Giornata della Terra


ecoUna settimana fa, prima che la scuola in cui lavoro chiudesse per le vacanze di Pasqua, il gruppo dell’Istituto che si occupa di ecologia ha donato a studenti e insegnanti un fiore costruito con della carta buttata via, per festeggiare la giornata di oggi: la Giornata della Terra. Oggi alcuni studenti con l’insegnante di scienze si sono dati da fare per ripulire un po’ la roggia di Udine davanti al Museo Etnografico di via Grazzano (la foto è presa dalla pagina fb del WWF Friuli Venezia Giulia). Su La Stampa del 15 aprile Enrico Caporale ha scritto questo articolo dal titolo “Corsa contro il tempo per salvare il Pianeta”. La cosa che più mi sconcerta è che vedo correre molte persone volenterose e generose, ma nessuno di coloro che dovrebbero correre…

“Ogni anno produciamo nel mondo circa 100 miliardi di chilogrammi di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. “I 7,1 miliardi di esseri umani – scrive su La Stampa Luca Mercalli, uno dei più importanti climatologi del nostro Paese – stanno consumando più di quanto il pianeta possa fornire e immettono rifiuti, inquinanti e gas a effetto serra, in quantità tale da attivare trasformazioni irreversibili”. Il 20 agosto 2013 le risorse annuali prodotte dalla Terra erano già finite. In meno di otto mesi avevamo dunque speso tutti gli interessi maturati dalla biosfera terrestre. A questi ritmi, è ovvio, la Terra sarà presto invasa dalla spazzatura e prosciugata delle sue ricchezze. Scarsità di risorse ittiche, agrarie, minerarie, cambiamenti climatici, aumento dei livelli marini, acidificazione degli oceani e molto altro ancora minacceranno la nostra salute e quella degli altri esseri viventi. Come impedirlo? Un modo potrebbe essere quello di trasformare la plastica (e gli altri materiali di scarto) in nuove risorse.

I nostri oceani ingurgitano ogni anno circa 10 miliardi di chilogrammi di plastica. Una volta in acqua, però, questa plastica (ridotta in tanti pezzettini) non vaga alla cieca, ma si dà tutta appuntamento in un luogo ben preciso: la meta è al largo dell’Oceano Pacifico, grosso modo tra le isole Hawai e la California. Anche se i satelliti non riescono a fotografarla, qui è stata individuata quella che gli esperti hanno definito l’“isola dei rifiuti”, o anche il “vortice della spazzatura”. Le sue dimensioni non sono chiare: c’è chi parla di una superficie come quella della Francia e chi la descrive grande quanto un Continente. Secondo gli studiosi del California Coastal Commission di San Francisco, il suo peso complessivo avrebbe già superato i 3,5 milioni di tonnellate. Si tratta di bottiglie, sacchetti della spesa, giocattoli e recipienti che le correnti concentrano con un movimento a spirale in un’unica grande massa. Un incubo per l’ecosistema. Ogni giorno, infatti, migliaia di grandi mammiferi, pesci e uccelli marini scambiano per cibo i residui di plastica – ridotti in poltiglia dal tempo e dalla forza del mare – e creano così disastri lungo l’intera catena alimentare che giunge fino ai nostri piatti. Da alcuni anni gli scienziati stanno studiando come trasformare questa minaccia in risorsa: riciclare la plastica in mare per riutilizzarla come fonte di energia potrebbe essere una soluzione, ma le ricerche in tal senso sono ancora indietro e molto costose.

Tuttavia, i pericoli non si fermano qui. L’altra grande sfida per il futuro del nostro pianeta sono i cambiamenti climatici, con il conseguente aumento dei livelli marini. Dal 1979, anno in cui i satelliti hanno cominciato a tenere la zona artica sotto osservazione, è stata registrata una ritirata dei ghiacci del 12% a decennio, con un’accelerazione negli ultimi anni. Lo scorso novembre, poi, la Banca Mondiale ha ipotizzato un aumento della temperatura globale dovuto alle emissioni climalteranti di 4 gradi entro fine secolo: “Un colpo devastante che non deve essere permesso”, ha ammonito la World Bank. Intanto, al Pentagono è già pronto un rapporto sul rischio di conflitti locali, se non di vere e proprie guerre, che le migrazioni conseguenti al caos climatico potrebbero provocare.”

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