Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Letteratura

Noi bussiamo alla soglia

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I primi soldi di quest’anno 2013 mia moglie ed io li abbiamo spesi in una libreria: spero sia di buon auspicio. Tra i nove libri portati a casa ho iniziato a leggere “Tu, mio” di Erri De Luca e sono rimasto affascinato, tra le altre cose, da queste parole:

“Non ho avuto intimità col fondo, con quelli che s’immergono coi fucili. Nicola non sapeva nuotare e mi ha trasmesso il rispetto per il fondo. Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi, dai pescatori. Chi va sotto a prendersela con le sue mani la risposta, fa il prepotente col mare. A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua. Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell’acqua, non dobbiamo entrare in casa sua da padroni.”

Mi sono venute in mente le relazioni tra le persone, le prepotenze che talvolta si manifestano senza il rispetto per le varie profondità che si custodiscono dentro gli uomini, le violenze di piegare gli altri ai propri fini e alle proprie aspettative. Mi sono venute alla mente le parole di Henri Nouwen che sembrano essere quasi un controcanto di accoglienza verso chi si ama: “A volte immagino che il mio intimo sia come un posto irto di aghi e di spilli. Come accogliere qualcuno se non vi può riposare pienamente? Un cuore agitato di preoccupazioni, rabbia e gelosia, causa delle ferite a chi vi entra. Devo creare in me una zona libera per poter invitare gli altri ad entrare e a guarire… Ciò significa una interiorità dolce e non un cuore di carne e non un cuore di pietra, uno spazio dove si camminare a piedi nudi” (Al di là dello specchio).

Pubblicato in: Diritti umani, Etica

Col meccanico no, con l’autista sì

La storia di Manal Al-Sharif raccontata da Paola Zanuttini su Il venerdì.

donne-al-volante-pericolo-distante-in-arabia--L-CqHi17.jpeg“Certe persone ci mettono tanto a prendere la patente. Manal Al-sharif è una di queste, a 33 anni non c’è ancora riuscita. Non per colpa sua, perché la grinta non le manca, visto che è un’attivista per i diritti civili in Arabia Saudita. Quest’anno il Daily Beast l’ha inserita nella lista delle 150 donne più coraggiose del mondo e Time in quella dei 100 personaggi più influenti, ma il permesso – o il diritto – di guidare non l’ha ancora ottenuto. E’ una storia lunga quella della sua patente. Inizia nel tumultuoso autunno 1979, quando la Grande Moschea della Mecca fu sequestrata per due settimane da un manipolo di fondamentalisti decisi a rovesciare la dinastia saudita «schiava di Satana e dell’America». Per alcuni storici quell’assalto e le 400 morti che causò furono la prima scintilla di Al Qaeda. Teoria supportata dal fatto che, all’epoca, la moschea era in fase di restauro e i lavori erano affidati al Saudi Binladin Group, corporation della famiglia Bin Laden, peraltro molto vicina alla Casa reale. Maestranze e tecnici avevano libertà di movimento nel santo luogo e pare l’abbia avuta anche uno dei 51 fratelli e fratellastri di Osama, tal Mahrou, che risultò implicato. Negli stessi giorni, Manal sgambettava nella culla, ignara della sterzata che quegli eventi avrebbero imposto alle saudite. Se ne accorse crescendo. Perché la vicina rivoluzione khomeinista e i focolai interni di fondamentalismo avrebbero indotto il governo saudita a uno strategico rispolvero delle vecchie tradizioni, da imporre alla fascia più debole della popolazione: le donne. Che, fino allora, se l’erano passata assai meglio. Prima di essere private dello sterzo e altri strumenti di autonomia, le più emancipate guidavano perfino i camion. Oppure invitavano in casa i maschi non di famiglia per il tè, con l’accortezza di lasciare aperta la porta d’ingresso. E camminavano per strada senza l’abaya o il niqab, indumenti che invece Manal indossava il 21 maggio 2011, quando ha dato scandalo guidando un’auto in un’area privata della sua città, Khobar, facendosi riprendere da un’altra attivista e postando su YouTube e Facebook un filmato nel quale, oltre a mostrare la sua sfida, chiedeva che alle donne si insegnasse a guidare, perché «Che può succedere se, Dio non voglia, l’uomo al volante ha un infarto?».

Imprigionata nove giorni, è stata poi costretta a firmare una lettera in cui chiedeva perdono e prometteva di non riprovarci. Intanto, il suo video era stato visto da 700 mila persone in due giorni e cento donne avevano seguito il suo esempio. A dimostrare che la storia della patente di Manal e le altre è infinita, basta un dettaglio: l’autrice delle riprese è Wajeha Al Huwaiden che aveva lanciato in rete la stessa sfida nel 2008. Anche nel 1990, a Riyad, 47 donne erano state imprigionate per lo stesso reato, che poi non è un reato: nessuna legge impedisce alle saudite di guidare. La cosa è più subdola: a loro non si rilascia la patente. È solo un fatto culturale. Lo dice anche re Abdullah che, con la sua allure progressista, prevede miglioramenti della condizione femminile nel suo regno, ma invita alla pazienza. Addetta alla sicurezza per l’informatica e le comunicazioni di Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, Manal ha imparato a guidare (e ha guidato) a Boston, dove l’azienda l’aveva inviata per un certo periodo nel 2009. È divorziata: pare che il suo sposo fosse troppo all’antica. Per ottenere la custodia del figlio di sei anni ha affrontato una saga giudiziaria, ma sugli alimenti non l’ha spuntata: neanche un rial dall’ex marito. Deve essere un altro paradosso della disparità in Arabia. Dove un moglie violentata che vuole sporgere denuncia deve farsi accompagnare alla polizia dal marito, che l’ha appena maltrattata, perché certifichi la sua identità. In passato, a Manal questi paradossi non facevano effetto, anzi: da bambina bruciava le cassette pop del fratello la cui musica – diceva 1l mullah – usciva dal flauto di Satana. Alla facoltà di Informatica non obiettava sulle classi separate, o segregate. E, per un certo periodo, è stata simpatizzante di Al Qaeda. L’11 settembre, vedendo in tv la gente che si buttava dalle Torri, ha cambiato idea. Già l’anno prima aveva confutato le opinioni musicali del mullah: scaricata da internet Show Me the Meaning of Being Lonely dei Backstreet Boys, l’aveva trovata «pura e innocente».

Se il 2011 è stato l’anno dell’improvvisa notorietà globale di Manal, il 2012 è stato l’anno del consolidamento, ma anche del tentato picconamento del suo mito. Il 23 gennaio è uscita la notizia che era morta: in un incidente automobilistico presentato come la punizione divina per la sua sfrontatezza. Lei ha smentito su Twitter, dove conta novantamila follower. La punizione terrena è arrivata a maggio: dopo dieci anni di onorato servizio, Aramco, che non aveva digerito tutta quella cagnara femminista, l’ha licenziata togliendole anche un benefit aziendale non da poco: la casa in cui abitava con il figlio. Lo stesso mese, il freedom Forum di Oslo le conferiva il Premio Václav Havel per il dissenso creativo. In un Paese che nega alle donne il voto e impone loro un guardiano maschio (il padre o il marito), la creatività del dissenso di Manal si configura nella sua capacità di sintonizzarsi con la cultura saudita. I conservatori aborrono l’ipotesi delle donne al volante per i seguenti motivi: se guidano, scoprono per forza il viso ed escono di casa più liberamente, sfiorando la possibilità di avere contatti con uomini estranei alla famiglia: come il meccanico, in caso di guasti o incidenti. C’è anche il rischio che creino disoccupazione fra tutti quei ragazzi che si guadagnano la vita facendo gli autisti. Senza contare che il flusso di neopatentate – fragili ed emotive per natura – ingolferebbe le strade. Manal non ha sbertucciato queste discutibili posizioni. Ma, arguta, ha confessato che l’ora X della sua insofferenza è scoccata una sera, all’uscita dall’ospedale dove aveva portato il figlio: aveva aspettato un taxi per un’ora subendo insulti e molestie dai passanti. Ha spiegato poi che non tutte le famiglie possono permettersi un autista stipendiato. E ha cautamente suggerito che la possibilità di guidare proteggerebbe la sicurezza ela dignità femminile. Argomento vincente, sulla scia dello scandalo sollevato dal caso di una signora stuprata dall’autista di famiglia. Altro paradosso saudita, quello degli autisti: le donne non possono stare a contatto con il meccanico, ma con lo chauffeur sì.”