, sullo sfondo un paese dalle tipiche forme cubiste le tre croci a tau con Cristo e i ladroni poste di sbieco. Il volto di Cristo, al centro, non è delineato, ma è nascosto da un braccio della croce di un ladrone dalla pelle molto rossa. Le mani dei tre uomini sono chiuse a pugno. Tutto intorno è un affollarsi di figure, come quella femminile nuda, interpretata ora come la Madonna ora come la Maddalena, o il soldato con l’asta e la spugna d’aceto in una mano e dei sassi nell’altra. L’opera fece scandalo per la crudezza con cui il tema sacro era stato interpretato.”La nudità dei personaggi non voleva avere intenzione di scandalo. Era così perché non riuscivo a vederli, a fissarli in un tempo: né antichi né moderni, un conflitto di tutta una storia che arrivava fino a noi. Mi pareva banale vestirli come ogni tentativo di recitare Shakespeare in frac, frutto di una visione decadente. Ma, d’altra parte, non volevo soldati vestiti da romani: doveva essere un quadro non un melodramma. Li dipinsi nudi per sottrarli a una collocazione temporale: questa, mi veniva da dire, è una tragedia di oggi, il giusto perseguitato è cosa che soprattutto oggi ci riguarda. Nel fondo del quadro c’è il paesaggio di una città bombardata: il cataclisma che seguì la morte di Cristo era trasposto in città distrutta dalle bombe”. Le figure, i colori aspri, la tensione dei gesti delle figure, che esprimono la denuncia dei soprusi e della violenza esercitati sull’uomo, provocano nello spettatore un forte coinvolgimento emotivo. Lo stesso artista scrisse: “Questo è tempo di guerra e di massacri: Abissinia, gas, forche, decapitazioni… voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena d’oggi. (…) Cristo… come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee”.

– Il colore: i colori, molto intensi e aspri, appaiono violenti e innaturali.

– Il chiaroscuro: i passaggi chiaroscurali sono netti e taglienti.

– Il volume: forme e volumi sembrano ricondotti a solidi geometrici, appuntiti e spigolosi.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, musica

Sogni di quale età?

Scrive Roberto Mussapi:

“ «Una vita riuscita è un sogno di adolescente realizzato nell’età matura». Questa massima dello scrittore francese Alfred de Vigny è apparentemente lapidaria. Certo è ideale la realtà di una vita che consenta di realizzare, nell’età matura, i sogni dell’adolescenza. Ma dipende che sogni, di quale adolescente. Non sono tra coloro che enfatizzano smisuratamente quell’età della vita: mentre l’infanzia è fatalmente il tempo dell’innocenza, e la virilità deve coincidere con il senso di responsabilità, l’adolescenza è un’età liminare, al confine tra due mondi. C’è l’adolescente che amiamo, Jim, il ragazzo di Stevenson che parte alla ricerca di un tesoro su un’isola lontana: e poi, superata la prova, ritorna, condivide la conquista, diventa uomo. Non si trasferisce a vita sull’isola, non riparte a casaccio. C’è il tipo di adolescente che rifiuta ogni modello di società e di ordine, che è perennemente insoddisfatto e inappagato, e non sa che cosa vuole…” (da Avvenire).

Cantano gli Aerosmith:

“Ogni volta che mi guardo nello specchio, tutte queste rughe sul mio viso sempre più distinte; il passato è passato, svanito come tenebre all’alba, non è questo il modo in cui in vita ognuno paga il suo debito? So che nessuno conosce da dove arriva e dove andrà, so che il peccato è di ognuno, devi perdere per imparare a vincere. Metà della mia vita è nelle pagine scritte nei libri, vivi e impara dagli sciocchi e dai saggi. Sai che è vero, tutte queste cose ti ritornano. Canta con me, canta per gli anni, canta per le risa e canta per le lacrime; canta con me è solo per oggi, forse domani il buon Dio ti porterà via. Continua a sognare, continua a sognare, sogna un sogno che si avveri; continua a sognare, continua a sognare, sogna finché il tuo sogno non si avvera”.

Pubblicato in: Etica

Europa e Legge 40

La notizia, presa da Rainews24, è questa:

“La Corte europea dei diritti umani ha bocciato la legge 40 per quanto riguarda l’impossibilità per una ok.jpegcoppia fertile, ma portatrice sana di fibrosi cistica, di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni. Secondo i giudici della Corte di Strasburgo, la cui decisione diverrà definitiva entro tre mesi se nessuna delle parti farà ricorso per ottenere una revisione davanti alla Grande Camera, “il sistema legislativo italiano in materia di diagnosi preimpianto degli embrioni è incoerente” in quanto allo stesso tempo un’altra legge dello Stato permette alla coppia di accedere a un aborto terapeutico in caso che il feto venga trovato affetto da fibrosi cistica. La Corte ha quindi stabilito che cosi com’è formulata la legge 40 ha violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare di Rosetta Costa e Walter Pavan a cui lo Stato dovrà versare 15 mila euro per danni morali e 2.500 per le spese legali sostenute.”

Ecco i link agli articoli di Corriere e Avvenire.

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Vestiti e cultura

Di buon auspicio per l’anno scolastico alle porte…

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Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, opinioni

Corse troppo brevi

L’altroieri guidavo tra Dobbiaco e Misurina e parlavo con mia moglie dopo aver incrociato una colonna di motociclisti: “Mi piacerebbe guidare una moto, ma penso che ci passeggerei, godendomi le emozioni, l’aria, il paesaggio”. Oggi ho letto questo articolo di Ferdinando Camon…

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“Oggi ho, finalmente, la risposta, ed è quella che mai avrei voluto avere. Sono anni che, passando in auto per le strade della Val di Zoldo, dove sta il centro delle Dolomiti proclamate Patrimonio dell’Umanità, incrocio motociclisti con targa austriaca, tedesca o italiana. Su moto di grossa cilindrata, sovraccariche di trofei, con un ospite sul sellino posteriore che non si capisce come stia in equilibrio su quello spigolo, mi sorpassano da dietro in curva cieca, invadendo la corsia opposta, senza ch’io li veda arrivare, o mi piombano addosso da davanti, piegandosi in curva fino a sfiorare l’asfalto col ginocchio, come fanno Lorenzo e Stoner. Anni fa avrei detto Valentino Rossi, ma sic transit gloria mundi. Ogni volta mi chiedevo: Ma non rischiano troppo? Cos’hanno inventato i giovani, un nuovo modo di morire? Oggi vedo le statistiche, e vorrei non vederle: da aprile, su queste strade, sulle strade di questa sola regione, sono morti 60 motociclisti. Se per ogni incidente si calcolano altri tre o quattro feriti gravi, si ha la misura del fenomeno. È una strage continua. Il “Corriere del Veneto”, supplemento regionale del “Corriere della Sera”, ci dedica due paginoni e ci mette a corredo una interminabile sfilza di foto-tessera, le facce dei morti. È una sparata di volti ridenti o sorridenti: volti giovanili, di ragazzi, vedo soltanto uno di 52 anni, uno di 50, uno di 56. Sono all’acme della vitalità. Della loro vitalità fa parte la velocità. Muoiono per eccesso di velocità, quindi per eccesso di vita. Non importa se nello scontro la colpa è dell’altro (l’autista tende a “non vedere” la moto, o a vederla tardi), resta il fatto che se questi andassero più piano, resterebbero qui, con me, a guardare costernati questa parata di motociclisti uccisi dalla moto. Il mondo giovanile crea questo nuovo fenomeno: la passione per la moto, la scelta di moto potenti e veloci, e l’uso al limite della sicurezza e molte volte oltre il limite. La gioia del guidare una moto sta nell’essere sempre in fase di sorpasso. È un vantaggio, arrivi prima. Una volta, quando scoppiava il boom delle auto, correva una battuta: “Vieni subito o prendi l’auto?”. Adesso la battuta si può aggiornare: “Ti devo aspettare, o hai il motorino?”. Il motorino sta alla città come la moto alle strade: corre sempre sulla mezzeria, quella è la sua corsia preferenziale. Se parli con i giovani (io ci provo, s’impara sempre qualcosa), ti spiegano che il vero viaggiare è in moto, non in auto. Perché in moto senti l’aria, vi penetri come un missile. E perché in moto senti la strada, i dossi, le curve. In auto non senti niente. La giovinezza è sempre in cerca di emozioni, e la velocità su due ruote dà i brividi. Il brivido è il sale della giornata. Se hai viaggiato sentendo i brividi, all’arrivo sei contento. Il secondo passeggero, quello seduto sul sedile posteriore che spesso è una fettina di sedile, sopraelevata, con una corda per aggrapparsi con le mani alla quale non ha senso aggrapparsi con le mani, che dunque spesso si avvinghiano alla cintura del guidatore, il secondo passeggero deve accompagnare tutte le manovre di guida spostando il proprio peso, e dunque non è un passeggero, come in auto o in aereo, ma un secondo pilota, un co-pilota. Abituati a stare sempre in fase di sorpasso, i motociclisti non scelgono più se sorpassare o no, loro sorpassano comunque, e non scelgono se a destra o a sinistra, per loro una parte vale l’altra. Il motto di Kerouac, “Andare sempre e non importa dove”, un motto infausto che ha rovinato un paio di generazioni, loro lo cambiano e se lo adattano, “Correre sempre e non importa perché”. È come se alla domanda: meglio vivere o correre?, rispondessero: correre. Questo mezzo centinaio di facce bambine o appena adulte che mi guardano dal giornale dicono di no, meglio vivere. Ma il loro modo di dire “correre” era un urlo, il modo di dire “vivere” è il silenzio.”

Pubblicato in: Etica

Medicina e sperimentazioni

Per soldi? Per disperazione? Per fame? Perché non c’è altra via? Per speranza? Sono le domande che mi sono venute alla mente alla lettura di questo articolo di Stefano Vecchia.

cavia-umana(1).jpg“L’India ammette ufficialmente le morti dovute alla sperimentazione di nuovi farmaci e promette regole più rigide a salvaguardia delle “cavie” per le multinazionali farmaceutiche. È stato lo stesso ministro per la Sanità del governo di New Delhi, Ghulam Nabi Azad, a comunicare che un gran numero di decessi registrati negli ultimi anni è dovuto a una serie di patologie, anche tumorali, collegate alla somministrazione di medicinali a scopo sperimentale e ai loro effetti collaterali. In particolare, il riferimento è a 668 casi di morti per Sae (Serious adverse events, Eventi negativi seri) durante test clinici effettuati nel 2010 e i 438 casi del 2011, a cui vanno aggiunti i 211 casi del primo semestre di quest’anno. Un totale di 1.317 episodi per i quali è stata accertata con sicurezza in almeno una quarantina di casi la responsabilità dei medicinali somministrati. Da anni l’India è campo di manovra per le compagnie farmaceutiche multinazionali e le loro consociate o controllate locali. Oggi, tutti i test sono obbligatoriamente registrati dal Consiglio indiano della ricerca medica. Solo di recente, però, il consenso alla sperimentazione da parte di volontari include la clausola che chi vi si sottopone possa godere di cure mediche e di compenso in denaro in caso di danni connessi ai medicinali presi o di decesso. Compensi, tuttavia, lasciati “alla buona volontà” delle aziende farmaceutiche e finora strappati con difficoltà, ancor più nel caso di pazienti anziani, soli o con patologie dubbie. Di recente, tuttavia, l’Organizzazione centrale per il controllo degli standard del farmaco ha proposto, per la prima volta, una formula di risarcimento. Per i decessi avvenuti finora, i risarcimenti individuali elargiti da parte di una decina di colossi farmaceutici si aggirano intorno all’equivalente di una cifra compresa tra i 1.500 e i 15mila euro. Quelli concessi alle famiglie vanno da 2.300 a 3.500 euro. Tutti, comunque, sono stati ottenuti con grande difficoltà. Uno studio – i cui risultati sono stati diffusi solo scorso anno – ha mostrato come dal 2005 la crescita esponenziale dell’industria del farmaco in India ha coinvolto nella sperimentazione oltre 150mila persone in almeno 1.600 test clinici. Tra il 2007 e il 2010 – afferma il rapporto – sono almeno 1.730 le morti registrate durante i test o ad essi successive.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia

Quale obbedienza?

Quello che pubblico è un articolo lungo, poco adatto a un blog, lo so. Dovrei magari farne una sintesi e allegare l’intero pezzo. Ma è agosto, sono gli ultimi giorni di ferie, conservo le energie… E’ un articolo molto discusso, che fa discutere su obbedienza, coscienza, libertà, dissenso…

“Fuori dal gregge ” di Antonio Thellung in “mosaico di pace” del luglio 2012

0a.jpgL’obbedienza non è più una virtù, diceva don Milani, esortando a coltivare la presa di coscienza. Non per contrapporsi all’autorità, ma per educare ciascuno ad assumere le proprie responsabilità, senza pretendere di scaricarle su altri. L’obbedienza, infatti, può anche dirsi una virtù, ma soltanto se si mantiene entro limiti equilibrati, da valutare appunto con coscienza. Perché l’obbedienza cieca è il tipico strumento utilizzato dalle strutture autoritarie gerarchico-imperialistiche per esercitare il potere, offrendo in cambio ai sudditi lo scarico della responsabilità personale. Tipico esempio si è avuto nel dopoguerra quando pareva che nessuno dei feroci gerarchi nazisti fosse colpevole, perché sostenevano tutti di aver semplicemente obbedito a ordini superiori.

Il Vangelo è chiarissimo: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?”, ma la cristianità che si è affermata nella storia ha preferito mutuare dall’Impero Romano un’impostazione imperialistica che si mantiene presente tuttora, sia pure adattata ai tempi odierni. Un’impostazione che riduce i fedeli a “docile gregge”, come li definiva a suo tempo Pio X. Il Vangelo, inoltre, esorta anche a non chiamare nessuno padre sulla terra, un lampante invito a non cadere nelle tentazioni del paternalismo, che svaluta la dignità delle persone. Ma l’uso di chiamare “padre” i ministri del culto la dice lunga. Nello stesso brano, poi, Gesù in persona ammonisce i suoi apostoli a non farsi chiamare maestri perché solo Cristo è il maestro, ma sorprendentemente su taluni documenti ecclesiastici anche dei tempi presenti, come ad esempio il Documento di Base del 1970, si legge nientemeno che: “Per disposizione di Cristo, gli Apostoli affidarono ai loro successori, i Vescovi, il proprio ufficio di Maestri”. Incredibile! Si potrebbe dire che il magistero ha sempre richiesto ai fedeli un’obbedienza cieca, e non pochi tra coloro che hanno cercato di opporsi hanno pagato talvolta perfino con la vita. San Francesco, nella sua prima regola, aveva provato a scrivere che un frate non è tenuto a obbedire al superiore se questi gli ordina qualcosa di contrario alla sua coscienza, ma naturalmente papa Innocenzo III si è guardato bene dall’approvarla. In tempi più recenti, nel 1832, Gregorio XVI definiva un delirio la libertà di coscienza e nel 1954 Pio XII scriveva: “È giusto che la Chiesa respinga la tendenza di molti cattolici a essere considerati ormai adulti”. Non è stupefacente?

Chi esercita il potere, di qualsiasi tipo, vorrebbe dai sudditi una delega in bianco, perché teme le coscienze adulte, che sono difficilmente governabili per il loro coraggio di esprimere dissenso, quand’è il caso. E tanto più il potere è prepotente e prevaricante, tanto più esige un’obbedienza cieca. Il magistero ecclesiastico ha sempre mostrata una grande avversione al dissenso, trattandolo come un nemico da combattere perfino con metodi violenti, nel caso, senza capire che proprio il dissenso è il miglior amico degli insegnamenti di Cristo, perché agisce come sentinella delle coscienze. Il dissenso, nella Chiesa, c’è sempre stato, con buona pace di coloro che nelle varie epoche storiche hanno preteso di soffocarlo usando talvolta armi che sono incompatibili con l’insegnamento di Gesù. Sarebbe ora che l’autorità prendesse atto che il dissenso non è un nemico ma, anzi, un grande amico, anche se può rendere più complesso e faticoso il cammino. Il Concilio Vaticano II mostrava di averlo capito quando scriveva, nella Gaudium et Spes: “La Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano”. Ma ben presto, poi, sono prevalsi nuovamente gli atteggiamenti di repressione e condanna verso chi tenta coraggiosamente di alzare la testa.

Personalmente non dubito che un magistero ecclesiastico sia necessario e prezioso, ma di quale tipo? Qualsiasi coscienza adulta sa che di fronte a disaccordi e perplessità non avrebbe alcun senso rifiutare l’autorità o ribellarsi tout court: non sarebbe costruttivo. Ma sente però il dovere, prima ancora che il diritto, di chiedergli maggiore credibilità, di esigere che sappia proporre senza imporre, con rispettoso ascolto delle opinioni altrui. Gli ascoltatori di Gesù “rimanevano colpiti dal suo insegnamento”, perché “parlava con autorità”, e non perché aveva cariche istituzionali. Così il magistero può sperare di essere creduto, dalle coscienze adulte, quando offre messaggi autorevoli e convincenti, e non per il solo fatto di essere l’autorità costituita. Oggi la credibilità dei vertici ecclesiastici, con tutti gli scandali di questi tempi, è fortemente minata, e si potrebbe dire che solo facendo leva surrettiziamente sulla grande fede in Gesù Cristo che continua a sostenere tante persone (malgrado tutto) evita di porsi in caduta libera. Ma fino a quando, se permane la pretesa di continuare a proporsi come magistero di un “docile gregge?”.

La parabola della zizzania insegna che la Chiesa è comunione di consensi e dissensi, perciò, per recuperare credibilità, le autorità dovrebbero finalmente prenderne atto e imparare a dialogare con tutti alla pari, e in particolare proprio con il dissenso. Dovrebbero educarsi ed educare ad accoglierlo con l’attenzione che merita. Perché un dissenso respinto e represso a priori diventa facilmente aspro, arrabbiato, distruttivo mentre, se accolto con benevolenza, può diventare costruttivo, benevolo, e perfino affettuoso. Una buona educazione al dissenso potrebbe diventare la miglior scuola alla formazione di coscienze adulte, capaci di confrontarsi senza acquiescenze o confusioni e censure. Capaci, cioè, di non farsi travolgere da vergognosi intrallazzi di qualsiasi tipo.

Personalmente, cerco, nel mio piccolo, di fare quel che posso. Qualche anno fa l’editrice la meridiana ha pubblicato un mio libro dal titolo “Elogio del dissenso”, e per ottobre prossimo ha in programma di pubblicare un mio nuovo saggio dal titolo “I due cristianesimi”, scritto per sottolineare le differenze tra il messaggio originale di Cristo e l’imperialismo cristiano, non solo come si è affermato nella storia, ma anche come si manifesta al presente. L’interrogativo è focalizzato sulla speranza nel futuro, mentre le critiche a quanto è stato ed è contrabbandato in nome di Cristo servono solo per capire meglio come si potrebbe uscir fuori dalle tante macrocontraddizioni.

La speranza è irrinunciabilmente legata a una Chiesa delle coscienze adulte, perciò sogno un magistero impegnato a farle crescere senza sottoporle a pressioni psicologiche; un magistero capace d’insegnare a distinguere il bene dal male senza imporre valutazioni precostituite; lieto di aiutare ognuno a diventare adulto e autonomo senza costringerlo a sottomettersi; volto a stimolare una sempre maggiore consapevolezza rinunciando a imposizioni precostituite. Un magistero che affermi i suoi principi senza pretendere di stigmatizzare le opinioni diverse; che proponga la propria verità senza disprezzare le verità altrui. In altre parole, sogno una Chiesa dove sia possibile ricercare, discutere, confrontarsi, camminare assieme.

Sogno un magistero che affermi il patrimonio positivo della fede, libero dalla preoccupazione di puntualizzare il negativo; che sappia offrire gratuitamente l’acqua della vita, senza voler giudicare chi beve; che proponga la verità di Cristo, esortando a non accettarla supinamente; che tracci la strada, ammonendo a non seguirla passivamente; che offra strumenti per imparare a scegliere, a non essere acquiescenti, a non accontentarsi di un cristianesimo mediocre e tiepido. Un Magistero che preferisca circondarsi da persone esigenti, irrequiete, contestatrici, piuttosto che passive, pavide, addormentate. Esso per primo ne trarrebbe grandi benefici: sarebbe il magistero di un popolo adulto, maturo, responsabile. Etimologicamente la parola obbedienza significa ascolto, e sarebbe ora di educarci tutti a questo tipo di obbedienza reciproca: i fedeli verso l’autorità, ma anche l’autorità verso chiunque appartenga al Popolo di Dio, non importa con quale ruolo. Solo questa obbedienza è autentica virtù. Chissà se San Paolo, quando esortava a sperare contro ogni speranza, si riferiva anche alle utopie!

Pubblicato in: Etica, Storia, Testimoni

Amarezza

L’amaro comunicato stampa di ieri del presidente del centro di accoglienza Padre Nostro voluto da don Pino Puglisi:

“I soliti “ignoti”, perché nessuno si è mai impegnato a renderli noti, questa notte hanno rubato le persiane esterne e gli infissi interni in alluminio del Centro Polivalente Sportivo intitolato a Padre Pino Puglisi e Massimiliano Kolbe, sito in via San Ciro 23 int. 2. Già a maggio di quest’anno altri “ignoti” avevano rubato una stampante-fotocopiatore, un decespugliatore, un tagliaerba, una cassetta degli attrezzi, materiale di cancelleria, una webcam, e anche lo scudetto del Palermo donato ai bambini dal Palermo Calcio.

Questi “piccoli” furti, siano essi messi in atto dalla mafia o dal piccolo delinquente, in questi 19 anni centro-Padre-nostro-470x312.jpghanno avuto l’obiettivo di “avvelenare” l’umore dei volontari e degli operatori del Centro di Accoglienza Padre Nostro. La tecnica è quella, non della somministrazione di dosi di veleno massicce e letali, ma piccole dosi nel tempo sino a far morire la vittima, lentamente. Il loro obiettivo, come quello di tanti altri, è stato, nel tempo, quello di farci stancare, spingerci e gettare la spugna, farci arrendere, sfrattarci da Brancaccio. Non vi nascondo che tante volte ci abbiamo pensato e oggi più che mai.

Nell’anno della “buona notizia”, nell’anno in cui il Papa ha autorizzato la proclamazione di beatificazione di Padre Pino Puglisi, noi volontari e operatori del Centro da lui fondato, attendiamo, da 19 anni, la buona notizia della cattura dei responsabili di questi furti e atti intimidatori a noi rivolti. Siamo stanchi di sentirci dire che sono “ragazzate”, perché se così è, questi “ragazzetti” hanno messo in scacco, per ben 19 anni, persino le forze della polizia e gli inquirenti, visto che ad oggi mai nessuno di loro è stato identificato. Con le debite proporzioni Riina Salvatore e il suo socio, Provenzano Bernardo, erano dei pivelli a confronto.

Questo quartiere e la sua comunità, questa città e i suoi abitanti, hanno avuto un dono da Dio: Padre Pino Puglisi, con la sua creatura, il Centro di Accoglienza Padre Nostro… forse sono state donate “perle ai porci” e se così è non ci resta che sbattere la polvere delle nostre scarpe e andare altrove.

Maurizio Artale

Presidente”

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Triste progresso

“Acquasantiera elettronica realizzata completamente a mano in materiale metilmetacrilato, con sistema di apertura con chiave per ricarica acqua. Risolve il problema dei batteri che si formano nella vaschetta d’acqua dove tutti mettono le mani. Basta mettere la mano sotto al rubinetto e l’acqua benedetta scende, senza appoggiarsi o immergere la mano da nessuna parte.”

Che tristezza!!!

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Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia

Oltre

Splendido. Oggi. Sul Corriere. Claudio Magris.

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«Tutte le immagini — dice una poesia di Montale — portano scritto: “Più in là”». È questo oltre, questo «Più in là» che dà senso a ogni concreta realtà finita. I nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre azioni, la nostra esistenza non si limitano alla loro particolarità; si collocano in una dimensione infinitamente più grande che li avvolge e conferisce loro significato.

Così come un sorriso non esiste da solo, ma nel volto e nella bocca in cui nasce, nella persona in cui fiorisce e nella persona o nelle persone o nelle cose cui si rivolge e che non sono staccate da noi, ma fanno parte del campo di energie della nostra vita. La Via Lattea, quando la vediamo nelle notti serene, ci sembra lontana, altra da noi, ma invece siamo anche noi in essa, siamo anche noi la Via Lattea.

La nostra finitezza è inesorabile e forse non possiamo né dobbiamo occuparci d’altro, ma essa non basta ed è un’illusione delle nostre abitudini e dei nostri pregiudizi che essa sia tutto. Questo senso di ciò che trascende la nostra immediatezza è religioso, ma non ha necessariamente bisogno di una fede precisa. In uno splendido saggio, Horkheimer — marxista critico, padre insieme ad Adorno della Scuola di Francoforte e del pensiero negativo — parla del mondo finito come dell’unico mondo di cui si possa avere conoscenza, ma rimanda pure a un «irriducibilmente Altro» che non si può analizzare, ma non si può espellere dall’orizzonte della mente e del cuore umano.

Non so come si possa definire questo Altro: Dio, l’infinito, forse pure con altri nomi. Anni fa un eminente fisico mi disse che la scienza stava distruggendo gli infiniti. Non sono in grado di capire cosa ciò significhi, ma non credo che ciò possa cancellare la verità espressa nell’Infinito di Leopardi, verità oggettiva, che coglie il rapporto dell’individuo col Tutto in cui vive e che sostanzia la sua stessa esistenza. Senza questo senso concreto dell’oltre, non esiste veramente niente e niente può essere vissuto, patito, goduto. Basta uno sguardo, in cui nell’amore si accende improvvisamente qualcosa d’altro, per farci capire che la nostra esistenza non finisce ai confini del nostro corpo, dei nostri interessi, delle nostre paure. Anche l’aprirsi a un altro nell’amicizia varca e trascende le misere frontiere dell’io. Viviamo, anche senza saperlo e senza volerlo, in quest’oltre, come i pesci nel mare. Non avere questa consapevolezza impoverisce la vita, l’Eros, l’avventura.

Quest’oltre può essere vissuto e sentito, ma non predicato. «Tutto sta eterno dinanzi al volto di Dio— dice, in una poesia di Goethe, la bellissima Suleika al suo amante —. Amalo in me, per questo istante». In quel momento, l’infinito — se proprio vogliamo chiamarlo così — è baciare quella bocca, non tenere conferenze sull’infinito, sull’amore o su Dio. Forse — non lo so — matematici e fisici possono cercare di catturare l’infinito nei loro calcoli, ma nella vita d’ogni giorno non è certo il caso di rompersi la testa sulla sua inafferrabilità e di atteggiarsi a pensosi e tormentati spiriti profondi in cerca dell’assoluto. Questo oltre lo si vive nelle cose concrete d’ogni giorno, come l’orizzonte che le avvolge e dà loro significato, ma occupandosi della loro e nostra finitezza. Si lamenta, giustamente, che preoccupazioni materiali rendano la società sempre più priva di spiritualità. Ma quest’ultima è reale non se è oggetto di nobili discorsi, ma se è l’atteggiamento con cui si affrontano i problemi d’ogni giorno. Proprio perché Dio è indicibile — ed è patetico ed empio volerlo definire, possedere, farsene rappresentanti ufficiali o interpreti autorizzati, parlare a suo nome — il nostro compito è parlare non dell’infinito ma delle piccole o grandi, buone o cattive cose in cui esso vive e si nasconde, dalle difficoltà casalinghe all’euro o alle pensioni. La preghiera, è stato detto, è attenzione, attenzione amorosa, rigorosa e silenziosa alle cose.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, musica

E poi diventi adulto di colpo

Il 21 novembre 1992, a quasi un anno dalla morte di Freddie Mercury, su Il Sabato esce questo articolo che ho recuperato da qui.

may.JPGUn anno fa moriva la regina. Freddie Mercury, cerimoniere dei Queen, si spegneva il 24 novembre 1991 a Londra, ventiquattrore dopo aver pubblicamente annunciato di aver contratto l’Aids. Nel ’71 aveva scelto per la sua band il nome Queen, titolo nobiliare dell’inquilina di Buckingham Palace e, nel linguaggio portuale, della checca. Freddie era stato l’istrione del rock, una maschera greca che alternava ironia ed esagerazione, amore e morte, intimismo e spavalderia. Che il cantante dei Queen stia già diventando leggenda lo suggeriscono anche le cifre: il doppio “Live at Wembley” viaggia verso vendite milionarie, mentre la raccolta dei “Greatest Hits” sta raccogliendo ovunque un successo di dimensioni colossali. E se per gli altri miti del rock la leggenda è circondata da un alone di significati – libertari, rivoluzionari, generazionali – che importa? Si scoprirà con il tempo che Freddie non era poi quel “macho” esagerato che egli stesso rappresentava in scena, ma un personaggio ermetico che raccontava (con parole simili a quelle di Jim Morrison): “sono stanco di essere usato, vorrei essere amato, perché puoi avere tutto ed essere solo in questo mondo di merda”. Un omosessuale non pentito che ha lasciato la parte più cospicua della sua eredita – milioni e milioni di sterline – non ai suoi amanti gay, ma all’unica donna della sua vita, la quarantenne londinese Mary Austin. Per quelli che gli sono stati vicino, la morte di Freddie è ancora un trauma. Lo è soprattutto per Brian May, il riccioluto chitarrista-astronomo che all’età di 23 anni abbandonò i telescopi per entrare di fianco a Mercury nel mondo del rock. Oggi Brian, uno dei più apprezzati musicisti del globo, è un uomo che tenta di risollevarsi. Uno dei quarantenni del rock che stanno tentando di ritrovare una qualche direzione di marcia…

Brian, è già trascorso un anno dalla scomparsa di Freddie…

E ogni volta qualcuno chiede come io e gli altri della band, John Deacon e Roger Taylor, abbiamo reagito alla sua morte, se abbiamo sopportato “bene” il colpo. Che razza di domanda: come si reagisce alla scomparsa di una persona con cui hai vissuto per vent’anni ogni giornata della tua vita? Male, malissimo, ti senti a pezzi fisicamente e non ci sei più con la testa…

Al termine del Mercury Tribute allo stadio di Wembley, David Bowie inginocchiandosi ha recitato il Padre Nostro in coro con tutto lo stadio…

Già, è stato un momento strano. Ho chiesto a David il perché, il motivo di quel gesto, ma neanche lui mi ha dato una risposta. Gli sembrava giusto ricordare Freddie con una preghiera e il Padre nostro è la preghiera. Ognuno poi reagisce diversamente di fronte al dolore, in modo oscuro. Nel dolore emergono i tuoi spettri, il tuo sangue, le tue ferite. Io ho preferito andare dall’analista, che è riuscito a farmi intravvedere la luce. Ho poi inciso un album, “Back to the Light”, che avrei potuto intitolare Inferno e resurrezione, ma poi ho pensato che anche Dante Alighieri aveva già scritto qualcosa di simile.

E ora si sente tranquillizzato, in pace con se stesso?

Non so ancora bene dove mi trovo. Sono solo più stabile.

Ha qualcosa da dire sulla morte?

Oh mioddio. Cosa si può dire… Ci attende tutti. Ne siamo coscienti solo quando ti tocca vicino, vicinissimo. E dopo diventi adulto di colpo. Di colpo ti accorgi che non giochi più.

Lei, Peter Gabriel… come mai tante rockstar si rifugiano dallo psichiatra?

L’analista è spesso una persona che aiuta a non aver paura dei mostri della vita, della parte più incomprensibile di te e degli altri, di quei segreti inconfessabili che son la tua zavorra, la tua tomba. Nel caso del rock l’analista aiuta ad affrontare le energie che vengono liberate e poi sfuggono al controllo. Il problema di chi fa rock è sempre nella testa…

Quanto si finge quando uno è sul palco?

Tanto. Con tutti.

Cioè?

Uno dei problemi del rock è la gente che hai intorno. Per mille motivi conviene a tutti che si rimanga bambini, marionette. Gli affari determinano il potere e per gli affari devi rimanere un oggetto, facilmente utilizzabile. Freddie lo diceva sempre. “Nessuno si immagina come io sia lontano dal palco, lontano dai soldi, lontano dal business. Nessuno immagina come siamo ognuno di noi quattro, lontano da quella macchina che chiamiamo Queen”. Quando il treno si è fermato e la favola Queen s’è interrotta, ho sentito la sensazione di aver sbagliato tutto, di essermi perso.

Nell’ultima produzione dei Queen ci sono titoli che riflettono proprio la tragedia che stavate vivendo. Un pezzo come The show most go on non conteneva già una sensibilità nuova e drammatica?

Certo, quella era una canzone con una forza particolare, scritta mentre sentivamo che si stava compiendo qualcosa di tragico. Quando Freddie è venuto per la prima volta a sentire i provini e a registrare le sue voci era in condizioni tremende eppure riuscì a cantare anche meglio che nel passato: quella sua registrazione è probabilmente uno dei suoi vertici assoluti. Dal mio punto e vista è come se fossimo riusciti a scrivere un’aria d’opera, molti anni dopo Bohemian Rapsody. Ma abbiamo scritto e interpretato tante canzoni dal testo forte e ricco anche prima di quell’ultimo periodo. L’urgenza di essere amato di Somebody to love esprime fortissimamente la sensibilità di Freddie, ma anche la necessità di tutti di non essere soli. E poi il sentimento ecologico di Is this the world we create…

I vostri pezzi più famosi – We we’ll rock you e We are the champions – vi rappresentano ancora?

Non rappresentano più né me, né gli altri. Sono grandi canzoni e le suonerò ancora, ma la vita le deve superare: non è mai il passato che può rappresentarti. Ciò che abbiamo fatto appartiene alla vita pubblica, alla cultura della gente, dei giovani in tutto il mondo. Così come la memoria di Freddie ormai appartiene a tutti coloro che l’hanno amato. Penso che la manterranno viva.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, cinema e tv, Filosofia e teologia, Letteratura, musica

14. Forse un giorno di nuovo, lungo la strada

Sei anni fa ho fatto una piccola trasmissione per Radio Spazio 103: cinque minuti sul tema del viaggio e della musica. Ripropongo qui quelle puntate: è un’occasione per me di riprenderle in mano e approfondire alcuni aspetti. Alla fine ci sono anche dei “compagni di viaggio”, cioè delle canzoni legate allo stesso argomento.

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Nel primo post di questa serie abbiamo affrontato la canzone “Suad” dei Modena City Ramblers e avevo detto di quanto fosse evocatrice di colori, suoni, profumi e di che bello sarebbe tornare da un viaggio con tali sensazioni vive dentro di noi. Bene, siamo giunti alla fine del nostro viaggio e questa canzone si intitola appunto “Dopo il viaggio” inizia con la parole: “Le cose che porto dentro sanno di erba e di colore, le cose che tengo dentro sono passione e ore senza contare”. Biagio Antonacci riconosce che ritornare non è facile sia perché la terra lasciata all’inizio del viaggio non è più familiare come prima sia perché “non è facile sapersi bastare”. Diventa importante avere la consapevolezza che il ritorno può anche essere l’inizio di una nuova partenza; il ritorno può essere sì la fine, la conclusione, ma può anche essere la fine di un capitolo e non dell’intero romanzo che è la vita. Leggiamo in controluce le parole della canzone: “Le cose che porto dentro sono kilometri che fanno arrivare, le cose che tengo dentro sono indirizzi presi per non ridare. Sono oasi….naturali. Sono fili di grano che arrivano al mare”. Noi uomini abbiamo la gran fortuna di non essere mai solo ciò che appariamo, ma siamo anche tutto ciò che abbiamo dentro, tutti i chilometri percorsi e le persone incontrate. Percorrendo poca strada, scarso è anche il bagaglio interiore, un po’ come uno dei personaggi dell’“Antologia di Spoon river”: “Una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. Perché, l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta e io ebbi paura; l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio; è una barca che anela al mare eppure lo teme.” Per chi ha visto “The Truman Show”, il collegamento tra questo brano e la scena finale del film è immediato…

Per qualcuno tornare può anche significare rimpianto per ciò che era prima del viaggio e che non è più: se immaginiamo di essere in una stazione ci troviamo immersi nelle prime pagine di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino: “Il disfarmi della valigia doveva essere la prima condizione per ristabilire la situazione di prima: di prima che succedesse tutto quello che è successo in seguito. Questo intendo quando dico che vorrei risalire il corso del tempo: vorrei cancellare le conseguenze di certi avvenimenti e restaurare una condizione iniziale. Ma ogni momento della mia vita porta con sé un’accumulazione di fatti nuovi e ognuno di questi fatti nuovi porta con sé le sue conseguenze, cosicché più cerco di tornare al momento zero da cui sono partito più me ne allontano: pur essendo tutti i miei atti intesi a cancellare conseguenze d’atti precedenti e riuscendo anche a ottenere risultati apprezzabili in questa cancellazione, tali da aprirmi il cuore a speranze di sollievo immediato, devo però tener conto che ogni mia mossa per cancellare avvenimenti precedenti provoca una pioggia di nuovi avvenimenti che complicano la situazione peggio di prima e che dovrò cercare di cancellare a loro volta. Devo quindi calcolare bene ogni mossa in modo da ottenere il massimo di cancellazione col minimo di ricomplicazione”.

Ma con quest’ultimo post voglio sperare che alla fine del nostro viaggio, alla fine di questo viaggio, ci sia ottimismo e gioia. Sicuramente nelle tappe di viaggio che sto vivendo io personalmente in questo periodo c’è molta felicità, ma il perché, se volete coglierlo, dovete leggerlo nelle ultime parole che vi lascio, parte conclusiva della canzone “La valigia” di Jovanotti: “Non vi dirò come finisce la storia anche perché non è finita mai. Se scorre un fiume dentro ad ogni cuore, arriveremo al mare prima o poi. Io sono una valigia e giro di stazione in stazione, in molti mi trasportano ma solo tu hai la combinazione. Ma chi l’avrebbe detto che la vita ci travolgeva come hai fatto TU.” (ok, ok, vi aiuto un pochino con una foto…)

Compagni di viaggio:

  • Claudio Baglioni, Arrivederci o addio
  • Lucio Battisti, Sì, viaggiare
  • Alex Britti, Tornano in mente
  • Francesco Guccini, Radici
  • Modena City Ramblers, L’uomo delle pianure
  • Zucchero, Torna a casa
  • Ivano Fossati, Il grande mare che avremmo attraversato I e II
  • Francesco De Gregori, Vecchia valigia
  • Lucio Dalla, Goodbye
  • Queen, The show must go on

 

“Buon viaggio hermano querido

e buon cammino ovunque tu vada

forse un giorno potremo incontrarci

di nuovo lungo la strada.”

Modena City Ramblers