Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Filosofia e teologia, Letteratura, Religioni

Questione di centesimi

25 gradi, una passeggiata per i campi con Mou e le riflessioni di Moni Ovadia nello smart-phone con questo racconto che mi ha fatto sorridere:

photofinish.jpg“Un rabbino, ogni venerdì sera si mette davanti all’armadietto di santità, dove sono riposti i testi sacri, e comincia a invocare il Santo Benedetto, con la sua voce terribilmente petulante: «Senti, mi ascolti? Qui le cose vanno male: viviamo nella miseria più nera e io sono pieno di acciacchi. Ma sono un buon servo e tutti noi siamo pii». E continuava: «Perché non mi mandi un milione di dollari, che sistemiamo tutto e finalmente anch’io avrò qualcosa di buono!?». Alla fine, dopo giorni e giorni – forse mesi o anni – il Santo Benedetto decide di parlargli. «Sono qui, Samuelino, ti ascolto», gli dice. «Davvero, sei tu!?», urla il rabbino, petulante. «Sono io. Ma che voce fastidiosa hai!? Te l’ho data io? Beh, è proprio vero che tutti sbagliano. Ti ascolto, Samuelino. Cosa vuoi?». E il rabbino: «Niente, niente, Santo Benedetto. Voglio solo fare un ragionamento con te. Ascoltami. Che cosa sono per te un milione di anni?». L’Eterno risponde: «E cosa vuoi che siano per me un milione di anni? Meno di un centesimo di secondo». E il rabbino: «E dimmi: cosa sono per te un milione di dollari?». E il Santo: «E cosa vuoi che siano per me un milione di dollari? Meno di un centesimo di dollaro». «Allora», incalzò il rabbino, «ti costa così tanto mandarmi quello che per te è meno di un centesimo di dollaro?». E l’Eterno: «Perché pensi che non te lo voglia dare? Ti chiedo solo di aspettare un centesimo di secondo».”

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Una guerra impari pari

Lo scrittore triestino Claudio Magris prende spunto dagli eventi della maratona di Boston per riflettere sul terrorismo. Ne stiamo parlando in V e daremo un’occhiata insieme a questo articolo preso dal Corriere.

Attentato-Boston.jpg“Non credo abbia molto senso chiedersi, come alcuni fanno, come mai e perché il terrorismo stavolta abbia scelto, per il suo bagno di sangue, un’occasione come la maratona di Boston, una manifestazione dal carattere particolarmente popolare, meno collegabile di altre a centri o a simboli di potere. Certamente il terrorismo o meglio i terrorismi hanno pure i loro rituali simbolici, talora un perverso e sacrale fanatismo moralistico, come quello che, in un articolo di molti anni fa, Moravia rilevava nella lettera con cui gli assassini della Raf, in Germania, annunciavano, con un tono da austeri giudici, la condanna a morte dell’industriale Hans Martin Schleyer per la sua vita considerata indegna.

Ci sono vari terrorismi, si dice giustamente, e si osserva, ancor più giustamente, che essi hanno radici e origini diverse, talora in ideologie e più spesso in situazioni umane intollerabili o in conflitti sociali, nazionali, religiosi. Senza risolvere, si dice, le sue cause prime – ingiustizie sociali, focolai di guerra – non si elimina il terrorismo. Tutto questo è giusto, ma serve, nel migliore dei casi, a impedire un terrorismo di domani, il che sarebbe già straordinario. Dinanzi a un terrorismo organizzato – comunque sia nato in origine, anche da proteste legittime – l’unica cosa da fare è trovare i mezzi e i modi per stroncarlo. La parola – quando succede ciò che è successo a Boston e, spesso più atrocemente, altrove – non spetta ai commentatori, ai filosofi, ai sociologi, ma, tecnicamente, alle forze incaricate di combattere il terrorismo; gli infiltrati contano più degli opinionisti o degli storici. La lotta al terrorismo è difficile, per varie ragioni. Al terrorismo non interessa tanto uccidere quanto paralizzare un Paese con i controlli che la sua minaccia richiede; pochi uomini organizzati possono mettere in ginocchio le comunicazioni e la vita quotidiana di un Paese. Inoltre ciò può mettere di fronte alla difficile scelta tra la tutela della vita delle persone, che esige misure di sicurezza paralizzanti per tutti, e l’efficienza del Paese, che mal sopporta quelle misure. Inoltre il vertiginoso progresso tecnologico ha diminuito la differenza tra la potenza di cui dispongono gli Stati e quella di cui possono disporre piccoli gruppi di individui. Sotto questo profilo si ritorna, paradossalmente, a situazioni arcaiche fino a poco fa capovolte dal divenire storico. Il capo di una tribù primordiale disponeva delle stesse armi dei suoi avversari, clave e frecce; poteva solo avere più seguaci. Il progresso tecnico ha aumentato, nei secoli, la disuguaglianza tra le armi degli eserciti e delle polizie e quelle di chi si ribellava all’ordine vigente: era facile, per il generale Bava Beccaris massacrare bestialmente i dimostranti milanesi nel 1898. Anche gli strumenti del controllo, dell’informazione, della comunicazione erano in mano al potere costituito. La nostra epoca è, dal punto di vista tecnologico, anche l’era del terrorismo. Oggi invece, anche se non nel caso di Boston, le sofisticatissime conquiste della scienza e soprattutto della tecnologia mettono a disposizione di un gruppo di agguerriti kamikaze e sicari esperti di informatica quasi gli stessi strumenti di cui si servono gli Stati e i vari servizi segreti che danno loro la caccia, anche se fortunatamente non ancora la bomba atomica, come anticipano tanti film. Ciò rende ancor più difficile la lotta al terrorismo. Lotta per altro ardua anche perché spesso tortuosa, ambigua; non sempre è una chiara e limpida lotta dello Stato contro il terrorismo, come tra lo sceriffo e i fuorilegge nel «western», bensì talora è compromissione e scambio di ruoli, forze dello Stato che si infiltrano nelle organizzazioni terroriste non per annientarle ma per usarle contro altre forze dello Stato, come è accaduto in Italia con la vicenda delle Brigate rosse e dell’assassinio di Moro, vicenda tragica ma anche sordida, e come è forse accaduto anche in altre circostanze, in altri Paesi, in altri eccidi.

Perfino la Storia è ambigua con il terrorismo perché, con il passare del tempo, confonde i ruoli a seconda di chi abbia vinto o perso; Guglielmo Oberdan è un eroe per gli italiani, un terrorista per gli austriaci. Qualcuno si è chiesto, pensosamente, cosa sentano e provino gli uccisori vedendo il sangue degli uccisi a Boston o altrove. Interessa poco capire la psicologia e i sentimenti di un assassino. Interessa di più che sia individuato e messo in galera – cosa, purtroppo, più difficile.”

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Religioni, Storia

Fessure di dialogo

Stamattina si è tenuta, in piazza San Pietro l’udienza generale del papa. Subito dopo Bergoglio ha incontrato l’ambasciatore saudita in Italia Salh Mohammad Al Ghamdi, che ha consegnato al papa un messaggio del re Abdullah. Il giornalista Giacomo Galeazzi su Vatican Insider fa il punto della situazione sull’Arabia Saudita per quanto riguarda le libertà religiose e i diritti delle donne.

“Il Regno wahhabita continua ad essere indicato da tutti gli osservatori internazionali abdullah.jpgcome un «Paese di particolare preoccupazione» per la persistenza di violazioni gravi della libertà religiosa, nei fatti e nelle disposizioni legislative. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le dichiarazioni in cui responsabili sauditi hanno affermato la possibilità per i lavoratori non musulmani di celebrare il proprio culto in privato. Tuttavia, la nozione di “privato” rimane vaga. Il governo ha affermato che, finché le riunioni dei non musulmani avessero riguardato piccoli gruppi riuniti in case private, nessun organo della sicurezza sarebbe intervenuto. Questa posizione, sebbene ufficiale, viene comunque violata, dato che continuano a verificarsi casi in cui la polizia religiosa fa irruzione in abitazioni private in cui si svolgono simili riunioni di preghiera. Altro motivo di preoccupazione per i cristiani (come per tutti i non musulmani residenti nel Regno) è l’eccessivo lasso di tempo (settimane) necessario per l’espatrio delle salme di lavoratori stranieri deceduti. L’Arabia Saudita non autorizza la sepoltura nei propri territori di non musulmani e su tale questione ha richiamato l’attenzione una delegazione americana in visita nel Paese. Il rapporto Acs documenta diversi casi di arresto di fedeli cristiani; in alcuni casi, la notizia non sarebbe stata diffusa, per garantire il buon esito delle trattative per il loro rilascio che venivano stabilite tra governo saudita e il Paese di provenienza degli arrestati. Nel gennaio 2012, re Abdullah ha sollevato dall’incarico il capo della polizia religiosa Abdul-Aziz Humayen, sostituendolo con Abdul-Latif bin Abdul-Aziz Al Sheikh, appartenente alla famiglia degli Al Sheikh che guida l’establishment wahhabita. Non sono state fornite indicazioni sulle ragioni del cambio, anche se è utile segnalare che, nel 2009, il predecessore di Al Sheikh era stato scelto per riformare la polizia religiosa. Aveva assunto consulenti, incontrato gruppi per i diritti umani ed esperti d’immagine per migliorare la reputazione della polizia dopo episodi che avevano indignato l’opinione pubblica saudita. Gli agenti della polizia religiosa vegliano sull’applicazione delle leggi che regolano la sfera civile, religiosa e sessuale nel Paese. Tra i loro compiti c’è quello di verificare che i negozi siano chiusi durante la preghiera, fermare le coppie non sposate e le donne non coperte dalla testa ai piedi assicurandosi anche che esse non guidino automobili. Vita dura anche per gli sciiti e gli ismaeliti, così come per i blogger portatori di idee pseudo-rivoluzionarie.

Passo positivo l’istituzione per iniziativa del sovrano, in collaborazione con Austria e Spagna, di un Centro internazionale per il dialogo inter-religioso e inter-culturale. In Arabia Saudita per i cristiani non è possibile alcun culto pubblico. La situazione è particolarmente pesante soprattutto per l’altra metà del cielo. Muri divisori nei negozi per separare donne e uomini: è l’ultima forma di segregazione imposta nel regno saudita per “proteggere” commesse e clienti dagli sguardi maschili. La misura verrà applicata nei negozi in cui sono impiegati commessi di sesso diverso. Le barriere dovranno essere alte almeno 1,60 metri. Le donne possono lavorare solo in luoghi di sole donne oppure nella vendita di biancheria intima e cosmetici. Questi ultimi due settori di lavoro sono stati approvati nel giugno 2011, quando il governo impose che i commessi (in gran parte uomini di origine asiatica) fossero sostituiti con donne saudite. Un provvedimento che aprì 44mila nuove posizioni di lavoro per donne saudite (il tasso di inoccupazione femminile è del 36%, solo il 7% della popolazione occupata nel privato è composta da donne). Fu una decisione sollecitata dalle stesse saudite che si dicevano a disagio nell’acquistare biancheria intima e cosmetici dagli uomini. Ma l’arrivo di tante donne nei luoghi di lavoro misti – ad esempio i centri commerciali – aveva sollevato problemi diversi, non ultimi molti casi di molestie. La misura adottata per eliminare il problema è, come spesso è capitato nel Paese, drastica e orientata alla segregazione: i muri. Il cammino di emancipazione delle donne saudite è ancora allo stato embrionale. All’inizio dell’anno alle donne è stato permesso di partecipare al Consiglio consultiva della Shura, e 30 donne ne sono entrate a far parte – anche se per partecipare devono usare ingressi separati. Note ormai le campagne per il diritto di guida (soprattutto grazie alla popolare campagna di disobbedienza civile di Manal al Sharif divenuta popolare sui social network come #womentodrive), mentre il Regno del Golfo è uno dei pochi paesi al mondo che nega il suffragio universale. Le donne devono avere il permesso degli uomini per lavorare, viaggiare o aprire un conto corrente bancario.”

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Storia

Solo pubblicità positiva

Segnalo questa notizia ben poco incoraggiante diffusa dalla redazione di Notizie Geopolitiche.

“Le autorità di controllo dei media cinesi hanno vietato l’uso di informazioni riportate dai media stranieri. “Senza autorizzazione, nessuna organizzazione dei media può usare informazioni fornite dai media o dai siti stranieri”, si legge nella direttiva emessa dall’Amministrazione generale per la Stampa, le Pubblicazioni, la Radio, i Film e la Televisione, riportata oggi dal Telegraph. Le autorità hanno quindi aggiunto che i direttori e i giornalisti devono attenersi ai “principi di unità, stabilità e pubblicità positiva” e che le indiscrezioni fornite da “confidenti, freelance, ong e organizzazioni commerciali” non dovrebbero essere pubblicate senza una completa verifica. Secondo David Bandurski, direttore del Progetto Media Cina dell’Università di Hong Kong, queste nuove regole fanno parte del tentativo in corso di “controllare il contenuto della stampa alla fonte” e di evitare che storie scomode pubblicate dai media stranieri arrivino in Cina. Ma con centinaia di milioni di cinesi che oggi si informano on-line, tramiti siti come Weibo, questi tentativi risultano ampiamente “inutili”, ha aggiunto.”

Deduco che questa notizia non possa essere diffusa…

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