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E il Verbo si è fatto carne

Mentre il silenzio fasciava la terraNataleElGreco.jpg

e la notte era a metà del suo corso,

tu sei disceso, o Verbo di Dio,

in solitudine e più alto silenzio.

 

La creazione ti grida in silenzio,

la profezia da sempre ti annuncia,

ma il mistero ha ora una voce,

al tuo vagito il silenzio è più fondo.

 

E pure noi facciamo silenzio,

più che parole il silenzio lo canti,

il cuore ascolti quest’unico verbo

che ora parla con voce di uomo.

 

A te, Gesù, meraviglia del mondo,

Dio che vivi nel cuore dell’uomo,

Dio nascosto in carne mortale,

a te l’amore che canta in silenzio.

(David Maria Turoldo)

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Il postino di Natale

Sempre per creare un po’ di spirito natalizio posto il piccolo racconto pubblicato sul suo blog da Alessandro D’Avenia.

“Stefano Occhipinti è un postino che fa le sue consegne in bicicletta, anche quando nevica. E in questo Natale di crisi la neve si è accanita contro le strade della città, quasi potesse lavarle definitivamente. Ma si sa che la città degli uomini è troppo polverosa per essere lavata dalla neve. Il 24 dicembre è l’ultima giornata di lavoro dell’anno. Stefano solca la neve lentamente e sul suo volto c’è la stanchezza buona di un lavoro compiuto. Stefano ha imparato da suo padre che nella vita non è importante la parte, ma la recitazione. Che tu sia Re, Buffone o Postino, quel che conta è che tu sia un bravo Re, Buffone o Postino. Per lui essere un buon postino è portare le lettere al destinatario, anche quando ne è rimasta solo una e si è fatto tardi e si potrebbe rimandare al giorno dopo.

E in fondo al sacco ne è rimasta una.

Stefano è rimasto solo con la neve. La gente ha già acceso le luci colorate della vigilia e le facciate dei palazzi sembrano aver perso la loro ordinaria e ripetitiva tristezza.

Legge sulla busta: non c’è l’indirizzo. C’è il francobollo e c’è una lettera da un foglio a giudicare dal peso della busta, conosce bene il suo mestiere, le sue dita sanno determinare il contenuto di ogni busta dal solo peso. Ma purtroppo la busta è bianca come la neve che, nuova, si poggia sulla vecchia.

Stefano è un postino a fine giornata, il 24 dicembre. La neve continua a cadere e lo trasforma in un fantasma nel buio. Ha una busta senza destinatario. Il suo turno è finito. Si avvicina ad un cestino per buttare la lettera. E se fosse una lettera importante? Se ne dipende qualcosa di vitale, in quel Natale?

La apre. Spiega il foglio e legge:

…ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,

ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo…

Si ferma perché quella parola è scritta sul fronte e sul retro di quel foglio centinaia di volte e assomiglia ad una poesia, dal momento che gli a capo non sono regolari. Guarda i fiocchi di neve, che – si sa – sembrano tutti uguali, ma a guardare bene si scopre che non uno è uguale all’altro, perché ciascuno dispone i suoi cristalli in modo perfettamente geometrico, ma sempre nuovo e diverso. Un caos ordinato, o un ordine caotico?

Stefano riprende a leggere. Anche se c’è scritta una sola cosa, ogni «ti amo» ha una nevicata.jpggrafia leggermente diversa, ora una «t» è più lunga, ora una «o» più arrotondata, ora una «a» più schiacciata, ora una «i» più slanciata. Come se ogni «ti amo», apparentemente uguale all’altro, fosse unico e nuovo a saperlo scrivere e a saperlo leggere come si deve. Ma per vedere certe cose bisogna averci gli occhi aperti. Spalancati. E questo Stefano lo sa, perché se c’è una cosa che il suo mestiere gli ha insegnato è che l’essenziale è leggere bene nome e cognome e indirizzo su una busta.

Dopo l’ultimo «ti amo», non c’è scritto più nulla. Follie da innamorati. Neanche una firma. Anzi al posto della firma, in basso a destra galleggiava un altro «ti amo». Quasi fosse quella la firma, il nome e il cognome del mittente.

Stefano alza gli occhi dal foglio e li costringe a ripercorrere al contrario la caduta dei fiocchi come chi cerca la sorgente di un fiume. Si perdono, fiocchi e occhi, nel cielo buio e compatto della vigilia, come se si potesse spaccare da un momento all’altro. Tutto sembra così simile a quella lettera in quella notte. Tutto è così calmo in quella notte. Tutto è così consueto e nuovo in quella notte. Come un «ti amo» pronunciato all’infinito, ma sempre diverso. Basta guardare la neve cadere dal cielo nelle proprie mani.

L’essenziale è visibile agli occhi.”

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Una al mese

Quest’anno il sabato è il mio giorno libero, quindi da oggi sono a casa. Ma essendo rientrato con una forte arrabbiatura, non sono assolutamente in clima natalizio. Cerco di rifarmi con un po’ di buone notizie prese dalla parte di sito del Corriere gestita insieme ad Amnesty.

MP900431844.jpg“Buone leggi, importanti sentenze giudiziarie, prigionieri di coscienza scarcerati, condanne a morte commutate. Nonostante tutto, anche il 2012 ha riservato tante buone notizie sul fronte dei diritti umani. Ho cercato, su un totale di 124 registrate da Amnesty International (qui ne trovate molte altre), di selezionare le migliori 12, una per mese. Prima di elencarle, vorrei ricordare che niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza l’impegno di giornalisti, giudici, avvocati, organismi della società civile e soprattutto di tante attiviste e di tanti attivisti per i diritti umani. Eccole, allora, queste buone notizie!

Ecuador – Il 4 gennaio 2012 la corte d’appello della città di Lago Agrio, nella provincia di Sucumbios, ha confermato la condanna della Chevron per disastro ecologico e danni alla salute delle parti lese. Nel febbraio 2011 il tribunale aveva ordinato alla Chevron di pagare 8 miliardi e mezzo, ma nella sentenza d’appello l’importo è raddoppiato anche perché la Chevron si è sempre rifiutata di scusarsi pubblicamente, come richiesto dalla sentenza.

Italia – Il 23 febbraio 2012 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia nel caso Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia. Il caso riguarda 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei che facevano parte di un gruppo di circa 200 persone intercettate in mare dalle autorità italiane e respinti direttamente in Libia, senza che fosse stata valutata la loro necessità di protezione internazionale: una delle operazioni di intercettamento e rinvio in Libia eseguite dalle autorità italiane nel 2009, a seguito dell’accordo bilaterale tra Italia e Libia allora in vigore.

Guatemala – Il 14 marzo 2012 Pedro Pimentel Rios, estradato dagli Usa nel luglio 2011, è stato condannato a 6060 anni di carcere per aver preso parte al massacro di Dor Erres nel 1982, che provocò la morte di oltre 250 civili. Si tratta del quinto ex militare condannato dalla giustizia guatemalteca per i fatti di Dos Erres: anche gli altri quattro hanno ricevuto una condanna a 6060 anni, equivalente a 25 anni per ogni omicidio.

Stati Uniti d’America – Il 25 aprile 2012 il governatore del Connecticut ha firmato la legge che abolisce la pena di morte. Il Connecticut è diventato il 17° stato abolizionista degli Usa.

Siria – Yaacoub Shamoun, un cittadino libanese scomparso dopo essere stato catturato dalle forze siriane in Libano nel luglio 1985, è stato rilasciato nel maggio 2012 da un carcere della regione orientale di Hasaka. Dopo il suo rapimento in Libano, Shamoun era stato portato in Siria e, per l’ultima volta, era stato visto 27 anni fa nella prigione di Saydneya, a nord di Damasco.

Egitto – Il 2 giugno 2012 un tribunale del Cairo ha condannato all’ergastolo l’ex presidente Hosni Mubarak e l’ex ministro dell’Interno Habib Al Adly per non aver prevenuto l’uccisione di oltre 840 manifestanti durante le proteste che si svolsero dal 25 gennaio all’11 febbraio 2011.

Repubblica Democratica del Congo – Il 10 luglio 2012 la Corte penale internazionale ha emesso la sua prima condanna, infliggendo 14 anni di carcere a Thomas Lubanga Dyilo, capo di un gruppo armato congolese, per aver reclutato e impiegato bambine e bambini soldato in un conflitto armato.

Messico – Il 21 agosto 2012 la Corte suprema ha giudicato incostituzionale l’articolo 57 II (a) del codice penale militare, sulla base del quale le denunce di violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze armate venivano indagate dalla giustizia militare.

Iran – L’8 settembre 2012 Yousef Naderkhani, un pastore protestante condannato a morte nel 2010 per apostasia, è stato assolto e, avendo terminato di scontare una precedente sentenza di tre anni per un reato d’opinione, è stato rimesso in libertà.

Slovacchia – Il 30 ottobre 2012 il tribunale regionale di Presov ha definitivamente stabilito che la scuola elementare di Sarisské Michal’any ha violato la legge istituendo classi separate per i bambini e le bambine rom.

Myanmar – Il 19 novembre 2012 sono stati rilasciati oltre 50 prigionieri politici e prigionieri di coscienza. Tra questi ultimi, U Myint Aye, cofondatore della Rete dei difensori e promotori dei diritti umani condannato nel 2008 all’ergastolo, e Saw Kyaw Kyaw Min, difensore dei diritti umani e avvocato, condannato a sei mesi nell’agosto 2012.

Nigeria – Il 15 dicembre 2012 la Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale ha giudicato la Nigeria responsabile della violazione della Carta africana dei diritti umani e dei popoli riguardo alle condizioni di vita della popolazione del delta del fiume Niger. La Corte ha stabilito che il governo nigeriano è responsabile del comportamento delle compagnie petrolifere e che a esso spetta chiamarle a rispondere dell’impatto ambientale del loro operato.”

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Schiacciate l’infame (sigh!!!)

Leggo, incuriosito ed esterefatto, questa notizia, con la curiosità di sapere il restante 50% di cui si parla. Certo non penso che si riuscirà a riparare al danno fatto da questo… La notizia è presa dall’edizione fiorentina di Repubblica. Senza altre parole…

Cattura3.JPG“Sono contenta che non ci sia più la Santa Inquisizione, non mi sarebbe piaciuto troppo finire arrostita come Giordano Bruno”. E’ con questa battuta che l’astrofisica Margherita Hack commenta la presenza di una sua fotografia – insieme a quelle di Piergiorgio Odifreddi, Corrado Augias, Vito Mancuso, Stalin, Hitler e Mao – nel presepe contro “il fanatismo laico” allestito nella chiesa di San Felice in Piazza San Felice a Firenze dal parroco don Gianfranco Rolfi. Secondo il parroco, il suo presepe è ancora un’opera incompiuta: «Manca il 50% della cattiveria». E quindi non vuol spiegare perché, a un passo dall’altare, quest’anno abbia scelto di rappresentare il Natale così, con un cartello che sovrasta la capanna e gli ulivi, le immagini dei quattro intellettuali e dei dittatori. Un triangolo rovesciato e un’esortazione: «Schiacciate l’infame». Il male della Storia e il (presunto) male della contemporaneità. Almeno, secondo l’iconologia e la visione del mondo firmata don Rolfi. Che però si nega, nicchia, svia. In fondo sono le 17.30, è già sera, le fedeli aspettano ed è quasi l’ora della novena, e mica può spiegare il senso di quel messaggio prima che «il presepe sia completo. È giusto sia prima la mia gente a sapere. Mi faccia finire, manca ancora il 50% della cattiveria. Anzi, della perfidia. Che è pure peggio», dice. E poi aggiunge: «Naturalmente metto ciò che per me è perfido. Io sono perfido, lo so, ma non sono mica un prete alla Mancuso».

Ma scusi, padre, non è un messaggio forte, violento, da associare al presepe e soprattutto a persone viventi? Dal Natale ci si aspettano messaggi di pace… Silenzio, il don rientra in canonica: «Proprio la Repubblica viene a chiedere a me se è un messaggio forte con tutto quello che scrive sulla Chiesa e Gesù. Non mi prenda per i fondelli, per piacere». Poi esce, scivola lungo la navata, va verso l’abside di sinistra, la capanna e gli alberelli. Ma scusi, padre, ha scritto “schiacciate l’infame”? «Voi giornalisti siete degli ignoranti, non leggete, non avete cultura». «Schiacciate l’infame» è una frase famosa di Voltaire, un grido di battaglia che lo scrittore e filosofo francese scrisse all’epoca del Trattato sulla tolleranza contro la condanna a morte di tre persone accusate di miscredenza. Nella sua riflessione era un invito a usare la ragione e a lottare contro ogni forma di fanatismo religioso. Contro l’integralismo dei dogmi e a favore di una società aperta al dialogo fra le confessioni, ma governata da una giustizia civile. È un appello alla laicità e alla compassione. Ma usato nello stile di Rolfi non fa esattamente quell’effetto. E non si capisce se per lui la Hack, Mancuso, Augias e Odifreddi siano una sorta di antifrasi voltairiana, insomma una specie di rappresentazione del fanatismo laico o ateo. Le fedeli entrano e strabuzzano gli occhi. «O my god»,dicono tre ragazze americane. «Non capiscono? Lo so lo so – dice don Rolfi – una donna ieri ha avuto una crisi isterica. Mi denuncino o aspettino».

“Quello mi sembra che sia un gran bischero, mi fa più ridere che piangere e poi non me ne frega nulla di questa iniziativa”. E’ la laconica chiosa dell’astrofisica dell’Università di Trieste. “Stare accanto a Odifreddi, Augias e Mancuso – afferma la professoressa – mi sembra un buon segno e mi fa piacere perchè sono persone che stimo. Essere accostata a Hitler è invece un’offesa grave perché quello era un pazzo feroce”.

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Sotto la pianta dei piedi

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“Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un viaggio di mille miglia ha inizio sotto la pianta dei tuoi piedi”. Lao Tzu

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Tempo di attesa

Natale si avvicina e il tempo dell’Avvento ormai si è fatto breve, l’attesa sta per terminare. Spesso mi capita di parlare con persone che vivono in modo tormentato l’attesa di un Dio di cui non riescono ad avvertire la presenza. Oggi ho trovato sul blog Dal dentro delle cose questa poesia-preghiera di Jean Debruynne che riflette sull’attesa e sui suoi tempi visti come periodi di grande attività e opportunità e non come perdita di tempo.

Dio,

tu hai scelto di farti attendereattesa.jpg

tutto il tempo di un Avvento.

Io non amo attendere.

Non amo attendere nelle file.

Non amo attendere il mio turno.

Non amo attendere il treno.

Non amo attendere prima di giudicare.

Non amo attendere il momento opportuno.

Non amo attendere un giorno ancora.

Non amo attendere perché non ho tempo

e non vivo che nell’istante.

 

D’altronde tu lo sai bene,

tutto è fatto per evitarmi l’attesa:

gli abbonamenti ai mezzi di trasporto

e i self-service,

le rendite a credito

e i distributori automatici,

le foto a sviluppo istantaneo,

i telex e i terminali dei computer,

la televisione e i radiogiornali…

Non ho bisogno di attendere le notizie:

sono loro a precedermi. Oppure

posso chiedere all’oroscopo…

 

Ma tu Dio

tu hai scelto di farti attendere

il tempo di tutto un Avvento.

Perché tu hai fatto dell’attesa

lo spazio della conversione,

il faccia a faccia con cosa è nascosto,

l’usura che non si usura.

L’attesa, soltanto l’attesa,

l’attesa dell’attesa,

l’intimità con l’attesa che è in noi

perché solo l’attesa

desta l’attenzione

e solo l’attenzione

è capace di amare.

 

Tu ti sei già dato nell’attesa,

e per te, Dio,

attendere,

significa pregare.

 

Jean Debruynne, Attendere è pregare (Parigi 1988)

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Una storia della salvezza fantasy

Quando, alla fine della prima, parliamo dei miti faccio riferimento anche alla saga di Narnia e ai contatti tra il leone Aslan e la figura di Gesù. Sul Corriere, a proposito del genere fantasy, di Tolkien e di Lewis, c’era questo articolo di Dario Fertilio.

tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narnia“Se avesse potuto scegliere dove nascere, J.R.R. Tolkien avrebbe dichiarato immediatamente: «l’Islanda». Senza pensarci avrebbe messo da parte Bloemfontein in Sudafrica, dove casualmente era venuto al mondo nel 1892, come pure l’Inghilterra dei genitori e la Oxford del prediletto Magdalen College, dove avrebbe mosso i primi passi verso la fama, e letto ad alta voce i brani del suo Signore degli anelli. Anche se, a dire la verità, persino l’Islanda era un’approssimazione: perché quello che veramente lo attirava fin da ragazzo era il «Nord senza nome». Da un lato le distese fumanti di lava e ossidiana, dove le forme modellate dal vento ricordano le rovine di città perdute, e là dove anneriscono sembrano l’ingresso nel regno del male, quello di Mordor. Dall’altro le saghe dell’«Edda» e di Snorri Sturluson, da leggersi in quella stessa lingua vichinga che affascinava più o meno negli stessi anni Jorge Luis Borges. Solo che per Tolkien – da leggersi correttamente lasciando scivolare l’accento sulla i – la vocazione era arrivata prestissimo. Orfano di padre a quattro anni, e di madre a dodici, aveva trovato in un libro di fiabe il racconto di Sigurd il Volsungo, uccisore del drago Fafnir. Da allora, probabilmente reagendo così alla solitudine e al grigiore di Birmingham dove viveva, era caduto nell’incantesimo dell’altrove. Che un biografo avrebbe così sintetizzato: «desiderava i draghi con profondo desiderio».

Ma come si passa dalle innocue infatuazioni infantili a quella specie di allucinazione adulta che sconfina nella grande letteratura? La risposta all’interrogativo si può sintetizzare in una parola sola: «inkling». Termine difficilmente traducibile, che include l’idea dell’inchiostro e quella dello schizzo informe: negli anni Trenta diventò il nome di una confraternita speciale di letterati. Si riuniva ogni giovedì sera nel salotto oxfordiano del Magdalen College, sotto la direzione di C.S. Lewis, destinato alla celebrità per il ciclo di Narnia. Al suo fianco sedeva Tolkien insieme a un altro scrittore, Charles Williams, anch’egli attratto dalla magia, preferibilmente nera. La loro trinità tenne a battesimo il moderno genere fantasy (il quarto, Owen Barfield, era sopratutto un teosofo). All’interno di questo circolo ristretto si verificò però un fatto strano. Ispirati dal cattolicesimo rigoroso di Tolkien, gli altri inkling cominciarono a mettere in relazione le loro predilezioni per il fantastico con la fede in Dio. In un’epoca che sperimentava le ideologie totalizzanti e la crudezza realistica della guerra, gli inkling concepirono l’idea antitetica che il dovere di uno scrittore cristiano consistesse anzitutto nel riflettere l’immagine di Dio. Ma poiché quest’ultimo esisteva dall’inizio dei tempi – questa era una delle argomentazioni chiave di Tolkien – anche le invenzioni dell’immaginazione umana dovevano derivare da lui, e di conseguenza riflettere parte della verità eterna. Ecco dunque il segreto della loro forza narrativa: la convinzione che i grandi miti del passato, non meno di quelli destinati a uscire dalla loro galoppante fantasia, fossero non solo da prendere sul serio, ma addirittura da considerarsi «arte sacra». Altro che deliri di onnipotenza per adulti frustrati, come i critici più malevoli avrebbero detto a proposito dei romanzi apocalittici di Philip Dick o di quelli eroici del Robert Howard di «Conan il Barbaro»! I personaggi di tolkien, lewis, inkling, miti, salvezza, fantasy, narniaTolkien parlano nientemeno che della lotta fra il bene e il male come percorso soprannaturale di Salvezza.

Il bello è che tutto ciò funzionò: Lewis, ad esempio, si convertì al cristianesimo per la forza di queste argomentazioni. E Tolkien visse un matrimonio esemplare con la moglie Edith (la quale al cattolicesimo si era convertita per lui). Eppure, sulla loro tomba (lui le sopravvisse di poco e morì nel ’73) volle che fossero incisi i nomi dei due incrollabili amanti di una sua saga pagana: Luthien e Beren.”

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Il peso del futuro… e dello spreco…

Difficilmente scrivo dei post per il gusto di fare polemica. Ora, sono 5 giorni che aspetto di scrivere questo post. Nel nostro liceo, come nelle altre scuole superiori, sta arrivando il libercolo “Vie al futuro” prodotto (e deduco finanziato) dalla nostra Regione (o quantomeno pagato da un altro ente pubblico). Lo sconcerto nasce dalla grammatura della carta: sono anni che non mi capita di sentire uno spessore del genere all’interno di un libro! L’ho anche messo sul dorsetto: sta in piedi da solo… In un periodo come questo è necessario? Essendo diretto a ragazzi di quinta, che su internet ci navigano come Giovanni Soldini sul mare, si potrebbero iniziare a immaginare dei canali informativi che utilizzino tali strumenti… a tutto vantaggio di toner e carta risparmiati. Mi scuso per lo sfogo, ma era una cosa a cui tenevo.

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Cosa sperano di ottenere?

Ho seguito spesso, nei mesi passati, la vicenda delle proteste estreme di alcuni monaci e monache tibetane che sono arrivati a darsi fuoco per protestare contro l’oppressione cinese. Ne ho anche scritto. Ieri un amico, Federico, mi ha spedito via mail questo articolo molto molto interessante: tira in ballo alcune domande chiave su tale questione. E noi? Ma che senso ha? A cosa serve sacrificare addirittura una vita intera se poi non cambia niente? Su “La Stampa” del 16 dicembre 2012 Enzo Bianchi scrive:

buddhismo, tibet, cina, monaci, monache, suicidio, sacrificio“Ormai rischiamo l’assuefazione: una notizia d’agenzia ripresa ogni tanto nelle pagine interne, qualche colonna una volta all’anno nella «giornata mondiale per il Tibet», un rapido accenno in margine a una visita del Dalai Lama, un box accostato a un resoconto di incontri diplomatico-commerciali. È tutto quello che giunge a noi della tragedia del popolo tibetano e della testimonianza di quanti non cessano di urlare, con le loro vite e la loro morte, alle nostre orecchie divenute sorde. Certo, il sentimento di rassegnazione prevale quando si misura l’impotenza di fronte alla realpolitik, ma la coscienza ci impedisce di lasciar tacere la provocazione nonviolenta dei monaci tibetani, ormai un centinaio dall’inizio della protesta, che decidono di darsi fuoco per denunciare l’oppressione del loro popolo, della loro cultura, della loro religione. Credo che i monaci stessi sappiano che il loro gesto difficilmente varcherà le frontiere e tanto meno potrà mutare le decisioni del potere. Certo, qualcosa smuove nelle coscienze di chi ne viene a conoscenza, altrimenti non si spiegherebbe perché le autorità cinesi stiano cercando di reprimere il fenomeno, arrivando ad arrestare quanti sostengono e incoraggiano i candidati al martirio, ma non ci si può illudere che una maggiore consapevolezza da parte di pochi possa cambiare la situazione di oppressione del popolo tibetano. Allora, perché ci sono sempre nuovi giovani pronti a darsi alle fiamme? A chi vogliono parlare con quel gesto estremo? Cosa sperano di ottenere? E da parte nostra, se siamo convinti di non poter fare nulla perché le cose cambino, che senso ha continuare a seguire vicende che disturbano la nostra coscienza tranquilla?

In realtà, ci siamo talmente abituati a misurare le azioni solo in base al risultato, a breve o lungo termine, che fatichiamo a concepire che qualcuno decida di agire gratuitamente, solo perché così ritiene giusto fare, senza attendersi successi o ricompense. Forse, vale allora la pena di lasciarci interrogare da questi monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso. Ora, le persone a cui vogliono parlare non sono i media occidentali, così lontani, distratti e preoccupati, come i loro governi, di mantenere buone relazioni; non è l’opinione pubblica mondiale, salvo quando qualche evento globale come le olimpiadi fa da potente cassa di risonanza. No, il destinatario di questo gesto estremo, divenuto ormai quasi quotidiano, è il loro stesso popolo: con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. Questo è il messaggio forte che possiamo recepire anche noi in Occidente, è l’interrogativo lancinante che ci porta a ripensare le nostre priorità, la nostra capacità di reazione al male, la nostra disponibilità a pagare un prezzo per ciò che per noi non ha prezzo. E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli Anni Sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: non è legata al confronto-scontro con un potente nemico esterno, espressione di un ambito etico e culturale diverso. È pratica antichissima, attestata fin dalla prima metà del V secolo in Cina, con raccolte di biografie degli asceti buddisti immolatisi nel fuoco: queste testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri. Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo. E questo lo fa attraverso un’azione nonviolenta nel senso forte del termine, un’azione cioè che accetta di assumere su di sé la violenza senza replicarvi, senza rispondere alla violenza con la violenza, spezzando così la catena infinita dell’ingiustizia riparata con un’ingiustizia più grande. È come se di fronte al male e a chi lo compie il monaco affermasse non solo che il malvagio non potrà avere il suo corpo ma anche, verità ancor più destabilizzante, che non riuscirà a fargli assumere lo stesso atteggiamento malvagio. Sarebbe improprio tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani – che non si danno da sé la morte ma la «accolgono» dagli altri -, eppure questa capacità di assumere su di sé la violenza per estinguerla e al contempo per professare ciò che è bene e giusto per tutti interpella cristiani e non cristiani, noi post-moderni sempre tentati di rimuovere la domanda su cosa è giusto per interrogarci solo sull’opportunità del nostro agire: «vale la pena?» è diventato il nostro unico interrogativo, ormai sempre più accompagnato da un’immediata reazione negativa. Abbiamo dimenticato la fulminante risposta di Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». La grande anima di questi giovani monaci tibetani ce lo ricorda, se solo vogliamo ascoltare il loro grido silenzioso, lasciandoci illuminare da quel fuoco nonviolento.”

Pubblicato in: Etica, opinioni, Storia

Davanti alla complessità senza trucchi

complottismo, sospetto, complessità, semplicismo, semplicità, informazione, fiduciaDi mio non sono una persona sospettosa. Non che mi fidi di chiunque inopinatamente, ma non parto dal presupposto che la persona con cui ho a che fare voglia fregarmi. Eppure, a volte, avverto puzza di bruciato e il mio naso mi avvisa. Nell’ultima settimana mi è capitato ben due volte, e in entrambe le occasioni l’olfatto non ha mentito. La cosa mi preoccupa: o devo stare più attento e fidarmi di meno (chissà quante volte non mi sono accorto di nulla) o devo farci l’abitudine perché è così che vanno le cose e “tutti ti vogliono fregare”. Scarto immediatamente la seconda ipotesi: non mi appartiene, non ne sarei capace. Resta la prima, che penso ora di indossare senza però i panni stretti di chi vede complotti ovunque. Mi faccio aiutare da questo articolo di Angelo Panebianco su Sette del sette dicembre.

“Le teorie cospirative della storia non passano mai di moda. Conoscono anzi una più larga diffusione nelle fasi turbolente, segnate da maggiore angoscia e incertezza sulle prospettive future. Come quella che stiamo ora vivendo. Ce n’è per tutti i gusti. C’è la sempre presente “congiura degli ebrei” e c’è la “congiura dei musulmani per impadronirsi dell’Europa”. C’è la congiura ordita dai circoli dell’imperialismo americano, c’è quella che fa capo alle multinazionali, c’è quella dei tedeschi per sottomettere economicamente l’Europa e mangiarsela in un boccone. Comincia a fare capolino qua e là anche la congiura dei cinesi per impadronirsi del mondo. Coloro che hanno contratto questa malattia presentano gli stessi sintomi. Pensano che tutto ciò che accade sia il frutto di n diabolico disegno, del piano di qualche rappresentante del Male onnipotente e onnisciente. Pensano ce la storia sia riducibile a una trama che segue un copione già scritto con largo anticipo dai suddetti rappresentanti del Male. Trattengono nella loro mente le informazioni che sembrano confermare il diabolico disegno di cui sopra mentre ignorano, o distorcono, ogni informazione che possa far dubitare della sua esistenza.

E’ troppo facile attribuire i successi che riscuotono le teorie del complotto alla credulità e alla stupidità. Pur senza negare che la stupidità svolga un ruolo importante nelle vicende umane, va detto che tale spiegazione è semplicistica. Il problema è che tante persone si sentono angosciate di fronte alla complessità del mondo che le circonda, hanno bisogno, per ritrovare un po’ di sicurezza, di uno strumento interpretativo della realtà capace di trasformare miracolosamente la complessità in semplicità, e l’ambiguità in chiarezza. Le teorie cospirative rendono semplice il complicato: c’è un gruppo di malvagi, assetato di potere e di sangue, e nulla di spiacevole accade che non porti la sua firma. Grazie alla teoria del complotto il soggetto che la abbraccia ottiene due benefici: l’illusione di aver capito tutto e l’identificazione del malvagio, il responsabile di ogni male. La fragilità intellettuale di chi sposa una (qualsiasi) teoria del complotto è evidente. Ma non si può essere indulgenti. Queste pseudo-teorie vanno sempre rintuzzate con la massima energia. Perché sono, e sono sempre state, generatrici di violenza.”

Pubblicato in: Etica, Scienze e tecnologia, Storia

Una linea molto sottile

Qual è la linea di demarcazione tra dissenso e crimine, tra critica e reato? Non in tutto il mondo è uguale. Prendo dal Corriere le parole di Fabio Chiusi:

“Per confondere dissenso e crimine può bastare un «mi piace» su Facebook. È successo a censura2-0.jpgun’indiana di 21 anni che, durante la pomposa commemorazione per la morte del leader nazionalista Bal Thackeray, ha cliccato «I like» alla frase di un amico: «Uomini come lui nascono e muoiono ogni giorno». L’assenso a quella critica, pubblicata dalla ragazza, nipote del proprietario di un ospedale privato a Thane, è costato a lei l’arresto, e all’ospedale un’irruzione — spranghe alla mano — di seguaci del partito di Thackeray. Qualche giorno dopo, sempre in India, un utente con 16 follower, Rani Srinivasan, è stato arrestato per aver accusato di corruzione un politico locale. Immediate le proteste in Rete, che ne hanno accresciuto la notorietà su Twitter e in tv («ora è una celebrità», ha scritto la Bbc), senza salvarlo dal carcere. Lontano dall’Occidente, la censura non perdona nemmeno la satira. Quella, per esempio, che un 21enne sudcoreano ha veicolato tramite la condivisione dei «cinguettii» di un profilo di propaganda dei «rivali» di Pyongyang. Le autorità non hanno scorto ironia, ma una violazione della legge che impedisce qualunque elogio della Corea del Nord. Risultato? Dieci mesi di carcere, con pena sospesa solo grazie alla promessa di non farlo mai più. Il modello è la Cina, dove una provocatoria — ma innocua — riedizione della trama del film Final Destination applicata al recente Congresso del Partito comunista è costata a un utente di Twitter l’arresto con l’accusa di diffondere «notizie false». Episodi che dimostrano la vacuità degli allarmi sulla libertà della Rete provenienti dalla Conferenza mondiale delle telecomunicazioni appena conclusa a Dubai: il controllo di Internet è già nelle mani delle norme liberticide di singoli Stati. Senza che l’attuale assetto della governance del web sia stato in grado di contrastarle.”

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Tra il niente e l’infinito

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“Che cosa è l’uomo nella natura? Un nulla di contro all’infinito, un tutto di contro al niente, un mezzo tra niente e tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, la fine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile, ugualmente incapace di vedere il niente da dove è venuto come l’infinito in cui è inghiottito.” (Blaise Pascal)

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La rivoluzione scippata

Una bella intervista per Avvenire di Chiara Zappa a una delle protagoniste della lotta per la libertà in Tunisia, Lina Ben Mhenni.

«Ma è possibile che i media occidentali debbano aspettare che ci scappi il morto, prima diLina-Ben-Mhenni.jpg accorgersi di quello che sta succedendo alle nostre rivoluzioni?». Lo sfogo di Lina Ben Mhenni dura solo un attimo, ma la sua tensione è evidente. Su una Avenue Borguiba presidiata dai blindati dell’esercito, a pochi metri dal caffè dove siamo sedute a parlare, sta sfilando l’ennesima manifestazione di islamisti, che urlano con violenza i loro slogan. Questa volta, contro l’Ugtt, il principale sindacato del Paese, definito «un covo di corrotti». «Vorrebbero che il sindacato fosse sciolto, è incredibile…», sospira Lina scuotendo la testa. A due anni dal suicidio dell’ambulante tunisino Mohamed Bouazizi, che il 17 dicembre 2010 diede avvio alle rivoluzioni nordafricane, la blogger più famosa della primavera araba, la “tunisian girl” che lanciava sul web le sue denunce anche quando Ben Ali era ancora al potere, candidata al Nobel per la pace e pluri-decorata per il suo coraggio (a novembre le è stato consegnato il premio Minerva «all’impegno politico e ai diritti umani») è stanca. Ma sempre combattiva. Nonostante la salute precaria e le tensioni quotidiane: «Ricevo minacce di continuo, contro di me è stata montata una campagna diffamatoria violenta». Due volte è stata brutalmente picchiata e molestata dalla polizia. «E ho paura anche della milizia di Ennahda». Il partito di matrice islamica che domina la coalizione di governo è messo sotto accusa da tanti fronti: per l’inconcludenza delle sue politiche – la disoccupazione continua a crescere e la povertà è tangibile, non solo nel Sud del Paese -, ma anche per i giochi di potere e soprattutto per l’eccessiva tolleranza nei confronti degli estremisti religiosi salafiti.

«Il vecchio sistema è ancora là, e in più questo governo ha cominciato da subito a fomentare una divisione nel Paese tra i “buoni musulmani” e i laici, che vengono semplicemente tacciati come atei. Se combatti per mantenere la laicità dello Stato, allora per loro non sei una musulmana. E quest’ambiguità è facile da coltivare qui in Tunisia, dove due dittatori come Bourguiba e Ben Ali hanno sostenuto il secolarismo: così, se qualcuno osa criticare il governo, come sta facendo in queste settimane il sindacato, subito viene accusato di essere anti-islamico, un “residuo del vecchio regime corrotto”. In questo modo, proprio in nome della tutela della rivoluzione, cercano di creare un nuovo regime: siamo stati scippati della nostra rivoluzione!». La ventinovenne, viso acqua e sapone e unghie in tinta con il maglioncino verde, scosta dal viso i capelli corvini e fa una pausa, osservando i poliziotti appostati intorno al ministero dell’Interno. «Sa di quella ragazza violentata dalla polizia?», butta lì. Parla della giovane stuprata a settembre da due agenti che poi la accusarono per atti osceni (infine assolta per mancanza di prove, dopo una mobilitazione massiccia dell’opinione pubblica). «Noi donne siamo state da subito un bersaglio facile: ci dicono che dobbiamo tornare a chiuderci in casa, così si risolverebbe anche il problema della disoccupazione degli uomini!». Al di là del rischio di un rigurgito patriarcale, che in questo caso ha del grottesco, la posta in gioco è alta: «Se ai tempi di Ben Ali le femministe lottavano per ottenere nuovi spazi, noi siamo costrette a farlo per difendere le conquiste del passato. Recentemente siamo dovute scendere in piazza perché dalla bozza della nuova Costituzione fosse ritirato il riferimento alla “complementarietà” tra uomo e donna, che aveva sostituito l’espressione “parità”. Ma a rischio è anche il Codice di statuto personale, all’avanguardia sui diritti femminili, mentre si ipotizza di legalizzare la poligamia ed esponenti sauditi vengono invitati a parlare delle mutilazioni genitali per le bambine…».

Ma con la caduta del regime non è aumentata la libertà di espressione? «Abbiamo avuto un breve periodo di libertà, ma oggi la situazione è di nuovo critica», afferma Ben Mhenni, che insegna linguistica all’università di Tunisi. «Si tenta di imbavagliare i giornali, la tv nazionale è in mano agli islamisti, che hanno riciclato anche giornalisti ex fedeli di Ben Ali, le tv private sono finanziate dai partiti politici e i cyber-attivisti ormai tendono ad autocensurarsi, per timore delle ritorsioni». La denuncia di Lina è dura: «Qui non esiste ancora una giustizia indipendente. Gente che si è macchiata di crimini gravissimi ora è libera: chi è organico al nuovo governo può stare tranquillo. Sono più corrotti di prima e usano gli stessi metodi violenti del passato». Il clima, già teso, è reso incandescente dalla povertà. «La situazione economica è molto grave. Il turismo risente degli attacchi dei salafiti e anche gli investitori non sono incoraggiati a venire qui. A volte ho la sensazione che andiamo verso una guerra civile». Per la giovane attivista, la via d’uscita è solo una: «Dobbiamo portare avanti la nostra rivoluzione, girare il Paese per spiegare alle persone che devono votare secondo i programmi dei candidati, non in cambio di denaro o perché qualcuno si propone come l’unica scelta giusta per i “buoni musulmani”. La religione e la politica devono restare separate. Anche i governi occidentali, che parlano di diritti umani ma oggi sostengono gli islamisti per interesse, dovrebbero ricordarselo».

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Il nome delle cose

Quello che è successo nella scuola di Newtown è una cosa che lascia senza parole, senza fiato. Ti trovi con la sensazione di non riuscire più a chiamare le cose con il loro nome, come se avessero perso l’identità, come se non appartenessero più alla realtà e fossero collocate al di fuori delle coordinate spazio-temporali. E’ questo il momento decisivo per una persona, quando prova a cercare delle risposte ai suoi interrogativi e fa fatica a trovare la strada che la porti a un approdo, se non sicuro per lo meno per un po’ protetto dalla tempesta. Io le mie risposte le cerco nella relazione con Dio, ben conscio che non sia questa l’unica possibile strada; ma sento che questo è il modo, per me, di cercare di capire anche me stesso anche se spesso sento di avere un grande dolore al nervo sciatico. Cosa c’entra? La risposta in questo breve articolo di Antonio Pitta.

dio, confronto, fede, giacobbe, nome, male, risposte, lotta con dio«Il Popolo d’Israele non pronuncia il Nome di Dio, per rispetto alla sua santità” (Catechesi, 209). Per l’ebreo credente all’origine del nome impronunciabile di Dio c’è l’episodio della lotta tra Giacobbe e l’uomo misterioso presso il guado del fiume Iabbok (Genesi 32,23-33). La lotta è senza tregua: attraversa la notte sino all’alba, quando Giacobbe riesce finalmente ad avere la meglio sul nemico. Allora l’uomo misterioso gli chiede di lasciarlo andare e Giacobbe gli chiede di benedirlo. L’uomo lo benedice e gli cambia il nome: non si chiamerà più “Giacobbe”, ma “Israele” perché ha combattuto con Dio e con gli uomini, sino a prevalere. A questo punto Giacobbe gli chiede il nome, ma l’uomo non risponde e come segno della lotta lo colpisce al nervo sciatico. Nella storia umana sono stati dati molti nomi a Dio, ma quello d’Israele non ha un nome e quando si rivela nella storia della salvezza il suo diventa un nome relazionale che non lo identifica in quanto tale. YHWH è il Tetragramma sacro che non può essere vocalizzato affinché non sia pronunciato ed è reso con “Signore”, “Onnipotente”, il Nome, il Luogo, i Cieli. Gesù ha rivelato il nome di Dio: “Abba, Padre!” (Marco 14,36) e ha insegnato ai discepoli a chiamarlo “Padre nostro…”. Dio è luce e amore sostiene la 1Giovanni 1,5; 4,8. Tuttavia si tratta nuovamente di un nome relazionale e non proprio di persona. L’elenco dei novantanove nomi di Allah nel Corano inizia con Il Misericordioso e si chiude con Il Paziente: tuttavia manca proprio “Padre”, nel timore infondato d’identificarlo con un nome proprio. Ogni persona umana è alla ricerca del Nome, ma più lo cerca più avverte lo stiramento violento del nervo sciatico ed è costretto, come Giacobbe, a zoppicare per tutta la vita. La fede non è possesso del Nome, ma è lotta sino all’alba. Questo vale per chiunque si accosti al Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Altrimenti si cade nell’idolatria, nella presunzione dell’io di fronte a Dio, mentre si è incapaci persino di stare di fronte a se stessi. «Todo hombre tiene dos/ batallas que pelear!:/ en sueños lucha con Dios;/ y despierto con el mar» … «Da combattere ogni uomo ha due battaglie: con Dio nei sogni, e da sveglio col mare.» (A. Machado).

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Sulla laicità

Il concetto di “laicità” è spesso fumoso e confuso. A volte è sinonimo di ateismo, a volte il laico è colui che non appartiene al clero, a volte è colui che non vuole appartenere a un culto religioso o politico o ideologico… Nella serata di qualche giorno fa a Zugliano, nel dialogo fra Margherita Hack e Pierluigi Di Piazza, il fondatore del Centro Balducci vi aveva fatto riferimento proprio nell’ottica che in questo articolo pubblicato su Repubblica delinea Enzo Bianchi.

chagall-03g.jpg“Non sorprende che in un paese come il nostro – dove non esiste più da quasi trent’anni una “religione di stato”, ma dove non c’è ancora una legge specifica sulla libertà religiosa – ogni discussione sulla laicità dello stato e sui diritti dei credenti rischi di provocare un corto circuito. Si aggiungono aggettivi qualificativi alla laicità o la si rinchiude nel peggiorativo laicismo, rendendo quasi impossibile lo sviluppo e l’adattamento alle mutate condizioni sociologiche del nostro paese di quella convergenza di intenti e di valori che il legislatore costituente aveva sapientemente saputo ricostruire sulle macerie della guerra. A furia di ridurre la presenza dello stato e nel contempo di chiedergli di farsi garante di un’etica religiosa specifica, a furia di confondere la somma di beni privati con il bene comune, la coesione sociale viene a mancare e si atrofizza quello spazio comune garantito in cui ciascun soggetto individuale o sociale può contribuire alla crescita umana e spirituale dell’insieme della società.

Lo stato laico, infatti, non può limitarsi alla funzione di chi regola il traffico di una società civile che si muoverebbe secondo direttive proprie, molteplici e slegate da un interesse collettivo. È indispensabile invece trovare e utilizzare modalità laiche per discernere cosa è ritenuto bene per l’insieme della popolazione e cosa danneggia la convivenza, quali adattamenti escogitare affinché il meglio sognato non uccida il bene possibile. Un’etica condivisa non è utopia: si tratta allora di individuarla, perseguirla, garantirla con mezzi consoni a uno stato non confessionale che si faccia carico di una società ormai plurale per religioni e culture. Non dimentichiamoci che l’umanità è una, che di essa fanno parte religione e irreligione e che, comunque, in essa è possibile, per credenti e non credenti, la via della spiritualità, intesa come vita interiore profonda, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla creazione di bellezza nei rapporti umani. Sono sempre stato convinto che esiste anche una spiritualità degli agnostici, di quanti sono in cerca della verità perché insoddisfatti di verità definite una volta per tutte: è una spiritualità che si nutre di interiorità, di ricerca del senso, di confronto con l’esperienza del limite e della morte. Si tratta, di essere tutti fedeli alla terra e all’umanità, vivendo e agendo umanamente, credendo all’amore, parola oggi abusata fino a svuotarla di significato, ma parola unica che resta nella grammatica umana universale per esprimere il “luogo” cui l’essere umano si sente chiamato. Del resto la fede – questa adesione a Dio sentito come una presenza soprattutto a causa del coinvolgimento che il cristiano vive con Gesù Cristo – non sta nell’ordine del “sapere” e neppure in quello dell’acquisizione: si crede in libertà, accogliendo un dono che non ci si può dare da sé. Analogamente gli atei, nell’ordine del sapere non possono dire “Dio non c’è”: è, infatti, un’affermazione possibile solo nell’ambito della convinzione. Del resto, il cristianesimo riconosce che il Dio in cui crede è presente e agisce anche nella coscienza di chi non crede, perché ogni essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e ha in sé la fonte del bene. La laicità dello stato è allora quella opzione di fondo che consente di reinventare continuamente strumenti condivisibili e linguaggi comprensibili da tutti, di garantire presidi di libertà e di non sopraffazione, di difendere la dignità di ciascuno, a cominciare da quelli cui viene negata, di consentire a ciascuno di ricercare, anche assieme ad altri, la pienezza di senso per la propria vita.”

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Due pronomi e un verbo

Ci sono articoli che corrono il rischio di passare inosservati. Questo, di Chiara Mariani per Sette del 7 dicembre, è uno di quelli. Come pure questo post che pubblico quasi all’una di notte. Eppure sarebbe un peccato perché vi si racconta di un libro che ora ho desiderio di leggere e che tratta di una grande storia di amore, dolore, attesa, morte e resurrezione. Parla di come hanno fatto 1246 lettere a salvare un uomo passato da Buchenwald al gulag…

Il 1917 non è solo la data della Rivoluzione di Ottobre. E’ anche l’anno di nascita di Lev (il Orlando-Figes-Qualcosa-di-piu-dell-amore_main_image_object.jpgleone) e Svetlana detta Sveta (la luce), uno dei momenti più infausti per venire al mondo in Russia. “Qualcosa di più dell’amore” di Orlando Figes racconta la storia della loro straordinaria passione attraverso 1246 lettere, scritte dal 1946 al 1954, che i due si scambiano tra il Gulag di Pechora, a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico dove Lev è rinchiuso, e Mosca dove abita Sveta: due epistole la settimana. I due giovani si incontrano nella capitale, nelle aule del prestigioso Istituto di Fisica Lebedev. Tra loro vi è uno sconosciuto Andrej Sacharov. Si nutrono delle note del violino di David Oistrach, dei versi dell’Achmatova, Blok, Pushkin e Majakovsky, sono fiduciosi nel futuro radioso del paradiso del lavoratore dove l’ottimismo è d’obbligo e la parola depressione è bandita. Sono gli anni delle prime ondate del Terrore staliniano che culmineranno tra il 1937 e il 1938, quando un milione e trecento mila nemici del popolo sono arrestati e mezzo milione fucilati, tra questi militari d’alto rango, insegnanti, sacerdoti. Troppi per poter affrontare con fiducia di lì a poco una guerra che mobiliterà tutti e costerà all’Unione Sovietica 27 milioni di cittadini. Il mite e poetico Lev Mischenko, come la bella e brillante Svetlana Ivanova, è un membro del Komsomol, la gioventù comunista, crede nell’idea socialista del progresso attraverso la scienza e la tecnologia e ritiene suo dovere servire la Patria minacciata dall’invasore. Imbracciate le armi è fatto prigioniero dai tedeschi, è trasferito a Buchenwald, dove si rifiuta di collaborare con il nemico. Capita nelle mani degli americani che gli offrono di impiegare il suo talento negli Stati Uniti, come fisico nucleare. Rifiuta, l’amore lo richiama in patria. La fine del conflitto mondiale per Lev segna però l’inizio di un nuovo incubo. Le autorità sovietiche lo condannano a dieci anni di gulag con la falsa accusa di aver collaborato con il nemico durante la prigionia. Da adesso in poi lo distingue un numero: l’articolo 58-1(b), riservato ai soldati traditori della patria, l’imputazione più ingiuriosa che priva il condannato del rispetto e della fiducia altrui persino a fine pena.

Il suo animo è troppo delicato, non se la sente di turbare Sveta, che non vede e di cui non sa niente da cinque anni, con notizie sulla sua sorte. Lui non ha fratelli o genitori con cui comunicare, è orfano dall’età di tre anni, da quando in ospedale vede un’infermiera portare tra le mani un oggetto rosso palpitante: il cuore della mamma che è appena stata fucilata. Il papà fa la stessa fine condivisa da molti altri “borghesi”. Lev preferisce così scrivere a una zia. Quest’ultima si affretta a fare quello che farebbe ogni donna: se ne infischia dell’eventuale turbamento ed informa la ragazza degli ultimi eventi. Nasce una corrispondenza preziosa, uno squarcio nell’anima di due innamorati che per troppo pudore non menzionano quasi mai la parola amore. Dirà lei in un commiato: “Il fatto è che voglio dirti soltanto tre parole: due sono pronomi e una è un verbo”. Quando Sveta lo interroga sulle sue necessità urgenti, se abbia bisogno di medicine, vestiti, cibo, carta o penna, Lev risponde laconico, certo di chiedere l’indispensabile, unica fonte di sostentamento e di speranza: “mandami parole, parole, parole”. In apparenza la scrittura di lei è priva di sfumature romantiche. Appartiene all’intelligenzia tecnica sovietica oppressa dal Diamat, il materialismo dialettico, il fondamento “scientifico” del marxismo-leninismo che denuncia il persino i fisici sedotti dalla teoria della relatività e la fisica quantistica perché idealiste e incompatibili con il credo del momento. Per superare il condizionamento culturale si affida così ai versi dei poeti russi, alla propria tenacia pratica e al proprio coraggio: scrive, scrive, scrive fino a quando trova il modo, illegale ed estremamente pericoloso, di raggiungerlo. Anche solo per pochi momenti. Ci saranno cinque incontri in quasi nove anni. Ogni volta percorre tra andata e ritorno 4340 chilometri. Lo stile di Lev ricorda la scrittura del XIX secolo con slanci lirici sorprendenti, soprattutto perché pronunciati da un uomo condannato ingiustamente alle crudeltà del gulag in una zona immersa nell’inverno nove mesi l’anno: “Tutto quello che è rimasto è il cielo… le stelle sono emerse dalla loro ibernazione estiva (la fine delle notti bianche ndr) e anche di questo sono grato”.

Il libro di Figes non ha solo il merito di riportare alla luce un carteggio, contrabbandato pezzo per pezzo dalla guardie e dai lavoratori volontari del campo di lavoro, che rivela a quali vette sia capace l’animo umano. Lo scambio epistolare di questi due giovani brillanti racconta senza sconti la realtà ai tempi di Stalin, il cui sistema si basava sulla graduale fusione tra Gulag ed economia civile, un’economia di schiavi che permetteva la creazione a basso costo delle grandi opere divenute il simbolo dei risultati postbellici dell’Unione Sovietica. Nelle sue lettere Lev racconta gli sforzi per attivare con l’ingegno, a discapito dei pochi mezzi, la centrale in cui lavora, descrive i caratteri dei suoi amici, le piccole gentilezze che rendono la vita possibile tra burocrati crudeli e incompetenti, le meschinità che conducono al crimine. Sopporta le atrocità grazie alle missive di lei perché ogni sua parola è una resurrezione e le sue lettere “sono tutta la mia biblioteca”. Sveta ragguaglia sulla nuova vita nella capitale, “Una buona metà della popolazione adesso vive in condizioni peggiori di quando eravamo in guerra”, e sui cambiamenti nelle abitudini. Sappiamo come si veste (“il cappotto verde è ancora vivo”), come si reca all’Istituto di ricerche, quali sono i rapporti tra le persone, cosa può dire e cosa deve celare. Neppure l’amnistia concessa dopo la morte di Stalin nel 1953, che liberò ladri e assassini, accorcia l’agonia di Lev, liberato solo alla fine del 1954 a fine pena. Il Leone e la Luce si sposano nel 1955, l’anno in cui nasce Anastassja (la Ressurezione). Più tardi nascerà anche Nikita, forse in omaggio a quel Kruschev che nel 1956 aveva denunciato Stalin e il suo culto della personalità, cancellando con un colpo di spugna l’onta di un tradimento mai commesso che pesava sul cuore di Lev, e che anche da uomo libero condizionava pesantemente tutta la sua vita. Forges va a trovare la coppia a Mosca nel 2008, un anno dopo aver scovato incidentalmente il carteggio quasi negletto, l’anno in cui morirà Lev. Sveta lo segue nel 2010. Riposano l’uno accanto all’altra.

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Prof, lei ci crede?

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“prof, lei ci crede alla questione del 21 dicembre?”

“certo”

“sul serio?”

“sicuro! ma ve lo spiego il 22”

🙂

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Anni luce

Quando leggo queste cose penso agli anni luce, alla distanza enorme che in certi posti si deve ancora percorrere per riuscire a parlare e soprattutto ad attuare diritti e libertà la cui lesione viene nascosta dietro a scuse banali e puerili. Da Rainews24, o da ovunque in rete…

“Attivisti e commentatori lo hanno già ribattezzato ‘guinzaglio elettronico’. E’ il nuovo sms arabia.jpgsistema messo a punto dalle autorità saudite per avvertire tramite sms i mariti se le loro mogli stanno lasciando il Paese. Ciò che le donne del regno – ma anche di diversi altri Paesi della regione – non possono fare senza l’autorizzazione del consorte o, in alternativa, di un altro uomo ‘guardiano’ della famiglia, sia esso padre o fratello. Le reazioni sono state immediate su Twitter, anche da parte di molte donne saudite, dopo che, nei giorni scorsi, la notizia è emersa grazie ad un marito che ha avvertito Manal El Sherif, una attivista diventata famosa a livello internazionale per aver avviato una campagna per chiedere che venga riconosciuto anche alle donne saudite il diritto di guidare l’automobile. L’uomo stava partendo dall’aeroporto internazionale di Riad insieme alla moglie quando, appena passato il controllo passaporti, si è visto avvertire sul cellulare che la donna, appunto, era in procinto di imbarcarsi. Che una donna non possa lasciare il Paese senza il permesso di un maschio della famiglia è una legge in vigore non solo in Arabia Saudita, ma in diversi altri Paesi arabi, compreso il Libano, dove si applica anche alle cristiane. Così come in un Paese non arabo come l’Iran, dove, paradossalmente, è toccato anche a qualche italiano dover recarsi all’ufficio passaporti per concedere l’autorizzazione all’espatrio alla moglie iraniana. L’avviso diffuso via sms, però, è una novità ed ha “stupito anche molti padri e mariti, specialmente perché‚ stavano viaggiando proprio insieme alle figlie e alle mogli” quando lo hanno ricevuto, sottolinea il sito di notizie Arab News. Colte in contropiede dalle reazioni, le autorità hanno cercato di giustificarsi affermando che la nuova pratica non è intesa a limitare ancor più i diritti delle donne nel Paese. “Non vogliamo legare le donne ai loro guardiani maschi, si tratta soltanto di un servizio alla comunità, come quelli con cui inviamo informazioni sulla scadenza del passaporto, i visti o altro”, ha detto Badr Al Malik, portavoce del Dipartimento passaporti. Tali spiegazioni non hanno messo fine all’ondata di proteste e commenti sarcastici su Twitter. “Una donna non è una minorenne”, ha affermato Samia Al-Amoudi, una docente dell’università Re Abdul Aziz. Un gruppo per i diritti delle donne parla di “nuovo, folle livello di restrizioni”. Mentre qualcuno ci scherza suggerendo di fare al gatto per Natale “un regalo da saudita, un guinzaglio elettronico”.”

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Osservando il 21.12.2012

L’articolo che posto ora è preso dall’Osservatore Romano ed è a firma di José G. Funes. Parte dalla profezia dei Maya sul 21 dicembre per arrivare a trattare del senso della storia secondo il cristianesimo e del significato di un futuro fondato in Cristo.

21-dicembre-2012-L-vdxJSt.jpeg“Da sempre gli uomini si sono interrogati sull’origine e sul destino della propria esistenza. “Da dove veniamo e dove andiamo?” è la domanda che ha percorso i millenni. A questo interrogativo possiamo dare spesso delle risposte irrazionali. Nei media e sulla rete si parla in questi giorni della fine del mondo, che i maya avrebbero predetto per il 21 dicembre 2012. Se facciamo una ricerca su Google, a questa voce corrispondono 40 milioni di risultati. Secondo tale “profezia”, si dovrebbero verificare un allineamento dei pianeti e del sole con il centro della Via Lattea e un’inversione dei poli magnetici del campo terrestre. Non vale la pena discutere il fondamento scientifico di queste affermazioni (ovviamente false).

Nel 2003, mentre tenevo all’università di Tegucigalpa, in Honduras, un corso di astronomia extragalattica ho avuto l’opportunità di visitare le rovine del centro Maya di Copán e di apprezzare da vicino la grande capacità di osservazione del cielo che quei popoli possedevano. In ogni caso, non si domandavano se la terra o il sole fossero al centro del cosmo. Erano più interessati a trovare un “disegno” ripetitivo di osservazioni passate da riprodurre in futuro. Nella cultura Maya il tempo aveva una dimensione ciclica e ripetitiva. L’astronomia veniva sviluppata in funzione della politica e della religione, con l’ossessione per i cicli temporali.

Pur quanto possa essere affascinante lo studio dell’astronomia Maya, vorrei riflettere qui sul destino del cosmo. Sappiamo che l’universo è iniziato circa 14 miliardi di anni fa. E sappiamo anche che è composto per il 4 per cento di materia “ordinaria”, per il 23 di materia oscura e per il 73 di energia oscura. Secondo i più attendibili dati osservativi, esso si espande continuamente e tale espansione è accelerata dall’energia oscura. Questa spiegazione scientifica postula un periodo in cui l’universo, nei suoi istanti iniziali, abbia attraversato una fase di espansione esponenziale, cioè estremamente rapida. È la teoria che è stata chiamata “inflazione”. Se questo modello è corretto, l’universo in un futuro molto distante – parliamo di miliardi di miliardi di anni – finirà per “strapparsi”. Fin qui ciò che la cosmologia può dire, con un certo fondamento scientifico, sul futuro dell’universo. È bene ribadire che la nostra comprensione, anche se abbastanza avanzata, non è completa. Fino a oggi non conosciamo la natura fisica della materia oscura né dell’energia oscura. Tuttavia siamo in grado di misurare gli effetti che producono. Secondo le speculazioni di qualche cosmologo, l’universo potrebbe addirittura non avere una conclusione unica ma piuttosto dei multi-ends: alcune sue parti, cioè, finirebbero in tempi diversi.

Nella visione cristiana, l’universo e la storia hanno un senso. Nel profondo dell’essere umano c’è la convinzione fondamentale che la morte non possa avere l’ultima parola. La cosmologia ci mostra che l’universo va verso uno stato finale di freddo e di buio; il messaggio cristiano ci insegna invece che nella risurrezione finale, quella dell’ultimo giorno, Dio ricostituirà ogni uomo, ogni donna e tutto l’universo. Questa realtà futura è espressa nelle parole dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra… Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro” (21,1.3). L’Apocalisse è un testo profetico, non un’informazione scientifica sul futuro del cosmo e dell’uomo. È una profezia perché ci mostra l’intimo fondamento e l’orientamento della storia. Nel contesto storico in cui è stato scritto, l’autore sacro cerca di incoraggiare la comunità dei cristiani che soffre le persecuzioni. La storia umana (e cosmica) ha un senso che gli è stato donato dal Dio-con-noi. Anche se non siamo perseguitati, abbiamo sempre bisogno di incoraggiamento. La Parola di Dio ci ricorda che andiamo verso un futuro fondamentalmente buono, malgrado le crisi di ogni genere in cui viviamo immersi. Perché ci assicura che in Cristo c’è un futuro per l’umanità e per l’universo.”

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Ignoranti di tutto il mondo

Eccone un’altra. Un’altra di quelle cose che leggo la mattina e poi mi ritrovo in altro modo nel pomeriggio… Sto leggendo il bel libro di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrilli”. A pag. 24 scrive

“A questo tengo molto Fabio.

A cosa?

Al fatto di dire che afghani e talebani sono diversi. Desidero che la gente lo sappia. Sai di quante nazionalità erano, quelli che hanno ucciso il mio maestro?

No. Di quante?

Erano venti, queli arrivati con la jeep, giusto? Be’ non saranno stati di venti nazionalità diverse, ma quasi. Alcuni non riuscivano nemmeno a comunicare tra loro. Pakistan, Senegal, Marocco, Egitto. Tanti pensano che i talebani sino afghani, Fabio, ma non è così. Ci sono anche afghani tra di loro, ovvio, ma non solo: sono ignoranti, ignoranti di tutto il mondo che impediscono ai bambini di studiare perché temono che possano capire che non fanno ciò che fanno nel nome di Dio, ma per i loro affari.”

Oggi pomeriggio arriva a casa e su twitter leggo il titolo di un articolo che mi attira. Tratta di globalizzazione e Africa, è di Chiara Zappa ed è preso da Avvenire. Evidenzio in grassetto il tratto in comune con il libro di Geda.

breve storia africa.jpg“Il Mali ostaggio dei fondamentalisti, la Nigeria dei kamikaze nelle chiese, ma anche il Maghreb, dove l’ascesa dei gruppi salafiti – dall’Egitto alla Tunisia alla Libia – sta raffreddando le speranze seguite alle primavere arabe: l’Africa è la nuova frontiera dello scontro di civiltà? Per Catherine Coquery-Vidrovitch, nota africanista professore emerito all’Università Paris-VII, il quadro non è questo. Anzi, «ci sono ben altri fronti su cui il continente, oggi, si sta davvero dimostrando protagonista ». Un esempio? «Mentre tutto il mondo soffre i contraccolpi della crisi economica, l’Africa fa registrare una crescita senza precedenti». La studiosa francese invita a ribaltare la prospettiva. E lo fa, lei per prima, nel suo libro Breve storia dell’Africa, da poco uscito per Il Mulino (pp. 170, euro 14). In cui, ripercorrendo le tappe salienti di un passato antichissimo («gli antenati degli uomini hanno fatto la loro comparsa in Africa parecchi milioni di anni fa», ricorda), fa notare come il continente rappresenti «una straordinaria terra di sintesi» che «non ha mai vissuto, contrariamente a quanto hanno creduto e raccontato gli europei, nell’isolamento». Non c’è da stupirsi, dunque, che tutti i grandi fenomeni di portata globale – in questo caso l’acuirsi di tensioni che strumentalizzano la sensibilità religiosa – si riverberino nelle dinamiche interne all’Africa.

Ma le immagini di violenza che ci arrivano dal Sahel o dalla Nigeria non la preoccupano?

Naturalmente si tratta di fenomeni gravi, eppure dobbiamo ricordare che l’islam, a sud del Sahara, è in maggioranza molto tollerante. Le forme religiose estremiste sono minoritarie, anche se sono quelle che fanno più rumore. In Mali, i jihadisti che stanno seminando il terrore vengono dalla Libia, mentre in vari contesti, in primo luogo la Nigeria, i conflitti in corso hanno ben altre ragioni – terre contese, scontri per le risorse, su una base di povertà e mancanza di prospettive – e non possono affatto essere ridotti a tensioni religiose.

Dunque non vede una rinascita dell’islam militante?

Non dimentichiamo che il fondamentalismo non è appannaggio dei musulmani, ma, per esempio nella Nigeria meridionale e sulla costa occidentale del continente, interessa anche le sette ultrareligiose cristiane evangeliche e pentecostali. L’estremismo e il ricorso al soprannaturale per giustificare la violenza riguardano musulmani, cristiani e anche animisti: non siamo di fronte a scontri di civiltà, ma a scontri per lo sviluppo.

A proposito di sviluppo, lei enfatizza l’attuale boom economico in Africa: quali sono le potenzialità e i limiti di questo fenomeno?

Le potenzialità sono enormi. Il continente possiede riserve importanti di tutte le risorse più preziose: diamanti, oro, uranio e soprattutto petrolio, il che la rende una terra strategica, con tutti i vantaggi, e i rischi, del caso. L’Africa, in particolare quella subsahariana, rappresenta l’unica regione che, mentre il resto del mondo è in crisi, continua a fare registrare una rapida crescita del Pil (con il record di sei dei Paesi a sviluppo più rapido degli ultimi dieci anni, ndr). Certo, questi dati dipendono anche dal fatto che il punto di partenza, a livello di sviluppo economico e industriale, era molto basso. Senza contare alcune contraddizioni: in certi Stati resistono élite corrotte e inadeguate che impediscono che i benefici della crescita ricadano sulla maggioranza della popolazione. Si creano così forti diseguaglianze sociali. C’è uno scollamento tra i progressi di una società civile vivace e una democratizzazione lenta. Eppure, negli ultimi anni assistiamo all’ascesa di una nuova, rilevante classe media.

Oltre 300 milioni di persone, secondo la Banca africana di sviluppo: qual è il ruolo di questa classe media?

Notevole. Si tratta di un processo accelerato negli ultimi vent’anni. Se nel periodo coloniale solo una piccola maggioranza frequentava la scuola, già negli anni Novanta lo scenario si era rivoluzionato, e l’istruzione ha portato con sé un’importante diversificazione e modernizzazione delle attività professionali. Oggi, soprattutto nelle città, esiste una fascia sociale fatta di funzionari statali, insegnanti, imprenditori, operatori dei servizi, che si sono moltiplicati grazie all’arrivo delle grandi società multinazionali, che hanno aperto sul continente le loro filiali e vi hanno riversato i propri capitali. La nuova borghesia africana rappresenta un mercato molto appetibile, in prospettiva il più grande mercato al mondo.

Le conseguenze dell’urbanizzazione sono solo economiche?

Non solo. Se è vero che in Africa l’urbanizzazione è stata tardiva, oggi ci sono città che sono passate in dieci anni da qualche migliaio a qualche milione di abitanti. Pensiamo a Libreville, in Gabon, al Sudafrica, al Senegal, o anche a un Paese come il Ruanda, fino a pochi anni fa quasi esclusivamente rurale. A livello continentale, la popolazione delle città è pari o addirittura superiore a quella delle campagne. E le città costituiscono non solo contesti con maggiori opportunità formative, sanitarie e professionali, ma anche i centri della coscienza e dell’attivismo politico. Le classi medie urbane sono sempre meno disposte a supportare i regimi dittatoriali del passato.

Che ne pensa dell’esplosione delle nuove tecnologie della comunicazione?

È un fenomeno estremamente importante. Oggi, in Africa, praticamente tutti hanno un cellulare, gli internet point si sono moltiplicati: la comunicazione e l’informazione sono chiavi per lo sviluppo e per la crescita della coscienza sociale e politica. Gli intellettuali africani sono sempre più permeabili agli apporti dell’estero, e anche la gente comune ha aperto i propri orizzonti. Abbiamo visto il ruolo dei social network nelle rivoluzioni nordafricane: ebbene, anche a sud del Sahara il cambiamento sta arrivando.”