Gemma n° 1795

“La mia gemma è un po’ un concetto astratto e quindi utilizzo due foto per spiegarmi concretamente. La prima è dell’estate del 2020, quando sono stata a fare uno stage di una settimana fuori Roma, la seconda è di questa estate, del viaggio fatto a Napoli. Per me queste foto rappresentano un processo avvenuto in questi ultimi anni tramite alcuni viaggi che ho fatto. Lo stage è stato importante perché era la prima volta, dopo tanto tempo, che ero da sola lontana da casa; il viaggio a Napoli è stato una sfida per me e per le mie due sorelle perché ci siamo andate da sole nonostante un po’ di paura. Ho imparato così ad essere più indipendente e a non avere pregiudizi. Soprattutto sono riuscita a risolvere uno dei miei più grandi difetti: la timidezza. E questa è una cosa che non sento solo io da dentro ma che mi hanno riferito anche le persone che mi hanno conosciuto negli ultimi anni e che mi hanno detto di vedermi come una persona tanto aperta e sempre positiva”.

Così si è conclusa la gemma di M. (classe quinta). Io un breve testo sulla timidezza mi sento di metterlo, è di Ernest Hemingway: “Sorrise come soltanto i veri timidi sanno sorridere. Non era la risata facile dell’ottimista né il rapido sorriso tagliente dei testardi ostinati e dei malvagi. Non aveva niente a che fare col sorriso equilibrato, usato di proposito, del cortigiano o del politicante. Era il sorriso strano, inconsueto, che sorge dall’abisso profondo, buio, più profondo di un pozzo, profondo come una miniera profonda, che è dentro di loro.”

Gemma n° 1794

“Questa banconota da 200 leke è uno dei tanti piccoli oggetti legati alla mia infanzia che considero una gemma e che conservo come tale; si tratta dell’equivalente di poco meno di due euro che la mia nonna paterna mi diede qualche giorno prima che io partissi per il mio primo viaggio in Albania, in modo da potermi comprare un souvenir.
La me di 10 anni fa, assolutamente priva di ogni conoscenza riguardo al valore del denaro, trattò la banconota come se si trattasse di una piccola fortuna e la ripose al sicuro sul proprio comodino, dimenticandosi dunque di portarsela con sé.
Ciò che al tempo reputai un’assoluta ed insormontabile tragedia, si rivelò essere invece un amabile scherzo del destino che mi consente di custodire gelosamente uno dei ricordi, inerenti alla mia nonna paterna, più preziosi che ho; essa, oltre a sostituire un banale souvenir e a rappresentare un pezzo del mio paese natale, la cui cultura ho imparato ad amare sin da piccola, mi ricorda ogni giorno uno dei modelli a cui aspiro di assomigliare, una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto, uno di quei personaggi che si narrano nei libri”.

Con queste parole E. (classe terza) ha presentato la sua gemma. A questo punto di solito c’è il mio piccolo contributo. Solo che in coda alle sue parole E. ha aggiunto: “Ero indecisa se portare questo o un pezzo del costume della mia prima festa di carnevale in Italia. Come ho detto, ho imparato ad amare la mia cultura fin da piccola e, mentre tutte erano vestite da principesse o fate, io ero vestita col costume da sposa tradizionale albanese e SEMBRAVO UN PO’ FUORI LUOGO, PERÒ ERO FELICE”. Non saprei aggiungere parole più preziose.

Gemma n° 1793

“Da quando ci è stato assegnato questo compito ho pensato spesso a cosa avrei potuto portare come gemma. Ho optato prima per un orso di peluche che mi accompagna da quando sono piccola e nel quale cerco conforto quando non posso farlo con chi vorrei in quel momento. Poi avevo deciso di portare il biglietto di un concerto, purtroppo annullato a causa covid, al quale sarei dovuta andare con le mie tre più care amiche in quanto sia loro che il gruppo musicale sono estremamente importanti per me.
Entrambe queste idee però non si sono concretizzate.
Giorni fa mi sono sfogata con queste mie amiche perché è un periodo caotico, per così dire.
Fortunatamente ho delle persone al mio fianco che mi rendono felice nonostante il contesto. Tra queste ce n’è una che proprio in quel mio momento di sfogo ha deciso di dedicarmi la frase di una canzone: “E per quanta strada ancora c’è da fare, amerai il finale”. Quando ho letto quel messaggio i miei occhi sono diventati lucidi, mi ha scaldato il cuore e ho pensato “la mia Gemma sarà proprio questa frase”. Con essa in mente percepisco una voglia più forte di spingere me stessa a continuare a impegnarmi e andare avanti perché quel traguardo felice voglio raggiungerlo.
Un’altra frase che completa la mia gemma l’ho sentita da un video apparsomi nella sezione “per te” di un social. Il video non l’ho salvato perché sapevo mi sarei ricordata questa citazione. È infatti da qualche tempo che mi accompagna nei momenti di insicurezza. Dice: “She never looked nice. She looked like art, and art wasn’t supposed to look nice; it was supposed to make you feel something.”
Il significato è “Lei non è mai stata carina. Lei sembrava arte. E l’arte non è fatta per essere semplicemente carina, l’arte è fatta per farti provare qualcosa”.
Quando l’ho sentita e quando ci ripenso, mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”.”

Questa la gemma di A. (classe terza). Oggi pomeriggio ho seguito una formazione online durante la quale è stato mostrato un pezzo di un video che qui inserisco per intero (sono 6 minuti più o meno). Si tratta di un’intervista fatta a Mattia, uno studente di liceo scientifico. Non voglio paragonare A. e Mattia, proprio no, non è questo il punto. Ma ho sentito risuonare alcune delle parole di A. (“è un periodo caotico… mi ha scaldato il cuore… quel traguardo felice voglio raggiungerlo… mi sembra di essere abbracciata da una voce che mi sussurra “sei speciale”) in alcune di quelle usate da Mattia: “i professori mi guardavano negli occhi… avrei voluto che qualcuno mi guardasse negli occhi e mi dicesse puoi essere fragile, puoi dirlo che non stai bene”. E ho pensato alla bellezza di quando si incontra qualcuno che è un’opera d’arte, che ti fa provare qualcosa, che ti guarda negli occhi, che ti sussurra “sei speciale” e ti fa sentire libero di essere fragile.

https://sgq.io/l/Hcg0EEYl

Gemma n° 1792

“La mia gemma è un oggetto, ma non l’ho portato a scuola. Ho portato una foto. E’ il ricordo di un bel giorno di qualche anno fa: era il mio compleanno ed ero con i miei genitori. Siamo entrati in un negozio di ceramiche. Non avevo idea di cosa chiedere come regalo, ma poi siamo entrati in questo negozietto e abbiamo deciso di dipingere una ceramica. Ho il ricordo di un giorno bello, in cui mi sono divertita molto”.

Ecco la gemma di S. (classe terza). Mi hanno colpito i tanti colori utilizzati. Il poeta francese Christian Bobin scrive: “E’ una gioia senza pecche scoprire un’anima pura. Sono anime che somigliano ai primi libri dei bambini: contengono poche parole e sono piene di colori”.

Gemma n° 1791

“E’ una foto che ho fatto alle mie migliori amiche questa estate: mi piace il fatto di essere stata io a fare la foto e non ad essere ritratta, preferisco avere un’immagine del ricordo piuttosto che esserne parte”.

Questa è stata la gemma di A. (classe terza). Il fotografo Marco Scataglini ha detto una frase che penso si adatti bene a questa gemma: “La fotografia sei tu, è ciò che sei nel momento in cui la scatti.” Felice, direi.

Gemma n° 1790

“Ho portato il trailer di Mio fratello rincorre i dinosauri, basato su una storia vera: è la vicenda di Jack, un ragazzo che ha un fratello minore con la sindrome di Down, Gio. All’inizio lo vede come un supereroe, poi lo vive come un peso e un problema e non ne parla con nessuno dei suoi amici. Crescendo però scopre la bellezza di suo fratello e la sua unicità.

Ho poi portato un passo dal libro con la descrizione di Gio fatta da Jack:
La vita con Gio era un continuo viaggio tra gli opposti, tra divertimento e logoramento, azione e riflessione, imprevedibilità e prevedibilità, ingenuità e genialità, ordine e disordine. Gio che si butta a terra fingendo di cadere per sbaglio. Gio che scrive ogni azione prima di farla. Gio che salva una lumaca dalla nonna che la vuole cucinare. Gio che, se gli chiedi se quello che ha in mano è un pupazzo o un lupo vero, risponde: «Pupazzo vero». Gio che fa lo sgambetto alle bambine solo per aiutarle a rialzarsi, far loro una carezza e chiedere: «Come stai?» Gio che: in Africa ci sono le zebre, in America i bufali, in India gli elefanti, in Europa le volpi, in Asia i panda, in Cina i cinesi. Che se passano dei cinesi ride e si tira gli occhi, anche se li ha già come loro. Che la più grande disputa è stata se il T-rex era carnivoro o erbivoro. Che le vecchie sono molle; e glielo dice proprio, a tutte quelle che incontra. Gio che se vede un cartello con scritto «Vietato calpestare l’erba» lo gira e poi la calpesta. Che se lo mandi di sopra a prenderti il telefono e chiedere a papà se vuole la minestra lui va da papà a chiedergli se vuole il telefono. Che dice faccio da solo e ti mando via, con nella voce un’incertezza che capisci che lo sta dicendo a se stesso, per farsi forza. Gio che non capisce perché la sua ombra lo segue, e di tanto in tanto si volta di scatto a vedere se è ancora lì.
Gio era tutto, ma più di ogni altra cosa era libertà. Lui era libero in tutti i modi in cui avrei voluto essere libero io. Gio era tornato a essere il mio supereroe. E non avrebbe più smesso di stupirmi.
A. (classe seconda) ha portato questa gemma molto toccante. Immediato pensare al libro e al film Wonder (vi si fa riferimento anche nel trailer). Vorrei offrire un punto di vista diverso; leggo spesso il blog di una mamma, The princess and the autism. Scrive così nella presentazione: “Ciao! Benvenuti nel mio blog dove si parla di Ariel (la mia meravigliosa bimba di 10 anni che, tra le altre cose, è autistica), di Davide (il mio meraviglioso bimbo di 11 anni che, tra le altre cose, non è autistico) e di Baloo (il nostro cucciolo di barboncino nano che potrebbe essere essere autistico) e della sottoscritta, mamma in affanno ma sempre con determinazione. Cosa abbiamo di speciale? Niente! Siamo una famiglia “autistica” come molte altre, ma cerchiamo di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Non illudetevi… di solito non sono di così poche parole!”. Sono veramente tanti gli spunti che offre, tante le riflessioni che partono da quanto scrive. E mostra un mondo in tutte le sue sfaccettature. Un esempio? Ecco quanto ha scritto il 17 ottobre
“Tu che non hai una figlia disabile, cosa ne sai della mia vita?
Ti puoi permettere di tracciare confini ben definiti tra bianco e nero, le sfumature di grigio le lasci a Christian Gray e Anastasia Steel; di dividere il mondo in pensieri giusti e sbagliati e, ovviamente, quelli corretti sono solo quelli che corrispondono al tuo vissuto, gli altri non vengono nemmeno presi in considerazione.
Tu cosa ne sai delle notti in bianco passate a pensare ad un futuro che potrebbe essere lontano, ma invece è già domani, mentre lei urla e si batte la testa?
Sai quanto pesano le lacrime ingoiate sotto la doccia?
Hai mai provato il dolore dei sussurri degli inizi, pronunciati alle spalle come fossero un gossip da rivista patinata: “Ha la figlia ritardata”? E l’indifferenza del quotidiano?
Quante ore della tua vita perfetta hai passato in automobile? No, non per portare i figli a danza, calcio, judo o quel che è, ma per affidarli a professionisti che li aiutino a stare meglio o a essere più autonomi.
Hai mai dovuto rinunciare al tuo lavoro o ad uscire con gli amici per stare con lei, perché sta avendo una brutta crisi?
Ti sei mai sentito così stanco da voler scomparire? No, non andare via, ma dissolverti come il pulviscolo che filtra dalla finestra, farti assorbire dal materasso sul quale stazioni sveglia da ore, non muovendo un muscolo per paura che lei si possa svegliare?
Tuo figlio piange nel sonno avvolto da incubi in cui lei scappa e non sa chiedere aiuto per tornare a casa?
Porti sulla pelle le cicatrici della sua rabbia? E sul cuore quelle del suo dolore?
Ti prego, non dividere il mondo in pensieri giusti o sbagliati, soprattutto quando non sai quando è stata l’ultima volta in cui una persona ha pianto. O riso.”

Gemma n° 1789

“Ho portato questo modellino: rappresenta mio zio che adesso viaggia molto e che quindi vedo poco. Lui è interessato ai modellini e mi ha trasmesso questa passione, oltre a supportarmi in tante situazioni e a farmi scoprire cose interessanti”

Questa è stata la gemma di F. (classe seconda). Ero qui, adesso, e stavo lasciando andare in giro i pensieri per capire come commentare questa gemma e gli occhi si sono posati su un oggetto della libreria. Gli ho fatto una foto, non penso di aggiungere altro…

Gemma n° 1788

“Per la gemma mi sono ispirata ad un’altra gemma. Ho portato My blood dei Twenty One Pilots, non tanto per la canzone in sé, che comunque è molto bella, ma per il video che mi ha colpito nel profondo, non come tanti altri che sono belli e basta e magari restano in superficie. La prima volta che l’ho visto mi ha lasciato un po’ perplessa, anche perché è un video che si presta a molteplici letture. Uno dei significati importanti è che quando nelle nostre vicende succede qualcosa che ci segna nel profondo abbiamo bisogno di un aiuto e quando non lo troviamo ci proviamo da soli.”

Questa la gemma di A. (classe terza). Nel video ho colto la soluzione adottata dal protagonista che, di fronte ad un dolore molto forte, la perdita della madre, si crea un fratello immaginario; e ho pensato alle mille strategie che ciascuno di noi può o tenta di mettere in atto quando è in difficoltà. E mi è venuta in mente una cosa molto tenera successa venerdì mattina. E’ un giorno in cui siamo a casa sia io che Sara; ci stiamo preparando per uscire e Mariasole, che ha la passione per le scarpe, mi prende per mano per andare a prendere le scarpe per Sara. Nel frattempo Sara dice “Prendi quelle nere”. Mariasole non è convinta e quando io prendo le scarpe nere inizia a ripetere ossessivamente e con preoccupazione “nonononononononononono!”. Restiamo stupiti e ci guardiamo; dico a Mariasole “Tata, è un paio di scarpe, e la mamma vuole indossarle, non puoi decidere tu” e porto le scarpe a Sara. Mariasole inizia un pianto irrefrenabile e inconsolabile cercando di afferrare le scarpe bianche e non ci capacitiamo della cosa, anche perché è una bimba che sorride sempre e piange pochissimo. Ad un certo punto: un lampo! Sei giorni prima Sara era scivolata all’ingresso di un bar facendo un brutto ruzzolone e Mariasole si era spaventata: Sara indossava le scarpe nere. “Mariasole, hai paura che la mamma cada di nuovo?” le chiede Sara. “Sìììììììììì” le risponde piangendo cercando consolazione tra le braccia. Una tenerezza immensa ed un pensiero: Mariasole aveva trovato la sua strategia per risolvere la paura, le scarpe bianche.

Gemma n° 1787

“Ho scelto di portare questo dipinto che ho concluso pochi giorni fa. L’ho voluto portare sia perché sono abbastanza soddisfatta di com’è venuto, sia per l’interpretazione personale. Guardando il cielo mi viene in mente un posto sereno, senza regole, dove puoi essere chi vuoi, soprattutto te stesso; guardando invece la città, disegnata solo con il pennello rispetto al cielo, mi viene in mente un posto dove non puoi essere te stesso perché ci sono le persone che ti giudicano”.

E’ artistica la gemma presentata da F. (classe terza). Le parole che ha detto le accompagnerei con una canzone che ho fatto ascoltare il primo giorno di scuola in tutte le classi due anni fa, che altre volte ho ripreso, ma alla quale non ho mai dedicato un post qui sul blog. Si tratta di Io sono l’altro di Niccolò Fabi (dall’album Tradizione e tradimento). Lui stesso presenta la canzone così: “Esiste un’espressione ‘In Lak’ech’ che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come “io sono un altro te” o “tu sei un altro me”. Che si parta dalla mistica o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire ad indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita.” Ed è la base per non giudicare. Qui sotto testo e video.

Io sono l’altro, sono quello che ti spaventa, sono quello che ti dorme nella stanza accanto
Io sono l’altro puoi trovarmi nello specchio, la tua immagine riflessa, il contrario di te stesso
Io sono l’altro, sono l’ombra del tuo corpo, sono l’ombra del tuo mondo, quello che fa il lavoro sporco al tuo posto
Sono quello che ti anticipa al parcheggio e ti ritarda la partenza, il marito della donna di cui ti sei innamorato, sono quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato, quello che dorme sui cartoni alla stazione, sono il nero sul barcone, sono quello che ti sembra più sereno perché è nato fortunato o solo perché ha vent’anni di meno
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso facci un giro e poi mi dici e poi…
Io sono il velo che copre il viso delle donne, ogni scelta o posizione che non si comprende
Io sono l’altro quello che il tuo stesso mare lo vede dalla riva opposta
Io sono tuo fratello, quello bello
Sono il chirurgo che ti opera domani, quello che guida mentre dormi, quello che urla come un pazzo e ti sta seduto accanto, il donatore che aspettavi per il tuo trapianto, sono il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio, il direttore della banca dove hai domandato un fido, quello che è stato condannato, il Presidente del consiglio
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso vacci a fare facci un giro e poi mi dici, e poi mi dici, mi dici…

Ma quante guerre ci sono?

Nell’ultimo post ho toccato il tema dell’Afghanistan. Sono abbonato da anni a Nigrizia, rivista che si occupa di Africa, e mi capita spesso di leggere notizie di conflitti. Sono abbonato anche a Lavialibera, mensile dell’associazione Libera, che ha anche un sito interessante da cui ho preso l’articolo che pubblico qui sotto e che risponde alla domanda del titolo: ma quante guerre ci sono nel mondo? A scriverlo è Alice Pistolesi, giornalista e redattrice del volume Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo (uscito nella sua X edizione proprio il 4 novembre) e del sito atlanteguerre.it, dove pubblica ogni settimana dossier tematici di approfondimento su temi globali, reportage e cronaca.

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“Trentaquattro guerre e quindici situazioni di crisi scuotono un pianeta senza pace. Oltre a quello in Afghanistan, che dopo quasi venti anni di intervento occidentale ha visto i talebani prendere il potere, il mondo continua a essere luogo di sanguinosi conflitti. L’Africa è il continente dove se ne contano di più, ma teatri di scontro sono presenti anche in Asia, Europa e America.
La quantità di guerre in corso nel mondo, per lo più ignorate dai media, resta negli anni stazionaria. Le guerre resistono e lasciano immutata nel tempo la situazione per i civili, che continuano a essere le vittime preferite dei conflitti moderni: circa il 90 per cento delle morti totali. Ci sono generazioni intere, come in Afghanistan, che non hanno mai conosciuto la pace e sono passate negli anni da una situazione di violenza all’altra. Ci sono conflitti, come quello tra Israele e Palestina o quello in Myanmar, che risalgono alla fine degli anni Quaranta, altri esplosi di recente, come quello in Mozambico, cominciato nel 2019.
Le motivazioni che portano alla guerra sono complesse ma si possono ricondurre ad alcuni macro fattori: ci sono quelle innescate dalla rivendicazione di diritti (che può essere allo stesso tempo causa e conseguenza del conflitto), o quelle provocate dal cambiamento climatico e dalle devastazioni ambientali, in qualche modo collegate a un’altra causa, cioè lo sfruttamento e l’accaparramento delle risorse (acqua, petrolio, minerali, terra, legname, ad esempio). Rientrano tra le motivazioni anche gli interessi economici in senso lato, che si legano spesso alla pessima o inesistente redistribuzione della ricchezza. Gli interessi sulle risorse e geostrategici muovono i giochi di molte potenze: Cina, Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Iran, tanto per citarne alcune. Ci sono poi guerre che hanno come obiettivo principale la conquista di autonomia e indipendenza. Tutte ragioni che spesso si intersecano tra loro e insieme alle differenze culturali, religiose e di comunità, alimentano e prolungano la situazione di conflitto. Differenze che, da sole, raramente portano alla guerra nei contesti in cui i diritti sono rispettati e dove non influiscono altre motivazioni.
Di questi conflitti, i civili restano le vittime per eccellenza: nel 2021, il numero di persone bisognose di aiuti umanitari è il più alto mai registrato: 235 milioni, (secondo i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti in emergenza).
A complicare i già fragili equilibri internazionali ha contribuito la pandemia da Covid-19, che nemmeno nel momento di maggior picco e nonostante gli appelli internazionali di Papa Francesco e del segretario Onu Antonio Guterres è riuscita nell’intento di placare le guerre. Anzi. Nel 2020 si sono riaccesi conflitti sopiti da anni e la spesa militare è aumentata. Lo Stockholm international peace research institute (Sipri) calcola che nel corso dell’anno l’investimento in armi sia cresciuto del 2,6 per cento, arrivando a 1.981 miliardi di dollari, il valore assoluto più alto registrato dall’ente di ricerca dal 1988.
Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni, in aumento del 4 per cento rispetto il 2019, si legge nell’ultimo rapporto annuale Global Trends dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) pubblicato a giugno. Tolti i 48 milioni di persone sfollate all’interno dei loro paesi, più di due terzi di tutte le persone che sono fuggite all’estero provengono da soli cinque paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar. Quasi nove rifugiati su dieci (86%) sono ospitati da paesi vicini alle aree di crisi e da paesi a basso e medio reddito. La Turchia ne ospita il maggior numero, seguita da Colombia, Pakistan e Uganda e Germania.
Alcune delle motivazioni che portano sempre più persone alla fuga sono il clima, il deteriorarsi del luogo in cui si abita, la sua desertificazione: secondo il rapporto Climate Change and Land pubblicato dall’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) a fine 2019, circa tre miliardi di persone vivono in zone aride, che sono arrivate a coprire il 46,2 per cento della superficie terrestre e le inondazioni e i disastri naturali si fanno sempre più frequenti”.

L’Afghanistan tra Isis e talebani

Prendo dal Post un articolo molto interessante di Elena Zacchetti sullo scontro che si sta sviluppando in Afghanistan tra talebani e Isis e sui possibili (nefasti) esiti.

“Negli ultimi due mesi e mezzo, da quando Kabul è stata conquistata dai talebani, in Afghanistan si è intensificata una rivalità pericolosa e a tratti poco comprensibile, vista da qui: quella tra i talebani e l’ISIS, due gruppi sunniti estremisti, considerati terroristici da molti paesi occidentali, che condividono l’obiettivo di costruire un qualche tipo di stato islamico basato su un’interpretazione molto rigida della sharia (la legge islamica). È una rivalità che arriva da lontano e che si sta mostrando in tutta la sua violenza tramite attentati – come quello di martedì a un ospedale di Kabul –, esibizione di cadaveri per le strade e uccisioni “extra-giudiziali”, cioè omicidi compiuti o autorizzati da un’autorità statale senza essere preceduti da un procedimento giudiziario.

I rapporti tra i due gruppi sono entrati in «una nuova fase», ha scritto il sito specializzato War on the Rocks, iniziata dopo il ritiro dei soldati statunitensi dall’Afghanistan e che «sarà quasi certamente sanguinosa e violenta».

Si parla di «nuova fase» perché questa inimicizia in Afghanistan non è una cosa nuova. Iniziò a svilupparsi nel 2015, cioè fin dalla nascita dell’ISIS-K (o Provincia del Khorasan dello Stato Islamico), che in maniera un po’ approssimativa si può definire la divisione afghana dello Stato Islamico.

Già allora (ma anche oggi) i talebani erano alleati con al Qaida, grande organizzazione sunnita che si contendeva con l’ISIS la supremazia del mondo jihadista globale, e già allora ISIS e talebani avevano differenze ideologiche significative. Mentre l’ISIS-K, così come il nucleo principale dell’organizzazione (poi sconfitto in Iraq e in Siria), auspicava la creazione di un Califfato islamico esteso oltre i confini di un unico stato, i talebani avevano obiettivi più locali: volevano riconquistare il potere in Afghanistan e imporre un’interpretazione radicale della sharia dentro i confini nazionali. L’ISIS accusava inoltre i talebani di essere «apostati» per adottare posizioni troppo morbide nell’applicare le norme dell’Islam; i talebani sostenevano che l’ISIS fosse un gruppo estremista eretico.

Con il ritiro dei soldati americani, e con il rapido sgretolamento delle forze di sicurezza afghane, lo scorso agosto i talebani sono riusciti a riconquistare l’Afghanistan e allo stesso tempo si sono aperti nuovi spazi d’azione per l’ISIS-K, che ha approfittato fin da subito della nuova instabilità, oltre che delle evasioni di massa dalle carceri afghane che si sono verificate durante la presa di Kabul. In quei giorni confusi di metà agosto erano stati infatti liberati migliaia di detenuti, tra cui molte persone accusate di terrorismo e di essere affiliate all’ISIS.

L’inizio di una «nuova fase» si era già visto già lo scorso 26 agosto, quando l’ISIS-K aveva ucciso quasi 200 civili afghani radunati fuori dall’aeroporto di Kabul nel tentativo di salire a bordo di uno degli aerei impegnati nelle operazioni di evacuazione di stranieri e afghani da Kabul.

Nelle settimane successive l’ISIS-K ha compiuto numerosi attacchi sia nelle zone del paese dove la sua presenza è considerata più solida, come la città di Jalalabad (nell’est), sia in aree che fino a quel momento erano state abbastanza fuori dal suo raggio d’azione, come le città di Kandahar e Kunduz.

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Le maggiori violenze si stanno verificando proprio nella provincia di Nangarhar (in rosso nella mappa), dove si trova Jalalabad e dove da settimane sembra essere in corso una specie di guerra segreta ed estremamente cruenta.

Secunder Kermani, inviato di BBC a Jalalabad, ha raccontato quello che sta succedendo in città e le estese violenze di cui sono testimoni gli abitanti locali. Kermani ha scritto che quasi ogni giorno corpi di persone uccise vengono trovati ai lati delle strade, «alcuni colpiti da spari o impiccati, alcuni decapitati. Molti hanno biglietti scritti a mano nelle tasche che li accusano di essere membri della divisione afghana dello Stato Islamico». Nessuno sta rivendicando gli omicidi e molti ritengono che si tratti di uccisioni extra-giudiziali compiute dai talebani contro persone sospettate di far parte dell’ISIS-K: «I due gruppi hanno iniziato una guerra sporca e sanguinosa. Jalalabad è il fronte di questa guerra», ha scritto Kermani.

Il sospetto deriva anche dal fatto che a capo dei servizi di intelligence della provincia di Nangarhar c’è un uomo conosciuto con il nome di Dr Bashir, che già in passato aveva combattuto e sconfitto l’ISIS e che si era fatto una reputazione di grande ferocia e violenza. Dr Bashir ha negato di essere coinvolto nelle molte uccisioni delle ultime settimane e ha sostenuto che i talebani non abbiano motivo di preoccuparsi per la presenza dell’ISIS in Afghanistan.

Nonostante le affermazione di Dr Bashir, sembra che l’ISIS stia riuscendo a ottenere qualche successo e a mettere in difficoltà il nuovo governo talebano, per esempio attaccando la minoranza degli Hazara, di orientamento sciita, a lungo perseguitata in Afghanistan ma con cui ora i talebani stanno cercando di costruire rapporti pacifici. Avinash Paliwal, vicedirettore del SOAS South Asia Institute dell’Università di Londra ed esperto di Afghanistan, ha detto al Financial Times che questi attacchi compiuti dall’ISIS-K «esacerberanno una faglia settaria che non è nell’interesse dei talebani che si infiammi davvero», e ha aggiunto che «la violenza aumenterà e sarà un “tutti contro tutti”».

Con i suoi attentati, l’ISIS sta provocando anche un’erosione di fiducia della popolazione afghana nei confronti dei talebani e della loro capacità di riportare la pace e la sicurezza nel paese. Per anni, infatti, i talebani avevano sostenuto di essere l’unico gruppo in grado di stabilizzare l’Afghanistan. Le cose però si stanno dimostrando più complicate di quanto avessero previsto i leader del gruppo, anche perché i comandanti talebani locali stanno avendo parecchie difficoltà a contrastare le tattiche terroristiche e di guerriglia adottate dall’ISIS.

È difficile prevedere come si svilupperà la rivalità tra i due gruppi, e con che livello di violenza.Il timore, ha scritto War on the Rocks, è che la divisione afghana dell’ISIS provi a diventare ancora più attiva ed efficace reclutando combattenti talebani delusi dal nuovo regime, che in un certo senso sta cercando di ottenere legittimità a livello internazionale collaborando con diversi paesi e diventando allo stesso tempo più attaccabile dalle frange più radicali ed estremiste. Con il ritiro degli americani e delle forze della NATO, inoltre, l’ISIS-K è ora in grado di concentrare tutte le sue forze direttamente contro i talebani, compiendo attacchi ancora più frequenti e violenti rispetto al passato”.

Gemma n° 1786

“Ho deciso di portare questa foto perché ci sono due delle cose che più mi piacciono nella vita quotidiana. Una è la strada perché mi piace viaggiare in macchina, lo considero un po’ il mio posto sicuro, un modo di condividere un momento con le persone che ami (famiglia o amici). L’altra cosa è il tramonto: mi piace fotografare i tramonti, ne ho immortalati tanti. Mi piace pensare che dall’altra parte della strada ci sia qualcuno che sta facendo quello che sto facendo io e ciò mi fa sentire parte di un qualcosa”.

Queste le parole con cui M. (classe quarta) ha presentato la sua gemma. Mi è subito balzato alle orecchie l’attacco di Buon viaggio di Cesare Cremonini:
“Buon viaggio
Che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada”

Spinte radicali in Pakistan

Alla fine ho deciso di abbonarmi a Il Post, un progetto editoriale che seguo da un po’. L’ho fatto sia per continuare ad ascoltare due podcast, Morning e Tienimi bordone, sia perché apprezzo l’accuratezza con cui vengono scritti gli articoli. Inoltre, dopo un po’, hai la sensazione di far parte di un gruppo, di stare effettivamente contribuendo alla realizzazione di un bel lavoro. Infine non nascondo che abbia inciso anche il costo abbordabile per le mie tasche. Mi capiterà, quindi, di pubblicare un po’ più frequentemente dei loro pezzi rispetto a quelli di altre fonti, anche perché non hanno alcuna forma di paywall.
Oggi pubblico un articolo sulla situazione che si sta delineando in Pakistan, in particolare sulle pressioni che un gruppo radicale sta esercitando sul governo di Islamabad. L’articolo lo potete trovare qui.

“Dalla fine di ottobre in alcune regioni del Pakistan, a sud della capitale Islamabad, migliaia di persone appartenenti a gruppi islamici fondamentalisti hanno bloccato un’importante autostrada e ricattato il governo, chiedendo diverse concessioni e protestando contro alcuni atti che considerano blasfemi. Il più importante di questi gruppi si chiama Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP) ed è diventato una forza importante e pericolosa nelle dinamiche sociali del paese.
Il 1° novembre, dopo giorni di scontri in cui sono morti quattro poliziotti e durante i quali sono state bloccate alcune tra le più importanti vie commerciali del paese, il governo ha infine ceduto ai manifestanti, raggiungendo un accordo i cui termini sono segreti ma che, a detta dei giornali locali, garantisce molte concessioni ai fondamentalisti. Il TLP è da tempo una presenza influente nella vita politica e sociale del Pakistan e, come avvenuto più volte negli anni scorsi, ha mostrato di essere in grado di ricattare il governo nazionale con manifestazioni e azioni violente per ottenere i suoi obiettivi.

Ad aprile il governo pakistano, per cercare di fermare il TLP, aveva perfino designato il gruppo come organizzazione terroristica e ne aveva arrestato il leader, Saad Hussain Rizvi (nella foto). Dopo l’arresto c’erano state rivolte di piazza, con un numero imprecisato di morti e centinaia di feriti. Il governo allora era riuscito a placare le manifestazioni facendo delle concessioni, ma gli estremisti del TLP sono tornati a protestare lo scorso 21 ottobre. A migliaia, spesso armati, hanno cominciato una marcia da Islamabad, la capitale, alla grande città di Lahore, con l’obiettivo di occupare la Grand Trunk Road, un’autostrada che collega le due città e che è una delle principali vie di trasporto di tutto il paese.
Le richieste dei manifestanti erano numerose e confuse, ma le principali erano tre: il rilascio di Saad Hussain Rizvi, il ritiro delle accuse di terrorismo avanzate dai tribunali pachistani contro centinaia di affiliati al gruppo, e l’espulsione dell’ambasciatore francese. Quest’ultima richiesta era una ritorsione per il fatto che un anno fa il presidente francese Emmanuel Macron aveva difeso la pubblicazione di vignette satiriche che raffiguravano il profeta Maometto: è una vecchia battaglia del TLP, che aveva portato a scontri tra i manifestanti e la polizia pachistana già nei mesi scorsi.
Secondo alcuni giornali pachistani citati dal New York Times, i termini dell’accordo che ha risolto la crisi degli ultimi giorni prevedono il rilascio di vari membri del gruppo in prigione, la promessa che non ci saranno più accuse contro rappresentanti del TLP e la rinuncia alla designazione di gruppo terroristico. Il TLP avrebbe rinunciato invece a chiedere al Pakistan di tagliare i rapporti diplomatici con la Francia.
Il TLP, che oltre a essere un movimento sociale estremista e un gruppo di pressione è anche un partito politico (con poco successo elettorale, finora), fu fondato nel 2015 con lo scopo di difendere la rigida e controversa legge sulla blasfemia del paese, che prevede pene durissime, compresa la pena di morte, per chiunque offenda una qualunque religione. In Pakistan, dove il 96 per cento della popolazione si professa musulmano, quasi sempre la religione offesa è l’islam.
Il gruppo divenne un movimento di massa durante i vari sviluppi della vicenda di Asia Bibi, una donna cristiana accusata ingiustamente di blasfemia, la cui vicenda divenne un caso internazionale. Tra le altre cose, il TLP organizzò grandi rivolte di piazza in difesa di Mumtaz Qadri, una guardia del corpo che nel 2011 aveva ucciso il governatore della provincia del Punjab dopo che questi aveva difeso Asia Bibi e chiesto una riforma della legge sulla blasfemia. Nel 2017, il TLP organizzò altre rivolte dopo che il governo aveva proposto di modificare lievemente il testo del giuramento dei parlamentari che faceva riferimento al profeta Maometto: negli scontri morirono sei persone, e centinaia furono ferite.
Nel corso degli anni, il governo del Pakistan non è stato in grado di gestire organizzazioni come il TLP: ha consentito che diventasse «uno dei gruppi di pressione più importanti» del paese e di fatto ne è diventato «ostaggio», come ha scritto l’Economist. Il governo tuttavia non è soltanto una vittima. Nel corso degli anni, la politica e l’esercito pachistani hanno alimentato sentimenti fondamentalisti nella popolazione, servendosi di gruppi come il TLP per polarizzare l’opinione pubblica e ottenere vantaggi elettorali. Come ha scritto sempre l’Economist, i legami tra l’élite pachistana e il TLP sono noti: per esempio, durante le proteste del 2017, un alto ufficiale dell’esercito fu filmato mentre consegnava somme di denaro ai leader del gruppo”.

Gemma n° 1785

“Ho portato, come gemma, un video e questa coccarda. La coccarda l’ho vinta all’ultimo concorso fatto prima di tornare a scuola e che mi ha anche risollevato dopo un concorso andato male ad agosto. Ho chiesto al mio istruttore di firmarmela e lui mi ha detto subito di sì. L’ho portata per due motivi. Il primo è il fatto che lui l’abbia firmata: lui è uno che nella vita ha fatto tutto quello che poteva fare e il fatto che abbia preso a cuore di insegnare a noi e di trametterci tante cose che sa è una cosa che mi ha sempre stupito. Mi dà una mano in tutto, anche con la scuola e l’università. Il secondo motivo è legato al grande percorso fatto con la mia cavalla, comprata quando aveva 5 anni e ora ne ha 8. All’inizio tutti dicevano che non valeva niente, che era troppo per me, che non ero capace di montarla e che più di 115 non avrebbe saltato. Anche dopo essermi rotta una vertebra molti mi sconsigliavano di montarla; il mio istruttore ha insistito perché continuassi a farlo e sono arrivata ad un risultato che neppure mi aspettavo. Nel video che ho portato si vede il salto di un ostacolo di 130 cm, fatto quest’estate (l’istruttore mi dice di non saltare più di 115 perché non si fida, poi quando ce la faccio mi dice che la cavalla è troppo brava e che non me la merito… In realtà lui sa che ho superato tanti miei limiti perché dopo l’infortunio avevo paura). Per me è stata una grande rivincita aver fatto ciò con questa cavalla!”.

Ecco la gemma di T. (classe quinta). Non sono uno di quelli che pensano che possiamo fare qualsiasi cosa, e che siano sufficienti determinazione e volontà. Credo che siamo fatti sia per superare i limiti, sia “semplicemente” per sfidarli, e magari essere respinti e comprendere quindi per bene quali siano. Fermarsi troppo presto, prima ancora di provare a superarli, penso che comporti un rischio sintetizzato in una frase de Il barone rampante di Italo Calvino: “Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!”.

Gemma n° 1784

“La canzone che ho scelto è Someone like you di Adele. Questa canzone mi fa ricordare quel periodo che per molti è stato di intralcio ma per me è uno dei ricordi più belli che ho. In quel periodo non si poteva uscire dai confini del proprio paese se non per lavoro, fare la spesa o per esigenze di salute. Per me non è stato un grosso problema non vedere i miei amici di scuola, che abitavano in un paese diverso dal mio, perché  in qualche modo ogni tanto riuscivamo a vederci, anche se di rado. Data la scarsa presenza dei miei amici a casa mi sarei annoiata tutto il giorno, visto che non avrei avuto voglia di fare compiti tutto il giorno, per tutte le settimane, per tutti i mesi di DAD. Ma non mi sono annoiata, anzi, sono stata quasi sempre in compagnia; infatti quasi tutti i giorni uscivo con i miei vicini, che hanno rispettivamente 2 e 1 anno meno di me, ma ogni tanto c’erano altre persone del mio paese, che conoscevo già. Durante quei lunghi mesi di DAD abbiamo fatto moltissime cose: giocato a calcio, sradicato il boschetto, siamo stati in bici, siamo quasi stati denunciati dal proprietario del boschetto, e ci siamo divertiti molto. Con mio fratello non andava molto bene, litigavamo troppo spesso, ma quel periodo ci ha aiutato a riappacificarci. Finita la quarantena ognuno ha preso strade diverse: mio fratello ha continuato ad uscire con i suoi amici e i miei vicini ora sono in 2^, e 3^ media. La DAD non mi ha affatto aiutato per quanto riguarda la scuola, infatti preferivo e preferisco tutt’ ora la scuola in presenza. I miei voti non erano altissimi, anzi, piuttosto bassi”.

Questa è stata la gemma di S. (classe prima). Sto leggendo Cedi la strada agli alberi, un libro di poesie di Franco Arminio e mi sono imbattuto in questa:

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro, vai a fargli visita prima di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

Sono alcune delle cose che vorrei portarmi dietro anche quando tutta questa emergenza sarà finita.

Gemma n° 1783

“Ho deciso di portare un piatto perché il mio terzo compleanno l’ho passato a Edimburgo con mamma, nonna e zii, mentre il nonno non è potuto venire e mi ha scritto questo piatto. Lo conservo ancora perché purtroppo lui non c’è più e rimane qualcosa di lui, che lui mi ha scritto”.

Questa è stata la gemma di A. (classe prima). Riprendo anche qui una frase sentita molte volte ma che anche la rete non attribuisce a nessuno: “I nonni ti vedono crescere, sapendo che ti lasceranno prima degli altri. Forse è per questo che ti amano più di tutti.” Non mi convince quel “più di tutti” perché non credo ad una gradualità in amore, ma colgo il senso di un affetto profondo.

Gemma n° 1782

“Ho portato una canzone che ho ballato quest’estate ad uno spettacolo in memoria di una persona che purtroppo non c’è più ed è di una cantante non troppo conosciuta. La persona è un mio amico”.

Con queste parole I. (classe prima) ha introdotto il video della sua gemma (la canzone Blue). In un’intervista la cantante Granger ha detto “Per me questa canzone è una richiesta d’aiuto disperata, urlata ad una persona che però non riesce a sentirla, ma anche se la sentisse probabilmente non la comprenderebbe. È una cosa tanto triste quanto frequente nei rapporti umani, purtroppo. Le persone dovrebbero imparare ad ascoltarsi di più e a recepire i piccoli segnali.” Ho deciso di riportare questo pezzetto di intervista perché penso sia interessante e possa suggerire una riflessione per questi giorni che ci attendono, giorni dedicati al ricordo di chi non c’è più e alla celebrazione della vita.