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Un record duro da battere

La storia del Conclave più lungo e … anomalo… Da Vatican Insider.

conclave-Viterbo-1277.jpgCi fu una volta, quasi otto secoli fa, che un conclave, il primo della storia con questo nome perché il primo in cui i cardinali vennero chiusi a chiave (clausi cum clave), durò circa tre anni così da restare il più lungo della storia della Chiesa, oltre che famoso per lo scoperchiamento della sala del palazzo arcivescovile di Viterbo, dove i cardinali erano riuniti, per spingerli a decidersi. Per la precisione si ebbe una Sede vacante di 1006 giorni, conclusa il primo settembre del 1271 con l’elezione di Tebaldo Visconti (arcidiacono di Liegi che era allora, tra l’altro, in Terra Santa per la Crociata) che prese il nome di Gregorio X e fu incoronato a marzo dell’anno dopo, al suo ritorno a Roma. Non sorprende quindi che due anni dopo, durante il Concilio di Lione, questi promulgasse la costituzione apostolica «Ubi periculum», documento con cui la Chiesa istituisce ufficialmente il Conclave e ne stabilisce regole durissime, poi cambiate con tempo.

Alla morte di Clemente IV, il 29 settembre del 1268, i cardinali, in tutto 17, erano divisi in due partiti, 7 o 8 filofrancesi e filoangioini, o guelfi, e una decina, due dei quali morirono durante il conclave, filotedeschi, o ghibellini. Tale divisione non era però la sola. I cardinali erano ulteriormente divisi e contrapposti per ragioni diverse, da quelle famigliari ad altre più personali, in almeno quattro fazioni, il che rendeva assolutamente difficile un qualsiasi accordo, che richiedeva comunque una maggioranza di due terzi degli elettori. O meglio, capitava che forse ne potessero trovare uno, come quando il cardinale Ottaviano degli Ubaldini propose l’elezione al papato di Filippo Benzi, priore generale dei Servi di Maria in odore di santità, il quale però, appresa la notizia, rifiutò tanto onore e responsabilità scappando di nascosto per andare a chiudersi in una grotta sul Monte Amiata che ancora oggi porta il suo nome. Pare che anche Bonaventura da Bagnoregio, settimo successore di San Francesco d’Assisi come generale dell’Ordine Francescano, abbia rifiutato in modo netto la sua possibile elezione.

A Viterbo nel frattempo la storia proseguiva il suo corso e accadevano anche fatti significativi come l’assassinio il 13 marzo 1271 per mano del cugino Guido di Montfort, Vicario per la Toscana di Carlo d’Angiò, di Enrico di Cornovaglia, nipote di Enrico III d’Inghilterra, durante una Messa nella chiesa di San Silvestro nel periodo di sosta viterbese del corteo funebre che riportava in Francia i resti di Luigi IX (morto a Tunisi nel corso dell’ottava crociata). La città, col passare del tempo, non ne poteva più e il Podestà Alberto di Montebuono assieme al Capitano del Popolo Raniero Gatti, interpretandone lo sdegno e per sottrarre i cardinali alle forti pressioni esterne, il 1° giugno 1270 ordinarono la chiusura delle porte della città e chiusero i cardinali nella grande sala di quello che oggi si chiama Palazzo dei Papi per costringerli a decidersi. Dopo pochi giorni, per mostrarsi ancora più decisi, fu ordinato di ridurre le porzioni di cibo e di scoperchiare buona parte del tetto dell’aula in cui erano i porporati, cui in seguito furono comunque aperte anche le altre sale del palazzo, così che andarono avanti per ancora più di un anno. E, comunque, per giungere alla decisione dovettero alla fine delegare a una commissione, composta di sei cardinali elettori, il compito di scegliere il nuovo Papa, i quali trovarono sorprendentemente l’accordo, su quello che sarebbe diventato Gregorio X, in sole due ore.

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Twitter al Conclave

Vista stamattina in alcune classi, presa dalla rete

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Nessuna geometria

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“Pensa: nessuna geometria ha ricavato la formula dell’uovo. Per il cerchio, la sfera, c’è il pigreco, ma per la figura della vita non c’è quadratura” (Erri De Luca, Il peso della farfalla).

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Un adeguamento alle esigenze attuali

Mi è capitato spesso di citare sul blog Asianews. Ecco che il suo direttore, Bernardo Cervellera, si pronuncia sulla Chiesa, intervistato qui da Giacomo Galeazzi.

«E’ arrivato il momento per una riforma che snellisca la Curia romana e la metta di più al servizio della Chiesa di base, quella a contatto con la gente», afferma padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, l’agenzia del Pontificio istituto missioni estere (Pime). «Troppi enti inutili, creati uno o due secoli fa, che ostacolano l’evangelizzazione. Serve un adeguamento alle esigenze attuali».

Chi ha bloccato la riforma?

«Alcuni organismi curiali tendono all’autoconservazione. Ci sono settori della burocrazia che frenano per mantenere ambiti di potere e di influenza. Quand’era cardinale, ho avuto modo di discutere con Ratzinger degli impedimenti alla missione della Chiesa. Tanti papi hanno cercato invano di riformare la Curia. C’è bisogno di un raccordo più forte tra centro e periferia, tra il Pontefice e i vescovi diocesani che operano sul territorio. I cardinali si incontrano varie volte all’anno e hanno una base comune di problemi condivisi”.

Quali sono le priorità?

«Maggior cura nella scelta delle persone. E’ fondamentale dar voce agli episcopati nazionali secondo una percezione mondiale delle questioni della Chiesa. Il cardinale Zen ripete spesso che la sua veste è rossa del sangue dei martiri cinesi. Conta la qualità di chi elegge il Papa, la sua santità e la voglia di testimoniare Cristo. Ma anche chi è in discussione per sue condotte, pur arrancando, può farsi strumento della volontà divina. I cardinali devono essere i primi testimoni. Alessandro VI umanamente era un delinquente ma da Papa ha fatto cose molto importanti: ha scongiurato una guerra tra Spagna e Portogallo, ha evangelizzato le Americhe invece di colonizzarle. Le cose della Chiesa non vanno guardate secondo categorie solo mondane. Dio parla anche attraverso le debolezze degli uomini».

È l’ora di un Papa extra-europeo?

«Il punto non è la nazionalità, ma la visione globale. È vero che l’economia e la politica si stanno spostando verso l’Oriente. Però va individuatala persona più santa possibile che sappia testimoniare la fede e guidare la Chiesa. Non conta che sia europeo, africano o asiatico. La Chiesa è l’organismo più internazionale che esista. Ogni Pontefice ha la sua personalità. Tutti dicevano che Benedetto non fosse comunicativo come Wojtyla. E invece nelle catechesi è stato seguito da folle. Ci sono modi di comunicare meno facili e spettacolari ».

Sarà un conclave «global»?

«La Chiesa è cattolica perché Cristo abbraccia nella sua missione di salvezza tutta l’umanità. Papa Ratzinger ha riaffermato l’universalità e la capacità della fede di entrare in tutte le culture del mondo, operando una netta separazione fra il “regno di Dio” e ogni regno terreno: non armi, violenza, potere, ma testimonianza della verità e dell’amore. Molti conclavisti rappresentano Chiese che subiscono persecuzione o si scontrano con poteri fondamentalisti, mafiosi, politici, militari. Per esempio, dalla Nigeria, coi massacri nelle chiese, al Libano scosso dalla guerra civile in Siria, dalle Filippine, dove da anni si cerca di imporre il controllo sulle nascite, all’India dove la minoranza cristiana è spesso oggetto di emarginazione e violenza da parte di gruppi nazionalisti indù».

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Un papabile in saio e sandali

Prendo da Vatican Insider un articolo di Andrea Tornielli.

4277128451_ebd99b5ebc.jpg“C’è un «papabile» che ha già raggiunto Roma da qualche giorno. Indossa il saio dei cappuccini, il suo abito religioso, ha una figura imponente. È un uomo di preghiera, determinato, chiamato dieci anni fa a compiere un miracolo considerato impossibile: ridare credibilità alla Chiesa di Boston, sgretolata dallo scandalo pedofilia che aveva costretto alle dimissioni il cardinale Bernard Law. Ha un nome irlandese doc, Patrick O’Malley, è stato missionario nelle Isole Vergini, ha lavorato molto nell’assistenza alle comunità dei latinos statunitensi, è in prima fila nella difesa della vita. Il cardinale cappuccino non è un candidato che entrerà in conclave sostenuto da un consistente pacchetto di voti, come potrebbe invece accadere, con buona probabilità, per il canadese Marc Ouellet. È piuttosto un outsider, un candidato a sorpresa, su cui potrebbero puntare gli elettori dopo uno stallo nelle votazioni. L’arcivescovo di Boston unisce in qualche modo nella sua persona l’Europa e le due Americhe. Quando arrivò a Boston, un tempo roccaforte del cattolicesimo Usa, la diocesi era in ginocchio. I casi di molestie insabbiati, con i preti pedofili spostati da una parrocchia a un’altra, lasciati in condizione di ricominciare i loro abusi su nuove vittime. Una situazione disastrosa: calo di vocazioni, di frequenza alla messa, di credibilità. L’arcivescovo è arrivato senza clamore, con i sandali da frate. Ha cominciato ad ascoltare, ma anche a decidere. Ha avviato un cammino di purificazione e di risanamento, e ora la situazione di dieci anni fa è solo un brutto ricordo. I fedeli hanno ricominciato a tornare in chiesa, le vocazioni sono riprese.

Nato in Ohio, nel 1944, cresciuto in Pennsylvania, ha preso i voti a ventuno anni, entrando nell’ordine dei Frati Minori Cappuccini. Viene ordinato sacerdote nel 1970 e subito trasferito a Washington, nella capitale federale, dove insegna letteratura spagnola e portoghese all’università. Tre anni dopo dà vita a un’organizzazione di assistenza umanitaria per i latinos, i profughi e immigrati dell’America Latina, il «Centro Católico Hispano». Nel 1984 diventa vescovo nella diocesi di Saint Thomas, nelle Isole Vergini Americane. Nel 1992 è promosso a Fall River, in Massachusetts e nel 2002 passa alla guida della diocesi di Palm Beach, in Florida. Soltanto un anno dopo, Giovanni Paolo II lo invia a Boston. Si ritrova a dover fronteggiare una gran quantità di richieste di risarcimento da parte delle vittime degli abusi, e per pagarle mette in vendita l’episcopio, ritirandosi a vivere in una cella monastica. Combatte fino in fondo la pedofilia clericale e soprattutto ascolta le vittime. È lui ad accompagnarne alcune a Washington, nell’aprile 2008, all’incontro commovente con Benedetto XVI. È lui a consegnare nelle mani del Papa l’elenco contenente soltanto i nomi, senza i cognomi, di circa mille persone che hanno subito violenze sessuali da parte di esponenti del clero negli ultimi decenni, perché Ratzinger possa ricordarli nelle sue preghiere. È ancora lui a criticare l’entourage wojtyliano per la gestione del fenomeno negli ultimi anni del pontificato, quando Giovanni Paolo II era ormai ammalato.

Papa Ratzinger lo ha creato cardinale e lo ha annoverato tra i visitatori apostolici inviati in Irlanda per fare un rapporto su come le diocesi hanno trattato i casi di pedofilia. O’Malley, amico di molti porporati, dall’italiano Scola al latinoamericano Maradiaga, è sempre stato in prima fila anche nella difesa della vita e nella lotta all’aborto, e ha benedetto le manifestazioni dei cattolici contrari ai matrimoni gay. Cardinale dalla spiritualità profonda e dallo spiccato umorismo, ha dimostrato sul campo quella capacità di governo che molti elettori oggi ritengono indispensabile per il nuovo Papa chiamato a rimettere ordine nella Curia. Se i cardinali lo scegliessero, sarebbe il primo Papa con la barba dopo Innocenzo XII, morto 213 anni fa.”

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Due mistiche in una

 

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In questa domenica di quaresima per i cristiani, posto un articolo per chi è un po’ più addentro la teologia: Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, fa un parallelismo tra le mistiche degli ultimi due pontefici sintetizzandole nella mistica dell’amore. Il suggerimento viene da un amico di facebook che ha consigliato questo articolo de Il Sole 24 ore.

“Il paragone fra le scelte compiute da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI davanti al venir meno delle loro forze fisiche, è stato avanzato da più parti, talvolta soltanto per immaginare una contrapposizione e ipotizzare retroterra inquietanti. In realtà, l’accostamento fra i due Papi, figure dall’evidente diversità e dalla non meno profonda sintonia, può risultare particolarmente fecondo nell’aiutare a comprendere ciò che sta avvenendo al vertice della Chiesa cattolica e il suo possibile significato per il prossimo futuro. La chiave di lettura più adeguata per interpretare il modo di porsi davanti alla malattia, alla sofferenza e alla morte del Papa polacco, è la mistica slava della Croce.

Avendo avuto il singolare privilegio di predicare a Giovanni Paolo II gli ultimi esercizi spirituali cui egli abbia potuto partecipare, ho avuto anche modo di ascoltare dalle sue labbra parole che restano scolpite nella mia memoria e nel cuore: «Il Papa deve soffrire per la Chiesa». Ciò che mi colpì fu l’intensità con cui le diceva, in particolare la forza posta su quel “deve”.

I Vangeli, d’altra parte, testimoniano che davanti alla sua passione Gesù usò parole simili. Si legge in Marco: «E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…» (8,31). E nel racconto di Luca il Maestro dice: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire…» (9,22). La cristianità slava si riconosce particolarmente in questo destino, connesso alla sequela di Cristo. Essa sa di essere stata generata nel segno della Croce: «Nella comunità dei popoli europei – scrive P. Tomas Spidlik -, gli slavi ricevettero il battesimo come operai dell’ultima ora. Ciò nonostante, il sangue dovette bagnare i nuovi campi seminati dal Vangelo… Perciò i pensatori slavi si sono sempre soffermati a indagare sul vero senso del dolore». Per essi, «la sofferenza è una grande forza, perché santifica non soltanto gli innocenti, ma anche coloro che hanno peccato e accettano che il “castigo” sani il “delitto”».

Nicolaj Berdiaev non esita ad affermare: «L’intensità con la quale si sente la sofferenza può essere considerata come un indice della profondità dell’uomo. Soffro, quindi sono». E Boris Pasternak chiude il suo romanzo Il Dottor Zivago con queste parole: «L’anima è triste fino alla morte… Eppure il libro della vita è giunto alla pagina più preziosa… Ora deve compiersi ciò che fu scritto. Lascia dunque che si compia. Amen». In questa luce, non meraviglia che il Papa slavo comprendesse la sua missione come martirio, e che abbia voluto proclamare dalla cattedra del vissuto ciò che aveva insegnato con la parola e gli scritti: quanto era detto nella sua lettera apostolica Salvifici doloris dell’11 Febbraio 1984 sul senso incomparabile della sofferenza offerta per amore, Giovanni Paolo II lo proclama al mondo con l’eloquenza silenziosa della sua passione, fino a quel gesto muto di dolore, compiuto spontaneamente quando – affacciato alla finestra su una Piazza San Pietro gremita di folla silenziosa – non poté dire più alcuna parola.

Benedetto XVI si muove in un diverso orizzonte culturale e simbolico, quello della mistica occidentale del servizio. Egli è l’uomo che sa di dover dare gratuitamente quanto ha gratuitamente ricevuto. E sa che questo dare senza ritorno è il servizio cui è stato chiamato, tanto come pensatore della fede, quanto come pastore e apostolo, posto dal Signore a lavorare nella Sua vigna, umile operaio impegnato a spendere tutti i doni d’intelligenza e di fede, ricevuti da Dio, a favore della causa di Dio in questo mondo. Anche questo servizio non è che una “imitatio Christi”, un ripresentare con la parola e con la vita Colui che «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Marco 10,45). Gesù stesso si presenta così: «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Luca 22,27). Da fine conoscitore dell’opera del mondo, Joseph Ratzinger non ignora quanto questa mistica del servizio sia alternativa alla logica del potere terreno. È quello che afferma Gesù: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Matteo 20, 25-27).

È servendo che si diventa umili e fedeli lavoratori della vigna del Signore. Scriveva Benedetto XVI nella sua prima enciclica, la Deus caritas est (2005): «Servire rende l’operatore umile. Egli non assume una posizione di superiorità di fronte all’altro… Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare… Egli riconosce di agire non in base ad una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono. A volte l’eccesso del bisogno e i limiti del proprio operare potranno esporlo alla tentazione dello scoraggiamento. Ma proprio allora gli sarà d’aiuto il sapere che, in definitiva, egli non è che uno strumento nelle mani del Signore; si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza» (35). Come mostrano chiaramente queste ultime parole, rinunciare al servizio quando le forze vengono meno è umile riconoscimento dell’imperscrutabile volontà di Dio, espressione delle fede incondizionata nella Sua fedeltà, che si manifesta secondo tempi e modi che non sono quelli della logica del potere di questo mondo.

La mistica della Croce del Papa slavo e quella del servizio del Papa tedesco si rivelano così volti di uno stesso amore: l’amore a Cristo redentore dell’uomo e al Padre che l’ha donato a noi; l’amore alla Chiesa e all’umanità, per il cui bene maggiore si è chiamati a offrire tutto di sé e a servire. È, insomma, la mistica dell’amore che unisce i due Papi, che hanno saputo essere ciascuno se stesso, fedeli alle loro diverse identità spirituali e alle radici culturali di esse. Proprio così si potrà immaginare chi verrà dopo di loro: anche il prossimo Papa sarà chiamato a vivere la mistica dell’amore. Gli si chiederà di offrire se stesso senza riserve e di servire, mettendo a disposizione del popolo di Dio e dell’umanità i doni ricevuti. E forse, anche grazie al segnale lanciato dalla rinuncia del Papa di fronte alla presa di coscienza della propria fragilità, gli si chiederà in modo particolare di esprimere questa mistica dell’amore in una fraternità sempre più grande, affettiva ed effettiva, con coloro che con lui sono incaricati della sollecitudine per tutte le Chiese.

La collegialità episcopale, volto e strumento della carità che si dona e serve, richiamata dallo stesso Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato come priorità decisiva, dovrà conoscere gli sviluppi rimasti ancora impliciti in quanto indicato dal Vaticano II. Ciò esigerà un sussulto di amore da parte del prossimo Successore di Pietro, come della Chiesa tutta con lui. L’agenda del prossimo pontificato, sulla base della consegna che lascia in eredità proprio il Papa ritiratosi nel silenzio, sarà segnata da questa priorità. Ed essa andrà perseguita con l’unica forza che la giustifichi e la renda possibile ed efficace: l’amore ricevuto da Cristo, per essere vissuto e donato a tutti, senza misura, dai suoi discepoli.”

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E’ quel che è

Questi erano anche i miei pensieri di quella primavera-estate del 1995.

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dice la ragione

E’ quel che è

dice l’amore

E’ infelicità

dice il calcolo

Non è altro che dolore

dice la paura

E’ vano

dice il giudizio

E’ quel che è

dice l’amore

E’ ridicolo

dice l’orgoglio

E’ avventato

dice la prudenza

E’ impossibile

dice l’esperienza

E’ quel che è

dice l’amore

(Erich Fried)

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Questo acconsentire è l’amore

Oggi ho voglia di distogliere lo sguardo e seguire Simone Weil: “Privarsi della propria falsa divinità, negare se stessi, rinunciare a essere nell’immaginazione il centro del mondo, distinguere tutti i punti del mondo come centri allo stesso titolo e il vero centro come esterno al mondo, significa acconsentire al regno della necessità meccanica nella materia e della libera scelta al centro di ogni anima. Questo acconsentire è l’amore. Il volto di questo amore rivolto alle persone pensanti è carità del prossimo; il volto che guarda la materia è amore dell’ordine del mondo, o, che poi è la stessa cosa, amore della bellezza del mondo.”

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Pubblicato in: Filosofia e teologia, Letteratura, musica, Storia

Sarajevo si ergeva sui libri

Sto terminando di leggere il libro di Paolo Rumiz “Maschere per un massacro”. All’inizio del 7° capitolo riporta le parole di Miljenko Jergovic sull’incendio dell’edificio della Vijećnica che ospitava la Biblioteca Nazionale, bombardata il 25 agosto del 1992 (bruciarono 600.000 volumi):

“Sopra la testa senti un sibilo, passa qualche istante di tensione e poi laggiù, da qualche parte in città, si scaraventa il boato. Dalla tua finestra quel punto lo vedi sempre chiaramente. Un’alta e slanciata colonna di polvere che si trasforma in fumo e fuoco. Aspetti ancora un poco per capire di che tipo di abitazione si tratta. Se il fuoco è lento e pigro, è la casa di qualche poveraccio. Se prende la forma di una grossa sfera bluastra, allora è un loft elegante, rivestito di legno laccato. Se invece il fuoco divampa lungo e costante, allora brucia la casa piena di mobili in legno massiccio di qualche ricco proprietario della čaršija. Se le fiamme si impennano repentine, selvagge e dissolute come i capelli di Farrah Fawcett per poi svanire più repentine ancora lasciando al vento sfoglie di cenere plananti sopra la città, tu sai che poco prima è andata a fuoco una qualche biblioteca privata. E quando in tredici mesi di bombardamenti ne hai viste molte di queste torce giocose, pensi che un tempo Sarajevo si ergeva sui libri.”

Libreria-cerca-libri.jpgConclude il paragrafo Paolo Rumiz: “La storia di Sarajevo, sigillata nella biblioteca universitaria, raccontava proprio questo: dei grandi edifici pubblici costruiti all’inizio del Cinquecento da Gazi Husrefbeg, ricco filantropo figlio di uno slavo convertito, o degli ebrei sefarditi in fuga dalle pulizie etniche della cristianissima Spagna, che laggiù trovarono aperta ospitalità e spazio per floridi commerci. In quei volumi stava scritto che – assai più dei cattolici, costretti più volte alla fuga – proprio gli ortodossi vissero bene sotto l’Islam, ebbero in Costantinopoli la loro capitale religiosa esattamente come i turchi, e spesso si convertirono spontaneamente. Tutto questo doveva sparire, essere cancellato. Distrutto con un grande fuoco purificatore”.

E nel 1996 Giovanni Lindo Ferretti compone la canzone “Cupe vampe”:

“Di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo, la città trema, livida trema

brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano

che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna

s’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani

bruciano i libri, possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri

s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

s’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo, la città trema, come creatura

cupe vampe livide stanze occhio cecchino etnico assassino

alto il sole: sete e sudore; piena la luna: nessuna fortuna

ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là

ci fottono i preti i pope i mullah, l’ONU, la NATO, la civiltà

bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d’ogni cecchino

bella la vita a Sarajevo città questa è la favola della viltà”

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Storia, Testimoni

Se ognuno aspetta che sia l’altro a iniziare

«Non dovrebbe ogni uomo, in qualunque epoca viva, ragionare continuamente come se un istante dopo dovesse essere portato davanti a Dio per il giudizio?» (Sophie Scholl)

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Sessant’anni fa, il 22 febbraio 1943, Sophie Scholl, Hans Scholl e Christoph Probst, tre giovani del gruppo di resistenza tedesco la “Rosa Bianca” furono processati e decapitati. La colpa? Aver scritto e distribuito sei volantini antinazisti.

Scrivevano nel primo dei sei volantini:

“Non c’è nulla di più indegno per un popolo civile che lasciarsi “governare”, senza alcuna opposizione, da una cricca di irresponsabili dominati dai propri istinti. Non è forse vero che ogni onesto tedesco oggi si vergogna del suo governo? E chi di noi ha idea delle dimensioni dell’infamia che un giorno cadrà su di noi e sui nostri figli, quando sarà caduto il velo dai nostri occhi e saranno venuti alla luce i crimini più orribili, infinitamente superiori ad ogni misura? Se il popolo tedesco è già così corrotto e deteriorato nella sua più intima essenza, da rinunciare, senza alzare neppure una mano e in una sconsiderata fiducia nella discutibile legittimità della storia, al bene supremo che un uomo possiede e che lo eleva al di sopra di ogni creatura, ovvero alla libera volontà; se rinuncia alla libertà dell’uomo di intervenire sul corso della storia e sottoporlo alle proprie decisioni razionali; se i tedeschi, così privi di ogni individualità, sono ormai diventati una massa tanto insulsa e vile, allora davvero meritano la rovina.

Se ognuno aspetta che sia l’altro ad iniziare, i messaggeri della Nemesi vendicatrice si avvicineranno sempre di più, senza limiti, e allora anche l’ultima vittima sarà stata gettata senza senso nelle fauci del demone insaziabile. Per questo, in quest’ultima ora, ogni singolo, consapevole della propria responsabilità come consociato della civiltà cristiana e occidentale, deve opporsi finché può, lavorare contro il flagello dell’umanità, contro il fascismo e contro ogni sistema di Stato assoluto simile ad esso…”

Per chi volesse saperne di più: qui.

Pubblicato in: Filosofia e teologia

Il rischio della fede

fede, credere, ateismo, abramo, rischio, domande, dubbio

Prima che la notizia della rinuncia di Benedetto XVI giungesse a stravolgere il contenuto delle lezioni, nelle quinte stavamo parlando del problema del male metafisico e avevo fatto cenno al rischio della fede. Ecco che, oggi, leggo nell’inserto Corriere Innovazione un articolo del filosofo Umberto Curi sulla bellezza del rischio che, dopo il preambolo, scrive:

“Un significato positivo è attribuito al rischio anche da Soeren Kierkegaard, vissuto a metà dell’Ottocento. Secondo il filosofo danese, la fede autentica coincide col coraggio di fronte all’ignoto ed è perciò strettamente connessa col rischio. Immagine emblematica di questa situazione limite è quella di Abramo, il quale corre consapevolmente il rischio di diventare l’assassino di suo figlio Isacco, pur di non venire meno all’obbligo di obbedienza nei confronti della voce del Signore che chiama. Una situazione analoga a quella di Abramo è quella nella quale si trova il credente. Egli non può infatti contare su alcuna certezza, perché la fede conserva sempre le caratteristiche indicate da san Paolo, vale a dire l’essere un “assenso fornito a contenuti non garantiti”. Ma neppure può affidarsi a una sorta di contabilità delle probabilità, visto che in gioco non è il successo di una singola e circoscritta intrapresa, per la quale può dunque essere ragionevole giovarsi del calcolo delle probabilità di successo, ma la sua stessa vita. Il credente è allora colui che corre il rischio supremo di impegnare tutto sé stesso, senza mai poter “verificare” se la sua scelta sia stata più o meno “giusta”.”

Aggiungo che stesso rischio è quello che si prende il non credente.

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Tra critica e apologia

In Georgia, terra natale di Stalin, forte è ancora la discussione attorno alla considerazione del dittatore. Ne scrive Lorenzo Cremonesi su Il club de La lettura del Corriere.

“Tornare a Stalin per superarlo, e finalmente seppellirlo. È schizofrenico il rapporto dei Workers-remove-the-statue-006.jpggeorgiani con il loro «piccolo padre», simbolo imbarazzante di un passato che tanti vorrebbero morto e sepolto, ma che in realtà non passa affatto. Anzi, torna adesso a rinfocolare le polemiche sull’onda del progetto, in occasione dei 60 anni della morte, di riportare in pubblico quella massiccia statua in bronzo alta quasi sette metri che tre anni fa fu rimossa dal centro di Gori, la sua città natale, per erigerla — questa volta —proprio di fronte al museo a lui dedicato. Un trasloco di 500 metri, dal sito originario del 1952 fino alla piazza principale. Ma, seguendo l’intensità del dibattito, pare che ogni metro misuri decine di chilometri e soprattutto rappresenti visioni opposte della memoria collettiva, del rapporto con il gigante russo dall’altra parte del Caucaso e della narrativa fondante l’identità georgiana dagli anni insanguinati del Novecento profondo a oggi. «Stalin si può amare, oppure odiare. Ma raramente lascia indifferenti. Subito dopo la rivoluzione delle Rose, nel 2003 i fedelissimi del presidente filo-americano Mikhael Saakashvili hanno cercato di cancellarlo. Però senza successo. Ora gli uomini nuovi della svolta filo-russa voluta dal neopremier Bidzina Ivanshivili, vincente alle elezioni dell’ottobre 2012 (controlla 85 seggi dei 150 complessivi, ndr), vorrebbero riproporlo con la stessa retorica della dittatura di mezzo secolo fa. Il che è egualmente assurdo», sintetizza Lasha Bakradze, direttore del museo della Letteratura georgiana e docente di Storia dell’Urss all’università di Tbilisi.

Dittatori, storia e memoria nazionali: il tema gli sta a cuore. Due anni fa è stato a Braunau, cittadina natale di Hitler in Austria, dove ha incontrato il sindaco assieme a quello di Predappio. «Stalin, Hitler e Mussolini hanno tanto in comune. Non ultima la necessità di riflettere sul racconto storico alle nuove generazioni», sostiene. La sera del 30 gennaio, Bakradze ha reso pubblici i risultati del sondaggio sponsorizzato dal noto istituto statunitense, Carnegie Endowment for International Peace, in cui risulta che circa un quarto dei quasi cinque milioni di georgiani si esprime senza riserve a favore dell’era staliniana e giustifica il Gulag. Una percentuale simile è all’opposto assolutamente negativa. E così si spiega: «I più anziani sono nostalgici, rimpiangono Stalin come un’icona della loro gioventù. Sono le vittime imbelli della modernizzazione, cresciute nel regime garantista socialista, e si sono impoveriti nel nuovo sistema economico liberale. Altri lo ammirano non in quanto leader comunista, ma perché fu un georgiano che acquistò fama mondiale. Stalin è il nostro georgian boy che si è fatto rispettare all’estero, un atteggiamento provinciale, tipico dei nazionalisti nei Paesi piccoli e insicuri. In verità,manca un processo di revisione critica approfondito. E senza ripensare, studiare, tornare alle fonti della propria storia, non si va lontano. Si è cercato di rimuovere Stalin e lui ci sbarra la strada. Perché la storia non va dimenticata, altrimenti torna a condizionare con un effetto boomerang che sorprende gli impreparati». Parole puntualmente confermate dalla visita ai luoghi più noti che vorrebbero rappresentare la memoria recente della Georgia. Vai a Tbilisi, la capitale, e il Museo dell’occupazione sovietica raffigura Stalin come una sorta di Satana in Terra, il persecutore numero uno del popolo georgiano, così crudele e implacabile che al momento delle grandi purghe, a metà degli anni Trenta, decise di massacrare anche i vecchi compagni che l’avevano conosciuto giovanissimo tra le cellule di cospiratori comunisti di Gori. «Avrebbero potuto contraddire la narrativa agiografia ufficiale del regime, andavano eliminati», dice una delle giovani guide. La prima sala dell’esposizione documenta i massacri dei nobili e degli ufficiali georgiani ai tempi dell’invasione sovietica del 1921. Foto ingiallite di intere famiglie spazzate via. I resti bucherellati da raffiche intense di proiettili di un vagone in legno dove i difensori dell’indipendenza nazionale furono uccisi a centinaia. Viene automatico il parallelo con la narrativa polacca dell’eccidio dei propri quadri militari a Katyn, un ventennio dopo. «La propaganda sovietica ha avallato quei bagni di sangue», sottolinea Giorgi Kandelaki, eletto giovanissimo nel 2008 (aveva solo 25 anni) al Parlamento tra le file del Movimento unito nazionale, il partito di Saakashvili. «Dopo la caduta dell’impero zarista, la Georgia era rapidamente assurta alla dignità di Paese indipendente, pienamente inserito nella tradizione democratica occidentale. Stavamo entrando nella Lega delle Nazioni. Poi ci fu l’invasione e per quieto vivere l’Europa, a cui guardavamo con tante speranze, ci abbandonò al nostro destino», aggiunge per spiegare i motivi del radicato filo-americanismo tra i ranghi del suo partito sin dall’indipendenza guadagnata a fatica dopo il crollo dell’Urss, ormai oltre vent’anni fa. Da qui al parallelo con le recenti tensioni, che segnano il braccio di ferro con Mosca per il controllo dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud, il passo è breve. «Nel 2008 siamo entrati in guerra per difendere i nostri confini. Non dobbiamo farci illusioni. Le aspirazioni imperiali russe sulla Georgia non sono mai scemate. La nostra unica speranza è il sostegno occidentale», ribadisce. Nella seconda sala del museo i morti tra i soldati delle unità georgiane inquadrate nell’Armata rossa e spedite a contrastare l’invasione italo-tedesca nella Seconda guerra mondiale vengono equiparati alle vittime politiche della persecuzione comunista. «Partirono in 700 mila, 400 mila non sono tornati. Mandati a morire per ordine di Mosca», denunciano le didascalie in toni che però sollevano non poche perplessità anche tra quei circoli intellettuali georgiani che sono ben contenti di prendere le distanze dalla Russia di Putin.

Tutto diverso invece il museo dedicato a Stalin nel centro di Gori, fossilizzato nell’immagine del dittatore mummificata dalla ben nota coreografia trionfante e ossessiva dell’Unione Sovietica al tempo della sua massima potenza. Dista solo una settantina di chilometri dalla capitale, ma è come se fossimo in un Paese totalmente altro. Tbilisi e Gori, la critica radicale da una parte e l’apologia adorante dall’altra: le due «narrative» fanno a pugni tra loro in modo talmente stridente, estremo, persino paradossale, da far quasi credere sia una scelta voluta. «E invece no. Siamo alla guerra di propaganda, non c’è stato ancora alcun tipo di riflessione sistematica. Di fronte alle contraddizioni si lasciano le cose come stanno, anche a costo di cadere nel ridicolo», confessa la direttrice del museo di Gori, Liana Okropiridze. Qui permane praticamente immutata l’esaltazione tradizionale sovietica prima maniera dello Stalin figlio del popolo, costruttore dell’economia nazionale e condottiero vittorioso contro la barbarie nazista. Il museo venne eretto nel 1957, quattro anni dopo la sua morte. Lo volle Krusciov, che pure aveva già da tempo avviato la destalinizzazione, per accattivarsi i comunisti georgiani. Nel giardino sono ancora esposti la semplice abitazione in legno a un piano dove lui nacque nel 1879 e il vagone ferroviario attrezzato come ufficio in cui viaggiava spesso. «Stalin aveva paura di volare, preferiva il treno. A costo di passarvi settimane intere», spiega puntigliosa e con un inglese da manuale Olga Topchisheili, la guida che lavora qui da tre decenni e si dice «entusiasta» del ritorno della statua in città: «Così attirerà più turisti». I numeri parlano chiaro dal registro del museo: i visitatori sono in crescita e in grande maggioranza stranieri. Nel 2011 sono stati oltre 24.500, di cui solo il 10 per cento georgiani. Nel 2012 la cifra è salita a 31.655, gli stranieri a quasi 27 mila. Al visitatore italiano mostra fiera i doni arrivati negli anni dai «compagni» che militavano nel più grande Partito comunista occidentale. «Dalle donne italiane di Mantova a Giuseppe Stalin campione della pace», si legge cucito a mano in filo rosso su una colomba di pezza bianca conservata in una bacheca di vetro. In un’altra sta una botticella di vino in legno chiaro con la dicitura: «Dai comunisti milanesi». Unica concessione al mutare dei tempi è una stanzuccia nel sottoscala, dove nell’ultimo anno è stata organizzata frettolosamente una minuscola esposizione in ricordo delle vittime dello stalinismo originarie di Gori. C’è la ricostruzione di una cella dal soffitto basso con accanto l’ufficio degli interrogatori della polizia segreta, sul muro si leggono i nomi di una trentina di deportati mai più tornati dalla Siberia. «In effetti non tutto era perfetto. Ci furono anche ingiustizie», ammette la guida arrossendo imbarazzata. Poco lontano, nella piazza centrale dove stava la statua di Stalin, adesso c’è un grande parcheggio. Le auto sono per lo più Suv giapponesi, Bmw e Skoda da decine di migliaia di euro; stridono con la povertà delle abitazioni. Un paio di strade oltre la zona del centro i quartieri appaiono decrepiti, i muri scrostati, i palazzi sono casermoni grigi in perfetto stile sovietico anni Cinquanta. Il vecchio e il nuovo convivono spalla a spalla senza che uno prevalga sull’altro, sono lo specchio di questa fase di transizione caotica, dominata dall’incertezza. «La sera tra il 24 e 25 giugno 2010 arrivarono le ruspe senza preavviso. Faceva buio. Illuminarono la scena con gigantesche lampade al fosforo appese allo stabile del municipio appena di fronte. La statua era il simbolo della nostra città. Venne imbragata e smontata rapidamente. La portarono via come ladri nella notte. Vergogna. Avevano paura della reazione della popolazione. Noi bambini ci giravamo attorno in bicicletta. Era un punto di ritrovo per tutti. Non l’hanno neppure cancellata dalle cartoline. Per distruggere il piedestallo di marmo e pietra ci vollero altri due giorni», ricorda Lella Bedoshvili, 39 anni, cameriera al Cafè Hause, il bar che si affaccia direttamente di fronte al municipio, scontenta che la statua non torni esattamente dove stava prima.

Furiosamente avverso a qualsiasi forma di commemorazione è per contro il 41enne Jacob Jugashvili, pronipote del dittatore e uno dei pochi familiari ancora in vita, che viaggia di continuo tra Mosca e Tbilisi. «Ipocriti coloro che vogliono la statua. Stalin venne tradito e ucciso dal suo partito. Siamo vittime di una gigantesca cospirazione», afferma aggressivo, a testimonianza di quanto sia emotivamente difficile essere discendenti di un personaggio famoso. Favorevole al compromesso per motivi di opportunità si dice invece il sindaco di Gori, il 51enne David Raznadze, strenuo militante della svolta pro-russa voluta da Ivanishvili. «Ero contrario alla rimozione della statua. Fu una decisione imposta da Saakashvili. Non che io sia stalinista, tutt’altro. Ma alla maggioranza dei quasi 60 mila abitanti di Gori la statua piaceva. E, soprattutto, perché offendere i vicini russi? Sono i nostri partner economici naturali. Io penso a un modello di integrazione nel Caucaso che si rifaccia a quello tra i Paesi dell’Europa unita. Sovranità politiche separate, ma stretta cooperazione economica. Ora è giusto erigere la statua di fronte al museo, una soluzione che dovrebbe accontentare un po’ tutte le parti», spiega nel suo ufficio. A conferma della sua argomentazione sottolinea l’importanza del nuovo accordo per la ripresa dell’esportazione del vino georgiano sul mercato russo, che era stata bloccata da Mosca nel 2006. «Meglio vendere il nostro vino ai russi, che fare la fila per entrare nella Nato», aggiunge, in aperta polemica con l’atlantismo del presidente. Ben venga dunque il gigante di marmo. Un accomodamento che raccoglie consensi anche tra i più critici a Gori. Dopo tutto Stalin era uno di loro. «I russi ci hanno fottuto», esclamano sarcastici. «Ma Stalin ha fottuto i russi».”

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Un amore di… Franz

A breve, nel nostro Istituto, terremo un incontro sull’orientamento e sulla valorizzazione dei talenti interni ad ognuno di noi. Uno degli aspetti che emergeranno sarà senz’altro che oggi gli studenti devono avere una prospettiva per lo meno europea sul mondo del lavoro. E allora pubblico una pagina, tra l’altro scritta in uno stile che mi piace molto, del blog Franz io ti amo (recuperata da scambieuropei): frizzante, vivace, coinvolgente.

Franzbroetchen-a24925929.jpg“Il mio blog si chiama “Franz io ti amo” perché quasi tutte le mattine, qui ad Amburgo, mi sveglio con Franz. Non facciamo coppia fissa: lo tradisco spesso, ma stiamo bene così Franz e io. Franz per gli amici, Franzbrötchen per tutti gli altri, è un croissant alla cannella, vanto della pasticceria amburghese da almeno un paio di secoli. Io, invece, mi chiamo Erika. Ho ventisette anni, una laurea magistrale 110 e lode, qualificazioni varie, parlo quattro lingue e devo picchiare molto forte perché il mondo non mi calpesti. Mi sono trasferita in Germania non per amore di Franz (quello è arrivato dopo), bensì per motivi professionali: per trovare, cioè, quelle opportunità che l’Italia, al momento, sembrava non potermi offrire (sarei felice di venire smentita, ovviamente: nel frattempo però non riesco a stare ferma ad aspettare e me la costruisco qui, la mia carriera). Sono partita da sola e da sola mi arrangio. Tranne che per montare le tende; per quello, credo, aspetterò che il mio nuovo coinquilino torni dalle vacanze. Ho iniziato con uno stage, che qui si chiama Praktikum. Adesso proseguo la scalata alle vette di un lavoro dignitoso con un contratto da Trainee. Mi pagano per scrivere testi, correggere bozze, concepire progetti web, realizzare campagne pubblicitarie online. Faccio tutto questo in italiano, tedesco, inglese e francese; mi arrangio con lo spagnolo e il terribile olandese; qualche volta, a fine giornata, ho un po’ di mal di testa.

Sono una ragazza con la valigia. Una ragazza con la valigia lo son sempre stata. Prima per passione, ora anche per necessità. La mia storia è simile a quella di tanti altri giovani volenterosi , testardi e di talento che non hanno avuto altra scelta che lasciare l’Italia. Mi sono laureata il giorno di San Valentino del 2011 (da allora, perlomeno, ho una ragione per festeggiare il 14 febbraio). Subito dopo sono partita per Berlino. Vi sono rimasta per cinque mesi, traslocando per cinque volte. E’ stata, sotto diversi aspetti, una delle esperienze più importanti della mia vita. Neppure dopo, comunque, ho cessato di cacciarmi in situazioni incredibili nei posti più vari: Roma, Bruxelles, Münster, ancora Berlino, Selb, Amburgo, poi di nuovo in Italia, poi di nuovo Amburgo. Borse di studio, progetti europei, tirocini e viaggi della speranza. Il tutto, in circa un anno e mezzo. E’ stato anche divertente, ma non sempre. Ho parlato un mix di lingue diverse, fatto lavori differenti e preso molte, molte, molte fregature (personali, professionali, tutto il possibile e l’immaginabile).

Vivere all’estero: In definitiva è semplice prendere, partire e trasferirsi all’estero? Io credo che, anzitutto, occorra essere parecchio motivati e resistenti agli urti. I primi mesi possono essere logoranti: cercare casa, le procedure burocratiche, la mancanza di qualunque punto di riferimento, gli errori grandi e piccoli commessi perché non sapevi/non ti avevano detto/non avevi capito. Senza dubbio si conosce un’infinità di gente nuova. L’impressione è proprio di non fare altro che ripetere come ti chiami, quanti anni hai, dove hai studiato e cosa fai in Germania, e di arrivare molto più di rado, purtroppo, a discorsi un po’ più densi . Con alcune persone, l’affinità è immediata; con molte altre, le barriere (sia linguistiche, sia culturali) sembrano insormontabili. Per alcuni, sei un animale esotico; per altri, semplicemente, non esisti. Devi importi per far capire ai più ottusi che non sei un Gastarbeiter; che “Italia Mafia” risulta offensivo anche se viene pronunciato col sorriso (anzi, soprattutto in questo caso); che non ne puoi più delle battutine su Berlusconi; che l’Italia è anche altro, accidenti, e che concetti come “Dolce vita”, “Bella Italia”, “temperamento italiano”, ti rappresentano tanto quanto un “O sole mio”, cioè: neanche un po’.

Poi, per quanto mi riguarda, non gesticolo perché sono italiana: gesticolo perché sono nevrotica.”

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Motu proprio necessario

Riguardo al Motu proprio di Benedetto XVI di cui abbiamo parlato in classe questa mattina, prendo da Vatican Insider:

“”Il Motu Proprio del Santo Padre è un atto necessario. La costituzione apostolica di 2010102240archbishop_claudio_maria_celli_at_catholicpress_conference.jpgGiovanni Paolo II non prevedeva quello che stiamo vivendo adesso e per questo serve un documento che cambi o permetta determinate interpretazioni di ciò che esige il documento di Giovanni Paolo II”. Ad intervenire sulla possibile iniziativa personale di papa Benedetto XVI per il prossimo Conclave è mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ospite questa mattina di “Prima di tutto” su Rai Radio 1. Monsignor Celli ha specificato che per adeguare la costituzione apostolica a quanto sta accadendo oggi, per adattarla alla fine di un pontificato per «rinuncia» e non per «morte», è necessario un documento papale (il motu proprio, appunto) che cambi in parte le regole già scritte. Soprattutto quella che riguarda la data di inizio del conclave. Per essere valido il documento del Papa dovrà essere firmato entro le 20 del 28 febbraio.

Parlando poi dell’ultimo saluto di Benedetto XVI ai fedeli, nell’udienza generale del 27 febbraio, Monsignor Celli ha parlato di “folla oceanica”. Per quella data saranno già a Roma molti dei cardinali che parteciperanno al conclave e ad una settimana dall’evento sono arrivate oltre 150 mila prenotazioni.

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Le reazioni dei tradizionalisti

In questo articolo Snadro Magister si chiede: Come hanno reagito alle dimissioni di Benedetto XVI i più risoluti difensori della tradizione cattolica?

Vaticano-420x278.jpg“Lo storico della Chiesa Roberto de Mattei ha commentato la decisione di papa Joseph Ratzinger con una nota sul sito web da lui diretto “Corrispondenza Romana”: De Mattei non contesta la legittimità della rinuncia di Benedetto XVI al pontificato. Riconosce che “è contemplata dal diritto canonico e si è storicamente verificata nei secoli”. E dice che è anche fondata teologicamente, perché pone termine non alla potestà di ordine conferita dal sacramento, che è indelebile, ma alla sola potestà di giurisdizione. Dal punto di vista storico, però, de Mattei sostiene che la rinuncia di papa Joseph Ratzinger “appare in assoluta discontinuità con la tradizione e la prassi della Chiesa”: “Non si può fare un paragone né con Celestino V, che si dimise dopo essere stato strappato a forza dalla sua cella eremitica, né con Gregorio XII, che fu costretto a sua volta a rinunciare per risolvere la gravissima questione del Grande Scisma d’Occidente. Si trattava di casi di eccezione. Ma qual è l’eccezione nel gesto di Benedetto XVI? La ragione ufficiale, scolpita nelle sue parole dell’11 febbraio, esprime, più che l’eccezione, la normalità”. È la “normalità” che coinciderebbe semplicemente con “il vigore sia del corpo, sia dell’animo”. Ma allora “c’è da chiedersi”: “In duemila anni di storia, quanti sono i papi che hanno regnato in buona salute e non hanno avvertito il declino delle forze e non hanno sofferto per malattie e prove morali di ogni genere? Il benessere fisico non è mai stato un criterio di governo della Chiesa. Lo sarà a partire da Benedetto XVI?”.

Se sarà così – scrive de Mattei – il gesto di Benedetto XVI assume una portata “non semplicemente innovativa, ma rivoluzionaria”: “L’immagine dell’istituzione pontificia, agli occhi dell’opinione pubblica di tutto il mondo, sarebbe infatti spogliata della sua sacralità per essere consegnata ai criteri di giudizio della modernità”. E sarebbe così raggiunto l’obiettivo rivendicato più volte da Hans Küng e da altri teologi progressisti: quello di ridurre il papa “a presidente di un consiglio di amministrazione, ad un ruolo puramente arbitrale, con a fianco un sinodo permanente di vescovi, con poteri deliberativi”.

Molto più radicali sono le conclusioni a cui arriva il filosofo e teologo Enrico Maria Radaelli. Egli ha argomentato le sue critiche al gesto di Benedetto XVI in una nota di 13 pagine, pubblicata sul suo sito web: “Perché papa Ratzinger-Benedetto XVI dovrebbe ritirare le sue dimissioni. Non è ancora il tempo di un nuovo papa perché sarebbe quello di un antipapa”. Radaelli muove dalle parole di Gesù risorto all’apostolo Pietro, nel capitolo 21 del vangelo di Giovanni. Ne ricava che “la croce è lo status di ogni cristiano” e quindi “ribellarsi al proprio status, rigettare una grazia ricevuta, parrebbe per un cristiano colpa grave contro la virtù della speranza, contro la grazia e contro il valore soprannaturale dell’accettazione della propria condizione umana, tanto più grave se la condizione ricopre ruoli ‘in sacris’, come è la condizione, di tutte la più eminente, di papa”. Come il Pietro del “Quo vadis” che fuggendo da Roma si imbatte in Gesù che va a morire al suo posto, così “succede quando un papa (ma anche l’ultimo dei fedeli) fugge dal luogo dove l’ha spinto Cristo a penare, a soffrire, forse a morire: succede che Cristo va a penare, a soffrire, forse anche morire, sì, al posto suo”. È vero – riconosce Radaelli – che il canone 333 del codice di diritto canonico stabilisce che un papa ha il potere di dimettersi, “ma io dico che tale potere non l’ha neanche il papa, perché sarebbe l’esercizio di un potere assoluto che contrasta con l’essere di se stesso medesimo”. Ed “è impossibile persino a Dio” non essere quel che si è. Quindi le dimissioni di un papa – prosegue –, anche se permesse legalmente, “non sono permesse metafisicamente e misticamente, perché nella metafisica sono legate al nodo dell’essere, che non permette che una cosa contemporaneamente sia e non sia, e nella mistica sono legate al nodo del Corpo mistico che è la Chiesa, per il quale la vicarietà assunta [dal successore di Pietro] con il giuramento dell’elezione pone l’essere dell’eletto su un piano ontologico sostanzialmente diverso da quello lasciato: sul piano più metafisicamente e spiritualmente più alto di vicario di Cristo”. E ancora: “Non considerare questi fatti è a mio parere un colpo micidiale al dogma. Dimissionarsi è perdere il nome universale di Pietro e regredire nell’essere privato di Simone, ma ciò non può darsi, perché il nome di Pietro, di Cephas, di Roccia, è dato su un piano divino a un uomo che, ricevendolo, non fa più solo se stesso, ma ‘fa Chiesa’. Senza contare che non potendo in realtà dimettersi il papa autodimessosi, il papa subentrante, suo malgrado, in realtà non sarà che un antipapa. E regnante sarà lui, l’antipapa, non il vero papa”.

Conclude Radaelli: “La considerazione finale è dunque questa: papa Joseph Ratzinger-Benedetto XVI non dovrebbe dimettersi, ma dovrebbe recedere da tale sua suprema decisione riconoscendone il carattere metafisicamente e misticamente inattuabile, e così anche legalmente inconsistente. Non le dimissioni, ma il loro ritiro diventa un atto di soprannaturale coraggio, e Dio solo sa quanto la Chiesa abbia bisogno di un papa soprannaturalmente, e non umanamente, coraggioso. Un papa cui inneggino non i ‘liberal’ di tutta la terra, ma gli angeli di tutti i cieli. Un papa martire in più, giovane leoncello del Signore, porta più anime al cielo che cento papi dimissionati”.”

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Da soli col cielo

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“Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle e l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete.” (Pavel Florenskij)

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Religioni, Storia

Anticipo?

Scrive Alessandro Speciale su Vatican Insider:

“Il Papa sta prendendo in considerazione la pubblicazione di un Motu Proprio, nei prossimi papa, conclave, benedetto xvi, elezione papagiorni, ovviamente prima dell’inizio della Sede Vacante, per precisare alcuni punti particolare della Costituzione apostolica sul Conclave (Universi Dominici Gregis, ndr) che nel corso degli ultimi anni gli erano stati presentati”. L’annuncio è arrivato a tarda mattinata da parte del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, dopo l’anticipazione di questa mattina di Vatican Insider. Il direttore della Sala Stampa vaticana precisa però di non sapere se papa Ratzinger “riterrà necessario od opportuno fare una precisazione sulla questione del tempo dell’inizio del Conclave. Se e quando il documento verrà pubblicato lo vedremo”. Per Lombardi, le precisazioni del Motu Proprio potrebbero riguardare “qualche punto di dettaglio” come la “piena armonizzazione con un altro documento che riguarda il Conclave, cioè l’Ordo Rituum Conclavis”, che regola le preghiere e le formule recitate per l’elezione di un nuovo papa. “In ogni caso – ha concluso il portavoce vaticano – la questione dipende dalla valutazione del papa e se vi sarà questo documento verrà reso noto nel modo opportuno”. Durante un briefing che si è tenuto questa mattina in Vaticano, il Vice Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, Ambrogio Piazzoni, ha spiegato che, alla luce della legislazione attuale, “se i cardinali arrivano a Roma prima dei 15 giorni di attesa previsti non c’è più nulla da attendere”, ed in tale caso la riunione dei cardinali potrebbe avere inizio anche prima del termine previsto da Universi Dominici Gregis. La Costituzione prevede, al punto 37, che “dal momento in cui la Sede Apostolica sia legittimamente vacante, i Cardinali elettori presenti debbano attendere per quindici giorni interi gli assenti; lascio peraltro al Collegio dei Cardinali la facoltà di protrarre, se ci sono motivi gravi, l’inizio dell’elezione per alcuni altri giorni. Trascorsi però, al massimo, venti giorni dall’inizio della Sede Vacante, tutti i Cardinali elettori presenti sono tenuti a procedere all’elezione”.

Piazzoni ha comunque sottolineato che “fino alle 19,59 del 28 febbraio il Papa è il supremo legislatore e può intervenire anche sulle norme che regolano il Conclave”, perché “ il Santo Padre è l’unico che può intervenire nella legislazione relativa al Conclave”. Fino al momento delle sue dimissioni, ha aggiunto, “l’interpretazione della legge la può dare soltanto il papa”. Nei giorni scorsi, Lombardi non aveva escluso un anticipo dell’avvio del Conclave, sottolineando che la questione “è stata posta anche da diversi cardinali e attendiamo risposta autorevole appena questa sia disponibile”. “La situazione è un po’ diversa da quella precedente, in cui la convocazione dei cardinali veniva fatta quando già la sede era vacante, mentre in questo caso con la comunicazione della rinuncia fatta alcune settimane prima e l’annuncio di avvio della sede vacante in anticipo, i cardinali ovviamente già sono consapevoli e possono prepararsi a venire con più tempo” a Roma, aveva spiegato il gesuita. “Nell’eventualità che siano già arrivati, non c’è nessuno da aspettare e si può interpretare la costituzione apostolica in modo differente. La domanda che c’è, qualcuno se la pone, qualcuno lo ha proposto. La domanda è aperta”.

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De rerum…

Un simpatico e leggero articolo di Alberto Mattioli su La Stampa; si parla del latino.

“L’ultimo sponsor del latino è anche il più illustre. Annunciando la sua abdicazione in latino, Benedetto XVI rilancia la più viva delle lingue morte. Del resto, Joseph Ratzinger è il Pontifex Maximus di una Chiesa che da Roma ha preso tutto: la sede, l’universalità, l’organizzazione territoriale e, appunto, la lingua. Ricordate Dante? «Roma, onde Cristo è romano». Eh, il latino. Più si cerca di mandarlo giù, più si tira su. Sopravvive a epurazioni scolastiche e concilii ecumenici. Trovando, sempre, testimonial affezionati. Come Georges Brassens, di certo non un lefevriano, che già negli Anni Settanta cantava così: «Il ne savent pas ce qu’il perdent / Tous ces fichus calotins / Sans le latin, sans le latin / La messe nous emmerde», e non crediamo che si debba tradurre. «Calotin», comunque, in argot è il prete.

Solo nostalgia? No. Il «Figaro» nota che il latino non solo è vivo e vegeto, ma vende anche benissimo. E riporta una dichiarazione di Marcel Botton, presidente della società Nomen International, specializzata nel trovarne uno ai prodotti: «l’economia mondiale dei prodotti è greco-latina» e «le lettere latine dominano il mondo». Esagerato? Macché. Ci sono le automobili Volvo, Audi e Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino, ma anche verbo latino), i fermenti lattici di Actimel, la crema Nivea, gli orologi Festina, i tappi per le orecchie Quies, computer Acer, le salse Rustica, l’omino della Michelin si chiama Bibendum e Navigo l’abbonamento alla metro di Parigi. La mitologia greca va forte nella moda: Hermès, Nike. Non è solo questione del latino che insegna a ragionare, a sistemare i pensieri in ordine logico, soggetto verbo e complemento, come ci ripetevano quando recalcitravamo davanti al rosa rosae. E’ che il latino è economo di parole, è tutto nervi e niente grasso, incita e anzi obbliga alla sintesi. Niente di meglio per gli slogan. Altro che tweet.

9782915732450_1_75.jpgSempre dalla Francia arriva un’altra bella notizia per il latino. Il «Petit Nicolas», che non è Sarkozy ma il protagonista del fumetto nazionale insieme ad Asterix (con cui peraltro ha in comune lo sceneggiatore Goscinny, il disegnatore è invece Sempé), 13 milioni di copie vendute in tutto il mondo, è stato tradotto per la prima volta in latino, a uso e consumo dei 9.500 professori di lettere classiche francesi e dei loro 500 mila studenti. Bene: il «Pullus Nicolellus» è andato benissimo e, uscito in novembre, ha già avuto tre ristampe. Un trionfo (per inciso: la tipica esclamazione del Nicolas-Nicolellus, «C’est chouette!», è diventata «Glaucops est!»).

Poi ci sono i finlandesi. I quali parleranno pure una lingua che non è simile a nessuna altra, ma sono affezionatissimi a quella da cui sono derivate molte altre. Insomma, sono dei latinisti talmente appassionati che la radio di Stato ha un notiziario in latino seguito da 75 mila fedelissimi. E quando è toccata a Helsinki la presidenza di turno dell’Unione europea, i finlandesi ne hanno pubblicato i comunicati nella lingua di Cicerone. Del resto, Mario Capanna fece un memorabile discorso al Parlamento europeo esprimendosi appunto in latino, la più europea delle lingue. E venne complimentato da Otto d’Absburgo: divisi dalla politica, uniti dalla lingua.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Storia

Solo con Dio

E’ un collegamento che abbiamo evidenziato in alcune classi:

  1. Parte della dichiarazione di Benedetto XVI: “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia pensiero.jpgcoscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”.

  2. Estratto dell’articolo di Costantino Esposito de Il sussidiario da me postato ieri: “Con un tono – ed un metodo – che sembrano presi direttamente dalle Confessioni di Agostino, Benedetto XVI afferma di «aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio» (conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata), raggiungendo così la certezza (ad cognitionem certam perveni) di non avere più le forze per esercitare il ministero petrino e amministrare la Chiesa di fronte alle grandi sfide per la vita della fede. Il fattore decisivo è semplice ed evidente: la coscienza di me di fronte al Tu che mi chiama e insieme la presenza di questo Tu che riaccade nella domanda che diviene certezza.”

  3. Estratto del documento conciliare Gaudium et Spes n.16: “Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. Lacoscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo”.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Letteratura, musica

Un deserto di silenzio

Le tentazioni di oggi sono ambientate nel deserto. Trovo in rete queste parole di Fabrizio Fabroni:

“Da sempre mi entusiasmano i viaggi in zone desertiche e remote della terra, angoli del pianeta che sembrano apparentemente dimenticati dal tempo. Immense distese di sabbia che possono addirittura trasmettere un senso di inquietudine e smarrimento… All’inzio mi chiedevo cosa esattamente mi coinvolgesse così tanto di questi luoghi e soprattutto cosa mi legasse ad essi così profondamente. Ho trovato dentro di me la risposta…; senza dubbio si tratta di una sorta di correlazione tra il silenzio del deserto e la necessità di un silenzio interiore; affinché tutti i rumori nascosti in me, dati dai pensieri continui, da quelli associativi e da quelli avversi, cessino anche solo per pochi istanti di invadere me stesso. Ed è allora, in quegli attimi silenziosi, che riesco a gustare una nuova vita, un nuovo mondo, quello reale, privo di immaginazioni e di inganni, privo di illusioni e inutili tormenti.”

Inevitabile, per me, pensare a Franco Battiato:

“Quanta pace trova l’anima dentro
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
e scendo dentro un Oceano di Silenzio
sempre in calma.”

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