Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, opinioni

Cercatori d’oro

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Brigitte Tregouet è medico generico in un quartiere popolare di La Roche-sur-Yon: tenta di vivere nel quotidiano il doppio comandamento dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Su www.lavie.fr dà dei consigli semplici ma molto preziosi; vengono tradotti da www.finesettimana.org e me li ha spediti dal Brasile un caro amico, Federico, che ringrazio.

“Non giudicate: si può eventualmente giudicare un atto, in particolare gli atti di violenza, ma non si può mai giudicare una persona. Sbagliamo sempre quando giudichiamo. Non siamo al posto di quelle persone. Sono loro che giocano la loro partita. Noi siamo solo quelli che incoraggiano, che accompagnano. Il non-giudizio è come la muscolatura. Deve essere mantenuta ogni giorno.

Cercate la bellezza nell’altro: quando abbiamo difronte una persona alcolizzata o paranoica, se vogliamo che la nostra cura abbia senso, dobbiamo riuscire a trovare la bellezza di quell’uomo, di quella donna. Bisogna diventare, in un certo senso, dei cercatori d’oro. A volte si cerca nel fango una pepita. A volte è complicato, ma ogni persona possiede questa parte di dignità inviolabile che bisogna saper proteggere e valorizzare.

Abbiate cura di voi stessi: non ci si può prender cura degli altri se non si prende cura di se stessi. Ognuno deve trovare il proprio modo per farlo: comperarsi qualcosa nel periodo dei saldi, guardare una trasmissione, suonare il pianoforte, correre… Se la mia gioia di vivere non ha valore, come può averne quella degli altri?

Condividete la vostra esperienza: non si vive da soli. Bisogna confrontare la propria azione di persona che cura con altri professionisti, attraverso scambi profondi. Per prendere una certa distanza dalla propria attività. È anche l’occasione di ricevere consigli perché la propria azione di cura sia più efficace.

Leggete “grandi” testi: ognuno sceglie il proprio testo: il Vangelo per un credente, scritti di grandi pensatori per gli altri. Testi che permettono di rileggere la propria attività di cura, di inserirla in una storia e, così, di avere una prospettiva più ampia. Mettere delle parole sulla propria esperienza.”

Pubblicato in: Diritti umani, Etica, Religioni, Storia

Ancora streghe…

Un interessante articolo di Adriano Favole su moderne stregonerie. L’ho preso da Il club de La Lettura.

“Ci sono aree di mondo che, come insetti catturati nella tela del ragno, non riescono a l43-streghe-130409083349_medium.jpgliberarsi dagli stereotipi che li avvolgono. La Nuova Guinea è una di queste. Nel corso dell’Ottocento, gli esploratori occidentali chiamarono questa parte di mondo Melanesia («Isole nere»): il «nero» non evocava solo abitanti dalla pelle scura, ma preannunciava un vero e proprio noir antropologico. Da allora e fino a oggi infatti, quando in Occidente si parla della Nuova Guinea, lo si fa, per lo più, a proposito di cannibalismo e stregoneria, con qualche concessione a tsunami e altre calamità naturali. A meno che non siate appassionati cultori o frequentatori dell’Oceania, difficilmente avrete avuto modo di sapere che la Nuova Guinea è un luogo straordinario, in cui si parlano tuttora 850 lingue; in cui è racchiusa una biodiversità eccezionale, per nulla scalfita — almeno fino all’irrompere della modernità — dalla presenza delle società native, che hanno dato vita per millenni a economie sostenibili (ne parla Jared Diamond in Collasso, Einaudi); si tratta di un’isola i cui abitanti hanno inventato, oltre all’orticoltura, sistemi di scambio basati sulla condivisione, sul dono e sulla reciprocità e, in alcune aree, specie lungo il fiume Sepik, hanno dato vita a creazioni artistiche che lasciarono esterrefatti viaggiatori ed etnologi (il Museo Quai Branly di Parigi vi dedicherà una mostra nel 2014). Alla luce dello stereotipo, non stupisce più di tanto l’enfasi con cui in Australia (un Paese che ha colossali interessi in Nuova Guinea) alcuni giornali hanno diffuso la notizia relativa a casi di stregoneria avvenuti sia nella parte occidentale dell’isola — che fa parte dell’Indonesia, con le due province di Papua e West Papua — sia nelle Highlands della parte orientale, in cui si trova lo Stato indipendente di Papua Nuova Guinea. Secondo la testimonianza di una suora cattolica riportata da «Internazionale», nell’area di Simbu (considerata un epicentro stregonesco), in febbraio, una donna accusata di essere una strega sarebbe stata torturata nei genitali con ferri roventi, rischiando la morte. Pochi giorni fa, il quotidiano «Post Courier» riportava notizie di un presunto sacrificio pasquale nell’area delle Southern Highlands, in cui sei donne sarebbero state torturate e arse vive, e ancora il caso di due donne decapitate nell’isola di Bougainville. Ripetuti report di Amnesty International e della Ong Oxfam confermano la crescente violenza nei confronti delle donne e il ricorso dei nativi al linguaggio e alle pratiche della stregoneria.

Ma, allora, la stregoneria è una realtà o la proiezione mediatizzata di uno stereotipo? I papua praticano ancora la stregoneria? Il problema di fondo è che domande come queste sono mal poste. Il dato da cui partire è infatti la violenza nei confronti delle donne (ma non solo) che, stando alle fonti più attendibili, è in crescita in Papua Nuova Guinea così come in tanti altri Paesi del mondo. Perché questa escalation di violenza in un Paese che, certo, anche in passato era caratterizzato da forti tensioni e conflitti interetnici? E perché, in Melanesia come in molti Paesi africani i nativi evocano e incolpano streghe e stregoni? Numerosi studiosi hanno lavorato di recente a questo tema, fornendo risposte piuttosto interessanti.

C’è in primo luogo un enorme problema di traduzione. Per un occidentale, infatti, il termine «stregoneria» evoca condanne e roghi voluti dalla Chiesa nei confronti di donne ed eretici. I termini di altre lingue tradotti con «stregoneria» (come sanguma o kumo in Nuova Guinea) implicano scenari e immaginari molto differenti, che occorre conoscere se si vuole davvero combattere il fenomeno.

In secondo luogo, la cosiddetta stregoneria viene di solito presentata come una credenza atavica e irrazionale, frutto di una mentalità primitiva che dovrebbe essere modernizzata. Gli studi dell’antropologo olandese Peter Geschiere mostrano, al contrario, che la stregoneria contemporanea è un prodotto «moderno» e «postcoloniale». La diffusione dell’Aids, le crisi economiche, l’emarginazione sociale hanno comportato in molte parti dell’Africa una ripresa e una ricarica semantica del linguaggio della stregoneria, attraverso la ricerca dei «colpevoli» della povertà e del disagio. Allo stesso modo, secondo un recente studio di Ryan Schram, alcune popolazioni della Nuova Guinea ritengono che le streghe sottraggano ai nativi i beni materiali di cui i bianchi sono, al contrario, ricchissimi.

Un terzo punto rilevante concerne l’idea secondo cui l’irrazionalità della stregoneria andrebbe combattuta insegnando ai nativi a riconoscere le vere cause delle malattie e della sventura. È il punto più delicato. Già nel 1937, nel classico Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande (Cortina), Edward Evans-Pritchard aveva mostrato che la stregoneria non nasce dall’ignoranza delle cause ultime di un evento nefasto, ma dal fatto che pone domande che vanno al di là di esse. Gli indigeni africani Azande sanno che quell’uomo è morto perché, andando a caccia, si è ferito una gamba, ma il problema è: «Perché proprio lui e proprio adesso?». La stregoneria (mangu per gli Azande) è un pensiero sull’«oltre», su quegli ambiti della vita che stanno al di là della possibilità di controllo degli esseri umani. Ora, nella situazione postcoloniale globalizzata, la stregoneria, supposto che abbia ancora senso usare una categoria così ampia e trasversale, si presenta non come un sistema di credenze chiuso all’interno di società tradizionali, bensì come un tentativo di spiegare relazioni interculturali che hanno relegato strati sociali e intere comunità native in situazioni di estrema indigenza e marginalità. Il ritorno delle streghe, in Papua Nuova Guinea come in Africa, è un fenomeno preoccupante e la violenza (e a volte la morte) sofferta dalle donne, che divengono capri espiatori di una diffusa insicurezza, non va certo sottovalutata o, peggio ancora, negata. Ma la stregoneria non è una malattia indigena, frutto di sistemi di credenze ancestrali, bensì il sintomo di un disagio molto «moderno», le cui cause vanno ricercate nell’imporsi di modelli sociali ed economici fondati sull’esclusione, e non sulla condivisione, e di configurazioni della persona che hanno accentuato le differenze di genere, alimentando sospetti e violenze soprattutto nei confronti delle donne.”

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Intanto a Washington un imam…

Leggo su Libero un articolo di Enrica Ventura del 19 aprile:

imamabdullah.jpg“Si chiama Daayiee Abdullah, è un imam dichiaratamente gay, forse l’unico al mondo, che vive a Washington e sposa le coppie omosex musulmane. Ieri si è presentato al pubblico con la presentazione di un documentario «Sono gay e musulmano» proiettato nell’Equality Center della città statunitense in occasione di una serata organizzata dall’associazione per i diritti dei gay Human rights campaign. «Penso che siamo all’inizio di un movimento per un islam più inclusivo in America», ha detto presentandosi al pubblico «così se volete un matrimonio tra persone dello stesso sesso io sono disponibile». E se i matrimoni fra persone dello stesso sesso sono un tema caldo nelle polemiche politiche negli stessi Stati Uniti (se ne sta occupando la Corte suprema) e in Francia (dove la legge voluta dal presidente François Hollande è vicina all’approvazione), in molti Stati dell’islam l’omosessualità viene addirittura punita con la pena di morte, ad esempio in Arabia saudita o in Sudan. Afroamericano convertito all’islam, Abdullah guida la moschea progressista «Luce della Riforma». Per il momento i matrimoni da lui celebrati sono stati fatti nella massima discrezione: lui stesso ha sempre chiesto di non pubblicare foto su Internet e di non fare troppa pubblicità alla cerimonia. Gli altri imam americani gli hanno già dichiarato la guerra e su Internet lo definiscono «deviato e perverso», un «trafficante di idee proibite in islam». In alcuni Paesi musulmani però l’apertura a quel mondo sta facendo dei progressi: sono infatti sette, su 23mila, i candidati transgender alle elezioni parlamentari che si terranno l’11 maggio in Pakistan. Una rappresentanza dei circa 500mila eunuchi pakistani che ha però la forza di una rivoluzione nel sistema politico locale. Perché è la prima volta che, come indipendenti, si presentano alle urne i rappresentanti di omosessuali, transessuali, travestiti, ermafroditi, uomini castrati. Eunuchi, appunto, che secondo la tradizione vengono chiamati a ballare ai matrimoni o alle celebrazioni per la nascita di un figlio secondo la credenza che chi è nato sfortunato porterà fortuna. «La gente non crede che possiamo essere corrotti perché non abbiamo né figli, né famiglia», dice la candidata indipendente Sanam Faqeer. «Non abbiamo bisogno di rubare soldi come fanno altri politici».”